La Supervalériola
Ci voleva il dibattito sulla cultura woke (“sveglio”), riaperto negli Usa dalla Ocasio-Cortez e qui da Conte, per ritrovare una nostra passionaccia che temevamo estinta: la supervalériola, cioè la supercazzola di Chiara (si fa per dire) Valerio. Una colata di piombo su Rep dal titolo: “Il woke ha esagerato ma da quella cultura ho imparato tanto”. L’assenza di virgola prima del “ma” non deve stupire. La Valerio distribuisce la punteggiatura come gli chef il pangrattato: a manciate, ’ndo cojo cojo. Anche tra soggetto e verbo, prima della e, dopo il punto interrogativo a fine frase. Ma se ci domandassero cos’ha imparato costei dal woke, non sapremmo che rispondere, a parte l’arte di non farlo capire a nessuno. Eppure del woke “Mi ha immediatamente convinto (sic, ndr) l’aver evidenziato quanto le battaglie per i diritti non potessero procedere ‘in serie’, cioè un diritto prima di un altro, ma ‘in parallelo’, cioè un diritto insieme a un altro”. Qualunque cosa significhi, almeno per noi. Per Chiara invece è tutto chiaro: “Mi son detta, sì, mettiamo tutto insieme, dichiariamo… la connessione, l’intersezione tra riscaldamento globale, parità salariale, differenze di genere, migranti climatici, riarmo, intelligenze artificiali, ascesa delle destre, colonialismo, razzismo, povertà, smantellamento del sistema educativo pubblico… impoverimento delle classi lavoratrici… guerra, aperitivo almeno il sabato sera, curiosità culturale”. Chi volesse già chiamare gl’infermieri porti pazienza: questo frittomisto è il motivo per cui – giura la sedicente Chiara – “il woke mi è subito piaciuto”. Ne ha tratto concetti insospettabili: “Il bene è fare del bene o non è”. E, si suppone, il male è fare del male o non è (Max Catalano). Punto, punto e virgola, ma soprattutto virgola. Guai però ad “annichilire chi si considera nemico per conquistare territori semantici”: non sia mai. E poi “il linguaggio non è una religione, nonostante in principio era il verbo e il verbo era presso dio”. E il congiuntivo era un optional.
Se vi prudono le mani, aspettate un altro po’ a chiamare l’ambulanza, o vi perdete il meglio: “Da dove parlo? All’intersezione di quali insiemi mi trovo (l’insiemistica, che ben funziona per l’identità, è la matematica che non spaventa)? Donna, guardo la pallavolo, bianca, mi piace il risotto, scuola pubblica, centro Italia, studi superiori, automunita, il mio colore preferito è il verde bosco, omosessuale, mi piace il teorema di Gödel, anche se non so più dimostrarlo, ascolto Martha Argerich”. Qui potete aggiungere parole in libertà a piacere per un nuovo manifesto futurista. Tipo: “Donne, è arrivato l’arrotino con patente e teorema di Eulero anche se non sa dimostrarlo ma in compenso ascolta Povia!,?:;”. Poi, con calma, chiamate la neuro.
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