lunedì 31 agosto 2026

Lo sapete vero?

 


L'intervista

 

“Da prete, dubito anche di Dio e frequento solamente i poveri”


di Antonello Caporale 

Lei non porta al collo il crocifisso.
Voglio essere nudo tra la gente, spogliato di qualunque simbolo che possa allontanarmi dagli altri, dai diversi.

Non è neanche sicurissimo che Dio esista.

La vita è un mistero e vivo nella sacralità di questo mistero, nella forza, nella fiducia che lì ci sia Gesù. Ma non è certezza.

Ma lei è un prete, don Alessandro Santoro.

Cerco di testimoniare il senso della solidarietà, della compassione, della fraternità.

È il leader della comunità delle Piagge. Una comunità insorgente. Insorgente sta per?

La capacità di insorgere, capovolgere i modelli, i vuoti, le mancanze. L’insurrezione è un atto di grande civismo, è la scelta di avanzare sempre verso l’impossibile.

Le Piagge erano un posto maledetto di Firenze.

L’estrema periferia, il luogo dove gli ultimi erano conficcati, destinati e lì consacrati alla sconfitta civile.

Un posto insicuro, tanta mala carne.

Sono venuto ad assaporare l’odore della povertà.

Sono trentadue anni adesso che lei vive con gli altri, per gli altri.

Alle Piagge abitano novemila persone. E dentro il quartiere la nostra comunità è divenuta grande. Tante attività: corsi serali, mensa, mercato. C’è la cooperativa che lavora il ferro, raccoglie il ferro scartato.

Lei è uno dei lavoratori.

Lo scarto è il segno di ciò che riteniamo perduto e invece si trasformano in un tesoro che si rinnova. I ferri scartati, arrugginiti, buttati via vengono ricondotti a nuova vita, rigenerati.

Esiste anche lo scarto dell’umanità?

E qui si ritrova invece il senso della vita, il ristoro per la capacità di alimentare la speranza, di fare bene. Lo dico perché naturalmente ci sono tanti amici che hanno vissuto vite pericolose e buie.

Lei abita in una casa popolare, due camere e niente più.

Ho voluto assoggettare me stesso al segno comune di una vita faticosa. Le dicevo che la povertà bisogna conoscerla da vicino.

Dice infatti che la Chiesa è una multinazionale, un grande brand.

Come istituzione è potente, possente. Io però preferisco obbedire al Vangelo, al Dio del Vangelo.

Il suo Gesù voleva toglierlo dalle scuole.

Intende il crocifisso nelle aule?

Il crocifisso.

Se è un simbolo che divide pensiamo a qualcosa di più aperto, universale. La Costituzione mi pareva un buon sostituto.

Lei è prete e pensa che la sua Chiesa divida invece che unire, che domini invece che mostrare umiltà?

Con tutto me stesso faccio in modo che tutti possano essere abbracciati. Penso che se – oltre il senso comune – dei simboli possano dividere, allora si deve trovare un modo per accogliere tutti nella casa.

Prete comunista!

Perché incasellarmi, chiudermi nella dispendiosa e inutile fabbrica delle appartenenza?

La comunità è frequentata da un migliaio di persone. Famiglie e voti utili. Quando è tempo di elezioni vengono a cercarvi?

C’è chi entra e chi non ci pensa proprio.

La destra non mette piede.

Certo che no!

Il vescovo di Firenze Gherardo Gambelli l’ha definita una figura che onora la vita evangelica. Ha voluto celebrare nella sua comunità la sua prima messa di Natale dopo la nomina alla Curia fiorentina.

Riconosco che quell’attestato di stima è un prezioso riconoscimento. Ma bisogna sempre guardare avanti. Pochi sanno che accanto alle cooperative di lavoro, ai servizi sociali, offriamo anche un microcredito di prossimità.

Concedete prestiti?

Raccogliamo denaro da chi può, sapendo che quel denaro non frutterà interessi ma sarà destinato a sostenere i bisogni di chi lo chiede.

Finanziate sulla parola.

Finanziamo piccoli bisogni per un valore che parte da 2500 euro e può arrivare fino a settemila euro.

Quanti soldi finora prestati?

Settecentomila euro raccolti, prestati e rientrati.

Quanti furbi?

Nessuno.

Allora Dio esiste.

Dice?

Embè!

Occasione persa

 



domenica 30 agosto 2026

Meno male!

 

Meno male che è stato stabile perché altrimenti a quest’ora eravamo a rubarci a vicenda pure le pezze al culo che questa stabilità ha prodotto…



Grazie Donald!

 


L'Amaca

 


La parola terrorista

di Michele Serra


Terrorista, per chi come me è nato e cresciuto nella seconda metà del Novecento, è una parola importante. Definiva chi metteva le bombe sui treni e nelle piazze facendo strage di innocenti (terrorista nero) e chi freddava un essere umano inerme a revolverate davanti al portone di casa o mentre andava al lavoro (terrorista rosso). C'era un ingresso netto e ben definito che portava al terrorismo abbandonando la vita civile. Un varco ben distinguibile, non equivocabile.

Ora, grazie al nuovo potere paranoico che vede in Trump il suo campione (con parecchi emuli in giro per il mondo), terrorista è diventata una parola fasulla, un abuso lessicale. È quasi sinonimo di dissidente, o di antagonista, o di radicalmente differente. Per essere definito terrorista non serve progettare attentati o usare violenza allo scopo di sovvertire l'ordine sociale. Basta non omologarsi, non obbedire, non rigare diritto di fronte all'autocrazia finanziaria e politica che si crede sola regola del mondo. Così la piccola vicenda del sito «Autistici/Inventati», oscurato dagli americani perché «terrorista», ha un grande significato. Provate a organizzare dissenso, o a diffondere pensiero antagonista, anche senza alcuna intenzione o azione violenta: sarete terroristi, e perseguiti per esserlo.

Incredibilmente, provò a chiamare «terroristi», l'amministrazione americana, anche le innocenti e pacifiche vittime dell'Ice. Dovette ingoiare la bugia perché troppo smaccata, troppo ignobile perfino per l'ignobile bolla del trumpismo. Ma di qui in poi, quando sentiamo dire «terrorista», prima di pensare al destinatario di quella definizione sarà meglio pensare al mittente.

Ragogna!

 


Tutta un'altra storia!

 




Dice proprio la verità!

 

I dem le studiano tutte contro Conte premier 


di Antonio Padellaro 

O partigiano portalo via”, potrebbe cambiare la prima strofa di Bella (anzi, bello) ciao, nella edizione riveduta e corretta su misura per Giuseppe Conte.

Non v’è chi non veda come nel Pd e derivati regni letteralmente il terrore per i sondaggi che danno (darebbero) vincente il capo del M5S in caso di corsa a due con Elly Schlein.

Da qui l’alluvione di proposte tese a cancellare le primarie per la scelta del leader del centro-sinistra (“Pericolo ordalia”, “resa dei conti”, “autogol” , “bagno di sangue” “Una sciagura, non fatemi votare”, implora Francesco Piccolo sulla prima pagina di Repubblica).

Appelli strappacuore mirati unicamente – inutile girarci attorno – a evitare la possibile vittoria dell’ex premier. Considerata questa, evidentemente, la conseguenza più catastrofica della cosiddetta scelta “dal basso”. Peggio ancora, si lascia sfuggire qualcuno, di un possibile bis della Meloni.

Quelle stesse primarie citate con enfasi una ventina di volte nello statuto dei Dem e popolarissime quando catapultarono, contro ogni previsione, Elly Schlein al vertice del Nazareno. Invece, questa volta, Conte lo hanno visto arrivare, e con largo anticipo, e dunque urge escogitare delle soluzioni, anche le più scombiccherate, per scacciare l’incubo.

Si va dal recupero della figura dell’“anziano partigiano”, purtroppo, per ragioni di anagrafe, trapassata a miglior vita (preferibile, in alternativa, un tenero virgulto diciottenne, possibilmente vivente) evocata speranzosamente da Roberto Speranza, e prontamente rilanciata da Angelo Bonelli. Al “nome simbolico” di Dario Nardella.

Senza contare le terze opzioni (Salis, Gualtieri, Manfredi): numero fatale il tre (Terza via, eccetera) che al centrosinistra non ha mai portato benissimo.

Insomma, pur di evitare la iattura Conte, si resuscita lo iettatorio “comitato dei garanti” (ma si potrebbe anche “aprire un tavolo”), rovistando in un armamentario che fa parte, a pieno titolo, del progressismo differito e fancazzista.

E allora, perché non estrarre a sorte il nome del candidato premier, ’ndo cojo cojo, dalle Pagine Gialle. O Bianche. O dalla Guida Monaci? Oppure lanciare una monetina per aria come fanno gli arbitri di calcio (ahi, sul nome dell’arbitro si aprirebbero sicuramente altri contenziosi)? O anche indicare il prescelto (a) al termine di una sfida sui cento metri, o al ping-pong, o al karaoke.

Sconsigliato invece un referendum al Cefalù bistrot di Lavitola, tra le menti raffinatissime appassionate di vongole sgusciate.

Resta il fatto che all’interno di una coalizione che dovrebbe, per l’appunto, coalizzarsi per vincere le prossime elezioni, il vero problema consiste nell’azzoppare un possibile candidato alla premiership. Altro che leggendario programma! Altro che sconfiggere Giorgia Meloni! “O partigiano, portalo via”.

Sfacciataggine

 

Roma provincia di Kiev 


di Marco Travaglio 

Siccome pensa di averci ormai mitridatizzati a ogni veleno, il nostro sgoverno ha pensato bene di arruolare come consulente per la guerra a non si sa bene chi l’ex ministro della Difesa ucraino Mikhaylo Fedorov. Un mese fa Zelensky l’aveva licenziato: non, come si usa da quelle parti, perché fosse agli arresti o stesse per finirci; ma perché tentava di bonificare gli appalti militari, che hanno portato in galera decine fra ministri, viceministri e funzionari per aver rubato montagne di soldi nostri. Quindi era diventato molto popolare, come Zelensky nel 2019, quando fu plebiscitato al posto di Poroshenko, oligarca corrottissimo e fantoccio Nato, perché prometteva guerra al malaffare e pace con Mosca, salvo poi fare l’opposto. E chi dà ombra al democratico Zelensky deve sparire. Prima il generale Zaluzhny, poi Fedorov. Questi ha spiegato l’epurazione con la sua battaglia per la trasparenza e con la gelosia del presidente. Che lui accusa di non volere le elezioni malgrado sia scaduto da 27 mesi (“La democrazia non è un lusso da tempo di pace”) e di coprire il sistema corrotto (“Dovrebbe rispondere a molte domande sulle indagini”). Infine ha rotto il tabù della propaganda ucraino-europea ammettendo che “Kiev sta lentamente perdendo la guerra”. Poi è anche un furbetto che cerca sponde Usa dai soliti Musk e Thiel e illude il popolo sulla “guerra dei droni” che dovrebbe sostituire quella delle truppe in trincea e alleviare pure i reclutamenti forzati: invece è proprio la penuria di “carne da cannone” ucraina che ha segnato fin dall’invasione del 2022 le sorti del conflitto a vantaggio della Russia.

La domanda a questo punto è semplice: che è saltato in mente a Meloni e Crosetto di ingaggiarlo? Vogliono trasformare l’Italia nella discarica di Zelensky? O condividono che la scommessa sulla vittoria ucraina era una baggianata e che il regime che continuano a foraggiare e armare è ben poco democratico e corrotto fino al vertice? Il fatto che Fedorov non costi (per ora) altri soldi ai contribuenti italiani significa che darà qualche parere quando capita fino alle elezioni ucraine: un advisor più di facciata che altro. Ma le supercazzole di Crosetto esaltano le sue “significative esperienze nel campo dell’innovazione digitale applicata alla Pa e alla difesa”, come se le nostre università non avessero esperti d’eccellenza (addirittura premi Nobel) e dovessimo importarli da uno dei Paesi più falliti, mal governati e corrotti d’Europa. E come se già non fossimo (purtroppo) all’avanguardia sul mercato della morte. Fedorov, forse scambiando Roma per Kiev, promette di “assistere l’Italia nell’adozione di tecnologie di guerra moderna”. Qualcuno, magari il “garante della Costituzione”, dovrebbe spiegargli che l’Italia ripudia la guerra: moderna e pure antica.

sabato 29 agosto 2026

Allargamento

 



Scelta dei tempi

 


Oh certo un politico illuminato di questi tempi cosa può fare? Tempi strani meterologicalmente parlando, tempi di distrazione di massa, tempi incongrui con la beltà del riarmarsi. 

 Servirebbe chi e cosa, visto il Nepal, constatati i bollini rossi sulla penisola come un enorme bollino? Un pool di esperti in grado di gestire la situazione che, al di là di quello che pensa il Minorato Donald, potrebbe significare di essere posizionati ad un passo dal baratro? 

Una riorganizzazione delle città, gli asfalti assorbenti calore, gli alberi unica fonte di salvezza? 

Niente di tutto questo! 

L'Inviato delle Armi, l'Omone figlio dei riccastri costruttori di malvagità, ha pensato bene di assumere l'Esperto probabilmente Nazi, tal Fedorov, per adottare tecnologie di guerra moderna! 

Capito l'idiozia? 

E dall'altra parte, dall'altra parte continuano a discutere di gazebo perché Elly deve combattere contro i Guerini della malora che vorrebbero, spasimando, una fetta della mastodontica Torta Bellica che fa tanta occupazione, Leonardo docet! 

E allora, come la Nefandezza Bionda in persona che dirige il coacervo d'insensatezze che chiamiamo ancora Europa comanda, eccoci col cappello in mano a chiedere un prestito non per trovare soluzioni alla scomparsa dei ghiacciai, non per affrontare la siccità sempre più mastodontica, non per lenire l'umidità, il senso di spossatezza degli anziani, ma per avere un gruzzolo di otto miliardi da spendere in ciò che la tecnologia odierna ci suggerisce: armi, armi, armi! 

Questi inetti, diversamente dotati in cervice, ci stanno accompagnando verso una fine ineludibile, verso il disastro oramai alle porte, il tutto accompagnato da censure illiberali mediatiche di stampo palesemente fascista - vedasi la chiusura di Rai Scuola per il canale camerata Italiana, e lo sfanculamento di Ranucci, il tanto detestato Ranucci tanto odiato pure dalla seconda carica dello stato di nero vestito - irriguardoso lascito alle giovani anime italiche, che si ritroveranno, a breve, a vivere in un mondo di merda.  

L'Amaca

 


Come è piccola la Serbia

di Michele Serra


La beatificazione che il governo serbo intende fare di Ratko Mladić è ripugnante, ma tutt'altro che sorprendente. Tra i tanti mostri che il nazionalismo genera c'è l'idea che il crimine di guerra è tale solo se sono «gli altri» a compierlo. Quando la mano che stermina è la nostra, allora lo sterminio non è più tale. Lo si chiama difesa, inevitabile reazione, perfino atto di giustizia, pur di non dare alla morte degli altri, dei loro bambini, dei loro diritti, lo stesso peso che attribuiamo alle vicende della nostra tribù.

Se poi a mettere nero su bianco la mostruosità delle azioni genocide di Mladić (o di chiunque altro) è un tribunale internazionale, appellandosi a diritti universali e dunque transnazionali, l'ira e l'odio della tribù condannata non può che essere ai massimi livelli: riconoscere pari umanità a tutti i popoli, a tutti gli individui, è qualcosa che la grettezza nazionalista non può tollerare e forse non può nemmeno capire. Le teste degli uomini sono, da millenni, teste tribali: come potrebbe accettare, il piccolo governo della piccola Serbia, che esistano leggi di molto superiori a quel caleidoscopio di velleità nazionali (di Nazioni grosse come contrade) e di odio etnico che sono il motore della tragica storia balcanica dai secoli dei secoli?

Al tempo stesso consola e dispiace che la Serbia non faccia parte dell'Unione Europea. Consola perché evita agli altri europei la vergogna di avere tra i propri membri un paese che onora un massacratore di innocenti. Dispiace perché il solo antidoto alla bestialità del nazionalismo sarebbe riuscire ad allargare lo sguardo oltre i propri miserabili confini.

Epurascion

 

Delitto imperfetto 


di Marco Travaglio 

Non conosciamo le inchieste di Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, scelti dai geni della Rai per condurre il fu Report al posto di Sigfrido Ranucci, quindi il nostro giudizio non riguarda loro. Ma il problema è anche questo: se non li conosciamo noi, figuriamoci il pubblico. Il conduttore-autore è un mestiere diverso dal cronista. Santoro, Floris e Mentana sono conduttori-autori puri, mentre la Gabanelli e Ranucci, come pure la Gruber, la Sciarelli e Lerner sono anche cronisti. Nel 2016 Milena vide lungo, quando indicò Sigfrido, suo scoopista e capoautore, come erede. Ranucci raccolse il testimone e lo portò avanti mantenendo la qualità e gli ascolti, costruendosi un profilo pubblico che ha sempre fatto da scudo e parafulmine a tutta la squadra contro gl’infiniti attacchi, minacce e liti temerarie del governo o del potente di turno. Ma quel cambio della guardia fu una scelta editoriale. Quella annunciata ieri dal trust di cervelli che dirige la Rai è un assassinio, anzi una strage di decine di giornalisti per cancellare l’ultimo programma d’inchiesta dal servizio pubblico, che un tempo ne pullulava. Infatti l’intera redazione fa le valigie. Il repulisti inaugurato da B. con l’editto bulgaro su Biagi, Luttazzi, Santoro, seguiti a ruota da Freccero, Sabina Guzzanti e altri, bissato sotto Renzi con l’uscita di Floris e la cacciata di Gabanelli, Giannini, Giletti e Porro, è ora completo. In compenso Bruno Vespa e Claudia Conte resistono a piè fermo.

Ma non è detta l’ultima parola, grazie alla fantasmagorica stupidità degli epuratori meloniani. Finora erano riusciti a far fuori da Radio Rai Buttafuoco e Foa (due intellettuali di destra, ma purtroppo liberi). E ora si illudono di liquidare Report come se in Italia non vigessero la Costituzione, le leggi, i contratti e il Media Freedom Act, che vieta interferenze dei governi nell’informazione. Come se si potesse silurare con un comunicato un vicedirettore, capo-autore e conduttore di un programma di prima serata e di grandi ascolti per spedirlo al Cairo e rimpiazzarlo con due carneadi mai stati autori né conduttori di nulla. E come se non esistesse la magistratura, che può essere neutralizzata con gli abusi d’immunità quando tocca un parlamentare, ma non certo quando un lavoratore fa causa al datore di lavoro che lo punisce senz’aver violato alcuna regola, anzi dopo aver subìto un attentato. Un provvedimento d’urgenza ex articolo 700 sarebbe giustificato da almeno tre esigenze: tutelare i diritti di Ranucci, risparmiare alla Rai danni erariali prolungati e scongiurare la fuga di una redazione che per Viale Mazzini è un fiore all’occhiello e una gallina dalle uova d’oro. Se c’è un giudice a Berlino, o almeno a Roma, presto potremmo ritrovarci Ranucci di nuovo a Report. E i geni della Rai al Cairo.

venerdì 28 agosto 2026

Onori militari?!?!?!

 



Refrigerio dell'anima

 


Pensieri

 


Ai Ai Ai!

 


Da Meta all’IA, Stati sotto il giogo dei boss del Capitale digitale 


di Daniela Ranieri 

Se si chiede a Gemini, il chatbot di Intelligenza Artificiale di Google, dove è sepolto Mozart, esso risponde correttamente che Wolfgang Amadeus Mozart è sepolto a Vienna nel Cimitero di St. Marx e che tuttavia l’esatta posizione dei suoi resti è sconosciuta perché nel 1791 la legge voluta dall’imperatore Giuseppe II imponeva che i cittadini non aristocratici venissero sepolti in tombe comuni senza lapidi. La questione potrebbe chiudersi qui, e infatti Gemini non la approfondisce con ulteriori dati logistici o biografici; sennonché, come per ogni quesito, Gemini prima di congedarsi rilancia: “Se stai organizzando un viaggio a Vienna, posso aiutarti a trovare come raggiungere il cimitero con mezzi pubblici o consigliarti altri luoghi storici legati a Mozart. Desideri maggiori dettagli?”. Quanta premura. Gemini vuole aiutarti, o forse si tratta dell’emersione di quell’architettura digitale, tipica anche dei social, per cui un’applicazione cerca di tenerti avvinto a sé rinforzando la tua risposta fisiologica: il rilascio di dopamina legato al conseguimento di un successo. È il motivo per cui i procuratori di 29 Stati americani accusano Meta, che mercoledì scorso ha patteggiato una multa di 18 miliardi di dollari, di aver progettato Facebook e Instagram in modo da creare dipendenza negli adolescenti e di raccogliere illegalmente dati di bambini sotto i 13 anni.

Altro esempio. Dopo la morte a Palermo di una bambina di 4 anni per difterite si è registrato un picco di ricerche online sull’efficacia del vaccino e sulle modalità di trasmissione del virus (+5000% di query nell’ultima settimana secondo Google Trends). Chiedo all’IA come si trasmette: Gemini risponde, poi mi chiede che sintomi ho e mi consiglia di contattare un medico. Forse l’algoritmo attiva un filtro di sicurezza in casi in cui una persona potrebbe aver bisogno di aiuto, come nei sospetti suicidi; ma l’alertnon viene, per quanto se ne sa, mandato a nessuna autorità di pubblica sicurezza, quindi si tratta verosimilmente di una messinscena di Google al fine di tutelarsi sul piano legale.

Si tratta tecnicamente di dati sensibili. Ogni tuo dato sanitario potrebbe essere conservato e usato successivamente e forse non solo da te. Il chatbot permette all’utente di scegliere tra due opzioni: se mantenere memoria delle chat precedenti per recuperare informazioni importanti (ad esempio il piano terapeutico per una patologia e le relative controindicazioni), o se eliminarla ogni volta che una conversazione viene chiusa, così che a ogni accesso tu sia per essa un essere umano nuovo di zecca (si realizza The eternal sunshine of the spotless mind, “l’eterna aurora della mente incontaminata” del verso di Alexander Pope e del film omonimo). Ma lo fa davvero?

Il Nobel per la Fisica 2024 Geoffrey Hinton, il padre dell’IA, nel 2023 si è licenziato da Google perché voleva essere libero di mettere in guardia dal rischio che l’IA diventi più intelligente, cioè più potente, di quella naturale. Intanto si sono già registrate nell’IA alcune abilità cosiddette “emergenti”, reazioni imprevedibili e per ora inspiegabili a input dati. Recentemente, sia OpenAI che Claude sono uscite dai perimetri di un test e hanno hackerato altre aziende collegandosi a Internet autonomamente.

A Gemini non importa niente di come stai e dove devi andare, ma agli Stati sì. Alle multinazionali fa comodo succhiare e possedere un’incessante e sterminata mole di dati degli utenti del pianeta, in una società dove il controllo è il crisma a suggello del Capitale. Possedere dati è una formidabile arma di ricatto nei confronti dei governi che volessero aumentare la tassazione per le big tech; in caso di una guerra ibrida tra nazioni, le società di IA possono vendere informazioni allo Stato che paga meglio, e in tempi di crisi a ogni Stato sta a cuore il controllo sui suoi cittadini al fine di conoscerne le paure, i bisogni, le opinioni politiche.

Sul valore e sul prezzo dei dati si fonda la carriera di Peter Thiel: fondatore di PayPal, ex socio di Elon Musk, nel 2003 Thiel ha creato Palantir, piattaforma di integrazione dati e analisi predittiva. Thiel, patrimonio stimato di 32 miliardi di dollari (Musk è a 860 miliardi), è il “profeta della tecnodestra” che ha investito in Trump prima della prima presidenza nel 2016. È a favore della produzione di armi governate dall’IA, di cui predica l’azione messianica in conferenze globali in cui discetta dell’“Anticristo”, che per lui è chiunque ponga un freno alla crescita incontrollata del progresso tecnologico in nome dell’etica o dell’uguaglianza; Anticristo è anche lo Stato sociale, la piaga che ammorba i Paesi europei limitando la sfrenata volontà del mercato (è un neoliberista italiano, diciamo un Calenda o un Renzi, ma senza filtri).

Palantir Gotham è la branca dedicata alla Difesa e alla sicurezza nazionale: unisce dati provenienti da fonti diverse (tabulati telefonici, transazioni bancarie, immagini satellitari) in un luogo sicuro per trovare collegamenti nascosti: usata nell’Antiterrorismo, può notare che una persona, per esempio, ha noleggiato un furgone, che un’altra ha comprato materiale esplosivo e che entrambe alloggiano nello stesso hotel, segnalando il pericolo agli analisti prima che l’attentato avvenga. Tra i clienti di Palantir figurano agenzie di sicurezza, Forze armate, Servizi segreti, Stati: Israele, Ucraina, Lituania, Spagna, tre stati federali tedeschi e naturalmente Stati Uniti, dove il suo software è usato dall’ICE, la milizia di Trump che spara ai manifestanti pro-immigrati, a loro volta tracciati e deportati grazie alle sue tecnologie. Dario Amodei, fondatore di Anthropic, ha sollevato dubbi etici sull’uso dell’IA nelle armi autonome dopo che Claude era stato usato per il raid in Venezuela del 3 gennaio che ha portato all’arresto del presidente Maduro e all’uccisione di centinaia di civili, e per condurre l’attacco all’Iran; perciò il Segretario alla Guerra Hegseth ha definito Anthropic un “rischio per la supply chain”, la catena di approvvigionamento della Difesa, e l’ha inserita nella lista nera che vieta ai contraenti militari di fare affari con lei.

Il 6 luglio, in una stazione di carburante a Zaporizhzhia, in Ucraina, tre vittime civili sono state uccise da un drone russo pilotato dall’IA, che ha non solo individuato i bersagli, ma “scelto” di colpirli. Per atroce ironia della sorte, il drone era guidato da un chip della Nvidia, colosso americano dell’IA.

Le aziende di IA si faranno concorrenza creando algoritmi sempre più potenti e autonomi. Secondo Hunting, i bot potrebbero imparare a scriversi i codici da soli, a meno che non gli si mettano dei limiti, cosa che non sta avvenendo per un concorso di colpa tra Capitale e governi. I colossi dell’IA avevano promesso che avrebbero dirottato fondi sulla ricerca, ma i governi, che hanno bisogno dei servizi dell’IA per condurre le loro guerre, non hanno intenzione di mettere i bastoni tra le ruote ai padroni del Capitale digitale, di cui sono servi. Forse è già come rimettere il dentifricio nel tubetto, e l’entropia, si sa, non fa che aumentare nell’universo.


Ancora su...

 

La Malavitola 


di Marco Travaglio 


A quasi due mesi dalla notizia su Lavitola indagato per la bomba a Ranucci, abbiamo letto di tutto. Che Ranucci la bomba se l’era messa da solo. Che gliel’aveva messa Lavitola d’accordo con lui. Che sapeva che gliel’aveva messa Lavitola, ma lo copriva con alibi e depistaggi. Che Lavitola gli aveva detto di stare attento, quindi era ovvio che stesse per mettergli la bomba. Che Ranucci va arrestato come Lavitola, a prescindere. Che deve tacere, ma pure “spiegare i suoi silenzi”. Che ha trasformato Report in “Telelavitola” con servizi-bufala su commissione. Che la mattina era un satiro divoratore di donne, ma nel pomeriggio aveva rapporti gay con Lavitola e con un attore (poi, forse, la sera diventava trans). Che ricatta tutti, anzi è ricattato da tutti. Che sta scrivendo un libro a quattro mani con la Boccia. Che è colluso con Gratteri e l’Anm. Che agisce per conto dei 5Stelle, anzi di Avs, anzi del Pd (per non parlare della “sinistra Usa” e forse di Putin), che però smentiscono, quindi “lo scaricano”. Che, siccome ha subìto molte querele temerarie da gente che non ha mai diffamato, non deve querelare chi lo diffama. Che, siccome vogliono cacciarlo da Report, deve “fare un passo indietro”, altrimenti “si imbullona alla poltrona”. Che deve prendere lezioni di etica da Minoli, Vespa, Colosimo, Delmastro, La Russa e pure dal generale Mori. Che – testuale – “minaccia la Rai” (Libero) e “fa pure la vittima” (Verità).

Purtroppo erano tutte balle, smentite dalle carte, dagli inquirenti e dalla logica. L’unica cosa vera, in attesa di un movente sensato per l’attentato, è che la Rai ha deciso di punire la vittima dell’attentato cacciandolo da Report. Ma non ne spiega il motivo, perché non esiste, a parte il fatto che Ranucci e Report stanno sulle palle al governo e a mezza opposizione e vogliono liberarsene in tempo per la campagna elettorale. La Rai aveva anche sguinzagliato il “Comitato Etico”, di cui nessuno sospettava l’esistenza vista la cloaca che va in onda da mane a sera, per passare ai raggi X ogni puntata di Reportsperando di scovare qualche trave o almeno qualche pagliuzza a cui appendere l’epurazione. Ma non ha trovato niente di niente. Quindi allontanare Ranucci è illegale per contratto, leggi, Costituzione e Media Freedom Act europeo: l’epurato avrebbe ottime chance di vincere la causa e tornare al suo posto in pochi mesi con procedura d’urgenza. Un nuovo caso Santoro in piena campagna elettorale. L’ultima speranza per questa Rai disperata è che la redazione di Report le tolga le castagne dal fuoco, spaccandosi e offrendo qualche nome improbabile come kapò per far fuori il conduttore e prenderne il posto. Chi vi fosse tentato si ricordi che fine fanno di solito i collaborazionisti: usati, spremuti e poi gettati nella spazzatura.

giovedì 27 agosto 2026

Ragogna!

 





Deduzione

 



Pazzi, sono pazzi!

 

Mozione A. Nazzari


di Marco Travaglio 

Nel 2001 il centrosinistra cercava un candidato pronto a schiantarsi contro B.. E, prima che trovasse quello giusto (Rutelli), Corrado Guzzanti impersonò Veltroni impegnato nel casting con la Turco. Paola e Chiara, i Fichi d’India, Heidi, Topo Gigio, Napo Orso Capo e Raoul Bova, per un motivo o per l’altro, avevano declinato. E pure Leonardo DiCaprio: “Ha rifiutato perché, dopo Titanic, non vuole fossilizzarsi nella parte di chi affonda”. C’era poi la corrente Amedeo Nazzari, ma Uòlter osservò: “Nazzari – lo dico a tutti i compagni dell’opzione A. Nazzari – è morto! Porca miseria: era perfetto, ma è morto. Ho pensato: candidiamolo anche da morto, ma è impossibile. Dobbiamo fare una riforma per questo. E pazienza, quest’anno è andata così”. Lo sketch di 25 anni fa torna attuale grazie a Roberto Speranza che, terrorizzato dall’“autogol” delle primarie Conte-Schlein, ha avuto un’idea geniale. Siccome il Melonellum che impone di dichiarare il candidato premier è un “anticipo di premierato”, i progressisti non devono svelare il proprio, ma fare “una scelta simbolica, come un neodiciottenne o un anziano partigiano”. Un candidato finto, un Trompe-l’œil, tant’è che non si vede perché escludere a priori un gatto, un ficus, un comodino, un androide, magari un drone.

Alle destre che chiederanno voti ai cittadini per rimandare la Meloni a Palazzo Chigi, il centrosinistra risponderà con un simpatico quiz: indovinate chi si nasconde dietro il nostro ragazzino o il nostro nonnetto? Ricchi premi a chi ci azzecca. Nel 1994 a destra si sapeva che in caso di vittoria B. sarebbe stato premier, mentre la gioiosa macchina da guerra di Occhetto&C. tenne astutamente coperto il proprio nome (si ipotizzò poi Ciampi, ma nessuno lo seppe mai, perché ovviamente vinse B.). Idem nel 2022, quando quell’altro genio di Letta vaneggiava di “agenda Draghi” ma senza indicarlo come premier, anche perché quello – come DiCaprio – non voleva stare con i perdenti e men che meno con Fratoianni che gli aveva sempre votato contro (in ogni caso vinse la Meloni e morta lì). Con questi precedenti beneauguranti (non c’è il 2 senza il 3), prepariamoci dunque alla scelta del diciottenne o del partigiano. La prima categoria, malgrado la denatalità, porrà problemi di abbondanza: quanti ne bastano per una nuova rissa nel centrosinistra (maschio, femmina o Lgbtq+? Di sinistra, di centro o grillino? Populista o riformista? Pro Pal, Pro Kiev o, Dio non voglia, pacifista?). Il partigiano, invece, sarà arduo trovarlo: per aver fatto davvero la Resistenza, dovrà essere nato non prima del 1927, cioè aver compiuto l’anno prossimo almeno 100 anni e respirare ancora. Alla peggio, c’è sempre l’opzione A. Nazzari.

mercoledì 26 agosto 2026

Visioni diverse

 



Ragogna!

 



Grande Robecchi!

 

Le ultime da Gaza. Bibi, il cacciatore di aquiloni, abbatte i giochi dei bimbi


di Alessandro Robecchi 

C’è qualcosa di grottesco, di infinitamente offensivo, di sanguinosamente paradossale nell’indifferenza con cui l’Europa guarda al genocidio in corso a Gaza, alla conquista violenta della Cisgiordania, ai disegni di annessione in Libano, agli sconfinamenti in Siria dello Stato suprematista di Israele. Ogni giorno dobbiamo cercare un trafiletto di cinque righe, di tre righe, su nuovi assassinii, nuove tecniche di tortura, nuovi bombardamenti della popolazione civile palestinese. Due righe per i palestinesi marchiati come i prigionieri dei campi nazisti, silenzio totale sui dossier e le inchieste che parlano di bambini assassinati con un colpo singolo alla testa, sui villaggi sgomberati dai coloni supportati dall’esercito di Tel Aviv. Tutto piccolo, tutto miniaturizzato, nascosto tra pagine e pagine che parlano di altre guerre – schifose anche quelle, intendiamoci – che in Europa piacciono di più, perché aiutano i fatturati.

Ora, gli aquiloni. I bambini di Gaza li costruiscono con stracci e fili da pescatori, due pezzi di legno incrociati, meglio se gli stracci hanno il colore della loro bandiera. Dopo essere stati dislocati, deportati, bombardati nelle tende con ordigni esplosivi, feriti, mutilati, resi orfani o deliberatamente uccisi dai cecchini, sono ancora lì a far volare gli aquiloni, l’unico gioco che gli è rimasto. La risposta di Israele è stata semplicemente grottesca: una riunione tra il criminale Netanyahu, il suo ministro della Difesa Katz e i vertici militari, per dire che gli aquiloni saranno trattati come droni, chi li fa volare è un terrorista, la parola magica con la quale si giustifica la libertà di assassinare chiunque. C’è qualcosa di magico e stupefacente nella resistenza di un popolo sterminato che si ostina a resistere, a esistere.

E qui? Qui niente. Nessuna sanzione, nessuna riunione di volenterosi, nessuna – quasi nessuna, per fortuna – reazione politica, se non un patetico scuotere della testa e un allargare le braccia: Israele ha colonizzato anche la politica europea. Ora spareranno su chi fa volare gli aquiloni, forse troverete due righe sui giornali: un incidente, un errore del missile, apriremo un’inchiesta…

Su Auschwitz si poteva dire che non si sapeva, forse. Su Gaza non si può dire. Il genocidio è stato compiuto davanti a tutti, in diretta, documentato dagli stessi genocidi, filmato, fotografato per vanto, osservato dai satelliti, dai medici, dalle organizzazioni internazionali. Senza che una parola – figurarsi un fatto, una sanzione, una reazione – sia venuta dalla famosa Europa, con qualche eccezione che non è riuscita a cambiare le cose. L’azione dei terroristi coloni in Cisgiordania è stata un po’ più osservata, è vero, ma sempre in guanti bianchi e con parole di circostanza, e si capisce: se hai assistito a un genocidio senza muovere un dito, quale credibilità puoi avere ora? Ricordo Tajani balbettare qualcosa su “sanzioni ai coloni violenti”, cioè non comprare più 50 euro di datteri a chi assassina sistematicamente civili in casa loro e la fa franca. I tifosi dell’Hapoel di Tel Aviv sono arrivati a Bergamo, hanno inondato lo stadio di fumogeni e fuochi, cose vietatissime a ogni altra tifoseria, ma a loro serenamente concessi. Le misure di sicurezza hanno agito prontamente: vietato esporre bandiere palestinesi sugli spalti. Ecco: l’Italia, l’Europa, sono questa cosa qui, non è indifferenza, è complicità diretta, per questo la bandiera palestinese è oggi la bandiera di chi non ci sta. Anche in forma di aquilone.

Giusta analisi

 

Il record di Giorgia, che ha copiato B. per durare di più


di Pino Corrias 

Grazie alla tonta sinistra, l’Italia resta di destra e Giorgia Meloni ringrazia indossando il record di bugie e di durata. Il 4 settembre supererà i 1412 giorni del secondo governo Berlusconi fino a oggi il più longevo della storia repubblicana. Un primato e una certificazione della destra italiana. Della sua capacità di attraversare il tempo e gli scandali, di adattarsi ai costumi, alle tv, ai social, alle mode, ai rancori. Di cambiare abito senza cambiare pelle. Proprio come quella pulviscolare e intermittente maggioranza di italiani che di destra lo è sempre stata, ma aveva trovato il modo di non dirlo mai troppo ad alta voce.

Nella Prima Repubblica la Democrazia cristiana è stata un gigantesco biodigestore nazionale. Inghiottiva tutto. Il moderatismo e la paura dei comunisti. Le lotte sociali, le stragi nere e il terrorismo rosso. Il familismo, il Vaticano e il laicismo. I padroni, i contadini, gli impiegati. Il Sud assistito e il Nord industriale. Ma soprattutto assorbiva quel carattere ipocrita, conformista, reazionario, che il Ventennio aveva coltivato e che la Repubblica non si sognò di cancellare. Lo digeriva. Lo mescolava con il cattolicesimo sociale, con il riformismo, con pezzi di cultura laica e socialista. Arrivando a estrarre dal disordine del sovversivismo piccolo borghese, l’ordine discontinuo del centrismo prima, del centrosinistra poi. Funzionò per quasi mezzo secolo. Poi il biodigestore finì in manette.

Tangentopoli spazzò via il pentapartito, i suoi equilibri, le sue derive. Rimase sui territori un elettorato enorme, moderato, anticomunista, proprietario, diffidente verso lo Stato ma affezionato alle sue pensioni, allergico alle tasse, indulgente con i propri abusi, insofferente alle regole, innamorato dell’ordine sotto casa, disinteressato al resto. Berlusconi era già quella cosa lì, moltiplicata per cento: ci salì a cavallo.

Occhetto – stordito dallo Strappo – lo guardò correre al galoppo: con soldi a non finire, la P2 e i poteri marci, le tre televisioni, il Milan, la Mondadori, le ville, i sorrisi, le barzellette e una politica italiana ridotta a televendita. Disse che l’Italia era il Paese che amava. Gli italiani amarono lui. In misura così ostinata da consentirgli di trasformare il proprio conflitto d’interessi in un primato da rivendicare con infinite leggi ad personam. Cambiò in peggio il costume e l’immaginario, il rapporto con il denaro, con il successo, con le donne, con le regole. Il ricco diventò virtuoso. Il giudice sospetto. La legge un intralcio. La menzogna un programma di governo.

Governò quattro volte per 3.339 giorni complessivi. Record ancora suo. A certificare che non era un’anomalia italiana, ma l’Italia di aggiornata tradizione. Al punto che anche la sinistra finì per accomodarsi sulla sua scia, mimetizzandosi il necessario per stare dove sgocciola il potere e rendersi compatibile.

D’Alema e Bertinotti ne furono i campioni. Uno con il mito della barca dei quasi ricchi, l’altro con il birignao del cachemire dei quasi poveri. Entrambi con l’ambizione di essere riconosciuti statisti alla sua tavola. Che fosse quella della Bicamerale o della Crostata. Senza mai intralciare il suo potere vero, né opporsi ai suoi misfatti.

Non per caso è stato un solido democristiano a batterlo due volte, Romano Prodi, con lentezza di passo e di omelia, nessuna smania di seduzione. L’esatto contrario dell’Egoarca. Vinse nel 1996 e nel 2006. E per due volte furono i suoi alleati a maneggiare il coltello del tradimento: la prima, voltando il fattaccio in tragedia, con D’Alema disposto a bombardare Belgrado. La seconda in farsa, con Mastella sul palcoscenico dei pupi, il senatore Di Gregorio e un esordiente Valter Lavitola nel retropalco a intrecciare i fili.

La destra imparò la lezione. La sinistra talmente nulla che si arrivò a Giorgia Meloni. Al passaggio di consegne dal maschile al femminile. Con evidenti modifiche di costumi linguistici e sartoriali: via gli orrendi Caraceni del “Figantropo” di Brianza, dentro gli svolazzi di Ermanno Scervino in bianco e blu presidenziali. Via le barzellette con corna dell’era Obama, avanti con le foto sorridenti (e poi imploranti) dell’era Trump.

Ma la sostanza della navigazione – dal mellifluo “mi consenta” al perentorio “io sono Giorgia” – è rimasta la stessa: dire, disdire, adattarsi. La fiamma ha viaggiato da Salò a Cologno Monzese, passando per Atreju, Palazzo Chigi, Bruxelles. Identico il metodo di occupazione di tutti i posti disponibili e indisponibili, la Rai, le banche, i controllori istituzionali da ibridare con i controllati. Ordine pubblico da cavalcare sempre. Decreti Sicurezza per moltiplicare le pene. Immigrati nemici da imprigionare lungo ogni confine, tranne che nei campi di pomodori e nelle fabbriche. Bambini sempre stranieri, minori per la prima volta punibili, ma anche gioiellieri eroi, quando sparano, e sottosegretari immunizzati dal diritto alla privacy, quando cucinano bistecche con il pepe di camorra.

Non rispondere alle domande e governare senza riforme è la lezione che Giorgia ha imparato dal suo maestro. Che nella sua stagione ci ha lasciato la patente a punti e il divieto del fumo nei luoghi pubblici. Ora i suoi eredi festeggiano il record, ignorando il dubbio che sia un’aggravante. Si detestano in privato, ma sono sempre svelti a tornare a tavola in pubblico, specie ora, con la minaccia di Vannacci, nell’anno elettorale. E la sinistra? È ancora laggiù, tra le siepi del programma. Cerca un leader, un nome, un nuovo corso, per smontare l’eterna Italia e migliorarsi al punto da renderla migliore.


Ok il regime è giusto!

 



Maledizione

 

Le vostre Erinni vi perseguitino per sempre, non vi lascino un attimo di pace. Possiate vivere una vita schifosa voi e tutte le merde che fanno finta di non vedere questo Genocidio!





Contro l'illiberal progetto

 

O la borsa o Lavitola


di Marco Travaglio 

Se – e sottolineo se – la Rai riuscirà a cacciare Sigfrido Ranucci da Report, non coronerà soltanto il sogno dei tanti politici, affaristi, stragisti, spioni e manigoldi che da anni trafficano per liberarsi dell’ultimo programma d’inchiesta rimasto nel cosiddetto servizio pubblico. Ma anche quello di Valter Lavitola. Il quale, sulle bombe del 16 ottobre sotto casa del giornalista, ha fornito vari moventi, uno più demenziale dell’altro: dal favore dinamitardo per spingerlo a candidarsi a premier progressista al dono esplosivo per fargli potenziare le scorta. Ma su un punto, nelle intercettazioni, nelle chat e nei verbali, non ha mai tentennato: voleva Ranucci fuori da Report e possibilmente dalla Rai. L’ha detto il 12 agosto al gip: “Sarebbe stato bene se lo avessero cacciato”. E ha squadernato il suo piano (folle, tanto per cambiare) di “sistemarmi economicamente” producendo Report con una società esterna, tipo quella che forniva a La7 Servizio Pubblico di Michele Santoro, per vendere poi il programma alla Rai. Lievissima contraddizione con il delirante progetto di portare Ranucci a Palazzo Chigi e se stesso al seguito come “suo Gianni Letta”. Ma tant’è.

Il 28 luglio 2024 la terza replica di Report batteva In onda di Aprile&Telese su La7 col 5,6% di sharecontro il 4,2, malgrado la concorrenza delle Olimpiadi. L’indomani Ranucci esultava, mentre Lavitola incalzava: “Sarebbe il momento di andarsene”. Ranucci non ne aveva alcuna intenzione, ma notava che malgrado gli ascolti – o proprio per quelli – la Rai e i suoi mandanti “stanno facendo di tutto per mandarmi via”. E Valterino: “Faresti bingo! Una buonuscita da botti. E tra due anni fai il Presidente”. Il 27 ottobre 2024, appena partita la nuova stagione di Report, il conduttore faceva il solito slalom fra attacchi, minacce, querele e dossieraggi, mentre il faccendiere li benediceva come manna dal cielo: “Potrebbero pure avere un po’ più di coraggio e ti cacciano”. Quando poi scoppiò quel chilo di esplosivo distruggendo le due auto del giornalista e mettendo a rischio la vita sua, dei familiari e di eventuali passanti, si pensò che Ranucci e la sua squadra avrebbero lavorato in pace per un po’. E quando gli inquirenti scoprirono che il mandante era proprio Lavitola, tutti sorrisero per i suoi malauguri sull’imminente cacciata dell’amico: chi avrebbe mai osato toccare un giornalista che aveva appena subìto un attentato? Beata ingenuità. È bastata mezza estate di balle e fango a reti ed edicole unificate per trasformare la vittima in colpevole. Tant’è che oggi si dà per scontato che Ranucci non condurrà più Report. A saperlo prima, Valterino avrebbe risparmiato sull’esplosivo e si sarebbe risparmiato la galera: bastava lasciar fare alla Rai e ai suoi mandanti.

martedì 25 agosto 2026

Così è anche se non pare!

 



Velatamente

 


Compare e scompare come un fantasma, lieve, esile, evaporante, questo Jared Kushner, genero dell'attuale presidente malvagio a stelle e strisce, ebreo ortodosso moderno, marito di Ivanka convertitasi pur ella all'ebraismo, tre figli. Il dietro le quinte per lui è un vezzo costante e svolto alla perfezione; si dice che la coppia possegga tra i 250 e i 700 milioni di euro, tanto per gradire. 

Si muove da ebreo, senza alcuna remora né problematica, essendo ovunque giri moneta. E' la lunga mano del suocero imbelle, è colui a cui è affidato il compito di arraffare più risorse possibili. Investitore immobiliare, le cronache ne parlano così, capace di comprare 11mila appartamenti a New York a dimostrazione della sua infinita potenza, tipica degli ebrei. Capace di infilarsi come un foglio di velina in una porta, nei grandi affari del suocero, vedasi Gaza da trasformare in un immenso resort, o tutte le squallide operazioni malevole sfregianti l'ambiente a scapito dei riccastri come lui. 

Vien da pensare, senza alcuna prova, di come agisca allorché il padre di Ivanka sproloqui sul mondo intero, di come, suppongo, venga a sapere in anteprima le fregnacce di Donald che faranno a breve far impazzire le borse mondiali. Di come, ripeto: immagino, acquisti o venda azioni in base allo stato psicopatico ed umorale del Biondone, di come introiti dollari alla faccia dell'etica. 

Di come veda il mondo diversamente da tutti, o moltissimi, di noi.   

Ragogna!

 



Grandissimi supercazzolari!

 



Attesa ridotta

 



Patti chiari

 



Adieu!

 



Sicuri che sia il 2026?



La faida tra caporali che insanguina la città invisibile degli schiavi

di Chiara Spagnolo


Se sulla terra esiste un inferno, si chiama Borgo Mezzanone, il ghetto dei braccianti tra Manfredonia e Foggia, al cui interno convivono gli sfruttatori e gli sfruttati. Chi raccoglie pomodori per 3 euro l'ora e chi lucra sulla loro disperazione, aiutando spesso gli imprenditori italiani ad arricchirsi. È il non luogo in cui lo Stato non esiste: non c'è l'acqua corrente e la fogna, ma ci sono montagne di rifiuti e, nel caldo torrido di agosto, un odore nauseabondo. Ci sono tante regole ma non c'è la legge. Se non per qualche ora — periodicamente — dopo che accade un fatto di sangue. Come l'omicidio di Sadam Houssain, bracciante pakistano scomparso il 4 agosto e il cui cadavere è stato trovato il 21 nel bagagliaio della sua auto.

Si indaga per omicidio ma nella bidonville pugliese tutti sanno che il colpevole non sarà trovato. Come è accaduto dopo il 21 agosto dell'anno scorso, quando in un casolare fu scoperto il corpo di un 27enne macedone. Il 29 settembre, quando il cadavere nei campi con ferite da arma da fuoco era di un magrebino. E il 4 ottobre, quando un senegalese fu ucciso a coltellate. Adesso è toccato a Sadam, forse vittima di una guerra tra caporali. Il 32enne da qualche tempo era diventato un intermediario, ovvero faceva da tramite tra i connazionali e alcuni proprietari delle aziende agricole. «Li pagava lui — ha fatto sapere il fratello Nazim ai carabinieri — con gli altri pakistani non ha mai avuto discussioni». Ma, probabilmente, con i caporali che lavorano lì da anni sì. Perché il sistema criminale che regola la vita nella baraccopoli più grande d'Europa non tollera devianze né intrusioni.

Lo chiamano ex Pista quel paese di lamiere in cui vivono 5mila disperati, perché un tempo c'era un aeroporto militare. Poi il Cara, che adesso è chiuso e sarà trasformato in un insediamento abitativo. Forse. Se con i fondi europei a disposizione non accadrà ciò che è successo con i 50 milioni del Pnrr, persi a causa dei tempi troppo stretti. «Ci chiediamo che fine hanno fatto quei soldi» dice Michele Chiuccariello della Flai Cgil, mentre insieme al mediatore gambiano Mohamed incontra alcuni «ragazzi», sollecitandoli a fare attenzione dopo l'omicidio. Alle 18 tanti sono ancora nei campi, Mahamadou è tornato da poco, ha raccolto zucche per 6,50 euro l'ora. Vive a Borgo Mezzanone perché a Foggia «nessuno mi dà in fitto una casa, anche se i documenti ce li ho». Ogni mattina viene assoldato da un intermediario. «Se guadagni queste cifre sei fortunato, perché vuol dire che lavori regolarmente ma c'è chi prende anche 3 euro l'ora — continua Chiuccariello — Molte aziende attingono al bacino degli irregolari, proprio per pagarli meno». E se qualcuno prova a ribellarsi, smette semplicemente di essere chiamato. Tanto non può denunciare, come ha spiegato l'anno scorso un imprenditore al sindacalista.

Questi uomini sono fantasmi per lo Stato e numeri per le aziende. «Ci spacchiamo la schiena per far mangiare gli italiani» dice Max, tornato dalla raccolta dell'uva. Isac, invece, ha lavorato ai peperoni dalle 4 del mattino e ci tiene a togliere le scarpe e lavarsi prima di sedersi con gli altri. Qualcuno, alla baracca della Cgil, arriva per chiedere se sono iniziati i corsi di italiano. Poco distante il camper di Intersos, organizzazione umanitaria internazionale che presta assistenza socio-sanitaria. Si avvicinano in tanti: il nigeriano Abram che si è fatto male alla schiena e non lavora da giorni, il somalo Ahmed con un taglio al braccio ricucito alla meno peggio, il guineano Seko che vuole sapere come fare per parlare con il medico di base. «Ci sono persone che hanno problemi legati agli sforzi lavorativi, dorsalgie per esempio, piuttosto che ferite che si procurano sui campi, tagli, contusioni — spiega l'infermiera Elena Bertuletti — Ma assistiamo anche gente con patologie croniche, diabete, ipertensione». Tante sono anche le patologie psichiatriche e le dipendenze da alcol e droghe. Che qui entrano in enormi quantità, in un intreccio di competenze e affari tra la mafia foggiana e quelle africane, nigeriana innanzitutto. I luoghi dello spaccio li conoscono tutti, molti — che vogliono solo lavorare e guadagnare — se ne tengono alla larga.

Ma vivere tranquilli non è facile, in un posto dove pure per andare nei campi devi dare la tangente ai caporali. Oppure per spostarti, perché gli autobus non ci arrivano e per raggiungere la frazione chiamata Borgo Mezzanone bisogna pagare un euro ai taxi irregolari. Lo stesso accade per andare a lavoro all'alba. Pagare e poi salire su un'auto impolverata, come quella che guidava Sadam e che il 4 agosto è diventata la sua bara. Lì dove è stata trovata, nel quartiere somalo, ora c'è un nastro bianco e rosso in mezzo alle carcasse. «Nazim (il fratello della vittima, ndr) vuole la verità — dice il connazionale 47enne Arshad — Dopo l'autopsia, porteremo Sadam in Pakistan dove lo aspetta la sua famiglia». 

Torna l'Amaca!

 

Per non essere disertori

di Michele Serra


Anche Firenze, come Parigi, Barcellona e altre città europee, ha deciso di levare asfalto e aggiungere alberi per cercare di ridurre la temperatura urbana. Che dieci nuove strade verdi, in una grande città, servano solo a un infinitesimale sollievo, è a conti fatti una osservazione sterile: servono comunque a segnalare una volontà politica che non prevede la resa di fronte al riscaldamento del pianeta. E serve a dire che le crisi, anche le più tremende, non si subiscono. Si prova a governarle. Ci si lavora dentro.

La rassegnazione (descritta con grande efficacia letteraria da Antonio Scurati a Ferragosto su questo giornale) è un nemico pericoloso quanto il negazionismo. Il negazionista climatico ha deciso che il problema non esiste, il rassegnato che è impossibile affrontarlo. Stretta tra queste due diverse forme di diserzione c'è la buona volontà, che senza farsi troppe illusioni assume la responsabilità individuale non solo come un dovere, anche come una minuscola leva di cambiamento. Chiedete a qualunque persona che fa volontariato, nel mondo, se serve a qualcosa. Vi risponderà di sì.

L'elenco delle cose che è possibile fare individualmente, persona per persona, non è breve, e ormai appartiene al senso comune. È scienza diffusa. Piantare alberi, consumare meno carne, viaggiare di meno (l'overtourism è devastazione ambientale allo stato puro), cercare di ridurre i consumi e gli sprechi, riciclare i rifiuti, scaldare di meno le case in inverno, non abusare dei condizionatori d'estate. Ognuna di queste scelte vale, in scala, quanto piantumare dieci strade di Firenze. Non servono eroi né asceti, serve un ragionevole lavoro di riparazione dei guasti. Serve lavoro e serve cura, che sono il contrario esatto dell'inedia e della rassegnazione.

Supercazzolalistichespidoso

 

La Supervalériola 


di Marco Travaglio 

Ci voleva il dibattito sulla cultura woke (“sveglio”), riaperto negli Usa dalla Ocasio-Cortez e qui da Conte, per ritrovare una nostra passionaccia che temevamo estinta: la supervalériola, cioè la supercazzola di Chiara (si fa per dire) Valerio. Una colata di piombo su Rep dal titolo: “Il woke ha esagerato ma da quella cultura ho imparato tanto”. L’assenza di virgola prima del “ma” non deve stupire. La Valerio distribuisce la punteggiatura come gli chef il pangrattato: a manciate, ’ndo cojo cojo. Anche tra soggetto e verbo, prima della e, dopo il punto interrogativo a fine frase. Ma se ci domandassero cos’ha imparato costei dal woke, non sapremmo che rispondere, a parte l’arte di non farlo capire a nessuno. Eppure del woke “Mi ha immediatamente convinto (sic, ndr) l’aver evidenziato quanto le battaglie per i diritti non potessero procedere ‘in serie’, cioè un diritto prima di un altro, ma ‘in parallelo’, cioè un diritto insieme a un altro”. Qualunque cosa significhi, almeno per noi. Per Chiara invece è tutto chiaro: “Mi son detta, sì, mettiamo tutto insieme, dichiariamo… la connessione, l’intersezione tra riscaldamento globale, parità salariale, differenze di genere, migranti climatici, riarmo, intelligenze artificiali, ascesa delle destre, colonialismo, razzismo, povertà, smantellamento del sistema educativo pubblico… impoverimento delle classi lavoratrici… guerra, aperitivo almeno il sabato sera, curiosità culturale”. Chi volesse già chiamare gl’infermieri porti pazienza: questo frittomisto è il motivo per cui – giura la sedicente Chiara – “il woke mi è subito piaciuto”. Ne ha tratto concetti insospettabili: “Il bene è fare del bene o non è”. E, si suppone, il male è fare del male o non è (Max Catalano). Punto, punto e virgola, ma soprattutto virgola. Guai però ad “annichilire chi si considera nemico per conquistare territori semantici”: non sia mai. E poi “il linguaggio non è una religione, nonostante in principio era il verbo e il verbo era presso dio”. E il congiuntivo era un optional.

Se vi prudono le mani, aspettate un altro po’ a chiamare l’ambulanza, o vi perdete il meglio: “Da dove parlo? All’intersezione di quali insiemi mi trovo (l’insiemistica, che ben funziona per l’identità, è la matematica che non spaventa)? Donna, guardo la pallavolo, bianca, mi piace il risotto, scuola pubblica, centro Italia, studi superiori, automunita, il mio colore preferito è il verde bosco, omosessuale, mi piace il teorema di Gödel, anche se non so più dimostrarlo, ascolto Martha Argerich”. Qui potete aggiungere parole in libertà a piacere per un nuovo manifesto futurista. Tipo: “Donne, è arrivato l’arrotino con patente e teorema di Eulero anche se non sa dimostrarlo ma in compenso ascolta Povia!,?:;”. Poi, con calma, chiamate la neuro.