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sabato 1 agosto 2026
Articolo illuminante in ricordo
Miliardi e non solo: ecco i 117 padroni del mondo (che quasi nessuno conosce)
Abbiamo tutti una percezione, più o meno nitida, che un “Potere” esista. Un Potere che influisce sulle nostre esistenze, sul mondo in cui sono organizzate le nostre società, sui loro valori. Persino su cosa e come dobbiamo pensare o desiderare. Tuttavia, è un potere che ci sembra senza volto, senza luogo, inconoscibile e irraggiungibile. Questa impalpabilità ha anche l’effetto di mortificare qualsiasi volontà di cambiamento. Come posso lottare per cambiare le cose se non so neppure contro chi lottare? Dare un nome e un volto a chi comanda diventa così la premessa fondamentale per qualunque tentativo di concepire una società diversa.
A quest’opera cartografica del potere si è dedicato con certosina precisione Peter Phillips, sociologo della californiana Sonoma State University, che illustra i risultati nel suo nuovo libro Titans of Capital, appena uscito negli Stati Uniti per Seven Stories. Il libro si concentra sulle prime dieci entità finanziarie del mondo e sui “Titani” che le dirigono, occupandone i posti nei consigli di amministrazione. Non sono sei come nella mitologia greca, ma 117. Sono in soprattutto maschi (65%), bianchi (86%). Più della metà è statunitense (56%), seguono i francesi (14,5%); altre nazionalità sono tutte sotto il 5%. Sono tutti ricchi, alcuni ricchissimi, sono soprattutto i nodi di una sterminata rete di potere e relazioni da cui nulla e nessuno sfugge. Una rete che conta sul potere di immense quantità di denaro e che si tesse nei consigli direttivi di aziende, organizzazioni internazionali ed enti governativi, associazioni, università, musei, enti caritatevoli, teatri ed anche ong.

Oggi non esiste banca o multinazionale che non abbia uno o più di questi colossi come azionisti. E ciò significa potere
I Titani non hanno un potere assoluto sulle ricchezze che amministrano. Anche loro devono sottostare al supremo e assoluto comandamento: guadagnare. Tuttavia, insieme ad alcuni capi di gigantesche aziende, sono quanto di più simile esista al concetto di élite dominante, le cui opinioni, inclinazioni, passioni, convinzioni politiche finiscono per influenzare, più o meno direttamente, la vita di tutti noi. «I Titani hanno nelle loro mani la gran parte del capitale finanziario globale», ci spiega Phillips. «Governi, militari, agenzie di intelligence, gruppi politici, media aziendali e altri capitalisti, inevitabilmente, hanno un occhio di riguardo nei confronti di questi individui e fanno di tutto per garantirne protezione e supporto». I 117 “padroni del mondo” dirigono società che amministrano, nel complesso, ricchezze pari a 50 mila miliardi di dollari. La sola Blackrock, la più grande delle dieci esaminate, muove un patrimonio di 10 mila miliardi di dollari, una cifra che supera il valore del Pil di Giappone e Germania messi insieme. Le altre nove sono, in ordine di grandezza, Vanguard, Ubs, Fidelity, State Street, Morgan Stanley, Jp Morgan, Amundi, Allianz, Capital group.
Si tratta di gruppi statunitensi (7) ed europei (3), che amministrano ed investono i soldi di decine di milioni di persone. Trentacinque milioni di americani hanno per esempio del denaro dentro Blackrock. Risorse che vengono investite soprattutto comprando azioni in tutto il mondo, in base a una strategia che si può riassumere così: se compri tutto, alla fine guadagni. E funziona: dal 2017, il patrimonio dei dieci è quasi raddoppiato, passando da 26 mila a 49 mila miliardi di dollari. Oggi non esiste multinazionale che non abbia uno o più di questi dieci colossi della finanza tra i suoi principali azionisti. Ciò significa altro potere che si somma a quello emanato dal denaro. In quanto soci, i rappresentanti dei dieci, occupano posti nei consigli di amministrazione delle imprese partecipate, contribuendo a definirne scelte e strategie.
Si va dalle compagnie petrolifere Shell e BP, alle case farmaceutiche Merck, Johnson & Johnson e Roche, passando per colossi dell’auto come Volkswagen, General Motors o Mercedes. Da banche come Unicredit, al colosso dei beni di consumo Procter and Gamble. E poi Ibm, Hewlett Packard, Du Pont, Dow Chemical… per citare solo qualche nome di un’interminabile lista. Phillips sottolinea nel libro anche gli ingenti investimenti nelle industrie di tabacco, alcol, plastica, armi da fuoco, gioco d’azzardo e prigioni private, “investimenti che generano impatti negativi sulle popolazioni di tutto il mondo”. Blackrock, Vanguard e State Street sono, tra l’altro, i primi azionisti dei principali costruttori di armi statunitensi, da Lockheed Martin a Northrop Grumann e Raytehon.
Importante la presenza in associazioni, ong, enti culturali, ospedali. E il World Economic Forum è il loro salotto di casa
Non è difficile capire cosa significhi la presenza nei consigli d’amministrazione, anche in termini di accesso a informazioni privilegiate da sfruttare per le scelte di investimento delle case madri. Inciso: Blackrock, State Street, Vanguard sono pure i primi azionisti delle più importanti società di rating, Moody’s e Standard and Poor’s, che assegnano voti di affidabilità creditizia a stati e aziende (tra cui, neanche a dirlo, quelle di cui i dieci sono soci).
Fin qui il “potere del denaro”. C’è un’altrettanto importante e strutturata rete di presenze in associazioni, enti culturali, ospedali, ong, organismi governativi e internazionali. I 117 siedono per esempio nei board del Fondo monetario internazionale, della Banca dei regolamenti internazionali (una specie di banca centrale delle banche centrali) e del consiglio atlantico Nato. Hanno ruoli nella Federal Reserve e nel suo braccio armato che opera direttamente sui mercati, la Fed di New York.
Sono presenti nell’associazione delle banche svizzere, nel fondo sovrano del Kuwait, nel comitato per la regolamentazione dei mercati finanziari, nel gruppo di esperti Onu per la riduzione delle emissioni. Due membri dei Titani hanno lavorato anche per la Cia. Il World Economic Forum di Davos e la Trilateral Commission sono salotti di casa.

“La disuguaglianza non è mai accidentale”, afferma peter phillips, “ma è incoraggiata dai Titani con le loro decisioni”
E ancora, tra le ong che ospitano alcuni dei 117 dirigenti nei rispettivi organi direttivi, ci sono la Croce rossa americana, la Fondazione di re Carlo terzo, Oxfam America, Save the Children, Clean air task force e tantissime altre. Tra le università spiccano il Mit di Boston, la London Business School, l’Università di Chicago, la Fondazione Ecole normale supérieure di Parigi, la scuola cinese internazionale di Hong Kong. Poi un’infinità di enti artistici e ospedali tra cui l’Orchestra di Filadelfia, il Moma di New York, l’ospedale Presbiteriano di New York, il SUMs di Venezia.
Man mano che le scelte vengono delegate al mercato, i governi mettono in pratica decisioni assunte altrove
Tra pesi massimi non conviene farsi la guerra, tutti rischiano di farsi troppo male. Le dieci società analizzate investono molto tra di loro. Nel 2022 il valore delle partecipazioni incrociate ammontava a 320 miliardi di dollari. Possiamo vederla come l’equivalente di quando le grandi dinastie regnanti si imparentavano tra loro. Qui non si maritano rampolli, ma si investono denari. Sono pratiche che consentono un attento monitoraggio delle rispettive politiche e una comunanza di interessi reciproci nel mantenimento dello status quo e nella crescita del mercato. Blackrock, per esempio, ha investito più di 17 miliardi nella “concorrente” Vanguard e altri 4 miliardi in State Street. A sua volta Vanguard ha una partecipazione in Blackrock che vale 9,6 miliardi e una in Jp Morgan che ne vale addirittura 37. State Street ha investito in Vanguard oltre 5 miliardi e 1,6 in Blackrock. Dal canto suo, Jp Morgan ha messo in Vanguard la bellezza di 70 miliardi e altri 18 li ha piazzati in Blackrock. E questi sono solo gli incroci principali.
Nel libro, Phillips spiega come questa immensa concentrazione di potere prosperi grazie a un ecosistema che la preserva con cura. «Le istituzioni del capitalismo globale proteggono la proprietà privata di beni, attività commerciali e ricchezza personale. I governi occidentali controllano i meccanismi legali e di polizia che assicurano che la ricchezza rimanga di proprietà privata e consentano ai ricchi di accumulare patrimoni sempre più grandi», dice a MillenniuM il sociologo americano.

Ciò contribuisce a esasperare tendenze come l’estrema polarizzazione della ricchezza. Del resto, ha spiegato l’economista Thomas Piketty, queste non sono anomalie o difetti del sistema capitalistico, ma sono esattamente il risultato del modo in cui il sistema funziona. “La disuguaglianza globale”, scrive Phillips, “non è mai accidentale. Piuttosto, è una circostanza incoraggiata, mantenuta e controllata dalle élite dei Titani tramite decisioni di investimento di capitale e organizzazioni politiche finanziate principalmente dai soldi di cui dispongono”.
Lo studioso ci ricorda poi che “tra le conseguenze dell’estrema disuguaglianza di ricchezza a livello globale ci sono anche guerre e minacce di guerra, la repressione dei diritti umani e le devastazioni ambientali”. Questo ci porta a una “crisi dell’umanità”, che William I. Robinson, sociologo presso l’Università della California, a Santa Barbara, descrive come “una minaccia alla sopravvivenza della nostra specie e di tutti gli esseri viventi”.
Se vogliamo provare a contrastare questa deriva, grazie al libro, sappiamo un po’ meglio a chi dobbiamo rivolgerci. «Penso che, come abitanti di questo pianeta, abbiamo tutti la responsabilità e il dovere di costruire strutture democratiche di base che sfidino apertamente la concentrazione della ricchezza e il controllo delle risorse mondiali da parte di poche persone», ci dice Phillips.
In passato era forse un po’ più semplice. I leader politici e i capi degli Stati (almeno di quelli più potenti) impersonavano la capacità e la forza decisionale. Erano esseri umani e, almeno in una certa misura, condizionabili con il voto popolare. Esisteva insomma un canale di contatto tra chi comanda e chi è comandato. Accadeva quando la finanza era subordinata alla politica, decisioni e azioni non erano mosse esclusivamente dal perseguimento di profitti.
Poi, man mano che le decisione sono state delegate al “mercato”, la nebbia si è fatta fitta, le figure sono sbiadite. Ora vediamo governi che svolgono ruoli puramente notarili, registrano e mettono in pratica cose decise in un qualche altrove e imposte senza possibilità di rifiuto poiché le punizioni minacciate sono terrorizzanti. Ricordate cosa accadde in Grecia nell’estate 2015? Nel referendum sulle condizioni poste al Paese da Fondo monetario internazionale, Banca centrale europea e Unione europea, gradite ai mercati, il 62% della popolazione votò no, “oxi”. Eppure, 48 ore dopo, il governo accettò quelle stesse condizioni.
Per prosciugare i processi democratici si ricorre a una presunta ma incontestabile “razionalità”. Una falsificazione, come emerso drammaticamente nella crisi del 2008. In Grecia, naturalmente, esistevano altri modi per gestire la crisi che avrebbero attenuato l’umiliazione e la sofferenza della popolazione. Si sarebbe però dovuto accettare di infliggere qualche perdita in più ai colossi della finanza internazionale. Ma i Titani non avrebbero gradito.
L'Amaca
Carne da naufragio
di Michele Serra
L'ipotesi che i migranti possano essere utilizzati come arma politica, carne da sbarco e da naufragio tal quale in guerra la carne da cannone, è così cinica e disumana che si stenta a prenderla in considerazione. Ma sono accadute tante cose, negli ultimi tempi, che avremmo pensato incredibili (una per tutte: Trump) e dunque è il caso di valutare seriamente l'idea che per destabilizzare l'Europa, odiata da chi odia la democrazia, ci sia chi organizza la manomissione del flusso, già disordinato, delle migrazioni.
La catastrofica vicenda di Ceuta è stata accolta dall'esultanza scomposta dei peggiori figuri del razzismo mondiale, come Ben-Gvir, Elon Musk e il mondo Maga; ma non hanno saputo sottrarsi al tiro a Sánchez e alla Spagna anche le destre europee di governo, Italia compresa, che approfittando dell'ingestibile invasione impallinano il trattato di Schengen, che in tema di libera circolazione degli esseri umani è un poco la madre di tutte le garanzie.
Rendere ingestibile il governo di un fenomeno già di suo molto impattante, così da fare leva sulle paure dell'opinione pubblica, fare avanzare ovunque i partiti sovranisti e finalmente mettere una pietra sul concetto di Europa come terra dei diritti e della tolleranza. Che questo sia un piano ben studiato, o solamente un'intenzione di infima moralità, ma di alto rendimento politico, non fa molta differenza. Il Marocco, migliore alleato di Trump nel Nord Africa, in questo caso sarebbe solo l'esecutore. I mandanti esultano sui social.
In ricordo del Capitano
Franco Baresi: Capitano per sempre
di Maurizio Crosetti
Sul crinale di quegli anni così caotici e pieni di frastuono tra gli Ottanta e i Novanta, incedeva Franco Baresi nel suo silenzio. Un'occhiata, e tutti capivano. I compagni e gli avversari. Teneva la linea, Baresi, in una difesa pensata per costruire, che poi è l'atteggiamento perfetto anche nella vita. Ci ha lasciato con garbo e misura, il capitano non solo del Milan e della Nazionale ma di uno stare al mondo nel migliore dei modi possibili, cioè con eleganza, educazione, fermezza e dignità. I famosi valori condivisi ben oltre i cortili del tifo, anche se poi è proprio lì che nasce o nasceva la bellezza del gioco, un quadrato d'asfalto, il segno bianco della pietra aguzza usata come un gesso per segnare le linee, i famosi sassi per le porte. E il resto s'immaginava, il resto erano pali e traverse fatti d'aria, trasparenti come cristallo.
Franco Baresi nasce appunto nel calcio dei cortili e dei campetti, è il 1960 e il suo miracolo è stato portare l'identica misura dentro una stagione in cui tutto cominciava a urlare, calcio compreso. Le pale dell'elicottero di Berlusconi frustano l'aria, il Milan trasporta spettacolo e persino politica, è un simbolo populista oltre che vincente, possiede lo stesso glamour a volte pacchiano delle tivù commerciali, eppure il capitano, il simbolo, l'eterno 6 è una statua scolpita nel marmo della classicità. Nel Milan roboante, ecco il fuoriclasse taciturno, fatto solo di concretezza.
Tre fratelli (Beppe, anche lui giocatore importante nell'Inter) e due sorelle, provincia bresciana, un'Italia antica e contadina, senza fronzoli. Orfani presto. La moglie, Maura, conosciuta al ristorante a Montevarchi durante un ritiro, passata in strettoie giudiziarie non piacevoli. Due figli, Edoardo e Giannandrea. Non ha avuto una vita facile, Franco Baresi, né sempre felice. Ma ha saputo attraversare anche il buio a testa alta, sapendo che dalla nebbia può materializzarsi una Coppa dei Campioni.
Come asso ha incarnato la postmodernità, perché è stato forse il più grande libero italiano di ogni epoca, dividendo il primato con Scirea da lui così diverso, e nello stesso tempo ha portato il ruolo a scomparire: l'ultimo difensore che resta in linea — la linea è tutto, non solo come baluardo estremo del portiere — ma detta il tempo nello spazio come se l'allenatore fosse Einstein più che Sacchi, infine disegna l'azione che riparte con il primo tratto scuro sul foglio bianco. Colui che chiamavano libero si trasforma, con Franco Baresi, nel play basso, metronomo e primo percussionista. Agli altri lo sviluppo e il compimento di un destino che si chiama gol: a Baresi interessava poco.
Campione di tutti, lui sì. Come quando, nel 1990, portò 39 rose rosse all'Heysel nonostante il divieto delle autorità belghe, 39 come i morti della strage. Neanche gli interisti lo fischiavano, perché la stima è qualcosa di più grande dell'amore, è più duratura. Una delle ultime bandiere, si dice sempre, però mai divisivo, non era di parte sebbene così milanista, e comunque era la parte giusta. Maradona volle la sua maglia, la indossò e disse che non aveva mai affrontato un difensore simile.
La lunga schiena fasciata d'azzurro è l'altra istantanea fulminante di quell'epopea: la maglia tenuta fuori dai calzoncini ne prolungava il dorso, dando più ampiezza a un calciatore che non arrivava al metro e ottanta ma in campo sembrava il più alto di tutti, forse perché tra tutti era il più sommo. La divisa dell'Italia trasfigurò Baresi nel 1994, lui che pure era stato campione del mondo nell'82 senza nemmeno un minuto di gioco, e che nell'86 fu lasciato a casa da Bearzot (i due non si presero mai). Terzo con Vicini a Italia '90, Baresi lo ricordiamo soprattutto nella finale di Pasadena contro il Brasile, 24 giorni dopo l'intervento chirurgico al menisco: 120 minuti perfetti, le chiusure impeccabili su Romario e Bebeto, i supplementari pressoché strazianti, i crampi maledetti e quel rigore fatale tirato comunque, calciato e sbagliato, perché il fato può sconfiggere l'eroe, non la mancanza di coraggio. Si tira perché sì, e si sbaglia, nel caso, perché si è avuto la forza di tirare.
Il leader non usa mai troppe frasi, parla con lo sguardo, i suoi discorsi sono occhiate perentorie. Jorge Valdano disse che, in campo, compagni e avversari per capire dove il gioco stesse andando non guardavano il pallone, non sé stessi e neppure gli altri, ma Franco Baresi. E se a tavola, in ritiro, qualcuno si metteva a fare un po' il cretino, le pupille del capitano lo fulminavano e basta così.
La malattia è arrivata non solo intempestiva e crudele ma silenziosa, scoperta senza sintomi in un controllo di routine. Un anno fa l'operazione al polmone, poi altro silenzio pieno di rispetto. Sembrava stesse meglio, il piscinin. Quando, a sorpresa, Franco Baresi riapparve nei televisori il 6 febbraio vestito da tedoforo, bianco come un fiocco di neve e come un malato, nella cerimonia inaugurale di Milano Cortina accanto all'amico interista Beppe Bergomi, si vide quanto fosse smunto. «È stata la più grande emozione sportiva della mia vita» ci disse con un filo di voce, il giorno dopo. Sarebbe stata l'ultima intervista, e forse lui lo sapeva anche se sul cancro tagliò corto, «è cosa passata». Chi non passerà mai è lui. In questi giorni di caos senza contrappeso, di frastuono scomposto anche per gli azzurri, si è capito ancora di più che quelli come Franco Baresi, i pochissimi, i rarissimi, sono cibo per l'anima e bussola nelle tempeste.
Daje Daniè!
Tajani scopre i fascisti poi li imita sui migranti
Il sempre spumeggiante Antonio Tajani, ministro dei poveri Esteri e financo vicepremier, durante una riunione coi suoi senatori in merito al litigio coi meloniani sulla legge elettorale e sulle intercettazioni ha detto: “Io, i fascisti di Roma li conosco: con loro bisogna usare la forza”. Ora, se uno pensa ai “fascisti di Roma” (sulla falsariga dei “nazisti dell’Illinois” dei Blues Brothers) dentro al Parlamento, pensa subito a quelli cresciuti nella sezione del Colle Oppio, in primis la Meloni, “coatto antico in un corpo da bambina”, secondo la canzone che una rock band di estrema destra le dedicò nel 1998. Infatti lei si è imbufalita e ha chiesto chiarimenti ad Antonio, come a dire: “Cos’è, anche le pulci hanno la tosse?”; al che lui le ha giurato che trattavasi di “iperbole” (da cui: o voleva dire “un po’ fascisti”, o non sa cos’è un’iperbole) e che stava facendo un discorso motivazionale ai suoi per caricarli a pallettoni contro i leghisti, notoriamente più romani di Aldo Fabrizi. Per battere i fascistoni, forte del suo physique du rôle, il partigiano Antonio ha usato l’esortazione più fascia che si possa pensare: “Come i Romani: si vince con l’unità della falange!”: i danni che fanno i video fake di Vannacci sulle menti fragili. Chissà quale “forza” uno come Tajani sia convinto di poter far valere, se quella fisica, quale sola si sospetta conoscano i fascisti di ogni città, o intellettiva (Tajani contro Rampelli sulle preferenze: praticamente la versione politica di Newton contro Leibniz sulla paternità del calcolo infinitesimale), e comunque la si metta rischia parecchio. Non resta che la forza politica: eliminando le preferenze, Tajani spera di poter lucrare ancora qualcosa sul nome di Berlusconi, grattandolo dal simbolo e dalla fiducia che la figlia Marina sembra ancora accordargli; i listini bloccati, coi candidati scelti dal vertice (cioè sempre Marina), garantiscono al non-partito Forza Italia di blindare candidati fedeli che nessun cittadino ha mai visto in natura, opportunamente tenuti al fresco in qualche cantinetta refrigerata di Cologno Monzese o parcheggiati in qualche giunta siciliana dal 1994. Sarebbe spiacevole, per Antonio, ritrovarsi convocato dai due eredi nel quartier generale di Mediaset come nell’aprile scorso, quando Marina e Pier Silvio gli comunicarono che avrebbero cambiato i capigruppo di FI alla presenza dell’amministratore delegato di Fininvest. Come spiegherebbe ai padroncini di non avere voce in capitolo nemmeno sulle intercettazioni a strascico, ora previste solo per mafia e terrorismo, che FdI vuole estendere alle indagini su corruzione, scambio elettorale politico-mafioso e altri reati dei colletti bianchi, quando Nordio le toglierebbe pure per i mafiosi, che “non parlano al telefono”?
È buffo che Tajani si preoccupi solo ora della presenza in maggioranza di nostalgici del Ventennio, quando fu proprio il padrone del suo partito a portare i fascisti al governo del Paese; né risulta che abbia mai preso le distanze su alcunché dai nipotini di Almirante. Ma Antonio ultimamente ha spesso crisi di coscienza: dopo aver definito “inaccettabile” la condotta peraltro impeccabile degli israeliani contro diplomatici italiani, carabinieri, il cardinale Pizzaballa, statuette della Madonna e da ultimo contro l’Italia, definita “il Paese delle ciabatte” da Ben-Gvir (giammai contro 80 mila civili palestinesi massacrati), giorni fa ha detto di trovare “inaccettabili” le violenze dei coloni israeliani in Cisgiordania, ma solo perché “indeboliscono la posizione e l’immagine del Paese”, cioè rovinano agli occhi del mondo la specchiata reputazione di Israele; reputazione che lui, Antonio, ha contribuito a edificare, votando contro le tregue umanitarie e rafforzando i rapporti militari con Tel Aviv col pretesto del dual use.
Ieri, siccome lui odia i fascisti alla Vannacci, s’è affrettato a strumentalizzare l’attraversamento del confine di Ceuta di migliaia di migranti provenienti dal Marocco: “Le immagini che arrivano da Ceuta dimostrano che la scelta del Governo di Madrid di dare la cittadinanza spagnola, quindi europea, ad oltre 500 mila immigrati irregolari è stata profondamente sbagliata”. Una squallida menzogna, visto che la frontiera di Ceuta (che è in Marocco, e in mezzo c’è lo stretto di Gibilterra) è sbarrata con un recinto dal 1996 e militarizzata dal 2005, e i migranti a cui il governo spagnolo concede il permesso di soggiorno (non la cittadinanza) sono quelli che risiedono legalmente e continuativamente in Spagna per 5 anni consecutivi, non certo i fuggiaschi di Ceuta. D’accordissimo stavolta col governo presso il quale presta servizio, Tajani si è detto “favorevole alla chiusura dello spazio Schengen con la Spagna”, come se i migranti di Ceuta stessero fermi a un semaforo di Pamplona in attesa di varcare i Pirenei e di raggiungere Lourdes, indi Mentone; poi, da lì a Genova, è un attimo.
In mano a dei pazzi
Le guerre degli altri
Il governo che qualche comico si ostina a chiamare “sovranista” ci ha infilati in un’altra guerra, ovviamente senza dichiararla: a marzo ha schierato aumma aumma, con mezze frasette ambigue in audizioni e risoluzioni parlamentari, almeno 400 soldati italiani col contorno di caccia, aerei spia, batterie anti-missile e cannoni anti-droni, in Arabia Saudita. Avete capito bene: per proteggere il regime sanguinario e patibolare di bin Salman, squartatore di giornalisti dissidenti e recordman mondiale di impiccagioni. Gli dobbiamo forse qualcosa? Abbiamo interessi nazionali in casa sua da proteggere? Nulla, nisba, nada. L’ultimo vero governo sovranista, il Conte2, vietò la vendita di armi all’Arabia che le usava per sterminare gli yemeniti nella guerra contro l’Iran che combatteva sulla loro pelle e sul loro territorio. Conte cadde subito dopo per mano di Renzi, che guardacaso quel giorno era a Riad per concionare a gettone in lode del “nuovo Rinascimento” saudita. Poi con Draghi le armi italiane tornarono a fluire a Riad. E pure con la Meloni, che accusava la “sinistra” di complicità con bin Salman, poi gli fece gli occhi dolci e affari miliardari nella tenda. Ora si scopre che gli manda pure i soldati, da quando s’è resa complice della guerra illegale al solito Iran, al seguito di Usa e Israele. Così Teheran avrà il pieno diritto di rappresaglia.
Un governo davvero sovranista farebbe gli interessi del popolo italiano, non quelli diametralmente opposti di Washington, Tel Aviv e Riad: le ondate migratorie e terroristiche che seguono ogni guerra in Medio Oriente arrivano da noi. Lo stesso vale per l’Ucraina, che da quattro anni tenta di trascinarci in guerra con la Russia (nemico suo, non nostro) e ora pure con l’Iran. Per farsi armare pure da Trump e Netanyahu, Zelensky s’è imbucato nella loro guerra (come se non gli bastasse la sua) attaccando navi iraniane. Ma le armi gliele regaliamo o paghiamo tutte noi. Quindi l’Ue, se esistesse, dovrebbe domandargli: scusa, caro, chi ti ha autorizzato a usarle contro l’Iran, esponendoci alle rappresaglie? E se l’Iran, com’è è suo diritto, bombarda Kiev, tu che fai: vieni a piangere da noi perché interveniamo o ti armiamo anche sul nuovo fronte aperto da te? Fortuna che ci ha pensato Trump a rimetterlo in riga, facendo pure dietrofront dall’insano proposito di cedergli le licenze dei Patriot. Casomai servisse, l’invasione di migranti marocchini a Ceuta dimostra che la vera minaccia per l’Europa non arriva da Est, cioè da Mosca; ma da Sud, cioè dal Mediterraneo fra Africa e Medio Oriente. L’hanno capito persino gli Usa, che prima ci hanno imposto Putin come nemico e ora hanno fatto pace con lui. Ma noi, furbi, continuiamo a combattere le loro guerre: quelle nuove e pure quelle vecchie.



