martedì 18 agosto 2026

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Calenda, eroe dei 2 mondi dal riarmo alla Picierno 


di Daniela Ranieri 

Storditi dalla calura, rischiavamo di sottovalutare la notizia dell’anno, se non del biennio: Carlo Calenda, il politico più serio e competente su piazza – come certificato da enti imparziali quali lui stesso e i suoi fan sui social (enti che peraltro spesso coincidono) – intervistato da Repubblica (che è come i figli dei separati: un giorno con Renzi, uno con Calenda), ha appena fondato il Grande Centro italiano, naturalmente guidato da Calenda. Praticamente a lui risulta che con la nuova legge elettorale “nessuno riuscirà a raggiungere la soglia del 42% che fa scattare il premio di maggioranza”, e ciò spalanca un orizzonte stupendo: “Avremo un Vannacci meno forte di quel che si pensi fuori dall’alleanza di centrodestra, il filorusso Di Battista (che gli editorialisti giurano di aver avvistato mentre si candidava contro Conte, come i picchiatelli che filmano il mostro di Loch Ness, ndr) fuori dal centrosinistra e il nostro polo liberaldemocratico… L’unica strada sarà formare in Parlamento un governo europeista che abbia un baricentro centrale”. Il “nostro polo”, che comprenderebbe “la Picierno, la fondazione Einaudi, i libdem di Marattin”, in pratica gli eredi di De Gasperi, è stato ribattezzato con un eccesso di fantasia “Terzo polo”, anche dopo la perdita di Renzi, degradato da Calenda da suo datore di lavoro a capo di una tristissima “quarta gamba centrista” che finirà nel fango del Campo largo putiniano. L’intervistatrice viene colta da un dubbio, e cioè dove pensa di andare Calenda col suo 3%, pur sommato a quelle frattaglie di zero virgola; al che Calenda cala l’asso: farà una coalizione “con quelli che sono già in maggioranza nella Ue: il Pd; una FI a tendenza Marina e non Tajani che è sottomesso a Meloni; i centristi dislocati nei due poli”. Decodifichiamo il pizzino: “il Pd” sono i sedicenti “riformisti del Pd”, cioè i cripto-renziani pro-riarmo che non hanno alcuna voglia di fare la fame col Rottamato e preferiscono mantenersi a nostre spese sotto le insegne di un partito al 20%; i “centristi dislocati” sono la sempiterna reincarnazione dei paraculi bipartisan; “una FI a tendenza Marina”, e questa è la vera notizia, è il fenomeno che avevamo previsto un istante dopo la deposizione delle ceneri del caro estinto nel mausoleo di Arcore. Tutte le manovre dentro FI, il non-partito fondato da Berlusconi per sfuggire alla legge insieme a quel Dell’Utri che ne gestiva i rapporti con Cosa Nostra, lasciano pensare che Marina, cavaliera del Lavoro come il babbo per l’evidente merito di aver ereditato un impero costruito con la frode, voglia dare una riverniciatina alla proprietà per rivendersela come partito liberal-moderato, favorevole ai diritti civili, pro-Lgbtq e un po’ pro-aborto e pro-eutanasia (sì, il partito di quello che da capo del governo fece un decreto legge per opporsi all’interruzione autorizzata dalla Cassazione dell’alimentazione forzata per Eluana Englaro, in stato vegetativo dal 1992, sostenendo che “Eluana è una persona che respira, che potrebbe anche in ipotesi generare un figlio”).

Per far passare questa boiata senza stridore, Calenda, ex ministro in governi di centrosinistra (e “magnete per i moderati” secondo Enrico Letta), deve inventarsi che Tajani è “sottomesso a Meloni”, il che peraltro sarebbe ovvio, visto che è il suo vice e ministro degli Esteri, quando tutti ricordiamo l’umiliante convocazione di Tajani negli uffici Mediaset, dove venne istruito dai padroncini Marina e Pier Silvio su questioni politiche in presenza dell’amministratore delegato di Fininvest.

Inutile dire che il sogno di Calenda coincide con le più sfrenate fantasie centrofile dei giornali padronali, da sempre suoi sponsor (a febbraio 2019 titolavano: “Calenda punta a superare il 30% alle Europee”: infatti prese il 4% dei voti dentro la coalizione del Pd, l’1,04% del voto nazionale). Da uomini di mondo, sanno che “si vince al centro”: hanno fatto il militare in Francia, dove alle elezioni volute da Macron hanno vinto le sinistre guidate da Mélenchon e l’estrema destra di Le Pen, ciò che non ha impedito a Macron di formare tre governi di centro guidati da grigi burocrati che non hanno mai visto un voto in vita loro. Se l’altra soluzione per cui si era speso l’establishment, quella di introdurre nella legge elettorale un “ballottaggio” in caso di parità tra le due coalizioni, non è praticabile al fine di neutralizzare “gli estremi” (ma in realtà di impedire al Pd di diventare un partito vagamente di sinistra), ecco pronto Calenda, l’eroe dei due mondi, che sosterrebbe indifferentemente un governo di centrosinistra, purché guidato da Gentiloni o da altro cartonato similare, o uno “di responsabilità nazionale” riarmista-draghiano di destra a trazione Marina. Sarebbe fantastico: del resto questa finta democrazia ha già mostrato tutti i suoi limiti, per esempio portando uno come Calenda alla ribalta nazionale.

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