venerdì 31 luglio 2026

Addio Capitano!

 Capitano, mio Capitano! Non trovo le parole. Ma forse non servono neppure! Riposa in pace e grazie di tutto!




Proverbio

 


Si parte!

 



Loro non noi!

 



Enclave

 



Così non vale!

 



Natangelo

 



Dovrebbero leggerlo nelle scuole!

 

Chi semina il bellicismo raccoglie la violenza 


di Pino Corrias 

Tutto il fondale e il primo piano del nostro vivere sociale lo abbiamo riempite di guerre, vendette, violenza. Ma ogni volta che vola un sampietrino in piazza o che un ragazzo accoltella un altro ragazzo, il nostro mondo adulto spalanca gli occhi. Evoca i nuovi terroristi, inventa i maranza, chiede pace, pretende sicurezza. Talk show, editoriali, politici: tutti a chiedersi da dove arriva questa violenza? Chi gliel’ha insegnata?

La domanda è ipocrita. Il mistero è banale. Perché i ragazzi non crescono nel vuoto. Crescono dentro il nostro mondo, a nostra immagine. Respirano la nostra aria. Guardano la tv e i social che guardiamo noi. Ascoltano le parole che pronunciamo. Assorbono l’alfabeto morale che abbiamo costruito nel sangue e che insegna che se due Stati litigano, si bombardano. Se una frontiera è un ostacolo, si invade. Se una minoranza ingombra, la si deporta. Se un popolo resiste prima lo si assedia, poi lo si stermina. Per la guerra servono Patriot, navi e droni. Serve coniugare al presente e al futuro il verbo più amato: riarmare, riarmarsi contro la minaccia dei nemici armati. I bilanci militari crescono ovunque. Le industrie delle armi festeggiano. I governi applaudono. I parlamenti votano. I generali spiegano. Gli opinionisti incoraggiano. La tv martella. La pace si conquista con la deterrenza, dicono gli adulti nei parlamenti del potere. E se papa Leone XIV si affaccia per dire il contrario – “la pace si costruisce con la pace” – l’idiota collettivo risponde: “Il papa fa il papa!”, non conta.

Poi accade che un sedicenne tiri fuori un coltello. E si spalanca il baratro della indignazione. Fingiamo di non riconoscere la scena. La consideriamo imparagonabile alla guerra in grande stile, quella dei missili e dei jet. Siamo pronti a tollerare il genocidio, ma non la rissa. Possiamo discutere all’infinito dell’invasione che brucia nel fosforo i civili in Donbass, in Iran o a Gaza, ma ci sorprende una baby gang a caccia di un proprio territorio. E ci spaventano i guerrieri della protesta radicale che incendiano i cantieri in Val di Susa, feriscono cento poliziotti, distruggono i furgoni, senza accorgersi, o facendo finta di non accorgersi, che le loro ragioni bruciano in quello stesso incendio.

Eppure la grammatica dei comportamenti è sorprendentemente la stessa. La rissa è una guerra in piccolo, gli scontri di piazza una rissa in grande. Il conflitto non si risolve parlando: si elimina l’avversario. La forza sostituisce la ragione, la vittoria conta più della convivenza. L’umiliazione dell’altro diventa la propaganda del proprio successo, compresi gli antagonisti convinti che per costruire, serva prima distruggere. È questo che i ragazzi vedono e imparano ogni giorno. Nulla di molto complicato. Un enorme manuale pratico. Lo vedono nei telegiornali. Lo leggono nei social. Lo ascoltano nella chiacchiera politica. Perfino le parole servono a rendere la violenza degli adulti e dei governi più asettica, più accettabile. Non si bombarda. Si neutralizza. Non si massacra. Si conduce un’operazione. Non si rade al suolo una città. Si colpiscono obiettivi strategici, peccato per i danni collaterali. La lingua adulta dissimula il sangue. Quella dei ragazzi molto meno. Le loro lame continuano a chiamarsi coltelli. Per questo scandalizzano più delle mine che mutilano ogni anno migliaia di uomini, donne e bambini nei mondi che per noi non contano.

Provate a ricordare quante inquadrature esaltano il momento in cui l’eroe carica il fucile, arma la pistola, sceglie il coltello. Il cinema le replica all’infinito, con musica adeguata. La vendetta è il motore dell’azione, il suo sentimento. Cento milioni di videogiochi fanno lo stesso, esercitano il giocatore allo sterminio automatico dei nemici e tante volte l’indifferenza alla violenza vera, quella che macchia di sangue una serata in discoteca o in piazza, viene proprio da quell’addestramento che gli psicologi ci hanno insegnato a chiamare “deficit emotivo” capace di annullare ogni forma di empatia per la vittima, ogni riflessione sulle conseguenze. Un deficit talmente identitario che solo ministri un tanto al chilo credono di contrastare con la minaccia crescente di punizioni, nuovi reati, galera. La destra trasforma la paura in linfa per il consenso. Ha bisogno di nemici: li addita, li enfatizza, li usa. La sinistra che pure condanna gli incendi sociali tanto quanto la destra, offre ragionamenti, ma troppe volte finisce per rimanerne spaesata. A entrambe fa comodo fingere che quella violenza nasca da un indistinto disagio. Sia frutto di una mutazione improvvisa, come se gli adolescenti fossero una specie diversa e non il nostro riflesso.

La violenza la pratichiamo, la insegniamo, la esaltiamo, come nelle oscene parate, allestite per celebrare la Repubblica, con le armi della guerra spianate come un serramanico e il festoso tricolore delle Frecce a nascondere la nostra cattiva coscienza.

Memoria storica

 

Dragrillo 


di Marco Travaglio 

Come nei momenti più luminosi della storia recente, torna a grande richiesta la coppia Draghi-Grillo. I due arzilli trapassati della politica hanno ripreso ad agitarsi in stereo. Il primo, già sherpa deluso della Meloni, s’è buttato sulla Schlein e, oltre a sferzare l’Ue nei giorni pari e a scuoterla nei dispari, fa cose e vede gente. Il secondo dice che i 5Stelle, da quando gl’iscritti l’hanno licenziato con un bel Vaffa, “pensano alle poltrone” e han perso “l’identità e la diversità”. Le poltrone sono gli stessi scranni parlamentari cui li candidò lui nel 2013 e nel 2018, con la differenza che non hanno posti di potere (stanno all’opposizione). Quanto all’identità e alla diversità, le hanno mantenute continuando a non rubare, a ridursi lo stipendio e a battersi per i valori che il Grillo delle origini, quello vero, aveva loro insegnato con Casaleggio sr., infatti hanno sempre tutti i poteri contro. Lui invece, non contento di averli suicidati nel 2021 conficcandoli nel governo del “grillino Draghi” e del “supremo Cingolani”, s’era fatto assumere dal M5S in nome dell’identità e della diversità per 300 mila euro e più l’anno in cambio di “consulenze di comunicazione”, cioè di insulti, per la gioia dei giornali padronali che di punto in bianco lo riabilitarono. E ora riesumano pure Toninelli (a quando Favia?) e tifano per un ridicolo “asse Grillo-Di Battista”, cioè fra chi issò il banchiere a Palazzo Chigi e chi lasciò il M5S proprio per quel motivo.

Conte gli ha ricordato la disastrosa conversione al draghismo del febbraio 2021, che lasciò la Meloni sola all’opposizione e le tirò la volata per Palazzo Chigi. E Grillo ha risposto con un video del 26.1.2022 per “sbloccare un ricordo”, cioè per far apparire Conte come l’autore di quella scelta. Il video, in cui Conte dice “il M5S non dice no a Draghi, ma gli dice sì per il governo” è una truffa, perché risale a un anno dopo e riguarda l’elezione del presidente della Repubblica. SuperMario, dopo mesi di fallimenti (dal Green Pass alla schiforma Cartabia), s’è già stufato di Palazzo Chigi e traffica per salire al Quirinale. Conte, chiamato da Grillo in febbraio a guidare il M5S, poi insultato per tutta l’estate e infine eletto leader il 6 agosto senza stipendio per 15 mesi, riunisce gli organismi del M5S. I quali, unanimi, decidono che Draghi resti al governo per evitare un’altra crisi al buio in piena pandemia (come quella di Renzi un anno prima). Di Maio se ne infischia e promette al premier, ma anche ad altri candidati, decine di voti che non ha (poi, quando Draghi si schianterà sul Colle, resterà al governo rosicando e sceglierà il bellicismo e il riarmo sull’Ucraina, gli darà l’ultima prova d’amore con la scissione di 65 parlamentari, la più ampia della storia repubblicana).

Grillo invece condivide il no a Draghi, che lo fa chiamare persino da Prodi per fargli cambiare idea alle spalle di Conte. A quel punto si rende conto di chi sia Draghi e di come l’abbia preso in giro per mesi con telefonate, incontri e blandizie via sms in cui sparlava con lui di Conte e lo invitava a seguire gli scissionisti. E racconta tutto all’amico De Masi, a Conte, a diversi parlamentari e poi al pubblico dei suoi show teatrali. Siccome tutta la stampa padronale vuole Draghi al Quirinale e, tanto per cambiare, lincia il M5S un giorno sì e l’altro pure accusandolo di voler rovesciare il governo, Conte fa quella dichiarazione per diffidare i media dal falsificare la sua linea: sono Draghi e i suoi fan a mettere in pericolo il governo, che cadrebbe subito col trasloco del premier al Colle senza un candidato autorevole per guidare al posto suo un’Armata Brancaleone che va dal M5S al Pd, da B. a Salvini, da Calenda a Renzi. Quindi dice no a Draghi al Colle perché continui a governare, visto che l’emergenza usata da Mattarella, Draghi&C. l’anno prima per impedire le elezioni anticipate (che avrebbero portato i giallorossa guidati da Conte a stracciare le destre) è tutt’altro che finita e i 5Stelle si svenarono (“abbiamo perso 40 parlamentari”) per dare la fiducia al governo Dragrillo. Già, perché sarebbe bastato il no di Grillo per far saltare l’ammucchiata di Draghi e ridare la parola agli elettori dopo il golpetto renziano.

Sblocchiamo un altro ricordo: la sera del 2.2.2021 Mattarella comunica di aver convocato Draghi per l’indomani, anche se M5S, Pd e Sel gli hanno appena detto: “O Conte 3 o elezioni”. Di Maio, riunito con Bonafede, Fraccaro e Patuanelli, dà la linea: “Draghi lo ammazziamo in Parlamento”. Fraccaro alle 23.28 twitta: “Siamo sempre stati chiari dicendo che il M55 avrebbe sostenuto solo un esecutivo guidato da Giuseppe Conte. Su questo, con coerenza, andremo fino in fondo”. Idem la Dadone, Di Battista, Toninelli e il leader reggente Crimi (“Non sosterremo Draghi”. L’indomani Draghi, uscito dal Quirinale, vede i presidenti delle Camere, Casellati e Fico. Il quale ha appena sentito Grillo, trovandolo stranamente aperturista e ansioso di parlare col sempre detestato banchiere. Così Fico dà a Draghi i numeri di Grillo. Poi Draghi riceve Conte, che rifiuta ogni incarico di governo, inclusi gli Esteri. Ma nei 5Stelle non ha voce in capitolo, non essendo neppure iscritto. L’unica sua ansia è tenere uniti i giallorosa (“io ci sarò sempre”) e non apparire un “ex” animato da rancori, anche se precisa che “le urgenze del Paese non possono essere lasciate ai tecnici”. Intanto Draghi intorta Grillo, che intorta i parlamentari (“Draghi mi è parso uno di noi”) e poi gli iscritti alla piattaforma Rousseau. Si cala le brache sui ministeri-bandiera della Giustizia e del Lavoro. Salva gli Esteri per Di Maio. Piazza all’Ambiente (anzi, al “Superministero della Transizione Ecologica”, hai detto niente!) il premio Attila Cingolani, pure lui spacciato per “grillino”. E fa espellere i 20 deputati e 21 senatori che, fedeli all’identità 5Stelle, non votano la fiducia. È il 17.2.2021. Draghi inizia a eliminare uomini e conquiste dei governi Conte e il M5S precipita nei sondaggi. Il 22.2.2021 Grillo e gli altri big implorano Conte di prendere la guida dei 5Stelle per resuscitarli. Così, tanto per sbloccare un altro ricordo.

giovedì 30 luglio 2026

Sempre con te Capitano!

 


Facciamo quadrato attorno a te. Difendiamo la tua area di rigore come hai fatto tu per anni per i nostri splendidi colori.

Alziamo il braccio in alto per dire alla morte che è in fuorigioco. Che non è ancora arrivato il momento.

Scivoliamo sul manto erboso con eleganza e dura forza, scalciando via illazioni su di te e sulla tua salute.

Sempre e per sempre dalla tua parte, Capitano ❤️🖤

Facile, che ci vuole?

 


Vendi le bibite allo stadio, trovi un movimento assetato di giustizia sociale, t'iscrivi, sgomiti, arrivi in tolda, festeggi la fine della povertà, poi capiscono che stai tramando per entrare nella reggia - casta, t'accodi a un illuminato che agli inizi svendette il paese sul Britannia a sciacalli camuffati da imprenditori, uno che più volte ha avuto la sfacciataggine di dire "E' l'ora dei sacrifici per tutti!" insomma il Dragone dei banchieri e degli affaristi, lo coccoli, accetti di tramare contro una delle poche persone per bene in circolazione, quello si dimette, il tuo mentore si ricorda di te e ti fa affibbiare un posto al sole a qualche centinaio di migliaia di euroni annui, a temperare le matite in zona petrolio, tu accetti e prendi il figone di ordinanza e blateri di essere rinato, alla faccia di tutti i coglioni che hanno creduto in te. Facile no? 

Ops!

 


Considerazioni

 


Come contraddirmi?

 


L'Amaca

 

Più Canadair per tutti

di Michele Serra


Si legge con un certo sbalordimento che la Francia e la Spagna, tra i paesi europei più esposti alla piaga degli incendi, hanno pochi Canadair, gli aerei più efficaci nello spegnimento dei fuochi boschivi. Sono rispettivamente 12 e 14, tra l'altro vecchiotti e alcuni in riparazione. Fossero stati il doppio, meglio ancora il triplo, i danni da fuoco (enormi in Francia negli ultimi giorni) sarebbero stati sensibilmente ridotti.

Un Canadair costa cinquanta milioni, meno della metà di un caccia militare di ultima generazione. Si sa che questo genere di equazioni è abbastanza arbitrario, ma viene da dire che, a proposito di «difesa europea», siamo piuttosto sguarniti proprio sul fronte più caldo, che è quello degli incendi. La guerra contro la catastrofe climatica e le sue offese vede il vecchio continente in prima linea: ecco che due nuovi Canadair (e mezzo) al prezzo di un caccia diventano una proposta all'ordine del giorno.

Un grande salto di qualità politico sarebbe sostituire alla parola «difesa» la parola «sicurezza» — i due concetti non sono così lontani. Tra corpi militari e protezione civile esiste una oggettiva promiscuità. Spesso, per domare gli incendi o per soccorrere la popolazione nel caso di catastrofi molto gravi, si mobilita anche l'esercito. Alla voce «spese per la difesa» si inseriscano dunque anche i Canadair, e altri macchinari e investimenti utili, appunto, alla difesa del territorio, della vita dei suoi abitanti, delle attività produttive. Con un processo uguale e contrario a quello di Trump, che ha ribattezzato «ministro della guerra» il suo ministro della difesa, perché l'Europa non ribattezza «ministro della sicurezza» ogni suo ministro della difesa? Come per miracolo, si occuperebbe di Canadair almeno tanto quanto di carri armati e di cannoni.

Natangelo

 



Cazzari e Cazzaro

 


Il Cazzaro dell’Estate 


di Marco Travaglio 

Non so se l’avete notato, ma è in corso una sfida all’ultima minchiata fra Tajani e Salvini per il Cazzaro dell’Estate. E attenzione: fino a qualche mese fa non c’era partita: doveva ancora nascere un cazzaro più cazzaro di Salvini. Poi, com’è come non è, Tajani ha messo la freccia e l’ha sorpassato: dopo 32 anni di carriera politica da coniglio bianco in campo bianco, ci sta dando dentro come un forsennato. Il valore strategico-militare del Ponte sullo Stretto “per le evacuazioni in caso di attacchi da Sud”, tipo se ci invade il Mozambico o lo Zambia. Il diritto internazionale che, quando lo infrange Israele, “vale ma fino a un certo punto”. Il tutorial per gli italiani sorpresi nel Golfo dall’attacco Usa: “Se vedete un drone, non affacciatevi alla finestra e non uscite sul balcone o in strada” (e, se vedete un missile, scansatevi). La fatwa all’Iran: “Basta droni, basta missili a lungo raggio, basta atomiche!” (ora gli ayatollah e i pasdaran dormono con la luce accesa). L’altro giorno era particolarmente sveglio e ha girato un video e dato un’intervista a Libero per lanciare un’ideona: “Ridurre l’aliquota Irpef del 35% al 33 per i redditi fino a 60 mila euro”. Purtroppo quell’aliquota non esiste più da gennaio: l’ha abolita il governo di cui è vicepremier fino a un certo punto. Infatti Libero l’ha subito presa per buona: “Tajani: ‘Vi svelo il piano del governo per abbassare le tasse’”. Allora Antonio La Trippa è tornato alla sua materia preferita – gli esteri – annunciando che“l’Italia prenderà tutti i 14,9 miliardi del fondo Safe” per il riarmo. Ma persino Crosetto non lo sapeva e la Lega ha ribadito il no. Così Tajani s’è smentito da solo: “I 14,9 miliardi li abbiamo solo prenotati”. Come se il prestito Ue fosse il Rischiatutto di Mike Bongiorno: se non premi il pulsante per primo, resti a secco.

Spiazzato da cotanto competitor, Salvini risponde all’aliquota e al prestito che non esistono con un decreto che non esiste, citando la prima pagina dell’autorevole Libero: “‘Arrestato rom quattordicenne: il primo col decreto anti- maranza’. Dalle parole ai fatti. Grazie Lega!”. Purtroppo il decreto anti-maranza è un disegno di legge mai entrato in vigore: ci entrerà se e quando passerà in Parlamento, campa cavallo. Intanto, per arrestare un minore che deruba due anziani, non c’è bisogno di nuove leggi: bastano quelle vecchie, scritte da gente un po’ meno cazzara. Tipo Alfredo Rocco, che era fascista, ma conosceva il diritto. Invece è in vigore il decreto Sicurezza n.4 sui fermi preventivi, ma è come se non lo fosse: domenica in Val di Susa c’erano centinaia di violenti incappucciati e non ne hanno fermato mezzo. L’unica legge di Salvini che funziona alla grande è quella del 2019 sulla “difesa sempre legittima”: il Roggero si fidò e ora è al gabbio.

mercoledì 29 luglio 2026

Aniene caput mundi!

 


Uno così non vuoi farlo CT?

 



Al museo del futuro

 



Cattiveria

 



Che dite?

 




Beh allora...

 



Click!

 



Natangelo

 



L'Amaca

 


Ci penserà il buon Dio

di Michele Serra


C'è un distacco profondo tra il racconto mediatico delle ondate di calore (quelle appena trascorse, quella in arrivo) e il loro impatto politico. Emotività alle stelle e toni molto gravi sui media vecchi e nuovi, con florilegio angosciante di statistiche spietate; nessun rilievo evidente nell'agenda dei governi, né si ha notizia di un solo Parlamento al mondo che si sia mobilitato d'urgenza per discutere il da farsi.

In tutto il mondo, del resto, avanza e in molti Paesi governa la destra negazionista (Trump è il suo campione), che nega risolutamente il problema e considera ininfluenti (o faziosi, non si capisce per quale ragione) le migliaia di studi scientifici sul ruolo ormai accertato delle attività umane nel mutamento climatico. Perché mai l'uomo dovrebbe farsi delle domande, se non ha alcuna responsabilità in ciò che sta accadendo?

Al di là di questa constatazione (più vince la destra, meno ci si preoccupa del clima: sintesi brutale ma suffragata dai fatti e dalle parole), il tragico sospetto è che il cambiamento delle abitudini di vita richiesto dall'emergenza sia così radicale, e così impopolare, che nessuna classe dirigente al mondo avrebbe il coraggio e la forza per proporlo. E così si va avanti a vista, facendo finta di niente, sperando che sì, effettivamente l'allarme sia esagerato, che vuoi che incida un condizionatore a 20 gradi (temperatura media degli interni americani in estate; laggiù sono condizionati anche gli stadi da ottantamila posti), che vuoi che sia una centrale a carbone in più o in meno. Vale ancora, per molti, pensare che sarà il buon Dio a provvedere. E chi non confida nel buon Dio può sempre affidarsi a quella divinità minore, e però potentissima, che è il fatalismo. Precede la scoperta di Dio, il fatalismo, nella cronologia delle superstizioni.

Robecchi

 

Taca la bala. Urge allenatore mai stato a est di Bergamo: i nostri candidati 


di Alessandro Robecchi 

È davvero incredibile che in un Paese che vanta potenzialmente sessanta milioni di commissari tecnici della nazionale, non si riesca a trovarne uno che mette d’accordo, non dico tutti, ma almeno quattro o cinque persone. Ora, è possibile che mentre viene pubblicata questa rubrichetta sia spuntato finalmente un nome (Mancini? Conte? Lino Banfi?), ma al momento, mentre scrivo, ogni candidatura è valida, purché abbia il benestare di Pina Picierno e Carlo Calenda, gente che ha la facoltà di promuovere o bocciare direttori d’orchestra, cantanti lirici, allenatori, sovrintendenti, direttori di museo, stallieri, pasticceri, manutentori di ascensori e domatori del circo. Ci permettiamo quindi, approfittando del caos totale, di proporre i nostri candidati, certi che verranno presi in considerazione dai vertici dello sport nazionale. Ecco la lista del Fatto Quotidiano, in collaborazione con l’associazione “Scapoli e ammogliati”, che di calcio si intende da tempi non sospetti.

Egidio Verigon. Tornitore di Conegliano Veneto, sessantadue anni, da cinquantanove discute di calcio al bar con una certa composta competenza che gli deriva da profondi studi tattici e dal massiccio consumo di prosecco. Verigon è un grande sostenitore del modulo nove-uno-uno, cioè nove giocatori davanti alla porta, uno a centrocampo che ordina da bere e un centravanti disperso lassù, nell’area avversaria, dove nessuno lo raggiungerà mai. Una buona soluzione con una pecca: una volta, nel 1976, ha letto un racconto di Gogol’, e questa sua vicinanza con la cultura russa lo rende sospetto. Piace alla Federazione, ma il veto di Pina Picierno potrebbe bruciarlo.

Marino Ferrini. Salumiere di Reggio Emilia, ha allenato per due anni la Nazionale Produttori di Parmigiano Reggiano, raggiungendo una finale regionale (persa malamente contro la selezione dei produttori di squacquerone, più fluidi nella manovra). Il suo motto è: “Nessun titolare, gioca chi è più in forma”, e infatti nelle ultime sei partite non è sceso in campo nessuno e le squadre avversarie hanno vinto a tavolino, una soluzione che ha evitato infortuni ai giocatori e un netto risparmio sui premi-partita. Purtroppo – il suo punto debole – abita in via Togliatti, il che ha portato al veto di Carlo Calenda: “Uno che abita in una via intitolata a uno che prendeva soldi da Mosca non può guidare la Nazionale”. Bruciato anche lui.

Gino Lorusso. Nonostante sia fieramente barese, staziona nel bar sotto casa mia, a Milano, ventiquattr’ore su ventiquattro, praticamente fa parte dell’arredo, e lo portano dentro insieme ai tavolini quando piove. Autodidatta, non è laureato solo perché non esiste la facoltà di “Lettura della Gazzetta”. Il suo modulo preferito è il cinque-uno-uno-uno-uno-uno, cioè una difesa massiccia e gli altri in fila indiana, perché non crede nello sviluppo sulle fasce. Che si sappia, non ha alcun legame con la Russia, che non saprebbe nemmeno indicare sul mappamondo. Sarebbe un perfetto candidato, mai sfiorato da scandali o polemiche, però il fatto che sua moglie si chiami Natasha, anche se è nata a Soverato, lo rende vagamente sospetto.

Nereo Rocco. Discreto centrocampista e immenso allenatore italiano, darebbe garanzie di bel gioco e qualità. Il fatto che sia morto nel 1979, quando Pina Picierno non era ancora nata, lo rende inattaccabile e lo allontana da qualunque polemica geopolitica. Il suo motto “Vinca il migliore? Speremo de no!”, lascerebbe sperare in un discreto piazzamento dell’Italia, almeno in un mondiale a 192 squadre.

Parole sante

 

Il profeta Draghi si vanta dei suoi infiniti fallimenti 


di Daniela Ranieri 

Chi ha presente l’autore, Mario Draghi, non sarà sorpreso dal titolo del suo nuovo opus maximumCompetere o sparire (Rizzoli), una dicotomia fittizia sullo stile di quel famigerato “la pace o i condizionatori” con cui cercò di farci accettare la partecipazione di fatto alla guerra in Ucraina della Nato contro la Russia, deprecando le mollezze e gli agi consentiti agli italiani dai climatizzatori accesi grazie al gas russo.

Il sottotitolo è soave: Per un nuovo paesaggio europeo, dove la parola “paesaggio” serve ad ammorbidire le eventuali tensioni del lettore, comprensibilmente provato da anni di “sferzate”, “scudisciate”, “sveglie” e “scosse” di Draghi; è, diciamo, la vaselina che facilita l’assunzione del libro. Il primo capitolo si intitola “federalismo pragmatico”, espressione che Elly Schlein, in un’esoterica intervista al Foglio, ha piazzato lì per mandare un messaggio all’establishment che a suo dire le rema contro, e che significa qualcosa come “facciamo la federazione di Stati europei con chi ci sta”, con una Difesa unica e un potere che decide per tutti senza il vincolo dell’unanimità. L’incipit è biblico: “Quello attuale non è solo un momento di pericolo. È anche un momento di rivelazione”. Ora, “rivelazione” è il significato ultimo della parola “apocalisse”, che nella Bibbia indica il disvelamento di cose nascoste dato da Dio a un profeta, il quale profeta, ça va sans dire, sarebbe Draghi (voi ridete: nella prefazione, il giornalista economico Martin Wolf scrive: “Draghi non è più uomo d’azione. È diventato piuttosto il profeta dell’Europa”). Tuttavia, nel linguaggio comune la parola è usata per descrivere disastri immensi, guerre devastanti o la distruzione totale della Terra, quindi si mette bene.

La trama è avvincente: guerre, dazi, crisi energetiche, generati da una forza maligna e impersonale (i responsabili non sono chiari, nel libro, oppure è la Russia), hanno fatto lievitare il fabbisogno di investimenti strategici dell’Ue a quasi 1200 miliardi di euro all’anno. Dipendiamo da altri per gas, minerali, energie; nell’IA gli Usa investono cinque volte più dell’Ue. Draghi qui ha un’agnizione come quella dell’Odissea: “I nostri salari reali non sono riusciti a tenere il passo nemmeno con la nostra lenta produttività… Questa repressione salariale ha frenato i consumi e inferto un ulteriore colpo alla domanda interna causato dalla politica fiscale restrittiva”. Ma va’? E chi poteva immaginarlo?

Non certo Draghi, che nel luglio 2012, da presidente della Bce, lanciò il dardo divino del whatever it takes, a cui seguì il Quantitative Easing, per gli amici “Bazooka”, con cui la Bce creò moneta per acquistare titoli di Stato dei Paesi membri. Solo che, mentre Mario immetteva liquidità per salvare l’euro e abbassare gli spread, l’Europa, in ottemperanza al culto neoliberista tecnocratico di cui Draghi è Sommo Sacerdote (e la mitologica agenda Draghi il Vangelo), imponeva austerità fiscale e tagli alla spesa pubblica, così i benefici finanziari sono rimasti bloccati nel circuito bancario e nel salvataggio dei bilanci statali, senza tradursi in un vantaggio per le famiglie, che sono diventate sempre più povere. I greci ne sanno qualcosa: poiché il fallimento della Grecia avrebbe potuto trascinare a fondo tutta la virtuosa Eurozona, Unione Europea, Bce e Fmi (la mitica Troika) intervennero con piani di salvataggio da circa 289 miliardi, con cui lo Stato greco riuscì a ripagare gli interessi e i debiti contratti con le grandi banche creditrici tedesche e francesi. Allora tutto bene, no? No: purtroppo gli aiuti non erano gratis (“austerity”) e produssero sgradevoli effetti collaterali: crollo del Pil (-25%), devastazione dello Stato sociale (pensioni tagliate 13 volte consecutive), sanità demolita (carenza di farmaci negli ospedali), disoccupazione di massa, privatizzazioni forzate.

Pazienza, succede. La scommessa è l’anima della finanza. Come quando il Draghi presidente del Consiglio, ad aprile 2021, con 400 morti di Covid al giorno, motivò la decisione di riaprire tutto come un “rischio ragionato”, mandando in estasi i liberali per la “scommessa di Draghi”. Migliaia di anziani, fragili e malati furono sacrificati al sacro Pil. L’azzardo non sorride a Draghi. Nel giugno 2023, dal Mit di Boston, disse perentoriamente che non c’era alternativa alla vittoria dell’Ucraina sulla Russia e che per l’Europa “l’unica opzione possibile” era “garantire la sconfitta della Russia”; invece, come s’è visto, l’alternativa c’era: la prevedibile vittoria della Russia e il fallimento dell’Europa. Ma niente paura, la soluzione è nel titolo: competere. Come? Ovvio: risollevando l’economia europea con la spesa militare e le guerre. Anche perché “la Cina sta sostenendo direttamente il nostro avversario, la Russia”. Non abbiamo terminato il libro perché sappiamo già come va a finire (e anche stavolta l’assassino è il maggiordomo).

Sempre in meno a pensare

 

Geopolitica pedatoria 


di Marco Travaglio 

Neppure il più fine umorista avrebbe potuto immaginare un Paese che caccia l’allenatore della Nazionale fresco di nomina Andrea Pirlo perché è testimonial della società privata russa di scommesse sportive Fonbet, dunque “putiniano”, e l’indomani lo sostituisce con Roberto Mancini, che ha allenato non solo la Nazionale dell’Arabia Saudita, orgoglio e vanto dello squartatore di giornalisti e recordman di condanne a morte Bin Salman, ma pure la squadra del cuore di Putin, lo Zenit San Pietroburgo, che ha come proprietario e sponsor Gazprom, il colosso energetico di Stato russo. Naturalmente a noi non frega una beneamata ceppa di ciò che pensano Pirlo e Mancini della Russia o dell’Arabia Saudita, ma pure del Madagascar o del Myanmar. Ci accontenteremmo che facessero un po’ meno peggio di chi è riuscito a farci sbattere fuori dagli ultimi tre mondiali: Gattuso, Ventura e lo stesso Mancini, che nel 2022 perse i play off financo con la Macedonia del Nord, per poi fuggire a Riad per 25 milioni di motivi (in petrodollari). Ma siccome gli acchiappa-putiniani che chiedono il permesso a Zelensky pure per andare alla toilette cantano vittoria per aver sgominato il filorusso Pirlo e altri noti complici dell’invasione in Ucraina come Maldini e Leonardo, siamo curiosi di sapere perché non dicono nulla sul putiniano e binsalmaniano Mancini. A meno che, si capisce, non confessino una buona volta che la loro allergia per le autocrazie e le guerre di aggressione è selettiva: riguarda solo la Russia e ogni tanto la Cina, mentre non vale per chi fa cose molto peggiori, ma dalla nostra parte: tipo Israele, Usa, Arabia Saudita, Turchia e altri paradisi terrestri.

Potrebbero salvarsi in corner eccependo sull’immoralità di sostenere società di scommesse, ma anche lì li vediamo male: la russa Fonbet fa esattamente le stesse cose delle italiane Lotto, Superenalotto, Gratta e Vinci &C., che incoraggiano la ludopatia sfruttando la disperazione della gente, ma tengono in piedi le casse dello Stato (e in passato pure di tv e giornali con pubblicità milionarie). L’altro giorno faccia di Merlo, su Rep, se l’è presa col putiniano Pirlo rammentando che “nel 2018 con il ‘decreto Dignità’ l’Italia ha vietato la pubblicità del gioco d’azzardo”. Ma s’è scordato chi lo varò: il governo gialloverde Conte1 su proposta dei 5Stelle, che lui definiva “eversivi” e “pericolosi per la democrazia”. L’idea di valutare Pirlo e Mancini in base alle loro capacità o incapacità non ha sfiorato nessuno. Altrimenti poi vai a spiegare perché il russo Gergiev, uno dei migliori direttori d’orchestra del mondo, non può esibirsi in Italia e il presunto filorusso Buttafuoco l’hanno cacciato da Radio Rai, mentre la fidanzata di Piantedosi è ancora lì.


martedì 28 luglio 2026

Inondiamoli!

 

Prendetevi 5 minuti, inondiamo di mail la RAI, di cui tra l'altro dovremmo essere attivi utenti visto che la paghiamo! 

Ma la RAI significa, da sempre, REGIME e in questa pseudo democrazia, molto più dittatura che democrazia di nero vestita, accade che un poveretto, un pennivendolo, un peripatetico giornalista dal nome Giovan Battista Brunori, commenti un servizio su un assassinio di palestinesi per mano sionista, accade che il Brunori lo racconti come un attacco di palestinesi a dei poveretti israeliani che stavano facendo un ESCURSIONE!!!!

Non restiamo indifferenti davanti a questo scempio, a questa vergognosa narrazione dei fatti.  

Pertanto, se volete, inviate una mail a questo indirizzo:  service@rai.it 

Questo il testo: 

Spettabile Rai

Mi chiamo XXXXX XXXXX  e sono una/uno telespettatore/telespettatrice del servizio pubblico radiotelevisivo.


Esprimo la mia più profonda indignazione di fronte all'ennesima e intollerabile mistificazione della realtà andata in onda sui canali Rai. Quando si racconta un conflitto nel quale sono in discussione crimini contro una popolazione civile, la scelta delle parole non è una questione di stile: decide che cosa il pubblico crede sia accaduto e chi lo abbia fatto accadere. Ribaltare deliberatamente i fatti non è cattivo giornalismo, è complicità narrativa.

Il 24 luglio 2026, al TG1 delle ore 20:00, il giornalista Giovan Battista Brunori ha aperto il servizio sui fatti di Tell con queste parole: «Vicino all'insediamento israeliano di Avat Gilad, non lontano da Nablus, un gruppo di palestinesi ha attaccato alcuni israeliani che stavano facendo una escursione e è scoppiato uno scontro».

Questa descrizione rappresenta una falsificazione vergognosa. Quel giorno un gruppo di coloni armati provenienti da quell'insediamento era entrato con la forza nelle case e nei terreni del villaggio palestinese di Tell, un'area interdetta ai civili israeliani. Il bilancio di questa aggressione è tragico: sono state uccise quattro persone della stessa famiglia, Farooq Ramadan, 41 anni, Imran, 33, Ibrahim, 31, Jawad, 28, e altre quattro sono rimaste ferite in condizioni critiche. Nelle ore successive i coloni hanno attaccato altri cinque villaggi intorno a Nablus. Definire escursionisti degli aggressori armati e descrivere come attacco palestinese il tentativo di difesa di una comunità assediata è un atto di sciacallaggio mediatico.

Non si tratta purtroppo di un episodio isolato, ma di una condotta sistematica che suscita vivo sdegno. Il 27 luglio 2025, da Kerem Shalom, lo stesso giornalista attribuiva il deterioramento degli aiuti destinati a Gaza al fatto che «non ci sono organizzazioni che lo vanno a prendere», basandosi unicamente sulle dichiarazioni del portavoce dell'esercito israeliano e senza interpellare le organizzazioni accusate. Una tesi smentita dai fatti: due giorni dopo FAO, UNICEF, WFP e OMS avvertivano che due delle tre soglie di carestia erano state superate a causa delle restrizioni imposte agli aiuti, e il 22 agosto 2025 l'IPC dichiarava ufficialmente la carestia, precisando che derivava da decisioni politiche e militari deliberate.

I giornalisti sono tenuti per legge ad attenersi ai fatti. L'articolo 2 della legge 69 del 1963 impone come obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti, con lealtà e buona fede; il Testo unico dei doveri impone di verificare le fonti, di dare conto delle versioni difformi e di rettificare le notizie inesatte anche senza richiesta. Brunori ha calpestato ognuno di questi principi.

L'aggravante inaccettabile risiede nel fatto che Brunori non lavora per una testata privata, ma opera in qualità di inviato e corrispondente del servizio pubblico radiotelevisivo. Chi rappresenta la Rai ha il dovere morale, civile e professionale di garantire un'informazione terza, indipendente e accurata, libera da partigianerie e condizionamenti esterni. Il Contratto di Servizio impone alla Rai di assicurare il pluralismo e l'obiettività: trasformare la televisione di Stato nel megafono acritico della propaganda di una delle parti in causa è un tradimento del mandato democratico della Rai e un insulto alla dignità dei cittadini che sostengono e si fidano del servizio pubblico.

Davanti a questa reiterata e gravissima condotta, che tradisce la fiducia degli utenti e infanga la credibilità dell'intera azienda, chiedo fermamente al Consiglio di disciplina di esaminare i due servizi e di adottare i provvedimenti sanzionatori e disciplinari di competenza nei confronti del giornalista Giovan Battista Brunori.

Agli altri organi in indirizzo chiedo di valutare l'immediata necessità di un intervento correttivo e di una formale rettifica in prima serata.

Non si può più tollerare che il servizio pubblico si faccia megafono della propaganda di un esercito.

In fede,

XXXXX XXXXX


Ma che fantastica bananiera!

 


L'Amaca

 


Almeno simulare fair play

di Michele Serra


Il ministro dello Sport Abodi ha atteso meno di un secondo per esprimere la sua malcelata soddisfazione per l'inciampo del suo rivale Malagò, che ha dovuto tornare sui suoi passi sulla vicenda Pirlo. «Una brutta figura», ha commentato Abodi. Poteva dire «una vicenda sfortunata», o «un incidente di percorso», invece no: «brutta figura».

Aspettarsi che un ministro dello Sport offra un appoggio leale al presidente della più importante federazione sportiva del Paese (così come dal ministro dell'Interno ci si aspetta che non manifesti ostilità per il capo della Polizia) vuol dire non conoscere l'Italia. La faida personale e il malanimo tra capibranco in lotta sono la regola. Che qualcuno lavori per uno scopo comune, anche se gli interessi personali divergono, è pura utopia; e anche il piano B, che sarebbe affrontare le difficoltà altrui almeno fingendo fair play, è impensabile. Non siamo un paese di signori, no che non lo siamo.

Come aggravante politica va aggiunto che questo governo, a più riprese, ha manifestato ostilità per l'autonomia dello sport, e non solo dello sport. Una specie di nevrosi da controllo lo pervade, come dimostrato dal fallito assalto al Coni, dalla governance intollerante della Rai e da altre operazioni di assoggettamento (il caso più recente, del quale si parla poco o affatto, è Ispra, l'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, la cui autonomia scientifica è parsa meno salda in occasione del varo delle nuove norme sulla caccia). Ma fino a che non sarà direttamente il ministro dello Sport a nominare il ct della Nazionale, e magari a fare la formazione, sarebbe elegante almeno simulare spirito di collaborazione con il presidente federale.

Natangelo

 



Parole sante!

 



Una fiaba Nazionale

 



Ellekappa

 



Pane al pane!

 

Le Bierre in menopausa 


di Marco Travaglio 

Uno dei miei primi articoli sul Giornale di Montanelli fu sulle voci di un megatunnel di 60 km nelle Alpi e di svariati miliardi nelle casse dello Stato per un treno ad alta velocità (Tav) da Lione a Torino. Peccato che i passeggeri viaggiassero già sul Tgv e le merci sulla Torino-Modane, sotto il vecchio traforo del Frejus. Era il 1988. Il muro di Berlino era ancora in piedi e Tangentopoli rubava a man bassa. Al progetto lavorarono Andreotti, Pomicino e Necci: tutta brava gente. Il partito traversale Calce&Martello fiutò l’affare e iniziò a raccogliere dati per giustificare la follia del Tav (anzi “la Tav” perché fa più sexy). Che allora era un po’ meno folle di oggi, perché in assenza di altri valichi si prevedeva un aumento vertiginoso del traffico merci e passeggeri fra Italia e Francia negli anni Duemila. I preventivi sui costi furono poi clamorosamente smentiti al rialzo e quelli sui benefici al ribasso.

La Val Susa, già sfregiata dalla vecchia ferrovia Torino-Lione, dall’A32 e da due statali, con infiltrazioni tangentizie e ’ndranghetiste, si ribellò col movimento No Tav. Uno dei più appassionanti e partecipati movimenti democratici dal basso: cittadini di ogni età, ceto, censo e professione riuniti in cortei, manifestazioni e feste per difendere l’ambiente e il paesaggio. Sindaci, assessori, famiglie, giovani e anziani, preti e suore. Subito criminalizzati come eversivi e appositamente infiltrati da vecchi e nuovi professionisti della violenza, spesso importati dall’estero: i black bloc incappucciati, ma ben noti alle forze dell’ordine e ai Servizi – al G8 di Genova come in Val Susa – eppure sempre liberi di scorrazzare, devastare e menare (anche ora col decreto Sicurezza n. 4, quello dei “fermi preventivi”). Sennò il governo di turno non potrebbe agitare ogni volta il pericolo delle “nuove Brigate rosse”, annunciate da 38 anni e mai arrivate. Le cronache e i titoli sono sempre uguali dai primi anni 90, quando partì il famoso “cantiere”. Che è riuscito a non scavare un centimetro del “tunnel di base”: tutti sanno che non si farà mai, non ci sono soldi, ai francesi non frega nulla, il mondo è cambiato, la gente oggi viaggia in aereo o sul Tgv e domani sui droni, le merci seguono altre rotte. Ma bisogna alimentare la mangiatoia, come per il Ponte. Nel 2019 l’analisi costi-benefici degli esperti del Conte 1 suggerì di chiuderla lì, anche perché il costo era lievitato da 5 a 15 miliardi (che in Italia sono 25). Tutti i media i partiti, tranne i 5Stelle, se ne fregarono e si opposero a disdire il trattato italo-francese. Ora ci risiamo coi soliti brigatisti d’importazione in menopausa, in una valle militarizzata come il Donbass per proteggere un tunnel che non c’è. Sette anni fa Crozza disse che “il Tav è urgentissimo da ventinove anni”. Oggi da trentasei.

lunedì 27 luglio 2026

Un solo nome!

 


Un solo nome, una persona per bene! Il CT dovrebbe essere lui, fossimo una nazione decente. Silvio Baldini che aveva definito i presidenti della serie A dei lestofanti. Proprio per questo sarebbe la persona giusta, giustissima! 

Senza compromessi

 



La chiamano ancora democrazia...

 

Esproprio venezuelano: così gli Usa spogliano Caracas della sovranità


di Giuliano Garavini 


Il New York Times ha definito il segretario di Stato americano Marco Rubio “viceré del Venezuela”. Dal 3 gennaio, data nella quale il presidente Venezuelano Nicolas Maduro è stato prelevato dalle forze speciali statunitensi a Caracas, Rubio ha di fatto preso il controllo del paese. La vice di Maduro, Delcy Rodriguez si è trasformata nella Presidente ad interim nonché ventriloquo di Rubio, con il quale scambia messaggi quotidiani per prendere ordini. Il Venezuela del 2026 ricorda l’Iraq sotto il proconsole statunitense Paul Bremer dopo l’invasione del 2003, ma con alcune aggravanti. In primo luogo, pur con dosi da elefante di ipocrisia, l’invasione irachena patrocinata dai “neocon” era stata preceduta dal tentativo di assicurarsi la copertura delle Nazioni Unite (ricordiamo il segretario di Stato Powell agitare una fialetta di antrace al Consiglio di sicurezza). Inoltre, contro un’aggressione che ha provocato decine di migliaia di morti e alimentato il fondamentalismo islamico, si era sollevata l’opinione pubblica europea, nonché alcuni dei governi europei, con in testa Francia e Germania.

Il controllo americano sul Venezuela avviene invece nel silenzio delle diplomazie e riporta il paese, patria del “Liberatore” Simon Bolivar, a una subalternità peggiore di quella di inizio ’900, quando il dittatore Juan Vicente Gomez, pur allineato agli interessi del capitale petrolifero statunitense, era riuscito ad azzerare il debito estero e a rafforzare l’esercito e le infrastrutture di comunicazione.

La “Strategia per la sicurezza nazionale” di Washington del 2025 aveva già teorizzato i tratti distintivi del neoimperialismo nell’emisfero occidentale. Il “corollario Trump” alla dottrina Monroe ambiva ad un emisfero “libero da incursioni o proprietà di asset strategici da parte di forze straniere ostili”. Trump proponeva di “arruolare” governi amici e battersi per resistere a misure come tassazione, regolazione ed esproprio delle società Usa con l’obiettivo di estromettere potenze straniere, sostenere alleati, favorire il business a stelle e strisce. La conclamata volontà di annettere la Groenlandia, di controllare Panama, l’intervento diretto nelle elezioni in Argentina o in Cile, rievoca l’interventismo della Guerra fredda quando Washington favorì colpi di Stato militari come quello in Brasile nel 1964 e in Cile nel 1973. La differenza è che oggi Unione sovietica, movimenti comunisti internazionali e solidarietà europea non fanno più da contrappeso.

Il Venezuela, maggiore esportatore di petrolio al mondo tra il 1929 e il 1969, fondatore dell’Opec, epicentro di tentativi di integrazione regionale e poi dell’esperimento del socialismo bolivariano di Chavez, è oggi emblema del modello neoimperiale. Questo ha trovato terreno fertile anche per le disastrose politiche di Maduro che hanno prodotto 8 milioni di profughi, iperinflazione, indebitamento internazionale fuori controllo e collasso dei servizi essenziali.

In cosa consiste questo “modello Venezuela” esaltato da Trump? Washington ha iniziato a succhiare la linfa vitale della sovranità venezuelana. Meno di un mese dopo il rapimento di Maduro il governo ad interim ha approvato una nuova legge sugli idrocarburi che ha smantellato il regime fiscale precedente e ribaltato la nazionalizzazione del 1975, di fatto privatizzando il settore. Allo stesso tempo Washington ha creato un Fondo di deposito dei governi esteri (con sede legale prima in Qatar e poi negli Stati Uniti) dove versare i ricavi ottenuti dalla vendita di petrolio venezuelano. Questo fondo (che ricorda quello istituito per gestire i pagamenti per il greggio iracheno nel 2003) viene amministrato dal dipartimento di Stato che decide quanto versare a Caracas e per cosa. Inoltre Washington, tramite l’Ofac (l’Ufficio per il controllo degli asset esteri), decide quali operatori possano commerciare il greggio venezuelano e a chi venderlo. Il Financial Times ha calcolato che da gennaio è stato venduto greggio venezuelano per 13 miliardi di dollari, di cui solo 300 milioni sono stati versati a Caracas. Nessuno sa che fine abbia fatto il resto del malloppo, nel momento in cui il paese è stato colpito da un devastante terremoto, con oltre 5mila morti e migliaia di sfollati.

Acquisito il controllo del petrolio (il Venezuela ne detiene le maggiori riserve al mondo, mentre quelle Usa sono in declino) Rubio si è dedicato ai minerali. Il 9 aprile è stata modificata la legge mineraria del Venezuela per favorire gli investimenti esteri (americani) nell’oro, minerali critici, coltan e nell’uranio di cui l’arco minerario dell’Orinoco è ricco. Non bastasse, General Electric ha firmato contratti per entrare nel settore elettrico, finora monopolizzato da un’impresa statale.

Modifiche legislative, esproprio delle entrate, privatizzazioni, tutto viene imposto teoricamente per mettere Caracas al riparo dalle richieste dei creditori e per consentire investimenti in un Paese devastato. Di fatto però le misure spogliano il Venezuela della sua sovranità. A confermarlo c’è anche la questione del debito internazionale. Il Venezuela e la società petrolifera nazionale Pdvsa sono sommersi da un debito contratto con creditori russi, cinesi, società petrolifere e investitori privati, quantificato in un massimo di 240 miliardi di dollari (il 240% del Pil). Il paese non può ripagarlo senza condannare alla miseria le future generazioni. Gli Stati Uniti hanno imposto al Venezuela, ed è la prima volta che accade, la banca di consulenza incaricata di preparare la ristrutturazione del debito, l’americana Centerview, con la sostanziale estromissione del Fondo monetario internazionale, affidando di fatto a Washington la decisione sui creditori da salvaguardare o penalizzare. Ciliegina sulla torta: le truppe americane, con la scusa del terremoto, sono sbarcate sul territorio venezuelano e compiono in autonomia missioni armate contro il “narcotraffico”.

L’Unione europea, pur opponendosi alle pretese imperiali di Putin su territori che per secoli hanno fatto parte dell’Impero russo e poi dell’Unione sovietica, è invece totalmente muta rispetto al neoimperialismo americano in Venezuela. L’antimperialismo europeo si ferma in Donbass. Questo silenzio postula un Sud globale in cui non vi è posto per l’autodeterminazione dei popoli e una rinuncia a far valere gli interessi europei in un continente con il quale esistono profondi legami di carattere economico e culturale.

Solo sul Fatto!

 


Quale altro giornale si potrebbe permettere un articolo di quest'importanza senza temere per i suoi introiti pubblicitari? Credo quasi tutti. Unica eccezione il Fatto Quotidiano. 

Elusione, le regole Ocse col buco: Shell e i 6 mld di utili alle Bahamas


di Chiara Brusini 


Quindici anni di tentativi di riforma della tassazione internazionale delle multinazionali, segnati da scandali come LuxLeaks e casi di accordi fiscali illegali come quello tra Apple e l’Irlanda, non hanno scalfito uno dei principi su cui poggia l’intero sistema. E quel principio, spiega un nuovo rapporto del centro di ricerca indipendente olandese Somo, continua a consentire lo spostamento di miliardi di utili verso giurisdizioni a bassa imposizione dando “una parvenza di legittimità” a pratiche di elusione.

I ricercatori dell’organizzazione non governativa affiancati da Jan van de Streek, docente di diritto tributario all’Università di Leiden, sono partiti dall’analisi di 200mila documenti interni e report riservati del colosso britannico Shell, diffusi sul dark web dopo un attacco hacker e autenticati dall’Organized crime and corruption reporting project. Hanno così ricostruito come il maggior gruppo energetico europeo abbia registrato, tra 2018 e 2023, 6,2 miliardi di dollari di profitti alle Bahamas. Paese che non vanta giacimenti di greggio, ma aveva l’indubbio pregio di applicare un’aliquota d’imposta sulle società pari a zero. La controllata locale si limitava ad acquistare barili da altre società di Shell, tra cui quelle attive in Nigeria e Brasile, e rivenderlo ad altre basate nel Regno Unito e a Singapore. Il tutto con una redditività oltre cento volte superiore alla media delle altre società del gruppo impegnate nella stessa attività: tipico “sintomo” di trasferimento di profitti per beneficiare della bassa imposizione.

Il punto è che per farlo Shell non ha dovuto violare alcuna norma: è bastato sfruttare le regole globali sul “transfer pricing”, quelle che stabiliscono come devono essere fissati i prezzi delle transazioni tra società appartenenti allo stesso gruppo multinazionale. Da quei prezzi dipende appunto dove finiscono i profitti e quindi dove vengono pagate le imposte. Le linee guida Ocse si fondano sul principio di libera concorrenza (arm’s length principle): le transazioni tra società dello stesso gruppo devono avvenire ai prezzi che per quegli stessi scambi sarebbero applicati da imprese indipendenti. Il progetto Beps, pur rafforzando i controlli, non ha modificato la regola.

Ma applicare quel principio significa attribuire a ogni società del gruppo funzioni, rischi e attività, individuare imprese comparabili e stabilire il profitto spettante. Valutazioni discrezionali che vengono elaborate dalle stesse multinazionali. È il peccato originale del sistema: una “finzione” da cui secondo l’Independent Commission for the Reform of International Corporate Taxation (Icrict), in cui siedono economisti come Thomas Piketty, Joseph Stiglitz e Gabriel Zucman, derivano attribuzioni di profitti soggettive che i giudici faticano a valutare e che spuntano le armi delle amministrazioni fiscali nel contrasto all’erosione della base imponibile.

Lo dimostrano, secondo il report di Somo, anche gli altri due casi che emergono dagli Shell files. Il primo riguarda Shell Brands International, la società svizzera che detiene marchi e altri beni immateriali del gruppo. Dal 2017 le royalty versate dalle altre controllate per utilizzarli vengono determinate con il metodo raccomandato dall’Ocse, basato sul confronto con imprese indipendenti considerate comparabili. Ma studi empirici mostrano che tra il valore minimo e quello massimo compatibili con il principio di libera concorrenza possono esserci differenze superiori al 200%. Il margine di discrezionalità resta enorme. Il terzo indizio sono i conti delle società con sede nei Paesi Bassi e nel Regno Unito che forniscono al resto del gruppo Shell servizi di ingegneria, informatica e consulenza, impiegando migliaia di dipendenti. Per almeno quindici anni, pur registrando miliardi di euro di ricavi, hanno dichiarato margini di profitto quasi inesistenti perché venivano remunerate al solo costo sostenuto, senza ricarico. Dal 2017, dopo un intervento dell’amministrazione fiscale, alla società inglese è stato attribuito un profitto figurativo su cui paga le tasse, ma si parla di margini estremamente ridotti. Shell fa sapere che è tutto in regola con le indicazioni Ocse: del resto dai file emerge che uno studio interno per Shell Global Solutions International BV aveva calcolato che sarebbero stati “conformi” margini di profitto compresi tra il 2,2% e il 21,2%.

Ulteriori prove, per Somo, che il caso Shell non è un’eccezione ma la dimostrazione dei limiti del sistema, non superati dalle novità degli ultimi anni. Anche il cosiddetto Pillar One, il pilastro della riforma fiscale internazionale negoziata in sede Ocse che puntava a riallocare una parte degli utili delle multinazionali più grandi ai paesi in cui vendono servizi e realizzano ricavi, avrebbe lasciato in piedi il sistema del transfer pricing per gran parte dei profitti. In ogni caso l’accordo non è mai stato ratificato ed è su un binario morto. Icrict spera ora nella Convenzione quadro sulla cooperazione fiscale internazionale in discussione all’Onu. L’anno scorso, in un documento di contributo ai negoziati, ha proposto la soluzione auspicata anche da Global Tax Justice e Tax Justice Network: una tassazione unitaria che consideri le multinazionali come imprese uniche i cui utili globali vanno ripartiti tra i diversi Paesi sulla base di criteri oggettivi come il volume delle vendite, il numero di dipendenti e la presenza di stabilimenti, impianti e altri beni asset. Eliminando la cortina fumogena che giustifica il loro spostamento in base a logiche di pura convenienza fiscale.

domenica 26 luglio 2026

Tranquillizzati!

 


Non succederà mai, mai e poi mai. Tranquillo Ignazio il nero perdi sempre non salirà mai al Colle. A meno che non vogliate un sollevamento popolare. L’Italia ha la stupenda sua Costituzione che è Antifascista. E la proteggeremo da tutto e da tutti. Costi quel che costi!

Preludio

 


Che meraviglia alzarsi e percepire quel frizzantino in aere ambasciatore di ciò che tra poco più di un mese avvertiremo allorché questa malvagia estate se ne andrà tra scroscianti ovazioni! Quel venticello fresco che solo per qualche giorno ci affascinerà le membra per poi lasciarci in mano all’ennesima torrida prova della nostra ancestrale idiozia! Guardo con amore i maglioncini riposti in armadio, fremente di dimenticare il rivolo di sudore che già al mattino scorre solitario lungo la schiena. Fremo per l’attesa convinto come non mai che l’estate, deturpata dagli sciacallaggi ambientali, sia una punizione ingiusta, visto che i responsabili beatamente si sollazzano all’ombra di uno split, fameliche iene protese, da sempre, a ricercar maggior lucro, per il quale, quotidianamente, invio a loro il primo mattutino vaffanculo!

Happy happy!

 

Anche il Rock a volte si ricorda del Tempo! Auguroni Mick!