giovedì 20 agosto 2026

E venne il giorno

 

Andate avanti, cretini


di Marco Travaglio 

Sulla stupidità della censura c’è ampia letteratura. Ma quando a praticarla sono politici e giornalisti, il concetto di stupido si rivela pericolosamente minimalista. Ranucci conduce il programma d’informazione Rai più seguito. Un amico pregiudicato, Lavitola, gli fa esplodere una bomba sotto casa, per motivi incomprensibili a tutti fuorché agli psichiatri. Cariche e scariche istituzionali con pennivendoli da riporto gli chiedono (a Ranucci, non a Lavitola) conto dell’attentato, insinuano che se lo sia fatto da solo e reclamano la sua cacciata da Report o – bontà loro – un “passo indietro” che risparmi ai censori il fastidio di censurarlo. Il fondatore del Foglio, già spia della Cia e reggisacco delle peggiori canaglie, pretende il suo arresto: “Lavitola a Rebibbia e Ranucci no. Esiste ingiustizia più chiara?” (sì: lui). Lo stesso linciaggio tocca a chi osa ricordare che: Ranucci è la vittima, ignara anche secondo i pm; le amicizie, anche se inopportune, sono fatti suoi, a meno che non inquinino i contenuti di Report (il che non risulta); i giornalisti si giudicano non dagli amici, ma dalle notizie. Report e, ad abundantiam, il Fatto vengono lapidati in piazza per la grave colpa di “giornalismo d’inchiesta”. Ma il volume di fuoco del plotone d’esecuzione, inversamente proporzionale alla credibilità delle accuse e degli accusatori, sortisce l’effetto opposto a quello sperato. Anche chi dubitava dell’opportunità dell’amicizia con Lavitola capisce che Ranucci non viene attaccato per i suoi sbagli, ma per i meriti suoi e della squadra; e l’obiettivo dei manigoldi non è riportare l’etica alla Rai (che diventerebbe un deserto popolato da tre o quattro mosche bianche), ma cancellarne il poco rimasto.

Ranucci, che un mese fa faticava a riempire le sale, viene portato in trionfo. E chi alla Rai e a Palazzo Chigi pregustava la sua cacciata si chiede tremante se sia il caso, memore del ritorno in gloria di Santoro nel 2006. Ranucci, vicedirettore tutelato dal contratto, dalla Costituzione, dalle leggi e dall’European Media Freedom Act, impiegherebbe pochi mesi a ottenere il reintegro d’urgenza, in piena campagna elettorale. E i censori finirebbero dritti alla Corte dei Conti per danno erariale e pure all’Ue, che vieta interferenze politiche nell’informazione. Il sentimento popolare è tutto nelle geniali battute sul web. Ecco Gimmorisò su X: “L’Italia è quel Paese meraviglioso in cui è la politica a fare le domande ai giornalisti, e non viceversa”, “Lo scoop di Capezzone sul Tempo ha dimostrato che con lo stipendio di Bruno Vespa ci paghi tutta la redazione di Report”. Un altro mese così e Ranucci, anziché perderla, triplicherà la sua popolarità, per ora solo raddoppiata. Quod non fecerunt Lavitolas, fecerunt cogliones.

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