Un normale Ferragosto di Apocalisse
di Antonio Scurati
Spossati, cedevoli ma rabbiosi, malinconici per l'affievolirsi di qualcosa di cui a stento ricordiamo il nome, ci abbandoniamo all'inerzia di un ozio sterile, di un malumore cronico, di una vacanza triste. Languire, questo sembra essere il nostro destino.
«Che caldo!».
Lo dice con un tono prossimo all'imprecazione, alla bestemmia, eppure lo sussurra con un filo di voce, i suoni si articolano a stento. Lo dice con la pronuncia aspirata, tipica della Toscana ma potrebbe avere l'accento, cadenza o inflessione di qualsiasi luogo d'Italia (e, forse, d'Europa).
«Che caldo». Si ripete. Non ha altro da aggiungere.
Mi volto.
Vedo un anziano disteso di schiena su un lettino da spiaggia di ultima generazione con il petto rivolto al cielo arroventato, il capo reclinato, le braccia distese lungo i fianchi. Tiene gli occhi sbarrati e la bocca dischiusa. Anatomicamente è supino ma di fatto è prono: totalmente sottomesso alla calura. Ha ancora una folta chioma di capelli bianchi sulla testa, un'abbronzatura sapiente, un corpo snello, considerata l'età. Un bel vecchio, insomma. È un avvocato lucchese in pensione, un uomo ancora in gamba, viene qui in villeggiatura da cinquant'anni, mezzo secolo, estate dopo estate, da tutta una vita. Ma quella vita adesso è finita.
«Che caldo!».
Alzo lo sguardo dal mio vicino d'ombrellone. La prospettiva mi offre un'infilata di lettini uguali al suo, di corpi schienati analoghi al suo, di identici languori. Mi appaiono decine, centinaia di supposti bagnanti talmente accaldati da non trovare nemmeno la forza — il coraggio? — di trascinarsi in acqua. D'altronde il bagno non offrirebbe refrigerio: il Mar Mediterraneo ha raggiunto in questi giorni temperature superiori ai trenta gradi. E, allora, i supposti bagnanti se ne stanno lì, da ore, accasciati sui loro lettini di ultima generazione, distesi sulla schiena, le mani lungo i fianchi, gli occhi spalancati e la bocca dischiusa, perfettamente immobili, nell'illusione che l'inazione li preservi e nel timore che l'azione li schianti.
Mi alzo in piedi per vedere meglio, più lontano. La stessa scena mi si accampa davanti allo sguardo a perdita d'occhio, la stessa umanità languida, sottomessa, sfinita. Cerco di respingerla con tutta la poca forza di spirito rimastami ma l'imagerie s'impone: sono cadaverici, siamo tutti cadaverici su questa spiaggia agostana, ancora debolmente vivi eppure già composti per la sepoltura, supini e immobili sui nostri lettini da 50 euro al giorno come dentro bare a sarcofago aperto. Questo meraviglioso angolo di Mar Mediterraneo non è più litorale ma camposanto, non più lido ma morgue balneare. Un cimitero di viventi, cimitero marino.
E mi si impone anche il paragone. Non riesco a non vedere in questo languore balneare, in questa moltitudine cadaverica da ombrellone, la metafora della nostra generale reazione all'emergenza ambientale che stiamo vivendo. Anzi, della nostra mancata reazione. Si abbatte su di noi la più grave crisi climatica dell'età contemporanea, si verificano le più fosche previsioni sul futuro del pianeta, e noi cosa facciamo? Niente. Come reagiamo? Nessuna reazione. O quasi.
Fino a ieri il riscaldamento globale, la catastrofe ecologica erano annunci provenienti dalla comunità scientifica (pressoché unanime), basati su calcoli esatti ma arcani per l'uomo comune. Adesso, però, sono un fatto esperienziale, che viviamo sulla nostra pelle — pelle arrossata, sudata, tumorale — giorno dopo giorno. I ghiacciai alpini si sciolgono adesso, in questo ferragosto 2026; adesso il fiume Po è ridotto a uno stagno maleodorante o a una pietraia riarsa; adesso i laghetti di montagna pullulano di alghe verdastre, i nostri mari di specie aliene tropicali; adesso i boschi di mezza Europa sono in fiamme, i danni all'agricoltura si stimano in miliardi, l'aumento della mortalità dovuta alle ondate di calore in decine di migliaia di decessi; adesso gli spaghetti alle vongole sono diventati un bene di lusso a causa della moria dei molluschi bivalvi. Potrei continuare con la lista delle disgrazie ma preferisco fermarmi qui perché gli elenchi di doglianze sono a loro volta un sintomo della nostra inerzia, della nostra passività, della nostra incapacità di elevarci dalla lamentela alla lamentazione tragica. Tutto ciò accade adesso, questo è il tempo dell'avvento, l'avverarsi della oramai antica profezia nefasta. Eppure nemmeno adesso reagiamo. Ad angosciare, più ancora della gravità della crisi, è la nostra incapacità di riscuoterci da infiniti, terminali torpori.
Non c'è reazione da parte della politica ma nemmeno da parte della società. I movimenti ecologisti sono in una fase di emarginazione storica proprio quando la storia dà loro ragione. Le associazioni di categoria più colpite nei loro interessi economici si limitano a chiedere sussidi. La maggioranza degli altri cittadini si limita a maledire il caldo con un filo di voce, agonizzando sui suoi lettini obituari.
La politica, poi, mi sgomenta per la sua inerzia, vindice o complice. La minaccia al nostro benessere, alla nostra stessa sopravvivenza, è tale da suggerire un accordo bipartisan, una collaborazione di tutti i partiti per affrontare uniti la terribile emergenza. Come accadde con la Assemblea Costituente in un Paese ridotto in macerie dalla guerra e dal fascismo, come accadde negli anni Settanta con un Paese messo in ginocchio dal terrorismo. Ma questa vasta, salvifica alleanza, sebbene parziale e temporanea, resta, nel nostro scenario offuscato, cialtrone e polemico, un'ipotesi fantascientifica.
A sinistra, dove l'ecologia dovrebbe essere in cima ai programmi elettorali, salvo qualche sporadico gesto di sensibilizzazione vagamente dadaista, il campo (largo) è dominato dalla penosa contesa per la leadership alle prossime elezioni (elezioni che, di questo passo, perderanno senz'altro). A destra, il silenzio, l'inerzia sono ancora più assordanti, più angoscianti. Nei comunicati ufficiali del governo, non una sola riga viene dedicata alla crisi climatica. Non una sola azione di contrasto viene intrapresa o promessa. La propaganda politica della destra populista nega o ignora totalmente il più significativo e preoccupante dato di realtà della storia contemporanea: mentre gli umani si accaniscono nello scannarsi a vicenda in un rosario di guerre contro nemici più o meno immaginari, la vita umana sul pianeta Terra è seriamente minacciata dalla crisi climatico-ambientale. A causa di ciò, il tribunale della storia infliggerà a questi irresponsabili, sciagurati guerrafondai una condanna senza appello. Ammesso che la storia continui.
Ma c'è di più. La destra populista non soltanto nega e ignora ma fuorvia l'opinione pubblica rispetto alla crisi climatica. Ce ne fornisce un chiaro esempio la propaganda paranoica montata ad arte dal governo italiano sui fatti di Ceuta. La deprecabile decisione di sospendere gli accordi di Schengen era — come notato da molti commentatori — indubbiamente finalizzata a lucrare consensi nell'elettorato più xenofobo. Chiaro e certo. Poi, però, riflettendo, mi sono detto che in quella campagna di paura e odio c'era di più: rappresentare il remoto accadimento di Ceuta come una terrificante minaccia di imminente invasione per le nostre coste otteneva l'effetto di sviare la paura dalla rovina annunciata nella crisi climatica.
Mi è, allora, tornato in mente L'immaginazione del disastro, il saggio con il quale Susan Sontag si interrogava nel 1965 sulla assurda passione del pubblico americano per i film d'orrore e fantascienza catastrofica che portavano ossessivamente sullo schermo scenari apocalittici di invasioni di specie aliene venute ad annientare il pianeta Terra. Secondo Sontag, quei film rispondevano a un trauma storico reale: la minaccia costante della distruzione atomica. Desensibilizzando lo spettatore, servivano allo scopo di esorcizzare le paure per il pericolo reale e a gestire l'ansia collettiva giustamente generata dal terrore nucleare. L'orrore del reale veniva trasformato in uno spettacolo addomesticato, la scarica emotiva collettiva normalizzava l'angoscia della distruzione atomica. Ma si trattava, ammoniva Sontag, di una «risposta inadeguata» sul piano politico, sul piano dell'agire collettivo: il piacere perverso suscitato dalla visione cinematografica di intere città distrutte allontanava gli spettatori dall'impegno necessario a evitare che fossero realmente distrutte.
Accade qualcosa di simile con la propaganda che inscena oggi la terrificante invasione degli ultracorpi migranti: prende la nostra sottile ma fondata angoscia per le conseguenze catastrofiche del riscaldamento globale e delle guerre planetarie, la devia verso una minaccia rappresentata come fronteggiabile con un risoluto — ma inutile e dannoso — gesto di brutale ostilità. Così facendo, grazie a quella perversa miscela di ribrezzo per il migrante e piacere per la sua cacciata, fornisce una valvola di sfogo alla sacrosanta angoscia climatica che essudiamo da due mesi a questa parte dai pori di ogni centimetro del nostro corpo. È il solito vecchio schema: la complessità del reale, dei suoi pericoli, delle sue sfide, viene ripudiata, tutti i problemi sono ridotti a un unico problema, quel problema a uno straniero, lo straniero a un invasore. Ributtiamolo a mare.
Purtroppo, però, non funziona. Può procurare voti e magari anche alleggerire l'ansia climatica. Ma non è un bene. È un male. La paranoia da invasione rimuove la paura cronica legata ai cambiamenti climatici e al degrado del pianeta. Ma l'eco-ansia non è una malattia mentale. Date le circostanze, sarebbe la sola forma di lucidità. Intanto, la lenta apocalissi prosegue.
E perseverano anche i tormentoni estivi. Il «ragazzo fortunato» che da quarant'anni ci fa ballare prosegue il suo summer party sulle spiagge d'Italia spiegando che «tra queste tragedie c'è bisogno di festa». Ha ragione, per carità, ha ragione: bisogna pur gioire di tanto in tanto. E, infatti, a centinaia di migliaia accorrono ad abbandonarsi all'oblio di ritmi latini, camicie hawaiane e alcol a fiumi. Ha ragione il «ragazzo fortunato» ma ha ragione da troppo tempo. Adesso è il momento in cui la sua ragione si muta in torto.
Sul maxi schermo del summer party, lettere prelevate da alfabeti di tutto il mondo compongono, a mo' di excusatio non petita, una frase di Borges: «Eravamo come sempre alla fine dei tempi… o, forse, solo all'inizio». No, ragazzo fortunato, se non reagiamo, se ci abbandoniamo ancora all'estasi della danza e dei disastri immaginari, ci attende soltanto la fine dei tempi e nessun nuovo inizio. Date queste cause e premesse, il sapiente paradosso di Borges è solo qualunquismo nichilista.
«Che caldo».
Il mio vicino d'ombrellone lo ripete ancora una volta. Ma oramai è un mormorio quasi inaudibile. È una resa. Nei suoi occhietti azzurri da bagnante del Novecento, nel suo corpo stremato da vecchio leone al sole del secolo scorso, si legge la nostalgia per la dolcezza dell'estate — e della vita — prima dell'anticiclone africano.
No, la gioia agostana non tornerà. Sono mortificato di doverla guastare ma la festa non è più qui. Non tornerà l'estasi popolaresca dei piedi sotto la tavola e della bottiglia sopra, della kermesse famigliare, della pasta al forno e dei fuochi a mare. Adesso la Madonna viene assunta in un cielo infuocato. Quella gioia satolla, spensierata e un po' ebete non tornerà e non deve tornare. Coltiviamola la sottile angoscia che avvelena questi nostri giorni, diamole un nome. Altrimenti, quello di oggi potrebbe essere l'ultimo Ferragosto dell'umanità.
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