domenica 31 maggio 2026

Finalmente!

 


L'Amaca

 


No, non conta solo la forza

di Michele Serra


La vicenda Trump-Iran comincia a diventare affascinante tanto quanto è allarmante. Inutile spiegare perché: allarmante. Affascinante, invece, è la sequenza sconnessa degli eventi, una specie di show surreale. A partire dal famoso «cambio di regime» che ha rafforzato il regime come null'altro avrebbe potuto fare; e i proclami di distruzione totale seguiti da quattro spari in croce, le minacce reciproche intrecciate a promesse di accordo, il caos geopolitico nel quale l'alleato e il nemico sono figure cangianti. (Nel frattempo, anche approfittando del fatto che quasi tutti gli obiettivi sono puntati su Hormuz, Israele porta avanti il suo brutto lavoro in Libano e a Gaza).

Non ci si raccapezza, ed è evidente che non ci si raccapezza per primo Trump, principale artefice di questa guerra, attualmente nella posizione del bullo che aveva detto «adesso ti spiano» alla sua vittima, e se la ritrova che gli saltella attorno. Con il rischio che i peggiori turbanti di Persia finiscano per diventare, su quel ring, qualcosa che non sono, ovvero eroi dell'antimperialismo, nobili resistenti, alternativa plausibile a un Medio Oriente sottomesso «all'Occidente».

Fatto sta che ne esce incrinata l'idea sulla quale ci siamo molto spesi, in tanti, negli ultimi anni: ormai conta solo la forza. Con lo sfarinarsi delle relazioni internazionali, i più grossi faranno dei più piccoli un solo boccone, si diceva. Non sta andando totalmente così. L'Iran è una potenza regionale e sotto il tallone degli ayatollah sopravvive una civiltà millenaria: ma che riesca a tenere testa a Usa e Israele affiancate non era poi così prevedibile (tant'è che Usa e Israele non l'avevano previsto). Il mondo non è così facile da semplificare, non si lascia ridurre a una sola ragione. Si dubita che Trump possa averlo capito, la speranza è che «conta solo la forza» diventi, a breve, uno slogan fallace.

Mannaggia!

 


Procede senza freni

 



Cattiveria

 



Al galoppo!

 

La parata militare umilia il 2 giugno. E pure i cavalli 


di Tomaso Montanari 

“Chissà che discorsi geniali/ sanno fare i cavalli”. Affiorano alle labbra questi versi di Gianni Rodari leggendo che la notte di venerdì un gruppo di cavalli, quasi sperando di tornare branco libero, è scappato dai preparativi della parata militare del 2 giugno, galoppando via in mezzo al caos romano. Erano stati spaventati, pare, dai botti sparati da un vigile urbano: cioè, con rispetto parlando, da una versione caricaturale dei soldati che tirano le bombe. Così, spaventati dalla finzione della guerra hanno provato a fuggire dalla pomposa celebrazione della guerra in cui sarebbero stati mute comparse. Chissà che discorsi davvero geniali saprebbero farci, quei cavalli pacifisti – o almeno pacifici. Certo più geniali di quelli della classe politica italiana, che in ottant’anni di Repubblica non è riuscita a trovare un modo di onorare il 2 giugno che non tradisse clamorosamente lo spirito della Costituzione.

La parata del 2 giugno, questa “mala parata”, è di fatto un’esibizione di armi. Tanto pervasa da spirito militarista che i volontari del servizio civile, che vi prendono parte, hanno dovuto scrivere una lettera ai vertici dello Stato per chiedere di non essere obbligati a marciare inquadrati e a passo cadenzato come se fossero militari: pratica alla quale venivano formati nelle caserme! La parte del Paese che ha a cuore la pace, e la Costituzione, guarda con sgomento a questa esibizione, che traduce in liturgia armata le infelici parole dell’inno nazionale (un altro pezzo di storia che andava serenamente pensionato dopo la Costituzione) per cui saremmo pronti non già alla vita, ma “alla morte”.

Nello scorso aprile, su Avvenire, Luigino Bruni, Elena Granata e Tommaso Greco (insieme ad altre e altri) hanno proposto di “sostituire la parata militare del 2 giugno, con le sue liturgie che rimandano a un passato da ripudiare, con una sfilata civile, come gesto politico concreto per dare spazio a una riflessione comune sulle ragioni che ci tengono assieme davanti a sconvolgimenti epocali”. E in questo 2 giugno la Rete italiana Pace e Disarmo e “Sbilanciamoci!” promuovono in numerose città diverse iniziative popolari per festeggiare una Repubblica che “ripudia la guerra”: biciclettate, flash-mob per la pace, letture della Costituzione e presìdi nei territori. E invece a Roma – sulla via fascista e colonialista dei Fori imperiali, e sotto lo sguardo annuente del garante supremo della Carta – sarà drammaticamente visibile, e pubblicamente onorata “la stretta connessione tra interessi economici, apparati militari e decisioni politiche (che) genera una ‘nazione armata’, in cui la guerra appare quasi come prosecuzione naturale della politica e il mercato delle armi diventa motore autonomo di scelte belliche” (sono parole, profetiche, della prima enciclica di Leone XIV). La “nazione armata” al posto della “Repubblica che ripudia la guerra”: che colossale atto di diseducazione collettiva. Come si fa a celebrare il ripudio della guerra, questo principio rivoluzionario che spacca in due la nostra storia, continuando stancamente a sfilare in una parata militare che si pratica sostanzialmente identica dai tempi del militarismo imperiale dei romani antichi, e probabilmente anche da prima? L’articolo 11 della Costituzione è una rivoluzione culturale sconvolgente, come capì don Milani: “È un invito a buttar tutto all’aria: all’aria buona. La storia come la insegnavano a noi e il concetto di obbedienza militare assoluta come la insegnano ancora”. Buttare tutto all’aria significa – ancora con don Milani – capire che “allora l’esercito non ha mai o quasi mai rappresentato la Patria nella sua totalità e nella sua eguaglianza”. Quell’articolo obbligava a rileggere la storia italiana, per costruire un futuro completamente diverso. Don Lorenzo l’aveva fatto, con i suoi ragazzi: “Abbiamo dunque preso i nostri libri di storia (utili testi di scuola media, non monografie da specialisti) e siamo riandati a cento anni di storia italiana in cerca d’una ‘guerra giusta’. D’una guerra cioè che fosse in regola con l’articolo 11 della Costituzione. Non è colpa nostra se non l’abbiamo trovata”.

Ecco perché oggi, invece della della “nazione armata”, vorremmo vedere sfilare la Repubblica disarmata, e disarmante. Vedere sfilare donne e uomini che lavorano negli ospedali e nelle scuole, nei tribunali e nelle procure, nella cooperazione e nel terzo settore, nelle università e nei musei: e anche nelle caserme, sì, ma non in divisa e con le armi. Una parata buona, aperta dalla Flotilla per Gaza e da Emergency, e chiusa dai nostri diplomatici e da chi studia e insegna Diritto internazionale. Di questo abbiamo bisogno, in questo 2 giugno in tempo di guerra e genocidio. Bisogno di cittadine e cittadini pronti a disertare la guerra: a disertarla come quei cavalli in fuga, animali geniali.

Dichiarazioni commentate

 

Due streghe al rogo 


di Marco Travaglio 

Diceva Montanelli: “Appena vedo accendere un rogo, salgo su e abbraccio la strega”. Ora le streghe sono Erri De Luca e Francesco De Gregori. De Luca per ciò che dice: si dichiara “sionista” e contesta il termine “genocidio” per lo sterminio dei gazawi, che chiama “massacro e strage” senz’alcuna indulgenza per gli sterminatori. De Gregori per ciò che non vuole dire: “Non faccio proclami perché non mi sento superiore a nessuno per insegnare come si vive o come si legge un articolo o che posizione prendere su Gaza, su Israele o su Dylan. Ho le idee confuse e… non mi sento di dare lezioni a nessuno, né mi va di prenderne da alcuno, soprattutto da cantanti o uomini di cinema”. Apriti cielo. Anatemi, insulti, appelli a boicottare le loro opere. Come se uno scrittore non fosse libero di usare le parole che preferisce e un cantautore di non schierarsi su tutto (sono i governi che hanno l’obbligo di farlo). E come se il talento di chi scrive libri o musica dipendesse dalle sue idee. Possiamo preferire chi la pensa come noi e lo dice ad alta voce, ma non allestire gogne e roghi sulla piazza social per chi non lo fa.

Peraltro De Luca un errore fattuale lo commette, e grave: su Gaza parla di “guerra brutale e moderna, in cui il numero di vittime civili è enorme e terribile perché quando si combatte in uno spazio urbano denso, tra scuole e ospedali, la popolazione paga sempre il prezzo più alto”, come “a Mosul, a Raqqa e a Mariupol”. Eh no: in Iran, in Siria, in Ucraina e in tutte le guerre antiche e moderne ci sono eserciti armati fino ai denti che si combattono sul campo. A Gaza ce n’è uno solo: quello israeliano, che colpisce i gazawi per rubare la loro terra dopo averli eliminati o messi in fuga; dall’altra c’è un partito armato clandestino, Hamas, che pratica guerriglia e terrorismo, e non va combattuto con missili, droni e carri armati, ma con l’intelligence e i raid mirati (nessuno lo sa meglio di Israele). Ed è falso che “Israele abbia ripetutamente spostato i civili, da nord a sud e da sud a nord, per allontanarli dai combattimenti”: ha continuato a sterminare i gazawi anche dopo averli costretti a continui esodi. Questi sono gli errori di De Luca. Non l’aver usato “genocidio” nel senso etimologico di eliminazione sistematica di un intero popolo (i palestinesi sono anche in Israele, dove sono cittadini elettori e nessuno li tocca), anziché in quello più largo dell’Onu (che si attaglia anche al caso di Gaza). E non l’essersi detto “sionista”: il sionismo è il movimento che a fine ’800 teorizzò il diritto degli ebrei perseguitati in Europa ad avere uno Stato nella terra degli avi. Quindi sionista è la risoluzione 181 dell’Onu che nel 1947 spartì la Palestina in due Stati, uno arabo e uno ebraico. E sionista è chiunque si batta per “due popoli, due Stati”. Anche se non lo sa.

sabato 30 maggio 2026

Ignavi

 Iraola ha detto no? Xavi pure? Probabilmente perché i due idioti, l’americano e lo svedese, gli han fatto capire che investimenti ce ne saranno pochi, visto che a loro frega meno di un tallero vincere, essendo maneggioni  finanziari. E poi affidarsi ad un tedesco, quel Rangnick che olezza di snobismo alemanno urticante la passione? E poi Glasner e altri ghiaccioli simili. Sono urticanti e ignavi rispetto alla maglia questa cianfrusaglia di beoti. Un tempo se si fosse liberato il posto di allenatore del Milan ci sarebbe stata la coda per occuparlo, vista la passione e la storia del club. Oggi in mano a questi babbei è una cantilena di “no grazie!” Sogniamo uomini non macchiette: Paolino Maldini su tutti, allenatori come questo eroe che ieri a Monza ha sfiorato la A, con cuore, passione, dignità. Levatevi di torno e dateci un Aquilani, balordi!



Somiglianze

 

Sai chi mi ricorda questa signora che stasera inaugurerà il Tala Beach il nuovo stabilimento balneare extra lusso in Versilia? 

Mi ricorda quella parlamentare accusata di falso in bilancio, truffa aggravata all’Inps e bancarotta fraudolenta. Che somiglianza! 



L'Amaca

 


Avete notizie del campo largo?

di Michele Serra


I sondaggi politici che misurano, quasi giorno dopo giorno, il divario tra centrodestra e campo largo, hanno qualcosa di surreale. Uno dei duellanti, il campo largo, molto semplicemente non esiste. È una supposizione alla quale non ha fatto seguito niente di chiaro e di significativo, se non qualche generoso tentativo di alleanza locale.

Come è composto il campo largo? Ha un programma, un percorso, è stata fissata una data nella quale, salvo altri impegni impellenti, i leader possono incontrarsi e cominciare a scambiarsi un po' di idee sul da farsi? Al di là di lodevoli quanto fantomatiche intenzioni di «ascoltare cosa dicono i giovani attivisti e il mondo associativo» (è mai esistito un partito di sinistra, nella storia, che abbia annunciato di non avere la benché minima intenzione di ascoltare cosa dicono i giovani e il mondo associativo?), qualcuno sta lavorando concretamente a quel programma, sta prendendo appunti, sta leggendo documenti, sta scambiando opinioni con i pari grado degli altri partiti? Se questo sta accadendo, sarebbe bene comunicarlo agli elettori potenziali: che per il momento non hanno notizie, e magari gradirebbero sapere come diavolo si presenteranno al voto politico, le opposizioni. Si sa solo, per adesso, che intendono partecipare.

Si fa notare che il centrodestra non ha alcun programma comune e che i suoi componenti sono divisi su molte cose, per esempio la politica estera. Ma sono molto differenti i due corpi elettorali, quello di centrosinistra più critico, più esigente. Meno facile da accontentare. A destra basta un «no all'immigrazione» che a sinistra deve diventare, necessariamente, «come governare l'immigrazione e lavorare per l'integrazione». È più difficile. Dunque ci vuole più tempo per capire il da farsi: e il tempo stringe.

Milano da bere

 


Milano, operai-schiavi dall'India per costruire il consolato Usa

di Rosario Di Raimondo


Il cantiere del nuovo consolato degli Stati Uniti in piazzale Accursio, a Milano, dove lavoravano gli operai indiani.

Turni massacranti, minacce e paghe da 2 euro l'ora per centinaia di lavoratori. Commissariato il colosso americano Caddell.


Un meccanismo «criminale» in più fasi. La prima: l'operaio indiano s'indebita e paga cinquemila euro — un «pizzo», secondo chi indaga — per arrivare a Milano e poter lavorare. La seconda: cominciano i turni massacranti in cantiere, dalle dieci alle dodici ore al giorno, per due euro l'ora, tra insulti, botte e il divieto di ammalarsi. La terza: dallo stipendio che non supera i 1.500 euro, i caporali detraggono 500 euro per l'alloggio in hotel e 300 per la pausa pranzo. Nelle tasche degli schiavi rimangono pochi spiccioli: una parte da mandare alle famiglie a casa e qualcosa che basta appena a sfamarsi.

Una condizione di «para schiavitù», la definiscono i pm di Milano Paolo Storari e Mauro Clerici, che con i carabinieri del lavoro commissariano il colosso americano Caddell e la sua articolazione italiana, impegnata a Milano in un progetto da 200 milioni di dollari: la costruzione del nuovo consolato Usa. Dove ieri, alla notifica dell'atto che dispone l'amministrazione giudiziaria, ci sono anche momenti di tensione con i responsabili dell'area, considerata territorio statunitense. Sono indagati la Caddell per la responsabilità amministrativa degli enti e un responsabile dell'impresa per caporalato, il turco Ulas Demir.

Centinaia i muratori e manovali che la Caddell recluta in India attraverso una società che fa da intermediaria, la Dynamic House. Dalla promessa di contratti dignitosi si passa ben presto alla scoperta di un ricatto: o fai come diciamo noi o ti rispediamo a casa. Una trentina gli operai che scelgono di raccontare il loro inferno quotidiano, i turni dalle sei del mattino alle sei di sera, tutti i giorni tranne la domenica. Uno di loro dice: «Guadagnavo 1.400-1.500 euro al mese, ma da quelli pagavo 510 euro per l'albergo e 350 euro per mangiare». Soldi detratti dai capi senza possibilità di protestare. Significa che in tasca restano 640 euro. Di questi, spesso, più della metà viene spedita a casa. C'è chi rimane a Milano anche con 150 euro in tasca. Sulla base dei contratti, si scoprono «retribuzioni orarie estremamente ridotte, comprese tra 1,31 euro e 1,91 euro». E poi le umiliazioni, le violenze, persino l'impossibilità di ammalarsi.

Un testimone racconta: «Gli insulti erano quotidiani e anche la minaccia che se non accettavo quelle condizioni mi avrebbero rimandato in India». Ci sono stati anche gesti di violenza fisica. «Una volta Aji (capoturno, ndr), dopo che mi ero lamentato per i soldi, mi ha rinchiuso nell'ufficio». Un altro schiavo racconta: «L'episodio che ricordo è di un operaio indiano che era caduto dalle scale mentre portava con sé del materiale. Si era fatto molto male ma non era stata chiamata l'ambulanza. Dopo due giorni è stato rimandato in India. In molti si facevano male ma si cercava sempre di risolvere il problema con medicazioni veloci».

Con Arianna


 

Puntualizzazione


 

E quindi?

 



Madama la marchesa


 

Voce nel deserto

 

I rindronati 


di Marco Travaglio 

Se non fosse una cosa terribilmente seria, sembrerebbe uno scherzo. Da giorni piovono sulle tre Repubbliche baltiche droni ucraini, forse destinati in Russia e deviati dalle barriere elettromagnetiche russe, o più probabilmente lanciati dagli ucraini da basi segrete gentilmente offerte dai tre governi (quello lettone è caduto per questo). Ma Ue e Nato al seguito di Estonia, Lettonia e Lituania strillano alla “minaccia russa” e annunciano: “Difenderemo ogni centimetro di territorio da Mosca”, anche se i droni sono senza dubbio ucraini. Infatti Kiev se n’è scusata, ma senza spiegare come facciano a partire dall’Ucraina, sorvolare indisturbati la Bielorussia e/o la Russia, raggiungere i cieli baltici e pure tornare in Russia. Poi precipita un drone in Romania e tutti dicono che è russo, ma escludono l’ipotesi più probabile: che fosse destinato in Ucraina, confinante con la Romania (ma non coi Baltici), e sia stato deviato dalle barriere di Kiev durante un attacco su Odessa (vicina al confine romeno dove ha colpito una casa). L’Ue e la Nato ululano alla “minaccia russa” e promettono di “difendere ogni centimetro di territorio da Mosca”. Quindi, sia che i droni siano ucraini, sia che siano russi, è sempre Putin che ci attacca.

È un remake degli avvistamenti di droni russi (per mancanza di prove) nell’autunno scorso, quando bisognava distrarre i cittadini dai parlamenti che tagliavano il Welfare per finanziare il riarmo: niente morti né danni, a parte un tetto sventrato in Polonia da un missile polacco spacciato per drone russo. Per non parlare del drone russo sul lago Maggiore scoperto dal Centro ricerche Ue che accusò Mosca di spiare una fabbrica di elicotteri Leonardo: poi si scoprì che non era né un drone né russo, ma un’interferenza causata da un aggeggio acquistato su Amazon da un villeggiante per potenziare il segnale Gsm dell’iPhone. Ora che qualche sparuta voce europea raccoglie le aperture di Putin al negoziato, va spenta sul nascere. E oltre a Zelensky, che dal 2022 tenta di trascinarci nella terza guerra mondiale con false flag (gasdotti, missili ucraini in Polonia spacciati per russi ecc.), ci pensano i Baltici, che con 6 milioni di anime sequestrano un continente di 500 milioni e provocano Mosca discriminando le minoranze russe. Il 19 maggio il ministro degli Esteri lituano Budrys ha invocato un attacco Nato in Russia: “Dobbiamo dimostrare ai russi che possiamo penetrare la piccola fortezza che han costruito a Kaliningrad. La Nato ha i mezzi per radere al suolo, in caso d’emergenza, le basi aeree e missilistiche russe nella zona”. E nessuno l’ha zittito. L’Italia ha un battaglione in Lettonia e reparti aerei in Lituania. Come dice Gianandrea Gaiani (Analisi Difesa), prima li ritiriamo e meglio è.

venerdì 29 maggio 2026

In questo mondo di ladri

 

“Sono stata sanzionata per il lavoro che ho fatto come relatrice speciale”. Francesca Albanese in Senato per la presentazione sul suo rapporto su Gaza torna sulla sua vicenda personale che la vede tra i soggetti sanzionati dall’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump. Un giudice di Washington una settimana fa aveva sospeso le sanzioni, ma poi è stato accolto il ricorso dell’amministrazione Trump e le sanzioni sono tornate subito operative. “C’è qualcuno che ha definito le sanzioni Usa una condanna alla sparizione civile” afferma Albanese. In concreto “fa spavento il fatto che delle sanzioni americane impediscano a delle banche italiane o europee di aprire un conto bancario ad una persona sanzionata anche quando questa è un funzionario delle Nazioni Unite oppure è un giudice o un funzionario della Corte Penale Internazionale con cittadinanza di uno dei paesi europei: com’è possibile che un’assicurazione si rifiuti di rimborsare le spese mediche perché collegata ad imprese americane?” si chiede la relatrice Onu. Albanese aggiunge: “Morte civile sembra un’iperbole ma non lo è perché chi è sanzionato dagli Usa non è più indipendente. Ho due figli minorenni e se fossi da sola non sarei capace di provvedere ad alcuna delle loro spese, è gravissimo che le banche nonostante siano obbligate per una direttiva europea ad aprire un conto in Europa a chi è cittadino o residente in Europa non lo fanno perché sono tra l’incudine e il martello perché rischiano di essere sanzionate dal sistema americano”. “Sì – conclude Albanese – ho bisogno di sostegno”.

Niente euro 4!

 



Annunci deleteri

 





Poverino

 



Ellekappa

 



Natangelo

 


Dentro tutti!

 

Viva l’Ucraina nella Ue: anche quella filo-nazi 


di Daniela Ranieri 

Vedrete che, da qui a quando saranno pronte le carte per l’entrata ufficiale dell’Ucraina nell’Unione europea, subiremo un lavaggio del cervello d’impeto futurista al cui confronto quello per farci apprezzare la guerra era una bazzecola: “Accelerazione dell’Ue, via al dossier sull’adesione di Kiev” (Repubblica); “Dall’Europa una spinta sull’adesione dell’Ucraina” (Corriere), mentre Il Foglio dipinge una Meloni irremovibile che “ferma Salvini che dice No all’Ucraina nella Ue” (il quale Salvini fa “le bizze” secondo Rep).

Perché questa accelerazione, proprio adesso che Putin rilancia l’idea di colloqui di pace? La narrazione ufficiale adduce tre motivi (impariamoli a memoria: la formula “c’è un aggressore e c’è un aggredito” è diventata un po’ fané): la sconfitta di Orbán in Ungheria; la proposta del cancelliere tedesco Merz (quello per il quale Israele sta facendo il lavoro sporco per noi sterminando i palestinesi) di “associare” l’Ucraina, proposta rifiutata da Zelensky; la necessità di avere dalla parte dell’Europa “l’esercito più grande del Vecchio continente” (così Rep). Cioè, noi abbiamo mandato talmente tante armi all’Ucraina, e ne abbiamo talmente carenza, che ci farebbe comodo riprendercele, sempre in vista dell’imminente attacco russo all’Europa che nessuno ci ha minacciato e non è nei piani di Putin, ma che diventerebbe paradossalmente più probabile proprio nel momento dell’entrata dell’Ucraina in Europa. Forse dovremmo temere un attacco più dagli Usa che si sfilano dalla Nato e vogliono prendersi la Groenlandia (danese), ma abbiamo avuto prova di non avere governanti razionali.

Così quel che finora da parte nostra era facoltativo – difendere un Paese non Ue e non Nato in nome della “democrazia” – diventerebbe obbligatorio. Si direbbe che ai piani alti dell’Ue ci si sia accorti che un Paese armato fino ai denti e pieno di milizie incontrollabili è meglio averlo amico che costantemente alla porta con la mano tesa, soprattutto nell’ottica della Difesa comune che ci consentirebbe di recuperare un po’ della ferraglia che abbiamo comprato dagli Usa o che hanno prodotto le nostre aziende grazie allo sbarazzino provvedimento detto Asap (Act in Support of Ammunition Production) con cui l’Europa della Von der Leyen ha sottratto soldi al Pnrr per darli all’industria bellica (colpo di genio: farli rientrare sotto la seconda “r” del Pnrr, la famosa “resilienza”; scemi noi, che pensavamo servisse a rafforzare le terapie intensive).

Ma quali sono i criteri per diventare membri dell’Ue? Copia-incolliamo dal sito del Parlamento europeo: “Il primo criterio è quello di rispettare i valori democratici su cui si basa l’Unione europea. Il Paese deve avere istituzioni stabili che garantiscano la democrazia, lo stato di diritto, i diritti umani, il rispetto delle minoranze e la loro tutela. Per avviare un negoziato questa condizione è imprescindibile”. Ah, ma allora tutto a posto, potevano dircelo prima. Zelensky ha messo fuori legge gli 11 partiti d’opposizione, oscurato 3 reti televisive, istituito la legge marziale; il governo controlla la magistratura, l’esercito nazionale ingloba milizie naziste, le minoranze delle regioni russofone, vedi il Donbass, non godono degli stessi diritti degli ucraini; l’Ucraina ha l’indice di corruzione più elevato d’Europa (Transparency International) ed è al 79° posto su 108 per libertà di stampa (Index Rsf). Un concentrato di “nostri valori”. Che aspettiamo ad accoglierlo? Tanto più alla luce del fatto che il 25 maggio Zelensky ha ricevuto con tutti gli onori la salma di Andriy Melnyk, davanti alla cui tomba in terra ucraina si è inginocchiato. Chi è Melnyk? È il co-fondatore dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (Oun), nata nel 1929 per l’indipendenza dall’Urss. Melnyk ammirava Mussolini, ma non il nazismo, venerato invece da un altro componente dell’Oun: Stepan Bandera. Nel 1938 vennero reclutati entrambi come spie dall’intelligence nazista (fatti emersi durante il processo di Norimberga). Bandera, ritenuto uno dei responsabili dell’Olocausto in Ucraina di 1,6 milioni di ebrei e dei massacri dei polacchi in Volinia e Galizia orientale, fu dichiarato eroe nazionale nel 2010 dall’allora presidente ucraino Yushchenko. Melnyk, più moderato di Bandera, verrà arrestato dalla Gestapo ed esiliato in Lussemburgo, dov’era sepolto fino a pochi giorni fa. In una Ue che strilla all’antisemitismo per ogni critica a Israele, ben venga la memoria di questi eroi (per tacere del Battaglione Azov, i ragazzoni della Guardia nazionale che tanto hanno fatto sognare la nostra stampa liberal-chic-bellicista con le loro svastiche tatuate sul petto e la lettura serale di Kant). Come non fare carte false per prenderci questo bendidio? Una curiosità per feticisti: il simbolo dell’Oun è il Tryzub, il tridente che il senatore Carlo Calenda si è fatto tatuare sul polso.

Su nani e ballerine

 

Calendimaggio


di Marco Travaglio 

Abbandoniamo per un giorno la politica e, armati di microscopio elettronico, ci occupiamo di nanoparticelle: Carlo Calenda da Lilliput, emblema della coerenza e della serietà, è impegnatissimo a fare autocritica per aver sostenuto il forzista Ciccio Cannizzaro, eletto sindaco di Reggio Calabria col 65,68%. Questo clone di Cetto La Qualunque (Cannizzaro, non Calenda), deputato dal 2018, è noto per i comizi ruspanti in cui evoca il Padreterno, la Madonna, mammà e tutti i santi del cielo, ma soprattutto per la congiuntivite della sua prosa: “Io mi candido a scrivere la storia insieme a voi e a diventare il miglior sindaco che la nostra città abbi mai avuto”. Oltre al sempre decisivo Calenda, gli han dato una mano il suo spirito guida Giuseppe Scopelliti (4 anni e 7 mesi per falso in atto pubblico) e 12 anni di buon governo del pd Giuseppe Falcomatà (indagato per voto di scambio politico-mafioso). Quindi Carletto, che non vince nulla da quando il nonno Luigi Comencini lo infilò a dieci anni tra le comparse di Cuore, avrebbe potuto esultare per quel successo più unico che raro. Invece mai una gioia: se n’è già pentito. Prima ha provato a dare la colpa agli elettori, che sono la sua bestia nera (quando è in buona li minaccia: “Si meritano un meteorite”; quando dà in aceto li abolirebbe proprio): “Un tempo il centro era la maggioranza assoluta. Poi avete iniziato a votare gli influencer”. Ma sui social gli hanno ricordato che lui appoggiava Ciccio-Cetto e allora ha confessato: “Sono perfettamente d’accordo. Ho fatto l’errore di lasciar decidere ai territori senza conoscere il soggetto in questione. Purtroppo”.

Cosa siano di preciso questi “territori” che decidono per lui, e quanto misurino, e se siano pianeggianti o montuosi, non è dato sapere. Comunque è colpa loro, mica di Calenda che si è fatto imporre un tizio che manco sa chi sia (potrebbe conoscerlo in Parlamento, ma quando non è assente si distrae). La scena è un déjà vu di quella che lo vide protagonista, sempre a sua insaputa, nel 2022. Alle Comunali di Lucca, candidò in solitaria il figlio d’arte e direttore d’orchestra Alberto Veronesi, “persona seria e unica alternativa seria alla destra e alla sinistra”. Che infatti prese il 3,6% al primo turno e al ballottaggio si alleò con la destra, inclusa Casa Pound. Al che Calenda scoprì che il suo uomo era “incapace” e pure “sfigato” (dovevano averglielo imposto i famosi “territori”, in quel caso le colline della Lucchesia). E salì sul palco con Letta per sostenere l’aspirante sindaco di centrosinistra. Il quale, fino a qualche istante prima, aveva discrete chance di successo. Poi l’appoggio di Calenda fu decisivo, ma per far vincere il centrodestra. Quindi, senza Azione, Ciccio-Cetto avrebbe sfiorato il 100 per cento.

giovedì 28 maggio 2026

Eppure non quadrava

 


Ho assistito a una parte del calvario di Jannik a cui i nostri cugini tanto amati hanno pianificato che giocasse oggi alle 12:10 con quasi 37 gradi di temperatura sul campo. 

Si dirà il tennis è così, gli orari sono questi, la volta prima Sinner ha giocato alle 20! 

Sarà, ma visto che avevo del tempo sono andato a controllare, per verificare la bontà dei galletti. 

Ho preso dal 2010 la partite del secondo turno dell'allora Numero 1 al mondo. 

E questo è il risultato: 


28/5/2010 Nadal – Zeballos ore 11:15 Nadal 

 

25/5/2011 Djokovic – Hanescu (rit) ore 16:30  

 

30/5/2012 Djokovic – Kavic ore 11:10

 

30/5/2013 Djokovic – Pella ore 16:05 

 

28/5/2014 Djokovic – Chardy Ore 13:45 

 

28/5/2015 Djokovic – Muller ore 16:10

 

24/05/2016 Murray – Bourgue ore 14:10 

 

31/5/2017  Nadal – Haase ore 15:50

 

30/5/2018 Djokovic – Munar ore 12:55

 

29/5/2019 Nadal – Maden ore 12:45

 

01/10/2020 Djokovic – Berankis ore 14:45

 

03/06/2021 Djokovic – Cuevas ore 15:45

 

25/5/2022 Alcaraz – Ramos ore 15:45

 

31/05/2023 Djokovic – Fucsovics ore 20:30 

 

29/05/2024  Sinner – Gasquet ore 21:25

 

29/5/2025 Sinner – Gasquet ore 14:20 

 

28/5/2026 Sinner – Cerundolo ore 12:10 



A parte il primo e il terzo incontro il Numero 1 è sempre stato coccolato. Sinner nel 24 e nel 25, penso male ma in fondo lo credo, serviva per lo scontro con Alcaraz. Oggi invece è venuto fuori la mer du France, i rancoron che soffrono la sua supremazia. 


A buon rendere nel caso vi fosse nei prossimi anni un Numero 1 francese... ma tanto non succede! Rosicate galletti, rosicate! (e spero che la finale sia Svajda - Landaluce e che la vedano solo i ratti della Senna! Tiè! 

Balorden!

 



Mica tanto un sogno!

 


L'Amaca

 


Ragionare stanca

di Michele Serra


Litigare sulla sicurezza e l'ordine pubblico ogni volta che il sangue infiamma gli animi è la maniera peggiore di affrontare il problema. E però è quella usuale: il sistema politico-mediatico funziona per sussulti emotivi, per tempeste di decibel, addossandosi a vicenda responsabilità che sarebbe più interessante e fruttuoso condividere.

Le bande di adolescenti latinos, per esempio, e le violenze dei ragazzi nordafricani di seconda generazione: sono il frutto di una disastrosa e antica incapacità di integrazione non di questo governo, ma del sistema-Italia nel suo complesso. Questo governo, di suo, oltre alla speziatura razzista che lo qualifica, ci ha messo la demagogia securitaria: i centri in Albania sono un grottesco caso di scialo e presunzione e le grida contro i rave party con le quali si inaugurò la legislatura fanno ridere i polli.

Le opposizioni, per contro, non riescono a spendere mezzo ragionamento autocritico sulla differenza, enorme, tra accoglienza e integrazione. Accogliere è facile, mette in pace la coscienza. Integrare è difficile, richiede visione politica, investimenti, scuole e corsi appositi, lotta feroce al lavoro nero (nelle campagne non è più neanche una vergogna, è una cancrena), edilizia popolare, e soprattutto una forte connessione tra diritti e doveri. La cittadinanza non è una candelina da accendere sull'ara della solidarietà. È una cosa seria, una materia che già gli italiani di quarta, decima, cinquantesima generazione masticano male e applicano peggio.

Governare l'immigrazione, governare l'ordine pubblico e governare in generale ha ben poco a che fare con le rispettive posture emotive, chiamiamole così "buonista" e "cattivista", della sinistra e della destra. Le accuse e le urla valgono zero. Varrebbe domandarsi dove si è sbagliato; e come provare a rimediare.

Nato addio?

 



Natangelo

 



Guarda chi c'è!

 

Sulle Emocrazie (si può vivere tra virgolette nel sangue?) 


di Alessandro Bergonzoni 

Vendiamo l’anima, quindi vendiamo le armi, vendiamo tutto: corpi e morti altrui, moneta di scambio, per appoggiarci a nazioni che fanno muro, in tutti i sensi, per interessi da disinteresse.

Vendiamo Europa per qualche America e qualcuno di Israele.

Vendiamo lavoro, occupazione, per profitto da esportazione, esuberante.

Vendiamo la storia, per sfruttare pure quella.

Vendiamo papi, a tiratori (scelti) di giacchetta.

Vendiamo talk show per compagnie di giro, dove si vendono libri per l’io senza il sé, mentre scorrono immagini di stragi e disastri, con la sadica sensazione del presentatore di ascolti, che non sente altro.

E sugli sfondi stanzette librarie, fotografie, piante, stantie coreografie. La trasmissione dei virus? Tutte le trasmissioni trasmettono quello del rito funereo, tra capoclaque che dicono quando applaudire, cioè sempre.

Vendiamo psichiatri alla fonda, se non già spiaggiati, tra le rive di social teatri e televisioni, a suon di frasi sfatte allo specchio e interventi pavone.

Vendiamo giornali già venduti, prima, o anche comprati, in ogni senso.

Vendiamo immagini delle persone che contano di più al mondo, anche se quelle che contano davvero sono donne e uomini che continuano a contare figli fratelli padri cadaveri, in più di trenta conflitti nel pianeta: Sud Sudan, Palestina, Ucraina, Mali, Siria, Yemen, Iran, Afghanistan, in una stagnante acqua che profuma di colonialismo. Facciamo marcire, suicidare e asfissiare anche in Italia, non solo nel mondo, detenuti e detenute, nelle celle della tortura del sovraffollamento. Ma storia insegna che appena tocca ai “nostri”, cari, ora purtroppo quelli della Flotilla (stupendi sensibilizzatori nati, a cui va tutta la mia stima), inorridiamo giustamente, chiedendo, male e tardi, sanzioni per dittatori “religiosi” ed “emocratici”, che vivono di sangue: quando anche sanzioni a chi governa e legiferisce da noi, sopra gli occhi di tutti? I Cpr libici e non solo, li abbiamo sponsorizzati e voluti, incaricando “bestie” conosciute e pagate, per ferire e stuprare, chi qui non deve arrivare, all’alba di nuove Albanie. Delinquono? Esattamente come noi, chi ci governa, chi ci difende, cura, rappresenta. Non notiamo analogie perverse e immani? Ci siamo svegliati solo adesso dal “sonnambullismo” che permette, noi complici conniventi, di trattare dei fermati come numeri, come “stuk”, in nome di “segreti” sicurezza, che violano per decreto il Sacro, prima di ogni diritto internazionale? Non riusciamo neanche a dar amore pietà o attenzione, a uno scuro raccoglitore di pomodori, di un vero campo largo, ucciso a Taranto da “nostri chiari” (fosse annegato prima di arrivare, sarebbe stato accusato di essersela cercata, dirà qualcuno). Nessun presidente, saggio o super partes (troppo super?), nessun destro (coerenti fino alla fine, altrui), nessun politico di ultima degenerazione, sinistro centrista mancino ambidestro… Non percepiamo l’olezzo dei “maleadoranti” che tifano per certe sofferenze. Siamo rapaci di usar le unghie e ghermire, usando accordi di ogni tipo per convivere con Stati che fanno nonvivere migliaia di inermi, seppellendo Gaza tra fame e malattie, con una ferocia demoniaco sistematica furibonda, in nome dello scambio di persona: scambiare un popolo per nullità, polvere da spazzar via .

E poi reimmigrare, punire non unire, per manie d’obbrobrio della classe dirigente, soprattutto digerente, che ingoia voci e corpi come nemmeno un mare, con abitudine onnivoro-cannibalica, alterandoci la fauna intestinale: ecco spiegato un sesto senso, di nausea, nella indi/gestione del potere.

Confermo, anche artisticamente e da tempo: le figure di merda non son sculture!

Il punto di Elena

 

Voteremo solo chi avrà parole nette sulla pace


di Elena Basile

La stampa occidentale, in coro, come accade in questi tempi cupi di pensiero unico, ha recentemente descritto come imminente l’accordo tra Washington e Teheran, basato essenzialmente sullo sblocco dello Stretto di Hormuz da parte iraniana e la cancellazione delle sanzioni occidentali accompagnata dallo scongelamento dei fondi sequestrati. Gli accordi sul nucleare, sul deposito del nucleare arricchito, sulla difesa missilistica iraniana e sul ritiro degli Usa dal Golfo persico sarebbero questioni da rinviare ad altri negoziati qualora il cessate il fuoco su tutti i fronti, inclusi Gaza e Libano, regga.

L’unico vero beneficio per l’Iran sarebbe rappresentato dallo scongelamento dei fondi in quanto le sanzioni potrebbero essere reintrodotte dall’interlocutore occidentale ritenuto a ragione inaffidabile. L’Iran tuttavia potrebbe essere pressato da Pechino che riceve danni dalla chiusura di Hormuz e rinunciare ai pedaggi che come sappiamo, per quel che regola altri stretti, potrebbero essere ammessi da una convenzione internazionale come quella di Montreux del 1936. Israele dovrebbe quindi subire la sconfitta. Astenersi dal bombardare Gaza, il Libano e accettare un Iran rafforzato, più prospero, senza sanzioni e con i fondi scongelati. I Paesi arabi si guarderebbero dal contrariare l’Iran e di ritornare agli Accordi di Abramo, una volta scoperta la propria vulnerabilità nonostante la promessa protezione statunitense. Gli Stati Uniti inaugurerebbero quindi una politica diversa nel Golfo persico, riconoscendo la potenza regionale iraniana e abbandonando l’obiettivo del Grande Israele caro alla lobby, e non solo a Netanyahu. Sarebbe questo un bene comune per la stabilità e la pace? Certamente. È realistico allora pensare che la mediazione sarà raggiunta? Non direi.

Secondo il professore S. M. Marandi, la stessa operazione manipolatrice dell’opinione pubblica è ricorrentemente lanciata da Barak Ravid, giornalista israelo-americano, di Axios, ex esperto di cybersicurezza per il settore militare israeliano. Sarebbe la quinta volta che Axios (e le principali agenzie e testate fanno copia e incolla) lancia la bufala di Washington che mette in riga Netanyahu ed è pronta all’accordo. È successo prima dei bombardamenti del giugno 2025 e del febbraio 2026. È il modo di preparare la legittimazione al nuovo attacco se i negoziati gonfiati dalla stampa falliscono. L’operazione mediatica serve inoltre alla manipolazione dei mercati. Conoscendo le menzogne evidenti degli apparati mediatici, la tesi del professor Marandi sembrerebbe credibile. Rimango esterrefatta da come l’opinione pubblica colta possa ancora dare credito ai giornali.

Vi è stato un attacco di droni ucraini, che operano, come è noto, su autorizzazione e con la collaborazione dell’intelligence occidentale, mirato a un collegio di adolescenti nel Donbass. Ha ucciso 16 studenti, soprattutto ragazze. La Russia ha chiesto all’Onu di riconoscere i crimini di guerra ucraini in quanto non vi erano obiettivi militari nelle vicinanze. Non si è trattato di uno sbaglio. Gli occidentali si sono opposti. Sui media abbiamo letto ben poco. La rappresaglia russa che è seguita e ha comportato il lancio di missili Oreshnik è stata descritta come un’azione barbara di Mosca e non come il ricorso alla deterrenza minacciata infinite volte, in occasione delle ripetute violate linee rosse da parte della Nato.

Il cittadino ordinario, che è troppo pigro per vagliare le notizie, per ricercare quelle vere in Internet, evitando le innumerevoli fake news e mettendo a confronto varie fonti, vive nel mondo di Barbie creato dai media. Mi domando ogni giorno come sia possibile che i politici, la diplomazia, gli analisti non si accorgano della piega pericolosa che l’escalation occidentale contro la Russia e nel Golfo persico sta prendendo. La minaccia nucleare è sempre più concreta, sia essa rappresentata dalla risposta di un orso ferito che teme la sconfitta a opera della Nato oppure da un regime terrorista come quello israeliano che non vuole accettare l’Iran come potenza regionale. Il sistema di disarmo nucleare è stato smantellato dalle cosiddette democrazie occidentali e dovremmo tutti essere preoccupati. Poco mi intendo di politica interna. Credo tuttavia che sia giunto il momento di pretendere dai nostri rappresentanti politici in Europa e in Italia che si oppongano con i fatti e non con le parole alle guerre in corso in Europa, a Gaza, in Iran. Non votiamo coalizioni che lascino questa tematica essenziale nel vago, promettendo semmai una politica economica differente da quella delle destre. Non ci potranno essere Stato sociale, pensioni, beni comuni finché i progetti di dominio neoconservatore saranno portati avanti con guerre che disumanizzano il nemico.

Gran pezzo!

 

La sindrome di Dash 


di Marco Travaglio 

In fondo è sempre la stessa sindrome a dannare la cosiddetta sinistra: crede di rappresentare il Bene e il Giusto, dunque tutto le è dovuto, tutto le è permesso e nulla deve esserle rimproverato, incluso ciò che imputa alla destra brutta, sporca e cattiva. A Venezia si vota quel che passa il convento del Pd per “mandare a casa la Meloni” e, se il candidato è sbagliato, non è colpa di chi l’ha imposto, ma dei “traditori” a 5Stelle che stanno a casa o addirittura votano Venturini perché sembra più nuovo o meno vecchio (e ci vuol poco): come se gli elettori non fossero esseri liberi e pensanti, ma mandrie di buoi di proprietà dei partiti. In Spagna il guru dei socialisti, il compagno Zapatero (autore a suo tempo di un’ottima legge sulla tv pubblica, giustamente elogiata in Italia), tiene in casa un tesoro di orologi, gioielli, rubini e smeraldi per quasi 3 milioni, traffica con società in Venezuela e conti a Dubai, prepara la fuga a Caracas, ma tutti zitti perché dall’altra parte c’è Vox alleato della Meloni. Idem per gli altri scandali del Psoe: 9 inchieste con 36 indagati, fra cui la moglie del premier Sánchez. Che va elogiato per le posizioni coraggiose su Gaza e sul riarmo, ma andrebbe criticato per il suo sistema di potere partitico e familiare. Elly Schlein, che ieri l’ha incontrato dopo l’udienza in Vaticano, dovrebbe forse dire qualcosa, prima che gli sviluppi delle indagini spagnole mettano in imbarazzo anche lei. Come dovrebbe dire qualcosa sui Dem americani, tipo i Clinton, gli Obama, Biden e Harris, che continuano inspiegabilmente a risiedere nel il Pantheon del Pd malgrado tutte le guerre che hanno sulla coscienza e di cui l’Europa paga ancora il conto: molte più di quelle scatenate da Trump, che ora viene descritto come l’unico presidente Usa guerrafondaio.

Immaginate cosa direbbero i Buoni e i Giusti se un leader italiano di destra accettasse la prescrizione dopo una condanna in primo grado per concussione nel maxiprocesso Ilva e se la tirasse pure da martire perseguitato: invece lo fa Vendola e tutti zitti, anzi avercene. E figuratevi che gazzarra se un leader di destra avesse spifferato un decreto in anteprima a De Benedetti per le sue speculazioni in Borsa e poi avesse fatturato milioni dal regime patibolare dell’Arabia Saudita finché una legge non gli ha chiuso la cassa: invece l’ha fatto Renzi nel silenzio generale e ora siede addirittura alla destra di Elly a capotavola del cosiddetto Campo Largo, spiegando come si vincono le elezioni dopo averle perse e fatte perdere tutte negli ultimi 10 anni. Ecco: la sindrome di Dash, che lava così bianco che più bianco non si può, in politica non funziona. Soprattutto se si vuole riportare alle urne chi ha votato al referendum con una strana idea per la testa: che la legge sia uguale per tutti.

Calcoli

 


Intanto...

 


Intanto il Boia Pirata Sionista continua a farsi i kazzacci suoi tra l’indifferenza vigliacca del cosiddetto mondo evoluto e democratico, di stokkaxxo!




mercoledì 27 maggio 2026

Nessuna sorpresa!

 


Questa è la presenza della destra in parlamento per la dedica dello scranno, su cui non si siederà più nessuno, a Giacomo Matteotti, che equivale a dirci, se ve ne fosse ancora bisogno: “Non possiamo partecipare a una manifestazione antifascista perché fondamentalmente siamo ancora fascisti!” 

Nessuno ne dubita, tranquilli!

Forse ha ragione

 



Ellekappa

 



Robecchi

 

IA. Solo il Papa parla di tecnologia e “necrosfera” che ormai è già qui 


di Alessandro Robecchi 

Alla fine (o all’inizio, le cose si toccano), dell’Intelligenza artificiale si deve occupare il Papa. La politica non se ne occupa, o lo fa solo per vedere quanto può guadagnarci in termini di dominio, l’economia applaude i nuovi clamorosi profitti, i militari festeggiano che qualcuno possa ammazzare senza troppe remore o problemi etici, i lavoratori perdono il lavoro o vengono relegati in nuovi inquadramenti schiavistici, gli scienziati, in maggioranza, collaborano. Su una cosa sono tutti d’accordo: siamo all’inizio, e tra una ventina di anni guarderemo all’intelligenza artificiale di oggi come oggi guardiamo a un telefono grigio con il filo e la rotella per i numeri: preistoria.

Se qualcosa è possibile tecnicamente, l’uomo lo farà, e i dilemmi morali ed etici verranno dopo – se verranno – ed è stato così per ogni tecnologia dalla scoperta del fuoco in poi. Con moltissime analogie e alcune differenze, tra cui, evidentissima, quella che ad avere in mano le sorti dell’umanità sono oggi una decina di persone – persone fisiche, con nome e cognome – più potenti di qualunque Stato nazionale, organizzazione collettiva, istituzione democratica, e quindi senza alcun controllo. Dobbiamo fare i conti, dunque, con una specie di fantascienza reale, effettiva, tangibile, che si svolge qui e ora, non in un ipotetico futuro, non in uno scenario lontano e fantastico, ma nella vita di oggi. I sistemi di guerra gestiti dall’IA valutano quanti civili possono morire in un attacco e accettano la barbarie, decide l’algoritmo, così come l’algoritmo decide le consegne delle nostre pizze portate da uno schiavo in bicicletta, il nostro rendimento sul lavoro, quali contenuti possiamo leggere sui social media e tutto il resto. Il capitalismo estremo (che è poi il capitalismo tout-court adattato alle possibilità tecnologiche) resta quello che è, un’indefessa azione contro la dignità dell’uomo.

Nel 1964 uno scrittore polacco, Stanislaw Lem (quello di Solaris, capolavoro assoluto) pubblicò il romanzo L’invincibile in cui immaginava un pianeta, Regis III, dominato da strane macchine, capaci di ripararsi da sole, di progredire, di imparare, di sconfiggere chiunque le sfidasse, compresi gli umani, ovviamente: un ecosistema non biologico, quindi con l’inestimabile vantaggio tattico di non avere coscienza né freni morali. È un grande romanzo e come accade ai grandi romanzi inventò una parola: “Necrosfera”, per descrivere quell’inferno di computer, calcoli, algoritmi (ancora non esisteva il termine): qualcosa di simile a un potere divino che era, in realtà, il potere di macchine intelligenti. Sessant’anni dopo (un battito di ciglia), eccoci tutti a guardare la necrosfera che avanza, un po’ increduli, un po’ ammirati, un po’ affascinati da certi processi matematici che sanno di magia, e non ancora spaventati a dovere. Che il profitto di pochi (oggi pochissimi) sia la schiavitù di molti (in prospettiva: quasi tutti) ce lo aveva detto Marx, così come oggi ce lo dice il Papa, speriamo con esiti migliori sul risultato finale, ma è lecito dubitarne. E siccome un sentimento umanissimo è il pessimismo (da cui l’algoritmo è immune), conviene prepararsi al peggio, a una società globale privata di ogni capacità decisionale, dove a decidere tutto è una macchina senza bilanciamenti e contropoteri, costruita e alimentata in gloria di una decina di divinità ultra-miliardarie che ci farà dire di nuovo, tra poco “Socialismo o barbarie” o, se preferite “Socialismo o necrosfera”. Benvenuti su Regis III, nel 1964.

Arabeschi

 

Il ministro Tijani: un cognome che da Vietri sul Mare finisce in Marocco


di Daniela Ranieri 

Quasi orfani di Lollobrigida, che ormai parla solo quando è brillo, abbandonati da Delmastro, che comunque ieri, audito in Antimafia, ci ha regalato una perla lamentando la mancanza di “alert” (sic) istituzionali sulla bisteccheria con cui è entrato in società (sì: ci toccherà pagare un ente che avverta la gente di governo che sta per fare affari con la mafia), ci dobbiamo accontentare di Tajani. Durante l’evento “Italia-Africa: culture in gioco”, l’ineffabile ministro degli Esteri ha sostenuto che i legami tra europei e africani sono antichi sulla base di un’autocertificazione impressionante: “Io ricordo sempre qual è l’origine del mio cognome: è ‘Tijani’, un profeta dell’Islam molto conosciuto in Africa, non soltanto nel Nord, ma anche nell’Africa Centrale, in Marocco (che è Africa del Nord, ndr) e quindi vuol dire che qualcuno arrivato da là è venuto qua”. Ma senti senti. Ecco da dove veniva quel suo sapor mediorientale. Per carità: nel partito dove la marocchina Ruby era la nipote dell’egiziano Mubarak, può anche darsi che Tajani da Ferentino (Frosinone) sia discendente di questo Tijani. Per scrupolo, abbiamo interpellato l’IA, anche se quel “profeta dell’Islam” insospettiva (c’è un solo profeta nell’Islam, ed è Maometto). Il presunto avo del ministro è at-Tijaniyy (1735–1815), mistico sufi algerino. Secondo Gemini, però, la zona di origine del patronimico è più su, a Vietri sul Mare (Salerno) e decisamente più prosaica: deriverebbe dal termine dialettale taja (“taglia”), che indica “un antico mestiere legato al taglio di legno o pietra”. Noi stavamo già bruciando gli incensi in onore del ministro, e invece dobbiamo prendere la sega circolare (tra l’altro Wikipedia dice che Antonio discenderebbe proprio dal ceppo campano). Niente sostituzione etnica. Abbiamo consultato Geneanet, portale di genealogie: hai visto mai “Tajani” è un gentilizio noto solo ai Servizi segreti, che ne hanno informato il detentore. Ma sfuma l’ipotesi che agli Esteri abbiamo l’uomo dei due mondi Ciociaria-Maghreb: “È probabile che il raro soprannome, diventato patronimico, sia stato dato in origine a una sola persona. In altre parole, tutte le persone con tale cognome sono probabilmente cugini lontani”. Non tutto è perduto per la diplomazia. Di Tajani ne risultano 158 nel mondo: 18 ad Amalfi, 16 a Vietri sul Mare, 2 a Salerno, 4 a Mosca… Fossimo in Tajani, coi cugini russi due chiacchiere ce le faremmo.

Domandina semplice

 



Belpaese

 

Comunali: Savastano, Pace, Cuffaro&C, vince la continuità biologica del potere cittadino dei ras 


di Saul Caia e Tommaso Rodano 

A Salerno i nuovi “consiglieri comunali” escono da un casting, tra professionisti della preferenza e reduci giudiziari. La democrazia locale è un luogo meraviglioso: puoi essere sotto inchiesta, imputato, assolto, prescritto, archiviato, politicamente defunto. Poi aprono i seggi e tutto è perdonato: ci si riscopre sempre il più amato del quartiere.

Il caso simbolo è naturalmente quello di Nino Savastano, dominatore delle preferenze con quasi 1700 voti personali nella lista Progressisti per Salerno. Nino era stato travolto nel 2021 dall’inchiesta sulle cooperative sociali che aveva terremotato il sistema politico locale. Fine della carriera? Macché. A gennaio è stato assolto, in tempo per candidarsi alle Comunali e far risuonare il suo nome come nei vecchi juke-box dei bar di provincia: basta una moneta e riparte sempre la stessa canzone. Dietro di lui un’intera filiera deluchiana di assessori uscenti e fedelissimi: Rocco Galdi, Dario Loffredo, Paola De Roberto, Alessandro Ferrara, Paky Memoli, Massimiliano Natella, Gaetana Falcone. Gli elettori hanno votato la continuità biologica del potere cittadino: a Salerno il deluchismo è arredamento urbano.

Ma pure in Sicilia la gestione del potere è un trattato antropologico. La Dc cuffariana, data periodicamente per dispersa come i personaggi di Beautiful, continua a risorgere con la serenità di chi sa che il consenso territoriale sopravvive a tutto. Non c’è solo Ida Cuffaro, nipote di Totò, con il suo plebiscito bulgaro (76%) nel fortino di famiglia di Raffadali (Agrigento). A Ribera (sempre Ag) si è imposto Carmelo Pace, deputato regionale della Dc. Il suo nome è finito nel “Cuffarogate” per corruzione, anche se la procura riflette su una possibile archiviazione. A Serradifalco, nel Nisseno, Leonardo Burgio è stato rieletto sindaco per il terzo mandato consecutivo. Sostenuto dal centrodestra, figlio dell’ex assessora regionale Daniela Faraoni, Burgio in passato era stato imputato per estorsione nei confronti dei dipendenti del suo Bingo, venendo poi assolto in primo grado.

A San Giovanni La Punta (Catania) vince Mario Brancato con una coalizione che mette insieme Forza Italia, Movimento per l’Autonomia, Dc e pezzi del Pd riconducibili al segretario regionale Anthony Barbagallo. Lo stesso Barbagallo che ha ripescato Mirello Crisafulli, eterno padre padrone di Enna, collettore di voti, polemiche, frequentazioni imbarazzanti e guai giudiziari; Elly Schlein gli ha negato il simbolo del Pd, lui ha stravinto con il 63% delle preferenze. Altra ammucchiata a Trecastagni (Ct): destra ufficiale, sinistra ufficiosa, cugini, ex assistenti parlamentari, parenti, ex consiglieri Pd candidati nelle liste del centrodestra.

Poi c’è Lentini (Siracusa), dove il progressista Vincenzo Pupillo avrebbe ricevuto un consistente aiuto elettorale da pezzi di Forza Italia in guerra con altri pezzi di Forza Italia. Fisica quantistica siciliana: maggioranza e opposizione possono occupare contemporaneamente lo stesso spazio politico. E infine Bronte (Ct), dove il ballottaggio vede protagonista Giuseppe Castiglione, genero dell’eterno Pino Firrarello, storico ras politico della sanità etnea, già imputato nel processo sul Cara di Mineo, finito in prescrizione.

Già alla frutta?

 

Tre anni in uno 


di Marco Travaglio 

Non essendo bastata la lezione del referendum, che il centrosinistra pensava riguardasse solo il centrodestra, arriva quella delle Comunali. Che non c’entrano niente con le Politiche del 2027, ma c’entrano molto sul modo migliore per portare gli elettori alle urne. Non quelli che già ci vanno per senso civico, o abitudine, o clientelismo. Ma quelli che cercano un motivo valido per andarci. Al referendum ci sono andati per salvare la giustizia dal governo. Alle Comunali ci sono andati solo dove avevano una ragione per farlo. Per esempio a Pistoia, per farla finita con nove anni di giunte di destra e plebiscitare un civico, il professor Capecchi, legato ai movimenti per la pace e per Gaza, che aveva vinto le primarie contro la candidata del Pd. Invece a Venezia sono rimasti a casa perché i tentativi di proporre un civico che rappresentasse qualcuno o qualcosa si sono infranti sul muro del partito più refrattario al cambiamento: il Pd, che ha imposto il solito scialbo uomo d’apparato, Martella, parlamentare da cinque legislature, più romano che veneziano. E si illudeva pure di battere Venturini, 38 anni, ex boyscout e assessore di Brugnaro, grazie al caso Venezi (grande passione del fighettismo de sinistra). Naturalmente ha perso, raccogliendo solo i voti dello zoccolo duro e mettendo in fuga gli elettori di M5S e Avs che incautamente lo appoggiavano.

Si ripete sempre che il centrosinistra “deve scegliere”: ora “l’Europa”, ora “Kiev”, ora “il centro”, ora “il riformismo”, ora qualche altra baggianata. Ma l’unica cosa che deve scegliere sono gli elettori. Se bastano quelli che votano già, non si vede perché il Pd debba rinunciare ai “capibastone e cacicchi” che la Schlein aveva promesso di eliminare, ma che fanno il pieno in quel serbatoio (peraltro sempre più ristretto): con o senza il Pd, i De Luca a Salerno e i Crisafulli a Enna spopolano. Così come i recordmandi mandati che la segretaria ha spedito in Europa con molte più preferenze delle sue. E non si vede neppure perché 5Stelle e Avs dovrebbero allearsi con questo Pd mummificato, che i suoi voti li porta a casa, ma fa scappare quelli grillini e rossoverdi. Se invece il fronte progressista ambisce a quei 5,5 milioni di elettori, non tutti di sinistra, che al referendum hanno votato per la prima volta da molto tempo (gli astenuti) o in assoluto (i giovani), allora sì deve lasciare a casa cacicchi, capibastone e collezionisti di mandati. Ma prima deve trovare qualcuno di credibile e appetibile con cui sostituirli. E purtroppo il Pd schleiniano, in questi tre anni perduti, una nuova classe dirigente non ha neppure iniziato a selezionarla. O ci riesce nell’anno che manca alle Politiche, come gli studenti ciucci che fanno tre anni in uno, oppure si mette da parte e se la fa prestare.