martedì 26 maggio 2026

Post elezioni

 



L'Amaca

 


Tutto il potere di una minoranza

di Michele Serra


«È surreale che una minoranza di tifosi possa decidere se una partita debba proseguire oppure no», dice il presidente della Lega calcio Simonelli. Aggiungendo, perché sia chiaro il suo pensiero, che sarebbe ora di piantarla con il costante inchino che le squadre fanno agli ultras. Che di uno stadio sono solo uno spicchio.

Simonelli è presidente della serie A solo da un anno e mezzo, e dunque non gli si può certo imputare l'assurda situazione degli stadi italiani, nei quali i capi ultras non sono uguali agli altri, non sono normale pubblico pagante: sono boss territoriali con poteri speciali. È indispensabile però aggiungere che nessuno dei suoi predecessori, a nome dei padroni del calcio, aveva mai pronunciato parole così secche e precise sulla pazzesca situazione in vigore ormai da decenni.

Volendo, l'atto di fondazione dell'Evo degli Ultras è nel 2004, quando il derby romano venne sospeso, contro l'opinione della Questura e della Prefettura, dunque contro l'autorità dello Stato, su decisione dei capi e sottocapi delle curve. Che avevano diffuso o bevuto (diciamo diffuso e bevuto) una diceria assurda sulla morte di una bambina. Presidente della Lega, all'epoca, era Adriano Galliani.

Da quel giorno (ma anche prima di quel giorno) possiamo dire che negli stadi italiani è in vigore una extraterritorialità di fatto. Il principio secondo il quale così non dovrebbe essere è condiviso da tutti — tranne, si immagina, i boss delle curve. Ma la sua applicazione sembra impossibile, e le parole di Simonelli arrivano, come dire, a situazione ormai incancrenita.

Per sovvertire una consuetudine lunga almeno trent'anni, ormai prassi consolidata, bisognerebbe che fossero d'accordo le società, le istituzioni del calcio e i calciatori. Tutti disposti a rischiare qualcosa, perché gli ultras non hanno, come dire, una postura mite. È quasi impossibile che accada.

Ritratto dell'indegno

 

Nel nome del padre: Bibi e la “tempesta perenne” per Israele 


di Pino Corrias


Benjamin Netanyahu viene dal sangue. E con tutto il sangue che si porta addosso, spalla a spalla con il suo alleato e socio Donald Trump, vive dentro la guerra infinita che ha scelto di guidare e che di battaglia in battaglia, di massacro in massacro, distrugge i nemici e insieme distrugge Israele. Consente ai coloni, armati dalla religione dell’odio e protetti dai fucili mitragliatori, di strappare nuove terre ai palestinesi in Cisgiordania, di bruciare case, ulivi, bestiame. Consente al suo burattino Ben-Gvir di danzare tra i corpi inginocchiati e picchiati degli equipaggi della Flotilla rapiti in alto mare e deportati come trofei. Consente ai suoi militari di imprigionare e torturare 11mila detenuti palestinesi senza diritti, senza identità, senza processo. E all’esercito di uccidere ogni giorno, terrorizzare, affamare, soffocare, i due milioni di palestinesi che ancora resistono dentro al filo spinato di Gaza, il campo di concentramento estratto direttamente dall’incubo della propria storia, il genocidio, ma questa volta nei panni dei carnefici.

Ogni conflitto, Netanyahu l’ha trasformato in un incendio permanente. Gaza. Iran. Libano. Cisgiordania. Siria. Yemen. Geografia di sempre nuovi bombardamenti. Di omicidi mirati. Di raid lunghi mesi e anni. Di nemici da inseguire e annientare senza mai badare ai danni collaterali, donne, vecchi, bambini ridotti in cenere, villaggi in polvere, profughi a migliaia in fuga. Sempre una guerra “necessaria”, prima della prossima.

Da trent’anni Netanyahu ripete la stessa ossessione: Israele è circondato, il nemico sta arrivando, la tregua è un’illusione. Cambiano i nomi dei nemici – Arafat, Hamas, Hezbollah, Houthi, Iran – ma il meccanismo che ha adottato è identico: il panico come propaganda permanente, l’esercito come soluzione, la terra da conquistare come unica salvezza in nome di quel Dio che sgozza gli uomini e gli agnelli.

La missione del popolo eletto, assediato dal mondo, la eredita dal padre, Benzion Netanyahu, storico del sionismo, cresciuto con l’idea che gli ebrei siano destinati a vivere sotto attacco e che la forza sia l’unico linguaggio comprensibile ai nemici.

È la lezione che Bibi, nato nel 1949, ha respirato fino a farla diventare la sua armatura, addestrata nei reparti speciali dell’esercito, schierata al fronte della sua prima guerra, quella del Kippur, anno 1973. Poi nei campi di battaglia della politica. Membro del partito di destra del Likud, fondato da Menachem Begin, il futuro primo ministro, che nasce terrorista a capo dell’Irgun, l’organizzazione che nel 1946 fa saltare il King David Hotel, 90 vittime, e due anni dopo guida il massacro del paese di Deyr Yassin, 250 tra uomini, donne e bambini, presi casa per casa, radunati nelle strade, seviziati, macellati, che segnò l’inizio della Nakba, l’esodo di 700mila palestinesi dalle loro terre.

Dopo il servizio militare, l’America diventa la sua seconda patria, prima la laurea al Mit di Boston, poi Harvard, per il dottorato in Scienze politiche. Quindi l’incarico all’Onu, dal 1984 al 1988, anni in cui costruisce la sua vera base internazionale: amicizie repubblicane, rapporti con lobby finanziarie, falchi evangelici, suprematisti bianchi. Vive dentro il mondo della destra americana. Dorme ospite nella casa dei Kushner, dove diventa di famiglia e dove frequenta e si lega per sempre a Donald Trump.

Dagli anni 90 è in Israele. Scala il Likud. Si oppone agli accordi di Oslo e alla nascita dello Stato palestinese. Mentre Rabin tratta, lui demolisce. Mentre Rabin parla di pace, lui parla di sicurezza. E quando Rabin viene assassinato, anno 1995, Netanyahu è pronto a salire al potere. Da primo ministro blocca gli accordi con l’Olp di Arafat, raddoppia l’assedio di Gaza, non ferma i coloni che avanzano nei territori palestinesi.

Governa nella tempesta, sempre inseguito da scandali finanziari, accuse di corruzione, assalti alla Corte costituzionale per indebolirne i poteri di controllo. Sempre assediato da imponenti manifestazione di massa che chiedono le sue dimissioni. Sempre salvato dalle provvidenziali emergenze militari.

La sua parola d’ordine è “la Grande Israele, dal Giordano al mare”. E quando nel 2009 vince di nuovo le elezioni, questa volta per sempre fino a oggi, vara la legge identitaria dello “Stato-Nazione” che dice: “Israele è del popolo ebraico e di nessun altro”, arabi per sempre retrocessi, insieme con quel che restava della democrazia avvelenata dall’apartheid.

Il suo nemico ideale è Hamas, impermeabile quanto lui a ogni trattativa o convivenza. Per anni ne consente la crescita, a scapito dell’Autorità palestinese, finge di non vedere il flusso dei finanziamenti che arrivano dal Qatar e i tunnel che attraversano Gaza. Dichiara in Parlamento: “Chiunque voglia contrastare la creazione di uno Stato palestinese, deve sostenere il rafforzamento di Hamas, questo fa parte della nostra strategia”. Era il marzo 2019.

Quando arriva il 7 ottobre 2023, 1.200 ebrei massacrati da Hamas, l’esercito israeliano sparito per ore, Netanyahu schiva ogni responsabilità, anche se era il garante della sicurezza. Ma è prontissimo alla vendetta. Che diventa l’apocalisse di Gaza, 75mila morti, migliaia ancora sotto le macerie, fame e malattie usate come armi, ospedali distrutti, aiuti umanitari proibiti, un popolo spazzato via.

Quando la Corte penale internazionale lo accusa di crimini di guerra, lui risponde che l’Idf è “l’esercito più morale del mondo”, che la devastazione è autodifesa, la punizione collettiva una necessità storica. La crudeltà un’esigenza vitale. Il suo governo copre, usa, legittima i due ministri più estremisti, Ben-Gvir e Smotrich che agitano il cappio, parlano dei palestinesi come animali, infestazioni biologiche, intralci da cancellare e uccidere. Li asseconda al punto da approvare la nuova legge sulla pena di morte per terrorismo destinata ai palestinesi della Cisgiordania, con l’impiccagione entro 90 giorni dalla sentenza.

Due volte trascina Trump sui cieli di Teheran in una guerra così rischiosa, così confusa, così forzata da rendere plausibile che dietro tanta disponibilità ci sia l’ombra lunga degli Epstein Files, maneggiati dal Mossad come arma di ricatto, oltre al reciproco interesse di controllare i rubinetti del petrolio e garantire la stabilità delle dinastie del Golfo.

Guerra e tensioni gli servono a congelare il tempo. Quello dei suoi processi. Quello delle indagini sul 7 ottobre. Quello che ancora manca all’abisso finale, quando le bombe, la guerra, lo sterminio di tutti i nemici allagherà di così tanto sangue il Medio Oriente che l’intero Israele diventerà il danno collaterale di se stesso.

Analisi

 

Chi può e chi non può 


di Marco Travaglio 

Trump è impantanato in Iran. L’Ue vaga a tentoni senza bussola: altre sanzioni a Mosca e nuovi tribunali speciali anti-Putin nei giorni pari, dialogo con Mosca e più acquisti di gas russo nei giorni dispari. Così la guerra in Ucraina sta andando fuori controllo. Kiev, fra uno scandalo di ruberie sui nostri aiuti e l’altro, non sa più come reclutare uomini per arginare la nuova offensiva russa in quel che resta del Donetsk ucraino, scontata dopo le manovre preparatorie invernali. Così si scatena con missili e droni contro obiettivi civili in Russia e nel Donbass occupato. Poi, quando arrivano le prevedibili rappresaglie russe, Zelensky fa il pianto greco per accusare gli alleati e battere altra cassa. Gli attacchi ucraini non spostano di un millimetro le sorti del conflitto, ormai segnate da tre anni, cioè dal fallimento dell’ultima controffensiva ucraina, seguìto da nuove avanzate dei russi che hanno ormai in pugno il 20% del Paese. Ma servono a perpetuare l’illusione della vittoria: dunque della guerra a oltranza (il “prestito” di 90 miliardi basta per un anno appena) e del rinvio sine die dei negoziati. Anche ora che Putin ha messo nero su bianco, nel vertice con Trump in Alaska, ciò che gli analisti seri (e i servizi Usa) sanno dal 2022: non vuole né Kiev né l’intera Ucraina né tantomeno l’Europa, ma il Donbass, la fascia russofona di Sud-Est a protezione della Crimea e la parziale smilitarizzazione parziale del Paese che la Nato in dodici anni ha trasformato in una testa d’ariete nel fianco della Russia.

Venerdì i droni ucraini hanno sventrato uno studentato nel Lugansk occupato: 21 civili morti, di cui quattro bambini, e 40 feriti. L’Ue, al solito, ha fischiettato, anche perché la strage è avvenuta con armi nostre. Invece ha condannato la rappresaglia russa, anche con missili ipersonici, che ha fatto quattro morti e decine di feriti. La libera stampa ha parlato di “vendetta di Putin” (senza dire perché: le vite dei russofoni valgono zero) e “ricatto nucleare all’Ue” (che non c’entrano nulla: né il nucleare né l’Ue). Lo stesso velo pietoso ha coperto le dimissioni della premier della Lettonia per non avere protetto il Paese, tra i più russofobi, da due droni ucraini (cioè amici). Lo scorso autunno non c’era giorno senza un allarme su droni russi negli Stati baltici, in Polonia e nel Nord Europa; Zelensky parlava di attacchi deliberati di Putin alla Nato e le intimava di usare l’articolo 5 per dichiarare guerra a Mosca. Naturalmente erano droni deviati da barriere elettromagnetiche ucraine o abbattuti da Kiev e rimessi in volo per simulare raid russi anti-Nato (“false flag”). Lo stesso, a parti rovesciate, accade ora coi droni ucraini in Lettonia. Ma, se i droni russi li devia l’Ucraina, “ha stato Putin”. Invece, se i droni ucraini li devia la Russia, “ha stato Putin”.

domenica 24 maggio 2026

Politica lungimirante

 


È veramente meraviglioso assistere a questi assembramenti turistici, frutto di una politica intelligente e per nulla lucrosa! Lo studio dei flussi, della ricettività sono amebe insulse per stolti beoti. Quel che conta sono solo i numeri che devono crescere ogni anno! Se poi molti non vedranno neppure il mare… chissenefrega!

L'Amaca

 


Arrivano i marziani

di Michele Serra


La balordaggine dell'"operazione Ufo" intrapresa dal ministro della Guerra americano, Pete Hegseth, per la serie "il popolo deve sapere", è certificata dalla musica tambureggiante e melodrammatica che accompagna le esili tracce visive rese pubbliche. Potrebbero essere prodotte da un'astronave del pianeta Gnork piena di umanoidi con il naso a trombetta così come da un calabrone, da un aggeggio sperimentale di qualche centro di ricerche militare o civile, da un riverbero luminoso, da una foglia al vento, da una caccola rimasta appiccicata sull'obiettivo che riprende l'immagine.

Prepariamoci comunque a un'orgia di commenti emozionati, a un vero e proprio rinascimento ufologico: di tutte le dietrologie e i "non ce lo vogliono dire", quella sugli Ufo è di gran lunga quella più a buon mercato, buona per grandi e piccini, per l'ingenuo credulone come per lo scafato complottista.

La scienza dice che c'è una forte probabilità che, in qualche galassia, possano essersi create le condizioni adatte ad altre forme di vita, alcune con il naso a trombetta, altre no. Ma ci sono zero rilievi scientifici a proposito di presenze aliene sulla Terra, e la distanza incolmabile tra i corpi celesti tende a escludere che gli anni luce possano essere percorsi, da casello a casello, da dischi volanti o razzi intergalattici.

Ma esiste una voglia irresistibile che queste presenze invece ci siano, minacciose se si è paranoici, salvifiche se si è religiosamente convinti che la salvezza arrivi dal cielo. L'alieno sadico di Mars Attacks! (capolavoro) e l'alieno amichevole di E.T. (capolavoro) sono grandi pezzi di cinema, ma Hollywood non basta: grazie al web e alla tecnologia, ormai ognuno è regista del suo film. E vede quello che vuole vedere, crede in quello che vuole credere.

Commemorazione

 




Paragoni comici

 

Carletto Falcone. 


di Marco Travaglio 

Rompendo la monotonia delle commemorazioni di Capaci, Carlo Nordio è salito sul piedistallo delle vittime e si è paragonato a Falcone. Tipo i mitomani che ai matrimoni vorrebbero essere la sposa e ai funerali il morto. Testuale: “Io mi sento magistrato prima ancora che ministro, quindi questa giornata per me è particolarmente emozionante. Sia io che Giovanni Falcone abbiamo rischiato la vita: io quando indagavo sulle Brigate Rosse e lui sulla mafia”. Ecco: lui prima e Falcone dopo. Il fatto che, oltre a rischiare la vita, Falcone l’abbia anche persa, mentre l’unico pericolo che corre Nordio è una cirrosi epatica da spritz, è un dettaglio. I cerimonieri prendano buona nota affinché dall’anno prossimo ogni lapide, targa, cippo e monumento commemorativo ricordi non solo Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, ma anche Nordio. La Storia, malgrado le vili censure che da oltre 40 anni oscurano il suo ruolo decisivo nella lotta al terrorismo politico e mafioso, parla chiaro. Più che dalla coppia oleografica Falcone-Borsellino, i piani alti del crimine hanno sempre saputo che il pericolo pubblico numero 1 o al massimo 2 non era a Palermo, ma a Venezia. E furono sempre ossessionati dal duo Falcone-Nordio. Giovanni non muoveva un passo senza consultarsi con Carletto, allievo prediletto e poi maestro e spirito guida. Nel 1989 il vero bersaglio del fallito attentato all’Addaura non era né Falcone né i colleghi svizzeri Carla Del Ponte e Claudio Lehmann, ma Nordio, atteso sulla scogliera per l’apericena. E nel 1992, dovendo scegliere quale pm colpire per primo, Riina e gli altri boss restarono a lungo incerti tra Falcone e Nordio. Poi optarono per il primo, ma subito si pentirono di aver trascurato l’implacabile castigamatti lagunare, terrore di ogni cosca e brigata. Una grave sottovalutazione che pagarono cara e salata.

Scampato per miracolo alla strategia stragista, Nordio infilò un’indagine più clamorosa dell’altra (ora non ce ne sovvengono, ma solo per l’odiosa censura che lo perseguita) e infine, raggiunta la meritata pensione, coronò la trionfale carriera col ministero della Giustizia. E, per i criminali d’alto bordo, furono dolori: nel solco dell’amico Giovanni, Carletto depenalizzò l’abuso d’ufficio, imbavagliò stampa e toghe, e soprattutto limitò le intercettazioni (non più di 45 giorni, anche per cercare boss latitanti da 45 anni). Celebre la frase: “I veri mafiosi non parlano al telefono per paura delle intercettazioni e del trojan”. Poche ore dopo fu arrestato Messina Denaro grazie alle intercettazioni e al trojan e qualcuno osò canzonare il ministro per l’incauta affermazione. Ma era la classica finta del fuoriclasse per disorientare l’avversario.

Titoli lontani

 

Fjord, Minotaur, La Bola Negra, Fatherland, All of a Sudden, Coward: sono i titoli dei film premiati al Festival di Cannes conclusosi ieri, con la vittoria di Fjord del regista romeno Cristian Mungiu.

Perché scrivo questo? Quanti di noi vedranno questi film? Opere sicuramente valide ma di nicchia. E cos'è la nicchia? Ragionando da ignorante, oserei dire che la nicchia alimenta ambienti snob, club esclusivi dove il pensiero scorre veloce ma dentro pareti. Per affrontare film di questo genere occorre preparazione, lettura, conoscenza della storia, biografia del regista, collocazione filosofica. Quanti sono pronti e in grado di farlo?

Partendo da un dato raggelante — che il 35% degli italiani è analfabeta funzionale — il cinema d'autore cosa cerca di fare per ridurre questo squallido numero?

C'è insomma la sensazione che le linee parallele non si incontreranno mai, come da regola geometrica: la nicchia continuerà sfavillante a nutrirsi di sé stessa, autostimandosi, celebrando e sminuzzando filosofie allo scopo di certificare la propria esistenza.

Manca la discesa, l'agevolazione verso substrati in sofferenza — vedasi il mondo giovanile. Non è fattibile, oggi, presentare un progetto che, facendo sedere davanti a uno schermo blocchi di marmo intonsi, ne liberi dopo la proiezione statue michelangiolesche: coscienze pronte ad affrontare soprusi e corteggiamenti capitalistici di ogni risma, pronte a combattere la malevola e occulta volontà di tenere sempre più rimbambiti al desco — ondivaghe figure dormienti pronte ad affollare store per ninnoli insignificanti.

Il cinema d'élite ha una grande responsabilità che pare non aver voglia di affrontare: risvegliare coscienze, innescare l'io dei tanti, troppi, dormienti. Scendere dal piedistallo, farsi compagno di viaggio di molti, offuscherebbe la nicchia e le verticali di Krug — l'essenza, per molti, dell'essere su questo pianeta.

sabato 23 maggio 2026

Finale di sfottò!

 




L'Amaca

 


Il burattino senza fili

DI MICHELE SERRA

L'uomo che inciampa è un classico del meccanismo comico. Se poi l'uomo che inciampa è ricco e potente, e cade a faccia in giù in una pozzanghera, la risata si libera di ogni senso di colpa. Non fa ridere allo stesso modo la caduta del disgraziato, che la retta via non sa davvero come mantenerla.

La caduta del robot è una variante inedita. Se avete visto il video dell'umanoide made in China che mentre imita Michael Jackson stramazza su un gradino, e non si rialza più, da danzatore a fantoccio, da vivo a morto in un istante: beh, la classica risata dura appena un attimo e lascia subito il posto a una specie di solidale sgomento. Fa pensare, quel guitto disarticolato, incapace di risollevarsi, al servo schiantato dal lavoro. All'animale da circo costretto all'esibizione innaturale. Alla vittima di un azzardo non imputabile a lui.

L'uomo robusto (il suo inventore?) che dopo un istante si avvicina, lo osserva, lo solleva e con calma se lo porta via, senza l'affanno del soccorso, senza la pena per il ferito, appare immediatamente come il solo artefice della scena. È lui, non il robot, l'emulatore fallito di Michael Jackson. È lui che ha esposto allo sghignazzo del pubblico quei chili di metallo e chip addestrati a fingersi una popstar — chissà perché, poi: per quale utile bisogno umano?

Non diremo mai abbastanza che non è la tecnologia, a farci paura, è l'uomo che la adopera, che se ne serve per gli scopi più disparati: scienza e avidità, medicina e guerra, cura e sterminio, soccorso e controllo sociale. Nessuno ha paura del burattino, tutti del burattinaio. Molti anni fa in Francia prese piede un movimento, mezzo dadaista, per la liberazione dei nani da giardino. È ora di fondare un movimento per la liberazione dei robot in cattive mani.

Ricordo Slow

 


Il rivoluzionario che ci ha insegnato l'umanità del pane

DI MICHELE SERRA

Era un rivoluzionario, anche se già qualcuno lo commemora come un tradizionalista. Era un uomo del popolo, e rischia di essere ricordato come il profeta di una élite gaudente. È stato una mente politica e un organizzatore sociale molto ammirato all'estero, piuttosto misconosciuto in patria. Era un internazionalista di sinistra, un globalista visionario, ma se ne parlava prevalentemente come cultore del local, del piccolo luogo, delle singole culture indigene.

Carlo Petrini non ha avuto alcuna colpa di questi equivoci. La sua sfida era (ed è) ardua e coraggiosa, non è stata una pagina facile da scrivere, nemmeno da leggere. Sfida culturale: impedire che la massificazione cancellasse le identità, le storie, le culture, le sapienze, le esperienze, la memoria (in una parola: l'umanità del cibo e l'umanità in generale). Che omologasse i sapori, sterilizzasse il rapporto tra uomo e natura, approfondisse la cesura, drammatica, tra la società urbanizzata e la terra madre. L'uomo senza i piedi e le mani nella terra doveva sembrargli amputato.

La sua sfida politica era che i produttori, i contadini, gli allevatori, i pescatori (a tutt'oggi: circa un terzo del genere umano) fossero il motore, e non un ingranaggio, i protagonisti, non le vittime, della filiera del cibo, sfidando il paradigma secondo il quale solo l'agroindustria, solo il latifondo biotecnologico potessero sfamare l'umanità. Non voleva che l'industria chimica e i fondi di investimento fossero i padroni definitivi del cibo mondiale, proprietari dei brevetti delle specie (poche) e progettisti esclusivi di un paesaggio agricolo ridotto a distese interminabili della stessa soia, dello stesso mais. La cancellazione della biodiversità come razionalizzazione capitalistica della produzione agricola: è un progresso o un regresso?

Vedeva nella cancellazione dell'agricoltura di autoconsumo nei paesi poveri un colpo inferto dal capitalismo aggressivo alla dignità contadina; nelle masse proletarizzate e affamate che migravano verso le megalopoli, perdendo terra, autonomia, identità, libertà, vedeva il segno di un arretramento secco della condizione umana. Certo non un segno del progresso.

Ha guidato la nascita di migliaia di orti in Africa, messo in rete comunità contadine di tutto il pianeta, convocato a Torino, per Terra Madre, gruppi entusiasti di coltivatori che arrivavano, a migliaia, da ogni angolo della Terra, dalla tundra all'Equatore, dalle Ande al Giappone, per scambiarsi esperienze, conoscersi meglio, valutare problemi insospettabilmente simili, e finalmente messi in comune.

Ha rivoluzionato, con Slow Food e la sua capillare presenza territoriale, buona parte della ristorazione italiana, segnalando con la chiocciolina il buono, la cura degli ingredienti del territorio, il giusto prezzo, e insegnando a diffidare del generico, del turistico, dell'improvvisato, del pacchiano. Ha mandato in orbita le sue Langhe, che soprattutto grazie a lui hanno preso coscienza del loro altissimo valore enologico. Ha creato, a Pollenzo, una Università delle Scienze Gastronomiche che è avanguardia mondiale, con studenti di ogni paese che imparano, nel cibo, a leggere economia, biochimica, agraria, sociologia, politica. È a Pollenzo che oggi e domani lo saluteremo in tanti.

Questa incredibile avventura, partita dalla piccola città di Bra, da un tipico apprendistato politico negli anni Sessanta e Settanta (Radio Bra Onde Rosse…) ha avuto come ingrediente fondamentale l'empatia umana di Carlo. Il suo culto dell'amicizia, del convivio, dello stare insieme, ridere insieme. Ha coltivato la socialità, la conversazione, lo scambio umano per tutta la vita, avendo il privilegio straordinario, e meritato, di poterlo fare con un papa (Francesco), un re (Carlo d'Inghilterra) e con un numero enorme di contadini, di gente semplice, di amici, di corrispondenti di Slow Food da mezzo mondo.

Sapeva star bene con gli intellettuali e con le cuoche, con i pastori e con i politici, purché il modo fosse gentile, familiare, semplice, e la tavola fosse ospitale.

Fu protagonista, con l'inseparabile scudiero Azio, di scherzi memorabili, messe in scena, simulazioni e beffe delle quali si è riso per anni fino all'ultimo bicchiere. Cantava così così, ma cantava, e si esibì al Club Tenco, uno dei suoi luoghi del cuore, in un trio detto "i Madrigalisti d'Oltre Tanaro". Amava fare notte fonda, e non gli piaceva che qualcuno se ne andasse prima del tempo (in questo suo oltranzismo conviviale era quasi più pericoloso di Gianni Mura).

Una notte di parecchi anni fa lo vidi arrampicarsi lungo i colli del Roero per il rito primaverile delle uova, che annuncia prosperità a chi accoglie, e minaccia disgrazia a chi respinge. Fattoria dopo fattoria, fino all'alba. Con lui ragazzi americani, tedeschi, giapponesi, che avevano imparato a memoria il canto rituale, in stretto langarolo. Il mondo intero, ma in un posto solo, e con il bicchiere in mano. Pane, uova, salame. E fraternità. Il mondo come lo voleva Carlo, e come forse mai non sarà. Ma c'era, quel mondo, quando c'era Carlo.

Natangelo

 



Salubre intervista

 

Intervista a Francesca Albanese, relatrice Onu per la Palestina: Sulla Flotilla e Gaza la nostra indignazione è selettiva. Le condanne di Meloni? Too little, too late 


di Maddalena Oliva 

Francesca Albanese, le immagini degli attivisti della Flotilla inginocchiati, umiliati, in dei casi torturati, dopo essere stati sequestrati illegalmente, hanno fatto il giro del mondo. 

L’ennesimo attacco contro la Flotilla è un assaggio di ciò che i prigionieri palestinesi affrontano ogni giorno, nel silenzio degli Stati e dei media principali. E conferma la brutalità dello Stato israeliano, sostenuta dall’impunità di cui gode. Se le condanne ci sono, non seguono azioni tangibili, come la cooperazione con la giustizia internazionale e la fine della complicità economica e militare. Per l’Europa, parlo in primis della sospensione dell’accordo di cooperazione economica tra Ue e Israele, un accordo che viola il diritto internazionale. L’indignazione non può esaurirsi con il ritorno a casa degli attivisti, ma deve continuare fino alla fine dell’occupazione, dell’apartheid e del genocidio. Serve mobilitarsi in modo permanente. E gli italiani sono tra i primi che hanno dimostrato di poterlo fare.

‘Benvenuti nell’Apartheid senza frontiere, che presto diventerà il Consorzio Mediterraneo dell’Apartheid’, ha scritto sui suoi social.

Certo. Israele sta portando alle estreme conseguenze una logica che i governi europei hanno già contribuito a normalizzare: controllo securitario delle frontiere, sorveglianza permanente, criminalizzazione della solidarietà e impunità per la violenza esercitata contro civili e attivisti. Da anni lasciamo morire nel Mediterraneo migliaia di persone in fuga da guerre, persecuzioni e miseria, rafforzando pure certi regimi autocratici della sponda sud del Mediterraneo e trasformando il mare in uno spazio sempre più militarizzato, un vero e proprio ‘cimitero liquido’. Non è un caso che molte di queste politiche si basino anche sull’utilizzo di tecnologie militari israeliane, come i droni prodotti da Elbit Systems.

È anche per questo, secondo lei, che fino a pochi giorni fa, nessun Paese ha avuto la forza di prendere posizione contro gli abbordaggi israeliani della Flotilla?

È questo il punto più inquietante: sembrano non esistere red lines. Lo scopo degli attivisti era entrare nelle acque di Gaza e queste non sono sotto sovranità israeliana: restano sotto occupazione illegale. Israele non ha quindi alcun diritto di intercettare e sequestrare persone in acque internazionali, ben lontane dalle acque territoriali israeliane. Eppure nulla sembra sufficiente per una reale rottura politica da parte dell’Europa. Netanyahu manda navi da guerra a sequestrare cittadini europei, a due passi dalle acque europee, e l’Europa ha paura di rompere il blocco illegale che Israele impone su una popolazione stremata, nonostante la Corte internazionale di giustizia abbia dimostrato l’illegalità dell’occupazione su Gaza, Gerusalemme Est e Cisgiordania, e la necessità di smantellarla incondizionatamente. Il sogno europeo, di un’Europa come comunione di valori e non solo di mercati, sembra davvero un lontano ricordo.

Il mondo sembra aver scoperto oggi che il governo israeliano è ostaggio dei suoi ministri più oltranzisti. L’Unione europea ieri ha aperto alla proposta italiana di sanzionare il ministro Ben-Gvir. E persino Netanyahu è stato costretto a prendere le distanze…

La violenza israeliana non dipende da una singola figura politica: è strutturale, radicata nel sistema di occupazione e d’apartheid. Se domani avessimo nomi nuovi al governo, la necessità di cambiare le leggi israeliane, di renderle veramente democratiche e di far cessare apartheid e occupazione illegale non cesserebbero. Non pensiamo che esista un modo ‘soft’ o ‘moderato’ di mantenere un regime di occupazione che fa da veicolo al colonialismo d’insediamento più sfacciato: saremmo ingenui. E anche la presa di distanza da Ben-Gvir è apparente, mi sembra piuttosto un modo di Netanyahu per deflettere le accuse mosse dai leader internazionali, infatti il ministro della Sicurezza mantiene indisturbato la sua posizione. E parliamo di colui che ha promosso la prison revolution contro i detenuti palestinesi, aggravandone gli aspetti punitivi e implementando delle vere e proprie politiche del terrore. Negli ultimi 32 mesi sono stati imprigionati oltre 20mila palestinesi, di 4mila si sono perse completamente le tracce, stando a un’inchiesta condotta sempre dell’Onu, in 100 sono stati uccisi durante la detenzione. Delle forme di tortura sotto cui sono morti alcuni – come il dottor Adnan al-Bursh, chirurgo ortopedico molto noto e amato da tutti – si conoscono persino i dettagli.

Però ci indigniamo solo quando a essere coinvolti sono i nostri connazionali: è la disumanizzazione dei palestinesi di cui parla anche Judith Butler?

Quali vite sono considerate grievable, degne di essere piante? Questo si chiede Judith Butler. Trovo che ciò che è accaduto alla Palestina abbia aperto un varco facendoci vedere una delle tragedie più profonde del nostro tempo: l’incapacità di riconoscerci davvero come parte della stessa famiglia umana, dopo decenni in cui ci eravamo collettivamente ripromessi di farlo. Se c’è qualcosa che questa vicenda può e deve insegnarci, è che l’indignazione non può essere selettiva. La vita ha lo stesso valore indipendentemente dalla lingua, dalla religione, dal genere, dal passaporto. Chi lo nega fa ideologia. In Italia c’è un’ignoranza volontaria e inescusabile. Va bene avere opinioni divergenti e discordanti, ma a partire dai fatti documentati.

Fa riferimento al suo ultimo rapporto Onu sulle torture nelle carceri israeliane. E a quanto hanno raccontato le inchieste di alcuni media, come il New York Times, sull’uso dei cani per stuprare…

Quello pubblicato dal NYT è un articolo necessario ma che, francamente, sfiora appena la superficie di ciò che accade in Palestina. Eppure, nonostante questo, la reazione israeliana è stata immediata e feroce. Non vogliono che chi li sostiene, soprattutto la base democratica statunitense, veda, sappia, capisca. Sanno che l’indignazione, ma anche la capacità di empatia e amore per l’altro, rappresentano la minaccia più grande: la scintilla che può trasformarsi in azione politica e costringere i governi a smettere di essere complici.

Possiamo dire che la Flotilla ha avuto di nuovo la forza di accendere questa scintilla? Si è ricreduta?

Se questa vicenda servirà a riportare l’attenzione sulla Palestina, sulla brutalità del sistema israeliano e sulla necessità di continuare a mobilitarsi, allora sì. Soprattutto in un momento in cui il cosiddetto ‘cessate il fuoco’ ha quietato le coscienze in questa parte del mondo, mentre per i palestinesi ha significato, nei fatti, l’occupazione di più di metà della Striscia, il divieto di oltrepassare la cosiddetta ‘linea gialla’ – pena, la morte – e continue uccisioni di civili, anziani e bambini. Dopo aver ammazzato in massa giornalisti palestinesi e continuando a impedire ai media l’accesso a Gaza, le immagini che arrivano dalla Striscia sono sempre meno. Meno immagini significano anche meno capacità di interrogarci, meno urgenza di agire, meno pressione sulle nostre coscienze. Spero quindi che la Flotillaci abbia risvegliato dal torpore e dall’assuefazione degli ultimi mesi, ricordandoci per quali vite stiamo lottando. A Umm al-Kheir, in Cisgiordania, da settimane un’intera comunità vive sotto la minaccia imminente di demolizioni e trasferimento forzato: coloni ed esercito israeliano impediscono ai bambini di raggiungere la scuola, bloccando le strade con filo spinato e utilizzando lacrimogeni contro i bambini. Ecco, c’è il rischio che l’apparente indignazione internazionale per quanto accaduto agli attivisti finisca, paradossalmente, per oscurare ancora una volta ciò che continua ad accadere ogni giorno in Palestina.

È però la prima volta che i governi e le cancellerie di mezzo mondo – Stati Uniti compresi – hanno condannato Israele.

Too little too late: ‘troppo poco e troppo tardi’. La maggior parte dei Paesi occidentali resta complice o completamente assoggettata alle politiche israelo-statunitensi. Come può la presidente del Consiglio Giorgia Meloni dichiararsi ‘indignata’ e, al tempo stesso, continuare a stringere la mano a Benjamin Netanyahu, su cui gravano accuse internazionali per crimini di guerra e contro l’umanità? Se il governo italiano ritiene davvero inaccettabili queste condotte, deve agire di conseguenza: smettere di ostacolare lo stop all’accordo Ue-Israele e interrompere ogni processo di normalizzazione diplomatica, in assenza di responsabilità e rispetto del diritto internazionale. Mi chiedo quale sarebbe stata la reazione dei governi occidentali se, al posto di Israele, ci fosse stata la Russia a intercettare in acque internazionali attivisti diretti in Ucraina con aiuti umanitari…

Chi invece qualche giorno fa è stato sanzionato dagli Usa, come è successo a lei, è stato l’attivista della Flotilla Saif Abukeshek…

È evidente che molte di queste sanzioni sembrano dettate più da Tel Aviv che da Washington. Gli attacchi contro chi si occupa di giustizia internazionale e solidarietà stanno diventando una forma di intimidazione sistematica. Come se ne esce? I governi devono reagire in modo deciso contro un atteggiamento che ricorda più logiche mafiose che di confronto tra Stati di diritto. È questo il futuro che vogliamo? A livello europeo, uno strumento già esistente – lo ‘statuto di blocco’ – potrebbe essere attivato contro sanzioni ritenute extraterritoriali e illegittime. Sarebbe un primo passo concreto. In parallelo, gli Stati di cittadinanza dovrebbero garantire un sostegno politico e legale alle persone sanzionate, a differenza di quanto fatto dall’Italia nei miei confronti.

A proposito, ora che ha vinto contro gli Stati Uniti può tornare alla sua vita e avere di nuovo un conto in banca?

È un primo respiro di sollievo. Ora si facciano avanti le banche che volevano aprirmi un conto, ma non potevano! Il mio caso, però, non è ancora definito nel merito: quella ottenuta è una sospensione preliminare e non una soluzione definitiva. La battaglia per la giustizia è ancora lunga.Francesca Albanese, le immagini degli attivisti della Flotilla inginocchiati, umiliati, in dei casi torturati, dopo essere stati sequestrati illegalmente, hanno fatto il giro del mondo. 

L’ennesimo attacco contro la Flotilla è un assaggio di ciò che i prigionieri palestinesi affrontano ogni giorno, nel silenzio degli Stati e dei media principali. E conferma la brutalità dello Stato israeliano, sostenuta dall’impunità di cui gode. Se le condanne ci sono, non seguono azioni tangibili, come la cooperazione con la giustizia internazionale e la fine della complicità economica e militare. Per l’Europa, parlo in primis della sospensione dell’accordo di cooperazione economica tra Ue e Israele, un accordo che viola il diritto internazionale. L’indignazione non può esaurirsi con il ritorno a casa degli attivisti, ma deve continuare fino alla fine dell’occupazione, dell’apartheid e del genocidio. Serve mobilitarsi in modo permanente. E gli italiani sono tra i primi che hanno dimostrato di poterlo fare.

‘Benvenuti nell’Apartheid senza frontiere, che presto diventerà il Consorzio Mediterraneo dell’Apartheid’, ha scritto sui suoi social.

Certo. Israele sta portando alle estreme conseguenze una logica che i governi europei hanno già contribuito a normalizzare: controllo securitario delle frontiere, sorveglianza permanente, criminalizzazione della solidarietà e impunità per la violenza esercitata contro civili e attivisti. Da anni lasciamo morire nel Mediterraneo migliaia di persone in fuga da guerre, persecuzioni e miseria, rafforzando pure certi regimi autocratici della sponda sud del Mediterraneo e trasformando il mare in uno spazio sempre più militarizzato, un vero e proprio ‘cimitero liquido’. Non è un caso che molte di queste politiche si basino anche sull’utilizzo di tecnologie militari israeliane, come i droni prodotti da Elbit Systems.

È anche per questo, secondo lei, che fino a pochi giorni fa, nessun Paese ha avuto la forza di prendere posizione contro gli abbordaggi israeliani della Flotilla?

È questo il punto più inquietante: sembrano non esistere red lines. Lo scopo degli attivisti era entrare nelle acque di Gaza e queste non sono sotto sovranità israeliana: restano sotto occupazione illegale. Israele non ha quindi alcun diritto di intercettare e sequestrare persone in acque internazionali, ben lontane dalle acque territoriali israeliane. Eppure nulla sembra sufficiente per una reale rottura politica da parte dell’Europa. Netanyahu manda navi da guerra a sequestrare cittadini europei, a due passi dalle acque europee, e l’Europa ha paura di rompere il blocco illegale che Israele impone su una popolazione stremata, nonostante la Corte internazionale di giustizia abbia dimostrato l’illegalità dell’occupazione su Gaza, Gerusalemme Est e Cisgiordania, e la necessità di smantellarla incondizionatamente. Il sogno europeo, di un’Europa come comunione di valori e non solo di mercati, sembra davvero un lontano ricordo.

Il mondo sembra aver scoperto oggi che il governo israeliano è ostaggio dei suoi ministri più oltranzisti. L’Unione europea ieri ha aperto alla proposta italiana di sanzionare il ministro Ben-Gvir. E persino Netanyahu è stato costretto a prendere le distanze…

La violenza israeliana non dipende da una singola figura politica: è strutturale, radicata nel sistema di occupazione e d’apartheid. Se domani avessimo nomi nuovi al governo, la necessità di cambiare le leggi israeliane, di renderle veramente democratiche e di far cessare apartheid e occupazione illegale non cesserebbero. Non pensiamo che esista un modo ‘soft’ o ‘moderato’ di mantenere un regime di occupazione che fa da veicolo al colonialismo d’insediamento più sfacciato: saremmo ingenui. E anche la presa di distanza da Ben-Gvir è apparente, mi sembra piuttosto un modo di Netanyahu per deflettere le accuse mosse dai leader internazionali, infatti il ministro della Sicurezza mantiene indisturbato la sua posizione. E parliamo di colui che ha promosso la prison revolution contro i detenuti palestinesi, aggravandone gli aspetti punitivi e implementando delle vere e proprie politiche del terrore. Negli ultimi 32 mesi sono stati imprigionati oltre 20mila palestinesi, di 4mila si sono perse completamente le tracce, stando a un’inchiesta condotta sempre dell’Onu, in 100 sono stati uccisi durante la detenzione. Delle forme di tortura sotto cui sono morti alcuni – come il dottor Adnan al-Bursh, chirurgo ortopedico molto noto e amato da tutti – si conoscono persino i dettagli.

Però ci indigniamo solo quando a essere coinvolti sono i nostri connazionali: è la disumanizzazione dei palestinesi di cui parla anche Judith Butler?

Quali vite sono considerate grievable, degne di essere piante? Questo si chiede Judith Butler. Trovo che ciò che è accaduto alla Palestina abbia aperto un varco facendoci vedere una delle tragedie più profonde del nostro tempo: l’incapacità di riconoscerci davvero come parte della stessa famiglia umana, dopo decenni in cui ci eravamo collettivamente ripromessi di farlo. Se c’è qualcosa che questa vicenda può e deve insegnarci, è che l’indignazione non può essere selettiva. La vita ha lo stesso valore indipendentemente dalla lingua, dalla religione, dal genere, dal passaporto. Chi lo nega fa ideologia. In Italia c’è un’ignoranza volontaria e inescusabile. Va bene avere opinioni divergenti e discordanti, ma a partire dai fatti documentati.

Fa riferimento al suo ultimo rapporto Onu sulle torture nelle carceri israeliane. E a quanto hanno raccontato le inchieste di alcuni media, come il New York Times, sull’uso dei cani per stuprare…

Quello pubblicato dal NYT è un articolo necessario ma che, francamente, sfiora appena la superficie di ciò che accade in Palestina. Eppure, nonostante questo, la reazione israeliana è stata immediata e feroce. Non vogliono che chi li sostiene, soprattutto la base democratica statunitense, veda, sappia, capisca. Sanno che l’indignazione, ma anche la capacità di empatia e amore per l’altro, rappresentano la minaccia più grande: la scintilla che può trasformarsi in azione politica e costringere i governi a smettere di essere complici.

Possiamo dire che la Flotilla ha avuto di nuovo la forza di accendere questa scintilla? Si è ricreduta?

Se questa vicenda servirà a riportare l’attenzione sulla Palestina, sulla brutalità del sistema israeliano e sulla necessità di continuare a mobilitarsi, allora sì. Soprattutto in un momento in cui il cosiddetto ‘cessate il fuoco’ ha quietato le coscienze in questa parte del mondo, mentre per i palestinesi ha significato, nei fatti, l’occupazione di più di metà della Striscia, il divieto di oltrepassare la cosiddetta ‘linea gialla’ – pena, la morte – e continue uccisioni di civili, anziani e bambini. Dopo aver ammazzato in massa giornalisti palestinesi e continuando a impedire ai media l’accesso a Gaza, le immagini che arrivano dalla Striscia sono sempre meno. Meno immagini significano anche meno capacità di interrogarci, meno urgenza di agire, meno pressione sulle nostre coscienze. Spero quindi che la Flotillaci abbia risvegliato dal torpore e dall’assuefazione degli ultimi mesi, ricordandoci per quali vite stiamo lottando. A Umm al-Kheir, in Cisgiordania, da settimane un’intera comunità vive sotto la minaccia imminente di demolizioni e trasferimento forzato: coloni ed esercito israeliano impediscono ai bambini di raggiungere la scuola, bloccando le strade con filo spinato e utilizzando lacrimogeni contro i bambini. Ecco, c’è il rischio che l’apparente indignazione internazionale per quanto accaduto agli attivisti finisca, paradossalmente, per oscurare ancora una volta ciò che continua ad accadere ogni giorno in Palestina.

È però la prima volta che i governi e le cancellerie di mezzo mondo – Stati Uniti compresi – hanno condannato Israele.

Too little too late: ‘troppo poco e troppo tardi’. La maggior parte dei Paesi occidentali resta complice o completamente assoggettata alle politiche israelo-statunitensi. Come può la presidente del Consiglio Giorgia Meloni dichiararsi ‘indignata’ e, al tempo stesso, continuare a stringere la mano a Benjamin Netanyahu, su cui gravano accuse internazionali per crimini di guerra e contro l’umanità? Se il governo italiano ritiene davvero inaccettabili queste condotte, deve agire di conseguenza: smettere di ostacolare lo stop all’accordo Ue-Israele e interrompere ogni processo di normalizzazione diplomatica, in assenza di responsabilità e rispetto del diritto internazionale. Mi chiedo quale sarebbe stata la reazione dei governi occidentali se, al posto di Israele, ci fosse stata la Russia a intercettare in acque internazionali attivisti diretti in Ucraina con aiuti umanitari…

Chi invece qualche giorno fa è stato sanzionato dagli Usa, come è successo a lei, è stato l’attivista della Flotilla Saif Abukeshek…

È evidente che molte di queste sanzioni sembrano dettate più da Tel Aviv che da Washington. Gli attacchi contro chi si occupa di giustizia internazionale e solidarietà stanno diventando una forma di intimidazione sistematica. Come se ne esce? I governi devono reagire in modo deciso contro un atteggiamento che ricorda più logiche mafiose che di confronto tra Stati di diritto. È questo il futuro che vogliamo? A livello europeo, uno strumento già esistente – lo ‘statuto di blocco’ – potrebbe essere attivato contro sanzioni ritenute extraterritoriali e illegittime. Sarebbe un primo passo concreto. In parallelo, gli Stati di cittadinanza dovrebbero garantire un sostegno politico e legale alle persone sanzionate, a differenza di quanto fatto dall’Italia nei miei confronti.

A proposito, ora che ha vinto contro gli Stati Uniti può tornare alla sua vita e avere di nuovo un conto in banca?

È un primo respiro di sollievo. Ora si facciano avanti le banche che volevano aprirmi un conto, ma non potevano! Il mio caso, però, non è ancora definito nel merito: quella ottenuta è una sospensione preliminare e non una soluzione definitiva. La battaglia per la giustizia è ancora lunga.

Pochissimi lo dicono...

 

Svendola 


di Marco Travaglio 

Rinviato a giudizio al processo “Ambiente Svenduto” sullo scempio ambientale dell’Ilva e condannato dal Tribunale di Taranto a 3 anni e 6 mesi per concussione contro il direttore dell’Arpa, l’ex presidente pugliese Nichi Vendola è uscito ieri dal Tribunale di Potenza con una sentenza di “non luogo a procedere per intervenuta prescrizione”. Il proscioglimento è dovuto a motivi puramente tecnici, che escludono la sua innocenza (altrimenti il giudice avrebbe dovuto assolverlo) e dipendono da un istituto – la prescrizione – che consente soprattutto ai ricchi e ai potenti di farla franca giocando sulla lentezza della giustizia (e spesso contribuendovi), nonché dalla strana decisione della Corte d’appello che, dopo la sentenza di primo grado, tolse il processo ai giudici tarantini e lo traslocò in Lucania perché ripartisse da zero. Se Vendola fosse un privato cittadino, affari suoi. Ma è il presidente di Sinistra Italiana – il partito di Nicola Fratoianni alleato coi Verdi di Angelo Bonelli in Avs – si è candidato alle ultime Regionali pugliesi (trombato) e pare che intenda riprovarci alle Politiche. Quindi sono affari nostri: ogni sua scelta è pubblica e politica. Soprattutto quella di accettare la prescrizione come un Berlusconi e un Andreotti qualsiasi in un processo cruciale come quello agli avvelenatori di Taranto e per un delitto gravissimo e doloso, anziché rinunciarvi per farsi giudicare nel merito.

Avs è il terzo partito della coalizione progressista che dovrebbe sconfiggere le destre e ha già due eurodeputati pregiudicati: Mimmo Lucano per falso in atto pubblico e Ilaria Salis per reati legati all’occupazione abusiva di alloggi (vicende liquidate come legate all’impegno politico). Ma ora ha pure il presidente di SI prescritto per concussione. Per giunta in un processo nato anche dalle denunce dell’altro leader, Bonelli, che sulle condotte di Vendola sull’Ilva ha detto cose pesantissime e si è costituito con i Verdi parte civile chiedendo anche la sua condanna e un risarcimento complessivo di 400mila euro. Ora dovrebbe esprimere un giudizio sulla prescrizione accettata da Vendola senza fare un plissé. E così gli altri leader del centrosinistra, possibilmente prima di fare le liste per le Politiche. Con che faccia contesteranno i prescritti di destra che si spacciano per assolti, se candidano gente che fa lo stesso? Nel 2013 il Fatto pubblicò un’intercettazione telefonica in cui Vendola se la rideva con il factotum dei Riva, Girolamo Archinà, che aveva umiliato un cronista locale reo di fare troppe domande sui morti di tumore a Taranto. Vendola ci denunciò per aver pubblicato le sue parole e la Corte d’appello gli diede torto. Il modo migliore per difendere i giornalisti dalle querele temerarie è non candidare specialisti in materia.

venerdì 22 maggio 2026

Cattiveria

 



Prima Pagina

 


Di chi sarà la colpa?

 



Al dito, al dito!

 



Ellekappa

 


Natangelo

 



L'Amaca

 

Il drone per vedere gli altri

di Michele Serra

Toccano nel profondo le parole di Carmen El Koudri, sorella dell'attentatore di Modena, che non sa darsi pace per il male inferto da suo fratello ad altri esseri umani; e le parole di Davide Cavallo, il ragazzo gravemente leso da suoi coetanei a Milano, che ha espresso pena e partecipazione per la sorte del suo accoltellatore, condannato a vent'anni. Ci toccano nel profondo perché sono parole umane, dunque: comprensive del dolore degli altri. E dunque: insolite, se non addirittura rare.

Sono parole che escono dal recinto dell'io, lo sorvolano come un drone, ampliano il campo visivo e vedono dunque, e finalmente, ciò che gli sta intorno: gli altri.

Attorno ai fatti di nera e alla violenza trionfa implacabile, assordante, il coro dei giudicanti, il derby tra giustizialisti e garantisti, gli anatemi politici costruiti con lo stampino, le mute dei linciatori sui social, i titoli orribili dei giornali che per mestiere allestiscono la forca e preparano il cappio. Come se il lutto fosse solo urla, rabbia, lite, vendetta. Indicazione del colpevole.

Che il lutto possa essere anche occasione di pensiero, e addirittura di fratellanza, non è nei protocolli mediatici e politici correnti. Se ne occupa qualche eroico mediatore di pace, o psichiatra di frontiera, che dalle ferite spera di far rifiorire l'umano — ditemi se c'è utopia più estrema. Carmen e Davide, lei sorella di un colpevole, lui vittima innocente, sono due persone giovani, tramortite da un destino feroce. Non so quanto consapevolmente, e quanto per istinto, si ribellano all'idea che la violenza sia l'ultima pagina del libro. Hanno provato a scriverla loro.

Oltre il dito

 

Delitto senza castigo 


di Marco Travaglio 

Perché i governi d’Europa e d’Italia denunciassero (a parole) lo sterminio israeliano a Gaza, si dovettero superare i 50mila palestinesi morti ammazzati. Fino a 49.999 tutto bene, poi non più, anche perché a quel punto si poteva dare la colpa a Trump, mentre il primo anno e più di mattanza era in carico a Biden & Harris, quindi tutta roba buona e democratica. Ora, perché i governi d’Europa e d’Italia denunciassero (a chiacchiere) gli orrori del governo israeliano in Israele, abbiamo dovuto aspettare la seconda retata in acque internazionali contro la Flotilla in sette mesi, con un surplus di botte, sevizie, torture, molestie sessuali e macabre gogne ministeriali sugli attivisti presi in ostaggio (nulla in confronto a quello che subiscono i detenuti palestinesi). S’è svegliato persino Mattarella (“trattamento incivile e infimo”), mentre Meloni chiedeva “scuse”, Crosetto parlava di “vergogna” e Tajani usciva dal consueto vocabolario di due parole (“inaccettabile” e “intollerabile”) per cantarle ancor più chiare a quei villanzoni: “Superata la linea rossa”. Tiè, così imparano. Ancora non pervenute le tre grazie europee Von der Leyen, Kallas e Metsola, indaffarate sul ventunesimo pacchetto di sanzioni alla Russia per una guerra che non riguarda l’Ue, mentre buona parte degli attivisti della Flotilla sono cittadini Ue.

Ora però dovremmo prendere in parola il nostro governo che scopre miracolosamente la “linea rossa” e chiedere lumi: dov’è situata di preciso? Quali condotte consente e proibisce? E, quando un governo (peggio se nostro alleato) la supera, come lo si punisce, a parte dirgli che l’ha superata? No, perché mentre questi tartufi cercano l’aggettivo più aspro e la faccia di circostanza più truce, la nostra cybersicurezza rimane appaltata a Tel Aviv; il governo non impone sanzioni a Israele, non blocca gli acquisti e le vendite di armi (anzi ieri in Ue ha bocciato la richiesta dei 5Stelle per un embargo immediato); non disdetta le intese commerciali nazionali; si oppone alla sospensione dell’accordo di collaborazione Ue-Israele e financo a sanzioni individuali contro i ministri complici dei coloni in Cisgiordania; rifiuta il riconoscimento, peraltro simbolico, dello Stato palestinese; e continua a non autorizzare la rogatoria chiesta dalla Procura di Roma per individuare e processare i militari israeliani che sequestrarono gli attivisti dell’altra Flotilla. Le uniche iniziative (si fa per dire) sono l’ennesima convocazione dell’ambasciatore e la richiesta all’Ue di sanzionare Ben-Gvir per la truce sceneggiata dell’altroieri. Come se fosse la prima e come se si potesse isolare il sadico fascistone dal resto del governo Netanyahu di cui è l’architrave da anni nella impunità più totale. Troppo tardi, troppo poco, troppo comodo.

giovedì 21 maggio 2026

Bilanciamento

 



Cattiveria

 



Ellekappa

 



Natangelo

 



Natangelo e Vauro

 



L'Amaca

 


Nell'elenco degli ingiusti

di Michele Serra


Quelli come Ben-Gvir, a dispetto della loro prosopopea etnico-religiosa, non appartengono ad alcuna razza o religione. Sono, a qualunque latitudine e in qualunque epoca, dello stesso stampo: sono gli ingiusti. Sono i prevaricatori, i segregatori, gli sbeffeggiatori di chi è in ginocchio. Figure risapute e spregevoli, che nei romanzi non occupano mai il posto dell'antagonista, del vero cattivo: al massimo sono comprimari. Ben-Gvir non è don Rodrigo, se gli va bene può ambire a essere il Griso. Prende ordini, e per illudersi di poterne dare ha bisogno di infierire sulle persone inginocchiate, ammanettate, carcerate. Lo ha già fatto in passato, lo rifarà in futuro: gli viene bene. È la sua parte nella storia.

Ben-Gvir si vede ebreo nella misura in cui questo gli consente di sentirsi superiore agli altri. Come l'inquisitore quattro secoli fa, l'ideologo ariano un secolo fa, il khmer rosso mezzo secolo fa, e oggi il terrorista islamico, il suprematista bianco, il dittatore tribale africano, chiunque nel mondo si consideri superiore per nascita o per destino.

L'identità per queste persone è un'arma e al tempo stesso un alibi. Se infieriscono sugli altri, possono sempre dire di averlo fatto nel nome di un'appartenenza, di un "noi" indimostrabile (quanti ebrei, nel mondo e anche in Israele, disprezzano Ben-Gvir?), così da camuffare la loro responsabilità individuale dietro l'ombra di una bandiera, o di un Dio, o di un Libro. Ma no, per carità, non gli si deve concedere, ai Ben-Gvir, questa via di fuga. Non diamogli l'illusione di giudicarlo male in quanto israeliano o (come lui vorrebbe) in quanto ebreo. Lo giudichiamo male come essere umano. Punto.

Identikit di un balordo

 


Il leader estremista con il cappio che controlla polizia e sicurezza

Dall'inviato Ashdod di Repubblica 


Si può stupire solo chi non lo conosce. La provocazione, l'insulto, l'incitamento all'odio, sono da sempre la cifra pubblica di Itamar Ben-Gvir, 50 anni, avvocato, colono, capo del partito ultranazionalista Otzma Yehudit e stampella del governo Netanyahu. Senza i suoi 6 seggi alla Knesset, la coalizione vacillerebbe. Ed è questo il motivo per cui il premier israeliano non riesce a farne a meno, ne asseconda le spinte verso l'annessione dei Territori occupati, gli concede di far passare leggi discriminatorie, come quella sulla pena di morte che si applica solo ai palestinesi della Cisgiordania. Il cappio, che gli amici gli hanno fatto trovare sulla torta di compleanno, è la sintesi della sua politica.

Ben-Gvir è cresciuto nell'universo del rabbino Meir Kahane, il fondatore del movimento Kach, dichiarato terroristico da Israele e Stati Uniti. Da ragazzo teneva appesa in salotto la fotografia di Baruch Goldstein, l'autore del massacro di Hebron del 1994, quando un colono uccise 29 palestinesi in preghiera nella moschea di Ibrahim. Oggi è uno degli uomini più potenti d'Israele: spesso gira armato di pistola, controlla la polizia, le guardie di frontiera e una parte consistente dell'apparato di sicurezza interna. Ben-Gvir ha costruito il consenso promettendo pugno duro contro palestinesi e detenuti (è andato in carcere da Marwan Barghouti e si è fatto riprendere mentre lo sbeffeggia), liberalizzazione delle armi e l'espansione degli insediamenti. Rappresenta l'ala del governo che più protegge le violenze dei coloni.

Ma è soprattutto la Spianata delle Moschee — il Monte del Tempio per gli ebrei — il luogo dove le sue provocazioni assumono un valore esplosivo. Le visite ad Al-Aqsa, accompagnate da dichiarazioni sul diritto degli ebrei a pregare nel sito, hanno provocato crisi diplomatiche con Giordania e Paesi arabi. In un video girato nel 2025 dichiara: «Noi siamo i proprietari del Monte del Tempio». Il leader di Otzma Yehudit si nutre dello scandalo, dello scontro permanente. Per i suoi sostenitori è l'unico che «dice la verità». È, invece, lo sdoganamento del suprematismo ebraico dentro il governo di Israele.

Caramelle

 

L’incenso sui Melodi e gli affari di cotone tra selfie e caramelle 


di Daniela Ranieri 

Giorgia Meloni ha scoperto, pure lei, un nuovo Rinascimento. Come testimonia uno spassosissimo videoselfie postato da Giorgia su X, il premier indiano Narendra Modi, in visita a Roma, le ha regalato un pacco di caramelle Melody (presumibilmente acquistate in qualche duty free, a giudicare dal packaging scrauso); entrambi, oggettivamente simpatici, ridono di gusto per le “good toffee” il cui nome ricalca la crasi tra i loro cognomi (“Melodi”) diventata “virale” dopo il G7 del 2024 in Puglia, quando si consolidò il feeling tra loro. 

Se poi i due firmano insieme un pezzo sul Corriere il giorno dopo la gita notturna al Colosseo, capite che siamo in quella zona liminale tra la conferenza stampa congiunta e l’intervista doppia a coppia pop famosa, tipo Benedetta Parodi e Fabio Caressa. Nel pezzo, tutto lavoro di staff e spin doctor, compare ben 5 volte la parola “resilienza”, a riprova del fatto che ormai l’India è occidentalizzata: “resilienza al terrorismo”, “infrastrutture cyber resilienti” (sic), “resilienza ai disastri”, “catene di approvvigionamento resilienti”… E poi: start-up, unicorni (che, apprendiamo, sono un tipo particolare di start-up), l’IA, l’eccellenza… Tutta fuffa neoliberista per dire “soldi” e accreditare l’indiano tra i giusti del mondo. Chi è infatti che mina la nostra resilienza? Putin, ovviamente, insieme a Xi Jinping. Per carità: è saggio che Meloni, dopo aver chiuso la Via della Seta con la Cina aperta da Conte nel 2019, apra e curi la cosiddetta Via del Cotone per collegare i mercati dell’Indo-Pacifico al Mediterraneo; ed è oculato, dopo le 20 sanzioni (auto)comminate dall’Ue alla Russia per obbedire agli Usa, cercare altri accordi. 

Gli italiani, in questo partenariato, metterebbero l’umanesimo; gli indiani il “MANAV (‘umano’ in hindi) che pone l’essere umano al centro della tecnologia”. Ma davvero? Modi, al governo dal 2014, è capo del BJP, partito nazionalista induista e suprematista, che discrimina i musulmani e limita la libertà. Nel pezzo a 4 mani è scritto: “La tecnologia non può sostituire le persone né minare i loro diritti fondamentali, né essere utilizzata per manipolare il dibattito pubblico o alterare i processi democratici”. Tutto molto bello e resiliente. Chissà se Modi ha detto a Giorgia che per limitare le proteste fa ricorso al coprifuoco, all’arresto illegittimo e all’interruzione di Internet, cioè usa la tecnologia per alterare la democrazia. 

Più Rinascimento di così!