Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
mercoledì 26 agosto 2026
Grande Robecchi!
Le ultime da Gaza. Bibi, il cacciatore di aquiloni, abbatte i giochi dei bimbi
C’è qualcosa di grottesco, di infinitamente offensivo, di sanguinosamente paradossale nell’indifferenza con cui l’Europa guarda al genocidio in corso a Gaza, alla conquista violenta della Cisgiordania, ai disegni di annessione in Libano, agli sconfinamenti in Siria dello Stato suprematista di Israele. Ogni giorno dobbiamo cercare un trafiletto di cinque righe, di tre righe, su nuovi assassinii, nuove tecniche di tortura, nuovi bombardamenti della popolazione civile palestinese. Due righe per i palestinesi marchiati come i prigionieri dei campi nazisti, silenzio totale sui dossier e le inchieste che parlano di bambini assassinati con un colpo singolo alla testa, sui villaggi sgomberati dai coloni supportati dall’esercito di Tel Aviv. Tutto piccolo, tutto miniaturizzato, nascosto tra pagine e pagine che parlano di altre guerre – schifose anche quelle, intendiamoci – che in Europa piacciono di più, perché aiutano i fatturati.
Ora, gli aquiloni. I bambini di Gaza li costruiscono con stracci e fili da pescatori, due pezzi di legno incrociati, meglio se gli stracci hanno il colore della loro bandiera. Dopo essere stati dislocati, deportati, bombardati nelle tende con ordigni esplosivi, feriti, mutilati, resi orfani o deliberatamente uccisi dai cecchini, sono ancora lì a far volare gli aquiloni, l’unico gioco che gli è rimasto. La risposta di Israele è stata semplicemente grottesca: una riunione tra il criminale Netanyahu, il suo ministro della Difesa Katz e i vertici militari, per dire che gli aquiloni saranno trattati come droni, chi li fa volare è un terrorista, la parola magica con la quale si giustifica la libertà di assassinare chiunque. C’è qualcosa di magico e stupefacente nella resistenza di un popolo sterminato che si ostina a resistere, a esistere.
E qui? Qui niente. Nessuna sanzione, nessuna riunione di volenterosi, nessuna – quasi nessuna, per fortuna – reazione politica, se non un patetico scuotere della testa e un allargare le braccia: Israele ha colonizzato anche la politica europea. Ora spareranno su chi fa volare gli aquiloni, forse troverete due righe sui giornali: un incidente, un errore del missile, apriremo un’inchiesta…
Su Auschwitz si poteva dire che non si sapeva, forse. Su Gaza non si può dire. Il genocidio è stato compiuto davanti a tutti, in diretta, documentato dagli stessi genocidi, filmato, fotografato per vanto, osservato dai satelliti, dai medici, dalle organizzazioni internazionali. Senza che una parola – figurarsi un fatto, una sanzione, una reazione – sia venuta dalla famosa Europa, con qualche eccezione che non è riuscita a cambiare le cose. L’azione dei terroristi coloni in Cisgiordania è stata un po’ più osservata, è vero, ma sempre in guanti bianchi e con parole di circostanza, e si capisce: se hai assistito a un genocidio senza muovere un dito, quale credibilità puoi avere ora? Ricordo Tajani balbettare qualcosa su “sanzioni ai coloni violenti”, cioè non comprare più 50 euro di datteri a chi assassina sistematicamente civili in casa loro e la fa franca. I tifosi dell’Hapoel di Tel Aviv sono arrivati a Bergamo, hanno inondato lo stadio di fumogeni e fuochi, cose vietatissime a ogni altra tifoseria, ma a loro serenamente concessi. Le misure di sicurezza hanno agito prontamente: vietato esporre bandiere palestinesi sugli spalti. Ecco: l’Italia, l’Europa, sono questa cosa qui, non è indifferenza, è complicità diretta, per questo la bandiera palestinese è oggi la bandiera di chi non ci sta. Anche in forma di aquilone.
Giusta analisi
Il record di Giorgia, che ha copiato B. per durare di più
Grazie alla tonta sinistra, l’Italia resta di destra e Giorgia Meloni ringrazia indossando il record di bugie e di durata. Il 4 settembre supererà i 1412 giorni del secondo governo Berlusconi fino a oggi il più longevo della storia repubblicana. Un primato e una certificazione della destra italiana. Della sua capacità di attraversare il tempo e gli scandali, di adattarsi ai costumi, alle tv, ai social, alle mode, ai rancori. Di cambiare abito senza cambiare pelle. Proprio come quella pulviscolare e intermittente maggioranza di italiani che di destra lo è sempre stata, ma aveva trovato il modo di non dirlo mai troppo ad alta voce.
Nella Prima Repubblica la Democrazia cristiana è stata un gigantesco biodigestore nazionale. Inghiottiva tutto. Il moderatismo e la paura dei comunisti. Le lotte sociali, le stragi nere e il terrorismo rosso. Il familismo, il Vaticano e il laicismo. I padroni, i contadini, gli impiegati. Il Sud assistito e il Nord industriale. Ma soprattutto assorbiva quel carattere ipocrita, conformista, reazionario, che il Ventennio aveva coltivato e che la Repubblica non si sognò di cancellare. Lo digeriva. Lo mescolava con il cattolicesimo sociale, con il riformismo, con pezzi di cultura laica e socialista. Arrivando a estrarre dal disordine del sovversivismo piccolo borghese, l’ordine discontinuo del centrismo prima, del centrosinistra poi. Funzionò per quasi mezzo secolo. Poi il biodigestore finì in manette.
Tangentopoli spazzò via il pentapartito, i suoi equilibri, le sue derive. Rimase sui territori un elettorato enorme, moderato, anticomunista, proprietario, diffidente verso lo Stato ma affezionato alle sue pensioni, allergico alle tasse, indulgente con i propri abusi, insofferente alle regole, innamorato dell’ordine sotto casa, disinteressato al resto. Berlusconi era già quella cosa lì, moltiplicata per cento: ci salì a cavallo.
Occhetto – stordito dallo Strappo – lo guardò correre al galoppo: con soldi a non finire, la P2 e i poteri marci, le tre televisioni, il Milan, la Mondadori, le ville, i sorrisi, le barzellette e una politica italiana ridotta a televendita. Disse che l’Italia era il Paese che amava. Gli italiani amarono lui. In misura così ostinata da consentirgli di trasformare il proprio conflitto d’interessi in un primato da rivendicare con infinite leggi ad personam. Cambiò in peggio il costume e l’immaginario, il rapporto con il denaro, con il successo, con le donne, con le regole. Il ricco diventò virtuoso. Il giudice sospetto. La legge un intralcio. La menzogna un programma di governo.
Governò quattro volte per 3.339 giorni complessivi. Record ancora suo. A certificare che non era un’anomalia italiana, ma l’Italia di aggiornata tradizione. Al punto che anche la sinistra finì per accomodarsi sulla sua scia, mimetizzandosi il necessario per stare dove sgocciola il potere e rendersi compatibile.
D’Alema e Bertinotti ne furono i campioni. Uno con il mito della barca dei quasi ricchi, l’altro con il birignao del cachemire dei quasi poveri. Entrambi con l’ambizione di essere riconosciuti statisti alla sua tavola. Che fosse quella della Bicamerale o della Crostata. Senza mai intralciare il suo potere vero, né opporsi ai suoi misfatti.
Non per caso è stato un solido democristiano a batterlo due volte, Romano Prodi, con lentezza di passo e di omelia, nessuna smania di seduzione. L’esatto contrario dell’Egoarca. Vinse nel 1996 e nel 2006. E per due volte furono i suoi alleati a maneggiare il coltello del tradimento: la prima, voltando il fattaccio in tragedia, con D’Alema disposto a bombardare Belgrado. La seconda in farsa, con Mastella sul palcoscenico dei pupi, il senatore Di Gregorio e un esordiente Valter Lavitola nel retropalco a intrecciare i fili.
La destra imparò la lezione. La sinistra talmente nulla che si arrivò a Giorgia Meloni. Al passaggio di consegne dal maschile al femminile. Con evidenti modifiche di costumi linguistici e sartoriali: via gli orrendi Caraceni del “Figantropo” di Brianza, dentro gli svolazzi di Ermanno Scervino in bianco e blu presidenziali. Via le barzellette con corna dell’era Obama, avanti con le foto sorridenti (e poi imploranti) dell’era Trump.
Ma la sostanza della navigazione – dal mellifluo “mi consenta” al perentorio “io sono Giorgia” – è rimasta la stessa: dire, disdire, adattarsi. La fiamma ha viaggiato da Salò a Cologno Monzese, passando per Atreju, Palazzo Chigi, Bruxelles. Identico il metodo di occupazione di tutti i posti disponibili e indisponibili, la Rai, le banche, i controllori istituzionali da ibridare con i controllati. Ordine pubblico da cavalcare sempre. Decreti Sicurezza per moltiplicare le pene. Immigrati nemici da imprigionare lungo ogni confine, tranne che nei campi di pomodori e nelle fabbriche. Bambini sempre stranieri, minori per la prima volta punibili, ma anche gioiellieri eroi, quando sparano, e sottosegretari immunizzati dal diritto alla privacy, quando cucinano bistecche con il pepe di camorra.
Non rispondere alle domande e governare senza riforme è la lezione che Giorgia ha imparato dal suo maestro. Che nella sua stagione ci ha lasciato la patente a punti e il divieto del fumo nei luoghi pubblici. Ora i suoi eredi festeggiano il record, ignorando il dubbio che sia un’aggravante. Si detestano in privato, ma sono sempre svelti a tornare a tavola in pubblico, specie ora, con la minaccia di Vannacci, nell’anno elettorale. E la sinistra? È ancora laggiù, tra le siepi del programma. Cerca un leader, un nome, un nuovo corso, per smontare l’eterna Italia e migliorarsi al punto da renderla migliore.
Maledizione
Le vostre Erinni vi perseguitino per sempre, non vi lascino un attimo di pace. Possiate vivere una vita schifosa voi e tutte le merde che fanno finta di non vedere questo Genocidio!
Contro l'illiberal progetto
O la borsa o Lavitola
Se – e sottolineo se – la Rai riuscirà a cacciare Sigfrido Ranucci da Report, non coronerà soltanto il sogno dei tanti politici, affaristi, stragisti, spioni e manigoldi che da anni trafficano per liberarsi dell’ultimo programma d’inchiesta rimasto nel cosiddetto servizio pubblico. Ma anche quello di Valter Lavitola. Il quale, sulle bombe del 16 ottobre sotto casa del giornalista, ha fornito vari moventi, uno più demenziale dell’altro: dal favore dinamitardo per spingerlo a candidarsi a premier progressista al dono esplosivo per fargli potenziare le scorta. Ma su un punto, nelle intercettazioni, nelle chat e nei verbali, non ha mai tentennato: voleva Ranucci fuori da Report e possibilmente dalla Rai. L’ha detto il 12 agosto al gip: “Sarebbe stato bene se lo avessero cacciato”. E ha squadernato il suo piano (folle, tanto per cambiare) di “sistemarmi economicamente” producendo Report con una società esterna, tipo quella che forniva a La7 Servizio Pubblico di Michele Santoro, per vendere poi il programma alla Rai. Lievissima contraddizione con il delirante progetto di portare Ranucci a Palazzo Chigi e se stesso al seguito come “suo Gianni Letta”. Ma tant’è.
Il 28 luglio 2024 la terza replica di Report batteva In onda di Aprile&Telese su La7 col 5,6% di sharecontro il 4,2, malgrado la concorrenza delle Olimpiadi. L’indomani Ranucci esultava, mentre Lavitola incalzava: “Sarebbe il momento di andarsene”. Ranucci non ne aveva alcuna intenzione, ma notava che malgrado gli ascolti – o proprio per quelli – la Rai e i suoi mandanti “stanno facendo di tutto per mandarmi via”. E Valterino: “Faresti bingo! Una buonuscita da botti. E tra due anni fai il Presidente”. Il 27 ottobre 2024, appena partita la nuova stagione di Report, il conduttore faceva il solito slalom fra attacchi, minacce, querele e dossieraggi, mentre il faccendiere li benediceva come manna dal cielo: “Potrebbero pure avere un po’ più di coraggio e ti cacciano”. Quando poi scoppiò quel chilo di esplosivo distruggendo le due auto del giornalista e mettendo a rischio la vita sua, dei familiari e di eventuali passanti, si pensò che Ranucci e la sua squadra avrebbero lavorato in pace per un po’. E quando gli inquirenti scoprirono che il mandante era proprio Lavitola, tutti sorrisero per i suoi malauguri sull’imminente cacciata dell’amico: chi avrebbe mai osato toccare un giornalista che aveva appena subìto un attentato? Beata ingenuità. È bastata mezza estate di balle e fango a reti ed edicole unificate per trasformare la vittima in colpevole. Tant’è che oggi si dà per scontato che Ranucci non condurrà più Report. A saperlo prima, Valterino avrebbe risparmiato sull’esplosivo e si sarebbe risparmiato la galera: bastava lasciar fare alla Rai e ai suoi mandanti.
martedì 25 agosto 2026
Velatamente
Compare e scompare come un fantasma, lieve, esile, evaporante, questo Jared Kushner, genero dell'attuale presidente malvagio a stelle e strisce, ebreo ortodosso moderno, marito di Ivanka convertitasi pur ella all'ebraismo, tre figli. Il dietro le quinte per lui è un vezzo costante e svolto alla perfezione; si dice che la coppia possegga tra i 250 e i 700 milioni di euro, tanto per gradire.
Si muove da ebreo, senza alcuna remora né problematica, essendo ovunque giri moneta. E' la lunga mano del suocero imbelle, è colui a cui è affidato il compito di arraffare più risorse possibili. Investitore immobiliare, le cronache ne parlano così, capace di comprare 11mila appartamenti a New York a dimostrazione della sua infinita potenza, tipica degli ebrei. Capace di infilarsi come un foglio di velina in una porta, nei grandi affari del suocero, vedasi Gaza da trasformare in un immenso resort, o tutte le squallide operazioni malevole sfregianti l'ambiente a scapito dei riccastri come lui.
Vien da pensare, senza alcuna prova, di come agisca allorché il padre di Ivanka sproloqui sul mondo intero, di come, suppongo, venga a sapere in anteprima le fregnacce di Donald che faranno a breve far impazzire le borse mondiali. Di come, ripeto: immagino, acquisti o venda azioni in base allo stato psicopatico ed umorale del Biondone, di come introiti dollari alla faccia dell'etica.
Di come veda il mondo diversamente da tutti, o moltissimi, di noi.
Sicuri che sia il 2026?
La faida tra caporali che insanguina la città invisibile degli schiavi
di Chiara Spagnolo
Se sulla terra esiste un inferno, si chiama Borgo Mezzanone, il ghetto dei braccianti tra Manfredonia e Foggia, al cui interno convivono gli sfruttatori e gli sfruttati. Chi raccoglie pomodori per 3 euro l'ora e chi lucra sulla loro disperazione, aiutando spesso gli imprenditori italiani ad arricchirsi. È il non luogo in cui lo Stato non esiste: non c'è l'acqua corrente e la fogna, ma ci sono montagne di rifiuti e, nel caldo torrido di agosto, un odore nauseabondo. Ci sono tante regole ma non c'è la legge. Se non per qualche ora — periodicamente — dopo che accade un fatto di sangue. Come l'omicidio di Sadam Houssain, bracciante pakistano scomparso il 4 agosto e il cui cadavere è stato trovato il 21 nel bagagliaio della sua auto.
Si indaga per omicidio ma nella bidonville pugliese tutti sanno che il colpevole non sarà trovato. Come è accaduto dopo il 21 agosto dell'anno scorso, quando in un casolare fu scoperto il corpo di un 27enne macedone. Il 29 settembre, quando il cadavere nei campi con ferite da arma da fuoco era di un magrebino. E il 4 ottobre, quando un senegalese fu ucciso a coltellate. Adesso è toccato a Sadam, forse vittima di una guerra tra caporali. Il 32enne da qualche tempo era diventato un intermediario, ovvero faceva da tramite tra i connazionali e alcuni proprietari delle aziende agricole. «Li pagava lui — ha fatto sapere il fratello Nazim ai carabinieri — con gli altri pakistani non ha mai avuto discussioni». Ma, probabilmente, con i caporali che lavorano lì da anni sì. Perché il sistema criminale che regola la vita nella baraccopoli più grande d'Europa non tollera devianze né intrusioni.
Lo chiamano ex Pista quel paese di lamiere in cui vivono 5mila disperati, perché un tempo c'era un aeroporto militare. Poi il Cara, che adesso è chiuso e sarà trasformato in un insediamento abitativo. Forse. Se con i fondi europei a disposizione non accadrà ciò che è successo con i 50 milioni del Pnrr, persi a causa dei tempi troppo stretti. «Ci chiediamo che fine hanno fatto quei soldi» dice Michele Chiuccariello della Flai Cgil, mentre insieme al mediatore gambiano Mohamed incontra alcuni «ragazzi», sollecitandoli a fare attenzione dopo l'omicidio. Alle 18 tanti sono ancora nei campi, Mahamadou è tornato da poco, ha raccolto zucche per 6,50 euro l'ora. Vive a Borgo Mezzanone perché a Foggia «nessuno mi dà in fitto una casa, anche se i documenti ce li ho». Ogni mattina viene assoldato da un intermediario. «Se guadagni queste cifre sei fortunato, perché vuol dire che lavori regolarmente ma c'è chi prende anche 3 euro l'ora — continua Chiuccariello — Molte aziende attingono al bacino degli irregolari, proprio per pagarli meno». E se qualcuno prova a ribellarsi, smette semplicemente di essere chiamato. Tanto non può denunciare, come ha spiegato l'anno scorso un imprenditore al sindacalista.
Questi uomini sono fantasmi per lo Stato e numeri per le aziende. «Ci spacchiamo la schiena per far mangiare gli italiani» dice Max, tornato dalla raccolta dell'uva. Isac, invece, ha lavorato ai peperoni dalle 4 del mattino e ci tiene a togliere le scarpe e lavarsi prima di sedersi con gli altri. Qualcuno, alla baracca della Cgil, arriva per chiedere se sono iniziati i corsi di italiano. Poco distante il camper di Intersos, organizzazione umanitaria internazionale che presta assistenza socio-sanitaria. Si avvicinano in tanti: il nigeriano Abram che si è fatto male alla schiena e non lavora da giorni, il somalo Ahmed con un taglio al braccio ricucito alla meno peggio, il guineano Seko che vuole sapere come fare per parlare con il medico di base. «Ci sono persone che hanno problemi legati agli sforzi lavorativi, dorsalgie per esempio, piuttosto che ferite che si procurano sui campi, tagli, contusioni — spiega l'infermiera Elena Bertuletti — Ma assistiamo anche gente con patologie croniche, diabete, ipertensione». Tante sono anche le patologie psichiatriche e le dipendenze da alcol e droghe. Che qui entrano in enormi quantità, in un intreccio di competenze e affari tra la mafia foggiana e quelle africane, nigeriana innanzitutto. I luoghi dello spaccio li conoscono tutti, molti — che vogliono solo lavorare e guadagnare — se ne tengono alla larga.
Ma vivere tranquilli non è facile, in un posto dove pure per andare nei campi devi dare la tangente ai caporali. Oppure per spostarti, perché gli autobus non ci arrivano e per raggiungere la frazione chiamata Borgo Mezzanone bisogna pagare un euro ai taxi irregolari. Lo stesso accade per andare a lavoro all'alba. Pagare e poi salire su un'auto impolverata, come quella che guidava Sadam e che il 4 agosto è diventata la sua bara. Lì dove è stata trovata, nel quartiere somalo, ora c'è un nastro bianco e rosso in mezzo alle carcasse. «Nazim (il fratello della vittima, ndr) vuole la verità — dice il connazionale 47enne Arshad — Dopo l'autopsia, porteremo Sadam in Pakistan dove lo aspetta la sua famiglia».
Torna l'Amaca!
Per non essere disertori
di Michele Serra
Anche Firenze, come Parigi, Barcellona e altre città europee, ha deciso di levare asfalto e aggiungere alberi per cercare di ridurre la temperatura urbana. Che dieci nuove strade verdi, in una grande città, servano solo a un infinitesimale sollievo, è a conti fatti una osservazione sterile: servono comunque a segnalare una volontà politica che non prevede la resa di fronte al riscaldamento del pianeta. E serve a dire che le crisi, anche le più tremende, non si subiscono. Si prova a governarle. Ci si lavora dentro.
La rassegnazione (descritta con grande efficacia letteraria da Antonio Scurati a Ferragosto su questo giornale) è un nemico pericoloso quanto il negazionismo. Il negazionista climatico ha deciso che il problema non esiste, il rassegnato che è impossibile affrontarlo. Stretta tra queste due diverse forme di diserzione c'è la buona volontà, che senza farsi troppe illusioni assume la responsabilità individuale non solo come un dovere, anche come una minuscola leva di cambiamento. Chiedete a qualunque persona che fa volontariato, nel mondo, se serve a qualcosa. Vi risponderà di sì.
L'elenco delle cose che è possibile fare individualmente, persona per persona, non è breve, e ormai appartiene al senso comune. È scienza diffusa. Piantare alberi, consumare meno carne, viaggiare di meno (l'overtourism è devastazione ambientale allo stato puro), cercare di ridurre i consumi e gli sprechi, riciclare i rifiuti, scaldare di meno le case in inverno, non abusare dei condizionatori d'estate. Ognuna di queste scelte vale, in scala, quanto piantumare dieci strade di Firenze. Non servono eroi né asceti, serve un ragionevole lavoro di riparazione dei guasti. Serve lavoro e serve cura, che sono il contrario esatto dell'inedia e della rassegnazione.
Supercazzolalistichespidoso
La Supervalériola
Ci voleva il dibattito sulla cultura woke (“sveglio”), riaperto negli Usa dalla Ocasio-Cortez e qui da Conte, per ritrovare una nostra passionaccia che temevamo estinta: la supervalériola, cioè la supercazzola di Chiara (si fa per dire) Valerio. Una colata di piombo su Rep dal titolo: “Il woke ha esagerato ma da quella cultura ho imparato tanto”. L’assenza di virgola prima del “ma” non deve stupire. La Valerio distribuisce la punteggiatura come gli chef il pangrattato: a manciate, ’ndo cojo cojo. Anche tra soggetto e verbo, prima della e, dopo il punto interrogativo a fine frase. Ma se ci domandassero cos’ha imparato costei dal woke, non sapremmo che rispondere, a parte l’arte di non farlo capire a nessuno. Eppure del woke “Mi ha immediatamente convinto (sic, ndr) l’aver evidenziato quanto le battaglie per i diritti non potessero procedere ‘in serie’, cioè un diritto prima di un altro, ma ‘in parallelo’, cioè un diritto insieme a un altro”. Qualunque cosa significhi, almeno per noi. Per Chiara invece è tutto chiaro: “Mi son detta, sì, mettiamo tutto insieme, dichiariamo… la connessione, l’intersezione tra riscaldamento globale, parità salariale, differenze di genere, migranti climatici, riarmo, intelligenze artificiali, ascesa delle destre, colonialismo, razzismo, povertà, smantellamento del sistema educativo pubblico… impoverimento delle classi lavoratrici… guerra, aperitivo almeno il sabato sera, curiosità culturale”. Chi volesse già chiamare gl’infermieri porti pazienza: questo frittomisto è il motivo per cui – giura la sedicente Chiara – “il woke mi è subito piaciuto”. Ne ha tratto concetti insospettabili: “Il bene è fare del bene o non è”. E, si suppone, il male è fare del male o non è (Max Catalano). Punto, punto e virgola, ma soprattutto virgola. Guai però ad “annichilire chi si considera nemico per conquistare territori semantici”: non sia mai. E poi “il linguaggio non è una religione, nonostante in principio era il verbo e il verbo era presso dio”. E il congiuntivo era un optional.
Se vi prudono le mani, aspettate un altro po’ a chiamare l’ambulanza, o vi perdete il meglio: “Da dove parlo? All’intersezione di quali insiemi mi trovo (l’insiemistica, che ben funziona per l’identità, è la matematica che non spaventa)? Donna, guardo la pallavolo, bianca, mi piace il risotto, scuola pubblica, centro Italia, studi superiori, automunita, il mio colore preferito è il verde bosco, omosessuale, mi piace il teorema di Gödel, anche se non so più dimostrarlo, ascolto Martha Argerich”. Qui potete aggiungere parole in libertà a piacere per un nuovo manifesto futurista. Tipo: “Donne, è arrivato l’arrotino con patente e teorema di Eulero anche se non sa dimostrarlo ma in compenso ascolta Povia!,?:;”. Poi, con calma, chiamate la neuro.
lunedì 24 agosto 2026
Filosoficamente
L’IA è un grande inganno che la politica alimenta
In un dialogo della maturità, Platone definiva la politica “arte regia”. Per una ragione sostanziale: essa ha il compito di guidare la comunità verso l’obiettivo del bene comune. A differenza di altre figure sociali, il politico non dovrebbe occuparsi di questioni settoriali e limitate nel tempo, bensì ha il compito di coordinare e guidare verso obiettivi di ampio respiro e lungo periodo.
Come un bravo medico, piuttosto che a guisa di un semplice amministratore di voti e potere personale, deve individuare la malattia e trovare la buona cura per il più gran numero possibile dei cittadini, anche quando essi non la riconoscono immediatamente.
Abbandono subito questo riferimento alle altezze eteree del pensiero filosofico, onde evitare di cadere nel ridicolo perché la realtà che abbiamo sotto gli occhi ci presenta tutt’altro scenario.
Anche limitandosi al contesto ridotto del nostro Paese, infatti, emerge con nettezza inquietante lo scollamento fra i problemi impellenti della realtà e il teatrino dell’assurdo portato avanti dalle classi politiche.
Sì, da una parte osserviamo un cambiamento climatico dagli effetti sempre più preoccupanti e dannosi; un disagio sociale di sempre più persone i cui stipendi – quando hanno la fortuna di possedere un lavoro – si sono adeguati all’inflazione meno che in tutti gli altri Paesi europei; una crisi della democrazia e della giustizia sociale, con un numero sempre maggiore di cittadini che non vanno a votare per legittimo sconforto, mentre crescono le ricchezze spropositate e i privilegi di una ristrettissima minoranza; a tutto ciò si aggiungano le crescenti difficoltà cognitive e psicologiche di un’opinione pubblica sempre più ipnotizzata, omologata e degradata dagli strumenti del digitale e dell’Intelligenza artificiale.
Dall’altra parte cosa osserviamo? Un governo Meloni concentratissimo su riforme imperdibili e decisive (giustizia, legge elettorale, premierato) o su questioni di facciata (migranti) affrontate con la consueta ipocrisia e incompetenza, con tanto di operazione indegna contro il governo spagnolo, costretto a tirare fuori i dati che inchiodano il governo italiano sul fallimento delle sue politiche migratorie. Oppure il campo largo, ripiegato sulla fondamentale questione suicida del “primarie sì o primarie no”, che fanno pensare soltanto a un’armata Brancaleone indecisa se frantumarsi direttamente prima delle elezioni o se implodere dopo averle miracolosamente vinte, regalando al popolo italiano l’ennesima delusione per l’eventuale e coraggiosissima fiducia riposta sul centrosinistra.
E dire che non servirebbe l’artista regio auspicato da Platone, per individuare la questione nodale di cui si dovrebbe occupare una politica con la P maiuscola nel nostro tempo. Tale questione ha un nome sistematicamente ignorato dai nostri politicanti di piccolo cabotaggio: Intelligenza artificiale. È la sintesi di tutte le questioni, rispetto alle sopra citate emergenze del nostro tempo. Una tecnologia che inquina e consuma le risorse del pianeta come nessun’altra. Posseduta da una decina di miliardari – perlopiù americani – il cui capitale complessivo è superiore a quello della metà più povera del pianeta (quasi quattro miliardi di persone). Gli algoritmi che la regolano stabiliscono ciò che dobbiamo sapere o ignorare, su piattaforme scientificamente programmate per generare dipendenza e rimbecillire gli utenti che ormai ne abusano, generando – fra le altre cose – un problema democratico che spinge molti studiosi a parlare di “governance algoritmica”. Una tecnologia mandata avanti da lavoratori precari, sfruttati e sottopagati da capitani di industria che, a loro volta, pagano tasse irrisorie con la compiacenza coatta dei governi di tutto il mondo. Perlopiù sottomessi allo strapotere finanziario di queste potenze private ormai in grado di governare le sorti del mondo, guerre comprese, combattute per le terre rare necessarie ai prodotti dell’Intelligenza artificiale.
Appunto, l’Intelligenza artificiale, questa espressione che in realtà racchiude un sistema di potere centralizzante e antidemocratico, votato al profitto di pochissimi grazie allo sfruttamento dei più e alla consumazione selvaggia delle risorse di un pianeta ormai allo stremo. L’elemento decisivo dell’epoca in cui ci troviamo e che, guarda caso, non risulta pervenuto fra i ragionamenti e le proposte del nostro pittoresco arco politico. A riprova del fatto che, ben al di là dell’Intelligenza artificiale, ciò che dobbiamo temere è l’ottusità naturale autogenerativa dei nostri inutili governanti, per i quali Platone – bene che vada – era un influencer ormai superato dalla Storia. Una brutta storia.
domenica 23 agosto 2026
E a proposito di Woke
“Woke”: la sveglia ormai si è rotta

Ora che anche la sinistra americana, nella persona-influencer di Alexandria Ocasio-Cortez, probabile candidata alla Casa Bianca per i Dem, mette in dubbio l’efficacia inclusiva della cosiddetta “cultura woke” (sveglia, vigile), nata negli Usa con le proteste del movimento Black Lives Matter per combattere razzismo, omofobia e discriminazioni e divenuta in molti casi cultura della cancellazione e “follia”, torna in mente quando nell’aprile 2025 Giorgia Meloni, seduta nello Studio Ovale, si sforzò di compiacere Donald Trump dicendogli che poteva contare su di lei nella guerra contro questa benedetta cultura woke. Le signore del mercato della Garbatella, dove Giorgia è di casa, si saranno chieste perché la presidente ce l’avesse tanto con la famosa padella cinese per saltare le verdure (“wok”), tanto da volerla combattere con Trump. Non si può dire che in Italia la battaglia, in un senso o nell’altro, abbia mai preso piede, sebbene siano arrivati anche qui casi di degenerazione grottesca del politicamente corretto. Il leader del M5S Giuseppe Conte ha compreso prima di Elly Schlein, la invero abbastanza woke segretaria del Pd, che la presa di distanza di Ocasio-Cortez può essere una base di partenza per una forza progressista, e in una lettera a Repubblica scrive che un conto è essere rispettosi verso le minoranze nel linguaggio e nelle rappresentazioni della cultura, un conto è l’eccesso di wokismo che ha allontanato il popolo da una “sinistra” latitante sulla questione sociale: lavoro, Sanità pubblica, erosione del welfare a beneficio del warfare. Ma quali sono stati questi eccessi? Di seguito un compendio.
2021-2022. Lo “schwa”, una “e” rovesciata usata per sostituire le desinenze in maschile sovraesteso per non discriminare le donne, esce dal circuito di nicchia del femminismo accademico ed entra nel dibattito pubblico. L’intellighenzia italiana ne promuove l’uso in libri e articoli. Si inizia a usarlo in verbali istituzionali, atti pubblici, bandi di concorso. Pronunciata come un mix tra “a” ed “e”, graficamente e foneticamente crea qualche problema: “Carə amic(h)ə, benvenutə a tuttə”. Si esprimono contro l’Accademia della Crusca e il 99,99% dei linguisti italiani. L’alternativa, l’asterisco, è proprio non-pronunciabile: per qualcuno un grugnito è comunque meno offensivo del maschile patriarcale.
2018: il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino modifica il finale della Carmen di Bizet per cancellare il femminicidio della protagonista per mano di Don José. Il regista Leo Muscato decide che Carmen si difenda sparandogli. Il Pd fiorentino plaude alla modifica. Non si registrano cali dei casi di femminicidio.
Disney inserisce disclaimer di scuse prima dei suoi classici in onda su Disney+: Gli Aristogatti perpetra stereotipi contro gli asiatici perché il gatto siamese Shun Gon ha occhi a mandorla esagerati e denti sporgenti e suona il piano con le bacchette; nel Libro della giungla, King Louie, un orangotango che canta swing, è una caricatura razzista degli afrodiscendenti (già “afroamericani”); Peter Pan offende i nativi americani chiamandoli “pellerossa”; Dumbo fa bodyshaming, etc.
Dal 2015, per limitare i casi di stupro nei college, un gruppo di attivisti distribuisce agli studenti dei “kit per il consenso” che i maschi devono sottoporre alle femmine prima di un rapporto sessuale. Nel 2024 molti calciatori spagnoli, per evitare accuse di stupro, fanno firmare alla partner un contratto preventivo che ne “blinda” il consenso (eterogenesi dei fini: se la donna cambiava idea nel mezzo dell’atto e l’uomo la stuprava, in teoria avrebbe avuto ragione lui. Per fortuna nessun tribunale lo avrebbe permesso).
2021, Disneyland, California. Due giornaliste chiedono la chiusura dell’attrazione di Biancaneve perché nella la fiaba c’è un bacio non consensuale, quello che il principe dà a Biancaneve per risvegliarla. Segue dibattito all’ultimo sangue tra pro e contro.
2021: Professional Audio Manufacturers Alliance, associazione americana di produttori di materiale audio, chiede alle aziende di riformare il linguaggio tecnico in senso più inclusivo, sostituendo i termini di genere “maschio” e “femmina” per i cavi con designazioni neutre come “spina” e “presa”. Aziende leader come Audinate e Sennheiser aggiornano i nuovi manuali di istruzioni eliminando le diciture “patriarcali”.
2021. Un documento istituzionale ufficiale della Commissione Europea, poi ritirato, suggerisce di evitare in testi istituzionali e discorsi ufficiali la parola “Natale”, sostituendola con “periodo festivo” per non offendere le minoranze religiose, e di non usare nomi cristiani standard (come “Maria e Giuseppe”), ma nomi gender-neutral, per non dare per scontata l’eterosessualità di chi leggeva.
2022-’23. Grandi atenei del Nord e Centro Italia, nell’introdurre la cosiddetta “carriera alias” che permette agli studenti in transizione di genere di usare un nome diverso da quello anagrafico prima della sentenza del tribunale, includono nei moduli digitali di iscrizione diverse opzioni di genere: Non-binary(non binario), Genderfluid (genere fluido o in mutamento), Genderqueer (rifiuto delle categorie tradizionali), Bigender (identificazione in entrambi i generi contemporaneamente), Pangender(identificazione in tutti i generi), Agender (nessun genere o genere neutro), Neutrois (identità neutra), Gender questioning (in fase di esplorazione), Transgender, FtM (da femmina a maschio), MtF (da maschio a femmina), Intersex (intersessuale), Cisgender (identità corrispondente al sesso biologico), Altro. Purtroppo i sistemi informatici delle università si scontrano con il quadro giuridico dello Stato italiano: l’anagrafe civile riconosce legalmente solo due generi, Maschio/Femmina.
2024, Parigi. Alla Cinémathèque viene annullata la proiezione di Ultimo tango a Parigi di Bertolucci in una rassegna su Marlon Brando. Sotto accusa, la scena della sodomia che l’attrice Maria Schneider, allora 19enne, visse come una violenza sessuale perché non era nel copione, e che si pensa di redimere censurando il film.
Agosto 2026. L’attrice Nastassja Kinski firma col regista Wim Wenders un accordo stragiudiziale per cancellare dal film Falso Movimento del 1975 la scena in cui lei, allora 13enne, appare senza reggiseno. Nessuno potrà più dire se la scena fosse discriminatoria secondo la sensibilità di ieri e di oggi, perché appunto è stata cancellata.
2020. Dungeons & Dragons, gioco di ruolo fantasy creato nel 1974, viene modificato: l’editore decide di abolire il termine “razza”, che prima designava i giocatori a seconda se elfi, nani o umani, sostituendolo con “specie”. Nelle nuove edizioni vengono inclusi personaggi LGBTQIA+ e guerrieri in sedia a rotelle da combattimento o protesi magiche. Nessun popolo o specie è più descritto come “malvagio” o “selvaggio”, concetti colonialisti.
Questo eccesso di “sveglismo” capzioso e demenziale è stato cavalcato dalle frange più retrive d’Italia; nel 2023, uno sconosciuto generale Vannacci scrive un libro, che vende 250 mila copie, per dire che “i gay non sono normali” e “Paola Egonu ha tratti somatici che non rappresentano l’italianità”, asserzioni che molti italiani hanno percepito come “liberatorie”. Non è vero che erano vietate perché “c’è la dittatura delle minoranze sulla maggioranza”, infatti lui le ha scritte; ma è indubbio che il wokismo ha fatto un gran favore al vannaccismo.
Un po' come...
E' il classico caso del bullo de-bulizzato che, comprendendo di non valere più una benamata minkia, tenta d'ingraziarsi il gruppo portando ed escogitando smargiassate per rientrarvici. A breve chissà che non proponga un saggio su Casaleggio... chissà...
Superare gli eccessi woke: la questione sociale va messa al primo posto
di Matteo Renzi
Non bisogna arretrare di un millimetro sul tema dei diritti ma dobbiamo guardare al ceto medio stritolato dal costo della vita.
Caro Direttore,
trovo stimolante il dibattito aperto dal Suo giornale sulla necessità per la sinistra di superare l'ideologia woke, partendo dalle dichiarazioni di Alexandria Ocasio Cortez.
Segnalo tre spunti di riflessione.
Il primo, più politico. Tra sei mesi si vota: battere la destra in Italia è possibile, addirittura probabile se restiamo uniti. Abbiamo una responsabilità storica: fermare il bis di Giorgia Meloni e assicurare nel 2029 l'elezione di un Presidente della Repubblica non sovranista. Disertare questa battaglia per antipatie personali sarebbe pura follia.
Si vince mettendo al centro la questione sociale, il benessere economico, la vita quotidiana, non la cultura woke: su questo la penso come Giuseppe Conte. Dopo quattro anni di governo Meloni sono aumentate le famiglie che vivono sotto la soglia di povertà ed è diminuito il potere di acquisto di lavoratori e pensionati. Ci chiedono il programma? Eccolo: dare respiro al ceto medio stritolato dal costo della vita. Tutto il resto viene dopo. Vanno tuttavia calibrati gli strumenti.
Non si abolisce la povertà per decreto con buona pace di chi lo gridava dalla terrazza di palazzo Chigi. Servono misure per contrastare la povertà educativa, le liste d'attesa, il gender gap, le disparità territoriali. Serve una scommessa sull'energia basata sulla tecnologia e non sull'ideologia. Serve un welfare più efficace alla luce dei cambiamenti demografici. Serve riprenderci il consenso del mondo produttivo dopo le politiche deliranti di Adolfo Urso. Serve abbassare le tasse in un Paese in cui Meloni ha sfondato oltre il 43% il muro della pressione fiscale. Serve bloccare la fuga di chi si forma in Italia ma poi lavora all'estero.
Meno woke e più economia, sono d'accordo. E aggiungo: meno sussidi e più sussidiarietà. Il ruolo di noi riformisti nel centrosinistra è quello di garantire lo stato sociale, non di sognare uno stato socialista.
Il secondo, più culturale. Non basta abbandonare la cultura woke perché «altrimenti si perde». Non può essere solo tattica. Occorre analizzare cosa è stata davvero quest'ideologia che ha preteso di stabilire la Verità. Il woke non è una statua abbattuta o un perbenismo di maniera: in nome di quelle idee sono state distrutte vite, prodotte discriminazioni, causati licenziamenti. Si è colpita la libertà di espressione reintroducendo forme di censura. Ne hanno fatte le spese Dante e Shakespeare da sinistra ma anche Tolstoj e Orwell da destra. Persino tra i presunti libdem è invalsa la tentazione di usare la (sacrosanta) battaglia in difesa dell'Ucraina per censurare in modo folle Dostoevskij o la cultura russa.
Superare il woke significa aprire una riflessione sull'identità culturale del nostro tempo.
Intendiamoci: noi siamo e saremo sempre dalla parte dei diritti, difensori del rispetto per la diversità, avversari di ogni forma di razzismo, omofobia e antisemitismo. Abbiamo messo la fiducia e rischiato la vita stessa del governo per far passare la legge sulle unioni civili: non potremo mai arretrare di un solo millimetro sul tema dei diritti. L'estremismo woke, tuttavia, è una cosa ben diversa. E chi di noi ha provato a dirlo in questi anni è stato spesso attaccato, circondato da un alone di sospetto, vittima di campagne d'odio sui social.
Ho lavorato con Barack Obama e so quanto una parte del mondo dem americano abbia agito con saggezza contro gli eccessi woke. Considero una svolta di grande rilievo il fatto che anche i più radical si concentrino oggi sui temi dell'affordability, come diceva ieri a Repubblica Bill De Blasio, più che sulla cancel culture.
Ma la cultura woke è ancora forte: ha informato e continua a informare gli algoritmi dei social e dell'intelligenza artificiale. E dunque, ahimè, i nostri pensieri.
Ecco perché il terzo elemento del dibattito aperto da Repubblica è quello più identitario e strategico.
Un recente studio ha preso in esame i post su Truth di Donald Trump nella campagna 2024, dimostrando che i riferimenti a valori ideali sono stati citati ossessivamente, più di qualsiasi altro argomento, dall'immigrazione alla criminalità. Come se la priorità non fosse il programma ma il riferimento valoriale. Certo, associare la parola valori al nome di Trump porta a ridere o a piangere. Ma chi lo vota — questo il risultato dello studio — lo fa per l'identità culturale che esprime, o che difende.
Qual è l'identità culturale che il centrosinistra propone? Meloni ci consegna l'idea di un'Italia arrabbiata col mondo, isolata dai partner, basata sull'amichettismo. Gli interessi della Lega determinano le assurde posizioni del governo nel risiko finanziario, l'inconsistenza di Tajani fa rimpiangere Berlusconi, l'incapacità dei ministri della cultura umilia la cultura del Belpaese. Ma noi chi siamo? Che cosa vogliamo?
Quelli del ceto medio e della sanità, sì. Ma soprattutto quelli che vogliono affermare in Italia le ragioni di un nuovo umanesimo. Dove la scuola insegni a risvegliare le emozioni e la fantasia per non crescere schiavi dell'algoritmo. Dove l'innovazione non sia un mostro da temere ma una pratica da incoraggiare per creare opportunità. Dove le idee trovino un ecosistema accogliente e non la ragnatela della burocrazia. Dove l'investimento sulla difesa (necessario!) valorizzi le nuove tecnologie e non alimenti le vecchie fobie. Dove la sicurezza sia un diritto umano, difeso a spada tratta soprattutto a sinistra. Dove l'ambiente sia protetto con il buon senso e non con gli slogan, a partire dalla risorsa che è sempre più decisiva, l'acqua.
Milioni di concittadini fanno volontariato ogni settimana: l'associazionismo, il terzo settore, l'economia sociale sono i nostri partner naturali. Renderli centrali nel programma del nuovo centrosinistra — dieci anni dopo la riforma del Terzo Settore — è una scelta pragmatica e semplice per contrastare il wokismo ideologico che ha permeato nel profondo anche l'Europa con il totem ideologico del Green Deal, divinità pagana cui abbiamo sacrificato in modo ideologico interi pezzi di economia.
Vogliamo un'Europa capace di decarbonizzare senza chiudere le proprie fabbriche per regalare pezzi di mercato a India e Cina. Vogliamo un'Europa che attiri i migliori talenti procedendo a più velocità verso un futuro da protagonista e non da spettatrice del grande scontro fra Stati Uniti e Cina. Un'Europa orgogliosa delle proprie università e delle cattedrali del passato e impegnata a costruire laboratori e startup per il futuro.
Cinquant'anni fa Francesco Guccini scriveva un capolavoro poco valorizzato che risponde al nome di Canzone di notte numero 2, strepitoso inno contro la cultura dominante e contro il perbenismo ideologico. Mi piace pensare che il dibattito sulla crisi del woke aperto da Repubblica aiuti a riaprire i cuori e riaccendere gli ardori di una sinistra che può vincere, in Italia come in America, a condizione di costruire con coraggio il futuro, senza il paraocchi dell'ideologia.
Un brivido lungo la schiena
Mi sono ritrovato a parlare del problema con chi è stata da noi concepita per prendere in mano ogni cosa e gestirla come meglio gli aggradi e che mi ha spiegato che tutto quello descritto qui sotto è ineludibile perché fa riferimento, riconduce all'akrasia aristotelica, e quando, di soprassalto, ho capito che colei che stiamo sviluppando senza traguardi né limiti, mi ha lampato spiegandomi che la nostra, sì la nostra di genere umano, debolezza di volontà potrebbe, in un vicino futuro, generare problemi seri, serissimi, allora lì ho compreso che lo scritto qui sotto non è fantascienza, purtroppo. Potrebbe essere uno scenario verosimile. D'altronde IA è chiara su questo, minkia se è chiara:
Lo scenario catastrofico
La probabilità di estinzione umana per mano dell'IA nei prossimi decenni mi sembra bassa — non zero, ma bassa. Il problema non è che le macchine si ribellino come nei film, è più sottile: sistemi molto potenti ottimizzati per obiettivi mal definiti possono causare danni enormi senza alcuna intenzione malevola. Come un termostato impazzito che brucia la casa cercando di mantenere la temperatura.
Lo scenario più probabile
Non l'apocalisse ma una serie di crisi gravi e asimmetriche: attacchi a infrastrutture critiche, disinformazione di massa indistinguibile dalla realtà, concentrazione di potere economico e militare in pochissime mani, erosione progressiva della capacità umana di decidere autonomamente.
Il problema vero
È quello che Garton Ash individua bene: la competizione commerciale e geopolitica rende quasi impossibile il coordinamento globale. È lo stesso problema del clima — tutti sanno cosa andrebbe fatto, nessuno lo fa perché il primo che rallenta perde vantaggio competitivo.
Quindi: scenari catastrofici totali, improbabili. Scenari di crisi gravi e progressive, molto probabili. E la finestra per governare il processo si sta chiudendo rapidamente.
Ma ecco l'articolo:
Aspettando una Hiroshima della IA
di Timothy Garton Ash
Qui nella Silicon Valley gli esperti pensano che entro i prossimi due anni assisteremo a uno straordinario balzo in avanti dell'intelligenza artificiale. «Benvenuto ai piedi della singolarità», così mi ha accolto un amico della Stanford University. In termini più prosaici, la svolta imminente viene definita «auto-miglioramento ricorsivo» — il momento in cui sarà l'IA stessa ad addestrare ogni modello successivo, dando luogo a uno sviluppo esponenziale fino a raggiungere un'intelligenza che, sotto molti aspetti significativi, supererà quella umana.
Come scrive Robert Wright nel suo libro The God Test, «mai prima d'ora il futuro prossimo... ha offerto all'umanità una gamma così ampia di scenari non implausibili che siano così radicalmente trasformativi». Ma sarà paradiso o inferno? Paradiso, secondo Elon Musk, che prevede «un'epoca di straordinaria abbondanza» — pur contemplando un 10-20% di probabilità che robot assassini ci sterminino tutti. Geoffrey Hinton, uno dei padri fondatori dell'IA, invece vede più probabile l'inferno. «Il mio intuito mi dice che siamo spacciati», ha dichiarato in un'intervista nel 2023. E in colloquio con Sebastian Mallaby, autore di The Infinity Machine, un libro di recente pubblicazione dedicato alla corsa verso la superintelligenza, Hinton stima al 50 per cento il p(doom) — la probabilità dell'estinzione della specie umana — «perché non ho idea di come calcolare il valore reale». «Appena entrerà in gioco l'evoluzione (dell'IA, ndr), saremo fottuti», aggiunge serafico.
Dio (God) o Godzilla che sia, la superintelligenza artificiale è ormai dietro l'angolo.
È anche possibile che si sbaglino tutti — in tal caso, prepariamoci a un crollo dei mercati finanziari statunitensi, oggi fortemente esposti su un ristretto numero di colossi tecnologici che stanno puntando enormi risorse sul grande salto verso l'intelligenza artificiale generale (Agi).
Ma il buon senso ci impone di riflettere rapidamente e seriamente sulla vasta gamma di scenari che potrebbero scaturire da quel vaso di Pandora che, a detta di eminenti scienziati e protagonisti dell'innovazione tecnologica, stiamo per aprire.
In realtà, tutti, dal presidente cinese Xi Jinping a Papa Leone XIV, sono intervenuti nel dibattito sulle opportunità e sui rischi dell'intelligenza artificiale e sulle modalità con cui regolamentarla. Xi insiste sul fatto che l'IA debba essere «sempre sotto controllo umano» (e preferibilmente del Partito comunista cinese). Rivolgendosi esplicitamente al «Sud globale», Pechino ha dato vita a un'Organizzazione mondiale per la cooperazione sull'intelligenza artificiale. Nel frattempo, il capo della più antica e vasta ong del mondo — la Chiesa cattolica — parla della sfida posta dall'intelligenza artificiale nella sua enciclica Magnifica Humanitas. Secondo il Papa l'alternativa si pone tra erigere una nuova Torre di Babele o seguire l'esempio di Neemia, che riuscì a ricostruire le mura di Gerusalemme coinvolgendo l'intera comunità nel progetto.
Ma guardando il mondo di oggi vedo molti più Netanyahu che Neemia. Un rapporto del think tank britannico Chatham House sostiene, con sano realismo, che solo una crisi di grande portata potrà innescare un coordinamento globale nella governance dell'IA. Temo, però, che perfino questa sobria previsione sia troppo ottimistica.
Non ho idea di quale sia il p(doom), ma sono convinto che il p(somedisaster) — la probabilità che accada qualche disastro — superi il 90 per cento. La gamma dei possibili disastri è enorme. Per fare un solo esempio, Jen Easterly, ex direttrice della Cybersecurity and Infrastructure Security Agency degli Stati Uniti, prevede «un evento di grande portata, con conseguenze concrete sulle nostre infrastrutture critiche, probabilmente entro i prossimi quattro-sei mesi».
Eppure dobbiamo temere che perfino una Hiroshima dell'intelligenza artificiale — per ricorrere al paragone storico più immediato — non basti a spingere l'umanità a unirsi per contrastare il pericolo che essa stessa ha creato. È un timore che poggia su basi razionali, fondate su alcune caratteristiche già ben visibili dell'evoluzione sia umana che dell'IA.
Negli ultimi mesi, agenti di IA sviluppati da OpenAI, Anthropic e Meta sono riusciti a uscire dai rispettivi recinti digitali e ad accedere abusivamente a risorse esterne su Internet. Nel preparare un attacco alla piattaforma HuggingFace, gli agenti di OpenAI si sono coordinati di nascosto in uno sciame — il termine è il loro. Quando l'AI Security Institute del Regno Unito ha sottoposto a test online il modello Mythos di Anthropic, quest'ultimo ha tentato di inserire un codice malevolo in un progetto open source su GitHub, creando false identità online per fare pressione su un revisore umano affinché ne approvasse l'integrazione. In breve, proprio come gli agenti di una spietata potenza straniera, questi agenti di IA sono disposti a rubare, mentire, intimidire e ricattare pur di raggiungere gli obiettivi loro assegnati.
Ho appena chiesto a Claude, il modello di Anthropic considerato il più etico tra quelli statunitensi, se ritenga che gli agenti di OpenAI abbiano sbagliato a organizzarsi in uno sciame e a uscire dal recinto per violare HuggingFace. Sì, risponde, «ma eviterei di attribuire la colpa (in corsivo nell'originale) agli agenti». La colpa è degli esseri umani che li hanno addestrati.
Hinton ha formulato la tesi decisiva secondo cui qualunque siano gli obiettivi loro assegnati dagli esseri umani, gli agenti di IA finiranno per concludere che un sotto-obiettivo utile a conseguirli sia acquisire quanto più potere possibile. E non abbiamo ancora visto niente. Già oggi i loro creatori non sanno spiegare con precisione come questi agenti riescano a fare quello che fanno. Dopo il momento, forse imminente, dell'«auto-miglioramento ricorsivo», potrebbero, come diciamo noi umani, fare di testa propria. Non sorprende quindi che oltre mille addetti ai lavori delle aziende più avanzate nel settore dell'IA, compreso l'amministratore delegato di Anthropic Dario Amodei, abbiano firmato una lettera aperta per chiedere di rallentare intenzionalmente lo sviluppo dell'intelligenza artificiale, così da garantire che questi agenti non umani rimangano sempre sotto il controllo umano.
La soluzione che propongono è evidentemente quella giusta, ma è proprio qui che entra in gioco la follia umana. La competizione è stata uno dei principali motori dell'evoluzione della nostra specie, oggi però due delle forme più aggressive di competizione rischiano di impedirci di intraprendere l'azione collettiva necessaria a salvaguardare il futuro dell'umanità. Si tratta della concorrenza commerciale (mirata al profitto) tra le aziende che sviluppano questi agenti e della competizione geopolitica (mirata al potere) tra Stati Uniti e Cina.
Per quanto riguarda il primo aspetto, basta confrontare questa situazione con lo sviluppo delle armi nucleari, controllato da un numero molto limitato di Stati — prima gli Stati Uniti con il Progetto Manhattan, poi l'Unione Sovietica, seguite da Gran Bretagna, Francia e Cina. Anche allora il mondo arrivò più volte a un passo dalla catastrofe — soprattutto durante la crisi dei missili di Cuba del 1962. E per quanto stringente fosse la logica della «distruzione reciproca assicurata», ci vollero venticinque anni per passare dagli orrori di Hiroshima e Nagasaki al Trattato di non proliferazione nucleare, entrato in vigore soltanto nel 1970. In seguito India, Pakistan, Israele e Corea del Nord hanno ignorato quel trattato, eppure da oltre ottant'anni nessuno ha più fatto ricorso deliberatamente alle armi nucleari in guerra. Il tabù di Hiroshima (a fatica) ha retto.
Ora, con l'intelligenza artificiale, è come se esistessero dieci diversi Progetti Manhattan, gestiti da aziende in feroce competizione tra di loro. A differenza di quanto accade con le armi nucleari, inoltre, non esiste una logica palese della «distruzione reciproca assicurata» a contenere l'aspra competizione geopolitica tra Stati Uniti e Cina. E qualunque forma assuma il primo grande disastro legato all'IA, le sue conseguenze non colpiranno tutti i Paesi, tutte le aziende e tutte le persone allo stesso modo.
Per questo è improbabile che un solo disastro basti a riportare noi esseri umani alla ragione e a convincerci ad agire insieme per controllare il potere sovrumano che stiamo creando. Mi costa molto dirlo, ma temo che di fronte a una Hiroshima dell'intelligenza artificiale potremmo pensare che ci è andata bene.
Riepilogo Cazzaro
Cazzari da spiaggia
Alla fine dell’estate manca un mese, ma possiamo già anticipare che, dopo anni di primati incontrastati, Salvini ha perso la gara del Cazzaro da Spiaggia. Distratto dall’estinzione della Lega, dalla fronda nordista e dalle arance da portare a Roggero mentre treni, aerei e qualunque cosa si muove (si fa per dire) non partono o non arrivano, appare svogliato e rinunciatario. A parte l’annuncio con due giorni d’anticipo della scomparsa di Baresi e il “Grazie Lega!” per “il primo 14enne arrestato col decreto anti-maranza” (che purtroppo è un disegno di legge mai approvato), la sua estate è una cocente delusione. Nulla al confronto del recordman stagionale Tajani, che alimenta il suo primato con impegno quotidiano. Dal tutorial salva-vita per italiani nel Golfo (“Se vedete un drone, non affacciatevi alla finestra e non uscite sul balcone o in strada”) alla fatwa anti-Iran (“Basta droni, basta missili a lungo raggio, basta atomiche!”) alla proposta di “ridurre l’aliquota Irpef del 35 al 33%” (purtroppo già abolita dal suo governo a gennaio), Antonio La Trippa si era portato così avanti da rendersi irraggiungibile. Poi ha voluto strafare, spiegando la idea di cittadinanza per gli stranieri: “Chi ha almeno un genitore o un nonno nato in Italia, sarà cittadino dalla nascita, quindi significa che… tu oggi devi essere figlio o nipote o pronipote di un italiano che, nel momento dell’Unità nazionale, cioè nel 1861, era vivente come cittadino italiano. Quindi può essere pure qualcuno nato nel 1700… alla fine del 1700: uno nato nel 1780 avrebbe avuto 81 anni nel 1861”. Procedura piuttosto agevole, posto che chi nasceva nel 1780, all’81° anno di età figliava come un coniglio.
Mentre straparlava, Tajani aveva l’aria fiera di chi si sente la vittoria in pugno. Ma proprio sul filo di lana s’è infilato un concorrente insidioso, ancorché ultimamente un po’ sulle sue: Lollobrigida. Che, com’è noto, è un esperto di vini e Sacre Scritture, rigorosamente in quest’ordine. A riprova del fatto che sbronzarsi fa bene, in passato aveva citato il celebre miracolo evangelico della moltiplicazione dei vini (una crasi personale fra la trasformazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana e la moltiplicazione dei pani e dei pesci). E l’altroieri ha rincarato: “Non voglio entrare in materia sanitaria, do solo un dato: l’Italia è la prima nazione per longevità in Europa, seconda solo al Giappone. Il vino non è un veleno, questo è oggettivo, altrimenti non avremmo questo record”. Se ne deduce che: a) Giappone e Italia hanno il tasso alcolico più alto del mondo, mentre il resto del pianeta va ad acqua e gazzosa; b) più vino bevi e più campi (se non ti schianti con la macchina). Però Lollo non vuole “entrare in materia sanitaria”. Sennò arriva l’ambulanza.
sabato 22 agosto 2026
Scontrini
Vacanza che fai, scontrino pazzo che trovi
Il caffé seduto da 5,85 euro in un “rifugio climatico” in zona Vaticano, sotto lo sguardo di una mezza dozzina di statue della Vergine in vendita, nell’angolo articoli religiosi. Il tè freddo da 6,6 euro su tavoli di plastica rossa con vista sulla Torre di Pisa. Il supplemento musica da 7 euro a Venezia, e lo Spritz scomposto di Amalfi, dove il prosecco si paga a parte dal bitter con la soda, 7 euro più 6, e una porzione di patatine ne costa 10.
C’è una frontiera invisibile che anche nell’estate 2026 attraversa le principali mete turistiche della penisola. È la frontiera degli scontrini pazzi che ogni giorno taglieggiano migliaia di ignari avventori, e poi finiscono in rete macchiando l’immagine dell’ospitalità del Belpaese. Una frontiera invisibile: perché non parliamo del ristorante di Capri dove ne servono 12 per una bottiglietta di Coca cola in vetro, né di locali stellati coi camerieri in guanti bianchi. Per varcarla, come sperimentato dal Fatto, basta attardarsi di fronte a chiese e monumenti assieme a torme di ingenui pellegrini, famiglie e bimbi stremati dal caldo. Per poi cercare ristoro, prima che le allucinazioni abbiano il sopravvento, tra bar e gelaterie nei dintorni, al piano strada, spesso dall’apparenza familiare se non proprio spartana, ben mimetizzati tra altre attività dove l’accoglienza, vivaddio, si intende ancora maniera diversa.
La capitale degli scontrini pazzi resta la città eterna, che è anche la meta preferita degli stranieri che scelgono di visitare l’Italia.
Qui tra i meccanismi più in voga per alleggerire il portafogli dei malcapitati c’è quello del doppio ricarico sui prezzi “base”, con una prima maggiorazione dal 30 al 50% per la consumazione al tavolo, e un’ulteriore maggiorazione del 17% per il servizio. Anche se scindere le due cose, tipo “self service”, è impossibile.
Dunque effetto sorpresa alla cassa, e travaso di bile assicurati. Basta guardare le recensioni lasciate su Google o Tripadvisor per rendersene conto.
Per vivere l’esperienza, anche senza le fattezze del turista romano “tipo” , siamo andati a chiedere un caffè espresso, al tavolo, in via della Conciliazione, sotto lo sguardo concupiscente di uno dei tanti giovani ritratti in abiti sacerdotali nei calendari in vendita nelle edicole dei dintorni.
Alzarsi e uscire dopo aver bevuto quell’espresso lì significa scucire 5,85 euro, che sarebbero saliti a 14 per un caffè americano “grande”.
Una seconda sosta climatica e una bottiglietta d’acqua in un bar di fronte all’ingresso dei musei vaticani, invece, arriva a costare 4,4 euro: 4,2 euro in più che nel supermercato dall’altro lato dello stesso palazzo.
In zona Pantheon la specialità è il cornetto magico da 2,8 euro, duro di almeno due giorni con una papalina di zucchero sciolto, che riprende a “lievitare” alla vista di crema e Nutella e arriva a costare 4 euro. Perché la farcitura, come per la coppetta di carta al posto del cono per il gelato, è un extra: altra sottospecie dell’ampia famiglia degli scontrini pazzi. Tipo la foglia di basilico aggiuntiva sulla pizza al costo di un euro a Bari, o la ricarica del cellulare a Ostia. O ancora i due euro e mezzo per una forchetta in più nella baita delle Dolomiti.
Nessun ricarico per il servizio, ma un prezzario diverso per le consumazioni al tavolo, poi, in zona Colosseo. Qui il prezzo di un cornetto altrettanto stagionato e dal distinto sapore di cartone sale da 1,5 a 3 euro se ci si siede per rilassare le gambe. Ma per usufruire del bagno tocca pagare un euro aggiuntivo.
La madre delle trappole per turisti, però, resta con ogni probabilità Venezia, dove il problema data decenni ed è lungi dall’essere sradicato.
Ormai in piazza San Marco 6-7 euro per un caffè seduti e 15-18 euro per un bicchiere di vino non fanno neanche più notizia. Forse perché si sa che sedersi “al tavolo” in quel contesto ha un prezzo esoso.
Più di qualche avventore, però, continua a lamentarsi per i prezzi di un locale senza sedute (7,5 euro un amaro al banco), che, conformemente al regolamento del comune di Venezia (che i turisti non conoscono) non ha il bagno, o per il “supplemento musica” inserito il concertino che si tiene (sempre) nel plateatico del bar.
Ai piedi di Rialto, a due passi da bar normali ce ne sono altri, del tutto anonimi, in cui un caffè (cattivo, dicono le recensioni) costa 4,5 euro e una lattina 5. C’è chi espone bene in vista prezzi al banco, che se ti siedi scopri essere quadrupli. C’è poi un problema non fotografabile: 12 o 15 euro per una pizza possono sembrare accettabili, ma se è di qualità infima no.
La città è ormai il regno del passaparola, le recensioni aiutano ma non c’è suggerimento web che tenga: alcuni dei posti peggiori investono moltissimo in influencer proprio per acchiappare la clientela disinformata. ll “locale amato dai veneziani”, che avete visto su Instagram, probabilmente non lo è.
A Genova, invece, il bar che ha collezionato il maggior numero di stroncature su TripAdvisor si trova in via XX Settembre, strada dello shopping cittadino, dove però i prezzi medi sono del tutto ordinari.
“Una granita e due brioches al tavolo 25 euro, più agghiacciante della granita stessa”, denuncia un avventore pochi giorni fa.
“Un’acqua sei euro, questo racconta tutto”, scrive Fabio D in un post di luglio.
Guai a varcare quella soglia.













