Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
sabato 11 luglio 2026
Ritratto al Pino
Gianni “pel di carota” uso a comandar ubbidendo ai più forti
Davanti al faccione di Donald Trump, sbatte gli occhi, i tacchi e se serve la coda. Porta regali quando può, e il sorriso sempre. A ubbidire piegando la testa davanti al più forte, Gianni Infantino, 56 anni, ha imparato da piccolo, quando i bulli a scuola lo chiamavano “il Carota” per via dei capelli rossi, e in quartiere lo facevano trottare insultandolo come “sporco italiano”, dentro ai margini montani di Briga, paesello del Cantone Vallese, Svizzera franco-tedesca, dove gli immigrati italiani, come i suoi genitori, erano considerati schiavi e zingari e intrusi, buoni solo per diventare carne da cantiere, costruire dighe, qualche volta morirci sotto.
Con quel rancore e quello spavento Infantino, il piccolo di tre fratelli, babbo calabrese, impiegato delle Ferrovie svizzere, mamma casalinga, ha edificato in grande la propria carriera, dal nulla indifeso che era, a imperatore del regno mondiale del calcio, la Fifa, con annessa cassaforte da 11 miliardi di euro, riflettori, potere. E da quella vetta, il proprio mondiale precipizio.
Tre o quattro partite fa, con la faccenda dell’attaccante statunitense Folarin Balogun, riammesso in partita dopo l’espulsione e la squalifica, grazie all’ukase telefonico del Faccione in Capo – “Infantino! Quel fallo non era fallo! Quel cartellino non era rosso! Quell’arbitro non è un arbitro! Provvedi!” – s’è umiliato davanti alle 211 federazioni calcistiche, e ai 6 miliardi mal contati di telespettatori che stanno seguendo con birra, zanzare e noia, la coppa di tute le coppe, un circo a 48 squadre che ostinatamente rincorrono il pallone e le regole del calcio, mentre Gianni Infantino le infrange, inciampando dentro alla propria mappa di inchini diplomatici che ha ricamato intorno ai peggiori bulli del quartiere globale, non solo Donald quest’anno, ma anche Vladimir Putin, con i Mondiali del 2018, lo sceicco del Qatar, con quelli del 2022. Sempre moltiplicando gli incassi e gli sponsor a cominciare da quella paraculissima invenzione degli hydration break, le pause per bere, diventate obbligatorie, che spezzano in due i tempi della partita, raddoppiando la raffica di spot televisivi – soldi, soldi soldi – come a suo tempo denunciò l’immenso Diego Armando Maradona: “Vogliono farci giocare quattro tempi da 25 minuti per infilarci la pubblicità: non mi piace assolutamente!”.
Chi se ne frega di Maradona, avrà pensato a suo tempo Infantino, che nel 2015 è al punto di svolta della sua carriera dentro ai labirinti della Federazione sportiva internazionale, dove da anni nuota in qualità di delfino dietro l’ombra di Michel Platini, detto il Magnifico, Le Roi, presidente della Uefa destinato a succedere a Sepp Blatter, capo supremo della Fifa. È l’anno in cui il cielo del calcio diventa una botola. Precipita Blatter accusato dal tribunale svizzero di truffa e amministrazione infedele e precipita Platini indagato per avere ottenuto 2 milioni di franchi svizzere attraverso false fatture. In quel vuoto spunta Infantino, il nostro eroe, che da indifeso diventa efferato, dal delfino, squalo. E la sua storia un apologo.
Rifinito da una laurea in Legge, e dopo essersi rasato a zero i capelli color carota che lo hanno fatto tanto soffrire, Infantino entra in Uefa nel 2000 dove sale senza fare troppo rumore: da avvocato semplice a responsabile degli Affari legali, anno 2004. Da vicesegretario generale a Segretario generale, anno 2009. Non sfonda le porte, si infila dietro a quelle che Platini apre, una alla volta. Gli porta le carte e il caffè.
È bravo, servizievole, preciso. Parla quattro lingue. Conosce i bilanci, le federazioni, i regolamenti, soprattutto gli uomini. Introduce il fair play finanziario, allarga gli Europei da 16 a 24 squadre, lavora alla Nations League, all’Europeo itinerante. Nei sorteggi televisivi della Champions compare sorridente, rotondo, bonario. Estrae le palline dalle urne. Gli manca solo il grembiule e il vassoio. Nessuno ha paura di lui. Ed è questo il suo vantaggio.
Quando Blatter e Platini finiscono in fuorigioco, lui volta loro le spalle e corre a centro campo. Ha distribuito favori alle federazioni più piccole, le più numerosi e quando si candida incassa tutti i crediti che ha accumulato. Vince con 115 voti, nell’anno 2016. Lancia il “Fifa Forward”, il suo programma di sviluppo e investimenti globali per campi di calcio, scuole, infrastrutture, palloni. I Mondiali salgono a 32 Nazioni partecipanti, le partite a 104. Si moltiplicano gli accordi con i grandi network televisivi. Piovono miliardi.
Quando nel 2018 tocca alla Russia ospitare il campionato, Infantino diventa il migliore amico di Putin, il più sorridente ai summit del Cremlino. Putin ripaga conferendogli “l’Ordine dell’Amicizia”, la prima medaglia della sua nuova carriera, quella di ambasciatore di se stesso.
Poi viene il Qatar, anno 2022. Gli stadi sorgono nel deserto grazie a una moltitudine di lavoratori reclutati dall’Asia e dall’Africa, intrappolati con i contratti capestro, sottopagati, esposti al caldo, agli incidenti, alla morte contabilizzata in (almeno) 6500 vittime. Salgono le proteste e le denunce internazionali. Infantino non vede, non sente.
Alla vigilia del Mondiale, convoca la stampa e pronuncia uno dei discorsi più prodigiosi nella storia dell’ipocrisia sportiva, 19 novembre 2022: “Oggi mi sento qatarino, arabo, africano, gay, disabile, lavoratore migrante”. E poi: “Mi sento uno di loro. So cosa vuol dire essere vittima di bullismo, lo sono stato anch’io. Ho pianto e ho cercato di reagire”. Se la cava facendo la vittima. Poi accusa: “Per quello che l’Occidente ha fatto in 3mila anni di storia, dovremmo scusarci per altrettanti, prima di fare la morale agli altri”. Quindi? “Giochiamo e pensiamo al calcio”.
Dopo Putin e il Qatar, tocca alla Casa Bianca. Corteggia Trump, nel 2020 gli porta una maglia e un pallone. A Davos lo elogia davanti agli imprenditori del mondo. Trump si commuove. Nasce l’amicizia. Si telefonano. Giocano a golf. Il Boss lo aggrega allo staff durante i viaggi negli Emirati. Lo invita stabilmente alla Casa Bianca, entra nelle foto ufficiali e persino nei vertici.
Quando viene rieletto, Infantino è euforico al punto che inventa per lui il “Fifa Peace Prize” il premio per la pace, un finto Nobel con tanto di coppa che gli consegna nel dicembre del 2025, più o meno come avrebbe voluto fare la nostra Giorgia Meloni, anche lei cresciuta underdog. Chissà per quanto reggerà ancora Infantino, dopo l’umiliazione del cartellino rosso, l’inciampo che finirà per archiviarlo, come l’ennesimo (e patetico) potente servo dei potenti.
L'Amaca
Un esplosivo chiamato io
di Michele Serra
L'idea che il caos sia la regola dei nostri tempi ha molte pezze d'appoggio. Probabilmente, in molti, si è abituati a criteri di giudizio troppo rigidi, novecenteschi. Molti dei quali andati in frantumi. A me, per esempio, capita sempre più spesso di non riuscire a farmi un'opinione su persone e fatti, voglio dire un'opinione che poggi su paradigmi politici o culturali o psicologici ancora leggibili.
Il caso Adinolfi, per esempio, per uno come me è semplicemente indecifrabile. Non capisco cosa c'entrino Dio e Mammona con il gioco d'azzardo (a meno che si attribuisca a Dio ogni vincita e a Mammona ogni perdita). Non ho mai colto il senso dell'iter politico di una persona passata per il Pd, approdata all'integralismo cattolico e infine in odore di simpatia per Vannacci. Infine non so capacitarmi del fatto che qualcuno abbia ordito una congiura di false accuse ai danni di un personaggio che, a ben vedere, ha un peso politico minimo e non dà fastidio a nessuno: chi avrebbe mai interesse a zittirlo? E perché?
Posso solo dire che — a parte i cattivi, quelli veri — dispiace sempre vedere qualcuno nei pasticci, e si spera che se la cavi senza troppi danni. Infierire su chi è in difficoltà non riguarda l'annoso derby tra Dio e Mammona, è molto più banalmente una manifestazione di meschinità umana. Però mi darebbe sollievo capire perché una persona che dicono di talento debba mettere in piedi un casino del genere, e finirci sotto. Diventare famosi? Diventare ricchi? Ma ci sono anche maniere più normali per farlo. L'ambizione non è una colpa, l'io ingombrante è un problema di molti, ma i casi nei quali l'io esplode nelle mani di chi lo maneggia cominciano a essere veramente troppi.
La vitola
I casi della vitola
Prima di commentare il “caso Ranucci-Lavitola” abbiamo atteso di capirci qualcosa. Ma più passano i giorni e meno si capisce. Intanto si è già perso di vista il focus: chi ha piazzato la bomba sotto casa Ranucci il 16 ottobre 2025 e perché. Dal polverone politico-mediatico, si direbbe che non si volesse eliminarlo fisicamente, ma sputtanarlo, minando la credibilità sua e di Report. Che ha sempre dato noia a tutti (politici, apparati, affaristi) e quasi tutti han provato a silenziarlo (dalle destre al Pd ai renziani). Missione compiuta: il movente (o uno dei) è già chiaro ancor prima di scoprire il vero mandante. Infatti la Rai sospende le repliche di Report. Poi certo, Sigfrido ci ha messo del suo diventando amicone del faccendiere pregiudicato, uomo di mano di B. in alcune delle sue imprese più losche: dall’acquisto di senatori al dossier anti-Fini sulla casa a Montecarlo. Ma i giornalisti non sono politici, tenuti a doveri di trasparenza, disciplina e onore. E neppure dame della carità: per procacciarsi notizie devono calarsi pure nei bassifondi. Il rapporto con le fonti è vischioso e rischioso: l’importante è non perderne il controllo, non rendersene ricattabili e non diventarne strumenti per tradire la verità. Solo questo deve interessare al pubblico e alla Rai: Report ha diffuso notizie false o taciuto notizie vere per compiacere Lavitola? Per ora non risulta. Lavitola preparava sondaggi farlocchi (con l’aiuto di note firme del Corriere e di Rep, che gli davano incredibilmente retta) per testare Ranucci come leader del centrosinistra anche se l’interessato non era interessato? Questo può rientrare nella mitomania di “Valterino”, o nella sua ansia di accreditarsi con chissà chi, o nell’Operazione Discredito (la sola voce di una candidatura di Ranucci avrebbe squalificato il lavoro di Report passate, presenti, future e offerto alla Rai un ottimo pretesto per silurarlo nell’anno elettorale).
Ora il bello è che a chiedere la testa di Ranucci “amico del pregiudicato Lavitola” sono partiti e “giornalisti” di destra che hanno passato la vita alle dipendenze o al seguito di pregiudicati. Ferrara e Sallusti moraleggiano sulle frequentazioni di Ranucci dopo aver servito, riverito e/o santificato il fior fiore del pregiudicati d’Italia (che però infestavano le istituzioni, non un’osteria): Silvio B., Paolo B., Craxi, Previti, Dell’Utri, Cosentino, Contrada, Verdini, Formigoni, Cuffaro, giù giù fino alla Minetti. Per non farsi mancare nulla, Ferrara era pure una spia della Cia. Sedici anni fa la stampa di destra si abbeverava alla purissima fonte di Lavitola per killerare Fini per conto di B.. E ora chiede a Ranucci di “ritirarsi” o alla Rai di cacciarlo perché è amico del pregiudicato sbagliato. O di quello giusto nel momento sbagliato.
venerdì 10 luglio 2026
Primo ascolto
Ad un primo ascolto sorgono quesiti: avranno voluto dire “noi siam noi e voi non siete un…” oppure han cercato di adeguarsi alla mentalità di questo tempo musicale infausto? Perché se è vero che al tempo di Emotional Rescue si gridò allo scandalo per la disco dance profusa, e rivelatasi successivamente uno dei più bei pezzi della categoria, oggi, e lo dico oggi, Mr Charm avrei evitato di proporlo. Altri brani scorrono senza, al momento lasciare segni in sinapsi. Vien da pensare che i pezzi anticipati siano stati immessi quasi a dire “sappiamo fare rock ma dobbiamo aprirci ad altro”. Molto bello il classico di Keith e soprattutto Beatiful Delilah ci pone davanti al mistero degli Stones, sempre sull’onda, sempre a surfare. Al momento quindi un buon album che difficilmente credo entrerà nella Hall.
L'Amaca
Il comfort della menzogna
di Michele Serra
Leggendo sullo schermo della tivù di Stato «il servizio pubblico non dovrebbe mentire. Ci scusiamo per averlo fatto così a lungo», che cosa avrà pensato un sostenitore di Orbán? Che quel messaggio, così esplicito, così insolito, dipende dall'effettiva restituzione della tivù pubblica ungherese alle sue funzioni, e dunque dalla fine della menzogna come arma di propaganda? O piuttosto avrà pensato: ecco, i nostri nemici hanno preso il potere e vogliono farci tacere, cominciando a mentire a loro favore?
Temo che sia più probabile la seconda ipotesi. L'idea che le notizie gradite siano quelle vere, le notizie sgradite siano false, ha fatto molta strada. Anche grazie alla selezione algoritmica dei consumi, ognuno di noi (compreso chi scrive) viene raggiunto soprattutto dalle notizie e dai commenti che gli sono omologhi. È la famosa bolla informativa, che ha una sostanziale funzione difensiva. L'urto che quella scritta può produrre su un elettore di Orbán è insostenibile, perché gli dice: il tuo capo era un mentitore, e ha costretto questa emittente a mentire. E ben pochi sono disposti ad ammettere che con il loro voto hanno consegnato il Paese a un demagogo bugiardo.
Come se ne esce? La via è una sola. Provare tenacemente a credere che può esistere, anzi deve esistere un racconto del mondo che sia, almeno in parte, condiviso. Accettato da tutti. Una televisione, appunto, «pubblica» non ha altra giustificazione né altra funzione: se non lo fa, è come un coltello che non taglia o una ruota che non gira.
Non mentire, dunque raccontare le cose come stanno, è una strada faticosa. Direi controvento. Ma se la tivù ungherese dovesse riuscire a restituire una qualche oggettività al suo lavoro di informazione, forse alla lunga anche qualche elettore di Orbán penserà: mah, non è poi così male, questa idea che la realtà sia una sola, uguale per tutti.
Punti di vista
Un’Europa sana dovrebbe ricucire con Russia e Iran
Credo sia essenziale oggi distinguere tra la teatralità della politica contingente e le tendenze di fondo che guidano le relazioni internazionali. Purtroppo la stampa occidentale, che risponde a quattro agenzie e alle veline dell’intelligence ed è un aggregato di potere dominato dalle lobby oligarchiche, ama soffermarsi sullo spettacolo in corso i cui attori sono chiamati per nome – Giorgia, Bibi, Donald – quasi fossero gli amici che vediamo a cena e di cui sappiamo tutto, anche l’ultimo lifting. Purtroppo la realtà, come accade nel mondo orwelliano, è l’opposto di quel che appare. La politica ha perso la sua autonomia in Occidente e gli esecutori materiali, i leader marionetta del “blob” statunitense, sono a distanza siderale dai bisogni delle classi lavoratrici, anche di quel ceto medio, dei proprietari di risparmio, senza il cui voto non potrebbero occupare le loro comode poltrone.
Sono lontani dai beni comuni che lo Stato dovrebbe proteggere (dalla sanità all’istruzione, dall’ambiente ai trasporti, dalla ricerca scientifica alla pace) e servono interessi privati, dei potentati che hanno permesso loro di occupare quei ruoli. La fine dei corpi intermedi, dei partiti radicati sul territorio, ha facilitato il nascere della realtà inventata dai media, una sorta di Truman Show nel quale siamo intrappolati. Se abbandoniamo il flirt Donald-Giorgia e leggiamo i documenti dei vertici europei e Nato, scopriamo che dietro l’invenzione del nemico Russia, o Islam, c’è il keynesismo militare, l’esigenza di massicci interventi statali a favore di un’accumulazione capitalistica inceppata che, se lasciata al suo naturale sviluppo, si trasferirebbe in Asia. La garanzia principale affinché nessuna coalizione di volenterosi europei rimpiazzi la Nato è costituita proprio dal riarmo tedesco. Vi immaginate che ne sarebbe dell’Europa se gli americani ci abbandonassero e dovessimo competere, nell’Europa delle patrie, con la Germania unificata, quarto Stato più armato del mondo mentre la Polonia già si vanta di avere il più efficace esercito? Qualcuno dovrebbe avvertire i think tank nostrani e la classe politico-diplomatica che in articoli ilari descrivono il prossimo ritiro statunitense. La difesa europea sarà possibile nell’ambito di una nuova Europa federale, unione politica, monetaria, fiscale, democratica e sociale che individui il proprio interesse comune e ritorni alla politica a favore dei beni comuni. Per ora abbiamo soltanto una Nato europea che difende interessi neoconservatori statunitensi, rafforza la difesa americana e si accolla il conflitto con la Russia, senza l’autorizzazione dei popoli europei.
La Turchia è in auge (ma Erdogan non era un dittatore? Draghi dixit) perché ha un ruolo strategico irrinunciabile nel contenimento della Russia attraverso il Caucaso e come Stato sunnita rivale dell’Iran. In Medio Oriente Hamas come l’Iran hanno impartito una dura lezione alla coalizione israelo-americana. Hamas, nonostante Gaza sia rasa al suolo (l’evidenza è negata da chi dopo ogni attacco russo con venti morti, per carità sono anche quelli atroci, chiama il presidente della Federazione “criminale di guerra”), esiste e deve concedere o meno il proprio disarmo. L’Iran col Memorandum d’intesa ha potuto esibire al mondo la capitolazione israelo-americana. Il Board of peace ha limitato la tragedia palestinese (già solo mille palestinesi uccisi dopo la sua creazione), ma ha lasciato immutati i nodi: Israele (protetto da una potentissima lobby internazionale e, ironia della storia, dai fascisti come da liberali, socialisti e intellettuali molto preoccupati dallo stigma di Stato genocida che potrebbe macchiare il popolo ebraico, come se l’Olocausto non fosse stato riconosciuto dai tedeschi come colpa storica) rinuncerà al progetto di Grande Israele e alla colonizzazione e pulizia etnica del popolo palestinese? L’Iran ha resistito alla potenza maggiore del mondo, ma il dominio imperialista del Medio Oriente attraverso la criminalizzazione degli sciiti è stato veramente riposto nel cassetto? Lecito dubitarne. Gli attacchi statunitensi sono ripresi e l’obiettivo della lobby di Israele, l’annientamento dell’Iran, è vivo tanto che Trump sculaccia la Meloni e gli europei che non si sono uniti nella guerra.
Una sana leadership europea potrebbe lavorare a una mediazione con la Russia che salvi il salvabile dell’Ucraina, ristabilisca la cooperazione energetica col grande vicino, base della possibile autonomia da Washington. Nel Mediterraneo dovrebbe sanzionare Israele, puntando sulla riunificazione della leadership palestinese che preveda il disarmo di Hamas, permettendo magari il rilascio di un leader federatore come, Barghouti, prigioniero e torturato. Solo una conferenza internazionale con sunniti e sciiti, con Usa, Russia e Cina potrebbe stabilizzare una regione tormentata nella quale gli interessi alla sicurezza di Tel Aviv siano protetti nel quadro onusiano e non siano più alibi per la sopraffazione.
No armi!
L’ultima piazza
Si spera che la prima “piazza unitaria” della cosiddetta coalizione progressista a Napoli, fra spazi vuoti e strilli di Potere al Popolo, sia anche l’ultima. Vedere i leader “insieme” è un’ossessione dei commentatori da talk più saccenti e annoiati, ma non frega nulla alle persone normali ansiose di liberarsi dell’Armata Brancameloni. Anzi, le irrita. Da vent’anni lo spartiacque non è più l’asse destra/sinistra, ma la postura nei confronti dell’establishment nazionale e internazionale: élite/popolo. L’antica distinzione ideologica è stata annullata dal tradimento del centrosinistra mondiale appecoronato alle élite su politiche antisociali e dal camuffamento della destra globale, che parla la lingua dei poveri e ne prende i voti per poi fare gli interessi dei ricchi. Oggi il discrimine è il riarmo: si investe sulle guerre, che devono moltiplicarsi e durare il più possibile per giustificarlo. E su questo la presunta coalizione progressista, come quella di destra, è spaccata: 5Stelle e Avs contro; Pd, Iv e altre frattaglie centriste pro. Non c’è mediazione possibile. Pd e centrini, come FdI e FI, sono per armare e finanziare Kiev perché combatta fino all’ultimo ucraino, a prescindere dagli ultimi rovesci sul campo in quel poco che resta del Donbass; M5S, Avs, Lega e Vannacci, per ragioni molto diverse, sono contrari.
La guerra in Ucraina prima o poi finirà, forse in tempo per le elezioni del 2027, per esaurimento del fronte. Ma non finirà il piano di riarmo Ue da 800 miliardi a debito entro il 2030 (i famigerati prestiti agevolati Safe), votato dal grosso delle destre e da Pd¢ro; ma contrastato sempre da M5S e Avs (che in Europa siedono nel gruppo Left), ogni tanto dalla Lega e ora forse pure da Fn. Il Pd i fondi Safe per comprare più armi vuole prenderli, anzi rimprovera la Meloni di non averli ancora presi, scavalcando in bellicismo persino il governo. Conte, Bonelli e Fratoianni non li vogliono, anzi annunciano che stracceranno la cambiale di 19 miliardi di spesa militare in più che Crosetto ha gentilmente stanziato per i prossimi due anni: cioè per quando, sperabilmente, non sarà più ministro. Ma se il premier sarà la Schlein e alla Difesa andrà uno qualunque del Pd (su questo Guerini, Fassino, Quartapelle e lo schleiniano Taruffi la pensano allo stesso modo), non cambierà nulla. Se invece il premier sarà Conte e alla Difesa andrà un nemico del riarmo, cambierà almeno qualcosa. Se non si scioglie questo nodo, “il” nodo, è inutile farsi i selfie in trattoria o i comizi “unitari” parlando d’altro o spargendo retorica “mai più divisi”: le foto puzzano di fasullo almeno quanto le parole. Chi è contro il riarmo chieda voti contro il riarmo, chi è pro chieda voti pro. Poi, dopo le elezioni, faranno i conti.
giovedì 9 luglio 2026
Miglioramento
Beh ad essere onesti un miglioramento c’è stato: prima avevano i bagni separati, i posti sui bus dove si dovevano sedere. Ora dai, una multa da 200 euro inflitta dai solerti vigili perché giocavano a carte sulle aiuole cosa volete che sia? Non dimentichiamoci che la nostra città è all’avanguardia: miglio blu, paesi galleggianti per i suffumigi, e fiere di armi mascherate da convegni sul mare. Direi che tutto funziona alla grande.
Che bel pensiero!
Certo che Erdogan un pensiero migliore non lo poteva cogitare! Ha regalato una pistola, proprio una pistola, ai cosiddetti grandi che si sono riuniti in Turchia. Quale meraviglia, che senso d’umanità traspare da questa iniziativa! E sì che si è parlato solo di armi, di come aumentare la quota NATO: noi dovremmo cacciare circa 17 miliardi per la cosiddetta difesa. Tutto questo, oltre ad essere vomitevole, dovrebbe far riflettere la massa bovina su chi la governa, su quali sono le uniche vere priorità!
Fossero stati sani di mente, compreso il padrone di casa — che avrebbe dovuto donare un semplice termometro — si sarebbero dovuti concentrare sul disastro climatico, sulle nefaste conseguenze che arriveranno sempre più catastrofiche. Ma sani di mente, purtroppo, non lo sono più.
L'Amaca
Quella voce del Novecento
di Michele Serra
Si legge che l'Unità (la testata) potrebbe essere riacquistata dal Pd, che molto poco fece in passato per salvarla, e altrettanto poco per tutelare i tenaci giornalisti residui. Devo moltissimo a quel giornale, il quotidiano che Gramsci fece nascere e il Pci crescere fino a competere ad armi pari con gli altri grandi quotidiani italiani, il Corriere della Sera, la Stampa, il Giorno, la Repubblica. Per me è stata scuola di scrittura e di vita. Una seconda famiglia. Nonché la madre di Tango e di Cuore.
Viste le peripezie quasi incredibili degli ultimi anni (a un certo punto corse la voce che la voleva comperare Lele Mora, chissà se ne avrebbe affidata la direzione a Nicole Minetti, segnando il passaggio storico dalle mondine alle olgettine), spero vivamente che il Pd riesca a riacciuffare in extremis ciò che appartiene alla storia del movimento operaio e della sinistra italiana; e la metta in sicurezza, in modo che nessuno possa più abusare di quel nome.
Ne faccia, il Pd, ciò che meglio crede, la faccia rivivere in forme nuove ed economicamente non troppo impegnative, visti i chiari di luna; oppure la seppellisca in un caveau, o sotto un albero segreto, o ne disperda le ceneri al vento, così che nessuno più la tocchi e se ne approfitti, povera gloriosa Unità. Era un giornale del secolo scorso e se questo non è necessariamente un vanto o una qualità speciale, è quantomeno una prerogativa che impone rispetto. Non la si strapazzi come un trofeo da esibire o come un relitto da ammodernare.
Ci sono le persone, dentro quel nome e quella storia, quelle che la facevano, quelle che la distribuivano porta a porta. A ogni finta resurrezione recente ci si chiedeva perché mai si dovessero usare proprio quel nome e quella storia per fare tutt'altro. Ognuno è libero di fare il giornale che gli pare, ma di Unità ce n'è stata una soltanto. Rinasca all'altezza del suo passato, oppure riposi in pace.
RX
I funerali dell’Ayatollah (e del nostro occidente)
Il corteo per i funerali di Stato dell’Ayatollah Ali Khamenei, Guida Suprema dell’Iran, ucciso lo scorso 28 febbraio in un attacco aereo congiunto di Stati Uniti e Israele, sta mettendo a dura prova il sempre efficiente apparato di comunicazione dell’Occidente libero. Milioni di persone – mentre piovono su Teheran nuove e fiammanti bombe americane come “punizione” (così il Pentagono) per l’attacco iraniano su tre navi nello Stretto di Hormuz dopo la tregua – si sono riversate nelle strade per seguire il carro che trasporta attraverso il Paese i feretri di Khamenei e di quattro suoi famigliari morti nello stesso raid, tra cui una bambina di 14 mesi.
Noi, che leggiamo i giornali più autorevoli, ci aspettavamo sì che gli iraniani scendessero in strada, ma per accogliere e festeggiare gli americani che li stavano liberando (bombardando le scuole) dopo aver eliminato fisicamente il tiranno che li opprimeva da 40 anni; forse erano allucinazioni “gli applausi alle finestre”, “il crollo del regime”, “la spallata agli ayatollah”, “il ruggito di Israele per il regime change”, “la nuova primavera a Teheran”, il “tracollo della tigre di carta” e altre meraviglie testimoniate da analisti e politici liberal-sionisti su di giri per l’operazione Epic fury? Non bastava la famosa “scossetta”, la “schicchera”, la “scintilla” per far rivoltare il popolo iraniano contro il regime che voleva costruirsi l’atomica?
Guardate se non ci tocca ritirare fuori la “complessità”, che, come ricorderete, fu vietata nel febbraio 2022, dopo l’aggressione russa dell’Ucraina, quando anche solo alludere alla storia pregressa delle relazioni tra i due Paesi e alla loro composizione demografica, oltre che alle manovre della Nato verso est, divenne un chiaro indizio di essere al soldo della propaganda putiniana.
Non basta liquidare la tragicità estetica delle esequie di Khamenei come folklore oscurantista. Le autorità iraniane si aspettano per i sei giorni di cerimonie la partecipazione di 15-20 milioni di persone (su 93 milioni di abitanti), più dei 10 che nel 1989 parteciparono ai funerali di Khomeini, il cui feretro fu preso d’assalto dalla folla al punto che la salma cadde a terra, e dei 7 milioni che nel 2020 seguirono il corteo del generale Soleimani, ucciso a Baghdad da un raid Usa.
C’è chi la sa lunga: la gente che vedete piangere e battersi il petto rappresenta la fazione ultraconservatrice della popolazione, una minoranza tra il 15% e il 25% legata all’apparato dei Guardiani della Rivoluzione, per la quale la Guida Suprema era una figura semi-divina e la sua uccisione da parte di forze straniere è un sacrilegio imperdonabile; il regime usa queste persone per ostentare la sua forza davanti al mondo, offrendo loro acqua e trasporti pubblici gratuiti (avrebbero dovuto farle morire di sete e non diffonderne le immagini: come si sa, infatti, solo le teocrazie islamiche fanno uso di propaganda, da cui le nostre democrazie sono immuni). Inoltre ai funerali non partecipa l’altra metà dell’Iran, la gioventù urbana che ha protestato al grido di Donna, Vita, Libertà. Tutto vero. Quindi quello in lutto non è popolo, essendo i popoli tali solo quando piacciono a noi, che siamo pronti alla morte per difendere la nostra libertà di aperitivo contro i terroristi, ma ignoriamo vieppiù a chi appartenga la ‘sovranità’. In quali casi potremmo mai vedere una folla simile nelle nostre città, a parte una svendita di iPhone da Unieuro?
Agli smagati commentatori non è sfuggito un dettaglio: le donne in lutto indossano il chador nero integrale imposto loro dai Guardiani della Rivoluzione; forse pensavano che, dopo i benèfici attacchi americani, le donne partecipassero ai funerali di Stato con un outfit piùsbarazzino, chessò: il body glitterato di Jennifer Lopez; forse non hanno presente com’erano vestite le donne italiane fotografate dall’équipe di Ernesto De Martino in Lucania tra 1952 e il ’56, quando il rito funebre collettivo serviva a cementare la comunità e a proteggere dalla disperazione chi era colpito dalla morte di un caro; forse hanno dimenticato i funerali di Enrico Berlinguer, quando si riversarono per le strade di Roma quasi due milioni di persone, il 13 giugno 1984.
Gli americani e i loro zerbini pensavano che bombardando l’Iran col criminale Netanyahu avrebbero in poche ore rovesciato il regime e avuto orde di iraniani festanti a cui distribuire cioccolata. Invece, l’Iran resiste e piange la sua guida. Trump ha somministrato steroidi alla tradizionale arroganza americana, scartavetrando la patina di ipocrisia che ha ricoperto gli abusi, le infamie, le violazioni dei diritti umani che gli Usa hanno compiuto in giro per il mondo in nome del Bene. Infatti il segretario della Nato Rutte ha benedetto i nuovi attacchi americani come “assolutamente necessari”. Se non altro, marxianamente, Trump un merito lo ha avuto: ha portato al suo stato terminale un Occidente già in bancarotta.
Siamo alle solite!
E noi paghiamo
Se il giornalismo esistesse ancora, la stampa europea inchioderebbe i leader Nato a una domanda: “Ci spiegate perché l’Europa dovrebbe buttare altre centinaia di miliardi nelle armi, levandoli allo Stato sociale?”.
1) Rutte: “La Russia, anche dopo la fine della guerra in Ucraina, continuerà a rappresentare una minaccia di lungo periodo alla sicurezza euro-atlantica”. Generale americano Grynkewich, comandante supremo delle forze Nato in Europa: “Ho seguito molto attentamente le informazioni di intelligence. La Russia non cerca un conflitto. Capisce il concetto di ‘alleanza difensiva’ e comprende che abbiamo una serie di vantaggi asimmetrici”. Infatti gli Usa ritirano risorse militari in Europa (verso il Golfo e il Pacifico), pur mantenendovi basi e soldati per presidiarla e usarla come pista verso il Medio Oriente, perché non credono a minacce russe. La Nato di Grynkewich è la stessa di Rutte, o un’altra a noi ignota?
2) Gli europei s’impegnano a spendere per la difesa Nato il 5% del Pil, mentre gli Usa sono al 3,1. Nel 2026 le loro spese per la difesa salgono dai 418 miliardi del 2025 a 454, cioè il 2,4% del Pil Ue e la metà del bilancio del Pentagono, mentre la Russia ne spende appena 150 (1/3 dell’Ue e 1/10 della Nato) non solo per la guerra, ma per difendere il suo territorio di Paese più vasto del mondo.
3) La Nato spillerà ai suoi soci (Usa esclusi) altri 140 miliardi in due anni per l’Ucraina, che non ne fa parte (la Meloni era contro la formula biennale, poi si è subito calata le brache). Ma Trump annuncia che “la guerra sta per finire”, forse perché ha saputo quel che accade sul campo: caduta Kostjantynivka, ora tocca a Lyman, poi ai russi restano due roccaforti per completare la conquista del Donetsk (Kramatorsk e Sloviansk). Che senso ha pianificare fondi per due anni, se tra pochi mesi potrebbe non esistere più un fronte ucraino da difendere?
4) Zelensky firma accordi con Paesi Ue per venderci un quarto delle armi e munizioni prodotte dall’Ucraina, ma intanto continua a chiederci armi gratis e soldi per fabbricarle (in 52 mesi ha avuto 215 miliardi dall’Europa e 115 dagli Usa, che ora hanno smesso). Ma se ne ha in sovrappiù, perché seguitiamo ad armarlo e a finanziarlo? E, se gliene servono di diverse, perché quelle che ci vende non ce le facciamo regalare?
5) Rutte, a sua insaputa, confessa al Financial Times: “Europa e Canada si sono impegnati ad acquistare armi dagli Usa per 300 miliardi di dollari. Questo ha l’effetto di sostenere circa 195mila posti di lavoro negli Usa”. Quindi la Nato è il bancomat di Trump, di Zelensky e delle loro industrie militari. E noi europei ci imbottiamo di armi per continuare, con più mezzi, nell’esercizio che ci riesce meglio: spararci nelle palle.
mercoledì 8 luglio 2026
Conti innevati
Fine lavori (forse) nel 2033: il disastro delle opere dei Giochi Milano-Cortina a cinque mesi dalla chiusura
Sciolta la neve e concluse le gare, la grande macchina delle opere olimpiche e il trionfalismo di facciata si sono impantanati nel fango, nelle frane, nei cantieri che resteranno aperti per anni, nelle incompiute ancora in progetto o senza data di fine lavori. È un quadro desolante, con qualche tentativo di camuffamento facilmente smascherabile, quello disegnato da Società Infrastrutture Milano Cortina 2026 (Simico) che fa capo al ministro Matteo Salvini. Guidata dal commissario straordinario Fabio Massimo Saldini e coinvolta nell’inchiesta per turbativa d’asta della cabinovia di Socrepes a Cortina, la società ha aggiornato, cinque mesi dopo i Giochi, lo stato di avanzamento del piano. Il quadro è perfino peggiorato rispetto a quando venne acceso il braciere olimpico, il 6 febbraio, a dimostrazione degli scandalosi travagli del dopo-Olimpiadi.
Allora, come calcolò il Fatto Quotidiano, gli interventi finiti erano 40 su 98, pari al 40,8 per numero e al 22,08% di valore economico (783,4 milioni su un totale di oltre tre miliardi e mezzo). All’opposto, le opere non finite erano 58, pari a 2,7 miliardi, il 77,9% della spesa globale. Un bilancio fallimentare. Adesso la situazione è solo apparentemente migliorata. Al 3 luglio le opere finite sarebbero 49 su 98, esattamente la metà, mentre tra le incompiute 20 sarebbero in esecuzione, 6 in gara e 23 in progettazione. Gli elenchi di Simico contengono però significative bugie o reticenze, perché spacciano per conclusi cantieri che non lo sono affatto o vengono dati per avviati altri neppure aperti.
Il quadro reale indica che solo 45 opere su 98 (45,92%) sono state finite (di cui 8 dopo i Giochi) per un ammontare di 716,7 milioni di euro, equivalenti al 20,19% della spesa totale. Non sono ultimate 53 opere (54,08%), per 2 miliardi 833 milioni di euro, il 79,81% del totale. Gli esempi della disinformazione sono significativi. La pista da bob da 120,7 milioni non si può dire completata perché mancano l’allestimento dell’ingresso, la recinzione, la copertura con pannelli solari, la sistemazione dell’area tribune, la posa degli alberelli in sostituzione degli 800 larici abbattuti. È in una zona grigia, anche per i danni da 2,4 milioni di euro arrecati all’impianto durante le gare. Inoltre, è falso considerare conclusa la cabinovia di Socrepes (35 milioni) sotto inchiesta, visto che i lavori sono in corso e il collaudo è rimandato a dopo l’estate. Il Villaggio olimpico di Fiames (40 milioni) è stato smontato solo in parte, ma le casette prefabbricate restano lì, perché Anas ha vietato il trasferimento in pianura durante il periodo delle vacanze, a causa del traffico. La sistemazione dell’area può attendere.
A Livigno non è affatto concluso il parcheggio interrato da 36 milioni di euro. Fumo negli occhi anche quando si dichiarano in esecuzione i lavori delle cabinovie di Bormio (44,8 milioni) e Livigno (52,2 milioni), affidati e poi revocati alla cordata della bresciana Graffer, indagata a Belluno.
Quanto poco sia stato fatto dal 2019 in poi, per un piano cristallizzato nel 2023, lo dimostrano i 22 dossier in fase di progettazione, per una spesa di un miliardo e 447 milioni. Non è stato piantato un chiodo per opere come le varianti di Cortina (2 lotti, 535 milioni), Vercurago (253,3), Trescore Entratico (179,2), Trescore Balneario (47,7) e Tangenziale sud di Sondrio (43,5). Oppure per il collegamento con il Faloria a Cortina (105 milioni), circonvallazione di Dobbiaco (20,9), impianto di pattinaggio a Pinè (17,8), riqualificazione stradale a Busto Arsizio (56,1), forniture di bus in Trentino (73,9), due lotti di gallerie sul Tonale (78,9), interventi edilizi per 24 milioni tra Valtellina e Dolomiti, un impianto di sci da fondo in Valdidentro (8 milioni).
In fase di gara sono altre opere per mezzo miliardo di euro, tra cui la variante di Longarone da 438,9 milioni. Ma attenti alle scadenze. Per 7 opere (182 milioni) non c’è ancora né un inizio né una fine prevista. Entro il 2028 ne termineranno 11 per 410 milioni, entro il 2029 altre 4 per 565. Si arriva al 2031 a Trescore Entratico, al 2032 per l’improbabile tangenziale di Cortina e al dicembre 2033 per la variante di Vercurago. Queste 25 opere-tartaruga (valore 2,1 miliardi) hanno assicurato a Simico la vita eterna.
Robecchi
Caricature. Se la satira è spiegarci la realtà, Trump ci spiega l’America
Da operatore del settore – diciamo persona informata dei fatti – eccomi in una fase delicata: quella in cui la satira rischia di uscire con le mani alzate, di arrendersi davanti alla realtà, che è più ridicola, più folle e più paradossale di lei. Lo Squilibrato in capo, Donald Trump ci mette, noi satirici, in una situazione un po’ scomoda: che possiamo fare, dire, pensare, inventare, più di quello che fa lui? Come fare la caricatura di uno che è già una caricatura, come rendere paradossale uno che è un paradosso che cammina?
Ancora non so, mentre scrivo questa rubrichetta, cosa succederà alla riunione Nato di Ankara: dal Guttalax nella minestra al dentifricio nelle scarpe – scherzi da caserma, ma non è la Nato la riunione di varie caserme? – può succedere di tutto: Donald è più abile di noi e soprattutto ogni sua scemenza viene rilanciata a livello planetario, non c’è partita. E siccome la satira poggia sempre su una sostanza reale – amplifica l’assurdo – va detto che quel suo meme su Giorgia Meloni che meriterebbe un ordine restrittivo è oggettivamente offensivo, ma che la fotografia è vera, e Giorgia lo guardava veramente con quegli occhi, con espressione adorante, con sudditanza grottesca. Quindi Donald ha preso una cosa vera (Giorgia che lo adora, letteralmente se lo mangia con gli occhi) e l’ha amplificata con una battuta feroce. Diciamo che, con un meccanismo tecnicamente satirico, ha rivelato una verità.
A rivelare altre verità ci hanno pensato altri “leader” del nulla cosmico, quelli che hanno minimizzato, che hanno abbozzato, che ci hanno detto in tutte le salse che Donald è un mattacchione, sì, ma che l’amore per gli Usa non si discute. Ci prendesse a schiaffi, ci svaligiasse la casa, ci umiliasse davanti al mondo, be’, su, pazienza che sarà mai. È la nuova religione del Tajanesimo (c’è anche la versione Crosettista, senza contare tutti i commentatori che si sbracciano per dire “Trump cattivo, America buona”), che consiste nel porre l’altra guancia, poi l’altra, poi l’altra, poi l’altra, e poi un’altra guancia ancora. Insomma, una colonia deve avere molte guance, una per ogni schiaffone che riceve, perdonando lo schiaffeggiatore.
È giunto il momento di ribaltare il concetto.
Non fare satira su Trump, che è un po’ come prendere in giro un comico – un cortocircuito –, piuttosto leggere Trump come autore satirico sopraffino e chiederci: cosa vuole dirci l’artista? Qual è la realtà che ci racconta nella sua satira?
Be’, la realtà sono gli Stati Uniti d’America, la più grande opera di camouflage mai inventata dall’uomo moderno, che il grande autore satirico Donald Trump ci spiega con la sua opera, i suoi discorsi, le sue azioni. Il dominio, la potenza, la pratica feroce dell’egemonia, il ricatto economico-militare . Insomma, tutte le cose che Trump rivela oggi con i suoi modi infantili, imperiali, volgari e violenti erano quelli anche prima, solo un po’ ammorbiditi e presentabili. Parlo di noi che stiamo qui, nella colonia felix, perché invece vivendo, che so, in Iraq, in Cile o in Argentina negli anni Settanta e Ottanta, in Vietnam-Laos-Cambogia negli anni Sessanta, in Venezuela e a Cuba oggi e in altre decine di posti, le modalità del dominio americano non erano certo soft, come testimonierebbero, se potessero, milioni e milioni di cadaveri. Trump ci mostra l’America, insomma, per quello che è e che non abbiamo sempre finto di non vedere. Fa la caricatura per mostrarci l’originale, proprio come dovrebbe fare un bravo autore di satira.
Passo indietro
Antifascismo omeopatico
In vista del premio Flaiano, mi sono riletto i suoi aforismi, incluso quello da lui attribuito a Maccari: “I fascisti in Italia si dividono in due categorie: i fascisti propriamente detti e gli antifascisti”. L’ho sempre trovato troppo tranchant. Poi però ho ricevuto il modulo di iscrizione alla fiera “Più libri più liberi”, con la tragicomica dichiarazione di adesione all’Ue, alla Costituzione, all’antifascismo, alle norme antincendio e a non so che altro: in preda alle convulsioni per la professione di fede antifascista e ignifuga, non l’abbiamo firmata. E, siccome precisava che la firma era vincolante per partecipare, non abbiamo inoltrato la domanda. Però ho rivalutato quell’aforisma, che non è affatto un’equazione tra fascismo e antifascismo: lo è fra i fascisti che toglievano la parola agli antifascisti e quegli antifascisti che tolgono la parola ai fascisti (o a chi tacciano di fascista perché la pensa diversamente da loro). Non basta essere o dirsi antifascisti per essere democratici: il mondo è pieno di antifascisti antidemocratici che trattano i fascisti come i fascisti trattavano gli antifascisti. Se tutti i fascisti sono antidemocratici, non tutti gli antifascisti sono democratici. La democrazia è faticosissima: fa parlare tutti, anche chi ha idee aberranti, che si contrastano col dialogo e la persuasione, mai con la censura. Invece il fascismo (quello doc e i suoi derivati) è comodissimo: uno pensa per tutti e chi non la pensa come lui non parla. Perciò non ho firmato: nel tuo club privato inviti chi vuoi; ma un evento che usa anche fondi pubblici non può obbligare gli editori a giurare fedeltà all’Ue, alla Costituzione e a tutto il resto per escluderne alcuni in base alle loro idee. E soprattutto non basta firmare un pezzo di carta per diventare qualcosa che non si è: altrimenti chiunque si vanta al bar di mirabolanti conquiste amorose sarebbe Don Giovanni. I veri antifascisti e cultori della Costituzione (sull’Ue stendiamo un velo pietoso) sono quelli che lo dimostrano ogni giorno con i fatti. Quando abbiamo ricevuto e respinto al mittente il patentino, avevamo appena difeso la Costituzione nel referendum sui magistrati, come dieci anni fa in quello sulla schiforma Renzi-Boschi. Una battaglia che vale mille autocertificazioni, magari firmate da chi la Costituzione tenta da anni di scassinarla.
Sapete com’è finita? La fiera s’è rimangiata tutto e ha deciso di “prendere in considerazione anche le sette domande presentate in forma incompleta”, cioè senza patentino. Quindi sette editori furbacchioni non l’hanno firmato ma, anche se era vincolante, hanno presentato ugualmente la domanda. Noi di Paperfirst no, perché abbiamo preso sul serio l’obbligo di firma, ergo resteremo fuori. Peggio per noi: ci siamo scordati che in Italia le regole sono sempre trattabili, anzi retrattili.
L'Amaca
Infantino è già nella storia
di Michele Serra
Potrebbe essere nata una nuova antonomasia: Infantino. Così come per definire una persona pavida si dice “è un don Abbondio”, e di una persona che infierisce “è un Maramaldo”, di qui in poi, per dire di una persona che si china ai potenti, si dirà “è un Infantino”. Frasi suggerite: “Quello? Che vuoi che conti, è solo un Infantino”. “Smettila di adulare il tuo capo, non fare l’Infantino”. “Perché subisci i capricci di quel tánghero? Non sarai mica un Infantino?”.
Se esistono i Trump, ovvero i despoti e i prevaricatori, è perché esistono gli Infantino, che oliano il percorso dei prepotenti. Se il presidente della Fifa avesse risposto a Trump “mi dispiace amico mio, ma non posso cambiare un regolamento riconosciuto e rispettato da tutti i paesi del mondo solo per far piacere a te”, non sarebbe accaduto niente di grave. O meglio: l’intero carico dell’onta sarebbe rimasto al solo Trump, l’imbroglione che ci prova ma viene respinto. Così, invece, la pessima figura è in larga parte sulle spalle di Infantino, con l’aggravante che era proprio lui, il capo della Fifa, colui che doveva fare rispettare le regole.
Si immagina il sollievo di moltitudini, in giro per il mondo, per non dire la grande felicità, vedendo il Belgio travolgere gli USA. A seconda del fuso orario si è gioito al risveglio, o all’ora di cena, o nel cuore della notte, e si è gioito in tutte le lingue, perché il calcio è un linguaggio planetario e dunque chiunque (tranne gli Infantino) è in grado di misurare quanto grave sia stato il sopruso, e quanto godibile vederlo fallire sul campo di gioco. La Nazionale Usa non c’entrava nulla? Beh sarebbe stato un gran gesto, di fronte al mondo, non far giocare il centravanti ripescato con la truffa. Il mondo avrebbe applaudito. Così invece: solo meritatissimi fischi planetari.
martedì 7 luglio 2026
L'Amaca
La colpa di fare il medico a Gaza
di Michele Serra
Per il niente a cui serve, aggiungo qualche inutile riga alle parole già spese da qualche ong, qualche associazione che si occupa di diritti, dai suoi familiari che non si arrendono, in favore del medico palestinese Hussam Abu Safieh, arrestato dagli israeliani a Gaza nel dicembre del 2024 perché si rifiutava di abbandonare il suo ospedale e i bambini che aveva in cura. Detenuto in Israele senza accuse, picchiato, torturato, secondo il suo avvocato è in imminente pericolo di vita.
Va bene che in quella carneficina che ha sepolto, insieme a decine di migliaia di vite umane, anche ogni ombra di diritto, è quasi impossibile stabilire una classifica di gravità e di disumanità. Ma insomma: ci sarà pure il modo di far presente al governo di Israele, pure se a ospedali già distrutti, a medici già uccisi, a sopruso già abbondantemente eretto a regola, che il carcere e le torture inflitte al dottor Safieh sono una porcheria orribile, inaccettabile, non importa se una tra le tante?
Possibile che non ci sia un governo europeo che convoca l'ambasciatore di Israele, o ritira il suo in segno di protesta, non «per Gaza» in senso lato (ormai lo sconcio è compiuto, la violenza ha stravinto) ma perché un medico che fa il medico non può essere imputabile di nulla, e va immediatamente scarcerato? E se si facesse di Safieh un simbolo, per provare a dire che, malgrado l'assuefazione alla violenza dei forti sui deboli, ci sono limiti invalicabili? Provando addirittura a crederci, che ci sono limiti invalicabili?
Trump è troppo occupato a truccare i mondiali di calcio. Ma l'Europa, i governi europei e la loro teorica somma, che è l'Unione Europea, non può almeno provarci, a salvare la vita di un medico trattato da terrorista?
Studio linguistico
La neolingua scaccia-elettori
Per loro sfortuna, i politici odierni devono (ancora) fare i conti col suffragio universale:
Siccome per farsi votare non ci possono ipnotizzare, né costringerci con la forza, né possono abolire le elezioni – anche se l’astensionismo crescente li aiuta nell’obiettivo di dover rendere conto a un sempre minor numero di cittadini – a questi individui, in attesa che l’Intelligenza Artificiale prima o poi li sostituisca del tutto, rimane un solo mezzo per ottenere consenso e conquistare o mantenere il potere: la parola. Sulla parola si fonda da sempre la propaganda; la parola ha soggiogato le masse e ha rovesciato i troni e gli altari; ma il modo in cui lo ha fatto, ebbene: quello è diverso a seconda di chi l’ha scritta o pronunciata e delle motivazioni che l’hanno mosso. (…).
Intendiamoci: questi di adesso non hanno inventato niente. Da dove viene la frase “I centri in Albania funzioneranno; fun-zio-ne-ran-no!” di Giorgia Meloni? Da Cicerone e Quintiliano: è fondata sull’epanalessi, che è la ripetizione di una parola allo scopo di creare tensione comunicativa e amplificazione emozionale. (…). Meloni fa spesso ricorso all’iperbole (dal greco hyperbolé, composto da hypér, “oltre”, “sopra”, e bàllo, “lancio”, “getto”, col significato di esagerare o ridurre la rappresentazione della realtà): “Cercheremo gli scafisti per tutto il globo terracqueo”. (…). Il tono di voce, l’enfasi oratoria, il linguaggio non verbale (l’espressione seria, i tratti del viso induriti, la tensione muscolare, persino): tutto in lei mira a creare un clima emergenziale e una sensazione di accerchiamento. Così si ottiene un duplice risultato: distogliere l’attenzione dalla “struttura”, cioè dai rapporti di forza in ambito economico e geopolitico, e giustificare la mancata realizzazione delle promesse, se non proprio del programma di governo, come effetto dei bastoni messi tra le ruote da una generica “sinistra” che “tifa contro l’Italia”. Italia che, si badi bene, per Meloni è sempre “nazione”, termine che evoca comunità di sangue, stirpe, storia, cultura e lingua, e non “Paese”, sostantivo che deve apparirle troppo da Ulivo, da Festa dell’Unità di Modena. (…).
Salvini e Renzi hanno condiviso l’esortazione “aiutiamoli a casa loro”, verso persone che spesso non hanno nemmeno una casa. Contrariamente a quanto molti pensano, è stato Salvini a copiare a Renzi l’uso del termine “ruspa” (Salvini voleva usarla per “spianare tutti i campi Rom e i centri sociali”): fu Renzi nel suo libro Stil novo (2012) a elogiarne per primo l’uso, da sindaco di Firenze che una volta all’anno, come una sorta di sacrificio laico”, sale sulla ruspa per abbattere “qualcosa”, esaltando il “benefico, forse salvifico, potere della ruspa”. Stessa cosa per “professoroni”, un accrescitivo usato in senso denigratorio, condiviso in duplex dai due Matteo per indicare intellettuali rompiscatole, menagramo che bloccano le loro riforme con pretesti da azzeccagarbugli. (…). Una curiosità: da chi viene l’espressione “professoroni”? Da Marine Le Pen, da un discorso che ella pronunciò durante la Festa dei lavoratori, il ° maggio 2011, quando tenne a precisare peraltro che stava festeggiando Giovanna D’Arco, in un passaggio contro le élite europeiste. (…).
Un disturbo sintomatico della neolingua Milano-centrica che ormai ha colonizzato la Roma dei Palazzi, nonché l’espressione che fa letteralmente ululare i miei sensori di pataccheria come i rilevatori di fumo nella fucina di Efesto, è il “piuttosto che” in funzione non avversativa né comparativa, le uniche due che la lingua italiana ammette, bensì in senso disgiuntivo, al posto di “oppure” e di “o anche”. Dalla peste del “piuttosto che” è affetto Renzi, che l’ha usato per fare gli infiniti elenchi della sua stagione da presidente del Consiglio: “Dobbiamo parlare con le imprese, piuttosto che con i sindacati, piuttosto che con le associazioni”, intendendo che voleva parlare con tutti e tre i soggetti; lo usa la romanissima Giorgia Meloni: “Posso immaginare, a esempio, un social housing piuttosto che un asilo nido”, intendendo che le due scelte si equivalgono; lo usa Vannacci, il difensore dell’italianità: “Un reato non può essere più reato se rivolto a un omosessuale piuttosto che a un nero, a uno zingaro o a un sinti” (…).
La guerra è genitrice di un vocabolario specifico, perlopiù costituito da antifrasi (“missione di pace” per guerra di aggressione), da ossimori (“attacco preventivo”, per giustificare un’aggressione), più spesso da eufemismi, usati allo scopo di attenuarne l’essenza violenta (“danni collaterali” per l’uccisione di civili, “intervento umanitario” per partecipazione ai combattimenti tra Paesi in guerra, o sedare rivolte popolari, o partecipare a golpe, destituzioni di leader, cambi di regime, “interrogatorio potenziato” per le pratiche di tortura a Guantanamo), burocratizzazione o medicalizzazione della guerra (“bombardamento chirurgico”, come se fosse un atto medico, “bombe intelligenti”, al fine di eliminare il sangue dalla scena bellica rappresentando i bombardamenti come un atto preciso, pulito e asettico), etc. La morte di migliaia di civili, dovuta a errori o a calcoli esatti come nel caso di Gaza rasa al suolo dall’esercito israeliano, fa parte dei “danni collaterali”. Anzi: per Gaza la manipolazione del linguaggio è stata radicale, fin dalla descrizione della situazione: chiamare “guerra” la punizione collettiva e il massacro deliberatamente programmato da Israele contro i palestinesi è pura fallacia, perché “la parola guerra” presuppone il dispiegamento di due eserciti sul campo, mentre a Gaza c’è uno Stato col suo esercito ipertecnologico che “guerreggia” contro una popolazione inerme. (…).
È interessante l’aggiornamento costante della propaganda bellica messo in atto dai governanti e diffuso dagli editorialisti dell’informazione mainstream, sempre seguendo la regola orwelliana per cui un termine, se occorre al regime che controlla la lingua di una comunità, può finire per significare il suo esatto contrario. Così il piano di riarmo europeo da 800 miliardi di euro, inizialmente denominato “ReArm Europe”, è diventato il più delizioso e smart “Readiness2030”, “Prontezza2030” (che a sua volta è un ossimoro, dato che nessuno direbbe di essere pronto, però tra 5 anni), che deve essere sembrato più efficace agli esperti di comunicazione dell’Unione europea. (…). È di qualche rilevanza che la proprietà dei mezzi di produzione culturale sia in molti casi in capo alle stesse persone che guadagnano dall’industria che produce armi.
Effettivamente
Nato per leccare
Ha un bel dire Crosetto che “i presidenti passano, il rapporto con gli Usa resta”: nei prossimi due anni e mezzo, salvo sorprese, gli Usa saranno ancora sinonimo di Trump, con cui chi governa dovrà continuare a fare i conti. Possibilmente facendo gl’interessi dell’Italia, anzi iniziando a farli, visto che finora ha fatto quelli degli Usa. Essendo impossibile cambiare Trump, bisognerebbe cercare di capirlo. Checché se ne dica, non è un pazzo, anche se gli piace farlo. È un bullo egomane che capisce solo i rapporti di potere: forte coi deboli e debole coi forti. Finora tutti i leader occidentali, tranne il canadese Carney e lo spagnolo Sànchez, hanno pensato che il miglior modo per affrontarlo sia adularlo e compiacerlo. Lo disse lui stesso all’inizio del secondo mandato: “Ho la fila di leader ansiosi di baciarmi il culo”. Poi li insultò, li derise e li umiliò a uno a uno: Starmer, Merz, Macron, von der Leyen, Rutte, ora la Meloni. Nessuno gli ha fatto sgarbi particolari, anzi gli hanno detto di sì quasi su tutto ciò che davvero gli interessava: dazi, 5% di Pil alla Nato, Gnl americano al quadruplo del metano russo, armi comprate dagli Usa per regalarle a Kiev, niente tassa sulle big tech, zero sanzioni a Israele, pigolii sulle guerre illegali in Venezuela e in Iran. L’unico no a Trump è stato sul piano di pace per l’Ucraina concordato con Putin in Alaska. Ma lì per lui è un win-win, mentre per l’Ue è un lose-lose: gli Usa ingrassano pure sulla guerra, vendendoci le armi e lucrando sull’harakiri dell’economia europea che si svena da sola per una causa strapersa.
Fateci caso: gli unici ad aver detto dei no, Carney e Sànchez, hanno subìto da Trump attacchi e minacce (dazi fantasmagorici, mai applicati), ma – almeno finora – mai disprezzo. Come Mamdani, il giovane sindaco socialista di New York: Trump lo considera un pericolo pubblico (ampiamente ricambiato), ma l’ha ricevuto nella Sala Ovale con rispetto e qualcosa di simile alla simpatia: perché ha molti voti, quindi è forte. E Trump teme solo la forza: perciò rispetta Putin, Xi e – ora che l’ha visto all’opera a sue spese – l’Iran. Gli “alleati” Nato, se volessero spiazzarlo e farsi rispettare al vertice di Ankara, anziché scodinzolargli appresso nel terrore di esser bullizzati un’altra volta, si rialzerebbero in piedi, drizzerebbero la schiena, ritrarrebbero la lingua e gli comunicherebbero quanto segue: “Il 5% di Pil in armi te lo scordi, il gas lo ricompriamo dalla Russia, con Putin ci trattiamo anche noi con la Merkel mediatrice, i patti sulle basi in casa nostra li rinegoziamo nel rispetto del diritto internazionale e partiamo subito con le sanzioni a Israele e la tassa digitale sulle big tech”. Ovviamente non lo faranno e continueranno a subire il suo disprezzo. Peraltro, pienamente meritato.
Se vent’anni fa?
Se vent’anni fa qualcuno ci avesse detto che un giorno un presidente di uno Stato, qualsiasi, avrebbe telefonato al presidente Fifa per far togliere una giornata di squalifica ad un giocatore della squadra della sua nazione, avremmo sorriso commentando “non dire scemenze! Se arrivassimo a quel punto sarebbe la fine di tutto. Il Calcio morirebbe, nulla sarebbe più come prima! Ma soprattutto: pensi davvero che potesse venire un presidente tanto coglione da invischiarsi in faccende sportive, e dall’altra parte ci fosse un pezzo di merda come presidente FIFA da inchinarsi come un’ameba ai diktat di un egocentrico di quella portata? Via dai non dire cavolate!”
lunedì 6 luglio 2026
Infinita vergogna!
Gaza, il governo ora ammette: “Israele blocca le evacuazioni sanitarie dalla Striscia”
“Siamo il Paese che ha salvato più vite a Gaza”, diceva a settembre scorso il ministro degli Esteri Antonio Tajani in Parlamento dando i numeri sui 181 bambini accolti in Italia da Gaza. Questo accadeva prima dell’attacco del 28 febbraio scorso da parte degli Stati Uniti e di Israele nei confronti dell’Iran e la relativa crisi con i Paesi del Golfo. Da allora, infatti, le evacuazioni per ragioni sanitarie dalla striscia di Gaza “sono sospese” e “non ci sono notizie certe su quando saranno ripristinate”. Ad ammetterlo è stata nei giorni scorsi la Farnesina rispondendo a una richiesta della senatrice del M5S Alessandra Maiorino che chiedeva al ministero degli Esteri di far uscire dalla striscia di Gaza una madre palestinese, Dina Nabahin, con i suoi quattro figli che hanno bisogno di cure mediche che non possono essere garantite nella striscia.
La segnalazione riguarda una delle molte famiglie che in questi mesi non riescono a uscire dall’imbuto infernale di Gaza. Una famiglia come tante altre: la madre lavora con associazioni umanitarie, il marito è un medico e tre dei loro quattro figli necessitano di cure “continue” che vanno da un piede che ha subito diverse operazioni e rende difficile camminare alla cura di un rene. A febbraio scorso è stata fornita la documentazione medica al Dipartimento della Protezione civile per chiedere un’evacuazione medica da Israele all’Italia con le garanzie di sostenere le spese di mediche e di mantenimento dei figli. Ma da allora non ha ricevuto risposta.
L’1 luglio la segreteria della senatrice M5S Maiorino ha chiesto lumi all’unità di Crisi della Farnesina che ha risposto ufficialmente che “pur comprendendo” le difficoltà dei cittadini palestinesi, in base ai criteri delle autorità israeliane, possono essere evacuati solo cittadini gravemente feriti o malati, ricongiungimenti familiari o ricongiungimenti con cittadini stranieri con permesso di soggiorno. Inoltre, specifica il ministero degli Esteri, le evacuazioni dalla striscia avvengono “esclusivamente nell’ambito di operazioni umanitarie coordinate a livello internazionale”.
Poi vengono presentati i termini e l’iter per le evacuazioni con una sorta di vademecum: le priorità sulle valutazioni medico-sanitarie vengono effettuate dall’Organizzazione mondiale della Sanità insieme al ministero della Salute di Gaza per individuare i pazienti urgenti. Quindi è necessario che ogni richiesta “venga sottoposta all’Oms” per inserire le persone nelle liste di evacuazione e solo in questo caso potrà essere avviata un’interlocuzione con la Protezione Civile. La Farnesina però precisa che le evacuazioni sanitarie sono “subordinate alla pianificazione delle competenti Autorità israeliane” che determinano le modalità di evacuazioni specificando che “l’effettiva uscita dei nuclei è vincolata all’autorizzazione insindacabile e preventiva delle stesse autorità israeliane, che ne detengono piena titolarità”.
Nella conclusione della risposta arriva la doccia fredda: l’unità di Crisi della Farnesina dice che prende nota del nominativo della donna ma specifica che “allo stato attuale a causa dei recenti accadimenti nel Golfo, le operazioni di evacuazione medica sono state sospese e non abbiamo notizia certa su quando verranno ripristinate”. Sono invece attivi i corridoi universitari: a metà maggio la Farnesina ha fatto entrare 72 studenti palestinesi, di cui 9 resteranno in Italia per proseguire il percorso di studi.
La risposta della Farnesina ha provocato la reazione della senatrice Maiorino: “Il governo ha dimenticato di dire che ogni evacuazione dalla Striscia di Gaza, persino quelle per gravi ragioni mediche, persino di bambini, è sospesa a giudizio insindacabile di Israele – spiega – Se ne erano dimenticati? Difficile crederlo. La non interruzione dei rapporti commerciali e persino militari con Israele è sempre stato motivato dal fatto che questo avrebbe favorito la possibilità di offrire sostegno alla popolazione di Gaza agonizzante. Ora che sappiamo la verità, anche questa scusa è caduta”.

















