Toti ha patteggiato la pena per tangenti: quindi è santo
Su Libero Pietro Senaldi ritorna sul caso che due anni fa sconvolse la Liguria: “L’inchiesta Toti finisce in nulla”. A seguire: “Niente corruzione, niente voto di scambio, nessun passaggio di denaro, nessun sistema mafioso per ottenere soldi e consenso”. Una versione un po’ più light viene data dal Dubbio: “Il ‘teorema Genova’ si sgretola definitivamente. Dopo quattro anni resta solo il patteggiamento”. “Solo” il patteggiamento, per corruzione e finanziamento illecito, che è appunto definitivo. Già che c’è Tiziana Maiolo ne approfitta per definire “trombettieri” i colleghi del Secolo XIX che si occuparono del caso, e perché no rampognare Sigfrido Ranucci e Report.
Forse un giorno saranno i climatologi a spiegare fenomeni come questo: gli abbagli agostani (di una parte) del giornalismo, figli del periodo vacanziero o forse delle temperature troppo calde (a non voler pensar male). Ma cosa è accaduto? A Genova in questi giorni il gup Giorgio Morando ha rinviato a giudizio 12 persone per il filone bis sul voto di scambio che coinvolge anche personaggi legati ai clan nisseni. L’imputato più noto rinviato a giudizio è Matteo Cozzani, l’ex capo di gabinetto di Toti, personaggio talmente vicino all’ex governatore che qualcuno dello stesso entourage nei palazzi della Regione Liguria lo chiamava il suo Rasputin. Il gup ha riconosciuto l’aggravante del metodo mafioso, il processo si vedrà.
Contestualmente, il giudice ha anche archiviato dalle accuse residuali chi aveva già patteggiato per il resto, come Toti. In altre parole, Toti viene archiviato dall’accusa di voto di scambio (non ci sono prove che sapesse che accordi faceva il suo braccio destro), e, come ampiamente annunciato, cadono le accuse di corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio. Cade dunque la corruzione, come scrive Senaldi? Ma nemmeno per idea. Giovanni Toti ha patteggiato per corruzione e finanziamento illecito, per tre diversi episodi: la corruzione del terminalista e finanziatore Aldo Spinelli; del gruppo Esselunga; dell’imprenditore portuale e finanziatore Luigi Amico. I giornali di destra continuano a sminuire queste accuse, definendole “minori”, e facendo riferimento alla “corruzione impropria”, un reato scomparso dal codice nel 2012. L’attuale configurazione del reato si chiama in realtà corruzione funzionale, ed è persino più grave, da un punto di vista concettuale, della corruzione per atti contrari a doveri d’ufficio: l’accusa è di aver messo la propria carica a disposizione di un corruttore, aver svenduto la propria carica pubblica (tutti gli atti, paradossalmente anche quelli non contrari a doveri d’ufficio). E che la corruzione sia avvenuta in modo “giustificato”, mascherata da finanziamenti elettorali, e non con una bustarella piena di contanti, è del tutto indifferente: nelle intercettazioni tra Toti e Spinelli, la prova dello scambio corruttivo, sono loro stessi a collegare i soldi dati ai favori concessi.
In coda a questa vicenda balneare, non può non essere citato il sindaco di Terni Stefano Bandecchi, che per commentare il caso chiede il ripristino dell’immunità parlamentare. Forse nessuno gli ha spiegato che Toti non era parlamentare, altrimenti sarebbe stato impossibile usarne le intercettazioni senza un’autorizzazione della sua Camera (che non arriva mai). Su Libero compare anche un cameo del grande protagonista, Toti, che prima “con indole serena e compassata” (ma un po’ velenosa nei confronti del successore Marco Bucci) dice che “sta svanendo il sogno di far diventare la Liguria uno dei motori d’Italia”, poi fornisce una sua personalissima versione della “sentenza”: “Non ho vinto io, non ha vinto nemmeno la Procura, hanno perso i liguri”. La metafora calcistica ricorda un po’ Churchill quando parlava degli italiani che perdono partite di calcio come guerre e guerre come partite di calcio. Ma chissà cosa avrebbe detto dei nostri processi per corruzione.
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