Prolasso alle gònadi
Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
domenica 20 settembre 2026
L'Amaca
I colori della cronaca
DI MICHELE SERRA
Se vivessimo nel famoso "paese normale", nessuno si chiederebbe dove è
nato il ragazzino che ha accoltellato la prof a Roma, e di che colore è la
sua pelle. E nessuno si chiederebbe dove è nato il ragazzino che l'ha
soccorsa, e di che colore è la sua pelle. Staremmo discutendo di ragazzini
e basta; della loro fragilità e della loro esposizione alla violenza, che i
social trasmettono come i ratti e le pulci la peste; e della loro capacità di
empatia, per aiutare una vittima e neutralizzare un aggressore.
Invece ci tocca la classificazione etnica dei protagonisti, è il bianco
indigeno che ha offeso, è il nero importato che ha difeso; e in aggiunta ci
tocca la mesta analisi delle idee della prof, che ama Almirante e di
conseguenza "difende la razza", è a favore della remigrazione che è un
poco come essere a favore del ritorno del dentifricio nel tubetto, ma si sa
che tra l'ideologia e l'intelligenza non sempre c'è un nesso. Cosa che non
la rende meno vittima, quella prof, e meno degna di soccorso e di
solidarietà: ma oramai il quadro è avvelenato, niente è più leggibile per
come la realtà lo ha scritto, anni e anni di schifoso razzismo e di
disperato, affannato antirazzismo hanno trasfigurato le parole e gli
sguardi.
A parti invertite (il nero che assale, il bianco che difende) la storia
sarebbe diventata una bandiera per l'oscena propaganda razzista, che ha
piantato le tende, da anni, nelle prime pagine dei giornali di destra. La
sola risposta intelligente e civile sarebbe ignorare totalmente quel
criterio di giudizio. Non invertirlo: proprio ignorarlo. Non approfittare
del fatto che è stato il bianco a violare e il nero a proteggere. Mi chiedo se
ci siano ancora margini per farlo, e temo di no. La lettura cromatica degli
episodi di cronaca è di per se stessa una vittoria del razzismo.
Tragico a sapersi
La misura più grande e le dannate della 44
Eravamo convinte – povere illuse – che i didietro delle Kardashian e la loro booty routine, le curvy in passerella, i grandi marchi che mettevano al bando la taglia 38 avessero in qualche modo archiviato, perfino con eccessiva rivalsa, l’infimo culto della magrezza con cui sono cresciute le generazioni degli anni Novanta. O meglio: l’idea di corpo conforme è rimasta la stessa – ci mancherebbe avessero tutti la stessa dignità! – ma pensavamo non fosse più eticamente accettabile, neanche dal punto di vista commerciale, alcuna strizzata d’occhio a modelli estetici dallo standard filiforme.
Invece scopriamo che la taglia massima nei marchi di moda per ragazze è ufficialmente il corrispettivo di una 44, per quanto in versione “junior”. Significa, per chi non avesse dimestichezza con le misure, che una corporatura media, “robusta” si sarebbe detto una volta, è il massimo tollerato da questi marchi che spopolano tra le ragazzine. Tradotto ancora, vuol dire che una adolescente di quel peso, se dovesse cercare sugli scaffali del negozio un paio di jeans più grandi si sentirebbe rispondere dalla commessa: “Questa è la misura più grande che esiste”. Oltre la tenda di quel camerino, l’abominio, la fine del mondo, il fuori-mercato. E tu, teenager che hai osato superare i cinquanta chili.
La domanda è: perché lo fanno? Lo chiediamo a Suite Benedict, a Subdued, ai manager dell’abbigliamento adolescenziale. È difficile pensare che sia una questione di soldi: quelli che fanno fatica a infilarsi nei vostri jeans sono corpi assolutamente usuali, di quelli che incrociamo regolarmente ogni giorno per strada. Non è una nicchia di mercato, quella che hanno lasciato fuori. Non è l’obesità infantile che avanza, non è il segmento che presunti brand illuminati hanno accuratamente sezionato nei reparti “taglie forti”. Qui il messaggio è: il nostro stile è solo per chi se lo può permettere. Però almeno fatevi due conti, non vi conviene lasciarne fuori così tante: mettetevi una mano sul portafogli, che alla coscienza ci pensano le ragazze.
A lezione
I partigiani non c’entrano
Chi passa il tempo a insultare il Fatto, i 5Stelle, Avs, Virginia Libero e gli altri rari oppositori al Partito della Guerra sta riesumando il paragone con la nostra Resistenza. Che però fa acqua da tutte le parti.
1. I partigiani italiani combattevano per liberare l’Italia, così come gli ucraini combattono per liberare l’Ucraina. E nessuno nega il diritto-dovere dei popoli all’autodifesa. Ma qui si discute del diritto degli ucraini a farlo con armi italiane e del dovere dell’Italia di fornirgliele: diritto e dovere che non esistono, perché l’Italia fa parte di due alleanze (Ue e Nato) e l’Ucraina no. L’Italia, al di fuori delle alleanze, “ripudia la guerra come strumento di offesa ad altri popoli” (incluso quello russo) e “strumento di risoluzione delle controversie internazionali” (come quella fra Mosca e Kiev, che va risolta con negoziati, o comunque non con le nostre armi).
2. I partigiani italiani si armarono da sé, con gli arsenali abbandonati dall’esercito in rotta, poi furono armati poco e male dagl’inglesi. Salvarono l’onore all’Italia che, schierata coi nazisti, aveva perso la guerra e ribaltato l’alleanza. Ma il loro peso militare sarebbe stato trascurabile senza le truppe anglo-americane in casa e quelle sovietiche a Est, già coinvolte nella guerra mondiale in un equilibrio di forze che rendeva possibile la vittoria. Gli ucraini combattono senza truppe alleate, per la cinica scelta Usa-Nato di spingerli a una guerra per procura alla Russia in inferiorità numerica e di armarli per far morire solo loro. Allungare il conflitto locale per ritardare i compromessi che tutti sanno essere inevitabili rischia di allargarlo fino a un’altra guerra mondiale.
3. In Ucraina, dopo l’invasione, c’era anche una resistenza di popolo, ma ora Zelensky fatica financo ad arruolare le truppe.
4. Se nel 1943-’45 si fosse chiesto agli italiani sotto occupazione tedesca con chi volevano stare, la risposta prevalente sarebbe stata “contro i nazifascisti”. Se oggi lo si chiedesse agli ucraini delle regioni russofone occupate, siamo sicuri che risponderebbero “con Kiev e contro i russi”?
5. La seconda guerra mondiale esplose perché Hitler voleva annettersi l’Europa. Putin non è Hitler e la guerra in Ucraina scoppiò nel 2014 dopo Maidan, per colpa sia della Russia sia della Nato.
6.Il mondo di oggi non è paragonabile a quello di 85 anni fa: proprio la Seconda guerra mondiale, col suo epilogo atomico, indusse gli europei che l’avevano vinta a far di tutto per scongiurare la terza, che col nucleare avrebbe estinto l’umanità. Perciò in Europa nacque la cooperazione comunitaria. E in Italia la Costituzione che “ripudia la guerra”. Anime belle del pacifismo? No, partigiani e partigiane come Teresa Mattei, che avevano appena deposto le armi. E giuravano: “Mai più”.



