domenica 21 giugno 2026

L'Amaca

 


Letteratura e cartellino rosso

di Michele Serra


Michele Mari, candidato al premio Strega, ha detto una cosa poco amichevole su Michela Murgia. L'ha detta «in un contesto privato», come tiene a specificare: era in un pulmino che trasporta gli scrittori della cinquina qui e là per l'Italia (fare lo scrittore, a volte, è peggio che lavorare).

La circostanza non ha impedito ai responsabili dello Strega di stilare un severo comunicato nel quale si puntualizza che «la Fondazione Bellonci ritiene ogni espressione denigratoria e ogni giudizio lesivo della dignità delle persone incompatibili con lo spirito del Premio Strega». Mi sono chiesto quale istituto, o fondazione, o associazione, o gilda, o partito, o consesso umano, a parte il Ku Klux Klan, consideri invece compatibile con il proprio spirito le espressioni denigratorie e i giudizi lesivi sulla dignità delle persone. A parte questo, mi sono anche chiesto se non sia il caso di codificare meglio la grande quantità di casi (ormai ce n'è uno al giorno) nei quali si biasima o si deplora o si censura qualcuno per avere detto qualcosa.

Badate bene: non sono tra quelli che pensano che «non si può più dire niente», e cerco nel mio piccolo di tenere conto, quando scrivo o quando parlo in pubblico, di sensibilità e di suscettibilità che ho imparato a conoscere, e a rispettare, proprio grazie al famigerato «politicamente corretto». Ma così, scusate, non si può andare avanti. Specie in sede letteraria e artistica, laddove capita spesso di bivaccare ai confini del lecito e del condiviso, forse sarebbe meglio estrarre il cartellino rosso solo in casi di irrecuperabile e rivendicata violenza contro il prossimo. Darebbe scandalo trovare nella cinquina dello Strega, o in sedi consimili, l'autobiografia di Ben-Gvir, ammesso che sappia scrivere, o di un ministro afghano che nega la scuola alle bambine. Ma quando leggo Michela Murgia o Michele Mari, perché mai dovrei pretendere che vadano d'accordo?

Natangelo

 


Se magnaaaa!

 

Asparagi turgidi, trote Ue: “grande buffe” da Camera 


di Ilaria Proietti 

Oltre un milione di euro solo per la ciccia. Qualcosa in meno per i prodotti di mare, insomma il pesce, che siano spigole, orate o quel che prevederà il menù. Ma il conto – signora mia! – è ancor più salato se si passa ad altro reparto. Per garantire verdura e frutta di stagione è messa in preventivo una spesa da capogiro anche se il top si raggiunge sul resto, a partire dall’amatissima pasta e tutto ciò che occorre per un carrello dei dolci sempre all’altezza della sfida. Lo scontrino per l’acquisto delle derrate alimentari destinate a finire nel piatto dei deputati vale all’incirca 5 milioni di euro più Iva, secondo quanto emerge dal bando appena pubblicato da Camera Servizi, la società in house di Montecitorio a caccia delle migliori offerte per garantire la massima soddisfazione degli onorevoli palati.

E così ecco qui i cinque lotti con annesso capitolato che specifica a quali condizioni potranno variare i prezzi di fornitura. E soprattutto quale debba essere la qualità della materia prima: per la carne bovina solo tagli di prima o massimo di seconda scelta per tutti i vari usi culinari, dal ragù allo stracotto, dal brasato al filetto passando per il roast beef. Il vitello avrà “grana fine, consistenza tenera, grasso bianco perlaceo, odore latteo”. Il maiale sarà senza antibiotici, “di età inferiore a 12 mesi”, nato e allevato in Italia o in Paesi comunitari e “la macellazione deve essere avvenuta da almeno 72 ore prima della consegna”.

Gli abbacchi e le galline
Gli agnelli devono avere “un’età superiore a 90 giorni e inferiore a 10 mesi”, con le carni a prova di esame organolettico che deve evidenziare “tenerezza della carne, succulenza adeguata alla tipologia, aroma delicato…”. Pollo e pollame? Naturalmente ruspanti perché rigorosamente allevati “a crescita lenta”. E pure sugli insaccati non si scherza: il disciplinare dop è d’obbligo che si tratti di salamella, felino, finocchiona, spianata romana o soppressa veneta. La mortadella solo Bologna Igp come lo Speck Alto Adige mentre nel caso del prosciutto crudo, vade retro il “puzzo d’osso”.

Ma pure il baccalà
Sul pesce invece occhio al calendario: tutto l’anno vanno bene cefalo, nasello, san Pietro e compagnia ma poi c’è la stagione che chiama: e dunque largo a spigole, ricciole, polpi, rombi, vongole veraci, alici&triglie e chi più ne ha ne metta in un’alternanza che non conosce sosta. E il pesce di acqua dolce? È ammessa solo la trota “in quanto specie autoctona pescata nell’Unione europea” . Ma ancora più attenta è la selezione di frutta e verdura in un tripudio di mandarini, ananassi, pesche nettarine, ribes e mirtilli, ciliegie e fragole. Sono esclusi i prodotti transgenici (Ogm) e quelli trattati con raggi gamma. Tutti i prodotti ortofrutticoli “devono essere di qualità extra o 1ª categoria e solo per straordinari motivi di mercato e limitati periodi di emergenza, debitamente documentati con dichiarazioni dei fornitori accreditati, si potranno utilizzare prodotti di 2ª categoria provenienti da agricoltura biologica”.

Anche con l’ortofrutta non si scherza, e così gli asparagi “devono essere freschi, turgidi, con turioni compatti e punte chiuse”, le biete “avere il torsolo reciso in modo netto in corrispondenza della corona fogliare esterna”, i cetrioli dovranno essere “praticamente dritti, avere semi teneri”, la cicoria avere “foglie turgide, di colore tipico e non ingiallite”, i fiori di zucca “freschi, integri, di colore brillante e non appassiti”, mentre le tipologie di radicchio esclusivamente di Chioggia Tondo e di tipo tardivo del Trevigiano. Un lungo catalogo – 139 pagine – di prescrizioni, pesi misure e qualità che coprono tutte le portate e pure le bevande. Ma il lotto più ricco che da solo vale 1,6 milioni è per la voce “altre derrate” dove a farla da padrone è la pasta: secca, fresca e pure esotica. Perché accanto a quella prodotta esclusivamente con semola di grano duro, di elevata qualità c’è posto per quella fresca e farcita. Dai ravioli di zucca a quelli ripieni di burrata passando per i gyoza giapponesi. Idem per il pane, dal filone ai bagel, dalle baguette ai bottoncini al burro, fagottini e croissant salati, compreso il pane Carasau. Nel reparto formaggi è regina la mozzarella di bufala “rigorosamente di color bianco porcellanato e crosta sottilissima, prodotta esclusivamente nelle aree riconosciute di Campania, Lazio, Puglia e Molise”. Le olive? Li perdonerà l’immenso Mario Brega di Borotalco: non “so’ greche”, ma rigorosamente italiche.

Davvero incomprensibile...


Chi meglio di lui 


di Marco Travaglio 


È davvero incomprensibile questo accanimento del popolo della sinistra (vedi gli ululati degli operai della Fiom) contro la Volpe di Rignano e i geni del Pd ansiosi di rimettersela in casa. A parte la tetragona affidabilità del soggetto, già sperimentata con gioia da Marini, Prodi, Bersani, Letta, B., Zingaretti, Conte, Calenda, Bonino e chiunque altro ha avuto la fortuna di averci a che fare, a imporne il rientro è l’assoluta compatibilità col programma che ogni progressista sogna per battere l’Armata Brancameloni.

A parte i suoi no al salario minimo, all’art. 18 e al reddito di cittadinanza (raccoglieva firme per abolirlo, anticipando i melones), i sì al Jobs Act per un sano precariato, i voti favorevoli alle porcate di Nordio&C. sulla giustizia, l’amore per la prescrizione e l’impunità parlamentare extralarge, l’allergia a poteri di controllo (soprintendenze incluse), limiti ai conflitti d’interessi e pm che indagano sul potere (ne ha denunciati più lui di B.), il Pantheon con Craxi, Andreotti, B., Dell’Utri, Marchionne, Moratti, Romeo e Briatore, la controriforma della Rai per consegnarla al governo di turno e le epurazioni che han superato quelle berlusconiane (invano i meloniani han tentato di eguagliarle), la schiforma costituzionale a colpi di maggioranza che donò un bel precedente Meloni&Nordio, l’Italicum incostituzionale e il Rosatellum fatto a fine legislatura per far perdere i 5Stelle che vinsero lo stesso (oggi simpatico alibi per il Melonellum), le politiche fiscali su misura per miliardari e/o frodatori, la passione per i contanti (alzò il tetto da mille a tremila euro), le gogne e le cause temerarie ai pochi giornalisti che non lo leccano, i legami internazionali con criminali di guerra e di pace (Dem Usa, lobby israeliana, bin Salman&C.), il “grazie a Trump per Maduro e Khamenei”, gli inciuci con loschi spioni in autogrill, le spifferate di decreti bancari per ingrassare De Benedetti, la Buona Scuola privatizzata, i tagli miliardari alla Sanità pubblica, l’idea (copiata) che “i migranti vanno aiutati a casa loro” o dalle tribù libiche, la passionaccia per trivelle, inceneritori, cementificazioni selvagge, grandi opere inutili e dannose (Tav Torino-Lione e Ponte sullo Stretto), gli aiutini a La Russa presidente del Senato e alla Santanchè contro la sfiducia, la primogenitura sul premierato (pardòn, “sindaco d’Italia”), il sì alla commissione Covid anti-Conte e Speranza, le vantate consulenze a Vannacci, i giudizi mortuari sugli alleati che dovrebbero ricaricarselo (“La fine del Pd sarà sia con Elly sia senza, ma se Schlein diventa segretaria almeno metà del Pd passa con noi”, “Oggi finisce la storia dei 5Stelle, non parliamone più: torniamo alle cose serie, torniamo alla politica”), ecco: a parte queste minuzie, sul resto c’è perfetta identità di vedute. Cosa può mai andare storto?