mercoledì 15 luglio 2026

Lercio

 


Prima Pagina

 



Tiè!

 





Ragogna!

 



L'Amaca

 


Aspettando i Blues Brothers

di Michele Serra


Non è una notizia: nella banda di latinos di Milano che ha ucciso a coltellate un ragazzo c'è anche un trapper, o almeno uno che ci provava su TikTok. La notizia sarebbe stata che nella banda c'è un bluesman, o un madrigalista, o uno che ama lo yodel.

Si capisce che il condizionamento ambientale ha il suo peso, la trap è per davvero la musica delle periferie urbane, esprime davvero quel tipo di esistenza. Si capisce anche che nel branco il conformismo (essere conforme agli altri) è un codice quasi obbligato, e probabilmente il cantante di yodel, in una banda di latinos, verrebbe invitato a levarsi di torno. Sarebbe accolto come accadde ai Blues Brothers in un locale di country tradizionale: rischiarono il linciaggio.

Però non bisogna mai smettere di sperare. Il primo che si accorgerà che quel cappelluccio con la visiera al contrario, quei tatuaggi, quei catenoni, quel gergo, fanno di lui un conformista, identico agli altri, replica di una replica, avrà fatto la rivoluzione. Sarà finalmente libero.

Potrebbe essere ostracizzato, costretto a cambiare quartiere. Oppure, chissà, colpire l'immaginazione delle ragazze, diventare un leader tanto inatteso quanto ammirato, così da potere leggere, un giorno, nelle cronache: «cantante di yodel guida una banda di latinos». Non sarebbe emozionante? Oppure, ancora meglio: «Giovane madrigalista fonda una scuola di canto al Corvetto: decine di giovani abbandonano la strada per seguire i suoi corsi. Dice Ramon "el Chalchalero", ex leader dei Kings Killer: mi ha salvato Monteverdi». Le rivoluzioni nascono dove meno te lo aspetti.

Robecchi

 

Invisibili. Proletari senza rivoluzione: il Paese parallelo che non ci crede più


di Alessandro Robecchi 

C’è un numerino niente male, scritto in piccolo, tipo i bugiardini delle medicine, in fondo alle colonne dei sondaggi. Non lo legge mai nessuno: tutti troppo impegnati a scrutare il più-zero-virgola-uno di questo e il meno-zero-virgola-due di quell’altro, come fosse una corsa di cavalli. Lunedì scorso quel numerino nascosto diceva: “Non si esprime: 27 per cento”.

Ora, lasciamo perdere per un momento la credibilità di un sondaggio a cui più di una persona su quattro risponde “Non mi rompa i coglioni”, la fotografia è abbastanza credibile, visto che poi, quando ci sono le elezioni, quelli che non vanno a votare sono molto più del 27 per cento, sarebbero in effetti il partito di maggioranza relativa e anzi quasi assoluta.

Invisibili.

Se ne parla per qualche giorno, ci si strappa un po’ i capelli proforma, si deplora e poi si vota la volta successiva e gli invisibili sono sempre lì: semplicemente gente che non crede che mandare al governo questo o quell’altro cambierà qualcosa, avrà una qualche ricaduta sulla sua vita, sulla sua condizione, sul suo presente e sul suo futuro.

Ora, questa faccenda dei cittadini invisibili è piuttosto clamorosa, e si intreccia con altre centinaia di migliaia, milioni, di invisibili, di cui ci si occupa quando ogni tanto una ricerca, un rapporto, uno studio ci rivelano quel che sappiamo e fingiamo di non sapere: che una moltitudine di cittadini, italiani e non, vive ai margini, sopravvive in condizioni pietose, sotto la soglia di povertà, esclusa da diritti elementari come lo studio, l’abitazione, il cibo addirittura, per non dire del diritto a curarsi.

L’accusa, si sa, è quella di qualunquismo: se non voti poi non puoi lamentarti, e cose così, che è il prototipo perfetto del dito e della luna. Si guarda il dito (i cattivoni che non vanno a votare) e si ignora la luna: cioè il fatto che una notevole fetta della popolazione costituisce l’esercito del lavoro sfruttato, precario, sottopagato, ricattabile. Dice un recente studio di Polis Lombardia, per fare un esempio, che il 18,8 per cento di chi lavora nella ridente città di Milano – ah! Il modello Milano, che sciccheria! – è sfruttato ai limiti dello schiavismo: dalla filiera della moda alla logistica, dai rider ai fattorini e all’edilizia, dalle finte cooperative allo sfruttamento tout-court. Duecentomila persone, come minimo, che non hanno alcuna speranza di migliorare la propria condizione. Molti stranieri, molti italiani.

Attenzione: non si dice qui che il quaranta e più per cento di chi si astiene alle elezioni sia lumpenproletariat che possiede solo gli occhi per piangere (variante: ha da perdere solo le sue catene), ma è abbastanza certo che tutta quella componente della società, gli schiavi, non lo fa, non ci crede, non si fida, per il semplice fatto che sa perfettamente che non sarà la vittoria di questo o di quello a cambiare le sue sorti. Per farla breve, quello che si scambia per un errore del sistema è il sistema, e senza lo sfruttamento selvaggio del lavoro il Paese non sarebbe quello che ci dicono, e Milano non sarebbe la Milano che si decanta come esempio da seguire. Invisibili ma utili. Buoni per lo scandalo di un quarto d’ora – signora mia! – ma poi basta. Anzi: farabutti, non vanno a votare! Colpa loro! Che insensibili qualunquisti! In sostanza, cornuti e mazziati, e tutti gli altri col naso in su a guardare le piramidi, senza un pensiero minimo a chi le ha tirate su, da schiavo invisibile, da eterno perdente, da proletario senza rivoluzione.


Vamos Elena!

 


Conte-Avs, avanti contro i bellicisti alla Gentiloni 


di Elena Basile 

Sembra che un ex ambasciatore a capo di un reputato istituto di ricerca nostrano abbia dichiarato: “Un giorno gli storici potranno analizzare le cause del conflitto russo-ucraino, noi dobbiamo sospendere il giudizio e schierarci”. È una logica molto diffusa tra gli analisti che attingono, coscientemente o meno, all’eredità culturale di Carl Schmitt, politologo tedesco secondo il quale la dimensione costitutiva del potere è data dalla dialettica amico-nemico. La politica sarebbe quindi una decisione arbitraria in grado di scegliere i nemici interni ed esterni allo Stato. Si comprende quale involuzione autoritaria prefiguri una concezione simile e per sua natura opposta alle teorie di Hans Kelsen, inclini a una regolamentazione giuridica del potere.

Ho letto l’intervista rilasciata a La Stampa dall’ex premier Paolo Gentiloni, un politico che ha fatto la sua carriera all’ombra di Renzi e si è contraddistinto, rispetto al suo padrino, per la pacatezza delle posizioni, un moderato esemplare, il miglior interprete della componente maggioritaria democristiana del Pd. Le sue tesi belliciste proprio per questo fanno un certo effetto. Gentiloni critica la Meloni, rea di non partecipare alle coalizioni di “volenterosi” che su input macroniano si formano in Europa. Dovrebbero presidiare l’Ucraina o quello che ne resterà quando l’avanzata della Russia, oltre alla Crimea e ai quattro oblast, riuscirà a conquistare anche Odessa. Il sostegno finanziario e militare a Kiev, secondo Gentiloni, deve restare granitico dopo oltre quattro anni di guerra. Un milione di vittime ucraine non sembrano farlo esitare. Le cause del conflitto non esistono e comunque non sono rilevanti. Non importa se l’Ucraina, che aveva nella sua Costituzione la neutralità, fu trasformata in uno Stato vassallo di Washington, addestrata militarmente per trucidare le popolazioni russofone e trascinare Mosca in una guerra preventiva. Sappiamo che senza la malefica influenza occidentale il conflitto avrebbe potuto concludersi nel marzo del 2022. Ma questi sono dettagli per Gentiloni, che richiama all’ordine governo e opposizione: schierarsi con lo Stato profondo americano, con i neoconservatori contro Trump è essenziale per avere la benedizione dei Dem statunitensi: una fede che ha ormai rimpiazzato i valori costituzionali.

Le forze politiche sono scrutinate sulla base di un unico parametro: adesione al bellicismo della maggioranza Ursula. Che questa guerra sia contraria agli interessi economici, energetici e geopolitici dei popoli europei è un dubbio che non deve sfiorarci. Il popolo ucraino deve continuare a essere massacrato in quanto la mediazione che, data la situazione sul campo militare, implicherebbe la resa dell’Ucraina, non è accettabile: solo la continuazione di una guerra di attrito potrà indurre la Russia alla resa. Mi domando se Gentiloni abbia letto qualche saggio storico sulla Russia, paese che ha sempre mostrato resilienza e orgoglio straordinari e, pagando prezzi enormi, non ha mai voluto cedere, se attaccata da Napoleone o dai nazisti, anche quando non era una potenza atomica. Oggi possiede 6mila testate nucleari. Il finlandese Stubb e Gentiloni sperano ancora di far soffrire la Russia affinché la popolazione butti giù Putin. Così la pazienza strategica del più moderato e prevedibile leader russo, se la guerra continua, cederà il passo ai falchi e a una rappresaglia ben più brutale sull’Ucraina. Se questo accadrà in autunno, come Repubblica annuncia ogni giorno, Gentiloni e l’intera maggioranza Ursula avranno la spudoratezza di affermare: “Ve l’avevamo detto!”. Abbiamo fabbricato un nemico ad hoc, respinto tutte le proposte di mediazione, provocato e intimorito Mosca armandoci fino ai denti e affermando con candore che saremo pronti alla guerra nel 2030. La Russia non rimane inerte ad attendere l’attacco occidentale. Com’è possibile che un politico moderato, caratterialmente mite, giochi d’azzardo con una potenza nucleare senza valutare i rischi? Gentiloni si ostina a chiamare “difesa europea” le coalizioni di volenterosi a guida Regno Unito con una forte componente baltico-scandinava. La cooperazione militare con un Paese esterno all’Europa non può che essere il braccio europeo armato della Nato.

Bisogna dare atto a Giuseppe Conte di essere l’unico politico a parlare di genocidio del popolo palestinese e di mediazione diplomatica, e a dire No al riarmo europeo. Se il Movimento 5 Stelle e Avs saranno in grado di mantenere salde le loro linee rosse contro le scelte opportunistiche dettate dall’esigenza di entrare in alleanze più vaste, potranno accrescere il consenso nella società civile. Il mondo del dissenso (tenuto unito da Disarma e tanti movimenti che nascono come funghi) dovrebbe guardare alle forze politiche in Parlamento che proteggono i valori costituzionali, la pace e lo Stato sociale.