giovedì 14 maggio 2026

L'Amaca

 


Non un piacere ma un dovere

DI MICHELE SERRA

La cospicua sovvenzione della Fondazione Bezos alle politiche sociali della città di New York, che il nuovo sindaco di sinistra Mamdani intende incrementare in misura mai vista, è una buonissima notizia: perché a caval donato non si guarda in bocca. Ma non cambia di una virgola la questione fiscale, ovvero il progressivo scemare del prelievo sociale sui grandi patrimoni.

La differenza tra beneficenza e tasse è evidente anche a un bambino. Nel primo caso il ricco, per sua benevolenza, decide in proprio di elargire parte della sua fortuna. Traendone, in genere, giusta riconoscenza pubblica e gratificazione personale: essere benefattore è un piacere. Nel secondo caso l'esborso è invece un dovere. È legge. È l'automatica ricaduta che la fortuna personale ha sulla società. Non è il grazioso dono del potente alle moltitudini. È il segno che le moltitudini hanno saputo imprimere, in secoli di lotte, alla storia umana, obbligando i potenti a fare i conti con loro.

Questo significa, in soldoni, che Bezos avrebbe potuto tranquillamente non devolvere un centesimo alla comunità di New York. Nessuno lo obbligava a farlo. Ben diverso sarebbe se quel passaggio di denaro non fosse un'elargizione, ma un vincolo sociale regolato da leggi (le tasse!). Ci fosse anche solo uno dei miei lettori che non conosce il movimento "Tax the rich!", fondato da una erede Disney, sono felice di informarlo. Un gruppo (ristretto) di miliardari americani si dichiara ostile alla beneficenza, e favorevole a un aumento sostanzioso del prelievo fiscale sui propri enormi patrimoni. Li preferisco, largamente, a Bezos.

Viaggio in Cina

 



Prima Pagina

 



Natangelo

 



Ha torto?


Ritorno al passato 


di Marco Travaglio 

Una domanda a Elly Schlein, senza polemica: ma che senso ha incontrare nel 2026 Barack Obama, emblema delle sconfitte del centrosinistra passato promosso a spirito guida per la vittoria del centrosinistra futuro? A parte l’estetica della photo opportunity a Toronto che ritrae lui di fronte e lei di spalle, come una giovane fan che chiede l’autografo alla rockstar, c’è un aspetto politico che riassume alla perfezione l’equivoco della leadership schleiniana. L’ex attivista diventata famosa nel 2013 con OccupyPd dopo il tradimento dei 101 franchi tiratori contro Prodi al Quirinale, poi uscita dal partito per le porcate renziane, poi rientrata nel 2023 per esser eletta segretaria dagli elettori (gl’iscritti avevano scelto Bonaccini), doveva cambiare il partito. Invece continua a comportarsi come se il partito avesse cambiato lei: ha riaccolto pure la tenia Renzi che lo corrose dall’interno fino alla disfatta del 2018 e all’operazione Draghi del 2021, e ora è uno dei suoi più ascoltati consiglieri in attesa di nidificare con qualche fedelissimo nelle liste del Pd dopo il decesso di Italia Morta. E infatti, dopo il giusto omaggio a Sánchez, che è un contemporaneo e tiene posizioni coraggiose, Elly è retrocessa a Obama, già idolo di Renzi con Blair, i Clinton, Trudeau, Valls e altri cari estinti della “terza via” che ha distrutto la sinistra mondiale. E continua con la “quarta via” di quell’altro genio di Starmer, premier da 22 mesi e già bollito.

Che diavolo potrà mai insegnare Obama ai progressisti del 2026? Doveva chiudere il lager di Guantanamo, che è ancora lì. Doveva assicurare un futuro di pace (gli diedero persino il Nobel sulla fiducia) e in otto anni di presidenza bombardò sette Paesi: Afghanistan e Iraq, da cui si guardò bene dal ritirarsi; e poi Siria, Libia, Somalia, Yemen e Pakistan, con migliaia di vittime civili. Il disastro in Nordafrica dovremmo ricordarlo bene, visto che lo paghiamo tuttora: le “primavere arabe” sostenute manu militari da Obama produssero, oltre all’assassinio di Gheddafi e alla caduta di Mubarak, lo sfarinamento della Libia e il golpe filoccidentale di al Sisi in Egitto (le elezioni democratiche le avevano vinte i Fratelli Musulmani, quindi non valevano). E la destabilizzazione dell’Ucraina, usata come testa d’ariete contro la Russia e l’Europa, iniziò con Bush jr. e proseguì con Obama, con il vice Biden e la loro mestatrice Nuland al grido di “Fuck Europe!”. Le piazze progressiste piene di giovani che contestano da tre anni lo sterminio israeliano a Gaza, i doppi standard dei “buoni” e le loro guerre illegali tutto chiedono fuorché un ritorno al peggiore passato: quello della “sinistra di destra” camuffata da terze o quarte vie, che attira i padroni, ma mette in fuga gli elettori.