mercoledì 4 novembre 2026

Zoppia

 



Vi prego solo un minuto!

 



Natangelo

 



L'Amaca

 

Fratellanza

in mare e in terra 


DI MICHELE SERRA


La conversione al cristianesimo di Luca Casarini merita molto rispetto, è

una conversione sul campo, anzi sul mare, salvando i migranti alla

deriva. Niente di ideologico o di teologico, semmai l'esito di una pratica

materiale di fraternità e di soccorso.

Mi ha colpito che Casarini, nella bella chiacchierata con Francesco Bei su

Repubblica, dica questo: «Il grande errore dell'illuminismo e della sinistra

è l'aver pensato che l'uomo coincidesse con i suoi bisogni economici…

abbiamo approfondito molto il tema dell'eguaglianza e quello della

libertà, ma ci siamo dimenticati della fraternità, che non può essere solo

la cittadinanza. Cos'è questo sentire l'altro come fratello? È ovvio che ti

serve la trascendenza per poterlo capire».

Ecco: perché, per provare il sentimento della fraternità, si debba

«trascendere», che significa travalicare la realtà materiale, cercare "più in

là" o "più in alto" il senso delle cose, è un concetto che mi è sempre

sfuggito. Essere tutti figli dello stesso Dio piuttosto che dello stesso

destino (nascere, campare e morire sul pianeta Terra) in che cosa muta la

percezione degli altri umani? Necessita un Padre, per sentirsi fratelli, o

basta Madre natura? Perché mai un ateo dovrebbe essere "meno

fraterno" di un credente, e viceversa?


Casarini è un figlio del profondo Veneto, e sa bene che per molti ferventi

cattolici i migranti possono tranquillamente sprofondare nel mare. Non

credo sia la percezione di Dio o la sua negazione a generare differenze

così profonde nella maniera di rapportarsi agli altri umani. Se è fuori di

dubbio che il grande edificio della solidarietà, senza il mondo cattolico,

sarebbe infinitamente più fragile, è possibile amare il prossimo, e non

fargli ciò che non vorresti fosse fatto a te, non perché credi in Dio, ma

perché credi nel prossimo.


Robecchi

 

Costituzione. Addio anche all’art. 53: per la progressività fiscale, una prece


di Alessandro Robecchi 

Nella nostra ormai ricca collezione di articoli della Costituzione strabiliantemente inapplicati, aggirati, quando non direttamente irrisi e rubricati a satira politica, siamo pronti ad aggiungere la figurina dell’articolo 53, che è lungo una riga e mezza e parla molto chiaro. Eccolo: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. In soldoni (è il caso di dire), chi ha più possibilità deve pagare più tasse. Non in percentuale (che non sarebbe progressivo) ma proprio con aliquote maggiori all’aumentare dell’imponibile. Da tempo si lamenta che questa progressività non è così progressiva, ma la manovra Meloni di questi giorni e i suoi rocamboleschi barbatrucchi fiscali contribuiscono ad ammazzarla del tutto.

L’Irpef, diciamolo, è ormai un vecchio hobby per lavoratori dipendenti e pensionati, e tutti gli altri, cioè i lavoratori autonomi, godono ormai di un regime fiscale agevolato. L’innalzamento della flat tax per le partite Iva certifica questa rivoluzione: se tre anni fa pagavi il 15 per cento fino a 65.000 euro, l’anno scorso pagavi sempre il 15 per cento, ma su 85.000 euro, e da gennaio, grazie alla nuova manovra, pagherai il 15 per cento su 100.000 euro. Un bel colpo, senza rischiare che arrivi la polizia a sirene spiegate e che nessuno dica “mani in alto!”. Per capirci, con un conto semplice ma comprensibile a tutti, il lavoratore autonomo con un reddito lordo di 100.000 euro, che è un discreto malloppetto, pagherà circa 8.700 euro di Irpef. Un dipendente con un reddito lordo di 51.000 euro pagherà Irpef per circa 14.000 euro. Come dire che un italiano che guadagna il doppio finisce per pagare quasi la metà, o se preferite (i numeri sono materia insaponata) che un italiano che guadagna la metà pagherà il doppio. E questo senza contare le addizionali comunali e regionali, che per il primo sono zero, e a quell’altro sfigato costano più o meno (è una media) 1.400 euro. Probabilmente la riforma è incompleta: mancano le martellate sulle dita, lo sfregamento con le ortiche e qualche colpo ben assestato alle parti basse, ma non disperiamo.

Questa cosetta che divide gli italiani in contribuenti di serie A e di serie B l’ha tanto voluta Salvini, che la sbandiera come una vittoria, convinto com’è che i lavoratori autonomi siano suoi elettori, e invece gli altri, dipendenti e pensionati, tutti comunisti e fan dell’immigrazione. Quell’altro, invece, l’eternamente spaesato Tajani, sventola come una bandiera di vittoria il ridisegno della seconda aliquota Irpef, per cui la riduzione fiscale per chi guadagna, poniamo 40.000 euro è zero, e per chi ne guadagna 55.000 è di 500 euro, che sarebbe l’esattissimo contrario della progressività delle imposte, con tanti saluti all’articolo 53 della Costituzione.

Inutile dire che per chi guadagna meno (il primo scaglione, quelli sotto i 28.000 euro, una specie di soglia di sussistenza) non c’è niente, spiace. E non c’è niente nemmeno per quelli indigenti (i dieci milioni di italiani che arrancano sulla linea di galleggiamento), e se per caso ci fosse qualcosa (non è per adesso, tranquilli) sono pronti insulti e contumelie a reti unificate, che li chiamerebbero “fannulloni sul divano”. Mettiamo dunque l’articolo 53 accanto all’articolo 32 (diritto alla salute) e all’articolo 34 (diritto allo studio), piangendoli come vecchi parenti, cari estinti a cui abbiamo voluto tanto bene, ma che, ahimè, sono venuti a mancare.


L'Editoriale di ieri

 


Guerrini

Di Marco Travaglio 

3 novembre ’26

È un’infame calunnia che il Pd voglia battere la Meloni per poi fare le stesse cose. Se dipendesse da Lorenzo Guer(r)ini, “riformista” senza riforme di scuola lodigiana, farebbe molto peggio: “Se saremo chiamati al governo, dovremmo contribuire agli aiuti militari all’Ucraina in maniera più consistente del governo Meloni”. In effetti, fra Draghi e Meloni, abbiamo buttato per Kiev la miseria di 20 miliardi (Osservatorio Milex), senza contare i costi stratosferici delle (auto)sanzioni alla Russia su gas e petrolio, l’attentato ucraino ai gasdotti Nord Stream e i bombardamenti sulle raffinerie russe coi nostri missili che fanno impazzire il prezzo del gasolio. Basta braccino corto: sveniamoci di più. Lo slogan per elettrizzare i progressisti, ingolosire gli astensionisti e scaldare i cuori dei ragazzi in piazza è bell’e pronto: “Votate per noi, così invieremo ancor più armi a Kiev e allungheremo un altro po’ la guerra. Tanto su scuola, sanità, salari e pensioni c’è ancora tanto da tagliare. Altro che Meloni: l’alternativa siamo noi”. Trionfo garantito: converrà transennare i seggi. Già nel 2022, da ministro della Difesa di Draghi, Guerini aveva tentato il colpaccio di portare la spesa militare dall’1,4 al 2% entro il 2024, scatenando le ire di papa Francesco (“Mi sono vergognato per loro, sono dei pazzi!”). Poi Conte l’aveva costretto a rinculare. Ora vuole recuperare il terreno perduto: non sia mai che i guerrafondai Ue&Nato lo scambino per un pacifinto panciafichista.

Il bello di questi strateghi da divano è che non spiegano mai a cosa servirebbe inviare più armi all’Ucraina, ove mai il centrosinistra vincesse le elezioni del 2027 e l’Ucraina esistesse ancora. Se avessero un piano, uno li starebbe pure a sentire. Ma non risulta. Dall’autunno 2022, quando la prima controffensiva ucraina recuperò alcuni territori presi dai russi nei primi sei mesi, Kiev non fa che arretrare e Mosca avanzare. Il trend, pur lentissimo, soprattutto dall’assedio alla cuspide fortificata (dalla Nato) delle ultime roccaforti in Donetsk, non si è mai invertito in quattro anni in una sola rilevazione mensile. Nel 2025 i russi hanno conquistato circa 5mila kmq e nei primi 10 mesi del 2026 ne rivendicano 6.500, contro appena 100 secondo l’americano Isw e 1.300 secondo istituti più neutrali. Sta di fatto che controllano ormai circa il 21% del Paese, con tutto il Lugansk, il 90% del Donetsk, l’84,5 dell’oblast di Zaporizhzhia, il 65 di quello di Kherson e hanno creato una zona cuscinetto di confine rubando 465 kmq agli oblast di Sumy e Kharkiv. Quanta Ucraina dovrà ancora scomparire e quanta gente morire prima che gli “amici” capiscano che l’unico aiuto utile per Kiev è costringerla a negoziare un compromesso con Mosca finché le resta qualcosa da salvare?