venerdì 17 luglio 2026

L'Amaca

 


La parte del cattivo

di Michele Serra


Il successo di personaggi che fanno aperta professione di ignobiltà e violenza verbale (blogger, influencer, giornalisti, politici: ci sono esempi arcinoti pure nel nostro piccolo, in Italia) dipende dal fatto che sono effettivamente persone ignobili e violente, oppure dalla richiesta di quel «ruolo in commedia» da parte di un vasto pubblico? Si gioca la parte del mascalzone perché lo si è o perché quella parte ha successo, e rende fama e denaro?

È probabile che l'indole aiuti. Difficile diffondere contenuti di odio se si ha una certa dose di rispetto per gli altri. Ma è sicuro che il successo e il denaro facciano da galvanizzatore. Magari il «cattivo» avrebbe una personalità più composita, ma decide di mettere in risalto il suo lato carogna perché scopre che il pubblico è in visibilio.

Faccio queste considerazioni dopo avere letto (sul Post) un lungo articolo su un documentario di Netflix che indaga sulla «manosfera» (l'ambiente social dove il maschilismo più becero detta legge; molto popolare nella destra americana). Quasi tutte le star della manosfera — maschi bianchi giovani — sembrano relativizzare l'aspetto «etico» e culturale delle porcherie che scrivono. Le scrivono perché «piacciono alla gente». Se ne sentono, diciamo così, meno responsabili, perché l'adesione di massa, oltre a renderli ricchi, li rassicura. Se siamo in tanti a pensarla così (per esempio, a pensare che gli omosessuali sono malati, o degenerati) perché non dirlo?

Il famoso «coraggio di andare controcorrente» che molti di costoro sbandierano (anche in Italia), è dunque un alibi. Fare il cattivo serve a procurarsi una folla di follower, anche se raschiata dal fondo del barile. Quella folla non solo garantisce denaro: fa anche sentire protetti, come una scorta virtuale. Le idee (buone o cattive) sono una faccenda strettamente personale: in genere costa fatica farsele. Più comodo assecondare quelle degli altri, che sono già pronte.

Prima Pagina

 



Giusto così!

 



Papale papale!

 

L’egemonia dei coglioni 


di Marco travaglio 


“Leggo nei giornali che viene dato in forse nella prossima stagione Rai il mio ‘Lupus in fabula’, la trasmissione del mattino di RaiRadio1. Vorrei chiarire che non ci sarà, mi è stato comunicato un mese fa dal direttore. Sabbenedica”. È la replica beffarda di Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale di Venezia, al linguaggio alla vaselina con cui le gazzette ipotizzano che forse, chissà, magari, ma non è sicuro, il suo programma di ben 10 minuti all’ora di punta 6.50-7 potrebbe sparire, ma per motivi editoriali o forse tecnici, non certo politici, figuriamoci. La verità la capisce anche un bambino tonto: Buttafuoco, per la cosiddetta destra al potere, è molto più pericoloso di qualunque intellettuale di sinistra. Come Montanelli, simbolo dei liberal-conservatori, quando smutandava e svergognava la finta “rivoluzione liberal-conservatrice” di B.. Buttafuoco non è un liberal-conservatore: è di una destra nostalgica, antimoderna, dannunziana, orientaleggiante (s’è persino convertito all’Islam). Ma soprattutto un uomo colto e un cane sciolto. Nominato da Sangiuliano (mai tanto rimpianto da quando s’è visto all’opera Giuli) alla presidenza della Biennale, ha fatto il presidente della Biennale: ha aperto tutti i padiglioni, incluso quello della Russia, che ha molta più arte e cultura da esibire di quanta ne possano contenere i crani vuoti di tutti gli sgovernanti italiani ed europei messi insieme.

I censori depensanti della commissione Ursula e del governo Meloni l’hanno tempestato di anatemi, minacce, ispezioni, carte bollate, sanzioni. E la santa patrona dei decerebrati Kaja Kallas gli ha fatto levare 2 milioni di fondi (di cui la Biennale può fare a meno). Mancava un dettaglio: quel programmino su RadioRai in ore antelucane. E un apposito cameriere l’ha subito chiuso. Tanto nessuno, a destra e a sinistra, griderà alla censura. Pd e stampa al seguito sono specialisti nell’inventare epurazioni ed editti fasulli per nascondere che il 60% delle dirigenze di TeleMeloni restano in mani dem. Il martirologio comprende sempre: Fazio, Littizzetto, Annunziata, Saviano, Bortone, Scurati, Massini, Augias, financoAmadeus: tutta gente che non ha subìto un bel nulla. L’unico vero epurato da TeleMeloni, anzi da Radio Rai, era finora Marcello Foa, giornalista di destra, ma reo di leso atlantismo. Ora tocca a Buttafuoco. La famosa egemonia culturale della destra si esprime cacciando le rare teste pensanti, quindi non allineate, della destra. I meloniani vengono spesso accusati di eccessiva devozione a Giorgio Almirante. Magari. Se fosse vero, ricorderebbero almeno una sua massima: “Dobbiamo passare dalla fase ‘È un coglione, ma è un amico’ alla fase ‘È un amico, ma è un coglione’”.