Ci fosse ancora Emilio Fido direbbe “Che figura di m….!”
Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
Più o meno italiani
di Michele Serra
Ha fatto bene il ministro Valditara a dire che i due studenti di Cesena che hanno esposto lo striscione «l'Italia agli italiani» non meritano sanzioni. La destra esiste, esistono gli studenti di destra, lo slogan suddetto è parte della cultura politica che governa il paese. La loro non è affatto «una provocazione», come si suole dire in questi casi. È semmai una forma di entusiasmo filo-governativo in genere poco diffuso tra gli adolescenti. Ma ci sono i conformisti anche tra gli adolescenti, e non è con le censure, i rimproveri e le punizioni che si educa al confronto politico.
Ma fa malissimo, Valditara, ad aggiungere che l'affermazione «è condivisibile perché comprende tutti i cittadini del nostro paese». Ipocrisia democristiana non degna del ministro di un governo sovranista. Quei due studenti non volevano affatto dire quello che il ministro sostiene. Volevano dire, con uno slogan nazionalista in senso antico, impermeabile ai tempi, che ci sono troppi stranieri, e questa presenza minaccia la cosiddetta identità nazionale; che esistono italiani meno italiani degli italiani, e sono quelli di origine straniera; che non devono avere gli stessi diritti e le stesse tutele di «noi italiani». Milioni di elettori lo pensano: e questo governo è in carica grazie ai loro voti.
Che due studenti abbiano diritto di pensarlo e di dirlo, è un conto. Che il ministro pensi di cavarsela travestendo da slogan inclusivo e democratico una tipica manifestazione di xenofobia, è ridicolo. Si faccia una bella assemblea scolastica dal titolo «che cosa vuol dire essere italiani», e si invitino anche i due patrioti juniores. Magari qualcuno impara qualcosa.
Avevamo già il leggerissimo sospetto che le élite interventiste europee, col loro codazzo di agiati mercenari da scrivania, giocassero con le parole per dare a intendere all’opinione pubblica che il riarmo dei Paesi dell’Unione fosse una cosa non solo buona e giusta, ma anche rassicurante e glamour: come dimenticare “l’Italia che riscopre il fascino del bunker” di cui dava conto Repubblica?
Martedì un editoriale di Stefano Folli, sempre su Rep, ci ha aperto gli occhi, identificando il motivo principale della “frattura” dentro al cosiddetto campo largo nell’uso (o non uso) del vocabolo “riarmo”, “una parola che contiene un che di minaccioso, volto a incutere timore nell’opinione pubblica”, che non ne avrebbe alcuna ragione. “Riarmo”, denuncia Folli, “allude a pericoli di guerra”, chissà come mai; “ed è proprio questo lo scopo di chi – i 5Stelle, la sinistra di Avs – usa il termine in polemica con… un alleato, ossia il Pd”. Ah, vedi; noi pensavamo che a creare fratture, casomai, fossero i cosiddetti “riformisti del Pd”, riarmisti convinti, dato che la linea della segretaria Schlein sarebbe contraria alle armi, come peraltro la maggioranza assoluta degli italiani.
Proprio per ovviare a questa bizzarria – cioè il fatto che una parola che significa produzione e rifornimento di armi venga usata per indicare esattamente questo fenomeno – l’Unione Europea, nella persona-robot di Ursula von der Leyen, si era messa di buzzo buono per trovare un’alternativa al brutale ancorché onesto “ReArm Eu”, prima versione del progetto di riarmo dal costo di 800 miliardi di euro, trovandola infine nell’eufemistico e più birichino “Readiness 2030”, un modo per dire a Putin che saremo pronti a muovergli guerra nel 2030 (lui ha risposto che sarebbe pronto già da subito, volendo, dal che si è dedotta la prova che volesse attaccarci).
La preoccupazione dei geni che ci governano era, allora, non tanto che i cittadini europei si spaventassero, quanto che capissero come stavano veramente le cose: se tu dici a 452 milioni di abitanti di mettersi il cuore in pace perché il loro Paese non si farà scrupolo di grattare 800 miliardi di euro dalla spesa sociale entro 4 anni per riempire gli arsenali rimasti vuoti dopo 4 anni di invii di armi all’Ucraina, può anche darsi che si organizzino per protestare, e ci manca solo questo: mica siamo vere democrazie. E pensare che il sempliciotto Mark Rutte, Segretario Generale della Nato (che chiama Trump “paparino”), lo aveva detto: “Spendere di più per la Difesa significa spendere meno per altre priorità, se non si vogliono mettere più tasse”. E quali sono queste priorità rinunciabili? Bazzecole: “I Paesi europei spendono fino a un quarto del reddito per pensioni, sistemi sanitari e di previdenza sociale, abbiamo bisogno solo di una piccola frazione di quei soldi per rendere la Difesa molto più forte”. Rutte deve essersi recato in qualche ospedale pubblico italiano per accorgersi che lo standard medio è praticamente quello di un hotel a cinque stelle di Dubai, senza contare la bella vita che fanno i pensionati dopo 50 anni di lavoro, e quindi ha telefonato a Ursula: “Ma questa è una miniera d’oro! Prendiamo i soldi da Sanità e pensioni”.
Giorni fa, alla vigilia del vertice Nato di Ankara, ha ricordato ai 27 Paesi Ue l’impegno di spendere il 5% del Pil nella Difesa, lanciando ai recalcitranti, in particolare alla Spagna che si è rifiutata di farsi taglieggiare da Trump, un avvertimento in stile Soprano’s: “Se uno o due di essi devono ancora essere convinti, abbiamo i mezzi per farlo” (ci farà bombardare dal battaglione Azov con le nostre armi?).
È la propaganda di guerra: creare false paure per indurre al sacrificio. La risoluzione con cui il Parlamento europeo ha sostenuto il piano ReArm indicava nella Russia “la più profonda minaccia militare” all’integrità territoriale dell’Ue “dalla fine della Guerra Fredda”; cioè, un Paese di 17 milioni di chilometri quadrati, 11 fusi orari e 145 milioni di abitanti non vede l’ora di prendersi i Sudeti e il Viterbese.
Intanto Macron, presumibilmente vestito in Dior, sfila sugli Champs-Elysées per la tradizionale parata militare del 14 luglio (giorno della Presa della Bastiglia: da far venire l’acquolina in bocca a chi avesse voglia di arrotare la ghigliottina), con Zelensky, 7mila soldati, 98 aerei, 31 elicotteri e 315 veicoli, più 500 militari dei 35 Paesi della Coalizione dei Volenterosi, tra cui gli italiani. Tempo fa, dopo aver proposto di mandare truppe Nato in Ucraina, parlò dalla base militare dell’Île Longue mentre alle sue spalle troneggiava l’imponente Le Téméraire, sottomarino nucleare lanciamissili della Marina francese. Tutto questo non allarma i cittadini: basta chiamarlo con un nome spiritoso e chic (Brigate Dior?). A spaventare sono Conte, Bonelli e Fratoianni, quei terroristi che chiamano “riarmo” il riarmo (noi nella lista metteremmo pure il Papa).
Non vorremmo guastare la festa alle opposizioni, giustamente esultanti per il Bottarellum sul Melonellum rimediato da Giorgia e i suoi fratelli. Ma un conto è compiacersi per lo smacco all’immagine vincente della Meloni (già sfregiata dal referendum) e per l’ennesimo sfarinamento della maggioranza. Un altro è spacciare una faida tutta a destra per un successo del centrosinistra, che non vi ha toccato palla. Come se un calciatore della Nazionale italiana eliminata ai Mondiali esultasse perché la Spagna ha eliminato la Francia in semifinale: e lui che c’entra? Quello di vantarsi ed esultare per conto terzi è un vecchio malvezzo: da quando è nato 21 anni fa, il Pd non ha mai vinto un’elezione, però s’è intestato da mosca cocchiera tutti i successi dei progressisti all’estero (Obama, Biden, Sànchez, Lula, Starmer ecc.). La consolazione dei guardoni. Fra l’altro la bocciatura del famoso emendamento sulle finte preferenze ha peggiorato ulteriormente la schiforma: se fosse passato, almeno qualche eletto dei due o tre partiti maggiori sarebbe stato scelto dagli elettori, in un mare di capilista bloccati: così invece il Melonellum è passato nel modello-base. Col premio di maggioranza monstre a chi prende il 42% dei voti e i nominati dai capipartito. E, salvo sorprese al Senato, sarà la legge con cui voteremo nel 2027, prima che la Consulta possa farla a pezzi. Una legge terrificante, che molti a sinistra paragonano alla legge Acerbo di Mussolini o alla “legge truffa” di De Gasperi per nascondere che le preferenze non le vuole neppure il Pd ed evitare confronti imbarazzanti con l’Italicum e il Rosatellum, imposti dal Pd renziano nel 2014 e nel 2017 (addirittura col voto di fiducia ai governi Renzi e Gentiloni) per togliere agli elettori il diritto di scelta e all’avversario (allora erano i 5Stelle) il diritto di vincere le elezioni e governare.
Nella classifica della porcata più porca, non vince il Melonellum, ma l’Italicum, seguito a pari merito dal Porcellum e dal Rosatellum. Ma tutt’e quattro hanno in comune l’esproprio agli elettori, perpetrato ora con le liste bloccate ora con i capilista bloccati. Le liste bloccate le inventò nel 1993 il Mattarellum per il 25% di quota proporzionale, ma almeno nel 75% di maggioritario i cittadini potevano scegliersi il candidato preferito nel proprio collegio (per quanto deciso dai partiti). Quindi la preferenza è abolita dal 1994: infatti i cittadini, sapendo di contare pochissimo, disertano vieppiù le urne. Chi volesse riportarli a votare dovrebbe battersi per la legge del 1992: proporzionale con preferenza unica, la stessa poi sancita dalla Consulta nel 2013 con la sentenza che bocciava il Porcellum. Quindi sicuramente costituzionale. Quanti dei leader che l’altra sera festeggiavano in piazza sono pronti a firmarla?