giovedì 10 settembre 2026

Caro Maestrone

 

Devo confessarti, Maestrone, di aver acquisito un retrogusto amaro nell'apprendere le tue ultime volontà, non tanto per la divisione penalizzante, diciamo così, di "Culo Dritto", tua figlia, al secolo Teresa. Non dovrei dirlo, ma forse Pavana sarebbe dovuta toccare a lei: scusa l'intromissione, ma la penso così.

Ma non è questo che mi provoca una strana sensazione amareggiante. No, ci mancherebbe. È un altro aspetto, tipico di noi idealisti palesemente sconfitti.

Premesso che è giusto e sacrosanto che nella tua luminosa carriera tu abbia guadagnato, e tanto, con le tue poesie musicali e i tuoi saccenti libri, resta il fatto — ecco il nocciolo — che questo tuo patrimonio, stimato dai 6 ai 10 milioni di euro e comprensivo di innumerevoli case sparse tra Bologna e Roma, stride un pochetto con certi tuoi versi indimenticabili che ora non ho voglia di elencare, ma che sono tanti.

Certamente non sognavo di apprendere che ci hai lasciato povero in canna, sia chiaro.

Ma il retrogusto di cui sopra, forse — e mi permetto nuovamente di interagire con gli affari tuoi — sognava dell'altro, perché sai bene che i sogni sono il pane fragrante della vita: che so, un terzo alla tua seconda moglie, un terzo a Teresa e... un terzo al popolo cubano!

Ma sono solo fregnacce, queste, Maestrone! Ognuno decide e agisce come meglio crede, e gli altri dovrebbero non dir nulla di nulla in merito, a meno di non aver mai ascoltato...

"Un treno tutti i giorni passava per la sua stazione
Un treno di lusso, lontana destinazione
Vedeva gente riverita, pensava a quei velluti, agli ori
Pensava al magro giorno della sua gente attorno, pensava a un treno pieno di signori"

Buon riposo Maestrone!


Commenti sul ddl

 

Il ddl Antisemitismo protegge solo Israele: la sinistra non lo voti


di Tomaso Montanari 

Se passasse il ddl “Antisemitismo” che ieri è approdato alla Camera, si potrebbe proibire una manifestazione “in base alla probabilità di grave rischio” di comparazione delle politiche di Israele a quelle della Germania nazista, perché questo paragone rientra tra gli atti di antisemitismo, secondo la screditatissima dichiarazione dell’IHRA che ora si vuole adottare come ‘legge’. Il problema non pare che Netanyahu e i suoi assomiglino oggettivamente sempre di più ai nazisti: ma è dirlo. Dalla scuola alla polizia, un nuovo catechismo morale verrebbe a stroncare la libertà di espressione prevista dalla Costituzione, e un’intollerabile ipocrisia userebbe le vittime della Shoah per negare giustizia alle vittime di Israele. Se c’è davvero, oggi, un pericolo grave per gli ebrei è la deriva etnico-nazionalista di estrema destra per cui questo Israele criminale non solo è ormai uno Stato ebraico, ma vorrebbe accreditarsi come l’unico rappresentante dell’ebraismo mondiale. Non per caso a proporre questa legge è, in Italia, una destra ancora antisemita e fascista, ma incondizionatamente sionista.

Come ha scritto Luciano Belli Pace, “importanti esponenti delle comunità ebraiche, anche davanti al ‘folklore’ fascista, non solo si voltano dall’altra parte per non vedere la regressione, ma arrivano a ‘kasherizzare’ il partito della Meloni, eleggendolo a baluardo contro l’antisemitismo becero diffuso nelle componenti più radicali della sinistra antisionista e apprezzandolo come un prezioso alleato di Israele. Assistiamo a un rinnovato commercio delle indulgenze: tu appoggi incondizionatamente Israele (rectius, la destra sovranista e con componenti fasciste e razziste che in questo momento governa Israele) e noi in cambio certifichiamo il tuo inesistente approdo antifascista”. Di fronte a tutto questo non ci possono essere dubbi o astensioni: il grande mondo della sinistra che manifesta a Montecitorio non voterà per partiti che non dicano un chiaro e netto ‘no’ a questo scempio. E ha sacrosanta ragione.

Popolo bue

 

Abolire il popolo bue 


di Marco Travaglio 


Siccome l’AfD avanza in Germania e minaccia di contagiare l’Europa, le menti più fulgide del giornalismo italiota vogliono portarsi avanti col lavoro e aprirne una filiale anche qui. Stiamo parlando di Polito El Drito, Sambuca Molinari e il rag. Cerasa. Qualcuno obietterà che non ce la possono fare, perché non se li fila nessuno. Ma loro non lo sanno e s’impegnano a diffondere le posizioni più assurde e detestate dagli elettori, per portarli alla disperazione che in Sassonia-Anhalt li ha spinti a votare Afd. La parola d’ordine del rag. Cerasa sul Foglio è “svuotare i populismi con più Europa”, più riarmo e più Ucraina: come curare l’obesità con più grassi e la cirrosi epatica con più alcol. El Drito invece vuole convincere gli elettori di AfD, tutti suoi assidui lettori, che non hanno capito niente, sennò non voterebbero così: “Le nuove destre scacciano anche le migliori idee sulla base del semplice fatto che sono condivise dall’establishment”. Che, essendo depositario delle idee migliori, non deve fare autocritica per non averne azzeccata una, ma perché “non siamo stati abbastanza bravi da spiegare perché abbiamo ragione”. Gli viene anche il dubbio se “abbiamo davvero ragione”, ma è solo un attimo, poi torna a sgridare i beoti perché non capiscono niente delle migliori idee delle élite: tipo spendere centinaia di miliardi in armamenti anziché finanziare il Welfare e farci pagare bollette doppie o triple per fare un dispetto alla Russia. Ergo basterà spiegargliele meglio e il popolo bue ritornerà all’ovile.

Casomai l’elettore titubasse ancora e gli servisse un’ultima spinta per votare l’ultradestra, gliela dà sulla Stampa Sambuca Molinari, quello che sta con l’invasore buono Netanyahu, ma sull’invasore cattivo Putin non transige, anzi lo vede pure sotto il suo letto. Per lui il voto tedesco dimostra che “Putin sfida l’Europa su tre fronti della stessa guerra”: l’invasione in Ucraina; i “partiti filorussi” annidati dappertutto con “lo stesso obiettivo dei soldati russi: fermare il sostegno a Kiev e far implodere Ue e Nato”; “i sabotaggi e gli sconfinamenti di droni non identificati” che, non essendo identificati, sono russi perché lo dice lui. Segue una lunga lista di partiti di destra, di sinistra e post-ideologici come i 5Stelle che, siccome non piacciono a lui, devono per forza essere pilotati o finanziati da Putin. Le prove non sono i bonifici in rubli (mai trovato mezzo), ma “le stime dell’intelligence Usa” (che notoriamente se ne intende, visto che finanzia da una vita i partiti amici e ogni tanto pure qualche golpista e stragista) e i programmi di “opposizione al sostegno a Kiev e alla coesione Ue-Nato”. Cioè i veri motivi per cui la gente vota così: non perché non capisca le idee delle élite, ma perché le capisce benissimo.

mercoledì 9 settembre 2026

Modello

 


Siamo un modello nel mondo onnivoro per il fatto che il figlio del presidente del senato ottenga l’incarico di presidente ACI a circa 200mila euro all’anno. E che si chiami Geronimo!



Perché non la guardo

 

L'avevo sospesa alla seconda serie, dopo aver compreso che tutti gli sceneggiatori sono sionisti. Pertanto non la guarderò, sperando in un boicottaggio generale. 


"Fauda" dopo il 7 ottobre

il peso della vendetta

sulla serie delle polemiche


DI FABIO TONACCI



Nella nuova stagione

l'attacco del 2023 è costruito solo dal punto di vista israeliano. Gli

autori: "Una scelta, siamo sionisti"

In arabo esiste una parola, tha'r, che da quasi cento anni afferra, fino a

soffocarlo, il destino di due popoli. Significa vendetta. Di più: vendetta di

sangue, il dovere di uccidere per un parente ucciso, pareggiando il torto

con un altro torto. Non funziona, non ha mai funzionato: l'equilibrio in

nome del tha'r non si raggiunge, perché sangue chiama sangue, ed è la

condanna della coazione a ripetere che non basta mai a se stessa. Con

questo concetto nella testa e nella penna, è stata scritta la tanto discussa,

e attesa, quinta stagione di Fauda, la serie israeliana di fiction che narra

le vicende, e le contraddizioni, di un'unità antiterrorismo. Nello Stato

ebraico è uscita su Netflix a maggio, in Italia ieri.


Della nuova stagione non è tanto importante la trama, che qui non si

vuole anticipare se non per sommi capi, quanto il tentativo di

elaborazione collettiva del trauma del 7 Ottobre, avvenuto quando la

sceneggiatura era già a buon punto. «Nulla di quanto avevamo già scritto

era più rilevante, abbiamo dovuto cambiare tutto», spiega Avi

Issacharoff, ideatore, produttore e sceneggiatore. Per il tema affrontato,

e per come lo ha fatto, la quinta stagione ha sollevato polemiche ancor

prima di essere mandata in onda.

Issacharoff non fa mistero di considerare quest'ultimo lavoro «la

missione più sacra» agli occhi del mondo, dichiarazione che lo ha

esposto all'accusa di fare propaganda, essendo Fauda trasmessa in 190

Paesi. Fauda si prende la responsabilità di ricostruire e mostrare, in due

degli undici episodi, ciò che il governo israeliano ha deciso di non

diffondere pubblicamente, ossia l'orrore del 7 ottobre 2023 ripreso dalle

telecamere di sorveglianza dei kibbutz e dalle GoPro che i miliziani di

Hamas indossavano durante il più grande massacro di ebrei dopo

l'Olocausto. «Ci tremavano le mani mentre scrivevamo quella parte».

Sottoponendo la sceneggiatura a una sorta di seduta psichiatrica

continua, gli autori si interrogano sul tha'r. Si chiedono, cioè, se

vendicarsi modifichi davvero la realtà o ne alimenti soltanto il ciclo

perpetuo. Operazione né semplice né banale, soprattutto a valle

dell'ecatombe di palestinesi (73 mila morti) provocata dal governo di

Netanyahu, che ha trasformato la risposta militare all'attacco terroristico

nella punizione dell'intero popolo di Gaza.

La nuova stagione di Fauda è Israele che riflette su se stesso, o almeno ci

prova. «Dopo il 7 Ottobre la vendetta è diventata molto comune, la gente

vuole vendicarsi», sono ancora le parole di Issacharoff. «Ma poi ti devi

chiedere: ok, ora che hai ottenuto la tua vendetta, sta cambiando la

realtà? Ti senti una persona migliore? Io credo che non porti da nessuna

parte».

Non è quello che pensa Eli, il personaggio che nella serie guida la

squadra antiterrorismo: si vendica, eccome. La quinta stagione è

ambientata nel 2025, si apre con lui che va fino a Marsiglia per dare la

:

caccia personalmente al miliziano che ha sterminato la sua famiglia.

Cosa che ha generato le critiche del quotidiano progressista Haaretz,

secondo cui, in questo modo, si legittima la giustizia privata.

Il flashback del 7 Ottobre occupa il settimo e l'ottavo episodio ed è una

cesura improvvisa al filo del narrato. Anticipato dal disclaimer "visione

sconsigliata a chi ha vissuto traumi", dura poco più di un'ora ed è

costruito, per dichiarata scelta degli autori, unicamente sul punto di

vista israeliano. Non trovano spazio né il contesto storico, né la

questione, politicamente bollente ora che Netanyahu è in campagna

elettorale, degli allarmi ignorati dalle autorità israeliane e i fallimenti

dell'intelligence. La finzione scenica dei personaggi si intreccia alla realtà

di ciò che fu quella mattina: i ragazzi del Nova Festival fucilati mentre

scappavano, le famiglie dei kibbutz che provarono, spesso inutilmente, a

rifugiarsi nei mamad, le stanze blindate, i rapimenti, i 1.200 morti.

«Siamo israeliani, la narrazione è israeliana, io e Avi siamo sionisti»,

ribatte l'altro sceneggiatore, Lior Raz, che interpreta il protagonista

Doron Kavillio. Non considera uno squilibrio rilevante neppure il fatto

che non sia accennata la tragedia successiva, la guerra di Gaza. «A chi ci

dice di invitare sceneggiatori palestinesi, rispondo: se i palestinesi

vogliono scrivere una serie, la scrivano, punto e basta».

Nella storia più polarizzante e divisiva dei nostri giorni, nel profondo di

una ferita ancora traboccante sangue, è impossibile trovare sintonia di

giudizio e uniformità dei commenti. Avi Issaccharoff e Lior Raz, e con

loro gli altri autori e attori, giurano però che il senso della quinta

stagione sia uno e uno solo: dimostrare come, alla fine e dopo tutto, la

vendetta, il tha'r, mai è in grado di restituire ciò che è perduto per

sempre.

L'Amaca

 


Una regola uguale per tutti


DI MICHELE SERRA


Nessun dogma, nessuna religione è superiore alle leggi della

Repubblica»: così la ministra per la Parità del governo francese, Aurore

Bergé, ha commentato il penoso cedimento dei gestori della Tour Eiffel

alla richiesta di una delegazione indù che, visitando la torre, ha preteso

di non avere contatti con personale femminile, ed è stata

incredibilmente accontentata. Il personale della torre è sceso in sciopero

per protesta, incontrando un vasto e giustificato consenso politico.

È una notizia che ne contiene due. La prima è che non esiste un

monopolio dell'Islam, nella misoginia: anche altre religioni, altre

credenze, temono la parità di genere come il demonio. La seconda è che

l'unico rimedio, non solo politicamente parlando, anche tecnicamente, è

la République: ovvero un insieme di regole di convivenza e di rispetto

reciproco che trascende, con la forza delle sue convinzioni liberali e

ugualitarie, le singole credenze religiose e ideologiche. Puoi essere

cristiano, musulmano, agnostico, ateo, pastafariano, quello che ti pare:

ma non puoi permetterti di imporre la tua morale e i tuoi tabù alla

società intera.


La società (e la Repubblica che la rappresenta) è molto di più delle sue

singole componenti. È, per definizione, plurale e dunque obbligata alla

tolleranza: intollerante, per necessità, solo con gli intolleranti. Non solo

gli indù: chiunque pretenda che la propria religione costringa altri a

piegarsi alle sue regole. Vale anche per il crocifisso nelle scuole e nei

locali pubblici.


Zzzzz