domenica 18 ottobre 2026

Egrazieal...

 



L'Amaca

 


Un gruzzolo

da capitalizzare


DI MICHELE SERRA


Non saprei cosa dire di Cateno De Luca, leader politico siciliano di

indefinibile collocazione. Praticamente non so chi sia: ma questa è una

mia grave mancanza. Perché leggo che il suo posizionamento, orribile

termine che si usa per orientarsi nel pastrocchio delle alleanze e dei patti

di potere, potrebbe anche essere decisivo per arrivare al mitico 42 per

cento che con la nuova legge elettorale schiude le porte di un potere

quasi assoluto.

Come si può capire i Cateno di tutta Italia, che sono tanti, avvicinandosi

le elezioni valutano se sia più vantaggioso aggiungere il loro gruzzoletto

a questo o quello dei piatti della bilancia. Non solo gli ideali, anche le

idee non hanno alcuna utilità in questa oggettiva compravendita (che mi

dai in cambio, se mi schiero con te?). E anzi sono d'impiccio, perché le

idee legano le mani. Le idee suggeriscono — e a volte obbligano — di

accompagnarsi a qualcuno non troppo dissimile. Meglio essere

contemporaneamente di destra, di centro e di sinistra se si vuole andare

alle trattative più leggeri, e con più carte in mano.


Per anni, come tanti, ho pensato che il maggioritario fosse la via diretta

per costringere partiti e partitelli a mettersi d'accordo. La famosa

governabilità. Oggi credo sia meglio il proporzionale, intanto perché

mette a fuoco più onestamente quel popolo di rissosi casinisti che siamo;

e poi perché almeno limita il mercato dei Cateno solo alle poche

settimane del dopo voto, quando si deve formare il governo. Così invece

le trattative di governo sono un calcolo permanente, il mercato è aperto

tutto l'anno e le urla degli ambulanti, per quanto pittoresche, rendono la

politica chiassosa e invadente come la peggiore delle movide.


Ahh questa democrazia occidentale!

 

Pro-pal: l’autrice Rooney è trattata da terrorista 


di Daniela Ranieri 

La scrittrice irlandese Sally Rooney, sostenitrice del popolo palestinese, smetterà di vendere i suoi romanzi nel Regno Unito. Nessuna censura, ammoniscono i nostri giornali liberali: Rooney li ha ritirati “spontaneamente” dal mercato britannico, in accordo con la casa editrice Faber & Faber, dal momento che sarebbe stato reato riceverne i proventi. L’autrice infatti aveva annunciato di voler usare i suoi diritti di autore per finanziare il gruppo Palestine Action dopo che, nel luglio 2025, il governo britannico (ma non l’Irlanda) lo ha messo al bando in base al Terrorism Act 2000. Ciò comporta conseguenze molto gravi: non solo far parte di Palestine Action, ma anche esprimere sostegno o invitare a sostenerlo costituisce un reato penale punibile fino a 14 anni di carcere. Palestine Action propone azioni dirette e radicali, come attacchi, sabotaggi e imbrattamenti a infrastrutture di aziende legate all’industria della Difesa che riforniscono l’esercito israeliano (in particolare i siti delle filiali britanniche di Elbit Systems); cioè lotta, non solo a parole, contro il complesso militare industriale che sostiene lo sterminio dei palestinesi; non certo contro gli ebrei. Dall’entrata in vigore del bando, la polizia britannica ha arrestato oltre 3.700 persone legate a manifestazioni o espressioni di supporto all’organizzazione. L’Alto commissario Onu per i diritti umani Volker Türk ha definito la misura un “inquietante abuso delle leggi antiterrorismo”. Molte Ong per i diritti civili accusano Londra di voler criminalizzare il dissenso politico equiparando il danno alle cose alla violenza contro le persone.

Nel dare la notizia dell’autocensura di Rooney per non finire in galera, il Corriere gongola, dopo anni passati a convincerci che ella fosse una scrittrice superlativa solo perché la moda lo imponeva (da La Lettura del 1° novembre 2024: “L’irlandese Sally Rooney, di cui è in uscita Intermezzo, si racconta a Marco Missiroli in un’intervista esclusiva, la prima con un giornale italiano”); ora semplicemente la insulta: “Sally Rooney, oltre a essere la Liala dei millennial con pretese intellettuali, è anche una sfegatata militante pro Pal, che è arrivata a rifiutare di far tradurre in ebraico i suoi libri più recenti (una scelta in odore di anti-semitismo)”. Gli prudono le mani, ai nostri editorialisti di Cultura: non vedono l’ora di applicare la legge disegnata da Gasparri insieme ai “riformisti del Pd” per punire la critica contro i crimini di Netanyahu e della sua banda di assassini messianici, criminalizzandola come un violento atto di antisemitismo. Il Corriere liquida Rooney con sarcasmo: “Ora anche i britannici dovranno rassegnarsi a fare a meno di lei”. Eh eh eh. Invece, la cosa dovrebbe preoccupare la stampa libera, ma anche il Corriere. È forse una bella notizia che una scrittrice sia costretta, in questo folle clima di messa al bando di chi critica Israele, a non vendere i suoi libri in un Paese ideologicamente e militarmente compromesso col genocidio, e non per il contenuto di quei libri, evidentemente innocui (“Liala”), ma per le sue idee politiche? Si teme forse che possa radicalizzare qualcuno attraverso gli occhi e indurlo a iscriversi a Hamas? Che le causali dei bonifici che lei gira alle associazioni pro-Pal passino per osmosi nelle sue pagine, come il veleno ne Il nome della rosa? Non subivano la stessa sorte gli scrittori russi che si opponevano a Stalin e venivano perseguitati, arrestati e costretti all’esilio? Non siamo noi quelli democratici, laici, gli eredi dell’Illuminismo, che citano (peraltro a vanvera, attribuendola a Voltaire che non l’ha mai scritta né pronunciata) la frase: “Non sono d’accordo con te, ma darei la vita perché tu possa esprimere la tua opinione?”.

È vero: siamo sempre noi, specie noi italiani, quelli che impediscono agli artisti russi di esibirsi e che bloccano le lezioni di Paolo Nori su Dostoevskij per fare dispetto a Putin: adesso iniziamo con gli “antisemiti” ex lege Gasparri-Delrio? (Già nel 2018 la casa editrice francese Gallimard decise di non pubblicare più gli Scritti polemici di Louis-Ferdinand Céline, quelli sì veramente antisemiti, come profilassi verso lettori ritenuti scemi, e come se l’autore non fosse uno dei più grandi geni della letteratura). Stai a vedere che non siamo noi i campioni di tolleranza, i custodi del bene superiore della Cultura contro dogmi e dittature, che condanniamo l’Iran, da cui partì la fatwa dell’Ayatollah Khomeini contro lo scrittore Salman Rushdie perché riteneva blasfemo il suo romanzo I versetti satanici. Siamo noi che ci vantiamo di esportare la democrazia nelle terre degli infedeli insieme con i padroni dell’Occidente, gli Usa. Usa dove peraltro, en passant, il ministro della Guerra ha annunciato giorni fa di voler trasmettere un’esecuzione per fucilazione via streaming. Sono sempre gli altri, i barbari; ma ci stiamo lavorando.

Eccessivamente

 



Chiaramente

 



Sempre il dito!

 





Il Male a stelle e strisce

 

Usa e pena di morte: un macabro show


di Pino Corrias

Dai tempi dei linciaggi e del patibolo eretto davanti al saloon, l’America ordinaria e selvaggia ha sempre esibito in pubblico il misfatto della pena di morte. Nell’Ottocento, davanti alle urla della folla e al soddisfatto segno della croce dei puritani.

Oggi nel neon ovattato delle Camera della morte, dove il detenuto viene crocefisso con le cinghie strette alle braccia oscenamente spalancate, davanti al vetro dei testimoni, dove sono seduti i funzionari del penitenziario, il cappellano, lo sceriffo, due o più giornalisti incaricati della cronaca, e in prima fila i familiari della vittima, a cui il rito dell’iniezione letale offre lo spettacolo di un assassinio lentamente eseguito, a risarcimento del loro parente assassinato.

L’idea di trasmettere il prossimo 3 dicembre, in diretta streaming, la fucilazione dell’ex maggiore dell’esercito Nidal Malik Hasan, che nel 2009 ha ucciso 13 commilitoni, annunciata dall’ex alcolista Pete Hegseth, oggi segretario alla Guerra, era troppo persino per il suo Comandante in capo Donald Trump che ha fatto retromarcia, dopo le proteste di metà del mondo, soprattutto dopo il responso negativo dei sondaggi, revocando la diretta digitale, non la fucilazione.

Il rito resta nella tradizione, a conferma che l’America non si è mai affrancata dai due secoli e mezzo del suo passato. E che le icone colorate del suo Novecento, da Elvis Presley a Marylin Monroe, dalle Cadillac lucenti fino allo scontroso Bob Dylan, hanno solo ripulito la sua superficie, il suo permanente spettacolo, senza mai intaccare la sua anima nera e profonda, nata con lo sterminio di 14 milioni di nativi, lo sfruttamento degli schiavi nelle piantagioni, l’uso sistematico della violenza nella vita quotidiana. Moltiplicata mille volte in tutte le guerre nel mondo. Sempre issando sulla piramide di Hollywood e di Wall Street le bandiere della democrazia e della libertà, ma con il monito, mai uguagliato nella storia, di Hiroshima e Nagasaki, 200mila arsi vivi in una manciata di secondi, supremo sigillo del proprio comando sul secolo.

La telecamera digitale con cui eternizzare la fucilazione del maggiore Hasan sarebbe stata solo un aggiornamento tecnologico della sua cultura fondata sulla vendetta, la santa e sacra vendetta d’Antico Testamento, che insieme al dollaro, alle armi, all’hamburger, è il motore della sua politica in pace e in guerra, della sua morale e di tutte le storie che ci racconta, di tutti i suoi film, di tutte le sue vecchie e nuove religioni che intossicano di adrenalina la sua missione messianica.

Un bel po’ di anni fa, era il 1996, ho viaggiato dentro al sole verticale del Texas, dove a ogni semaforo rosso ti affianca un pick-up che ti ronfa accanto, e quando parte ti offre l’inquadratura del fucile a pompa Remington che sta appeso al finestrino di dietro.

Stavo laggiù per raccontare la storia di Joseph Paul Jernigan, detenuto numero 699, reo confesso di assassinio, giustiziato dalla giustizia americana, nel mattatoio statale di Huntsville, il carcere dove l’iniezione letale lavora più che altrove e ha fatto fuori oltre 600 detenuti, dopo che la direzione del braccio della morte aveva mandato in pensione la vecchia sedia elettrica, detta affettuosamente Old Sparky, “vecchia scintilla”, che l’amministrazione del penitenziario ha messo al centro del museo cittadino, invece di nasconderla.

J.P. Jernigan, 39 anni, una ventina passati nelle galere, gli ultimi 12 nel Death Row, il Braccio della morte, aveva donato il corpo alla scienza e l’Università del Colorado lo aveva congelato, tagliato a fette un millimetro alla volta, fotografato, digitalizzato, in modo che, man mano che il corpo spariva nel mondo reale, ricompariva in quello virtuale, fino a diventare il più completo atlante del corpo umano maschile, adottato dalle università di Medicina americane. Sapevamo tutto sul suo corpo congelato per sempre nel web, nulla della sua biografia. Ero partito per restituirgliela, e raccontarla nel libro Ghiaccio blu.

A Huntsville – come in tutti i bracci della morte – le esecuzioni sono sempre state pubbliche. Allestite per una platea selezionata che assiste alla liturgia dell’esecuzione, travestita da trattamento sanitario, la vena preparata dal medico, i tubi che portano il veleno, l’attesa, con l’unica interferenza, qualche volta, di piccoli gruppi abolizionisti che protestano, con le candele accese, di fronte al carcere, nell’indifferenza generale.

La novità pretesa da Hegseth era insieme rumorosa e marginale. Intendeva eliminare il limite fisico della platea. Trasformare il vetro di Huntsville in uno schermo planetario con milioni di potenziali spettatori convocati dal fragore della fucilazione militare. Hegseth pretendeva che fosse una lezione per il mondo intero. Una dimostrazione pubblica delle conseguenze del delitto. Trump si è vantato dell’effetto annuncio per poi revocarlo a malincuore, ma confermando l’esecuzione di Hasan, nello stesso luogo del massacro, Fort Hood, alla stessa ora, secondo una geometria della vendetta che vuole far coincidere la punizione con il crimine. Come se le 13 vittime possano essere risarcite dal quattordicesimo cadavere. Sangue che reclama altro sangue da offrire al pubblico, affinché impari. Ma impari cosa? Che la vita umana è sacra, assistendo alla sua fucilazione? Che uccidere è il peggiore dei delitti, guardando lo Stato che uccide? Che la violenza è inammissibile, quando è la legge stessa a organizzarla?

Insieme con quella di Papa Leone, molte voci nel mondo hanno protestato. Compresa l’America, dove esiste una tradizione di lotta per i diritti. Trump, le ha ignorate per una settimana intera. Poi ha letto il resoconto dei sondaggi. Il contraccolpo negativo che avrebbe avuto sulle imminenti elezioni di Midterm. Per una volta ha desistito, rinunciando alla sua missione quotidiana di smantellare gli ultimi pudori della sua Casa Bianca, usata per arricchirsi in pubblico, rapire il presidente venezuelano, affamare Cuba, bombardare Teheran, fare affari con Putin, annettersi un pezzo di Groenlandia. Trump rinuncia alla telecamera, non al patibolo. Accetta che anche la crudeltà deve essere misurata dai sondaggi. Ma si tiene stretto il potere di immobilizzare un uomo e chiamare giustizia la procedura scelta per ucciderlo.