mercoledì 23 settembre 2026

L'Amaca

 

Non nominarlo invano


DI MICHELE SERRA


Fa piacere sapere che i testimoni di Geova, di qui in poi, possano fare

trasfusioni di sangue senza sentirsi dannati dai loro stessi fratelli. Però

mette un certo disagio, forse anche una certa angoscia, pensare che l'uno

e l'altro pronunciamento, quello degli anni Quaranta che vietava le

trasfusioni, e questo del 2026, che le ammette, derivino da una

interpretazione delle Scritture — in specie una lettera di Paolo ai Galati —

che definire cervellotica è poco. A meno che Paolo di Tarso (o altri suoi

coevi) abbiano inteso pronunciarsi direttamente, duemila anni fa, su una

pratica medica che ha i suoi primi tentativi documentati alla fine del

quindicesimo secolo.

Testi vecchi di due millenni, passati attraverso inevitabili riscritture e

manipolazioni (chissà quanti equivoci e quanti lost in translation, nei

testi sacri di tutte le religioni), sottratti al loro contesto storico, alle

usanze e alle conoscenze di cento generazioni fa: come possono essere

"legge", o ispiratori di legge, per masse sterminate di esseri umani (non

solo i Testimoni di Geova)? Chi si arroga il diritto di usare quelle parole


antiche e non sempre di significato decifrabile per condizionare la vita e

la morte di chi vive qui e oggi, si prende una responsabilità enorme.

Forse perfino superiore, nei suoi effetti, alle responsabilità dei più

potenti capi di Stato.

Che cosa c'entra Dio, ammettendone l'esistenza, che cosa c'entrano la

spiritualità e il sentimento religioso con le trasfusioni di sangue, con i

tabù alimentari, con la sottomissione della femmina al maschio, con le

dispute territoriali? Con quello che accade nel mondo può apparire una

domanda non così urgente. Ma se fosse invece la più urgente di tutte?


Contraerea

 



Prima Pagina

 



Natangelo

 



Festeggiamenti in arrivo

 


Robecchi

 


Strampalate. Giorgia Vannacci farà meglio: fila al cinema solo per italiani


di Alessandro Robecchi 

Non si sa quando si vota, va bene, ma prima o poi si vota, quindi Giorgia Vannacci passerà un semestre, e anche di più, a inventarsi trucchi, incantesimi e alchimie per comprarsi i voti che le mancano, quelli che aveva e che sono scappati. Un elettorato ingrato, ignavo, stolto, che non capisce il suo interesse, che non considera conveniente scambiare una costante riduzione del potere d’acquisto, una sanità in affanno, prezzi newyorkesi, con il divieto dei rave party. Valli a capire.

In una sola settimana abbiamo visto il colpo gobbo del bollo auto, la promessa di dare qualche soldo in più ai poveri (ma solo ad aprile, quando forse si voterà), e la minaccia di un decreto legge per agevolare la pulizia etnica nelle scuole, dove (dice Giorgia) “Non esiste che in classe a sentirsi in un angolo siano bambini italiani perché sono diventati la minoranza”. Si sa che la propaganda è una brutta bestia, in grado di azzerare l’intelligenza, ove ne fosse rimasta, per cui ecco tutti i giornali italiani sottolineare, con diversi gradi di entusiasmo, il divieto di indossare il burqa a scuola. Ecco, mi spiace essere io a dirvelo (forse dovrebbe dirvelo un ministro dell’Istruzione, se ne avessimo uno), ma vietare il burqa nelle scuole italiane è come vietare la carne del crotalo smeraldino nelle mense scolastiche. Bella frase, insomma, di impatto, peccato che il burqa, in Italia, non esiste, non c’è. L’unica che ho visto indossare una burqa nella mia ahimè lunga vita è una specie di squinternata sovranista che se l’è messo per girare a Milano con tanto di cameraman al seguito, per denunciare “l’islamizzazione della nostra società”, mentre la nostra società, che andava per i fatti suoi, la prendeva per il culo pensando che fosse una povera scema.

Quanto ai nostri bambini italiani “messi in un angolo”, risulta che siano effettivamente minoranza in mille classi su trecentomila, che fa, a spanne, lo 0,3 per cento. Senza contare che “gli stranieri” di cui parla Giorgia (quelli che stringono all’angolo i nostri pargoli autoctoni) sono al 65 per cento nati qui, o hanno passaporti europei, e l’italiano lo conoscono meglio di tanti gerarchi di Giorgia Vannacci.

Vedremo (forse già domani) quale forma prenderà la nuova sparata della presidente del Consiglio, ma intanto mi preparerei a nuove strampalate uscite studiate per rincorrere gli arditi del generale fanfarone. Per esempio, è scandaloso che i nostri connazionali italiani debbano accalcarsi sui mezzi pubblici con così tanti stranieri, e mi aspetto da un momento all’altro qualche sindaco o qualche assessore teorizzare una diversa modalità di trasporto pubblico, carrozze per italiani e carrozze per stranieri, cosa che dovrebbe avvenire anche per i servizi pubblici e i bar: non esiste che al bancone a sentirsi in un angolo siano gli avventori italiani perché sono diventati la minoranza. Allargherei ai caselli autostradali: biglietti e tessere di qua, Telepass di là, e stranieri in un’altra fila, ma i campi di applicazione dell’apartheid che piace a Giorgia sono infiniti e non ho dubbi che i più fervidi cervelli della destra si divertiranno parecchio. E non ho dubbi nemmeno che arriveranno arguti commentatori a dire che sì, be’, insomma, qualcosa di vero c’è: perché dovremmo fare la fila al casello, o al cinema, o dal dottore, penalizzati dal fatto che davanti a noi c’è magari uno nato in Ghana? Non vi sembra una follia? Tranquilli, ci penserà Giorgia Vannacci, con la sua scorta mediatica in servizio permanente effettivo.

Due pesi e due misure

 

Armare gli aggrediti


di Marco Travaglio 

Il sempre acuto Goffredo Buccini, sul Corriere, denuncia il “doppio standard dell’Occidente” che “usa due pesi e due misure sull’Ucraina e su Gaza”. Si dirà: sfido io, sono quattro anni e mezzo che riempiamo di armi e miliardi l’Ucraina aggredita, accogliamo 4,5 milioni di profughi (il 10% della popolazione, salvo i maschi in età di leva che riconsegniamo gentilmente a Zelensky per mandarli al macello) e spariamo raffiche di sanzioni (23 pacchetti) contro l’aggressore russo in una guerra fra due eserciti armati fino ai denti; e non muoviamo un dito né un sopracciglio per gli inermi palestinesi sterminati a Gaza e perseguitati in Cisgiordania da Israele e per l’Iran aggredito da Usa, Israele e monarchie del Golfo. E invece no. Per l’acuto Buccini il doppio standard è proprio l’opposto: siamo tutti “Free Palestine”, mentre “assai più scarsa è la solidarietà per gli ucraini sotto il tallone russo”. Non solo: c’è “una grave confusione tra aggressori e aggrediti”. Anche perché quella litania si canta solo se ad aggredire è la Russia. Se sono gli Usa, Israele&C., si intona la filastrocca “amico-nemico”.

Comunque bando alle ciance. Il carrista corrierista ci ha convinti: basta doppi standard, par condicio per tutti. Il Fatto è pronto a lanciare col Corriere un appello congiunto per uniformare gli standard erga omnes. Si fa così. 1) Prima di inviare altri soldi e armi a Kiev in aggiunta ai 220 miliardi già versati dagli Stati Ue, devolviamo la stessa cifra agli altri aggrediti: 220 miliardi di fondi e armi all’Iran aggredito da Usa e Israele e, ça va sans dire, ai suoi alleati Houthi aggrediti da Israele, Arabia ed Emirati; e 220 miliardi di fondi e armi ai palestinesi di Gaza e Cisgiordania. 2) Prima di nuove ritorsioni su Mosca, rompiamo i rapporti diplomatici e commerciali con Israele, gli Usa e i loro complici arabi e li colpiamo con 23 pacchetti di sanzioni ciascuno. 3) Andiamo a prendere 200mila gazawi superstiti (il 10% della popolazione) per accoglierli, nutrirli e curarli in Europa finché Israele non lascia la Striscia. 4) Ritiriamo tutti i soldati e gli armamenti dalle basi di Usa, Arabia, Emirati, Qatar e Kuwait, cioè degli aggressori dell’Iran. 5) Sarebbe gravissimo applicare doppi standard all’energia che importiamo da autocrati e/o aggressori. Quindi, oltre al gas e al petrolio russi, rigettiamo anche quelli targati Usa, Turchia, Qatar, Egitto, Algeria, Arabia, Emirati, Congo, Angola e Azerbaigian. Quest’ultimo è protagonista del più doppio dei doppi standard: la tirannide ereditaria responsabile della pulizia etnica degli armeni in Nagorno-Karabakh ci rimpinza del suo gas insanguinato tramite il Tap. Se Zelensky ci prestasse un paio dei suoi terroristi di Stato reduci dall’attentato ai NordStream, il gasdotto pugliese dovremmo proprio farlo saltare.