domenica 19 aprile 2026

Differenze abissali

 

Dopo aver assistito mercoledì a Bayern - Real oggi ho avuto la sventura di vedere Verona - Milan! È stato come prendere un aperitivo con Fabiola Gianotti e un altro con Augusta Montaruli di FdI; come chiacchierare con Tomaso Montanari o con Donzelli; parlare di Storia col professor Barbero o con Galeazzo Bignami. Insomma un’abissale differenza di mentalità, di schemi, d’intenti. Una vergogna questo calcio nazionale. Ma per fortuna arriverà a breve un nuovo presidente, fresco, innovatore, come la lotta tra un sessantacinquenne, che ha appena fatto un buco da 250 milioni alle olimpiadi invernali e uno spavaldo settantacinquenne, lascia ben presagire!

L’avverto

 



Sta arrivando una brezza, leggera, quasi impercettibile, tipica della nostra nazione, da secoli sempre tendente alla cotta fulminea: vedi il refrain «ma è già miliardario, cosa vuoi che si metta pure lui a rubare?» durante l’Era del Puttanesimo, o anche «quello è giovane e rampante, vedrai che spazzerà via tutto!» durante l’Era del Ballismo. Oggi, guardando la carta da cesso dei giornali di destra, questa brezza è significativamente presente: stanno scomparendo infatti le adulazioni verso lo Psicopatico Biondo, padrone e signore della nostra Premier; si stanno soffocando i turiboli fumiganti, attenuando piaggerie e smancerie varie. I soloni austeri ma sempre famelici di casa in fetecchie chiamate talk show — ex virologi nel tempo del Covid, ex analisti bellici convinti di sconfiggere una dittatura che possiede migliaia di armi atomiche, e ora quasi ex adulatori di uno scompensato neurologico capace di portarci a pochi metri dal baratro — sorseggiano la brezza di questa inversione, che sollazza i sani di mente i quali, da spettatori, assistono all’ennesimo voltafaccia da puro avanspettacolo. Restano le macerie della nostra nullità nel panorama internazionale, equiparabile al lancio di noccioline alla povera Mariangela durante le festività natalizie in azienda del mitico Ragionier Ugo.

Strozzato il sogno

 

Apagones, benzina in nero e Usa: Cuba non resiste più 


di Giulia Marchina 

I neonati sono preziosi: l’uomo all’entrata dell’America Arias Gyneco-Obstetric Hospital, è lì per sorvegliare. Se ne sta seduto, in testa un cappellino nero con visiera. Accanto a lui, due medici confabulano fumando una sigaretta. Di tutte le strutture ospedaliere de l’Avana, quella ostetrica è la più controllata. In borghese, o in divisa, nel palazzo Art déco tra i corridoi ce ne sono altri, di “uomini del governo”. Una ragazza, al secondo piano, è distesa supina su una fila di sedie in plastica, si lamenta per le contrazioni. Avrà non più di 18 anni. La gravidanza in età adolescenziale è una piaga sociale: il tasso è elevato perché mancano i contraccettivi. Non solo quelli: bende, guanti, siringhe, cerotti, disinfettanti, macchinari. E l’elettricità. I medici ovviano alla scarsità organizzando la spedizione di forniture dai parenti che vivono all’estero, in primis dalla comunità in Florida. O chiedendo ai pazienti di venire forniti di quel che servirà per curarli. Le donne partoriscono spesso al buio, illuminate solo dalle torce dei telefoni o da lampade a batteria. “Portatela di qua!”, grida l’infermiera mentre su una barella sfila una donna che ha appena subito un cesareo. Finirà in una camerata assieme alle altre che hanno subito la stessa sorte. Dall’altro lato del corridoio, la stanza dei parti naturali. Scarsa igiene e impossibilità di operare in un ambiente idoneo causano nei neonati patologie come tonsillite cronica, deviazione del setto nasale, rinosinusite, febbre.

Educazione, salute, sicurezza erano i capisaldi della Rivoluzione, ma “Cuba è ormai come una piramide al contrario”. Miguel Sánchez (nome di fantasia, ndr), 28 anni, è oftalmologo. Mentre cammina sul Malecón, il rinomato lungomare della Capitale, racconta d’aver conseguito la specializzazione da non molto, ma si è già ritirato dalla carriera. “Il salario medio per un neoassunto in ospedale è di 5.000 pesos” (circa 10 dollari, ndr). Come posso pensare di vivere?”. Si arrangia come può, con lavoretti che gli consentono di racimolare qualche pesos extra. Salari bassi, meno cura del paziente ed è così che “se vuoi un occhio di riguardo, cure specifiche e di qualità, tocca presentarsi con dei doni. Olio, frutta, cose così”. Pedro Diaz (nome di fantasia anche per lui, ndr) ha appena finito il turno in laboratorio all’ospedale Calixto Garcia, arriva nel quartiere El Vedado in motorino. Fa il chirurgo: “La carenza energetica ha causato una riduzione dell’attività chirurgica, con la priorità data ai casi oncologici”. Le strutture fatiscenti, l’insufficienza di organico e di opportunità formative: “Molti dei colleghi devono andare all’estero per ‘rinforzare’ la formazione, soprattutto i chirurghi”.

L’università che sforna le nuove leve professionali funziona a singhiozzo come gli ospedali; le lezioni sono intermittenti, seguono i capricci dell’energia elettrica che va e viene; le tesi vanno a rilento perché molti laureandi non possono servirsi dei computer.

Nella notte, sull’ampio viale che porta verso l’aeroporto, mentre da qualche parte risuonano le pentole sbattute per protesta contro i continui apagones, i black-out improvvisi, sempre più frequenti e duraturi, una lunga fila di auto aspetta di fare rifornimento: è arrivato un carico clandestino di carburante. L’odore inconfondibile dell’Avana è ormai quello del cherosene che alimenta i generatori.

Il sistema funziona così: il carburante viene venduto ufficialmente solo su appuntamento; poi, chi lo compra, rivende sottobanco (spesso coinvolti sono gli autisti degli almendrones, i taxi sociali). Nel continuo slalom per aggirare gli imprevisti della vita quotidiana, gli habaneros sono divenuti maestri dell’improvvisazione e dell’opportunità da cogliere al volo. “Vuole farmi una foto?”, chiedono sorridenti nel centro storico, fotografia della decadenza e del collasso di una nazione. I palazzi cadono a pezzi, tanto che si consiglia di camminare al centro della strada e non sui marciapiedi. “Un dollaro” la tariffa standard. “Vuole che l’accompagni al festival della Santeria? Mi servirebbe del latte per mia figlia…”, dice convinto il profesor de beisboll vestito proprio come un giocatore dello sport importato dagli yanqui, ma divenuto orgoglio della Cuba castrista. “I soli ricchi sono quelli che possono contare sul denaro fatto arrivare dai familiari emigrati all’estero, sopratutto in America”, dice il giovane medico. L’economia parallela è sostenuta dai gusanos, i “vermi” – secondo l’appellativo del regime – che da balseros hanno attraversato le 90 miglia nautiche che separano Cuba dalla Florida.

Al tavolo di un ristorante vicino al Capitolio, sede del Comune de l’Avana, riproduzione del Congresso di Washington, Angel Moreno ha lo sguardo triste: “Non trovo il coraggio di andare a trovare la moglie del mio amico Carlos: è rimasta vedova con tre bambine”. Suo marito è morto sul fronte ucraino; “combatteva con i russi da 2 anni, convinto ad arruolarsi dalla promessa di denaro e cittadinanza russa: gli avevano pagato anche il volo per Mosca”. La Bbc ha calcolato che sarebbero almeno 5mila i giovani cubani partiti per unirsi all’esercito di Putin.

La scuola Alejo Carpentier è piena di bambinetti, occupa un anonimo caseggiato squadrato degli anni 70: di fronte, la sede della Television Cubana; a pochi passi sorge il palazzetto della Tabacuba dipinto di fresco in uno scintillante verde acqua – con una squadra di giardinieri che cura il prato all’inglese – fiore all’occhiello della produzione del Partito comunista che gestisce, più o meno direttamente, tutto ciò che si produce nell’isola. “Una delle tre sole cose che ormai contano qui – ti spiegano – i sigari, il rum e l’export di questi beni”. Anche il turismo sessuale è fiacco: sono ormai rari gli uomini occidentali avvistati mano nella mano con giovani donne.

Col fratello minore di Fidel ormai 94enne sempre più riparato all’ombra del presidente Diaz-Canel, al quale spetta la guerriglia verbale con Rubio e Trump, l’incerto presente dell’impero di famiglia passa per el Tuerto (“il guercio”) figlio di Raul ed el cangejo (“il granchio”) il nipote preferito di nonno Raul, così chiamato per una deformazione alla mano. Sarebbe stato lui l’intestatario di una missiva “segreta” direttamente a Trump per aprire un canale parallelo a quello diplomatico ufficiale, come rivelato dal Wall Street Journal. E ieri dall’America è arrivata la conferma che i contatti sono iniziati.

Una delle sorelle Castro sarebbe invece dietro a “CasaLinda”, l’emporio in stile grande magazzino illuminato al neon che vende prodotti alimentari d’importazione (la maggior parte italiani) e oggetti per la casa. Si paga solo in dollari: il luogo è deserto.

Cuba ha appena festeggiato i 65 anni della “vittoria della Baia dei Porci contro gli americani” e segna sul calendario i 66 anni di bloqueo, l’embargo deciso da Eisenhower nel 1960: per l’occasione è stato invitato anche il cantore brasiliano mitologico Cico Buarque, che ha intonato la “piccola serenata rivoluzionaria di Silvio Rodriguez” sul Malecón. Ad agosto, l’Avana festeggerà i cento anni della nascita di Fidel e, a novembre, ricorderà i dieci anni dalla sua morte. “Il mondo non conosce affatto la storia di Cuba, gli errori sono tutti nostri, gli americani non c’entrano: loro sono l’effetto collaterale”, riassume il giovane medico. “Trump è un loco, ma se può disinnescare questa situazione lo aspettiamo a braccia aperte”. Il pensiero rivela il fossato che si è creato tra le giovani generazioni e le precedenti rimaste aggrappate alla Revolución. “Se vuoi davvero sapere cosa sia lo spirito rivoluzionario di quest’isola, devi conoscere José Martì, l’unico vero indipendentista. Castro è solo repressione”. Martì morì per le ferite riportate nella battaglia contro gli spagnoli, nella seconda guerra d’indipendenza: era il 1895. Nel 1898 gli americani cacciarono i colonialisti spagnoli dall’isola, imponendo un altro governo d’occupazione. Poi, settant’anni fa, la rivoluzione. Che oggi tenta di resistere.

Sacrosanta pubblicità

 

Il Fatto e i fatti 

di Marco Travaglio 

Quando, 50 mesi fa, la Russia invase l’Ucraina, chiamai il generale Fabio Mini per chiedergli come sarebbe finita e quale fosse il migliore aiuto per gli ucraini aggrediti. In tre minuti mi dipinse un quadro opposto alla narrazione ufficiale: l’esercito russo, pur in formato ridotto (le truppe d’invasione non superavano i 180mila uomini: meno della metà degli ucraini), avrebbe fatto a pezzi il Paese, ma non per conquistarlo tutto e insediare a Kiev un Quisling di Putin, bensì per risolvere manu militari ciò che per via diplomatica la Nato aveva impedito di risolvere: quella della minoranza russofona, che poi è maggioranza schiacciante in Donbass (oltreché nella Crimea annessa nel 2014) e ampia negli oblast di Zaporizhzhia, Kherson e Kharkiv. Quindi il bene degli ucraini non era imbottirli di soldi e armi, illudendoli su una vittoria impossibile, ma spingerli a negoziare il rispetto degli impegni presi nel 1991 con l’indipendenza e nel 2014-’15 con gli accordi di Minsk: neutralità rispetto alla Nato e autonomia speciale del Donbass. Infatti l’occasione si presentò fra aprile e maggio col negoziato di Istanbul, ma l’Ue se ne fregò, lasciando campo libero all’oltranzismo Usa-Uk. E accadde ciò che Mini aveva previsto sul Fatto: il “suicidio assistito dell’Ucraina”. Anche Barbara Spinelli sosteneva le stesse tesi, così come due nuovi acquisti del Fatto: il professor Orsini, censurato da Rai e Messaggero, l’ambasciatrice Basile e altri ancora. È stata una fortuna avere al Fatto questa squadra di firme: ci hanno aiutato a non sbagliare e a dare ai lettori analisi obiettive poi confermate dalla realtà. Fare stecca nel coro atlantista ci è costato ovviamente caro: insulti, liste di proscrizione, taccia di putiniani agli ordini o financo al soldo del Cremlino, persino alcuni lettori e collaboratori che si lasciavano subornare da quelle calunnie scambiando la nostra lettura dei fatti per una simpatia verso l’autocrazia russa.

La scena s’è ripetuta con la guerra dei 38 giorni (per ora) di Trump e Netanyahu all’Iran. Le nostre firme, con l’aggiunta di Arlacchi, avevano previsto fin dall’inizio che, oltre a violare spudoratamente il diritto internazionale, quel conflitto spacciato per liberazione del popolo iraniano era perso in partenza e sarebbe finito con un regime ancor più forte e un disastro economico soprattutto europeo per regalare a Netanyahu qualche altro mese a piede libero. Anche lì siamo stati fra i pochissimi a scriverlo, mentre chi ci dava dei filoputiniani aggiungeva filoayatollah e filocinesi. È finita come avevamo detto. Chissà, forse è per questo che il nostro giornale, più viene vilipeso, più vede crescere i lettori e gli abbonati: perché sempre più persone sono orgogliose del Fatto almeno quanto lo siamo noi.

sabato 18 aprile 2026

Prevenzione

 Senza indugio ho comunque fatto un bidè preventivo….




Visione opposta

 


Buongiorno,

sento il dovere di rispondere a questo volantino, avendo un parente implicato nella vicenda, per cercare di trasmettere la mia visione del calcio e di come, da tanti anni, mi relaziono con una partita. Non ho alcuna intenzione di insegnare nulla a chicchessia. Magari auspicherei un sereno confronto al riguardo.

Non sono psicologo, né sociologo, né pensatore fine. Nulla di tutto questo.

Sono uno a cui piacciono le coreografie allo stadio, i cori, i canti, insomma la festosa atmosfera che dovrebbe supportare ogni partita.

Vorrei dunque condividere con voi la mia esperienza pallonara da canuto come sono: andare allo stadio per supportare la mia squadra, certo, la ritengo cosa buona e giusta. Vivere le ore che precedono il match con gli amici, a sfottere quelli della squadra avversaria, il tutto accompagnato da qualche buona birra. E poi allo stadio soffrire, gioire, sproloquiare contro qualcuno, sempre nei limiti della cosiddetta decenza. E una volta terminata la gara, in amicizia, valutarne il risultato, gli errori, il match che verrà, sempre sfottendo chi non ha il cuore colorato come te.

Sfotto da sempre gli altri tifosi, solo ed esclusivamente per via orale o scritta.

Il calcio è passione, vera, sana. Per intenditori. E quando la tua squadra del cuore perde, la si applaude sempre, in ogni vicissitudine, senza esitazioni.

Probabilmente sarò un coglione ai vostri occhi. Ma vedere e sentire attorno a me vite rovinate da una palla che rotola mi provoca dolore. Forte dolore.

Tutto qui.

Non ci sono eroi nello sfasciare un treno dopo una trasferta. Non ci sono eroi che dormono in carcere dopo una retata post partita. Non ci sono eroi nel vendicarsi dopo una sconfitta. 

Gli eroi sono quelli che si alzano all'alba per portare a casa il pane quotidiano, circondati dallo stesso silenzio con cui seguono un'azione fibrillante dell'amata, anticamera dell'urlo di gioia sportiva che inebria cuore e mente.

Tutto il resto, compreso il benaltrismo, è polvere nel vento.

Scusate il disturbo. 


Finemente

 

La grazia a Nicole Minetti e l’impunità di “lorsignori” 


di Massimo Fini 

Nicole Minetti, “igienista dentale” di Berlusconi, in realtà una fra i tanti che procuravano le donne al Cavaliere, condannata a 2 anni e 10 mesi per favoreggiamento della prostituzione per il caso Ruby e 1 anno e 1 mese per peculato sui rimborsi regionali (Berlusconi, il magnaccia, rouquettè in dialetto milanese – “T’ho compraa i calzett de seda” [Jannacci] – è stato assolto: lui, si sa, era solo “l’utilizzatore finale”, vedi D’Addario) è stata graziata dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Ora, la grazia, provvedimento di esclusiva competenza del capo dello Stato, si concede in genere per condanne molto gravi per reati altrettanto gravi quando, per qualche ragione, si ritiene ci sia una sproporzione tra pena e reato con gravi conseguenze per il condannato. Minetti ha addotto non specificate “esigenze familiari”. A me par ovvio che in questo caso ci sia una sproporzione: il presidente non dovrebbe occuparsi di questi minima moralia. È come se avesse graziato un tale condannato per infrazione al codice stradale.

Nella storia d’Italia Paese non è certo la prima volta che si concede una grazia, ma per casi più seri, anche se troppo spesso a favore dei ‘soliti noti’: soggetti in qualche modo protetti. Minetti aveva la protezione di Berlusconi e, oggi che quello è andato nel mondo dei più, ha quella dei berluscones, non a caso il ministro della Giustizia che ha dato parere favorevole alla grazia è Carlo Nordio, un berlusconiano di stretta osservanza. Insomma Berlusconi è morto, ma il berlusconismo continua a imperare.

In passato la grazia fu concessa a Fiora Pirri Ardizzone dei principi di Pandolfina. Il nome dice già tutto. L’accusa non era di quelle lievi: terrorismo. Ma quella che soprattutto contò era la posizione sociale dell’Ardizzone, figlia della seconda moglie di Emanuele Macaluso, direttore dell’Unità (“Un salotto sinistro”, Il Conformista, pag. 23). Insomma ‘lorsignori’ non vanno mai veramente in galera. Alla peggio gli toccano gli “arresti domiciliari” o i “servizi sociali” , come nel grottesco caso di Berlusconi, condannato a 4 anni, ma ridotti a 1 dall’indulto (del centrosinistra) e scontati andando a trovare una volta alla settimana dei vecchietti reclusi, questi sì, in una casa di riposo che dovevano sorbirsi, quasi come aggravante, le barzellette del Cavaliere.

Perché ‘lorsignori’ non vanno dritto di filato in galera come i poveracci? Perché si ritiene che, abituati ai comfort delle loro case, la punizione sarebbe troppo severa. I poveracci sono invece abituati perché escono ed entrano di prigione, con l’accusa per soprammercato di “reato continuato”. Ma non possono fare diversamente: una volta usciti, sono costretti a tornare a delinquere perché nessuno gli dà un lavoro. Sergio Cusani, di cui sto leggendo il bel libro Il colpevole, la galera l’ha fatta sul serio ed è uscito cambiato. Ma Cusani, brasseur d’affaires di Raul Gardini, un lavoro serio l’aveva fatto e quando uscì poté contare su antiche amicizie, anche se su altrettante inimicizie. Le prigioni italiane scoppiano. Nella stessa situazione, più o meno, è la Francia. Nei Paesi veramente civili come la Svezia e la Norvegia, ci sono, proporzionalmente, altrettanti detenuti, ma in condizioni da hotel di lusso. Per carità, anche in Italia ci sono delle differenze: San Vittore è la Cayenna, Bollate è molto meglio. Qui sta attualmente il mio amico Vallanzasca, colpito dall’Alzheimer e totalmente inoffensivo: per lui chiesi due volte la grazia, ma Renato non è nato in qualche grande tenuta in Sicilia, come gli Ardizzone, bensì nel popolare quartiere della Comasina a Milano e la mia richiesta di grazia fu rifiutata da due presidenti della Repubblica, uno dei quali era Pertini (“il presidente più amato dagli italiani”, come la Panda, in realtà un narcisista impenitente, come ho scritto più volte). A Bollate c’è un ristorante tenuto direttamente dai detenuti, che nei periodi di libertà possono uscire per cercare di trovarsi un lavoro per il futuro, ma questo avviene non per disposizioni di legge, ma per iniziativa di una delle prime direttrici del carcere, Cosima Buccoliero, che non a caso ha ricevuto l’Ambrogino d’Oro dedicato a persone che hanno ben meritato per la città di Milano (l’ho ricevuto anch’io, ma mi vergogno anche solo ad accennare a un simile apparentamento).

Dicevo dei tanti sconti che hanno ricevuto ‘lorsignori’, perché questo è un Paese cattolico in cui domina il concetto del “perdono” (per i soliti noti, ovviamente): io, che non sono cattolico, i colpevoli potenti li impiccherei al più alto pennone. Quello che veramente non si capisce è perché non vengano costruite nuove strutture penitenziarie. L’edilizia, come si dice sempre, non è forse il principale volano dell’economia? Il fatto è che l’Italia è il Paese di Pulcinella, della commedia dell’arte, come si evince da quel “Salotto sinistro” che ho più sopra evocato.