domenica 27 settembre 2026

L'Amaca

 


La ginnastica

dei neuroni


DI MICHELE SERRA


È comodo e si fa molto prima: chiedere a IA la soluzione di un problema,

o la sintesi di un testo. Pochi secondi invece di qualche ora. Ma si

moltiplicano gli studi che dimostrano quanto costi, questo saltare interi

passaggi logici, alla cultura delle persone, alla loro prestanza

intellettuale. Si rischiano cervelli meno allenati, tal quali muscoli

afflosciati.

Lo spiegava benissimo qualche giorno fa a Elena Dusi il matematico

Giorgio Figalli, che insegna al Politecnico di Zurigo: "Avremo migliaia,

centinaia di migliaia di soluzioni che non capiamo". Impressionante

fotografia della cessione di una facoltà: se c'è già chi capisce al nostro

posto, perché mai dovremmo capire anche noi? Lo conferma uno studio

commissionato dall'Associazione Italiana Editori affidandosi

all'esperienza sul campo di 463 professori universitari: la capacità di

analisi e lo spirito critico degli studenti vanno indebolendosi. E

debolezza non è una parola rassicurante, mai. È una parola che

introduce alla dipendenza, alla manipolabilità, alla vulnerabilità.


Si è detto tanto, numeri alla mano, della sempre minore disponibilità dei

giovani dei paesi sviluppati ai lavori manuali. Ora il focus rischia di

essere anche una più fragile disposizione ai lavori intellettuali. Se l'elogio

della fatica, tipico dei boomer, vi sembra risaputo e retorico (e un po' lo è)

mettiamola così: se i neuroni non fanno ginnastica, deperiscono.

Bisognerebbe parlarne dunque, non come di una questione "morale",

tanto meno una questione astratta: è una vera e propria questione di

salute mentale. Fare movimento richiede tempo e applicazione: ma salva

la vita, la allunga, la migliora.


Driiin!!!

 

E svegliarsi? 


di Marco Travaglio 

Mentre il governo Meloni perde consensi e insegue trafelato Vannacci, spingendo i suoi elettori a domandarsi “Perché solo ora?”, il Pd arretra più di FdI (-0,6% contro -0,1). È il verdetto dell’Ipsos di Nando Pagnoncelli, che dà i 5Stelle stabili al 14,5 come Avs al 6,3, e FI e Lega in caduta libera (-1 e -0,4) a vantaggio di Vannacci (+1,8%). Quindi il partito della premier, anche se il governo piace solo a un terzo degli italiani, perde molto meno del primo partito di opposizione, che con Elly era risalito al 24 e ora è di nuovo sotto il 20, pericolosamente vicino ai minimi storici di Renzi nel 2018 e di Letta nel 2022. Come si spiega?

1) Meloni si muove, sia pur maldestramente, e invia un messaggio chiaro, anche se preso a prestito da Vannacci. Invece Schlein è immobile, paralizzata dai veti interni, e la sua linea è ambigua e confusa proprio mentre in tutto il mondo vincono le posizioni radicali chiare e nette, a destra come a sinistra. Non è un caso se, per la prima volta da quand’è segretaria, il fronte pacifista di 5Stelle e Avs scavalca col 20.8% il Pd riarmista scivolato al 19,5. Un riequilibrio interno destinato ad acuirsi, visto che gli elettori progressisti ostili al riarmo Ue e Nato e alle armi all’Ucraina sono il doppio di quelli favorevoli.

2) Il messaggio del Pd è una cacofonia di voci contraddittorie e, se prima l’ambiguità “democristiana” sposata dalla Schlein la aiutava a tener dentro tutto e il contrario di tutto, ora rischia di mettere in fuga sia i pacifisti alla Virginia Libero sia i bellicisti della destra dem. E il guaio per Elly è che l’ambiguità è una necessità: deve accontentare tutti o almeno non scontentare nessuno, per unire l’intero partito intorno a sé alle primarie, evitando che si candidi qualcun altro favorendo Conte. Quindi il suo linguaggio sarà sempre più cerchiobottista: l’opposto della radicalità che lo spirito del tempo richiede. Col rischio di farle perdere altri consensi. Cosa che a destra non accade, perché i voti persi dai partiti di governo li raccatta Vannacci, con un po’ di astenuti, quindi non vanno sprecati. Perché le destre di governo l’alleanza con Futuro nazionale la fanno comunque: o prima delle elezioni per superare il 42% e agguantare il premio di maggioranza; oppure dopo, se neppure i progressisti superano al 42% e il Melonellum diventa un proporzionale puro. In entrambi i casi, la destra XXL vince. Ai progressisti, paradossalmente, tocca sperare che passi il Melonellum, che la Consulta non bocci l’ignobile premio di maggioranza e che Vannacci vada da solo. Oppure scegliere la via maestra: scaricare Renzi e le altre zavorre paralizzanti, darsi un programma di battaglia e conquistare tanti voti nuovi fra delusi di destra, giovani e astenuti. Cioè svegliarsi.

sabato 26 settembre 2026

Brioche

 


Siamo chiari

 


Natangelo

 





L'Amaca

 


L'etica del pullover


DI MICHELE SERRA


Voi che mi leggete, uno per uno: indossate per caso abiti prodotti da

marchi «vicini a Israele»? La mia risposta, immagino molto simile alla

vostra, è: non ne ho la minima idea. Non ci avevo mai pensato. E nel caso

fosse un'omissione, non averci mai pensato, è una delle tante nelle quali

incorriamo più o meno tutti. Confesso di ignorare gli orientamenti

politici di chi produce il 99 per cento dei beni che mi circondano.

Certo, si deve fare attenzione. Ci sono scelte le cui conseguenze sono

dirette, e palesi: esempio classico, e ormai tendenza diffusa, è non

investire in azioni dell'industria bellica. O in azioni di aziende molto

inquinanti. Capisco anche i boicottaggi dei prodotti chiaramente

riferibili a un Paese il cui governo si macchi di crimini, o sia palesemente

ostile alla convivenza: è il caso dei milioni di canadesi che non comprano

più americano. O di chi, per solidarietà con i palestinesi, non acquista

beni prodotti in Israele.

Più difficile con i prodotti russi: a parte i colbacchi e le matrioske, non si

saprebbe davvero che cosa boicottare. Ed è materialmente impossibile

con i prodotti cinesi, ormai dilaganti per quantità e per il rapporto

qualità/prezzo.

L'incertezza stessa della materia "coerenza", specie in rapporto alla

domanda "che cosa mi metto?", suggerirebbe rispetto e delicatezza nel

rinfacciare agli altri ciò che ciascuno di noi spesso non è in grado di fare.

Mi riferisco, per esempio, a quelli che polemizzano con Francesca

Albanese perché «indossa abiti di marchi vicini a Israele». Fatto cento il

lavoro di Albanese per Gaza, quanto può valere il fatto che indossi un

pullover non prodotto da filopalestinesi? Zero virgola zero uno? L'etica è

una cosa seria, la micro-etica adoperata dai correttori della vita altrui è

una parodia dell'etica, nonché una perdita di tempo.


Radiografia di uno scippo



Una vita da evasore

scontrini falsi, buoni regalo

e ordinazioni fantasma


DI GIULIANO FOSCHINI


Le inchieste della Guardia di Finanza ci regalano uno spaccato del

Paese furbetto

dove il contante è ancora re e chi non dichiara prende anche la

Naspi


Aveva ragione Zalone, quindi. Prima di tutto il posto fisso. Perché se un

professore a mille e cinquecento euro al mese guadagna davvero più di

un gioielliere, se una segretaria incassa più di un avvocato, un semplice

medico ospedaliero più del dentista dallo studio futurista,

evidentemente il posto fisso conviene. Oppure c'è qualcosa che non

torna. E a credere allo zibaldone di storie che viene fuori dalle ultime

inchieste della Guardia di Finanza, ecco, qualcosa che non funziona

effettivamente c'è. Cento miliardi di cose, per l'esattezza, visto che il

conto dell'evasione supera abbondantemente quella cifra. Ma come si fa?

Come riesce un'attività piena di clienti a diventare improvvisamente

poverissima davanti al Fisco? Basta mettere in fila le indagini delle

Fiamme gialle per ottenere una specie di manuale del perfetto evasore.

Quello piccolo, però. Niente Cayman o società offshore. Qui siamo al

ristorante sotto casa, dal professionista, nel negozio, su internet.

La prima regola resta la più antica: il contante aiuta. La maniera più

facile per incassare è il pagamento in nero, «sistema usato

principalmente ormai dai professionisti perché negli esercizi

commerciali è più complicato», spiegano dalla Finanza. A Sassari, per

esempio, sette maxistore avrebbero adottato un sistema semplice: carta,

scontrino fiscale; cash, un documento apparentemente identico ma

soltanto gestionale. Il cliente usciva convinto di avere lo scontrino, per il

Fisco quella vendita non era mai avvenuta. Venti milioni contestati in

quattro anni. La tecnologia, però, aiuta. In tutta Italia diversi dentisti

hanno fatto i conti con un software che consentiva di gestire due

contabilità parallele: «La carie? Centoventi euro con fattura, settanta

senza», con tanto di ricevuta diversa per le due opzioni. In dieci

ristoranti e baite dell'Alto Adige funzionava invece così: comanda sul

palmare, ordine in cucina, piatto servito, cliente che mangia e paga. Poi

qualcuno cancellava il tavolo dal gestionale. Il pranzo era avvenuto nella

vita reale, non nella contabilità. Circa nove milioni di ricavi sarebbero

spariti così.

C'è anche chi sceglie la soluzione radicale: non dichiarare proprio niente.

A Palermo un dj, secondo la Finanza, avrebbe dimenticato 323 mila euro

guadagnati tra serate e matrimoni, fino a 800 euro a festa.

Contemporaneamente percepiva la Naspi: fiscalmente disoccupato,

musicalmente piuttosto impegnato. A Bologna una cartomante con

tremila clienti avrebbe evaso oltre 150 mila euro , più il reddito di

cittadinanza. I tarocchi evidentemente non avevano previsto l'arrivo

della Finanza.

Resta l'annosa domanda: dove mettere i soldi? Il materasso è ormai

archeologia. Ci sono conti aperti online presso intermediari esteri, wallet,

criptoattività, carte e Iban virtuali: strumenti perfettamente legittimi che

la stessa Uif della Banca d'Italia segnala però sempre più spesso anche

nei circuiti finanziari opachi. E ci sono mance digitali, carte prepagate,

persino buoni regalo. A Pisa due influencer avrebbero nascosto circa 800

mila euro: parte dei compensi arrivava, secondo la Finanza, attraverso

gift card e altre forme di credito digitale. Poi c'è l'armadio infinito.

Vendere una vecchia giacca naturalmente non significa evadere. Ma un

contribuente di paia di scarpe ne aveva vendute 1.211 in un anno e 418

quello successivo. Più che un armadio, un magazzino.

Il manuale, infine, insegna come far sparire il patrimonio quando il Fisco

viene a cercarlo. Un commerciante-collezionista di auto di lusso di Parma

aveva, secondo l'inchiesta, Ferrari intestate alla madre di 89 anni. Nel

Salernitano un imprenditore avrebbe invece utilizzato una separazione

consensuale per trasferire beni alla moglie e al figlio. Peccato che marito

e moglie continuassero a vivere, viaggiare e farsi fotografare insieme. Si

può far sparire persino la residenza: un titolare di compro oro risultava

residente a Cuba ma, secondo gli accertamenti, viveva abitualmente a

Genova. Nel patrimonio confiscato per 2,5 milioni c'erano immobili,

contanti, gioielli, lingotti e orologi.

E infine c'è la fortuna. Una fortuna che, a leggere alcune indagini fiscali,

sembra accanirsi con particolare generosità proprio su chi deve spiegare

da dove arrivino i soldi. Vincite, ticket, giocate: in diverse vicende

giudiziarie premi e biglietti vincenti sono comparsi per giustificare

disponibilità di denaro. Perché il perfetto evasore, oltre a essere

ingegnoso, evidentemente è molto spesso anche fortunatissimo.