sabato 21 febbraio 2026

Meno ventinove

 



Natangelo

 



L'Amaca

 

Gli alieni contro Epstein

di Michele Serra

Gli alieni probabilmente esistono ma non sarà possibile incontrarli, a causa della distanza cosmica che ci separa. C’è qualche remota possibilità di comunicazione, però tenendo presente che tra il “pronto, chi parla?” e la risposta, a parte i problemi di traduzione, potrebbero passare molti anni. Difficile immaginare una conversazione brillante.

Questo è quanto si può dire di ragionevole sul tema. Senza scomodare la scienza: è ciò che suggerisce lo stato delle cose. Ma, come è noto, niente è più forte del voler credere. E il voler credere, sul tema “extraterrestri”, è irresistibile. Non ha argini. Gli alieni esistono perché esiste la necessità incrollabile di credere che esistano. Milioni di umani lo vogliono.

Su questa attesa (mi viene da dire: messianica, ma non vorrei offendere alcuno) sta giochicchiando Trump, che promette imminenti desecretazioni e rivelazioni e pubblicazioni di files sugli Ufo che stanno già sovreccitando una parte sperabilmente minoritaria, ma non piccola, dell’opinione pubblica americana. Quella del “non ce lo vogliono dire”, limitrofa ai novax e ai complottisti.

Pare che tra i materiali misteriosi promessi da Trump ci sia ben poco di misterioso, nonché ben poco di inedito. Ma basterà un avvistamento inspiegabile, una scia luminosa non tracciata ufficialmente, per rinfocolare le speranze dei fedeli. Tra gli Epstein files, molto terrestri, e gli ET-files, molto celesti, che Trump darà in pasto al popolo, si gioca l’ennesima partita tra realtà e illusione. Ultimamente ha vinto molto spesso l’illusione. Ma il risultato finale – non disperiamo – è ancora in discussione.

Per un oro

 

La solitudine di Klaebo

“Vivo per vincere dopo temo il vuoto”

La sequenza degli ori di Klaebo: sprint, sprint a squadre, staffetta nel 2018; sprint e sprint a squadre nel 2022; 10 km, sprint, skiathlon, sprint a squadre, staffetta nel 2026


di Giampaolo Visetti

Oggi nella 50 km l’atleta norvegese a un passo dal record di ori: 6 in 6 gare. «Presto dovrò imparare la tecnica di stare al mondo»

«Ci sono due cose che mi fanno paura. Prima delle gare temo di ammalarmi. Dopo, mi spaventa il vuoto. Il tempo passa anche per me: quando smetterò di sciare dovrò sforzarmi di trovare la mia strada». Non è semplice diventare anche Johannes Hoesflot, dopo essere stato solo Klaebo. Questi Giochi non incoronano il fondista più vincente della storia: mostrano al mondo un campione che domina senza tradire fatica, attento a non esagerare, estraneo a frasi costruite per la memoria altrui. L’atteso oro nella 50 chilometri di oggi lo consegnerebbe alla mitologia delle Olimpiadi invernali: sei vittorie su sei gare, come agli ultimi Mondiali, 13 medaglie di cui 11 d’oro in tre edizioni. A 29 anni il rocketman norvegese non finge di sottovalutare quelli che definisce «certi buoni risultati».

A poche ore da un’impresa senza precedenti, che promette di proiettarlo nella dimora esclusiva delle invincibili divinità dello sport, da Duplantis a Pogacar e da Bolt a Phelps, insiste però sulla sua verità: «La mia testa — dice nel suo rifugio a Castello di Fiemme — è sempre fissa alla prossima sfida e sarà così anche a Giochi finiti. Vivo in una bolla e giorno per giorno, non ho alternative: mi mancano le risorse mentali per occuparmi di paragoni con persone a me ignote, o di record ancora da pesare. Pianificare una carriera è il passatempo di chi l’ha già conclusa».

Sulla tivù norvegese i suoi trionfi italiani toccano il non disprezzabile share del 90%. In Scandinavia l’inventore della “Klaebo-run”, capace di salire a venti chilometri orari pendii da scialpinisti, fino a oscurare Mart Bjørgen, Bjørn Daehlie e Ole Einar Bjøorndalen, in questi giorni sorprende però per una metamorfosi caratteriale. «Per la prima volta — ammette il nonno-allenatore Kare, che lo segue da quindici anni — Johannes si concede brevi sorrisi e qualche parola. Forse a scioglierlo è il calore italiano».

Il primo a confessare la debolezza di accettare il mondo è proprio lui. «Ai Mondiali di Trondheim — dice — mi hanno incitato 30 mila persone. Mi sentivo solo, ma ero a casa tra famigliari e amici. Ho capito che per resistere non posso escludermi dalla realtà. A Tesero accetto così la presenza degli altri, compresa la mia fidanzata. Ascolto tutti: il mio esilio nella disciplina presto finirà e avrò bisogno di imparare la tecnica di esistere».

Il cambiamento del modello Klaebo sarebbe questo: da un incrocio tra un asceta e un eremita, a un mistico stupito dalla terrena curiosità, disposto perfino a spiegare con gentilezza le fondate ragioni del suo silenzio. «Per sciare ad alto livello è necessario curare il fisico, la mente, la salute, la tecnica, i materiali e le cere per far scivolare gli sci. C’è molto da fare e la vita ti concede poco tempo tra i migliori: o pensi a questo, passando mesi da solo a lavorare in luoghi remoti, o affini la simpatia e rinunci a esplorare i tuoi limiti».

Dopo il quinto oro nella Team sprint un cronista norvegese ha cercato di infilarsi dell’inedita disponibilità espressiva e gli ha chiesto i “progetti per il futuro”. Risposta: «Tornare in albergo dal fisioterapista e andare a dormire». Domanda di riserva: come commenta le parole del suo allenatore, che la definisce il migliore sportivo della storia? «Il mio commento è: grazie».

Uno scontroso gigante di ghiaccio? «Al contrario — dice Klaebo — spero si capisca che vivo con la mascherina e mangio da solo perché non posso ammalarmi, che rinuncio a essere un ragazzo per chiarire chi è un atleta, che scio anche di notte perché la semplicità è nascosta nella complessità. Non si nasce forti, lo si diventa se non si smette mai di migliorare in modo rapido. Dire no fino all’istante dell’addio, è inevitabile».

Un solo cedimento: l’uomo che scia solo contro sé stesso confessa che «per la prima volta ai Giochi mi sto perfino divertendo». «A livello mentale sto meglio rispetto agli ultimi anni. Mi sembra di essere più maturo, aspetto e spreco meno energie». Nella 50 chilometri di oggi, l’ultimo verso di una poesia alla Henrik Ibsen: Johannes Klaebo solo, due ore a scivolare lontano da tutti nelle foreste innevate, per diventare un inafferrabile raggio di luce. «Vincere sempre — dice a occhi chiusi — resta un’eccezione quasi impossibile. Se mi succede cercherò di capire cosa significa».

Micron

 

Ha ragione la Meloni


di Marco Travaglio 

Siccome la Meloni, nervosa per i sondaggi, non ne azzecca una neppure per sbaglio, citando sentenze e processi a casaccio per spingere al Sì qualche disinformato in più, le serviva giusto qualcuno che la riportasse almeno per un giorno dalla parte della ragione. E chi poteva essere il genio? Macron. La premier commenta l’assassinio a Lione del giovane attivista di destra Quentin Deranque e il “clima di odio ideologico che attraversa diverse Nazioni”. Macron, anziché associarsi e magari invitarla a dire lo stesso sulle vittime dall’Ice trumpiana, la zittisce: “Non commenti gli affari francesi: ognuno resti a casa sua e le pecore saranno ben custodite”. Strano: la sua ministra Laurence Boone, quando la Meloni vinse le elezioni nel 2022, minacciò di “vigilare sullo stato di diritto” a casa nostra. Così la Meloni ha buon gioco a ricordarglielo con un velenoso post scriptum: “Non vogliamo tornare ai tempi delle Br, a cui la Francia dava asilo…”.

Ma è fin troppo generosa. La Francia continua a sottrarre alla nostra giustizia 10 terroristi che hanno sparso sangue in Italia negli anni di piombo. Furono arrestati nel 2021 su richiesta del ministro Bonafede (governo Conte 1). Ma la magistratura francese negò la loro estradizione grazie alla famigerata “dottrina Mitterrand”, vaneggiando di “processi non equi”, come se il nostro non fosse uno Stato di diritto. Il più noto è Giorgio Pietrostefani (ex Lotta Continua, condannato a 22 anni con Sofri come mandante del delitto Calabresi), che Parigi non estrada in base a una frottola: che cioè sia stato condannato in contumacia (invece ha presenziato a tutti e i 7 gradi di giudizio). Poi ci sono sei ex Br: Sergio Tornaghi (ergastolo per l’omicidio Briano); Giovanni Alimonti (11 anni e mezzo per banda armata e tentato omicidio del vicequestore Simone); Marina Petrella (ergastolo per l’omicidio Galvaligi, i sequestri D’Urso e Cirillo, quest’ultimo con l’uccisione di due agenti di scorta, e l’attentato a Simone); Roberta Cappelli (ergastolo per gli omicidi Galvaligi, Granato, Vinci e gli attentati a Simone e Gallucci); Maurizio Di Marzio (5 anni per l’attentato a Simone); Enzo Calvitti (18 anni e 7 mesi per banda armata e terrorismo). Gli altri tre sono Raffaele Ventura (ex Autonomia Operaia, 20 anni per l’omicidio Custra); Luigi Bergamin (Proletari armati per il comunismo, 25 anni per banda armata e concorso nell’omicidio Santoro); Narciso Manenti (Nuclei armati contropotere territoriale, ergastolo per l’omicidio Gurrieri). Dieci latitanti per undici morti ammazzati, le cui famiglie attendono giustizia da 40-50 anni grazie alla complicità francese. Altro che “ognuno a casa sua”. Chissà che direbbe Macron se ora l’Italia desse asilo agli assassini di Quentin Deranque.

venerdì 20 febbraio 2026

Giammai!

 

È questo il giornalismo che vogliamo! Domande schiette e mai servili, la professionalità dei giornalisti al top! E quei calunniatori che insinuano falsità come quella che vorrebbe gli stipendiati dalla famiglia che oltre alle tv detiene anche un partito di maggioranza essere proni al potere. Giammai!



Sic transit gloria mundi

 


E' la foto migliore per descrivere quando ti accorgi che il castello di privilegi su cui hai poggiato la tua miserrima vita si è sgretolato, facendoti piombare nelle merda più profonda, che ti fa prevedere che gli anni che ti rimarranno saranno un finale degno del bastardo che sei.