Prolasso alle gònadi
Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
lunedì 16 marzo 2026
Settimana cruciale
Un trionfo del Sì darebbe il via all’era dell’arbitrio
La negazione dell’evidenza, perseguìta attraverso un uso smodato e sistematico della menzogna: ecco la linea della campagna governativa per il Sì al referendum costituzionale. Una linea possibile solo perché i suoi promotori possono esercitare il controllo o contare sulla compiacenza della maggior parte del sistema mediatico.
Il governo e i suoi ascari negano soprattutto una cosa: che questa “‘riforma” sia il primo, decisivo passo per l’abolizione della divisione dei poteri e per l’affermazione di una dittatura dell’esecutivo, cioè della maggioranza. Eppure, è tutto squadernato sotto il sole: il premierato, con la definitiva marginalizzazione del potere legislativo del Parlamento e con il controllo maggioritario su Presidenza della Repubblica e Corte Costituzionale; e poi l’accumulo di misure liberticide: contro libertà di espressione, libera stampa; Università.
Per quanto riguarda il referendum, la negazione riguarda soprattutto una cosa: la volontà di mettere il pubblico ministero sotto il controllo del governo. Una negazione che resiste nonostante Meloni, Nordio, Mantovano abbiano in più occasioni detto l’ovvio: e cioè che tutto questo si fa perché i magistrati non possano più contraddire le scelte politiche del governo. Il dibattito ruota, dunque, intorno a ciò che succederebbe dopo un’eventuale vittoria del Sì: il governo metterebbe il guinzaglio alla pubblica accusa, o no? Una risposta difficile da contraddire sta nella proposta di legge costituzionale 2710, presentata l’8 settembre (potere delle date…) del 2020 al fine di modificare l’articolo 112 della Costituzione. Esso oggi recita così: “Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale”. Un dettato limpido e secco, che impedisce al potere di salvare gli amici e i complici, e di perseguitare i nemici e gli oppositori. Ecco come quelle parole dovrebbe cambiare, secondo quella proposta: “Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale attenendosi ai criteri e alle priorità stabiliti dalla legge secondo le disposizioni del presente articolo. Il Governo, su proposta del ministro della Giustizia, di concerto con il ministro dell’Interno, presenta alle Camere, per ogni triennio, un disegno di legge indicante i criteri e le priorità da osservarsi nell’esercizio dell’azione penale”. Una involuzione madornale, che lega le mani dei pubblici ministeri a una catena tenuta direttamente dal governo. Fosse vigente oggi, sarebbero Nordio e Piantedosi a decidere i criteri e le priorità delle procure: uno scenario da brividi. Tutto questo rappresenta una colossale smentita alla strategia negazionista del governo: perché quest oscena proposta di riforma costituzionale è stata presentata da Giusi Bartolozzi, allora deputata di Forza Italia e oggi ben nota come capa di gabinetto del ministero della Giustizia. Nell’introduzione all’articolato della riforma, Bartolozzi esibisce senza remore il suo movente: “La definizione delle priorità dell’esercizio dell’azione penale è, invece, un supremo compito che spetta alla politica”. Laddove per politica intende la maggioranza parlamentare, cioè il governo: come chiarisce poi il testo, che non prevede maggioranze qualificate che possano coinvolgere l’opposizione in decisioni condivise, ma appunto renderebbe costituzionale una decisione diretta dei ministri, ratificata dalla maggioranza parlamentare. È questo il contesto che chiarisce la sostanza della esternazione televisiva di Bartolozzi sul famigerato: “Votate sì, e ci togliamo di mezzo la magistratura”. Ce la “toglieremmo di mezzo“’”perché la seconda mossa, dopo un’eventuale vittoria del Sì, sarebbe esattamente quella della legge che la stessa Bartolozzi ha già presentato, e che la maggioranza si è rifiutata di ritirare nonostante le esplicite richieste dell’opposizione. George Orwell ha scritto che “per vedere quello che abbiamo sotto il naso, occorre un grande sforzo”: esattamente lo sforzo che è richiesto al popolo italiano il 22 e il 23 marzo. Quello che abbiamo sotto il naso è una maggioranza politica a traino esplicitamente illiberale: il cui scopo è riportare l’Italia a un’epoca pre-costituzionale, quella in cui sussisteva di fatto solo il potere esecutivo. È ciò che i costituenti vollero evitare, reagendo a “venti anni di arbitrio del potere esecutivo” (così Aldo Moro, in Costituente). Nel suo ultimo discorso parlamentare, Giacomo Matteotti disse ai fascisti che lo avrebbero assassinato: “Voi volete ricacciarci indietro!”, alludendo a una regressione a prima del regime costituzionale. Oggi assistiamo allo stesso tentativo regressivo: ed è esattamente su questo che si vota. Vogliamo mantenere, a tutela delle nostre libertà personali, le forme e i limiti del costituzionalismo, o vogliamo tornare all’arbitrio di chi comanda?
domenica 15 marzo 2026
L'Amaca
Perché fa bene salutare le mucche
di Michele Serra
Ho un solo appunto da fare a Carlo Calenda dopo avere letto la fluviale intervista concessa a Claudio Sabelli Fioretti (che sta meritatamente circolando ovunque). Calenda rimprovera a Salvini, insieme a tante altre cose effettivamente biasimevoli, di essere «uno che saluta le mucche». Non so se e quando il Salvini lo abbia fatto, né con quali intenzioni, ma salutare una mucca sarebbe, nel repertorio salviniano, il solo gesto condivisibile. E non viziato (le mucche non votano) da secondi fini.
Più il tempo passa, più l'innocenza degli animali — che uccidono solo per sfamarsi o per difendersi, mai per altro scopo — me li rende prossimi. Non sono un militante animalista e neanche vegano, e nemmeno mi illudo di leggere, negli occhi e nei moti emotivi delle bestie, qualcosa di "umano", come nella melensa traduzione sentimentale del mondo animale che va per la maggiore nei social e sui media, in un profluvio di cagnolini eroici e gattini innamorati.
Al contrario, è proprio la loro non umanità ad affascinarmi: gli animali sono gli alieni, ovvero la conferma che infinite forme di vita sono possibili, alla faccia della nostra ridicola ossessione di unicità. La vita è molto più grande di noi. Per vedere gli alieni, per i famosi incontri ravvicinati, non serve solcare le galassie, basta aprire gli occhi sul nostro pianeta così com'è. E dunque anche io saluto le mucche (in particolare incontro spesso una vivace vitella di nome Lola) nella vana speranza che un giorno anche loro salutino me.
Antonio e il dilemma
Il Papa, Trump e il Dio degli eserciti
Ha detto venerdì scorso Papa Leone XIV: “Verrebbe da chiedersi: quei cristiani che hanno responsabilità gravi nei conflitti armati hanno l’umiltà e il coraggio di fare un serio esame di coscienza e di confessarsi?”. Per evidenti questioni religiose è lecito pensare che il Pontefice non si rivolgesse a Bibi Netanyahu, né tantomeno a Khamenei figlio o al Putin sedicente ortodosso. Per esclusione, dunque, quanto al cristiano che ha responsabilità gravi nei conflitti armati, il cerchio tende a stringersi su quel signore dalla zazzera paglierina che giorni fa abbiamo osservato con le mani giunte in preghiera, nella Sala Ovale, circondato da un gruppo di pastori evangelici. Poiché quei santi uomini invocavano guida e protezione per il presidente e per le forze armate statunitensi, “affinché la tua benedizione celeste sia su di lui, nel nome di Gesù”, è lecito sospettare che tra il Dio degli eserciti e il Dio della pace vi sia un qualche problema di comunicazione.
Proviamo a immaginare (anche se occorre un’immaginazione sfrenata) che Donald Trump, turbato dalla reprimenda di Leone XIV decida, come chiede il Papa, di confessare le proprie colpe. In base all’elenco chiamato comunemente Decalogo è pensabile che il penitente, in quanto a peccati mortali, abbia fatto filotto. Sul non uccidere, non commettere atti impuri (ahi!), non rubare (al fisco), non dire falsa testimonianza (boom), probabilmente gli converrebbe chiedere un’assoluzione forfettizzata. Mentre, sul desiderare la roba e la donna d’altri potrebbe usufruire di uno sconto comitive, anche perché la distinzione tra desiderio e atto non è mai stata chiarissima anche per i più devoti. Qualche problema potrebbe invece sorgere sul primo comandamento visto che il soggetto in questione sicuramente avrà sempre ritenuto che “Io sono il signore Dio tuo, non avrai altro Dio fuori che me”, sia un precetto riferito esclusivamente alla sua divinità. Al di là delle responsabilità criminali dei reggitori dei destini del mondo, non v’è chi non veda quanto peso abbiano nel mobilitare popoli ed eserciti le tre religioni monoteiste. Nel perenne richiamo, ciascuna, alla propria superiore sacralità. In un diario di trincea, scritto nella Prima guerra mondiale e conservato nell’Archivio di Pieve Santo Stefano, un soldato italiano racconta che la sera di Natale partecipava alla messa collettiva anche un prigioniero austriaco. Nel momento in cui l’officiante benedisse la truppa con le parole: “Dio è con noi”, il soldato nemico sussurrò allo scrivente: “Dio è con noi è la stessa invocazione del nostro prete dall’altare”. E chiese: secondo te Dio a chi darà retta?
Camerieri folli
La Milite Ignava
Il manifesto chiama la Meloni “milite ignara” da quando ha detto di “non avere gli elementi necessari per condannare o approvare” la guerra criminale di Usa e Israele allo Stato sovrano dell’Iran. Poi però la premier ha detto in Parlamento che è meglio pagare bollette più care che “rischiare un Iran nucleare” (versione 2.0 del “Volete la pace o i condizionatori accesi?” di quell’altro genio di Draghi). Quindi ha persino più elementi di Trump, che a giugno giurava di avere neutralizzato per sempre il programma atomico iraniano; e della sua Cia e del suo Pentagono che, come pure l’Aiea, escludevano qualsiasi pericolo dall’Iran per Usa e alleati. Quindi o ci dice dove ha saputo che l’Iran ha pronta la Bomba, o è anche una “milite ignava”, perché continua a non condannare la guerra che lei stessa e Crosetto definiscono “fuori dal diritto internazionale”. Ed espone l’Italia alle rappresaglie degli aggrediti, pienamente lecite per il diritto internazionale. Poi arriva il Consiglio Supremo di Difesa, presieduto da Mattarella, con le solite supercazzole su “via negoziale” e “sistema multilaterale” e una sola certezza: la “condanna del regime di Teheran e delle sue disumane repressioni”, nonché del “rischio di realizzazione di armi nucleari” a scapito della “sicurezza di Israele” (balle totali: è Israele ad avere l’atomica, e da oltre mezzo secolo). Quindi Mattarella e il governo condannano l’aggredito perché attacca gli aggressori: come se condannassero l’Ucraina perché attacca i russi. Invece la armiamo e finanziamo anche dopo che ci ha distrutto i gasdotti Nord Stream e ora che ci fa rischiare un disastro ambientale sulle nostre coste col sabotaggio della petroliera russa.
Ma così – come nota Gaiani su Analisi Difesa – mettiamo sempre più in pericolo i nostri soldati: i 6-700 nelle due basi in Kuwait e in Iraq per difendere Baghdad dalla buonanima dell’Isis (non per fare da bersaglio alle rappresaglie di Teheran); e i 1000 Caschi blu della missione Unifil in Libano, intrappolati tra i due fuochi di Israele e di Hezbollah. Che ci facciamo ancora nel Golfo, ora che il Daesh è distrutto, e in Libano, ora che Israele lo invade per l’ennesima volta e il peacekeeping della fu Onu è un lontano ricordo? L’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled, scrive che la rappresaglia sulla base di Erbil “dimostra come il regime iraniano, insieme ai suoi proxy, rappresenti una minaccia diretta per l’Italia e per l’intera comunità internazionale”. Un governo non dico sovranista, ma almeno decente, tapperebbe la bocca a questo provocatore: i soldati italiani vengono colpiti perché stanno nelle basi con gli americani, che insieme agli israeliani sono gli aggressori. Ma già la parola “governo”, a proposito di questi camerieri, appare eccessiva.


