giovedì 27 agosto 2026

Ragogna!

 





Deduzione

 



Pazzi, sono pazzi!

 

Mozione A. Nazzari


di Marco Travaglio 

Nel 2001 il centrosinistra cercava un candidato pronto a schiantarsi contro B.. E, prima che trovasse quello giusto (Rutelli), Corrado Guzzanti impersonò Veltroni impegnato nel casting con la Turco. Paola e Chiara, i Fichi d’India, Heidi, Topo Gigio, Napo Orso Capo e Raoul Bova, per un motivo o per l’altro, avevano declinato. E pure Leonardo DiCaprio: “Ha rifiutato perché, dopo Titanic, non vuole fossilizzarsi nella parte di chi affonda”. C’era poi la corrente Amedeo Nazzari, ma Uòlter osservò: “Nazzari – lo dico a tutti i compagni dell’opzione A. Nazzari – è morto! Porca miseria: era perfetto, ma è morto. Ho pensato: candidiamolo anche da morto, ma è impossibile. Dobbiamo fare una riforma per questo. E pazienza, quest’anno è andata così”. Lo sketch di 25 anni fa torna attuale grazie a Roberto Speranza che, terrorizzato dall’“autogol” delle primarie Conte-Schlein, ha avuto un’idea geniale. Siccome il Melonellum che impone di dichiarare il candidato premier è un “anticipo di premierato”, i progressisti non devono svelare il proprio, ma fare “una scelta simbolica, come un neodiciottenne o un anziano partigiano”. Un candidato finto, un Trompe-l’œil, tant’è che non si vede perché escludere a priori un gatto, un ficus, un comodino, un androide, magari un drone.

Alle destre che chiederanno voti ai cittadini per rimandare la Meloni a Palazzo Chigi, il centrosinistra risponderà con un simpatico quiz: indovinate chi si nasconde dietro il nostro ragazzino o il nostro nonnetto? Ricchi premi a chi ci azzecca. Nel 1994 a destra si sapeva che in caso di vittoria B. sarebbe stato premier, mentre la gioiosa macchina da guerra di Occhetto&C. tenne astutamente coperto il proprio nome (si ipotizzò poi Ciampi, ma nessuno lo seppe mai, perché ovviamente vinse B.). Idem nel 2022, quando quell’altro genio di Letta vaneggiava di “agenda Draghi” ma senza indicarlo come premier, anche perché quello – come DiCaprio – non voleva stare con i perdenti e men che meno con Fratoianni che gli aveva sempre votato contro (in ogni caso vinse la Meloni e morta lì). Con questi precedenti beneauguranti (non c’è il 2 senza il 3), prepariamoci dunque alla scelta del diciottenne o del partigiano. La prima categoria, malgrado la denatalità, porrà problemi di abbondanza: quanti ne bastano per una nuova rissa nel centrosinistra (maschio, femmina o Lgbtq+? Di sinistra, di centro o grillino? Populista o riformista? Pro Pal, Pro Kiev o, Dio non voglia, pacifista?). Il partigiano, invece, sarà arduo trovarlo: per aver fatto davvero la Resistenza, dovrà essere nato non prima del 1927, cioè aver compiuto l’anno prossimo almeno 100 anni e respirare ancora. Alla peggio, c’è sempre l’opzione A. Nazzari.

mercoledì 26 agosto 2026

Visioni diverse

 



Ragogna!

 



Grande Robecchi!

 

Le ultime da Gaza. Bibi, il cacciatore di aquiloni, abbatte i giochi dei bimbi


di Alessandro Robecchi 

C’è qualcosa di grottesco, di infinitamente offensivo, di sanguinosamente paradossale nell’indifferenza con cui l’Europa guarda al genocidio in corso a Gaza, alla conquista violenta della Cisgiordania, ai disegni di annessione in Libano, agli sconfinamenti in Siria dello Stato suprematista di Israele. Ogni giorno dobbiamo cercare un trafiletto di cinque righe, di tre righe, su nuovi assassinii, nuove tecniche di tortura, nuovi bombardamenti della popolazione civile palestinese. Due righe per i palestinesi marchiati come i prigionieri dei campi nazisti, silenzio totale sui dossier e le inchieste che parlano di bambini assassinati con un colpo singolo alla testa, sui villaggi sgomberati dai coloni supportati dall’esercito di Tel Aviv. Tutto piccolo, tutto miniaturizzato, nascosto tra pagine e pagine che parlano di altre guerre – schifose anche quelle, intendiamoci – che in Europa piacciono di più, perché aiutano i fatturati.

Ora, gli aquiloni. I bambini di Gaza li costruiscono con stracci e fili da pescatori, due pezzi di legno incrociati, meglio se gli stracci hanno il colore della loro bandiera. Dopo essere stati dislocati, deportati, bombardati nelle tende con ordigni esplosivi, feriti, mutilati, resi orfani o deliberatamente uccisi dai cecchini, sono ancora lì a far volare gli aquiloni, l’unico gioco che gli è rimasto. La risposta di Israele è stata semplicemente grottesca: una riunione tra il criminale Netanyahu, il suo ministro della Difesa Katz e i vertici militari, per dire che gli aquiloni saranno trattati come droni, chi li fa volare è un terrorista, la parola magica con la quale si giustifica la libertà di assassinare chiunque. C’è qualcosa di magico e stupefacente nella resistenza di un popolo sterminato che si ostina a resistere, a esistere.

E qui? Qui niente. Nessuna sanzione, nessuna riunione di volenterosi, nessuna – quasi nessuna, per fortuna – reazione politica, se non un patetico scuotere della testa e un allargare le braccia: Israele ha colonizzato anche la politica europea. Ora spareranno su chi fa volare gli aquiloni, forse troverete due righe sui giornali: un incidente, un errore del missile, apriremo un’inchiesta…

Su Auschwitz si poteva dire che non si sapeva, forse. Su Gaza non si può dire. Il genocidio è stato compiuto davanti a tutti, in diretta, documentato dagli stessi genocidi, filmato, fotografato per vanto, osservato dai satelliti, dai medici, dalle organizzazioni internazionali. Senza che una parola – figurarsi un fatto, una sanzione, una reazione – sia venuta dalla famosa Europa, con qualche eccezione che non è riuscita a cambiare le cose. L’azione dei terroristi coloni in Cisgiordania è stata un po’ più osservata, è vero, ma sempre in guanti bianchi e con parole di circostanza, e si capisce: se hai assistito a un genocidio senza muovere un dito, quale credibilità puoi avere ora? Ricordo Tajani balbettare qualcosa su “sanzioni ai coloni violenti”, cioè non comprare più 50 euro di datteri a chi assassina sistematicamente civili in casa loro e la fa franca. I tifosi dell’Hapoel di Tel Aviv sono arrivati a Bergamo, hanno inondato lo stadio di fumogeni e fuochi, cose vietatissime a ogni altra tifoseria, ma a loro serenamente concessi. Le misure di sicurezza hanno agito prontamente: vietato esporre bandiere palestinesi sugli spalti. Ecco: l’Italia, l’Europa, sono questa cosa qui, non è indifferenza, è complicità diretta, per questo la bandiera palestinese è oggi la bandiera di chi non ci sta. Anche in forma di aquilone.

Giusta analisi

 

Il record di Giorgia, che ha copiato B. per durare di più


di Pino Corrias 

Grazie alla tonta sinistra, l’Italia resta di destra e Giorgia Meloni ringrazia indossando il record di bugie e di durata. Il 4 settembre supererà i 1412 giorni del secondo governo Berlusconi fino a oggi il più longevo della storia repubblicana. Un primato e una certificazione della destra italiana. Della sua capacità di attraversare il tempo e gli scandali, di adattarsi ai costumi, alle tv, ai social, alle mode, ai rancori. Di cambiare abito senza cambiare pelle. Proprio come quella pulviscolare e intermittente maggioranza di italiani che di destra lo è sempre stata, ma aveva trovato il modo di non dirlo mai troppo ad alta voce.

Nella Prima Repubblica la Democrazia cristiana è stata un gigantesco biodigestore nazionale. Inghiottiva tutto. Il moderatismo e la paura dei comunisti. Le lotte sociali, le stragi nere e il terrorismo rosso. Il familismo, il Vaticano e il laicismo. I padroni, i contadini, gli impiegati. Il Sud assistito e il Nord industriale. Ma soprattutto assorbiva quel carattere ipocrita, conformista, reazionario, che il Ventennio aveva coltivato e che la Repubblica non si sognò di cancellare. Lo digeriva. Lo mescolava con il cattolicesimo sociale, con il riformismo, con pezzi di cultura laica e socialista. Arrivando a estrarre dal disordine del sovversivismo piccolo borghese, l’ordine discontinuo del centrismo prima, del centrosinistra poi. Funzionò per quasi mezzo secolo. Poi il biodigestore finì in manette.

Tangentopoli spazzò via il pentapartito, i suoi equilibri, le sue derive. Rimase sui territori un elettorato enorme, moderato, anticomunista, proprietario, diffidente verso lo Stato ma affezionato alle sue pensioni, allergico alle tasse, indulgente con i propri abusi, insofferente alle regole, innamorato dell’ordine sotto casa, disinteressato al resto. Berlusconi era già quella cosa lì, moltiplicata per cento: ci salì a cavallo.

Occhetto – stordito dallo Strappo – lo guardò correre al galoppo: con soldi a non finire, la P2 e i poteri marci, le tre televisioni, il Milan, la Mondadori, le ville, i sorrisi, le barzellette e una politica italiana ridotta a televendita. Disse che l’Italia era il Paese che amava. Gli italiani amarono lui. In misura così ostinata da consentirgli di trasformare il proprio conflitto d’interessi in un primato da rivendicare con infinite leggi ad personam. Cambiò in peggio il costume e l’immaginario, il rapporto con il denaro, con il successo, con le donne, con le regole. Il ricco diventò virtuoso. Il giudice sospetto. La legge un intralcio. La menzogna un programma di governo.

Governò quattro volte per 3.339 giorni complessivi. Record ancora suo. A certificare che non era un’anomalia italiana, ma l’Italia di aggiornata tradizione. Al punto che anche la sinistra finì per accomodarsi sulla sua scia, mimetizzandosi il necessario per stare dove sgocciola il potere e rendersi compatibile.

D’Alema e Bertinotti ne furono i campioni. Uno con il mito della barca dei quasi ricchi, l’altro con il birignao del cachemire dei quasi poveri. Entrambi con l’ambizione di essere riconosciuti statisti alla sua tavola. Che fosse quella della Bicamerale o della Crostata. Senza mai intralciare il suo potere vero, né opporsi ai suoi misfatti.

Non per caso è stato un solido democristiano a batterlo due volte, Romano Prodi, con lentezza di passo e di omelia, nessuna smania di seduzione. L’esatto contrario dell’Egoarca. Vinse nel 1996 e nel 2006. E per due volte furono i suoi alleati a maneggiare il coltello del tradimento: la prima, voltando il fattaccio in tragedia, con D’Alema disposto a bombardare Belgrado. La seconda in farsa, con Mastella sul palcoscenico dei pupi, il senatore Di Gregorio e un esordiente Valter Lavitola nel retropalco a intrecciare i fili.

La destra imparò la lezione. La sinistra talmente nulla che si arrivò a Giorgia Meloni. Al passaggio di consegne dal maschile al femminile. Con evidenti modifiche di costumi linguistici e sartoriali: via gli orrendi Caraceni del “Figantropo” di Brianza, dentro gli svolazzi di Ermanno Scervino in bianco e blu presidenziali. Via le barzellette con corna dell’era Obama, avanti con le foto sorridenti (e poi imploranti) dell’era Trump.

Ma la sostanza della navigazione – dal mellifluo “mi consenta” al perentorio “io sono Giorgia” – è rimasta la stessa: dire, disdire, adattarsi. La fiamma ha viaggiato da Salò a Cologno Monzese, passando per Atreju, Palazzo Chigi, Bruxelles. Identico il metodo di occupazione di tutti i posti disponibili e indisponibili, la Rai, le banche, i controllori istituzionali da ibridare con i controllati. Ordine pubblico da cavalcare sempre. Decreti Sicurezza per moltiplicare le pene. Immigrati nemici da imprigionare lungo ogni confine, tranne che nei campi di pomodori e nelle fabbriche. Bambini sempre stranieri, minori per la prima volta punibili, ma anche gioiellieri eroi, quando sparano, e sottosegretari immunizzati dal diritto alla privacy, quando cucinano bistecche con il pepe di camorra.

Non rispondere alle domande e governare senza riforme è la lezione che Giorgia ha imparato dal suo maestro. Che nella sua stagione ci ha lasciato la patente a punti e il divieto del fumo nei luoghi pubblici. Ora i suoi eredi festeggiano il record, ignorando il dubbio che sia un’aggravante. Si detestano in privato, ma sono sempre svelti a tornare a tavola in pubblico, specie ora, con la minaccia di Vannacci, nell’anno elettorale. E la sinistra? È ancora laggiù, tra le siepi del programma. Cerca un leader, un nome, un nuovo corso, per smontare l’eterna Italia e migliorarsi al punto da renderla migliore.