lunedì 15 giugno 2026

I grandi

 

E quindi questo balordo compagno di merende di un boia sionista, blatera sciocchezze del tipo “se accogli il terzo mondo poi lo diventi” alimentando in menti non normodotate il concetto che se respingi popoli fai la cosa giusta. Peccato però che questa marcia sia inarrestabile, senza fine; perché chi non ha speranza, scappa. Lo fecero i nostri antenati, lo fanno ora esseri umani portati allo stremo da politiche plutocratiche indegne dell’umanità, pregne di soprusi e divaricazioni sociali. Mentre un esagitato raggiunge un patrimonio personale superiore a stati interi, questi cosiddetti grandi si riuniscono fingendo ancora di contare qualcosa. L’idiozia infatti non ammette anonimato.



Ci stiamo specializzando!

 

Tangenti mimetizzate e magistrati con le armi spuntate: così l’Italia “legalizza” la corruzione 


di Vincenzo Bisbiglia e Marco Grasso 

Gli intrecci nel porto di Genova. Venezia svenduta ai privati. La ‘ndrangheta nei cantieri torinesi. La nuova terra dei fuochi toscana. Gli appalti romani sulla cybersicurezza. C’è un filo conduttore che tiene insieme tante inchieste italiane, che spesso invadono per qualche giorno le cronache nazionali, per poi morire lentamente su quelle locali. La corruzione contemporanea non passa più attraverso le mazzette. Si mimetizza con scambi e triangolazioni di favori, viene mascherata con consulenze, erogazioni liberali o incarichi, fatturata e giustificata. È difficile da comprendere, prima ancora che da provare. L’epicentro non sono quasi più i partiti, indeboliti dai tagli al finanziamento pubblico, ma singoli uomini politici, sempre più simili a lobbisti. Ma c’è un altro cambiamento epocale, che racconta un’Italia molto diversa da quella di Mani Pulite: la lotta ai reati contro la pubblica amministrazione è appesa al filo di una giurisprudenza (la cosiddetta “corruzione funzionale”), mentre il governo smonta leggi e reati, i pm sono costretti a combattere con armi sempre più spuntate un fenomeno via via più rarefatto. Le ipotesi corruttive evaporano nella grande zona grigia del conflitto di interessi.

È questo il contesto che proviamo a raccontare nel libro “La repubblica delle mazzette”: la corruzione senza più tangenti, le tangenti senza più partiti, la magistratura senza più strumenti. È un viaggio che tocca tante città, un atlante che messo insieme assomiglia a una Tangentopoli a pezzi. Si parte da Giovanni Toti, dalla politica che si era trasferita sullo yacht di un grande imprenditore portuale, che finanziava le campagne elettorali del presidente ligure in cambio di concessioni milionarie. La svalutazione delle dazioni genera spesso incredulità: a Bari bastavano 50 euro per comprare un voto; in Trentino un magnate che si era comprato mezza regione in cambio di favori trascurabili. A Venezia il sindaco-imprenditore Brugnaro è indagato in una vicenda che riguarda terreni di sua proprietà comprati a 5 milioni di euro che, se resi edificabili dalla sua giunta, sarebbero arrivati a un valore di 150.

Dal 2024 l’Italia ha cancellato l’abuso d’ufficio, una riforma voluta dal ministro Carlo Nordio, creando un vuoto di tutela enorme: non è più reato truccare un bando universitario, affidare un appalto a un parente, prendere una decisione contro le regole senza la prova di una corruzione. Poi è arrivato lo svuotamento del traffico di influenze, il reato contestato agli intermediari di affari opachi. Si sono poi aggiunte le limitazioni delle intercettazioni a 45 giorni e l’interrogatorio preventivo a chi sta per essere arrestato. Battaglie ammantate dalla bandiera nobile ma fuorviante del garantismo, e che invece mirano a colpire anche al diritto di cronaca. Per non disturbare il manovratore occorre colpire giudici e giornalisti, chi fa le indagini e chi le racconta. La vittoria del No al referendum costituzionale ha in parte rallentato questo processo di accentramento di poteri nelle mani del governo, ma non lo ha arrestato. Il risultato rischia di essere una democrazia fragile, che non riesce a punire comportamenti dannosi per la collettività e un’opinione pubblica poco informata.

domenica 14 giugno 2026

Un vanto

 

Dovrebbe essere scritta sulla carta d’identità! Un vanto essere antifascisti! W la Costituzione Antifascista!



L'Amaca

 


Quanto vale un boss ammazzato

di Michele Serra


Il boss della mafia? Gli bombardi la tana e lo ammazzi, come ha fatto l'amministrazione Trump in Venezuela con il capo del cartello Tren de Aragua, tale Guerrero. Può darsi che nel blitz ci abbia rimesso la pelle qualche familiare del boss o qualche passante, ma sono i famosi effetti collaterali. Sottigliezze sulle quali soprassedere a obiettivo raggiunto. Questa è la destra: e si deve ammettere che l'estrema brutalità della soluzione ha una sua tangibile efficacia.

La sinistra, invece. Un rosario interminabile di: scrupoli umanitari, diritti dell'imputato, processo giusto, pena come recupero. E se non bastasse: analisi sociale delle cause, lavoro culturale sul territorio, preti antimafia, magistrati integerrimi, sensibilizzazione nelle scuole, cortei, convegni, titolazioni di alberi e monumenti alla memoria. Non se ne viene più fuori. Vuoi mettere una bomba che incenerisce i cattivi?

Mettete a confronto i due metodi, le due mentalità, e capirete perché la destra minaccia di vincere quasi ovunque. Perché è sbrigativa e manesca, prende a sberle la realtà, vuole ammazzare i criminali, metterli in galera e buttare via la chiave, rimpatriare i migranti, piantarla di farsi domande troppo complicate sui perché e i percome. Lo sappiamo tutti che non funziona, e altri boss, altro male rinasceranno in fretta dalle radici frettolosamente recise. Ma non è questo che conta per la gente spaventata, che è tanta, e per la gente superficiale, che è tantissima. Conta la testa del boss infilzata su una picca. Per oggi ci si accontenta e ci si rassicura, per domani sono già pronte altre picche. La sinistra, che pretende di rimpiazzare le picche con i libri, le costituzioni democratiche, gli assistenti sociali, gli psicanalisti, la pedagogia, ha questo problema quasi insormontabile: i suoi rimedi, le sue speranze, i suoi progetti non si toccano con mano. Valgono per un futuro ancora invisibile, non per le prossime elezioni.

S'incazza pure!

 



Una prece

 

Atterraggio sulla realtà 


di Marco Travaglio 

Se alle anticipazioni sull’accordo di pace nel Golfo – un trionfo per l’Iran e una disfatta per Usa e Israele – sommiamo le ultime notizie dal fronte ucraino, abbiamo un quadro devastante dello stato comatoso in cui versano la presunta Ue e il cosiddetto Occidente, che seguitano a vivere nel mondo delle favole mentre in quello reale non sono mai stati così deboli. 1) La Bulgaria, dopo l’Ungheria (con Orbán e pure con Magyar), la Slovacchia e la Repubblica Ceca, annuncia che non invierà più armi a Kiev. 2) Ben 25 membri della Nato su 32, fra cui Regno Unito, Francia, Italia e Canada, rifiutano l’ideona di Rutte di devolvere lo 0,25% del Pil in aiuti militari all’Ucraina. 3) Nove governi europei su 18 si sfilano dalla Coalizione per le munizioni d’artiglieria all’Ucraina, inclusi i cechi che l’avevano promossa. 4) Gli Usa tagliano un terzo dei caccia e delle navi militari per operazioni Nato in Europa, perché non credono a un attacco russo e comunque Trump e Putin hanno già fatto pace. 5) Nudi senza più l’alibi di Orbán e dei suoi veti, quasi tutti i governi Ue sono ostili all’ingresso accelerato di Kiev, che interessa solo ai Paesi più russofobi (Germania, Polonia e Baltici): gli altri sanno benissimo che l’Ucraina è un Paese fallito da anni, ipercorrotto e tutt’altro che democratico, resterebbe belligerante anche dopo un’eventuale tregua o pace (senza più il Donbass filorusso, l’elettorato si sposterà ancor più a destra) e una volta dentro prosciugherebbe i sussidi per l’agricoltura scatenando rivolte un po’ dappertutto.

6) Dopo l’euforia sul Rearm Eu da 800 miliardi e sul 5% di Pil alla Nato, Ue e Uk, già in bolletta prima della crisi energetica del Golfo e tanto più ora, non sanno dove prendere i soldi per le proprie armi e tagliano quelle all’Ucraina, anche perché i 204 miliardi di “prestiti” fin qui sganciati li rivedremo (se va bene) fra 50 anni. E pochi premier europei sono certi di arrivare a Natale. 7) Nascosti dietro i proclami muscolari, i maggiori governi europei stanno aumentando gli acquisti di gas e petrolio da Mosca e non vedono l’ora di tornare al 2021. 8) Lo stallo sul campo di battaglia degli ultimi mesi, impiegati dai russi a demolire infrastrutture energetico-militari, conferma l’incapacità di Kiev di riprendersi i territori perduti (un quinto del Paese): infatti le sue truppe infieriscono sulla popolazione del Donbass (dallo studentato all’autobus) e su obiettivi civili ed energetici in Russia, collezionando molti titoli sui media e nessun effetto sul piano militare. 9) Dopo 52 mesi di guerra, l’Ue inizia a ipotizzare che forse è il caso di trattare con Putin anche se Zelensky non vuole (sarebbe la sua fine), ma scopre di non avere neppure un mediatore per farlo e la celebre Kallas sta facendo le valigie. 10) Una prece.