giovedì 22 ottobre 2026

E poi c'è...

 


Capita a volte, tra le insidie quotidiane, tra i ratti di ragione che ci vengono propinati da chi dovrebbe sovrintendere alla nostra vita sociale, di cercare, ansimando, un’oasi di bellezza: un incoraggiamento artistico, un effluvio di beltà racchiuso in qualcosa di straordinario, quasi mistico. Un invito al cuore a considerare che forse l’Uomo sa e può compiere capolavori in grado di elevarlo.

Ammirando di recente questo capolavoro di colui che idealizzò l’abbraccio universale nel celebre colonnato e ci regalò il Baldacchino papale, ho trovato un anfratto, un porto sicuro. Mi ha rasserenato, rendendo meno remota la speranza che non tutto sia perduto: che si possa ancora credere nel riscatto sociale, in sane sinapsi capaci di far pensare al bene di tutti, ma proprio tutti.

Il Gian Lorenzo poco più che ventenne, capace di tessere il marmo come fosse stoffa, è sinonimo di speranza e di riscatto morale. Eppure c’è chi si affligge all’idea che le guerre possano cessare. Molti si contorceranno in supercazzole, maledicendo gli accordi tra i cosiddetti grandi; altri avranno la spudoratezza di invocare la vittoria finale; altri ancora malediranno gli incontri politici che servirebbero a fermare i massacri.

E intanto da Bruxelles si rinfocola, con zelo, la fobia bellica. Fa comodo a chi, passato dalle lobby delle armi ai ruoli di governo, ne ha fatto una carriera. Ne è prova un piano di riarmo da 800 miliardi di euro, che ci farà svenare e che ci viene presentato come garanzia della nostra sicurezza.

Quel velo lavorato da Bernini con scalpelli e gradine mi camomillizza oltremodo. E mi richiama alla mente, forse a sproposito, l’evangelico “lascia che i morti seppelliscano i morti.”

Che poi, in fondo, è la speranza di chiunque desideri la pace, leggasi normodotati. 





Che pensa l'UE

 





Natangelo

 



L'Amaca

 


Anche i ricchi

pensano


DI MICHELE SERRA


Per dirla come al bar: quanto costerebbe, a un ricco, una tassa

patrimoniale, e quanto gli costerebbe pagarsi i vigilantes che lo

proteggono? E a parte i conti in tasca (vuoi scommettere che costerebbe

di meno la patrimoniale?), che futuro sognano, i ricchi? Quanto Welfare e

quanto filo spinato, considerando che il primo è il contrario del secondo?

Le tasse servono per pagare più scuole, più insegnanti, più poliziotti,

affidando allo Stato, alla collettività, il compito di educare, assistere,

quando occorre reprimere. Si chiama stato sociale ed è una soluzione di

tipo europeo — fino a che l'Europa esisterà in quanto tale, con buona

pace di Putin e di Trump. L'altra soluzione è di tipo sudamericano:

privatizzare la sicurezza, privatizzare tutto. Quartieri bunker e guardie

armate alla porta. Il "chi va là" come condizione quotidiana, e magari

qualcuno è così stupido che lo considera pure uno status symbol, vivere

blindato.

Se fossi un ricco, mi porrei la domanda. Farei come quella combriccola di

miliardari americani che hanno fondato l'associazione "Tax the rich".

Sono arcistufi di fare beneficenza: vogliono pagare più tasse. Sono più

intelligenti dei loro pari grado. Sanno che una società più equilibrata,

meno difforme socialmente, è la migliore garanzia per il futuro di tutti. E

anche per la sicurezza di tutti.

In mezzo a tanti appelli (giustificati) ai ragazzini delle periferie, "pensate

a quello che fate", vale la pena un appello simmetrico da rivolgere agli

straricchi: pensate a quello che fate. Se il capitalismo ha ancora un

cervello, lo adoperi. Se invece è solo una sequenza di algoritmi, il guaio è

grosso.


Avverte la solita aria

 

Il dépliant di Silvia Salis che si vede solo leader 


di Daniela Ranieri 

Abbiamo la sensazione, ma potremmo sbagliare, che l’establishment stia tentando in tutti i modi di lanciare Silvia Salis dall’amministrazione di Genova, città di cui è sindaca, alla ribalta nazionale. In una settimana abbiamo contato: una copertina su 7, settimanale del Corriere, con speciale di 5 pagine (“Il centrosinistra non ama la vittoria, io sì”); un’ospitata da Fazio (“È una rockstar!”); endorsement velati sui giornali padronali (“Capito Silvia Salis quanto piace, quanto funziona?”, Corriere); dichiarazioni ultimative di Salis su Campo largo e leadership; anticipazioni del libro di Salis sui quotidiani.

Ecco, il libro: il titolo È già domani (Feltrinelli) richiama il film campione d’incassi C’è ancora domanidi Paola Cortellesi, e il contenuto ricorda Open, il best-seller di Andrè Agassi e del premio Pulitzer J.R. Moehringer: qui mentori inflessibili sono il papà (“Non ti puoi permettere di essere una cretina”) e l’allenatore. Così funziona il marketing: prendi quello che ha funzionato negli anni scorsi e riempi la scocca con stoffa tua.

Chi si aspetta un manifesto politico resta deluso: c’è la sicurezza, che ovviamente “non è né di destra né di sinistra: è di tutti” (dove l’abbiamo già sentita? Ah, sì: da Alessandro Onorato; forse perché condividono lo stesso spin doctor, Marco Agnoletto, già spin doctor di Renzi?); ci sono buone idee per città funzionanti (biblioteche, centri sportivi e per anziani, etc.); ma il libro, in buon italiano, è in definitiva un dépliant autopromozionale.

Lo storytelling, arma impropria del renzismo dannunziano, vi è applicato con mirabile diligenza: il papà comunista, la fecondazione assistita (“Per me è importante parlarne, così come ha fatto la deputata democratica statunitense Alexandria Ocasio-Cortez”), il figlio col cognome della madre. Come ormai anche i muri sanno, Salis è stata martellista olimpica, da cui: disciplina, fatica, sacrificio. Non siamo alle vette insuperate di Quella tosta. Chi è, dove arriverà Maria Elena Boschi (2015), dedicato alla “giaguara” del turbo-renzismo, ma l’operazione è simile. Certo i renzismi non mancano, tipo il “ministero del Futuro” (noi, si sa, preferiremmo piani quinquennali) e l’iperliberista “capitale umano” (Salis è contro i lavori precari: dev’esser per questo che ha votato per Renzi, quello del Jobs Act).

La metafora sportiva giustifica, e ammorba, tutto il libro: “Quando penso al destino di una società mi torna in mente un campo di atletica all’alba”. Chi meglio di lei può incarnare la “resilienza”, che nella politica pop ha sostituito la più impegnativa e umana resistenza? “La politica è entrata nella mia vita, senza bussare, sotto forma di domanda. ‘Cosa succede fuori dal campo sportivo, oltre quel perimetro in cui le regole sono chiare, in cui il merito è riconosciuto da inappellabili centimetri e secondi?’”. Un po’ inverosimile: piuttosto, la pubalgia le blocca la carriera. Qui inizia la sua seconda vita: Malagò la nomina a 35 anni vicepresidente del Coni.

A un certo punto Salis capisce che non è aria di diventare presidente al posto di Malagò, e lì la politica bussa eccome, nella persona di Roberta Pinotti, ex ministra della Difesa del Pd: “Mi disse: ‘Qui a Genova abbiamo grandi problemi per trovare il candidato sindaco. Lo so che tu in questo momento vorresti diventare presidentessa del Coni, però ci sarebbe veramente bisogno di una persona come te per mettere tutti d’accordo’”, chissà perché. Al che Silvia si ricorda che da piccola non voleva fare l’atleta, bensì, indovinate un po’? “Alle elementari… quando mi chiedevano che cosa volessi fare da grande, rispondevo: ‘La sindaca di Genova’”. La competizione morde: “Vi faccio vedere che quella responsabilità che non ritenete opportuno affidare a una giovane donna per un ente come il Coni… io la vado a prendere altrove. E vi dimostro che posso irrompere in una città governata da anni dalla destra, senza aver mai fatto una campagna elettorale in vita mia, e vincere” (Dio benedica tanto agonismo; noi andremmo subito a farci controllare i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress). Pone un’unica condizione: essere appoggiata da tutti quelli non palesemente di destra (persino da Renzi). E vince. L’unica competizione a cui Salis non vuole partecipare sono le primarie: vuol essere acclamata. “Manca un leader riconosciuto del centrosinistra… Quello per il quale di solito non serve la certificazione di un voto, ma di un carisma insindacabile, che per definizione è ‘la capacità personale di esercitare un forte ascendente, fascino e influenza sugli altri… Voi riconoscete queste caratteristiche in qualcuno dei volti della politica di oggi?”.

Ergo, M5S e Pd dovrebbero saltare le primarie per incoronarla candidata premier (non ministra dello Sport: se l’ha fatto Luca Lotti, può ben farlo lei), invece di far scegliere i cittadini tra una segretaria di partito e un due volte presidente del Consiglio.

La differenza tra neoliberismo e progressismo popolare riguarda la percezione di sé come centro del mondo o del bene collettivo come orizzonte: nel Pd non riescono a trovare nessuno per fare il sindaco e il candidato premier, così lo propongono a Salis, e ciò per Salis è il segno di quanto valga lei, non di come stia messo male il Pd. Ma davvero il centrosinistra ha bisogno di sedurre (“condurre a sé”) il popolo, invece di andare verso di esso e migliorare la sua condizione?

Potrebbe, potrebbe...


Una nuova Yalta 


di Marco Travaglio 

 

“Stiamo andando verso la fine della guerra”. Stavolta non lo dice Trump o Zelensky per ragioni elettorali: lo dice Putin, che mente come gli altri, ma di solito misura un po’ più le parole, anche perché il consenso non è un suo problema. Sarà vero? Lo capiremo presto, ma l’impressione è che qualcosa si muova. Come nella primavera del 2022 coi negoziati di Istanbul subito dopo l’invasione, quando sia Mosca sia Kiev ostentavano ottimismo e si lodavano a vicenda per la buona volontà. Poi su quel tavolo, che doveva ancora sciogliere un paio di nodi belli spessi, calò il veto anglo-americano. Ora a riannodare i fili alla luce del sole sono i mediatori di Trump e sotto traccia quelli del Papa, con le telefonate a Putin e a Zelensky e le missioni a Mosca dei cardinali Gallagher e Zuppi. La Ue, al solito, non tocca palla, ma questo è un bene: non ha ancora neppure un mediatore e in quattro anni e più ha fatto solo danni. Però i Paesi che contano – Francia, Germania e Regno Unito – erano al tavolo di Witkoff e Kushner a Miami e hanno digerito il loro piano. Che Trump ha imposto a Zelensky con la minaccia di levargli l’intelligence satellitare e di non vendere più agli europei le armi che poi gli regalano. E che è la cosa meno misteriosa e più prevedibile del mondo.

La Russia si tiene quello che ha preso e qualcosa che sta per prendersi, garantendo l’integrità del restante 79% di Ucraina. Kiev non entra nella Nato (nell’Ue si vedrà, ma tira brutta aria). Le sanzioni a Mosca vengono annullate progressivamente. Gli asset russi sequestrati dall’Ue vengono in parte restituiti ai legittimi proprietari e in parte investiti in affari comuni fra Mosca, Ucraina e chi altri ci sta. Kiev riduce l’esercito e l’industria militare. Per metterla al riparo da eventuali nuovi attacchi, Usa e Ue inventeranno qualcosa di simile all’articolo 5 Nato, per quel che vale e per chi vi aderirà (pacche sulle spalle e belle parole). Un segreto di Pulcinella che, se e quando sarà firmato, imporrà una domanda agghiacciante: quanti morti e rovine in Ucraina e disastri economici in Europa si sarebbero evitati siglandolo uno, due, tre, quattro anni fa? Tutti sapevano da subito che sarebbe finita così. Ma molti – soprattutto nell’Ue e a Kiev – hanno preferito credere alla loro propaganda per salvare la faccia e la poltrona. In ogni caso, neppure un’intesa finalmente firmata e il silenzio delle armi basterebbero a risolvere il problema. L’Est Europa è una polveriera dalla fine della Guerra fredda, a cui purtroppo non seguì una pace almeno tiepida. Serve una nuova conferenza tipo Helsinki 1975, che risolva tutte le questioni di sicurezza aperte: per tutti, anche per la Russia. Possibilmente preceduta da una nuova Yalta fra gli Usa, la Cina, la Russia e – ove mai esistesse – la Ue.