domenica 26 luglio 2026

Tranquillizzati!

 


Non succederà mai, mai e poi mai. Tranquillo Ignazio il nero perdi sempre non salirà mai al Colle. A meno che non vogliate un sollevamento popolare. L’Italia ha la stupenda sua Costituzione che è Antifascista. E la proteggeremo da tutto e da tutti. Costi quel che costi!

Preludio

 


Che meraviglia alzarsi e percepire quel frizzantino in aere ambasciatore di ciò che tra poco più di un mese avvertiremo allorché questa malvagia estate se ne andrà tra scroscianti ovazioni! Quel venticello fresco che solo per qualche giorno ci affascinerà le membra per poi lasciarci in mano all’ennesima torrida prova della nostra ancestrale idiozia! Guardo con amore i maglioncini riposti in armadio, fremente di dimenticare il rivolo di sudore che già al mattino scorre solitario lungo la schiena. Fremo per l’attesa convinto come non mai che l’estate, deturpata dagli sciacallaggi ambientali, sia una punizione ingiusta, visto che i responsabili beatamente si sollazzano all’ombra di uno split, fameliche iene protese, da sempre, a ricercar maggior lucro, per il quale, quotidianamente, invio a loro il primo mattutino vaffanculo!

Happy happy!

 

Anche il Rock a volte si ricorda del Tempo! Auguroni Mick!



E venne il momento!

 



L'Amaca

 


Se Londra va a Manchester

di Michele Serra


Sarebbe bello se funzionasse davvero, la «Downing Street bis» aperta dal premier britannico Burnham a Manchester, la sua città. Non è ordinario decentramento, non è localismo, non è una goffa impuntatura autonomista (tipo il buffo «parlamento del Nord» di memoria bossiana, del quale non rimane nemmeno la polvere). È una specie di sdoppiamento di Londra, è lo Stato che rimane uno solo ma apre bottega anche nel Nord depresso. Come se Palazzo Chigi aprisse una sua seconda sede operativa a Palermo o a Reggio Calabria, e questa sede non fosse in alcun modo un'articolazione delle Regioni: fosse Stato, fosse governo nazionale.

Le polemiche sui costi dell'operazione (ma Burnham replica che costa molto anche convogliare su Londra persone, riunioni, decisioni) sottovalutano il suo significato politico. Ricucire il rapporto sempre più lacerato tra potere e cittadini, e tra centro e periferia (nel caso di Manchester si dovrebbe dire: tra centro e non centro) è forse la sfida più difficile della politica. L'idea che tutto si decida «lontano» coincide con l'idea stessa di Palazzo. È immaginabile che in Inghilterra si dica «tanto decidono tutto a Londra» così come noi diciamo «tanto decidono tutto a Roma». E in questo senso già decidere qualcosa a Manchester (qualcosa che valga anche per Londra, non solo per Manchester) comunica un piccolo brivido di novità.

Riavvicinare «la gente» alla politica è in questo momento, in mezzo mondo, la sfida più difficile. Il problema non è Vannacci (sempre più somigliante ad Alberto Sordi, anche travestito da imperatore), il problema è che a votare, di questo passo, ci andrà meno della metà degli elettori. Tanto hanno già deciso tutto a Londra.

A proposito.di

 

L'insostenibile rumore della faziosità

di Michele Serra


Dalla morte di Fakir alla sentenza Roggero fino agli scontri di Bologna e quelli dei NoTav, il populismo social inquina il dibattito pubblico.


Il clima politico del Paese è orrendo. Ma di un orrore senza meraviglia e senza sorprese, l'orrore implacabile dell'odio monocorde, della faziosità ossificata, con le voci che si fanno sempre più stridule e al tempo stesso sempre più risapute. E sempre meno significanti.

Quando i portavoce dei partiti compaiono nei telegiornali, nei loculi umilianti predisposti per le loro dichiarazioni da scolaretti (vergogna pluridecennale della Rai credere che sia «informazione politica» questo raccapricciante siparietto di faccine e di frasette), tu sai già cosa diranno prima che lo dicano, parola per parola, e non esiste modo più efficace per screditare la Polis, farle perdere prestigio, importanza, autorevolezza. La politica, se non è più in grado di dire qualcosa di sorprendente, di utile, di nuovo, diventa un rumore di fondo, per quanto alto sia il volume delle urla.

La recente, sovreccitata zuffa sull'ordine pubblico (ma già «ordine pubblico» è un concetto troppo alto e rispettabile per essere la vera ragione del contendere) è in questo senso disperante. Non si è sentito un solo esponente della destra dire che la morte di un poveraccio fuori di senno, se avvenuta per mano della polizia, è un fatto gravissimo: la divisa non è mai un attenuante, è una responsabilità. Non si è sentito un solo esponente della sinistra dire che la polizia ha un compito duro e difficile, e non va accusata a priori di essere assassina (come fanno, cretinamente, i cretini in cerca di scontri), va aiutata a sbagliare sempre meno — anche con sentenze esemplari come quella su Cucchi — e va sostenuta nella sua fatica di migliorarsi. La polizia, così come la magistratura, esiste in difesa di tutti, e dunque va difesa da tutti.

Non si è sentito un solo esponente di destra dire che il gioielliere Roggero, con la sua reazione omicida spropositata e sempre rivendicata, non è un eroe ma un duplice omicida che ha commesso un crimine violento, inevitabilmente punito dalla legge dello Stato, che vale per ogni cittadino di questo paese. Non si è sentito un solo esponente di sinistra dire che vivere sotto la costante minaccia del crimine è fonte insopportabile di ansia, che in alcune zone del paese i cittadini si sentono indifesi, in balia della delinquenza di strada, che la violazione di un domicilio o di una bottega per rapinare il frutto del lavoro altrui è una ferita tremenda. Il lavoro, per la sinistra, dovrebbe essere sacro: quello di un bottegaio non è forse lavoro?

Non si è sentito un esponente della destra dire che l'equivalenza crimine/immigrazione è una porcheria razzista, robaccia da Vannacci o da Salvini (in ordine di sondaggio) indegna di una società liberale e della Costituzione della Repubblica. Non si è sentito un esponente della sinistra dire che le bande di immigrati magrebini di seconda generazione sono proprio: bande di immigrati magrebini di seconda generazione, e dunque abbiamo un problema, e ce l'hanno anche le comunità magrebine. Un conto è l'accoglienza, un conto l'integrazione. Per l'accoglienza basta il cuore, per l'integrazione ci vuole la politica. Meno emozioni e più idee ragionevoli, meno anatemi e slogan, più buone leggi e investimenti utili, non dovrebbe essere questo il vero core business della politica?

Non c'è un solo esponente di destra che abbia difeso il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, per avere indetto una manifestazione civile e pacifica che ha ammortizzato le scontate violenze già progettate dagli ultras, che sarebbero scesi in piazza da soli. Non c'è un solo esponente di sinistra che dica con la dovuta e tardiva franchezza che i devoti allo scontro sono mascalzoni senzienti, o fanatici incurabili, nemici non solo e non tanto della sinistra, ma della democrazia e della convivenza civile nel suo complesso: che è ben più grave. (Identica considerazione, amplificata dall'ammontare dei danni e dal numero di agenti feriti, andrebbe estesa agli incappucciati che si fanno chiamare NoTav). Che a destra i fascisti abbondino non può essere in alcun modo un alibi per giustificare lo squadrismo di sinistra.

Eppure la realtà, la vita quotidiana, quei famosi «problemi concreti della gente» che sono una specie di mantra dei buoni propositi politici, sono con ogni evidenza il combinato disposto di tutte le cose appena scritte qui sopra: più molte altre ancora. Non c'è un solo caso in discussione, non c'è nodo sociale o questione ideologica che non suggerisca qualche esitazione nel giudizio, qualche supplemento di riflessione. E non è possibile accettare che proprio il mondo politico, accreditato di essere classe dirigente, non solo non provi a fornire qualche elemento di esitazione, ma sbrodoli ogni giorno una scia di slogan che sono tristemente uguali a quelli dei vituperati social.

Sì, i social hanno gravemente abbassato il livello del dibattito pubblico, ridotto ogni discorso a schemino offensivo o difensivo, rattrappito i tempi di studio e di lettura, impoverito il linguaggio. Ma nulla impedisce a chi fa politica, in rappresentanza del popolo, di sottrarsi a questo sprofondo culturale e di invertire la tendenza.

Non è vero che il popolo è la miserabile massa di irretiti dall'algoritmo, la sterminata clientela che i soli veri nemici del popolo (gli oligarchi del web) conducono a loro piacimento. Il mondo, Italia compresa, è pieno di intelligenze, ambizioni, speranze che appartengono alle persone semplici tanto quanto a quel poco che rimane delle élite.

La classe dirigente ha il dovere dell'esemplarità, lo spettacolo abominevole dei politici populisti che si portano da bestie e da cafoni perché, così dicono, si è più «popolari», merita una sospensione: è profondamente offensivo nei confronti del popolo, e viene da aggiungere, in questo senso, che niente è più antipopolare del populismo.

Molti anni fa scrissi, su questo giornale, un articolo ammirato e sorpreso. Era successo che Mara Carfagna, esponente di destra, aveva cambiato il suo voto su non ricordo più quale legge sulle questioni di genere. «Mi ha fatto cambiare idea discutere con colleghe della sinistra, sono loro che mi hanno convinto», disse Carfagna. Sembra, in questo clima infernale, una parabola del Vangelo.

Oh sì sì che PD!

 

La padella e la brace 


di Marco Travaglio 

Quando un politico vuol mandare un messaggio ai poteri marci senza farlo sapere in giro, li chiama aumma aumma o, se non ha il numero, dà un’intervista al Foglio. Che, essendo un organo clandestino, non rischia di essere letto dalla gente normale. È ciò che ha fatto la Schlein: carezze a Draghi che, perse le speranze nella Meloni, si sente spesso con lei; garanzie al partito delle armi e della guerra eterna (quella in Ucraina può finire solo con una “pace giusta dal punto di vista di Kiev” e “l’isolamento di Putin”, cioè mai finché sarà vivo un solo ucraino); silenzi parlanti sui crimini di Usa e Israele da Gaza alla Cisgiordania, dall’Iran al Libano alla Siria (non una sillaba neppure su Netanyahu e Trump). Queste parole e omissioni non sono sfuggite ai movimenti per la pace, che s’interrogano angosciati sull’invotabilità dei progressisti a trazione Pd e sull’abbraccio mortale che il Melonellum imporrà a M5S e Avs, costretti a coalizzarsi per battere le destre e poi sostituirle con una copia sbiadita. Prospettiva che terrebbe a casa tanti giovani e astensionisti in bilico, disgustati dall’unica alternativa possibile: quella fra la padella e la brace.

Sarebbe interessante sentire la sinistra del Pd, decisiva nel 2023 per l’elezione di Elly. Bettini, su guerra, riarmo e babau russo, ha già dato ragione a Conte, e così il flotillero Scotto. Bersani domanda se armare Kiev a oltranza, senza proposte realistiche di compromesso che partano dal campo di battaglia, “serva a tenere in piedi l’Ucraina o la guerra”. Ma tutti gli altri tacciono, forse per paura di non essere rinominati (le liste bloccate piacciono pure al Pd). O acconsentono, come Taruffi e Provenzano, che chiedono financo di prendere i prestiti Safe per il riarmo, scavalcando la Meloni che li respinge. Siccome questa non è una questione qualunque, ma “la” questione che ipoteca il futuro nostro e dei nostri figli, visto che il riarmo prosciugherà ogni risorsa per decenni impedendo di trovare un solo euro in più per sanità, scuola, ricerca, salari e investimenti, sarebbe gradita una parole chiara da tutti i big del Pd. A meno che non parli per loro una delle analiste più ascoltate in casa dem e in tv: Nathalie Tocci, nominata da Gualtieri in Acea, che ha appena lanciato sull’Economist un’idea geniale per convertire “gli europei a una mentalità di guerra”: “Mettere truppe sul campo non aiuterebbe l’Ucraina, ma potrebbe aiutare l’Europa a trovare lo stomaco per la guerra… Schierarle ora, prima di un ipotetico cessate il fuoco, potrebbe recare beneficio all’Europa, incoraggiando i cittadini a sviluppare un’attitudine mentale che li preparerebbe meglio alla guerra”. A proposito di stomaci: se la linea è questa, la brace può essere persino più vomitevole della padella.