Gliene avrei assegnati tre, quattro di Nobel a questa grande donna!
Suka Biondone! Suka. Boia! Suka Rubio - che ha annunciato sanzioni contro la CPI!!! Sai Rubio dove dovresti mettertele le sanzioni? Lo sai vero? -
Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
Gliene avrei assegnati tre, quattro di Nobel a questa grande donna!
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Un applauso per l’alto profilo istituzionale di questa bella coppia di moglie e marito: Giusi Bartolozzi e Gaetano Armao. Lei magistrato di massimo potere a Roma, lui avvocato di massimo prestigio a Palermo. Siciliani di nascita, di vocazione e di destino. Sempre eleganti e carichi di ambizioni. Berlusconiani in purezza. Devoti al punto da cantare con Silvio l’inno tra le bandiere di Forza Italia ai bei tempi, quando la Sicilia era tutta candita d’azzurro elettorale, come certe cassate da addentare e masticare una fetta alla volta, mentre Berlusconi a Palazzo Chigi diceva: “Tranquilli, ce n’è per tutti”.
Questo Gaetano Armao lo hanno appena filmato i carabinieri mentre infila il malloppo presunto delle presunte mazzette in automobile, in studio, in tasca, nel cestino dei rifiuti e persino nell’orologio a cucù, un tocco d’astuzia professionale che non si vedeva dai tempi dei puf di Poggiolini, riempiti di diamanti. Soldi per vendere autorizzazioni ambientali, dice l’accusa dei magistrati che hanno chiesto il suo arresto. Vedremo.
Lei sta nelle brutte cronache del potere dai tempi in cui si è trovata in mezzo tra il suo capo, Carlo Nordio, ministro di blanda Giustizia, e quel ceffo del generale libico Almasri, mercante di schiavi e torturatore in capo, nei lager dove vengono ammassati i migranti, stuprati donne e bambini. Un bandito che la polizia aveva arrestato e che il 21 gennaio 2025 il governo ha fatto fuggire su un aereo di Stato per poi provare a nascondere quel fango nell’orologio a Cucù dell’immunità parlamentare, anche quello un tocco d’astuzia professionale che Giorgia Meloni e Nordio vorrebbero estendere a Giusi, che non è più onorevole, ma ha gli assi del mazzo per meritarsela. E che abbiamo rivisto nel marzo del 2026 nella bella combriccola della “Bisteccheria”, fotografata a cena con l’allora sottosegretario alla Giustizia, Andrea DelMastro, socio di uno dei tanti prestanome del clan Senese, con società inquisita e intitolata a un perfetto programma politico, “Le 5 forchette”.
Periglioso e discontinuo è il rapporto della nostra coppia con la giustizia e i suoi impicci.
Magistrata a Gela, Palermo e Roma, nel 2018 Giusi si sfila la toga e indossa Forza Italia. Con Berlusconi è intesa al primo sguardo, un passaggio in Parlamento, per poi agguantare una nuova carriera dentro al ministero della Giustizia, plenipotenziaria delle carriere altrui. Prima vicecapo poi capo di gabinetto a raddrizzare l’eloquio di Nordio e a dare ordini alla struttura sottostante, 20 persone alle sue dipendenze, tanto potere da guadagnarsi il soprannome di “Zarina”.
Gaetano compie analogo tragitto sull’altra sponda dello Stretto. Da avvocato e professore universitario, diventa deputato regionale in Forza Italia, supporter di Nello Musumeci che lo premia nominandolo vicepresidente della Regione e assessore all’Economia. Non gli basta. Nel 2022 Armao si imbatte in Carletto Calenda e gli crede. Si candida governatore, va a sbattere, ovviamente. Si toglie la polvere di Calenda e abbraccia il nuovo vincitore, Renato Schifani, che lo premia nominandolo presidente della Commissione tecnica, dove si esaminano proprio le autorizzazioni ambientali per eolico, fotovoltaico, termovalorizzatori, grandi opere. E dove girano non solo tanti cattivi malloppi, ma anche tanti bravi investigatori.
Giusi e Gaetano condividono tutto, a cominciare da un appartamento romano di 167 metri quadri a due passi dalla Fontana di Trevi, comprato nel 2024 per un milione e 450mila euro, 950mila versati con disponibilità proprie. Ma naturalmente condividono anche gli alti ideali. Al referendum sulla giustizia si schierano spalla a spalla contro i magistrati, lui a dirigere i “Comitati civici per un giusto Sì”, lei a spiegare in tv che con il Sì ci saremmo “tolti di mezzo la magistratura”, considerando le toghe dei “plotoni di esecuzione”. Guai a noi, diceva, se dovesse vincere il No: “In quel caso lascerei l’Italia – promise –. Scapperei, ho un’inchiesta in corso”.
Purtroppo per lei non l’ha fatto e ora sta impigliata nel fattaccio del mercante Almasri, che invece di inseguire “in tutto il globo terracqueo” (Meloni dixit) abbiamo restituito alla sua gang di tagliagole libici che un anno dopo – vedi mai la sorte – si è incaricata di arrestarlo.
Stavolta veniale è un altro guaio giudiziario che li fotografa insieme, un viaggetto a Capri, ottobre 2025, per il Convegno sulla digitalizzazione della Giustizia. Nordio rinuncia, deve riposare. Loro no: arrivano sull’isola con la motovedetta della Guardia di Finanza destinata al ministro, con pernottamento al Quisisana. Chi paga? Polemiche sui giornali, mentre il plotone d’esecuzione della Corte dei conti apre l’inchiesta.
Per non farsi mancare un tocco di nera ironia, Gaetano Armao dedica un libro nientedimeno che a Rosario Livatino, martire di mafia a 37 anni, santo per la Chiesa. Edificante l’inchiostro che Gaetano versa per innalzare al cielo la gloria di quel giovane magistrato siciliano, mentre lui personalmente si abbassa – secondo l’accusa – a trasformare la propria funzione pubblica in denaro privato. Treccani Editore, incurante o ignaro dello scandalo, pubblica il libro al quale aggiunge uno scritto di Alfredo Mantovano e addirittura di Renato Schifani. Il ministro Nordio sponsorizza il libro con apposito comunicato, le istituzioni festeggiano, Livatino si rigira nella tomba.
Ed eccoli qua, Giusi e Gaetano, la coppia perfetta. Lei Forza Italia, Parlamento, magistratura, Nordio, Delmastro, Almasri. Lui Forza Italia, Musumeci, Calenda, Schifani, autorizzazioni ambientali. Lei voleva togliersi di mezzo i magistrati. Lui oggi aspetta che un magistrato decida sulla richiesta di arresto. Lei custodiva i dossier più delicati della Giustizia italiana. Lui presiedeva uno degli organismi più delicati della Regione siciliana. Due carriere parallele che si aiutano, si proteggono. Che prendono il largo insieme, da una trentina d’anni, grazie alla lunga fila di quelli che li hanno scelti, promossi, protetti, riconfermati. Compresi i ministri e i presidenti che li hanno considerati indispensabili.
Sperando che almeno stavolta i campioni del garantismo peloso si rallegrino visto che finalmente s’è avverata la famosa “inchiesta a orologeria” che inghiotte tangenti, vergogna, decoro e a ogni ora esatta fa cucù a noi, a loro, alla nazione.
Sembra impossibile che la memoria storica abbia così breve respiro. Se leggiamo un libro di storia o di sociologia sappiamo quale sia stato in passato il ruolo della stampa, dell’accademia e della diplomazia nella legittimazione della narrativa del potere. Eppure oggi l’apparato mediatico, l’intellighentia e la diplomazia si presentano all’opinione pubblica come neutri commentatori, un po’ preteschi, pronti a trasmettere il proprio oggettivo sapere ai cittadini attraverso la televisione, considerata da Pasolini lo strumento per eccellenza del potere totalitario che spazza via le ultime sacche di resistenza emotiva e psicologica da lui individuate forse erroneamente nell’Italia contadina e sottoproletaria.
Mi stupisce il candore con il quale i fabbricatori del consenso, dagli editorialisti dei giornali più ingiustamente reputati ai colleghi diplomatici, interrogati come oracoli nei talk show delle tv di destra e del Pd, si rivoltino contro coloro che si permettono di dubitare della loro onestà intellettuale. Il conduttore Formigli per esempio, nel difendere Orsini concedendogli di non lavorare per Putin, ha preteso una paritaria percezione del lavoro dei giornalisti dello spazio mediatico mainstream, che esprimerebbero soltanto convinzioni neutre e non condizionate dal potere. È mai possibile che si arrivi a posizioni così candide e ci si astragga dal contesto geopolitico nel quale viviamo? È possibile che non si sappia che se un rettore di università, un ambasciatore, un direttore di un giornale più letto, prende la minima distanza dalla narrativa di Israele o della Nato, la sua carriera, le prebende, i vantaggi del suo status sono immediatamente minacciati? La classe dirigente è stata nei tempi una roccaforte del potere politico ed economico. Vero è che nel trentennio glorioso delle democrazie occidentali, ai tempi in cui si costruiva un pluralismo democratico, benedetto dalle nostre Costituzioni, le università sono state la culla di un pensiero critico verso il potere e il giornalismo di inchiesta e professionale ha incarnato un quarto potere, essenziale alla dialettica democratica. Negli anni Settanta persino la diplomazia aveva costituito un settore critico e in grado di opporre la propria concezione del funzionario di Stato e della politica estera ai meccanismi di potere verticale della Farnesina. Erano altri tempi. I tempi della Politica, di leader come Berlinguer, di giornalisti come Montanelli, Bocca, Pintor. Di intellettuali come Pasolini o Moravia. Erano i tempi in cui il potere atlantico era temperato da quello sovietico.
Oggi in una delle tante province dell’Impero, l’Italia, lo zelo verso il potere da parte di diplomatici, burocrati, accademici e giornalisti è illimitato. L’autocensura funziona a meraviglia, incentivata dalle gogne mediatiche attraverso le quali le poche voci del dissenso devono passare. I decreti Sicurezza, il ddl Antisemitismo, le tv lottizzate tra destra meloniana e Pd, la demonizzazione di intellettuali, giornalisti e diplomatici dissenzienti, come filoputiniani e antisemiti, forniscono strumenti preziosi per l’annullamento del pluralismo democratico e lo slittamento verso società autoritarie. Il signor Giannini su Repubblica del 3 ottobre si domanda come sia stato possibile non comprendere la gravità di quanto succedeva a Gaza. Utilizza il plurale maiestatis: “Non abbiamo compreso”. Un atto di dolore tardivo ma benvenuto. Il problema è che Giannini fa fisicamente sparire il mondo dei Propal, dei militanti della Flotilla, di diplomatici come la sottoscritta querelata per antisemitismo e linciata pubblicamente, che invece, guarda un po’, avevano compreso già nel lontano gennaio del 2024 quanto stava accadendo.
Dubito tuttavia che i giornalisti e i politici mainstream che si affannano oggi a condannare Netanyahu, Cnn, Bbc e Mentana inclusi, abbiano cambiato idea. Si tratta infatti dell’ennesima manipolazione del cittadino ignaro. Sono gli stessi che non riescono a pronunciare la parola genocidio (pronunciata eccome dalla Cig dell’Onu), che pensano che Netanyahu sia una parentesi nella storia dell’unica democrazia del Medio Oriente, e che gli eventi di Gaza e di Cisgiordania siano il risultato di una guerra tra israeliani e palestinesi, di fanatismi opposti, di violenze giustificate nel caso di Tel Aviv dal suo “diritto a esistere”. Ci sarebbe da sorridere se ancora oggi in Palestina non si contassero le bare di innocenti e le carceri israeliane non nascondessero torture inaccettabili e detenzione di minorenni. Come afferma Roberto Scarpinato, rivolgiamoci con le primarie alla società civile: “Volete un’economia di guerra contro la Russia e la complicità al genocidio di Gaza, oppure un ritorno alla politica e allo Stato sociale?”. Questa è la scelta essenziale per salvare la nostra umanità.
Il Melonellum, approvato definitivamente dalla Camera, è una porcata perché trasforma una mini-minoranza (42% dei voti, cioè 26-27% degli elettori) in una super-maggioranza (55% dei seggi); perché i capilista bloccati decisi dai capi-partito lasciano poche decine di seggi ai candidati scelti dagli elettori con le preferenze; e perché il numero abnorme di firme da raccogliere in ogni circoscrizione (non più 1500, ma 6mila) sbarra le porte del Parlamento ai partiti piccoli e nuovi senza gruppo, guardacaso tutti di centrosinistra. Ma la porcata è un po’ meno porca del Rosatellum targato Pd renziano, che ha le liste interamente bloccate; ma anche dell’Italicum, anch’esso targato Pd renziano, che aveva i capilista bloccati – per giunta candidabili fino a 10 collegi – e regalava il 54% dei seggi a chi superava il 40% dei voti. Si dirà: ma la Meloni ha imposto la legge ricattando la sua maggioranza riottosa con la fiducia al governo: una vergogna. Ma a rinfacciargliela può essere solo chi non l’ha mai fatto (a parte lei): M5S e Avs, non certo il Pd, che fece lo stesso con la fiducia al governo Renzi sull’Italicum e al governo Gentiloni sul Rosatellum. E le preferenze, decisive per un Parlamento eletto e non nominato, non le abolì la destra col Porcellum nel 2006, ma il Mattarellum scritto nel 1993 dall’attuale capo dello Stato, che nel proporzionale inventò le liste bloccate. Chi è senza porcata scagli la prima pietra.
Però l’entrata in vigore del Melonellum non è affatto automatica dopo l’ultimo voto di ieri: “Il presidente della Repubblica, prima di promulgare la legge, può con messaggio motivato alle Camere chiedere una nuova deliberazione. Se le Camere approvano nuovamente la legge, questa deve essere promulgata”. È l’articolo 74 della Costituzione, che però gli ultimi due presidenti, i firmatutto Napolitano e Mattarella, hanno rimosso e rimpiazzato con la pantomima detta moral suasion: il Quirinale si impiccia nella formazione delle leggi e, quando il Parlamento gliele manda per promulgarle, non può più respingerle perché ne è il coautore. Quando un tempo vigeva l’articolo 74, a ogni porcata tutti guardavano su verso il Colle, sperando che non la firmasse. E spesso venivano soddisfatti. Scalfaro incenerì il Salva-ladri di Amato e Conso; Ciampi la schiforma giudiziaria di Castelli e la Gasparri salva-Rete4. Poi più nulla. Ora che Mattarella firmerà anche il Melonellum, tutti diranno, anche se è falso, che non poteva non farlo. Quel genio di Merlo, su Rep, s’è già portato avanti con la lingua: “Anche nel caso della legge elettorale, Mattarella resterà arbitro” e la firmerà per non essere “schierato”. Com’è noto l’arbitro, se vede un fallo, non deve fischiare, sennò è “schierato”. Se ne deduce che l’unico arbitro imparziale è la mummia.