Prolasso alle gònadi
Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
sabato 23 maggio 2026
L'Amaca
Il burattino senza fili
DI MICHELE SERRA
L'uomo che inciampa è un classico del meccanismo comico. Se poi l'uomo che inciampa è ricco e potente, e cade a faccia in giù in una pozzanghera, la risata si libera di ogni senso di colpa. Non fa ridere allo stesso modo la caduta del disgraziato, che la retta via non sa davvero come mantenerla.
La caduta del robot è una variante inedita. Se avete visto il video dell'umanoide made in China che mentre imita Michael Jackson stramazza su un gradino, e non si rialza più, da danzatore a fantoccio, da vivo a morto in un istante: beh, la classica risata dura appena un attimo e lascia subito il posto a una specie di solidale sgomento. Fa pensare, quel guitto disarticolato, incapace di risollevarsi, al servo schiantato dal lavoro. All'animale da circo costretto all'esibizione innaturale. Alla vittima di un azzardo non imputabile a lui.
L'uomo robusto (il suo inventore?) che dopo un istante si avvicina, lo osserva, lo solleva e con calma se lo porta via, senza l'affanno del soccorso, senza la pena per il ferito, appare immediatamente come il solo artefice della scena. È lui, non il robot, l'emulatore fallito di Michael Jackson. È lui che ha esposto allo sghignazzo del pubblico quei chili di metallo e chip addestrati a fingersi una popstar — chissà perché, poi: per quale utile bisogno umano?
Non diremo mai abbastanza che non è la tecnologia, a farci paura, è l'uomo che la adopera, che se ne serve per gli scopi più disparati: scienza e avidità, medicina e guerra, cura e sterminio, soccorso e controllo sociale. Nessuno ha paura del burattino, tutti del burattinaio. Molti anni fa in Francia prese piede un movimento, mezzo dadaista, per la liberazione dei nani da giardino. È ora di fondare un movimento per la liberazione dei robot in cattive mani.
Ricordo Slow
Il rivoluzionario che ci ha insegnato l'umanità del pane
DI MICHELE SERRA
Era un rivoluzionario, anche se già qualcuno lo commemora come un tradizionalista. Era un uomo del popolo, e rischia di essere ricordato come il profeta di una élite gaudente. È stato una mente politica e un organizzatore sociale molto ammirato all'estero, piuttosto misconosciuto in patria. Era un internazionalista di sinistra, un globalista visionario, ma se ne parlava prevalentemente come cultore del local, del piccolo luogo, delle singole culture indigene.
Carlo Petrini non ha avuto alcuna colpa di questi equivoci. La sua sfida era (ed è) ardua e coraggiosa, non è stata una pagina facile da scrivere, nemmeno da leggere. Sfida culturale: impedire che la massificazione cancellasse le identità, le storie, le culture, le sapienze, le esperienze, la memoria (in una parola: l'umanità del cibo e l'umanità in generale). Che omologasse i sapori, sterilizzasse il rapporto tra uomo e natura, approfondisse la cesura, drammatica, tra la società urbanizzata e la terra madre. L'uomo senza i piedi e le mani nella terra doveva sembrargli amputato.
La sua sfida politica era che i produttori, i contadini, gli allevatori, i pescatori (a tutt'oggi: circa un terzo del genere umano) fossero il motore, e non un ingranaggio, i protagonisti, non le vittime, della filiera del cibo, sfidando il paradigma secondo il quale solo l'agroindustria, solo il latifondo biotecnologico potessero sfamare l'umanità. Non voleva che l'industria chimica e i fondi di investimento fossero i padroni definitivi del cibo mondiale, proprietari dei brevetti delle specie (poche) e progettisti esclusivi di un paesaggio agricolo ridotto a distese interminabili della stessa soia, dello stesso mais. La cancellazione della biodiversità come razionalizzazione capitalistica della produzione agricola: è un progresso o un regresso?
Vedeva nella cancellazione dell'agricoltura di autoconsumo nei paesi poveri un colpo inferto dal capitalismo aggressivo alla dignità contadina; nelle masse proletarizzate e affamate che migravano verso le megalopoli, perdendo terra, autonomia, identità, libertà, vedeva il segno di un arretramento secco della condizione umana. Certo non un segno del progresso.
Ha guidato la nascita di migliaia di orti in Africa, messo in rete comunità contadine di tutto il pianeta, convocato a Torino, per Terra Madre, gruppi entusiasti di coltivatori che arrivavano, a migliaia, da ogni angolo della Terra, dalla tundra all'Equatore, dalle Ande al Giappone, per scambiarsi esperienze, conoscersi meglio, valutare problemi insospettabilmente simili, e finalmente messi in comune.
Ha rivoluzionato, con Slow Food e la sua capillare presenza territoriale, buona parte della ristorazione italiana, segnalando con la chiocciolina il buono, la cura degli ingredienti del territorio, il giusto prezzo, e insegnando a diffidare del generico, del turistico, dell'improvvisato, del pacchiano. Ha mandato in orbita le sue Langhe, che soprattutto grazie a lui hanno preso coscienza del loro altissimo valore enologico. Ha creato, a Pollenzo, una Università delle Scienze Gastronomiche che è avanguardia mondiale, con studenti di ogni paese che imparano, nel cibo, a leggere economia, biochimica, agraria, sociologia, politica. È a Pollenzo che oggi e domani lo saluteremo in tanti.
Questa incredibile avventura, partita dalla piccola città di Bra, da un tipico apprendistato politico negli anni Sessanta e Settanta (Radio Bra Onde Rosse…) ha avuto come ingrediente fondamentale l'empatia umana di Carlo. Il suo culto dell'amicizia, del convivio, dello stare insieme, ridere insieme. Ha coltivato la socialità, la conversazione, lo scambio umano per tutta la vita, avendo il privilegio straordinario, e meritato, di poterlo fare con un papa (Francesco), un re (Carlo d'Inghilterra) e con un numero enorme di contadini, di gente semplice, di amici, di corrispondenti di Slow Food da mezzo mondo.
Sapeva star bene con gli intellettuali e con le cuoche, con i pastori e con i politici, purché il modo fosse gentile, familiare, semplice, e la tavola fosse ospitale.
Fu protagonista, con l'inseparabile scudiero Azio, di scherzi memorabili, messe in scena, simulazioni e beffe delle quali si è riso per anni fino all'ultimo bicchiere. Cantava così così, ma cantava, e si esibì al Club Tenco, uno dei suoi luoghi del cuore, in un trio detto "i Madrigalisti d'Oltre Tanaro". Amava fare notte fonda, e non gli piaceva che qualcuno se ne andasse prima del tempo (in questo suo oltranzismo conviviale era quasi più pericoloso di Gianni Mura).
Una notte di parecchi anni fa lo vidi arrampicarsi lungo i colli del Roero per il rito primaverile delle uova, che annuncia prosperità a chi accoglie, e minaccia disgrazia a chi respinge. Fattoria dopo fattoria, fino all'alba. Con lui ragazzi americani, tedeschi, giapponesi, che avevano imparato a memoria il canto rituale, in stretto langarolo. Il mondo intero, ma in un posto solo, e con il bicchiere in mano. Pane, uova, salame. E fraternità. Il mondo come lo voleva Carlo, e come forse mai non sarà. Ma c'era, quel mondo, quando c'era Carlo.
Salubre intervista
Intervista a Francesca Albanese, relatrice Onu per la Palestina: Sulla Flotilla e Gaza la nostra indignazione è selettiva. Le condanne di Meloni? Too little, too late
Francesca Albanese, le immagini degli attivisti della Flotilla inginocchiati, umiliati, in dei casi torturati, dopo essere stati sequestrati illegalmente, hanno fatto il giro del mondo.
L’ennesimo attacco contro la Flotilla è un assaggio di ciò che i prigionieri palestinesi affrontano ogni giorno, nel silenzio degli Stati e dei media principali. E conferma la brutalità dello Stato israeliano, sostenuta dall’impunità di cui gode. Se le condanne ci sono, non seguono azioni tangibili, come la cooperazione con la giustizia internazionale e la fine della complicità economica e militare. Per l’Europa, parlo in primis della sospensione dell’accordo di cooperazione economica tra Ue e Israele, un accordo che viola il diritto internazionale. L’indignazione non può esaurirsi con il ritorno a casa degli attivisti, ma deve continuare fino alla fine dell’occupazione, dell’apartheid e del genocidio. Serve mobilitarsi in modo permanente. E gli italiani sono tra i primi che hanno dimostrato di poterlo fare.
‘Benvenuti nell’Apartheid senza frontiere, che presto diventerà il Consorzio Mediterraneo dell’Apartheid’, ha scritto sui suoi social.
Certo. Israele sta portando alle estreme conseguenze una logica che i governi europei hanno già contribuito a normalizzare: controllo securitario delle frontiere, sorveglianza permanente, criminalizzazione della solidarietà e impunità per la violenza esercitata contro civili e attivisti. Da anni lasciamo morire nel Mediterraneo migliaia di persone in fuga da guerre, persecuzioni e miseria, rafforzando pure certi regimi autocratici della sponda sud del Mediterraneo e trasformando il mare in uno spazio sempre più militarizzato, un vero e proprio ‘cimitero liquido’. Non è un caso che molte di queste politiche si basino anche sull’utilizzo di tecnologie militari israeliane, come i droni prodotti da Elbit Systems.
È anche per questo, secondo lei, che fino a pochi giorni fa, nessun Paese ha avuto la forza di prendere posizione contro gli abbordaggi israeliani della Flotilla?
È questo il punto più inquietante: sembrano non esistere red lines. Lo scopo degli attivisti era entrare nelle acque di Gaza e queste non sono sotto sovranità israeliana: restano sotto occupazione illegale. Israele non ha quindi alcun diritto di intercettare e sequestrare persone in acque internazionali, ben lontane dalle acque territoriali israeliane. Eppure nulla sembra sufficiente per una reale rottura politica da parte dell’Europa. Netanyahu manda navi da guerra a sequestrare cittadini europei, a due passi dalle acque europee, e l’Europa ha paura di rompere il blocco illegale che Israele impone su una popolazione stremata, nonostante la Corte internazionale di giustizia abbia dimostrato l’illegalità dell’occupazione su Gaza, Gerusalemme Est e Cisgiordania, e la necessità di smantellarla incondizionatamente. Il sogno europeo, di un’Europa come comunione di valori e non solo di mercati, sembra davvero un lontano ricordo.
Il mondo sembra aver scoperto oggi che il governo israeliano è ostaggio dei suoi ministri più oltranzisti. L’Unione europea ieri ha aperto alla proposta italiana di sanzionare il ministro Ben-Gvir. E persino Netanyahu è stato costretto a prendere le distanze…
La violenza israeliana non dipende da una singola figura politica: è strutturale, radicata nel sistema di occupazione e d’apartheid. Se domani avessimo nomi nuovi al governo, la necessità di cambiare le leggi israeliane, di renderle veramente democratiche e di far cessare apartheid e occupazione illegale non cesserebbero. Non pensiamo che esista un modo ‘soft’ o ‘moderato’ di mantenere un regime di occupazione che fa da veicolo al colonialismo d’insediamento più sfacciato: saremmo ingenui. E anche la presa di distanza da Ben-Gvir è apparente, mi sembra piuttosto un modo di Netanyahu per deflettere le accuse mosse dai leader internazionali, infatti il ministro della Sicurezza mantiene indisturbato la sua posizione. E parliamo di colui che ha promosso la prison revolution contro i detenuti palestinesi, aggravandone gli aspetti punitivi e implementando delle vere e proprie politiche del terrore. Negli ultimi 32 mesi sono stati imprigionati oltre 20mila palestinesi, di 4mila si sono perse completamente le tracce, stando a un’inchiesta condotta sempre dell’Onu, in 100 sono stati uccisi durante la detenzione. Delle forme di tortura sotto cui sono morti alcuni – come il dottor Adnan al-Bursh, chirurgo ortopedico molto noto e amato da tutti – si conoscono persino i dettagli.
Però ci indigniamo solo quando a essere coinvolti sono i nostri connazionali: è la disumanizzazione dei palestinesi di cui parla anche Judith Butler?
Quali vite sono considerate grievable, degne di essere piante? Questo si chiede Judith Butler. Trovo che ciò che è accaduto alla Palestina abbia aperto un varco facendoci vedere una delle tragedie più profonde del nostro tempo: l’incapacità di riconoscerci davvero come parte della stessa famiglia umana, dopo decenni in cui ci eravamo collettivamente ripromessi di farlo. Se c’è qualcosa che questa vicenda può e deve insegnarci, è che l’indignazione non può essere selettiva. La vita ha lo stesso valore indipendentemente dalla lingua, dalla religione, dal genere, dal passaporto. Chi lo nega fa ideologia. In Italia c’è un’ignoranza volontaria e inescusabile. Va bene avere opinioni divergenti e discordanti, ma a partire dai fatti documentati.
Fa riferimento al suo ultimo rapporto Onu sulle torture nelle carceri israeliane. E a quanto hanno raccontato le inchieste di alcuni media, come il New York Times, sull’uso dei cani per stuprare…
Quello pubblicato dal NYT è un articolo necessario ma che, francamente, sfiora appena la superficie di ciò che accade in Palestina. Eppure, nonostante questo, la reazione israeliana è stata immediata e feroce. Non vogliono che chi li sostiene, soprattutto la base democratica statunitense, veda, sappia, capisca. Sanno che l’indignazione, ma anche la capacità di empatia e amore per l’altro, rappresentano la minaccia più grande: la scintilla che può trasformarsi in azione politica e costringere i governi a smettere di essere complici.
Possiamo dire che la Flotilla ha avuto di nuovo la forza di accendere questa scintilla? Si è ricreduta?
Se questa vicenda servirà a riportare l’attenzione sulla Palestina, sulla brutalità del sistema israeliano e sulla necessità di continuare a mobilitarsi, allora sì. Soprattutto in un momento in cui il cosiddetto ‘cessate il fuoco’ ha quietato le coscienze in questa parte del mondo, mentre per i palestinesi ha significato, nei fatti, l’occupazione di più di metà della Striscia, il divieto di oltrepassare la cosiddetta ‘linea gialla’ – pena, la morte – e continue uccisioni di civili, anziani e bambini. Dopo aver ammazzato in massa giornalisti palestinesi e continuando a impedire ai media l’accesso a Gaza, le immagini che arrivano dalla Striscia sono sempre meno. Meno immagini significano anche meno capacità di interrogarci, meno urgenza di agire, meno pressione sulle nostre coscienze. Spero quindi che la Flotillaci abbia risvegliato dal torpore e dall’assuefazione degli ultimi mesi, ricordandoci per quali vite stiamo lottando. A Umm al-Kheir, in Cisgiordania, da settimane un’intera comunità vive sotto la minaccia imminente di demolizioni e trasferimento forzato: coloni ed esercito israeliano impediscono ai bambini di raggiungere la scuola, bloccando le strade con filo spinato e utilizzando lacrimogeni contro i bambini. Ecco, c’è il rischio che l’apparente indignazione internazionale per quanto accaduto agli attivisti finisca, paradossalmente, per oscurare ancora una volta ciò che continua ad accadere ogni giorno in Palestina.
È però la prima volta che i governi e le cancellerie di mezzo mondo – Stati Uniti compresi – hanno condannato Israele.
Too little too late: ‘troppo poco e troppo tardi’. La maggior parte dei Paesi occidentali resta complice o completamente assoggettata alle politiche israelo-statunitensi. Come può la presidente del Consiglio Giorgia Meloni dichiararsi ‘indignata’ e, al tempo stesso, continuare a stringere la mano a Benjamin Netanyahu, su cui gravano accuse internazionali per crimini di guerra e contro l’umanità? Se il governo italiano ritiene davvero inaccettabili queste condotte, deve agire di conseguenza: smettere di ostacolare lo stop all’accordo Ue-Israele e interrompere ogni processo di normalizzazione diplomatica, in assenza di responsabilità e rispetto del diritto internazionale. Mi chiedo quale sarebbe stata la reazione dei governi occidentali se, al posto di Israele, ci fosse stata la Russia a intercettare in acque internazionali attivisti diretti in Ucraina con aiuti umanitari…
Chi invece qualche giorno fa è stato sanzionato dagli Usa, come è successo a lei, è stato l’attivista della Flotilla Saif Abukeshek…
È evidente che molte di queste sanzioni sembrano dettate più da Tel Aviv che da Washington. Gli attacchi contro chi si occupa di giustizia internazionale e solidarietà stanno diventando una forma di intimidazione sistematica. Come se ne esce? I governi devono reagire in modo deciso contro un atteggiamento che ricorda più logiche mafiose che di confronto tra Stati di diritto. È questo il futuro che vogliamo? A livello europeo, uno strumento già esistente – lo ‘statuto di blocco’ – potrebbe essere attivato contro sanzioni ritenute extraterritoriali e illegittime. Sarebbe un primo passo concreto. In parallelo, gli Stati di cittadinanza dovrebbero garantire un sostegno politico e legale alle persone sanzionate, a differenza di quanto fatto dall’Italia nei miei confronti.
A proposito, ora che ha vinto contro gli Stati Uniti può tornare alla sua vita e avere di nuovo un conto in banca?
È un primo respiro di sollievo. Ora si facciano avanti le banche che volevano aprirmi un conto, ma non potevano! Il mio caso, però, non è ancora definito nel merito: quella ottenuta è una sospensione preliminare e non una soluzione definitiva. La battaglia per la giustizia è ancora lunga.Francesca Albanese, le immagini degli attivisti della Flotilla inginocchiati, umiliati, in dei casi torturati, dopo essere stati sequestrati illegalmente, hanno fatto il giro del mondo.
L’ennesimo attacco contro la Flotilla è un assaggio di ciò che i prigionieri palestinesi affrontano ogni giorno, nel silenzio degli Stati e dei media principali. E conferma la brutalità dello Stato israeliano, sostenuta dall’impunità di cui gode. Se le condanne ci sono, non seguono azioni tangibili, come la cooperazione con la giustizia internazionale e la fine della complicità economica e militare. Per l’Europa, parlo in primis della sospensione dell’accordo di cooperazione economica tra Ue e Israele, un accordo che viola il diritto internazionale. L’indignazione non può esaurirsi con il ritorno a casa degli attivisti, ma deve continuare fino alla fine dell’occupazione, dell’apartheid e del genocidio. Serve mobilitarsi in modo permanente. E gli italiani sono tra i primi che hanno dimostrato di poterlo fare.
‘Benvenuti nell’Apartheid senza frontiere, che presto diventerà il Consorzio Mediterraneo dell’Apartheid’, ha scritto sui suoi social.
Certo. Israele sta portando alle estreme conseguenze una logica che i governi europei hanno già contribuito a normalizzare: controllo securitario delle frontiere, sorveglianza permanente, criminalizzazione della solidarietà e impunità per la violenza esercitata contro civili e attivisti. Da anni lasciamo morire nel Mediterraneo migliaia di persone in fuga da guerre, persecuzioni e miseria, rafforzando pure certi regimi autocratici della sponda sud del Mediterraneo e trasformando il mare in uno spazio sempre più militarizzato, un vero e proprio ‘cimitero liquido’. Non è un caso che molte di queste politiche si basino anche sull’utilizzo di tecnologie militari israeliane, come i droni prodotti da Elbit Systems.
È anche per questo, secondo lei, che fino a pochi giorni fa, nessun Paese ha avuto la forza di prendere posizione contro gli abbordaggi israeliani della Flotilla?
È questo il punto più inquietante: sembrano non esistere red lines. Lo scopo degli attivisti era entrare nelle acque di Gaza e queste non sono sotto sovranità israeliana: restano sotto occupazione illegale. Israele non ha quindi alcun diritto di intercettare e sequestrare persone in acque internazionali, ben lontane dalle acque territoriali israeliane. Eppure nulla sembra sufficiente per una reale rottura politica da parte dell’Europa. Netanyahu manda navi da guerra a sequestrare cittadini europei, a due passi dalle acque europee, e l’Europa ha paura di rompere il blocco illegale che Israele impone su una popolazione stremata, nonostante la Corte internazionale di giustizia abbia dimostrato l’illegalità dell’occupazione su Gaza, Gerusalemme Est e Cisgiordania, e la necessità di smantellarla incondizionatamente. Il sogno europeo, di un’Europa come comunione di valori e non solo di mercati, sembra davvero un lontano ricordo.
Il mondo sembra aver scoperto oggi che il governo israeliano è ostaggio dei suoi ministri più oltranzisti. L’Unione europea ieri ha aperto alla proposta italiana di sanzionare il ministro Ben-Gvir. E persino Netanyahu è stato costretto a prendere le distanze…
La violenza israeliana non dipende da una singola figura politica: è strutturale, radicata nel sistema di occupazione e d’apartheid. Se domani avessimo nomi nuovi al governo, la necessità di cambiare le leggi israeliane, di renderle veramente democratiche e di far cessare apartheid e occupazione illegale non cesserebbero. Non pensiamo che esista un modo ‘soft’ o ‘moderato’ di mantenere un regime di occupazione che fa da veicolo al colonialismo d’insediamento più sfacciato: saremmo ingenui. E anche la presa di distanza da Ben-Gvir è apparente, mi sembra piuttosto un modo di Netanyahu per deflettere le accuse mosse dai leader internazionali, infatti il ministro della Sicurezza mantiene indisturbato la sua posizione. E parliamo di colui che ha promosso la prison revolution contro i detenuti palestinesi, aggravandone gli aspetti punitivi e implementando delle vere e proprie politiche del terrore. Negli ultimi 32 mesi sono stati imprigionati oltre 20mila palestinesi, di 4mila si sono perse completamente le tracce, stando a un’inchiesta condotta sempre dell’Onu, in 100 sono stati uccisi durante la detenzione. Delle forme di tortura sotto cui sono morti alcuni – come il dottor Adnan al-Bursh, chirurgo ortopedico molto noto e amato da tutti – si conoscono persino i dettagli.
Però ci indigniamo solo quando a essere coinvolti sono i nostri connazionali: è la disumanizzazione dei palestinesi di cui parla anche Judith Butler?
Quali vite sono considerate grievable, degne di essere piante? Questo si chiede Judith Butler. Trovo che ciò che è accaduto alla Palestina abbia aperto un varco facendoci vedere una delle tragedie più profonde del nostro tempo: l’incapacità di riconoscerci davvero come parte della stessa famiglia umana, dopo decenni in cui ci eravamo collettivamente ripromessi di farlo. Se c’è qualcosa che questa vicenda può e deve insegnarci, è che l’indignazione non può essere selettiva. La vita ha lo stesso valore indipendentemente dalla lingua, dalla religione, dal genere, dal passaporto. Chi lo nega fa ideologia. In Italia c’è un’ignoranza volontaria e inescusabile. Va bene avere opinioni divergenti e discordanti, ma a partire dai fatti documentati.
Fa riferimento al suo ultimo rapporto Onu sulle torture nelle carceri israeliane. E a quanto hanno raccontato le inchieste di alcuni media, come il New York Times, sull’uso dei cani per stuprare…
Quello pubblicato dal NYT è un articolo necessario ma che, francamente, sfiora appena la superficie di ciò che accade in Palestina. Eppure, nonostante questo, la reazione israeliana è stata immediata e feroce. Non vogliono che chi li sostiene, soprattutto la base democratica statunitense, veda, sappia, capisca. Sanno che l’indignazione, ma anche la capacità di empatia e amore per l’altro, rappresentano la minaccia più grande: la scintilla che può trasformarsi in azione politica e costringere i governi a smettere di essere complici.
Possiamo dire che la Flotilla ha avuto di nuovo la forza di accendere questa scintilla? Si è ricreduta?
Se questa vicenda servirà a riportare l’attenzione sulla Palestina, sulla brutalità del sistema israeliano e sulla necessità di continuare a mobilitarsi, allora sì. Soprattutto in un momento in cui il cosiddetto ‘cessate il fuoco’ ha quietato le coscienze in questa parte del mondo, mentre per i palestinesi ha significato, nei fatti, l’occupazione di più di metà della Striscia, il divieto di oltrepassare la cosiddetta ‘linea gialla’ – pena, la morte – e continue uccisioni di civili, anziani e bambini. Dopo aver ammazzato in massa giornalisti palestinesi e continuando a impedire ai media l’accesso a Gaza, le immagini che arrivano dalla Striscia sono sempre meno. Meno immagini significano anche meno capacità di interrogarci, meno urgenza di agire, meno pressione sulle nostre coscienze. Spero quindi che la Flotillaci abbia risvegliato dal torpore e dall’assuefazione degli ultimi mesi, ricordandoci per quali vite stiamo lottando. A Umm al-Kheir, in Cisgiordania, da settimane un’intera comunità vive sotto la minaccia imminente di demolizioni e trasferimento forzato: coloni ed esercito israeliano impediscono ai bambini di raggiungere la scuola, bloccando le strade con filo spinato e utilizzando lacrimogeni contro i bambini. Ecco, c’è il rischio che l’apparente indignazione internazionale per quanto accaduto agli attivisti finisca, paradossalmente, per oscurare ancora una volta ciò che continua ad accadere ogni giorno in Palestina.
È però la prima volta che i governi e le cancellerie di mezzo mondo – Stati Uniti compresi – hanno condannato Israele.
Too little too late: ‘troppo poco e troppo tardi’. La maggior parte dei Paesi occidentali resta complice o completamente assoggettata alle politiche israelo-statunitensi. Come può la presidente del Consiglio Giorgia Meloni dichiararsi ‘indignata’ e, al tempo stesso, continuare a stringere la mano a Benjamin Netanyahu, su cui gravano accuse internazionali per crimini di guerra e contro l’umanità? Se il governo italiano ritiene davvero inaccettabili queste condotte, deve agire di conseguenza: smettere di ostacolare lo stop all’accordo Ue-Israele e interrompere ogni processo di normalizzazione diplomatica, in assenza di responsabilità e rispetto del diritto internazionale. Mi chiedo quale sarebbe stata la reazione dei governi occidentali se, al posto di Israele, ci fosse stata la Russia a intercettare in acque internazionali attivisti diretti in Ucraina con aiuti umanitari…
Chi invece qualche giorno fa è stato sanzionato dagli Usa, come è successo a lei, è stato l’attivista della Flotilla Saif Abukeshek…
È evidente che molte di queste sanzioni sembrano dettate più da Tel Aviv che da Washington. Gli attacchi contro chi si occupa di giustizia internazionale e solidarietà stanno diventando una forma di intimidazione sistematica. Come se ne esce? I governi devono reagire in modo deciso contro un atteggiamento che ricorda più logiche mafiose che di confronto tra Stati di diritto. È questo il futuro che vogliamo? A livello europeo, uno strumento già esistente – lo ‘statuto di blocco’ – potrebbe essere attivato contro sanzioni ritenute extraterritoriali e illegittime. Sarebbe un primo passo concreto. In parallelo, gli Stati di cittadinanza dovrebbero garantire un sostegno politico e legale alle persone sanzionate, a differenza di quanto fatto dall’Italia nei miei confronti.
A proposito, ora che ha vinto contro gli Stati Uniti può tornare alla sua vita e avere di nuovo un conto in banca?
È un primo respiro di sollievo. Ora si facciano avanti le banche che volevano aprirmi un conto, ma non potevano! Il mio caso, però, non è ancora definito nel merito: quella ottenuta è una sospensione preliminare e non una soluzione definitiva. La battaglia per la giustizia è ancora lunga.
Pochissimi lo dicono...
Svendola
Rinviato a giudizio al processo “Ambiente Svenduto” sullo scempio ambientale dell’Ilva e condannato dal Tribunale di Taranto a 3 anni e 6 mesi per concussione contro il direttore dell’Arpa, l’ex presidente pugliese Nichi Vendola è uscito ieri dal Tribunale di Potenza con una sentenza di “non luogo a procedere per intervenuta prescrizione”. Il proscioglimento è dovuto a motivi puramente tecnici, che escludono la sua innocenza (altrimenti il giudice avrebbe dovuto assolverlo) e dipendono da un istituto – la prescrizione – che consente soprattutto ai ricchi e ai potenti di farla franca giocando sulla lentezza della giustizia (e spesso contribuendovi), nonché dalla strana decisione della Corte d’appello che, dopo la sentenza di primo grado, tolse il processo ai giudici tarantini e lo traslocò in Lucania perché ripartisse da zero. Se Vendola fosse un privato cittadino, affari suoi. Ma è il presidente di Sinistra Italiana – il partito di Nicola Fratoianni alleato coi Verdi di Angelo Bonelli in Avs – si è candidato alle ultime Regionali pugliesi (trombato) e pare che intenda riprovarci alle Politiche. Quindi sono affari nostri: ogni sua scelta è pubblica e politica. Soprattutto quella di accettare la prescrizione come un Berlusconi e un Andreotti qualsiasi in un processo cruciale come quello agli avvelenatori di Taranto e per un delitto gravissimo e doloso, anziché rinunciarvi per farsi giudicare nel merito.
Avs è il terzo partito della coalizione progressista che dovrebbe sconfiggere le destre e ha già due eurodeputati pregiudicati: Mimmo Lucano per falso in atto pubblico e Ilaria Salis per reati legati all’occupazione abusiva di alloggi (vicende liquidate come legate all’impegno politico). Ma ora ha pure il presidente di SI prescritto per concussione. Per giunta in un processo nato anche dalle denunce dell’altro leader, Bonelli, che sulle condotte di Vendola sull’Ilva ha detto cose pesantissime e si è costituito con i Verdi parte civile chiedendo anche la sua condanna e un risarcimento complessivo di 400mila euro. Ora dovrebbe esprimere un giudizio sulla prescrizione accettata da Vendola senza fare un plissé. E così gli altri leader del centrosinistra, possibilmente prima di fare le liste per le Politiche. Con che faccia contesteranno i prescritti di destra che si spacciano per assolti, se candidano gente che fa lo stesso? Nel 2013 il Fatto pubblicò un’intercettazione telefonica in cui Vendola se la rideva con il factotum dei Riva, Girolamo Archinà, che aveva umiliato un cronista locale reo di fare troppe domande sui morti di tumore a Taranto. Vendola ci denunciò per aver pubblicato le sue parole e la Corte d’appello gli diede torto. Il modo migliore per difendere i giornalisti dalle querele temerarie è non candidare specialisti in materia.


