Prolasso alle gònadi
Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
mercoledì 8 luglio 2026
Conti innevati
Fine lavori (forse) nel 2033: il disastro delle opere dei Giochi Milano-Cortina a cinque mesi dalla chiusura
Sciolta la neve e concluse le gare, la grande macchina delle opere olimpiche e il trionfalismo di facciata si sono impantanati nel fango, nelle frane, nei cantieri che resteranno aperti per anni, nelle incompiute ancora in progetto o senza data di fine lavori. È un quadro desolante, con qualche tentativo di camuffamento facilmente smascherabile, quello disegnato da Società Infrastrutture Milano Cortina 2026 (Simico) che fa capo al ministro Matteo Salvini. Guidata dal commissario straordinario Fabio Massimo Saldini e coinvolta nell’inchiesta per turbativa d’asta della cabinovia di Socrepes a Cortina, la società ha aggiornato, cinque mesi dopo i Giochi, lo stato di avanzamento del piano. Il quadro è perfino peggiorato rispetto a quando venne acceso il braciere olimpico, il 6 febbraio, a dimostrazione degli scandalosi travagli del dopo-Olimpiadi.
Allora, come calcolò il Fatto Quotidiano, gli interventi finiti erano 40 su 98, pari al 40,8 per numero e al 22,08% di valore economico (783,4 milioni su un totale di oltre tre miliardi e mezzo). All’opposto, le opere non finite erano 58, pari a 2,7 miliardi, il 77,9% della spesa globale. Un bilancio fallimentare. Adesso la situazione è solo apparentemente migliorata. Al 3 luglio le opere finite sarebbero 49 su 98, esattamente la metà, mentre tra le incompiute 20 sarebbero in esecuzione, 6 in gara e 23 in progettazione. Gli elenchi di Simico contengono però significative bugie o reticenze, perché spacciano per conclusi cantieri che non lo sono affatto o vengono dati per avviati altri neppure aperti.
Il quadro reale indica che solo 45 opere su 98 (45,92%) sono state finite (di cui 8 dopo i Giochi) per un ammontare di 716,7 milioni di euro, equivalenti al 20,19% della spesa totale. Non sono ultimate 53 opere (54,08%), per 2 miliardi 833 milioni di euro, il 79,81% del totale. Gli esempi della disinformazione sono significativi. La pista da bob da 120,7 milioni non si può dire completata perché mancano l’allestimento dell’ingresso, la recinzione, la copertura con pannelli solari, la sistemazione dell’area tribune, la posa degli alberelli in sostituzione degli 800 larici abbattuti. È in una zona grigia, anche per i danni da 2,4 milioni di euro arrecati all’impianto durante le gare. Inoltre, è falso considerare conclusa la cabinovia di Socrepes (35 milioni) sotto inchiesta, visto che i lavori sono in corso e il collaudo è rimandato a dopo l’estate. Il Villaggio olimpico di Fiames (40 milioni) è stato smontato solo in parte, ma le casette prefabbricate restano lì, perché Anas ha vietato il trasferimento in pianura durante il periodo delle vacanze, a causa del traffico. La sistemazione dell’area può attendere.
A Livigno non è affatto concluso il parcheggio interrato da 36 milioni di euro. Fumo negli occhi anche quando si dichiarano in esecuzione i lavori delle cabinovie di Bormio (44,8 milioni) e Livigno (52,2 milioni), affidati e poi revocati alla cordata della bresciana Graffer, indagata a Belluno.
Quanto poco sia stato fatto dal 2019 in poi, per un piano cristallizzato nel 2023, lo dimostrano i 22 dossier in fase di progettazione, per una spesa di un miliardo e 447 milioni. Non è stato piantato un chiodo per opere come le varianti di Cortina (2 lotti, 535 milioni), Vercurago (253,3), Trescore Entratico (179,2), Trescore Balneario (47,7) e Tangenziale sud di Sondrio (43,5). Oppure per il collegamento con il Faloria a Cortina (105 milioni), circonvallazione di Dobbiaco (20,9), impianto di pattinaggio a Pinè (17,8), riqualificazione stradale a Busto Arsizio (56,1), forniture di bus in Trentino (73,9), due lotti di gallerie sul Tonale (78,9), interventi edilizi per 24 milioni tra Valtellina e Dolomiti, un impianto di sci da fondo in Valdidentro (8 milioni).
In fase di gara sono altre opere per mezzo miliardo di euro, tra cui la variante di Longarone da 438,9 milioni. Ma attenti alle scadenze. Per 7 opere (182 milioni) non c’è ancora né un inizio né una fine prevista. Entro il 2028 ne termineranno 11 per 410 milioni, entro il 2029 altre 4 per 565. Si arriva al 2031 a Trescore Entratico, al 2032 per l’improbabile tangenziale di Cortina e al dicembre 2033 per la variante di Vercurago. Queste 25 opere-tartaruga (valore 2,1 miliardi) hanno assicurato a Simico la vita eterna.
Robecchi
Caricature. Se la satira è spiegarci la realtà, Trump ci spiega l’America
Da operatore del settore – diciamo persona informata dei fatti – eccomi in una fase delicata: quella in cui la satira rischia di uscire con le mani alzate, di arrendersi davanti alla realtà, che è più ridicola, più folle e più paradossale di lei. Lo Squilibrato in capo, Donald Trump ci mette, noi satirici, in una situazione un po’ scomoda: che possiamo fare, dire, pensare, inventare, più di quello che fa lui? Come fare la caricatura di uno che è già una caricatura, come rendere paradossale uno che è un paradosso che cammina?
Ancora non so, mentre scrivo questa rubrichetta, cosa succederà alla riunione Nato di Ankara: dal Guttalax nella minestra al dentifricio nelle scarpe – scherzi da caserma, ma non è la Nato la riunione di varie caserme? – può succedere di tutto: Donald è più abile di noi e soprattutto ogni sua scemenza viene rilanciata a livello planetario, non c’è partita. E siccome la satira poggia sempre su una sostanza reale – amplifica l’assurdo – va detto che quel suo meme su Giorgia Meloni che meriterebbe un ordine restrittivo è oggettivamente offensivo, ma che la fotografia è vera, e Giorgia lo guardava veramente con quegli occhi, con espressione adorante, con sudditanza grottesca. Quindi Donald ha preso una cosa vera (Giorgia che lo adora, letteralmente se lo mangia con gli occhi) e l’ha amplificata con una battuta feroce. Diciamo che, con un meccanismo tecnicamente satirico, ha rivelato una verità.
A rivelare altre verità ci hanno pensato altri “leader” del nulla cosmico, quelli che hanno minimizzato, che hanno abbozzato, che ci hanno detto in tutte le salse che Donald è un mattacchione, sì, ma che l’amore per gli Usa non si discute. Ci prendesse a schiaffi, ci svaligiasse la casa, ci umiliasse davanti al mondo, be’, su, pazienza che sarà mai. È la nuova religione del Tajanesimo (c’è anche la versione Crosettista, senza contare tutti i commentatori che si sbracciano per dire “Trump cattivo, America buona”), che consiste nel porre l’altra guancia, poi l’altra, poi l’altra, poi l’altra, e poi un’altra guancia ancora. Insomma, una colonia deve avere molte guance, una per ogni schiaffone che riceve, perdonando lo schiaffeggiatore.
È giunto il momento di ribaltare il concetto.
Non fare satira su Trump, che è un po’ come prendere in giro un comico – un cortocircuito –, piuttosto leggere Trump come autore satirico sopraffino e chiederci: cosa vuole dirci l’artista? Qual è la realtà che ci racconta nella sua satira?
Be’, la realtà sono gli Stati Uniti d’America, la più grande opera di camouflage mai inventata dall’uomo moderno, che il grande autore satirico Donald Trump ci spiega con la sua opera, i suoi discorsi, le sue azioni. Il dominio, la potenza, la pratica feroce dell’egemonia, il ricatto economico-militare . Insomma, tutte le cose che Trump rivela oggi con i suoi modi infantili, imperiali, volgari e violenti erano quelli anche prima, solo un po’ ammorbiditi e presentabili. Parlo di noi che stiamo qui, nella colonia felix, perché invece vivendo, che so, in Iraq, in Cile o in Argentina negli anni Settanta e Ottanta, in Vietnam-Laos-Cambogia negli anni Sessanta, in Venezuela e a Cuba oggi e in altre decine di posti, le modalità del dominio americano non erano certo soft, come testimonierebbero, se potessero, milioni e milioni di cadaveri. Trump ci mostra l’America, insomma, per quello che è e che non abbiamo sempre finto di non vedere. Fa la caricatura per mostrarci l’originale, proprio come dovrebbe fare un bravo autore di satira.
Passo indietro
Antifascismo omeopatico
In vista del premio Flaiano, mi sono riletto i suoi aforismi, incluso quello da lui attribuito a Maccari: “I fascisti in Italia si dividono in due categorie: i fascisti propriamente detti e gli antifascisti”. L’ho sempre trovato troppo tranchant. Poi però ho ricevuto il modulo di iscrizione alla fiera “Più libri più liberi”, con la tragicomica dichiarazione di adesione all’Ue, alla Costituzione, all’antifascismo, alle norme antincendio e a non so che altro: in preda alle convulsioni per la professione di fede antifascista e ignifuga, non l’abbiamo firmata. E, siccome precisava che la firma era vincolante per partecipare, non abbiamo inoltrato la domanda. Però ho rivalutato quell’aforisma, che non è affatto un’equazione tra fascismo e antifascismo: lo è fra i fascisti che toglievano la parola agli antifascisti e quegli antifascisti che tolgono la parola ai fascisti (o a chi tacciano di fascista perché la pensa diversamente da loro). Non basta essere o dirsi antifascisti per essere democratici: il mondo è pieno di antifascisti antidemocratici che trattano i fascisti come i fascisti trattavano gli antifascisti. Se tutti i fascisti sono antidemocratici, non tutti gli antifascisti sono democratici. La democrazia è faticosissima: fa parlare tutti, anche chi ha idee aberranti, che si contrastano col dialogo e la persuasione, mai con la censura. Invece il fascismo (quello doc e i suoi derivati) è comodissimo: uno pensa per tutti e chi non la pensa come lui non parla. Perciò non ho firmato: nel tuo club privato inviti chi vuoi; ma un evento che usa anche fondi pubblici non può obbligare gli editori a giurare fedeltà all’Ue, alla Costituzione e a tutto il resto per escluderne alcuni in base alle loro idee. E soprattutto non basta firmare un pezzo di carta per diventare qualcosa che non si è: altrimenti chiunque si vanta al bar di mirabolanti conquiste amorose sarebbe Don Giovanni. I veri antifascisti e cultori della Costituzione (sull’Ue stendiamo un velo pietoso) sono quelli che lo dimostrano ogni giorno con i fatti. Quando abbiamo ricevuto e respinto al mittente il patentino, avevamo appena difeso la Costituzione nel referendum sui magistrati, come dieci anni fa in quello sulla schiforma Renzi-Boschi. Una battaglia che vale mille autocertificazioni, magari firmate da chi la Costituzione tenta da anni di scassinarla.
Sapete com’è finita? La fiera s’è rimangiata tutto e ha deciso di “prendere in considerazione anche le sette domande presentate in forma incompleta”, cioè senza patentino. Quindi sette editori furbacchioni non l’hanno firmato ma, anche se era vincolante, hanno presentato ugualmente la domanda. Noi di Paperfirst no, perché abbiamo preso sul serio l’obbligo di firma, ergo resteremo fuori. Peggio per noi: ci siamo scordati che in Italia le regole sono sempre trattabili, anzi retrattili.



