martedì 26 maggio 2026

Saggezza

 


Che malattia il tifo!

 


Post elezioni

 



L'Amaca

 


Tutto il potere di una minoranza

di Michele Serra


«È surreale che una minoranza di tifosi possa decidere se una partita debba proseguire oppure no», dice il presidente della Lega calcio Simonelli. Aggiungendo, perché sia chiaro il suo pensiero, che sarebbe ora di piantarla con il costante inchino che le squadre fanno agli ultras. Che di uno stadio sono solo uno spicchio.

Simonelli è presidente della serie A solo da un anno e mezzo, e dunque non gli si può certo imputare l'assurda situazione degli stadi italiani, nei quali i capi ultras non sono uguali agli altri, non sono normale pubblico pagante: sono boss territoriali con poteri speciali. È indispensabile però aggiungere che nessuno dei suoi predecessori, a nome dei padroni del calcio, aveva mai pronunciato parole così secche e precise sulla pazzesca situazione in vigore ormai da decenni.

Volendo, l'atto di fondazione dell'Evo degli Ultras è nel 2004, quando il derby romano venne sospeso, contro l'opinione della Questura e della Prefettura, dunque contro l'autorità dello Stato, su decisione dei capi e sottocapi delle curve. Che avevano diffuso o bevuto (diciamo diffuso e bevuto) una diceria assurda sulla morte di una bambina. Presidente della Lega, all'epoca, era Adriano Galliani.

Da quel giorno (ma anche prima di quel giorno) possiamo dire che negli stadi italiani è in vigore una extraterritorialità di fatto. Il principio secondo il quale così non dovrebbe essere è condiviso da tutti — tranne, si immagina, i boss delle curve. Ma la sua applicazione sembra impossibile, e le parole di Simonelli arrivano, come dire, a situazione ormai incancrenita.

Per sovvertire una consuetudine lunga almeno trent'anni, ormai prassi consolidata, bisognerebbe che fossero d'accordo le società, le istituzioni del calcio e i calciatori. Tutti disposti a rischiare qualcosa, perché gli ultras non hanno, come dire, una postura mite. È quasi impossibile che accada.

Ritratto dell'indegno

 

Nel nome del padre: Bibi e la “tempesta perenne” per Israele 


di Pino Corrias


Benjamin Netanyahu viene dal sangue. E con tutto il sangue che si porta addosso, spalla a spalla con il suo alleato e socio Donald Trump, vive dentro la guerra infinita che ha scelto di guidare e che di battaglia in battaglia, di massacro in massacro, distrugge i nemici e insieme distrugge Israele. Consente ai coloni, armati dalla religione dell’odio e protetti dai fucili mitragliatori, di strappare nuove terre ai palestinesi in Cisgiordania, di bruciare case, ulivi, bestiame. Consente al suo burattino Ben-Gvir di danzare tra i corpi inginocchiati e picchiati degli equipaggi della Flotilla rapiti in alto mare e deportati come trofei. Consente ai suoi militari di imprigionare e torturare 11mila detenuti palestinesi senza diritti, senza identità, senza processo. E all’esercito di uccidere ogni giorno, terrorizzare, affamare, soffocare, i due milioni di palestinesi che ancora resistono dentro al filo spinato di Gaza, il campo di concentramento estratto direttamente dall’incubo della propria storia, il genocidio, ma questa volta nei panni dei carnefici.

Ogni conflitto, Netanyahu l’ha trasformato in un incendio permanente. Gaza. Iran. Libano. Cisgiordania. Siria. Yemen. Geografia di sempre nuovi bombardamenti. Di omicidi mirati. Di raid lunghi mesi e anni. Di nemici da inseguire e annientare senza mai badare ai danni collaterali, donne, vecchi, bambini ridotti in cenere, villaggi in polvere, profughi a migliaia in fuga. Sempre una guerra “necessaria”, prima della prossima.

Da trent’anni Netanyahu ripete la stessa ossessione: Israele è circondato, il nemico sta arrivando, la tregua è un’illusione. Cambiano i nomi dei nemici – Arafat, Hamas, Hezbollah, Houthi, Iran – ma il meccanismo che ha adottato è identico: il panico come propaganda permanente, l’esercito come soluzione, la terra da conquistare come unica salvezza in nome di quel Dio che sgozza gli uomini e gli agnelli.

La missione del popolo eletto, assediato dal mondo, la eredita dal padre, Benzion Netanyahu, storico del sionismo, cresciuto con l’idea che gli ebrei siano destinati a vivere sotto attacco e che la forza sia l’unico linguaggio comprensibile ai nemici.

È la lezione che Bibi, nato nel 1949, ha respirato fino a farla diventare la sua armatura, addestrata nei reparti speciali dell’esercito, schierata al fronte della sua prima guerra, quella del Kippur, anno 1973. Poi nei campi di battaglia della politica. Membro del partito di destra del Likud, fondato da Menachem Begin, il futuro primo ministro, che nasce terrorista a capo dell’Irgun, l’organizzazione che nel 1946 fa saltare il King David Hotel, 90 vittime, e due anni dopo guida il massacro del paese di Deyr Yassin, 250 tra uomini, donne e bambini, presi casa per casa, radunati nelle strade, seviziati, macellati, che segnò l’inizio della Nakba, l’esodo di 700mila palestinesi dalle loro terre.

Dopo il servizio militare, l’America diventa la sua seconda patria, prima la laurea al Mit di Boston, poi Harvard, per il dottorato in Scienze politiche. Quindi l’incarico all’Onu, dal 1984 al 1988, anni in cui costruisce la sua vera base internazionale: amicizie repubblicane, rapporti con lobby finanziarie, falchi evangelici, suprematisti bianchi. Vive dentro il mondo della destra americana. Dorme ospite nella casa dei Kushner, dove diventa di famiglia e dove frequenta e si lega per sempre a Donald Trump.

Dagli anni 90 è in Israele. Scala il Likud. Si oppone agli accordi di Oslo e alla nascita dello Stato palestinese. Mentre Rabin tratta, lui demolisce. Mentre Rabin parla di pace, lui parla di sicurezza. E quando Rabin viene assassinato, anno 1995, Netanyahu è pronto a salire al potere. Da primo ministro blocca gli accordi con l’Olp di Arafat, raddoppia l’assedio di Gaza, non ferma i coloni che avanzano nei territori palestinesi.

Governa nella tempesta, sempre inseguito da scandali finanziari, accuse di corruzione, assalti alla Corte costituzionale per indebolirne i poteri di controllo. Sempre assediato da imponenti manifestazione di massa che chiedono le sue dimissioni. Sempre salvato dalle provvidenziali emergenze militari.

La sua parola d’ordine è “la Grande Israele, dal Giordano al mare”. E quando nel 2009 vince di nuovo le elezioni, questa volta per sempre fino a oggi, vara la legge identitaria dello “Stato-Nazione” che dice: “Israele è del popolo ebraico e di nessun altro”, arabi per sempre retrocessi, insieme con quel che restava della democrazia avvelenata dall’apartheid.

Il suo nemico ideale è Hamas, impermeabile quanto lui a ogni trattativa o convivenza. Per anni ne consente la crescita, a scapito dell’Autorità palestinese, finge di non vedere il flusso dei finanziamenti che arrivano dal Qatar e i tunnel che attraversano Gaza. Dichiara in Parlamento: “Chiunque voglia contrastare la creazione di uno Stato palestinese, deve sostenere il rafforzamento di Hamas, questo fa parte della nostra strategia”. Era il marzo 2019.

Quando arriva il 7 ottobre 2023, 1.200 ebrei massacrati da Hamas, l’esercito israeliano sparito per ore, Netanyahu schiva ogni responsabilità, anche se era il garante della sicurezza. Ma è prontissimo alla vendetta. Che diventa l’apocalisse di Gaza, 75mila morti, migliaia ancora sotto le macerie, fame e malattie usate come armi, ospedali distrutti, aiuti umanitari proibiti, un popolo spazzato via.

Quando la Corte penale internazionale lo accusa di crimini di guerra, lui risponde che l’Idf è “l’esercito più morale del mondo”, che la devastazione è autodifesa, la punizione collettiva una necessità storica. La crudeltà un’esigenza vitale. Il suo governo copre, usa, legittima i due ministri più estremisti, Ben-Gvir e Smotrich che agitano il cappio, parlano dei palestinesi come animali, infestazioni biologiche, intralci da cancellare e uccidere. Li asseconda al punto da approvare la nuova legge sulla pena di morte per terrorismo destinata ai palestinesi della Cisgiordania, con l’impiccagione entro 90 giorni dalla sentenza.

Due volte trascina Trump sui cieli di Teheran in una guerra così rischiosa, così confusa, così forzata da rendere plausibile che dietro tanta disponibilità ci sia l’ombra lunga degli Epstein Files, maneggiati dal Mossad come arma di ricatto, oltre al reciproco interesse di controllare i rubinetti del petrolio e garantire la stabilità delle dinastie del Golfo.

Guerra e tensioni gli servono a congelare il tempo. Quello dei suoi processi. Quello delle indagini sul 7 ottobre. Quello che ancora manca all’abisso finale, quando le bombe, la guerra, lo sterminio di tutti i nemici allagherà di così tanto sangue il Medio Oriente che l’intero Israele diventerà il danno collaterale di se stesso.

Analisi

 

Chi può e chi non può 


di Marco Travaglio 

Trump è impantanato in Iran. L’Ue vaga a tentoni senza bussola: altre sanzioni a Mosca e nuovi tribunali speciali anti-Putin nei giorni pari, dialogo con Mosca e più acquisti di gas russo nei giorni dispari. Così la guerra in Ucraina sta andando fuori controllo. Kiev, fra uno scandalo di ruberie sui nostri aiuti e l’altro, non sa più come reclutare uomini per arginare la nuova offensiva russa in quel che resta del Donetsk ucraino, scontata dopo le manovre preparatorie invernali. Così si scatena con missili e droni contro obiettivi civili in Russia e nel Donbass occupato. Poi, quando arrivano le prevedibili rappresaglie russe, Zelensky fa il pianto greco per accusare gli alleati e battere altra cassa. Gli attacchi ucraini non spostano di un millimetro le sorti del conflitto, ormai segnate da tre anni, cioè dal fallimento dell’ultima controffensiva ucraina, seguìto da nuove avanzate dei russi che hanno ormai in pugno il 20% del Paese. Ma servono a perpetuare l’illusione della vittoria: dunque della guerra a oltranza (il “prestito” di 90 miliardi basta per un anno appena) e del rinvio sine die dei negoziati. Anche ora che Putin ha messo nero su bianco, nel vertice con Trump in Alaska, ciò che gli analisti seri (e i servizi Usa) sanno dal 2022: non vuole né Kiev né l’intera Ucraina né tantomeno l’Europa, ma il Donbass, la fascia russofona di Sud-Est a protezione della Crimea e la parziale smilitarizzazione parziale del Paese che la Nato in dodici anni ha trasformato in una testa d’ariete nel fianco della Russia.

Venerdì i droni ucraini hanno sventrato uno studentato nel Lugansk occupato: 21 civili morti, di cui quattro bambini, e 40 feriti. L’Ue, al solito, ha fischiettato, anche perché la strage è avvenuta con armi nostre. Invece ha condannato la rappresaglia russa, anche con missili ipersonici, che ha fatto quattro morti e decine di feriti. La libera stampa ha parlato di “vendetta di Putin” (senza dire perché: le vite dei russofoni valgono zero) e “ricatto nucleare all’Ue” (che non c’entrano nulla: né il nucleare né l’Ue). Lo stesso velo pietoso ha coperto le dimissioni della premier della Lettonia per non avere protetto il Paese, tra i più russofobi, da due droni ucraini (cioè amici). Lo scorso autunno non c’era giorno senza un allarme su droni russi negli Stati baltici, in Polonia e nel Nord Europa; Zelensky parlava di attacchi deliberati di Putin alla Nato e le intimava di usare l’articolo 5 per dichiarare guerra a Mosca. Naturalmente erano droni deviati da barriere elettromagnetiche ucraine o abbattuti da Kiev e rimessi in volo per simulare raid russi anti-Nato (“false flag”). Lo stesso, a parti rovesciate, accade ora coi droni ucraini in Lettonia. Ma, se i droni russi li devia l’Ucraina, “ha stato Putin”. Invece, se i droni ucraini li devia la Russia, “ha stato Putin”.