giovedì 16 aprile 2026

A proposito di


Così Lollo al Vinitaly scopre l’amore gay in Ampelo e Dioniso 


di Daniela Ranieri 

Giorgia Meloni, leggiamo su Rep, martedì ha “iniziato il Vinitaly tour infilandosi nel gigantesco tunnel-bottiglia rosso allestito dal ministero delle Politiche agricole (quando uno ha gusto e non è per niente kitschndr): all’interno della galleria sono esposte sei statue provenienti dalle Gallerie degli Uffizi che rimandano all’immaginario di Dioniso e al corteo dionisiaco. Lollobrigida e Mazzi ‘raccontano’ a Meloni i ‘componenti’ del corteo dionisiaco: le Menadi, i Satiri, Sileno, le Horae (personificazioni delle stagioni, ndr), Appello (in realtà Ampelo, giovane satiro amato da Dioniso, ndr)”. Mazzi è il nuovo ministro del Turismo e, considerando che prende il posto di Santanchè, può solo elevare la carica (intanto ha già detto “Le cantine diventano luoghi di benessere”: Nordio potrà confermare).

Ma noi friggiamo al pensiero di come possa aver illustrato il corteo dionisiaco il sapiente ministro Lollobrigida, uno per il quale, ricordiamolo, Gesù compì il miracolo della “moltiplicazione del vino” (da millilitri a ettolitri, si suppone) e l’acqua può mandarti in ospedale quanto e più del vino (i nosocomi sono pieni di affogati da Ferrarelle, infatti, e Lollo sa di gente finita in coma per aver bevuto 36 litri di acqua in due minuti, per dire). Soprattutto, chissà come Lollo avrà raccontato l’amore folle tra Dioniso e Ampelo. Il mito dice che il giovane aveva messo le redini a un toro, l’unico animale da cui Dioniso gli aveva raccomandato di guardarsi, e lo montava con spavalderia, quando la madre Selene, irritata dalla hybris (tracotanza) di Ampelo, ordinò a un tafano di pungere il toro, che si imbizzarrì e trafisse il giovane con un corno. Dioniso, trovandolo a terra insanguinato, pianse, lui che era il dio della danza e dell’ebbrezza, e cosparse di ambrosia il corpo amato. Atropo, una delle Moire, impietosita, trasformò il corpo di Ampelo in una vite (àmpelos significa “cespo di vite”). Appena l’uva nata dal corpo di Ampelo fu matura, Dioniso ne raccolse i grappoli, li strizzò e poi si leccò dita macchiate, pensando al colore rosato della pelle del giovane, identico a quello del succo appena sgorgato. Che zozzoni, questi greci. Vedi tante volte a rivangare “le nostre radici”: si scopre che “il sangue di Cristo” è stato prima il sangue di un giovane gay.


Quiz

 



Salis e Selvaggia

 

L’automa Salis, finta sinistra dal volto “instagrammabile” 


di Selvaggia Lucarelli 

L’ascesa di Silvia Salis in politica sembra provenire da un perfetto esperimento di laboratorio, uno di quelli progettati con cura tafazziana dai partiti centristi di Carlo Calenda e Matteo Renzi nonché da Dario Franceschini e dagli ultimi alchimisti della vecchia corrente del Pd, per creare artificialmente un leader che abbia una caratteristica indispensabile: non essere di sinistra. Non azzardarsi a sembrare duro e puro, e dare possibilmente l’idea di essere qualcuno che se potesse convertirebbe i centri sociali in coworking per startupper scandinavi.

Gli alchimisti del Pd, va detto, ci hanno lavorato strenuamente per anni, perfezionando l’androide Salis in un laboratorio segreto in casa Franceschini a cui si accede tramite una porta nascosta dietro a un ritratto dipinto a olio di Romano Prodi mentre riceve a Mosca la centoventisettesima laurea honoris causa.

Svezzato nella città di Genova – quel giusto compromesso centrista tra identità operaia e borghesia – l’androide Salis viene dapprima forgiato fisicamente nella pratica di uno sport rude, che consiste nel lancio del martello, ma che evochi pure quello della falce, così da eliminare ogni sospetto di radicalismo comunista, per poi venire collaudato in un ambiente lontano da qualsiasi conflitto sociale: è infatti al Coni, sotto l’ala esperta di Giovanni Malagò, che Salis viene addomesticata e affina la competenza essenziale per diventare il leader perfetto del centrosinistra: non dare mai l’impressione di stare dalla parte degli ultimi, ma al massimo degli argento e bronzo, e ricordare che lo scontro ideologico deve consistere tutt’al più in una divergenza sul calendario degli eventi con buffet. Imparato sempre dal vate Malagò a non stare mai da una parte sola, l’ultimo modello di “potenziale federatrice della sinistra” era praticamente pronto. Mancava solo una città da amministrare, perché è solo diventando sindaco che l’inaugurazione di una nuova aiuola si può convertire in un post da 2 milioni di like convincendo così tutti del fatto che quella sia la prova definitiva di una cangiante capacità politica.

Ed ecco che l’androide Silvia Salis, uscita ancora inscatolata a notte fonda dal laboratorio di casa Franceschini, è approdata a Genova, per poi ammaliare il centrosinistra e in qualche modo tutta la politica nazionale.

Nulla è stato lasciato al caso. C’è perfino Fausto Brizzi, il marito-regista di cinema, perché dopo soli sette anni al ministero della Cultura, l’alchimista Franceschini ha giustamente pensato che il comparto cinematografico andasse presidiato.

Anche sul piano estetico Salis è stata progettata con una chirurgica attenzione al dettaglio, perfetta per rappresentare l’anti-Meloni: alta un metro e 80 per evocare la superiorità morale ma pure genetica, bionda come Giorgia ma con una chioma sintetica, resistente a eventi atmosferici e politici avversi e scolpita a colpi di piastra Ghd, sopracciglia disegnate della matita di Massimiliano Fuksas nonché una voce ferma, calibrata, quasi istituzionale, progettata per non incrinarsi mai, l’esatto opposto di quella di Giorgia Meloni, che trasforma ogni intervento in una lite di condominio.

Certo, Salis è pur sempre un prodotto creato in laboratorio, quindi c’è quel problemino della parlata monocorde e di quello sguardo fisso, inespressivo, che attraversa l’interlocutore e gli lascia addosso una strana inquietudine. Io, per dire, quando vedo i video di Salis su Instagram ho sempre la sensazione che non stia guardando la camera ma il mio algoritmo, che mentre mi spiega cosa sarà di quel cantiere al porto di Genova, in realtà stia scannerizzando i miei recenti acquisti su Amazon e le mie ultime preferenze alle urne. L’androide Silvia Salis, evidentemente compatibile con ogni piattaforma e ogni alleanza, è anche progettata per incarnare un progetto politico perfettamente instagrammabile. In questo – va detto – rappresenta la sorprendente evoluzione tecnologica del vecchio Pd in quanto versione PRO MAX di Matteo Renzi: quest’ultimo, nonostante gli antichi sforzi di Marco Agnoletti e dei suoi social media manager, sembrava sempre un ciuco triste dopo una giornata di salite e tornanti col cesto di pietre sul dorso. Silvia Salis – le va riconosciuto – in tutti gli scatti sembra una hostess intercontinentale anni 60 della Pan-Am, che però da mezzanotte alle 5 del mattino viene ricaricata di nascosto presso la colonnina delle auto elettriche davanti allo stadio Marassi. Un salto qualitativo non indifferente, che rende senz’altro il progetto politico Salis più gradevole.

C’è poi un retroscena: la sua foto dietro alla consolle del dj set a Genova è diventata virale in tutto il mondo, e c’è un motivo. No, non è quell’evidente profumo di proletariato che emanano i suoi occhiali Bottega Veneta da 520 euro, ma un elemento subliminale di cui nessuno, a parte Franceschini e il suo diabolico team di alchimisti, è a conoscenza: in realtà la dj Charlotte de Witte era una semplice figurante, dentro la sua consolle e nelle casse c’erano sacchi di sale. La musica elettronica ascoltata in piazza consisteva in frequenze centriste a 170 bpm emesse dallo stesso androide Salis, calibrate per far muovere la testa al pubblico senza però spingerlo a formulare una sola critica strutturale al capitalismo contemporaneo. Un vero capolavoro di comunicazione e proselitismo, all’insaputa di (quasi) tutti. Un progetto praticamente perfetto, creato per piacere a ogni singola corrente politica, con un unico difetto sfuggito al rigoroso controllo qualità degli ultimi alchimisti del Pd: quel cognome – Salis – identico a quello della comunista Ilaria. Perfino Salvini, ieri, rispondendo a una domanda di un giornalista ha confuso Silvia con Ilaria. A questo punto le soluzioni sono due: o il Pd procede con un rapido rebranding – magari un sobrio “Silvia Sala” (così da fare contento anche l’amico Beppe) – oppure fare ciò che gli riesce meglio da anni: dare la colpa a Conte.

Attorno alle finte amicizie

 

L’amico di famiglia


di Marco Travaglio 

Per la Meloni le pulizie di Pasqua fra gli amici sembravano non finire più: dai piccoli (Delmastro, Bartolozzi e Santanchè) ai grandi (Trump, Netanyahu e Orbán). Purtroppo si sono interrotte sul più bello, quando poteva liberarsi o almeno distanziarsi da quello più costoso e petulante: Zelensky. Invece se lo tiene stretto, anche se l’ha ereditato dalla buonanima di Biden. L’interesse nazionale è comprare gas russo a basso costo e alleviare le bollette più care d’Europa (le nostre), spingendo per un compromesso Mosca-Kiev. Il che potrebbe servirle a far pace con Trump e recuperare consensi staccandosi dall’Ue più bellicista e facendo qualcosa di buono per l’Italia. Non sia mai. Ricevendo Zelensky, la Meloni s’è vantata perché “in quattro anni la posizione di Europa e Italia è stata sempre la stessa al fianco di Kiev”. Un trionfo: l’Ucraina, già fallita nel 2021 (da tempo è il secondo Paese europeo più povero, ma anche il più armato), ha perso un quinto del territorio e 17 milioni di abitanti su 44 (quelli fuggiti in Europa e in Russia e quelli delle regioni occupate), e sopravvive grazie a 50 miliardi annui di prestiti del Fmi, più i 15-20 mensili necessari per continuare a combattere, quasi tutti a carico dell’Ue. Ma per la Meloni “è un dovere morale e una necessità strategica perché è in gioco la sicurezza dell’Europa”. Infatti, grazie ai 195 miliardi in armi e fondi a Kiev, alle sanzioni a Mosca e al sabotaggio ucraino ai gasdotti Nord Stream, l’Ue è alla canna del gas. E il peggio viene ora che, senza più Orbán, regaleremo altri 90 miliardi a Kiev.

Ma ecco il piazzista ucraino, con l’aria di quello che ci fa un favore: “Abbiamo sviluppato un formato speciale di accordo sulla sicurezza, il ‘Drone Deal’, con la nostra esperienza militare su droni, missili, sistemi antiaerei e guerra elettronica. Proponiamo di unirla alle capacità dei nostri partner per sostenerci l’un l’altro”. Cioè: noi manteniamo il suo regime pagandogli tutto, anche i cessi d’oro, e quello ci offre gentilmente di ricomprargli gli armamenti che gli regaliamo e gli finanziamo (così efficaci che nell’ultimo anno Kiev ha perso 450 kmq). Intanto ce ne chiede altri. Anziché ridergli in faccia, la Meloni l’ha ringraziato per “metterci a disposizione la straordinaria esperienza di sicurezza maturata in questi anni, un valore aggiunto per gli alleati” e ha promesso di “aumentare l’interazione tra i nostri settori della difesa e le nostre industrie”. Avrebbe potuto chiedergli lumi sugli attacchi terroristici ucraini ai gasdotti nel Baltico e alle petroliere fantasma nel Mediterraneo, una delle quali vaga da settimane fra Italia e Libia minacciando un disastro ambientale mai visto. Ma pareva brutto. Rischiava di giocarsi anche l’ultimo amico rimasto.

mercoledì 15 aprile 2026

Mumble

 



Robecchi è molto avanti!

 

I fantasmi tecnici. Monti “reloaded”, Draghi 2.0: riecco la nostalgia canaglia 


di Alessandro Robecchi 

Nessuno ne ha ancora parlato apertamente, dunque cataloghiamo la faccenda sotto la voce “scenario distopico”, con un’avvertenza: di questi tempi gli “scenari distopici” fanno spesso la magia di avverarsi, e quello che una volta pensavamo distopico oggi è il mondo reale, compreso Trump che fa Gesù a Washington e Israele che fa Gaza in Libano. Ma insomma, ecco: tra un anno o poco più si vota, Meloni e la sua gang sono in chiara difficoltà, un po’ perché perdere un referendum costituzionale è una sberla dalla quale non ti riprendi e un po’ perché non hai fatto molto, in tre anni, a parte vietare i rave party.

All’opposizione si battibecca su primarie sì/primarie no, i soliti guastatori avanzano candidature di disturbo e intanto c’è una guerra in corso, le petroliere bloccate, un genocidio che continua sottotraccia, rispunta la parola “spread”, un pieno di gasolio costerà come la macchina e i soldi del Pnrr non ci sono più, mannaggia. Grande è la confusione sotto il sole. In tutto questo, comincia a circolare, in forma di timidissimo sussurro o di citazione scaramantica, quella formuletta-paracadute che piace tanto sempre: governo tecnico. Già me li vedo sotto gli occhi i pensosi editoriali, con tutto il loro armamentario di pacata ragionevolezza, i toni soft, i ragggionamenti: il bene del paese, superare le contrapposizioni, il supremo interesse nazionale, la coesione, eccetera eccetera. Manca poco, vedrete, e qualcuno spezzerà il silenzio per dirlo seriamente. In una situazione simile, con l’instabilità mondiale, il caro energia che ci strangola, l’imprescindibile necessità di armarsi sennò Putin arriva a Lisbona, qualcuno si alzerà con una poderosa intervista o una lusinghiera proposta sedicente super partes: un governo che tenga d’occhio i conti e non scontenti troppo nessuno, cioè tutti.

Non lo chiameranno “governo tecnico”, questo è certo, perché la formula è usurata e porta un po’ sfiga, ma di questo non mi preoccuperei, perché l’inventiva sulle formule è una meravigliosa specialità nazionale e giocare con le parole come con le tre carte è una nostra abilità indiscutibile. “Salvezza nazionale”, “Emergenza energetica”, “Salute pubblica” e via inventando sinonimi. Piatto forte (sono pronto a scommettere) il discorsetto accorto e prudente che sgorgherà dai soliti editoriali ottuagenari dei giornaloni: in questa difficile situazione può l’Italia affrontare mesi e mesi di campagna elettorale, contrapposizione, litigiosità e divisione? In soldoni: con l’aria che tira possiamo ancora credere a una democrazia dell’alternanza? E giù riflessioni, prese di posizioni, pressioni, nomi. Un Monti reloaded? Un Draghi due punto zero? Rispolverare un Cottarelli? Si vedrà, c’è tempo. Per ora si notano solo piccole manovre di disturbo, come l’ossessione per il nuovo nome di moda, Silvia Salis, agitata come un’ideona, e sostenuta fino ad ora da Renzi e dai giornali di destra (cioè dalla destra).

Nell’anno che ci aspetta, che di insidie ne porterà in abbondanza, ecco l’insidia maggiore: la pressione perché si salvino gli interessi dei soliti noti, si lascino intatte le diseguaglianze in nome di una convenienza collettiva (su, dài, fate un po’ di sacrifici!), si smetta di litigare e ci si concentri su quello che farà bene a tutti, sulla carta e a pochissimi nei fatti. Ma non ve lo ricordate Monti in loden che sembrava un eroe perché andava a Roma in treno? E Draghi con la pace e i condizionatori? Siete pronti alla fabbricazione in vitro della nostalgia canaglia?

L'ora della delusione