domenica 13 settembre 2026

Se si chiamasse...

 



L'Amaca

 


La legge impossibile


DI MICHELE SERRA


Non mi ricordo più se sono favorevole al maggioritario o al

proporzionale, e a pensarci bene, a furia di parlarne, ormai avrei

difficoltà anche a definire con qualche precisione i due sistemi. Una

specie di sfinimento rassegnato ha avuto la meglio, lungo gli anni, sul

mio già moderato interesse per la questione "sistema elettorale".

Credo, del resto, che nemmeno il politologo più secchione sarebbe in

grado di fare un riepilogo delle varie leggi elettorali italiane, quelle

andate in porto e quelle bocciate, quelle emendate e quelle ritoccate, in

un guazzabuglio infinito che ha un solo merito evidente: quello di

chiarire, una volta per sempre, che la mancanza di senso dello Stato non

è solo un problema dei cittadini. È anche un vizio di molti politici, che

dei cittadini sono, per altro, i degni rappresentanti. Dico questo perché

se c'è una legge che, per natura, avrebbe l'insolito potere di mettere

d'accordo tutti, perché non riguarda interessi di classe, o aspetti

ideologici, o singoli partiti, questa è proprio la legge elettorale. Serve a

tutti e vale per tutti allo stesso modo. È una legge funzionale. Tecnica.

Non di indirizzo politico. Super partes.


Perché dunque su quella legge ci si accapiglia da decenni? Perché in

troppi (quasi tutti) cercano di modellarla a seconda del momento

immediato e a seconda della propria convenienza. Per fregare

l'avversario. L'interesse pubblico, l'interesse collettivo, valgono zero. Non

fosse così, di legge elettorale non si parlerebbe più da un bel pezzo.

Andrebbe bene quella che c'è, perché disegnata nell'interesse della

democrazia, non dei singoli partiti. Questa qui di Meloni non solo non fa

eccezione: ma aggrava la penosa sensazione appena descritta.

Valide ragioni

 

AfD e Vannacci sono figli del capitalismo globale 


di Daniela Ranieri 


Seconda puntata sulla vittoria di AfD in Sassonia-Anhalt. Il cavallo di battaglia del programma del partito filonazista è la “remigrazione”, un’insidiosa parola neutra e tecnico-burocratica con cui le ultra-destre occidentali indicano la deportazione forzata di immigrati che si trovino già sul suolo patrio e dei loro discendenti, inclusi coloro che hanno ottenuto la cittadinanza.

Al diavolo il diritto internazionale, i cui capisaldi sono il diritto d’asilo stabilito dall’art. 14 della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, il principio di non respingimento della Convenzione di Ginevra del ’51 e, in Italia, il diritto d’asilo garantito allo straniero a cui nel proprio Paese sia impedito l’esercizio delle libertà democratiche (art. 10 della Costituzione). Del resto, il “diritto internazionale vale fino a un certo punto”, come affermò l’impeccabile Tajani commentando gli attacchi di Israele contro la Flotilla che voleva portare aiuti a Gaza. Forse questo intendeva il cancelliere tedesco Merz, quando disse che “Israele sta facendo il lavoro sporco per tutti noi”: alterare la tara dell’accettabile, violando la dignità dell’essere umano in nome della “democrazia” e del “diritto di Israele a esistere”, specie se quell’essere umano è povero, di pelle scura e non europeo. La remigrazione, su cui si è avventato Vannacci come soluzione rapida e pulita al problema della mancata integrazione degli stranieri, è cresciuta dentro un brodo culturale i cui primi responsabili non sono stati i neonazisti, ma i rispettabili governanti sedicenti democratici. Lo hanno fatto applicando scientemente i principi del neoliberismo occidentale, la cui naturale evoluzione porta alla povertà di intere masse di cittadini e alla ricerca di un capro espiatorio facile e inerme.

Il programma economico di Afd è basato su un neoliberismo radicale: meno tasse, meno Stato, aiuti alle imprese, deregolamentazione e taglio della spesa pubblica. Non sono questi, forse, i principi con cui ci hanno governato finora? È il dogma che appare salvifico all’establishment europeo che idolatra i suoi sacerdoti come Mario Draghi. È stato nei nostri Paesi cosiddetti democratici che i meccanismi di regolazione, compresa l’immaginaria autoregolazione dei mercati, sono stati smantellati in nome dell’assoluta libertà di mercato (deregulation). Solo così si è potuto far credere a fasce di popolazione sempre più povere che l’ostacolo principale a una più equa distribuzione della ricchezza non fosse la riduzione della spesa sociale a vantaggio delle imprese e, negli ultimi anni, del complesso militare-industriale, ma la concorrenza di miserabili che pretendevano un tozzo di pane. È su questa base ideologica che il governo Meloni, col giubilo dei centristi e di tutto l’apparato mediatico benpensante e liberale, ha potuto togliere il Reddito di cittadinanza, introdotto dal M5S, a milioni di famiglie ridotte alla fame. Gli ultimi saranno gli ultimi: è il credo della civiltà occidentale di marchio Usa. Afd esplicita che i diritti assistenziali sono rivolti solo alla popolazione autoctona (“noi, il popolo”) con l’esclusione degli stranieri, e questo evidentemente rassicura parte dell’elettorato più debole.

Le ricette di Meloni-Salvini-Tajani – millantare di poter chiudere i porti (in un Paese fatto per 3/4 di coste); “esternalizzare” i migranti, trasferendoli a caro costo in container prefabbricati in Albania (salvo poi doverli riportare indietro ex lege); creare nuove fattispecie di reati per criminalizzare la povertà e aumentare la percezione d’insicurezza dei cittadini – si son rivelate velleitarie.

I giornali della borghesia ex progressista fingono di non ricordare il rimedio agli sbarchi ideato dal governo Gentiloni nella persona dell’allora ministro dell’Interno Minniti, da cui la dottrina omonima: il Memorandum Italia-Libia (2017), stilato col governo di Tripoli per finanziare, addestrare ed equipaggiare la Guardia costiera libica affinché bloccasse i barconi dei trafficanti prima che lasciassero le acque territoriali, incarcerando i migranti in centri che l’Onu ha definito “lager”. La Guardia libica fa il lavoro sporco per noi; dacché il gioco s’è rivelato anche inefficace, alla gente immiserita non resta che l’ultima carta: votare per chi promette di radicalizzarlo.

La globalizzazione e la flessibilità del mercato del lavoro hanno spezzato la solidarietà di classe, sfruttando la forza-lavoro straniera per abbassare i salari ed erodere diritti. I governi del capitalismo neoliberista, di destra e di centrosinistra (chi ha fatto il Jobs Act? Chi ha eliminato l’art.18?), hanno fomentato la competizione, esaltando il “merito” e indicando gli stranieri poverissimi ai salariati poveri come causa della loro miseria. Quella di AfD è solo la ferocia dei liberal-capitalisti resa esplicita. AfD, Vannacci e le altre destre razziste sono figli loro.


Far chiarezza

 

Mi telefoni o no?


di Marco Travaglio 

L’insistenza con cui Zelensky continua a chiedere un incontro con Putin conferma ciò che sappiamo, cioè chi sta vincendo la guerra e chi la sta perdendo. La situazione per l’Ucraina, sul fronte bellico, finanziario e sociale, è sempre più drammatica, anche perché si avvicina il quinto inverno di guerra. E per la prima volta lo è anche per Zelensky. Ciò che bisogna capire è cosa pensa di ricavare costui da un faccia a faccia col nemico, a parte imbucarsi al G20: una rilegittimazione elettorale prima che Trump, Xi e Putin s’incontrino in quella che qualcuno ha già descritto come la nuova Yalta per le zone d’influenza delle tre potenze mondiali (che rilegittimerebbe Putin e delegittimerebbe lui), o una soluzione del conflitto prima del tracollo delle ultime roccaforti in Donetsk? Nel primo caso, Putin avrebbe tutto l’interesse a prolungare l’attesa di Zelensky per rosolarlo un altro po’. Nel secondo potrebbe andare a vedere, ma non subito: solo dopo incontri preparatori fra sherpa, magari con la mediazione Usa senza gli euro-velleitari.

I vertici fra presidenti non servono a nulla, se prima non c’è un’intesa sulle questioni di fondo. Che, per la Russia, sono sempre le stesse da quattro anni: cioè da quando Kiev mollò il tavolo di Istanbul che aveva sciolto quasi tutti i nodi e spinse Mosca all’opzione militare come l’unica possibile per ottenere le regioni russofone, la neutralità e la demilitarizzazione di Kiev. Le regioni russofone sono quasi del tutto occupate. La neutralità è acquisita: nessuno, a parte qualche parolaio come Rutte, ipotizza più che Kiev entri nella Nato (e pochi credono che entrerà nell’Ue). Resta la demilitarizzazione, che i russi perseguono bombardando industrie militari, porti sul Mar Nero e navi con gli armamenti europei e lasciando affluire nell’imbuto letale del Donbass più soldati ucraini possibile (perciò i ponti sul Dnepr restano in piedi). Un anno fa l’intesa Trump-Putin in Alaska prevedeva una drastica riduzione della forza militare ucraina. L’Ue si mise di traverso, illudendo Kiev di poter finanziare e armare da sola la guerra infinita. Ma erano promesse da marinaio: soldi e armi sono quasi finiti e l’Ucraina un altro inverno di guerra rischia di non poterselo permettere. Se Zelensky e Ue l’hanno capito, faranno a Putin un’offerta che non possa rifiutare: non su qualche metro in più o in meno di terra, ma su un’Ucraina futura che non sia più vista come una minaccia da Mosca. Poi un vertice Zelensky-Putin, magari con Trump, potrà sancire l’accordo. Se non l’hanno capito, condanneranno l’Ucraina a morte. Che poi è la sola cosa che sanno fare.

sabato 12 settembre 2026

Così è

 


Fino a a quando lo Stato, che dovremmo essere noi, finanzierà opuscoli vomitevoli come questo, letto, anzi, sfogliato da pochi analfabeti funzionali e diretto da ominidi alla Belpietro per intenderci, che sperando di raccattare altri inani spara titoloni PDM(Primapagina Di Merda) come questo, non avremo mai alcuna parvenza democratica.

Zì badrone!

 



L'Amaca

 

Un riflettore su Cuba


DI MICHELE SERRA


Sarebbe bello se i problemi di salute di Alessandro Di Battista avessero

come corollario almeno un riflettore in più acceso su Cuba e i cubani,

visto che è laggiù che si è sentito male e sicuramente non era lì per fare

turismo; ma perché si parlasse un poco di più della situazione di quel

paese.

Circolano impressionanti appelli di cubane e cubani, in rete, di difficile

verifica ma di fortissimo impatto, e purtroppo molto verosimili, sul lento

strangolamento di quella gente per via dell'embargo americano. Vecchi

che muoiono per mancanza di farmaci salvavita, bambini senza

alimentazione decente, impossibilità di conservare cibi e farmaci e più in

generale l'orribile realtà di un assedio per fame che usa la salute e la vita

delle persone per annientare un regime sgradito. La fame come arma

politica: già visto a Gaza, sarebbe triste se il bis venisse a galla, di fronte

all'opinione pubblica mondiale, solamente a tragedia avvenuta.

A differenza del regime iraniano, fortemente rafforzato dalla guerra

sciocca e dissennata di Trump, quello cubano non ha alcun rilievo


strategico di primo piano. Langue e vive di ricordi, non aggredisce

nessuno, non trama contro nessuno: l'odio americano per il castrismo è

squisitamente ideologico, è l'elefante che non sopporta di ritrovarsi sotto

la pancia un topolino riottoso, che in tanti anni non è mai riuscito a

schiacciare. Ora ci prova nel più ripugnante dei modi, stringendo la

morsa dell'embargo e colpendo un popolo per vederlo inginocchiato.

Anche per gli anticastristi è molto difficile, anzi ormai impossibile,

stabilire quale sia il primato morale degli Stati Uniti rispetto a Cuba.

Specie ora che il metodo adottato per piegarla è l'accanimento

quotidiano contro vecchi, bambini e ammalati.