Amin Fazal Khogjani, 28 anni, Ullah Ismat Qiemi, di 19, Safi Iayjad di 27 e Waseem Khan di 29 anni. Sono i nomi dei quattro braccianti bruciati vivi nel distributore vicino a Villapiana. Bruciati vivi dentro un’auto da orchi infami e senz’anima, con un’efferatezza tale da stravolgere coscienze di sani di mente. Sfruttati dai cosiddetti caporali, vivevano in dieci dentro due stanze, per il cui affitto i sopracitati caporali esigevano 500 euro al mese. Otto, dieci ore di lavoro sotto il sole nelle campagne pregne di calore per qualche euro all’ora. Ma i 4 martiri riuscivano ad esternare quella dignità oramai ricordo lontano in molte zone di questo paese lacerato da mafie e da criminali: quasi ogni sera, sfiniti dalla tortura legalizzata, portavano ai bimbi del paese fragole ed altri frutti. Erano uomini, bruciati da animali. Uno stato serio avrebbe già da tempo sconfitto il capolarato, sollevato da incarichi inani incapaci del controllo. Uno stato serio si sarebbe fermato per meditare sulla sua inefficienza, per onorare gli arsi vivi. Uno stato serio avrebbe già mandato l’esercito a controllare quelle zone, a verificare gli stipendi, i versamenti. Invece nulla di tutto questo, solo la solita nenia di chi finge di non sapere, come il mondo della moda insegna da decenni.
Oltre al dolore per questi amici s’odono alte le parole del Poeta genovese: “Per quanto voi vi crediate assolti / siete per sempre coinvolti”




