domenica 26 aprile 2026

Daje!

 

Hai i sondaggi in picchiata? La gente ti deride? Agli occhi dei più sei oramai una macchietta? Come risollevarsi se non passando da vittima? Daje Donald!



L'Amaca

 


Due parole che pesano

DI MICHELE SERRA

Meloni ha parlato di "oppressione fascista", e per l'occasione bisogna essere contenti a prescindere. Sorvolare sui tempi, sulle ambiguità, sul contesto degli ultimi anni, sulle politiche securitarie repressive, sullo scadentissimo rapporto con i media e con il Parlamento, su tutto. Non solo per fair play, ma perché è un risultato politico a vantaggio della Repubblica e della Costituzione: Meloni è il capo del governo italiano e in pochi avremmo scommesso un centesimo sulla possibilità che lo dicesse. Ma lo ha detto, e qualcosa deve esserle costato.

Intanto deve esserle costato personalmente, perché la sua formazione politica missina non conduce di certo alla presa d'atto che il fascismo fu un'oppressione della quale è stato decisivo e gioioso liberarsi. Poi ha sicuramente contrariato una parte non piccola del suo elettorato, quella più fedele alla fiamma, che ancora oggi vede nella sconfitta del fascismo la propria sconfitta. Un pezzetto di elettorato già glielo ha sfilato il fascistissimo Vannacci, un altro pezzetto potrebbe defilarsi considerando "tradimento" la inequivocabile definizione di Meloni — oppressione fascista.

Politologi e affini stabiliranno quanto di tattico e quanto di strategico ci sia nella sortita di Giorgia Meloni, ex camerata di Colle Oppio, il 25 aprile del 2026. Da cittadino italiano antifascista posso solo dire che mi ha fatto piacere sentire quelle due parole. Qualcuno dirà: ti accontenti di poco. Ma no, "oppressione fascista", detto da Giorgia Meloni, non è così poco. A Milano si dice: piglia, incarta e porta a casa.

Che non succeda nulla!

 


Ahiahia!

 

Import-escort con grazia 


di Marco Travaglio 

Che qualcosa puzzasse nella grazia concessa in febbraio da Mattarella a Nicole Minetti, cancellandole le due condanne per favoreggiamento della prostituzione e peculato, s’era capito subito. Il Quirinale, contro ogni prassi, l’ha tenuta nascosta finché l’ha scoperta Mi manda Rai3 e il Fatto l’ha rivelata il 10 aprile. La Minetti non aveva scontato un solo giorno dei 3 anni e 11 mesi di pena definitiva e non rischiava il carcere, ma solo i servizi sociali (nel Bengodi italiota i condannati fino a 4 anni non vedono la galera neppure col binocolo). Ma ora, grazie alla formidabile inchiesta a puntate di Mackinson sul Fatto nel silenzio tombale del resto della “informazione”, si scopre che non esistevano neppure gli altri presupposti per graziarla. È falso che, dopo gli errori giovanili del bunga bunga, santa Nicole piena di grazia abbia cambiato vita – come scrivono i legali nell’istanza di grazia – dopo un “contesto di vita definitivamente chiuso”: ha solo trasformato l’esperienza maturata chez B. nel ramo import-escort in un’industria ben più lucrosa grazie ai capitali del compagno Giuseppe Cipriani: alle Baleari nel locale Downtown Ibiza e dal 2018 sul di lui yacht e nel di lui ranch a Maldonado (Uruguay). Cipriani non è il filantropo-mecenate “normoinserito” descritto dai legali: era socio occulto di Epstein, che ospitava per le vacanze e in parte imitava. L’insegna “Gin Tonic” dello yacht e del ranch celava ciò che raccontano alcune testimoni al Fatto: un viavai di squillo, anche minorenni di 15-16 anni, selezionate da “madame” Nicole (“Esta chica me gusta, esta no”), aviotrasportate dall’Argentina, dal Brasile e dall’Italia sul jet privato di Cipriani in barba a leggi e controlli anti-immigrazione (il locale ministero dell’Interno indaga su possibili mazzette alla Dogana), a disposizione di ricchi uomini d’affari e politici.

Poi, come specchietti per le allodole, c’erano i pranzi per i poveri orfanelli dell’Istituto nazionale dell’infanzia serviti dal caritatevole padrone di casa. Fra quei minori c’era anche il bambino di 9 anni gravemente malato (poi forse guarito), poi posto al centro della domanda di grazia che ha commosso Mattarella, Nordio e la Procura generale di Milano. Questo accadeva al “Gin Tonic”: altro che “il più grande investimento nella storia dell’Uruguay, il progetto dell’Hotel San Rafael” magnificato nella domanda di clemenza per ingannare il Colle, il ministro e il Pg, che si sono bevuti tutto, pur avendo i mezzi per appurarne la falsità (magari con una chiamata alle autorità di Montevideo). Ora non resta che rimediare: se si può, revocando la grazia; se non si può, chiedendo scusa, prima che emergano fatti ancor più gravi. Così magari anche le tv e gli altri giornali potranno finalmente pigolare qualcosa.