Prolasso alle gònadi
Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
mercoledì 21 ottobre 2026
Robecchi
Milano, oh cara! I “maranza” a Milano: quelli di Manzoni e quelli visti da Marx
“Ho imparato a non mettermi ne’ tumulti”, diceva a se stesso Renzo Tramaglino, ne I promessi sposi, un maranza gentile che veniva da fuori, un proletario, anche lui senza ascensore sociale, che dopotutto voleva solo sposarsi, poveretto. Perché i tumulti, guarda un po’, c’erano già nel Seicento ottocentesco del Manzoni, il più grande tra i milanesi, il quale diceva cose come: “I poveri, ci vuol poco a farli apparir birboni”, una frase che oggi gli assicurerebbe la nomea di “cattivo maestro”, di “fiancheggiatore dei violenti”, di “giustificazionista” di quelli che spaccano le vetrine. Buono o cattivo, ci perdonerete se come maestro preferiamo Manzoni a Piantedosi.
Ma visto che siamo ai classici (sempre, rileggere i classici) ci sarebbe anche quella frasetta di nonno Marx: “La storia di ogni società sinora esistita è storia di lotta di classi”, una riga soltanto, ma difficile da smentire.
Ora che tutti si esercitano nell’esercizio sociologico di leggere, interpretare, spiegare la due giorni milanese di assalto ai forni – nella loro moderna versione di negozi del centro – i sacri testi ci vengono in soccorso, e ne aggiungo un altro che non appartiene alla letteratura, ma al sapere popolare. Un proverbio brasiliano che dice: “Apro la televisione (variante: Instagram, TikTok…) e c’è tutto; apro il frigorifero e non c’è niente”. Che brutta cosa.
Per una volta, la frasetta paracula “né di destra né di sinistra” ha un senso: i ragazzini che sono andati in centro col metrò e sono tornati a casa (sempre col metrò) con un paio di sneakers prese da uno scaffale senza passare alla cassa, non sono effettivamente né di destra né di sinistra, sono solo incazzati neri, stufi marci di parecchie cose. Tra cui, per esempio, i controlli costanti di profilazione razziale che subiscono (da anni, non dall’altroieri) ogni volta che scendono dalle loro banlieue nella vetrina bella della città. Molti commentatori, bontà loro, ci dicono che c’è una questione di rabbia, e qualcuno si spinge a dire che quella rabbia ha delle radici, dei motivi, e insomma, dei perché, che non sono una sorpresa, ma anzi sono sotto gli occhi di tutti da parecchio tempo. Se ne parla, si dice nelle canzoni, nei video, nell’estetica maranzo-proletaria dei ribelli senza causa (Gioventù bruciata, Nichalas Ray, James Dean, 1955, altro classico). La pentola a pressione, insomma, produce vapore, il vapore preme e prima o poi la valvola salta, una cosa che si poteva prevedere e che nessuno, pare, ha previsto. Tantomeno, ahimè, quella “sinistra” che per tradizione storica e culturale dovrebbe essere più attenta alle differenze sociali, alle diseguaglianze e insomma, alla lezione dei vecchi classici (Marx, non Manzoni).
È probabile che quel che prova oggi un sottoproletario sedicenne – la cui prospettiva, se va bene, è di diventare un sottoproletario cinquantenne – possa dirlo solo lui, e tutto il resto (compreso questo che state leggendo) sia solo un esercizio di edificante trombonismo. Ed è forse l’unica cosa da augurarsi seriamente: che il racconto di quel che succede venga da lì, dalla rabbia di chi vede l’ascensore sociale funzionare solo per le élite, le garanzie funzionare solo per i già garantiti, il futuro assicurato a chi già lo vede per successione dinastica o di classe. La faccenda sarà anche nuova, ma come si vede le parole valide sono antiche, come sono antiche le soluzioni: pene più dure! Militari! Repressione! Spoiler: non funzionerà, finché non si spegne il fuoco sotto la pentola a pressione.
Dentro il problema
Reprimono per fuggire da ogni responsabilità
Ci risiamo. Rispondere alla complessità algoritmica di questa moltitudine di invisibili che ha incendiato Milano con la solita aritmetica dell’ordine misurato in anni di galera è patetico, grottesco e persino pericoloso. Mandare 500 soldati attribuendo loro funzioni di polizia giudiziaria significava avventurarsi oltre un confine mai valicato. Ci ha pensato il presidente Mattarella a fermare l’azzardo, cancellandolo. Se poliziotti professionalmente addestrati alla gestione dell’ordine pubblico non sono riusciti a fermare ragazzi che correvano, si disperdevano, ricomparivano altrove, che cosa avrebbero combinato soldati senza la stessa esperienza. Quante volte si sarebbe rischiato l’errore fatale?
I soldati sono addestrati a fronteggiare un nemico. I cittadini non sono nemici. Una manifestazione, anche violenta, non è un campo di battaglia. E militarizzare l’ordine pubblico non significa renderlo più sicuro. Ma esattamente il contrario, come l’orrenda America di Trump insegna. Tanto più che la prima domanda alla quale il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi dovrebbe rispondere è perché le sue strutture, i suoi investigatori, non siano riusciti a prevenire disordini annunciati da giorni sui social. Il sindaco Sala ha sollevato il problema. Il ministro gli ha risposto dandogli del radical chic. Milano devastata, agenti feriti, ragazzi arrestati. Ma Piantedosi trova il tempo (e l’umore) per una battuta da maranza.
Il punto è che nessuno sembra sapere davvero chi siano questi ragazzi. Il 4 ottobre compare su Instagram l’account “Italia in Piazza”. Tredici giorni dopo migliaia di giovani si ritrovano nelle strade. A Milano il preavviso alla Questura lo firma un diciassettenne accompagnato dalla madre. A Roma due universitarie raccontano di essersi incontrate nei commenti di TikTok. Ma nelle piazze arriva di tutto. Studenti, minorenni delle periferie, antagonisti, reduci no vax, professionisti della tensione. Qualcuno protesta contro il carovita, altri contro il governo, altri sono soltanto a caccia di uno scontro e di un saccheggio. Nelle stesse chat convivono richieste di salari decenti, scuole abitabili, ma anche istruzioni su quali negozi assaltare. La Rete non seleziona. Somma, confonde, amplifica. Basta un messaggio, una convocazione. E una rabbia sufficientemente diffusa perché migliaia di sconosciuti decidano di incontrarsi.
La moltitudine scesa in piazza non è un movimento politico. Non ha un programma o un capo. È rabbia sociale. Una miscela di esclusione, frustrazione, desiderio di consumo, bisogno di appartenenza. Molti sono figli dell’immigrazione, cresciuti in un paese che li considera stranieri. Desiderano quello che vedono sui loro schermi. Reclamano merci. Vogliono quelle scarpe, quella felpa, quel telefono connesso con un po’ di autostima. Non vogliono distruggere il mondo che li esclude. Vogliono entrarci, sfondando la porta. Non sanno, o fanno finta, che chi saccheggia commette un furto. Chi lancia una pietra contro un poliziotto può ucciderlo. Credono che la moltitudine cancelli le responsabilità individuali. In ogni caso se ne fregano. Il loro è un nodo scorsoio anche culturale. Ma tagliarlo solo per punire non è abbastanza. E non significa rimediare al danno. Dopo quattro anni e cinque decreti sicurezza, il governo scopre che qualche centinaio di ragazzi può assediare Milano. E propone altre uniformi, altre manette, altre pene. È la formula di Meloni e Piantedosi: trasformare la questione sociale in una penale. Ignorare sempre le proprie responsabilità, che precedono quelle dei manifestanti, da mettere puntualmente in capo alla sinistra. La quale trova a malapena il tempo di replicare con parole sensate, per poi rituffarsi dentro al proprio ombelico dove discutere di leadership, primarie, campi larghi, programmi. Mentre fuori dalle sue sedi cresce una rabbia che non conosce il suo linguaggio, non aspetta le sue decisioni. Sempre che quella rabbia vada a sinistra e non anche a destra, come accade in mezza Europa. O verso il nulla di nulla autoreferenziale.
Non saranno i 500 soldati a cambiare questo paesaggio. Potranno presidiare le piazze, sorvegliare le vetrine. Non potranno restituire una prospettiva di vita a chi non ne vede nessuna. Ma Mattarella ha fermato i poteri speciali, non la logica che li aveva concepiti. Il rischio resta la reciproca spirale: il governo che addita soltanto delinquenti e aumenta la repressione. I ragazzi che accerchiati dalle divise, raddoppiano la sfida. La politica scompare, resta lo scontro tra gli adulti che distribuiscono disprezzo e i giovani che restituiscono vendetta. Siamo dentro la guerra sociale delle diseguaglianze. Dentro al frastuono di un mondo che perde pezzi e a un governo che usa un altro po’ di fil di ferro elettorale per vincere la gara del comando. E poi vantarsene.
Ha stato...
I maranza putiniani
L’altra sera ho scartato una vignetta di Natangelo su un Putin preoccupato perché, dopo un paio di giorni di piazze in fiamme, nessuno gli aveva ancora dato la colpa. Va bene che la satira deve esagerare, mi son detto, ma non esageriamo. E mal me ne incolse: i giornali di ieri sono pieni di “Ha stato Putin” per le rivolte dilaganti in tutta Europa. La polizia brancola nel buio, gli 007 non sanno dove girarsi, ma il senatore Borghi (il più comico, quello renziano) ha già risolto il caso: “I disordini non sono casuali, qualcuno può averli incanalati”. Indovinate chi? “L’interesse della Russia è infilarsi come il sale sulle ferite delle pubbliche opinioni per… diminuire la coesione dei Paesi che sostengono l’Ucraina… Tutto questo fa il gioco del Cremlino”. Hai capito chi c’è dietro i dodicenni spaccatutto e i maranza putiniani? Anche la pidina Lia Quartapelle evoca “potenze straniere”. E appena dal centrosinistra piove una scempiaggine, Crosetto s’ingelosisce: lui lo dice “da quattro anni”, purtroppo “inascoltato”, che questa “è la guerra ibrida che qualcuno porta nelle nostre nazioni con strumenti non convenzionali, che si chiamano TikTok, social, YouTube, senza che l’Occidente se ne renda conto e reagisca”. Forse perché sono tutti social americani, a parte TikTok che nasce cinese, ma negli Usa è stato appena nazionalizzato. Può mancare Libero? No: “Russi e iraniani soffiano sulle rivolte. Il movimento di protesta si trasforma in un’arma”. E il Riformista? No: “Ottobre russo. Chi manovra il conflitto permanente?”. E De Angelis sulla Stampa? No: “Qualche mago del Cremlino come Dugin inneggia alla rivolta”, senza scordare i NoVax, che si portano su tutto.
In fondo è rassicurante. Siccome gli europei detestano i propri sgovernanti e non sanno più come dire che li vogliono fuori dai piedi, quelli dovrebbero giustificare i loro ciclopici fallimenti e andare a nascondersi: molto più comodo di battere il mea culpa sul petto di Putin. Perdono voti a rotta di collo? È Putin che trucca le elezioni. Crollano nei consensi? È Putin che trucca i sondaggi. Le piazze li insultano? È Putin che le riempie. Macron riuscì persino a sostenere che il video di Brigitte che lo prendeva a sganassoni sull’aereo era un fake della propaganda russa. E Sánchez, subito smentito dalla sua polizia, ha raccontato che tutti quei marocchini a Ceuta li mandava Putin. Tesi peraltro copiata da Crosetto, che attribuì il raddoppio degli sbarchi in Sicilia in èra Meloni agli spingitori della brigata Wagner, puntualmente sbugiardato dai suoi Sservizi. Putin è come la nonna o la zia morta per gli studenti somari che non hanno fatto i compiti. Se non esistesse, o fosse morto (con tutte le malattie letali che ha, c’è da stupirsi che sia ancora vivo), lo inventerebbero uguale identico.


