sabato 5 settembre 2026

L'Amaca

 



Il linguaggio del tempo


DI MICHELE SERRA


Può essere che "ondate di calore" non sia la definizione

corretta per l'afa quasi permanente di questa estate. Se la

cosiddetta ondata non è l'eccezione, ma la regola, allora

bisognerà parlare piuttosto di "ondate di fresco" quando si

rompe, per pochi giorni, la cappa dei 35-40 gradi.

È un po' tutta la meteorologia, del resto, che si trova di fronte

all'esigenza di cambiare linguaggio nella stessa misura in cui

cambia il clima. "Maltempo" per dire che piove e "bel tempo"

per dire che il sole splende implacabile non sono più termini

accettabili in un momento in cui si aspettano le perturbazioni

come una benedizione – sempre che la pioggia non si trasformi

in uragano. Il vero maltempo è quello che dissecca i campi e

minaccia la malora e la fame.


Il discorso sul tempo meteorologico, in realtà, risente in modo

quasi imbarazzante delle esigenze umane, anche

dell'organizzazione – ormai decrepita – della società

industriale (i weekend, le ferie di agosto). Si parla del clima,

dunque dello stato del pianeta, come se fossero le nostre

comodità a poterlo dirigere, ma di ben altri parametri tiene

conto la natura, al confronto dei quali le preoccupazioni sul

meteo del prossimo weekend (speriamo che non piova, c'è la

prima comunione di mia nipote) assumono una valenza

fantozziana, dunque patetica e comica.

Se c'è una cosa buona e positiva, nell'angoscioso trascorrere di

questa estate implacabile, è la possibilità di capire che non

siamo padroni del pianeta, siamo solo suoi abitanti. Il cielo è

più forte di noi, e non per ragioni religiose. Per ragioni

materiali.


Ragogna!

 



Dalla Festa

 



Cin Cin!

 

L’Eni brinda sul post-Maduro 


di Pino Corrias 

La democratica italietta con l’Eni in testa e Meloni in festa, celebra in Borsa d’essersi impadronita di un bel po’ di refurtiva del Venezuela. E i giornali in coro: “All’Eni il maxi giacimento Junin 5”, che vuol dire 35 miliardi di barili di petrolio da pescare lungo la fascia dell’Orinoco. “Colpo grosso dell’Eni” strillano in coro i titolari dell’informazione: “Firmato l’accordo: un pilastro del nostro rilancio energetico”. Evviva!

Ne ha scritto Marco Palombi, ma vi ricordate come andò la faccenda in Venezuela lo scorso gennaio? Un commando Usa scese dal cielo di Caracas, e intorno alle 2 di notte prelevò il presidente Maduro e sua moglie dalla camera da letto, per trasportarli in un carcere americano, dopo avere liquidato la guardia presidenziale, una ottantina di morti in tutto, tripudio delle maniere spicce di Trump, Hollywood già pronta all’apposito film.

Si disse, in quelle ore, che il dittatore Maduro, affamatore del popolo venezuelano, se l’era cercata quella fine lì. Peccato per le vittime collaterali, ma se vuoi pulire usi straccio e candeggina, mica carezze. In quanto alle regole internazionali prese a calci, e altrettanto i codici che di solito condannano i sequestri di persona, pazienza. La nostra Meloni – tutta legge & ordine – dichiarò che quell’attacco “era legittimo” e il nostro Tajani precisò che si trattava di “sicurezza nazionale americana contro il narcotraffico”. Nessuno fiatò sul petrolio, credendoci tutti con l’anello al naso.

Poi toccò direttamente a Trump rivendicare il blitz e il malloppo: “D’ora in avanti decideremo noi chi potrà lavorare in Venezuela” disse ai 14 petrolieri chiamati alla Casa Bianca – da Chevron a Shell – che fremevano sulle rispettive sedie. E aggiunse: “Ora avrete la sicurezza totale. Tratterete solo con noi, siamo pronti a fare business”. Tra gli applausi dei convocati, il nostro Claudio De Scalzi, lo sceicco dell’Eni, si spellò le mani per l’entusiasmo: “Grazie presidente per lo sforzo e l’efficienza della sua azione”. Poi corse anche lui a mettersi in fila con la scodella. Per incassare la pappa.

Parla Francesca!

 

“Ciò che si perde a Gaza lo perdiamo tutti noi”


di Francesca Albanese 

Pubblichiamo come anticipazione di “Tortura e Genocidio”, il nuovo libro della Relatrice Speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati, un estratto del discorso di presentazione del rapporto al Consiglio Diritti Umani. 

Eccellenze,

(…) presento le conclusioni del mio ottavo rapporto, il quinto che documenta il genocidio in corso contro il popolo palestinese. Le sue conclusioni mettono in luce uno degli elementi distintivi di questo genocidio: il ricorso diffuso e sistematico alla tortura da parte di Israele, insieme alla deliberata creazione di un ambiente di tortura ai danni di uomini, donne e bambini palestinesi.

Pur condannando inequivocabilmente la tortura commessa da tutti gli attori, compresi i membri dei gruppi armati palestinesi che agirono il 7 ottobre 2023 e successivamente, questo rapporto si concentra sull’uso della tortura nel contesto del genocidio in corso, e dunque sulle azioni di Israele in quanto potenza occupante, come richiesto dal mio mandato.

Tra ottobre 2023 e gennaio 2026, le forze israeliane hanno arrestato più di 18.500 palestinesi nel territorio palestinese occupato. Tra questi, bambini, persone con disabilità, medici, giornalisti e operatori umanitari. Quasi cento sono morti durante la detenzione, mentre 4.000 restano vittime di sparizione forzata e migliaia sono detenuti senza essere formalmente sotto accusa. Sono trattenuti in condizioni disumane: picchiati, incatenati, abusati sessualmente, stuprati, privati di cure mediche, affamati. Una violenza così abominevole rimane impunita perché agli israeliani è stata di fatto concessa una licenza di torturare i palestinesi. In altre parole, questa realtà è stata resa possibile perché la maggior parte dei vostri Stati, dei vostri ministri, dei vostri governi, l’ha permessa per così tanto tempo.

Anziché riassumere il rapporto, ho deciso di prestare la mia voce ai sopravvissuti alla tortura, il cui coraggio, insieme a quello delle organizzazioni della società civile palestinese e israeliana che hanno documentato il loro Inferno, ha permesso alla verità di arrivare in questa sala, a rischio straordinario delle loro vite e dei loro mezzi di sussistenza.

«Il quarto giorno in prigione, un soldato israeliano ha gettato il cibo per terra, che consisteva soltanto in labneh [yogurt colato], urlando: “Mangiate da terra, puttane di Hamas, proprio come gli animali!”» (…)

«Hanno nuovamente sguinzagliato contro di noi i cani della polizia, lasciando che ci lacerassero la carne. Un cane ha attaccato un altro detenuto e ha iniziato a sbranargli i genitali. È morto dissanguato tra le mie braccia. Un medico, protetto all’interno di una gabbia, lo ha esaminato a distanza e ha detto: “Buttatelo fuori”».

«Uno dei soldati mi ha stuprato inserendomi violentemente un bastone di legno nell’ano. Dopo circa un minuto lo ha estratto e inserito nuovamente con maggiore forza mentre io urlavo. Poi mi ha costretto ad aprire la bocca e a leccare il bastone». (…)

Il mio rapporto dimostra inoltre che la tortura si estende ben oltre le mura delle prigioni, in quello che non può che essere descritto come un ambiente di tortura imposto da Israele sull’intero territorio palestinese occupato. La continua distruzione, protrattasi per decenni, di case, ospedali, scuole e infrastrutture – combinata con sfollamenti forzati, fame, bombardamenti, sorveglianza pervasiva, detenzione arbitraria, tortura e altre forme di maltrattamento – ha trasformato la vita in un continuum di sofferenza fisica e mentale.

(…) Il filosofo Jean Améry, sopravvissuto alla tortura durante l’Olocausto, scrisse una volta: «Chi ha subìto la tortura non può più sentirsi a casa nel mondo». (…)

Il popolo palestinese oggi – che si trovi in detenzione, sotto i bombardamenti a Gaza, terrorizzato da criminali armati in uniforme o da squadre di coloni in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, o persino nell’esilio forzato, nella diaspora – sta subendo precisamente questa distruzione intenzionale. (…) Fin dai primi anni dello Stato di Israele, privare arbitrariamente i palestinesi della libertà, così come di tutti i loro diritti, è stato uno strumento centrale del dominio israeliano, sostenuto da leggi, istituzioni e retoriche che normalizzano gli abusi, ampliano i poteri di detenzione e disumanizzano i palestinesi. Dall’ottobre 2023, la tortura è diventata politica di Stato, sostenuta da una cultura della tortura socialmente prodotta, politicamente difesa e pubblicamente normalizzata. La proposta di pena di morte per i detenuti palestinesi, già approvata in prima lettura dalla Knesset, rappresenta un’ulteriore e pericolosa escalation. Ho pertanto raccomandato che i responsabili – compresi alti funzionari quali Itamar Ben-Gvir, Bezalel Smotrich e Israel Katz – siano sottoposti a indagine e che, ove ne ricorrano i presupposti, siano emessi mandati d’arresto.

(…) Il diritto internazionale è inequivocabile. La tortura è assolutamente proibita in ogni circostanza. Lo stesso vale per il genocidio in corso. Ai sensi sia della Convenzione contro la tortura sia della Convenzione sul genocidio, tutte le parti hanno l’obbligo di prevenire, fermare e punire questi crimini.

La scelta che abbiamo davanti è netta: o il divieto di genocidio e di tortura rimane una norma giuridica vincolante, oppure sarà smascherato come una promessa vuota.

Israele deve essere chiamato a rispondere delle proprie azioni, insieme a coloro che lo governano e a coloro che lo sostengono.

Insieme ai milioni di persone che credono ancora nell’universalità dei diritti umani, lo dico ancora una volta: (…) ciò che si perde in Palestina sarà una perdita per tutti noi.

Eccoli!

 




Calendino

 

Grazie, Carletto 


di Marco Travaglio 

Dobbiamo ringraziare Calenda. Non ridete, non è uno scherzo. Non essendo fra i politici più svegli, il liderino di Azione ha il pregio di dire pubblicamente ciò che quelli che contano si dicono in privato. L’altro giorno, con grave sprezzo del ridicolo, ha chiesto di “attivare la nostra proposta di ‘scudo democratico’” per “rafforzare i poteri di indagine dei servizi di sicurezza e la vigilanza social” sui “traditori al soldo di una potenza nemica”, che “non possono essere parte del normale gioco democratico”. Quindi “vanno isolati e perseguiti a norma di legge”. “In Italia e in Europa”: massì, abbondiamo. E chi sarebbero? “Afd, Fronte Nazionale, Futuro nazionale, Lega Salvini, M5S e il Fatto”: cioè i primi partiti in Germania e in Francia, tre partiti italiani e un quotidiano a caso, che sarebbero “alleati e propagandisti, in alcuni con comprovati legami finanziari, con un dittatore che porta attacchi diretti al cuore dell’Europa”. Ergo vanno spiati, processati e messi fuorilegge per salvare nientemeno che “la democrazia europea”. Come in Russia. Ma anche in Ucraina, dove Zelensky ha bandito gli 11 partiti di opposizione. Non male l’idea di salvare la democrazia abolendola. E non è neppure inedita: nel 2024 la Romania annullò il primo turno delle presidenziali perché aveva vinto il candidato sbagliato, il “sovranista” Georgescu, fermato con accuse ancora in attesa di riscontri.

Chi si domanda perché, ogni due per tre, i governi europei lanciano allarmi sulla “guerra ibrida” di Putin a suon di droni, fake news e hackeraggi senza lo straccio di una prova (poi cambiano subito discorso perché nessuno si ricordi di chiederla), deve solo incrociarli con le date e i sondaggi delle elezioni nei Paesi Ue. In Spagna, Sánchez – che peraltro è il meno peggio – tracolla sotto il peso di scandali e migranti. E chi accusa per l’invasione di marocchini a Ceuta? I russi, coprendosi di ridicolo e facendosi smentire dalla sua polizia e persino dalla Ue. In Germania si vota in Sassonia-Anhalt e i sondaggi danno la Cdu di Merz ai minimi termini e l’Afd al 40%. E chi accusa il cancelliere per il drone esplosivo non esploso a Lipsia? I russi, senza prove e senza crederci neppure lui, visto che la furibonda reazione promessa si riduce alla chiusura del centro culturale Casa Russia: un petardo contro una bomba. In Italia Tajani vede i sondaggi calanti delle destre al governo e chi accusa? I russi che – testuale – “potrebbero cercare di influenzare i risultati delle nostre elezioni”. Non si sa quando si vota, con quale legge elettorale, con quali coalizioni, ma lui già sa che sarà tutto truccato da Putin. Uno psichiatra bravo parlerebbe di “proiezione”: il meccanismo primitivo che porta il paziente a scaricare sugli altri quello che vuol fare lui.