venerdì 26 giugno 2026

L'Amaca

 


Un americano a Venezia

di Michele Serra


«Venezia è una delle città più belle al mondo» è una frase che anche un libro di testo per le scuole primarie esiterebbe a usare. È come dire «Picasso era un pittore molto bravo», «New York è famosa per i suoi grattacieli», «Beethoven ha scritto delle sinfonie molto conosciute».

Eppure c'è chi lo ha detto, che Venezia è una città molto bella, ed è l'ambasciatore americano Fertitta, ricevendo «gli amici italiani» in una sede insolita: il suo panfilo lungo 117 metri, attraccato a Napoli, arredato come il caravan di Moira Orfei con un elemento peggiorativo: i soffitti a specchio. Per le sue prerogative politico-culturali (è ricco sfondato), Fertitta è ammesso a far parte dell'entourage di Trump ed è stato nominato ambasciatore a Roma: probabile che abbia vinto un regolare concorso rispondendo «sì» a due domande: «Venezia è una delle città più belle al mondo?»; «è più bella anche di Chattanooga?».

È tutta gente che ha come unica lettura le carte di credito, e dunque non si può pretendere che parlino di ermeneutica o di letteratura. Ma insomma, un minimo sindacale, quando si parla in pubblico, sarebbe richiesto. Invece no. La frase su Venezia (prossima tappa della crociera di Fertitta) è forse la più vivace e inattesa di quelle riportate dai giornali. Che vanno da «America e Italia sono alleati da molto tempo» — chi lo avrebbe mai detto? — a un festoso elogio riparatore di Giorgia Meloni e dell'intelligenza degli italiani che l'hanno eletta, così da sentirsi in regola con i propri doveri diplomatici.

A bordo del piroscafo di Fertitta c'erano diversi rappresentanti delle nostre istituzioni. Chi dice che la politica non è un lavoro faticoso, si metta nei loro panni. Sono saliti a bordo già sapendo quello che li aspettava: niente. Speriamo che almeno il buffet fosse decente, e che tra i soffitti a specchio non risuonasse, in onore degli amici italiani, O sole mio.

Momentacci

 



Natangelo

 



Cinetico

 



Elena in Russia

 

Mosca ama l’Europa che l’ha tradita 


di Elena Basile 

Al fine di essere in linea con la fama di filo-putiniana, ho deciso di recarmi a Mosca per la prima volta.

La diffamazione non è dovuta all’accostamento alla personalità del presidente della Federazione russa, le cui qualità politiche, culturali e morali sono paragonabili se non superiori a quelle dei leader occidentali. La calunnia è relativa al mancato riconoscimento dell’onestà intellettuale con la quale esercito il ruolo di analista. Se avessi voluto agire nel mio interesse, mi sarebbe bastato sorridere nella trasmissione di Lilli Gruber a Paolo Mieli invece di dirgli, senza ambiguità diplomatiche mai troppo costruttive, che utilizza argomenti sottoculturali in difesa di Israele: oggi sarei piena di incarichi e prebende, i miei libri di narrativa probabilmente arriverebbero nelle librerie.

Mi sono recata in Russia non per avere contatti con la leadership (come fanno tanti politici e analisti europei in Ucraina, inseguendo l’élite del Paese) ma per poter discutere con la società civile. Ho segnalato la mia presenza all’ambasciatore italiano che, dopo una prima risposta cortese, si è guardato bene dal parlarmi. In effetti, non so se Tajani abbia dato istruzioni al riguardo, ma nei miei contatti con alcune ambasciate, soprattutto con quella di Bruxelles, sono costretta a sopportare diverse discriminazioni rispetto ai miei colleghi uomini, stesso grado. Secondo la Costituzione italiana, nulla vieta a un’ex ambasciatrice, che per non creare imbarazzi si è auto-penalizzata andando in pensione anzitempo, di esprimere idee contrarie al mainstream. La barbarie purtroppo imperversa e va denunciata pubblicamente. I diplomatici hanno giurato sulla Costituzione e non sul potere politico contingente.

Dopo dieci giorni di soggiorno a Mosca, mi limito a descrivere fattori oggettivi, evidenti, direi banali che chiunque può constatare. È una città splendida, con un piano urbanistico funzionale ed estetico La pulizia delle strade, il restauro dei palazzi e dei monumenti, i servizi sono eccellenti. Che un Paese in guerra possa eccellere negli investimenti nei beni comuni moscoviti, costruendo ogni giorno una nuova linea della metropolitana, mi sembra encomiabile.

Ho tenuto una conferenza all’Università delle Relazioni internazionali e diplomatiche (Mgimo), nella quale si formano i futuri diplomatici, e oltre alla preparazione dei dottorandi e dei professori, ho potuto constatare la conoscenza delle lingue europee, l’amore per l’Europa verso la quale molti si proiettano. Come mi è stato detto scherzosamente, si tratta di un rapporto abusivo. L’Ue è nei panni del macho che picchia la moglie eternamente innamorata. Il Dipartimento universitario per le relazioni con l’Europa riceveva un tempo fondi europei. I presidenti della Commissione erano di casa. Ancora si può ammirare la foto di Romano Prodi. I docenti non riescono a comprendere il suicidio europeo, la russofobia imperante.

Ho avuto modo di parlare con diverse generazioni di imprenditori italiani, da quelli che vivono in Russia da oltre un trentennio ai più giovani, da quelli autonomi o che hanno lavorato per imprese private, a coloro che hanno costruito la loro carriera nelle holding statali. Il giudizio è stato unanime. Il Paese, anche all’interno, ha servizi ottimi e il quadro economico, malgrado le difficoltà, regge. Si tratta di una comunità di italiani preparata, professionale, patriottica, che ha fornito con la sua presenza in Russia un valore aggiunto importante all’economia italiana. La loro esperienza andrebbe compresa. I loro consigli ascoltati.

La capacità della Russia di resistere alla guerra economica iniziata con le sanzioni occidentali nel 2014 e alla guerra sul campo è dovuta alla nascita dei Brics e all’organizzazione del Sud globale intorno alla Cina. Nel 2014 il Cremlino sgomento, dopo il colpo di Stato a Kiev, annette la Crimea ed è consapevole di come il progetto di conciliare la sovranità russa con l’inserimento del Paese nella governanceeconomica internazionale sia fallito. Nel 2014 Mosca firma con Pechino un trattato da 400 miliardi di dollari per interscambio energetico e costruzione delle relative infrastrutture. La solidarietà dei Brics, che non hanno aderito alle sanzioni, ha permesso a Mosca di contraddire le previsioni di tanti stimati leader occidentali circa la fine del governo di Putin in pochi mesi. L’interscambio nel 2020 ammontava a 140 miliardi di dollari, nel 2024 a 240 miliardi e, dopo una temporanea flessione nel 2025, ha ripreso a crescere significativamente nel 2026. Se è vero che la Russia vende prodotti energetici e armi importando tecnologia, non si può parlare di dipendenza economica, ma di strategia essenziale allo sviluppo. Gli scambi avvengono in moneta locale. Gli investimenti attuali sono di 18 trilioni di rubli. Come sostiene Igor Shuvalov, presidente della società di sviluppo statale Veb.Rf, la Cina è essenziale per il raggiungimento russo della leadership tecnologica e per la costruzione di infrastrutture essenziali allo sviluppo e all’interscambio. L’avanzamento tecnologico russo si vede già nell’informatizzazione della sanità, anni luce avanti all’Italia. Il pagamento con i cellulari tramite riconoscimento facciale è dovunque, nei fornitissimi supermercati come in metropolitana. Consiglierei a Roberto Gualtieri di visitare Mosca. Imparare dal suo omologo russo potrebbe portare benefici ai romani.

Il popolo russo ha un carattere anarchico e al contempo coeso, patriottico, religioso e fatalista, romantico, irrazionale. Se non ci fossero state le sanzioni, il Paese avrebbe continuato il trend di dipendenza dall’Occidente. Oggi l’economia, malgrado il Paese sia in guerra, si diversifica. Nel settore agro-alimentare, grazie al know how italiano, nascono prodotti russi. Formaggi e salumi, per esempio: il parmigiano prodotto a Mosca è ottimo. I vini sono eccellenti. La produzione è ancora piccola, ma siamo solo agli inizi. Quindi tutto bene? No, esistono tanti problemi economici e di carattere strutturale. Il rallentamento della crescita all’1,1% del Pil, l’inflazione all’8% annuale, i tassi d’interesse alti, al 15% praticato dalla Banca centrale (ma più penalizzante è quello secondario) che gravano sul debito e frenano la domanda globale sono fattori preoccupanti. La direttrice della Banca centrale, Elvira Nabiulina, in carica dal 2013, tecnocrate stimata internazionalmente, ha saputo con un’abile politica monetaria salvare la tenuta del rublo nel quadro tragico dell’economia colpita dalle sanzioni. Oggi tuttavia comincia a esser criticata per l’austerità che penalizza la crescita e le imprese. La Russia ha solo il 18% del Pil di debito e una bilancia commerciale che continua a registrare un surplus importante, dovuto soprattutto all’esportazione di risorse energetiche. La tassazione delle società è al 25%, delle imprese autonome al 15%. Rispetto al lassismo fiscale precedente, un progresso.

Il coefficiente di Gini che misura le disuguaglianze è simile in Russia e in Italia. Dato l’aumento dei prezzi dovuto alla guerra dal 2022 a oggi (+15%), il livello delle pensioni (300 euro), degli stipendi medi (1.500 euro), le difficoltà economiche pesano sulle classi lavoratrici e sul ceto medio impoverito. C’è un’arte di arrangiarsi come a Napoli. Molti arrotondano lo stipendio con altri lavori. Le pensioni statali sono integrate da un sistema di fondi privati. La società russa è neoliberista, la ricchezza si concentra in poche mani come in Occidente. Gli oligarchi hanno una certa influenza nella gestione dell’amministrazione pubblica. Esiste tuttavia un’ambizione della politica e Putin è riuscito a impersonarla emarginando i miliardari, liberi di accrescere il potere economico, ma non di snaturare gli obiettivi della società russa. A differenza dell’Occidente, malgrado la burocrazia e la corruzione esistenti, la strategia del governo nel complesso mira al raggiungimento di finalità nell’interesse nazionale e del popolo russo. Non direi che attualmente questo accada in Europa.

Distacco

 

Meno libri, meno liberi 


di Marco Travaglio 

Si pensava che la fiera romana dei piccoli e medi editori “Più libri più liberi” avesse rinunciato a imporre il “patentino antifascista”, dopo le polemiche e le risate suscitate dal suo annuncio. Invece ce l’ha recapitato per PaperFirst con tutti i papelli burocratici da compilare per essere ammessi alla kermesse di dicembre alla Nuvola dell’Eur. E ci ha chiesto di: “aderire ai valori e ai principi espressi nella Costituzione Italiana, nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea e nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani; riconoscere e condividere i valori antifascisti alla base dell’ordinamento democratico della Costituzione Italiana; rispettare i principi di libertà di pensiero e di stampa, di tutela della dignità umana e di libertà della persona senza alcuna distinzione per ragioni di etnia, colore, sesso, lingua, religione, opinione politica o altro; rifiutare ogni forma di discriminazione e di incitamento all’odio; impegnarsi a rispettare tutte le disposizioni di legge e i regolamenti… inclusi quelli in materia di diritto d’autore, pubblica sicurezza, prevenzione incendi, igiene e sicurezza sul lavoro…”. Dall’antifascismo all’antincendio, è un attimo.

Appena finito di scompisciarci, Cinzia Monteverdi e io abbiamo deciso di non firmare. Non solo per un sacro rispetto del senso del ridicolo, ma soprattutto perché un vero democratico e antifascista (e, si capisce, antincendio) non ha bisogno di metterlo per iscritto. E non consente ad alcuno di fargli l’esame del sangue per ricevere una patente a punti, fra l’altro basata sull’autocertificazione: la sua vita e il suo lavoro parlano per lui. Siccome poi nessuna norma impone a privati cittadini, come gli editori, di essere democratici e antifascisti (e meno male, sennò chi lo è per scelta spontanea verrebbe accomunato a chi finge di esserlo per farla franca), l’obbligo di firma per presentare libri non ha senso. A meno che non miri a discriminare chi non si riconosce nella democrazia e nella Costituzione, cosa del tutto legittima per chi non ricopre né cerca cariche pubbliche. Se fossimo fascisti, firmeremmo a occhi chiusi il giuramento antifascista per poi presentarci alla Nuvola con l’opera omnia di Mussolini e Hitler. Ma, proprio perché non lo siamo, respingiamo la richiesta al mittente con queste poche righe: “La nostra Società non intende siglare la dichiarazione proprio perché riconosce e condivide i valori antifascisti alla base dell’ordinamento democratico della Costituzione e rispetta i principi di libertà di pensiero e di stampa. Era il fascismo che pretendeva dichiarazioni e giuramenti per discriminare gli antifascisti. Una democrazia che usi lo stesso trattamento a chi non vi si riconosce non è più tale: è, appunto, una nuova forma di fascismo”.

giovedì 25 giugno 2026

Gazza ladra

 

Torcida in costume adamitico in casa: appena fatta! Il primo che si lamentasse davanti a me per acqua o temperature basse, negando il cambiamento climatico, subirà lo stesso trattamento riservato da Alex ai suoi compagni sul molo in Arancia Meccanica! E ci metto pure la Gazza Ladra di Rossini come sottofondo!