venerdì 12 giugno 2026

Ellekappa

 



L'Amaca

 


Nei Mondiali c'è molto mondo

di Michele Serra


Piaccia o non piaccia il calcio, i Mondiali sono una maniera sempre imprevista e coinvolgente di conoscere la composizione dell'umanità, diciamo la sua ripartizione post-tribale in popoli e nazioni (non sempre post-tribali, a giudicare dall'aggressività di alcune tra le più note, Usa e Russia su tutte).

Checché se ne dica ne sappiamo così poco, di come è fatto il mondo, che per esempio l'ingresso in campo delle nazionali di Capo Verde e Curaçao, e permettetemi di metterci, per personale impreparazione, anche l'Uzbekistan, ci spinge ad aguzzare la vista, curiosi dei colori delle maglie, delle facce e dei nomi dei giocatori, delle differenze e delle ricorrenze negli atteggiamenti di gioco, nel modo di esultare o di abbattersi dopo il gol subìto. Chi sono, come vivono, che cosa pensano il cannoniere uzbeko, il quinto di fascia capoverdiano, il portiere di Curaçao? Come rimanere indifferenti a questa irruzione copiosa, coloratissima, di sconosciuti nel nostro campo visivo?

Non siamo così provinciali da considerare l'assenza dell'Italia una ragione per disinteressarcene, di questi Mondiali. Ma siamo così provinciali da considerare esotica la presenza di paesi dei quali sappiamo molto poco o quasi niente (Curaçao, per me, fino a poche settimane fa era solo un liquore).

Per altro, di mestiere non facciamo il geografo, neppure il titolare di un'agenzia di viaggi. Piuttosto che vergognarsi di questa lacunosa conoscenza dell'umanità, è preferibile metterla a profitto, e godersela. Questi Mondiali affollati come mai prima sono una specie di atlante geografico che ci si spalanca davanti. Le partite delle eliminatorie, apparentemente le meno rilevanti, sono invece un viaggio entusiasmante nel meno noto.

Ovvio che si fa il tifo per i piccoli, per i destinati alla sconfitta. Altrettanto ovvio che anche nel macro ci si orienta come nel micro, tenendo le parti del predestinato soccombente. Se per esempio, e restando ai paesi ospitanti, Messico o Canada dovessero incontrare gli Usa e metterli sotto: sarebbe festa grande. Per gioco, bene inteso, ma il gioco è una cosa seria.

Differenze di pallone

 


New York nel pallone, ma solo quello da basket

di Gabriele Romagnoli


Ma ci sono i Mondiali di calcio a New York? La risposta è no, due volte no. A New York ci sono le finali di pallacanestro, con i Knicks che fanno impazzire la città, arrampicandosi su grattacieli a specchio per consegnarle l'anello dopo oltre mezzo secolo di sbadato corteggiamento. E quando questo sarà accaduto (o no, ma per i miracoli si sono attrezzati) e la polvere d'oro si sarà posata, resterà comunque chiaro che a calcio si gioca altrove, nel New Jersey. Sono due cose diverse. La prima è un'altra storia, la seconda un'altra geografia.

La storia racconta la creazione di un mito. Una squadra normale per quasi tutta l'annata, issata su decenni di irrilevanza, che al momento delle partite decisive, quelle in cui vinci o muori, si trasforma in una macchina da rimonte, riemerge come Uma Thurman in Kill Bill da ogni fossa e ne vince 13 di seguito vestendo gli avversari di «cappotti» fuori stagione. Gara 4, giocata al Madison Square Garden sul 2 a 1 per i Knicks contro i San Antonio Spurs, è stato l'elettrocardiogramma di un folle che doveva morire, invece si è messo a correre e ha superato una staccionata di 27 punti a metà gara. L'algoritmo pronosticava: possibilità di vittoria dei Knicks, 3%. Alla fine ne ha recuperati anche 29: miglior rimonta della storia delle finali. Ci sarebbe voluto il papa americano per spiegare la differenza tra intelligenza artificiale e fede, tra credere di sapere e sapere di credere. Non fosse che tutto quel curioso popolo arancio e blu la conosceva già: dal parterre dove sedevano e balzavano Taylor Swift, Timothée Chalamet, John McEnroe, l'immancabile Spike Lee e decine di altri riconoscibili, su per i gradini dell'arena fino al posto dell'ignoto, in cui la partita la vedi solo guardando il maxischermo e poi fuori, tra le migliaia di persone assiepate in strada e giù lungo i canyon delle avenues, dentro le porte di servizio dei locali in cui il grido soffocato dei maniglioni anti-panico lasciava entrare la speranza che un -27 non fosse che un grado da cui ricominciare e guarda infatti che a fine del terzo tempo è -12, ma non basta, c'è Wemby dall'altra parte che provoca e segna, ma noi abbiamo l'indicibile e a quattro minuti per la prima volta siamo sotto di una sola cifra e all'ultimo ce la giochiamo proprio, testa a testa, con una palla che viaggia a meno di 2 secondi dalla fine, colpisce il ferro e c'è uno in bianco fra tre in nero che la schiaffeggia, non la prende neppure, la schiaffeggia e la spedisce nel canestro della vittoria. E tu dicevi che ci sono i Mondiali di calcio. Ma dove?

La geografia insegna che il New Jersey è dall'altra parte del fiume Hudson. Puoi vederci i fuochi del 4 luglio, da lì. Puoi pianificare la scalata alle torri dello skyline, ma resta la distanza. Se sali su un autobus a Port Authority, per arrivare al MetLife Stadium, la più classica cattedrale nel deserto, impieghi soltanto venti minuti, ma ti immergi sotto la superficie, nel Lincoln Tunnel. E New York ha sempre guardato dall'alto in basso chi doveva farlo, chiamando quel popolo di pendolari per lavoro o divertimento «bridge & tunnel», ponti e gallerie, bisognosi di un tratto per farcela. Poi, di quelli che ce l'hanno fatta, si è impadronita. Fosse una differenza etnica si sarebbe parlato di «appropriazione culturale». Frank Sinatra veniva da Hoboken, ma ha cantato New York. Gay Talese da Ocean City, ma ha scritto della «città dalle mille cose inosservate». Philip Roth ha continuato ad ambientare romanzi a Newark (la patria di Everyman) da trapiantato a Manhattan, al punto di uscire per un appuntamento con Jackie O, ma passando le ore precedenti a sfregare sull'asfalto la suola delle scarpe nuove, comprate per l'occasione, per non sembrare l'ultimo arrivato dal Jersey. Perfino Springsteen han provato a trasferire, attirandolo con l'esca di un bar a Soho (Milady), basico come quelli in cui giocava a biliardo da ragazzo, ma è tornato a vivere a un chilometro da dove era nato, però l'ha raccontato per centinaia di sere su un palco di Broadway. Alla fine degli anni Novanta quando Hbo lanciò le prime immortali serie tv, puntò su due: una ambientata a New York, con protagoniste le belle ragazze di Sex & the City, e una nel New Jersey, con i bruti dei Sopranos, nella cui sigla si vede un automobilista pagare il pedaggio per attraversare il tunnel e sbucare, finalmente, nella luce della grandezza.

Mancavano soltanto i Mondiali 2026, che ricevono partecipanti e spettatori con la scritta: «Benvenuti a New York New Jersey». Una contraddizione in termini. Milano-Cortina almeno aveva gare dalle parti del Duomo. Sotto l'Empire, niente. Come si giocasse a Terni, ma con il Colosseo per simbolo: eccovi nella città eterna. Anche l'ordine delle parole è un messaggio, hanno provato a invertirlo, ma era tardi, viene prima New York. Perfino il sindaco Mamdani ci gioca, stanzia soldi per 1000 biglietti a prezzi popolari, costringendo il governatore del New Jersey a inseguirlo regalandone 770. Dice che New York farà la sua parte, ma quale? La protagonista sarebbe un'altra, ma sui cartelloni l'hanno rimpicciolita.

Rimane la verità delle cose, semplice a vedersi: basterà essere qui domani. Al pomeriggio al MetLife Stadium giocheranno la prima partita, Brasile contro Marocco. Appena finita, su migliaia di schermi appariranno da San Antonio le immagini dei Knicks che vanno al match point contro gli Spurs. Che cosa aspetta New York? Che cosa guarderà? Dove sono i Mondiali di calcio?

Il libro di Pino

 

Il funerale di Stato per B. lungo 3 anni: il danno non passa 


di Pino Corrias 

L’avventura di Silvio Berlusconi si chiude alle 9:30 di lunedì 12 giugno 2023, dopo una serie di ricoveri e l’ultima crisi respiratoria. Meno di un’ora dopo il Consiglio dei ministri proclama il lutto nazionale e i funerali di Stato per l’ex premier. La famiglia li annuncia per mercoledì 14. Da celebrare in Duomo. Con tutte le autorità dello Stato presenti da Sergio Mattarella in giù, l’arcivescovo, gli onori militari, le corone di fiori. Più tutte le autorità della sua peggiore televisione. E poi i calciatori, i politici, i banchieri, i finanzieri, gli industriali, tutti gli oligarchi in fila sotto le arcate del Duomo, con le scorte armate ai bordi, come ai tempi delle dinastie regnanti, il popolo fuori, in piazza, controllato da polizia, carabinieri, tiratori scelti, droni, telecamere, guai a chi disturba, guai a chi si muove.

L’arcivescovo Mario Delpini non sapendo come cavarsela la butta in poesia declinando la vita, l’amore e la felicità “che egli cercava”. E solo dopo essersi allungato in retorica standard per una ventina di minuti, frena sul finale: “Silvio Berlusconi è stato un uomo e ora incontra Dio”. Frase che può anche essere intesa come una minaccia, visti i quattro carabinieri, vestiti come nei libri di Pinocchio, che circondano la bara, al centro della navata, mentre sale l’applauso liberatorio della platea.

Che il funerale di Stato sia il funerale allo Stato, viste le imprese e le opere del defunto, nessuno si azzarda a dirlo, al netto di qualche ostinato antiberlusconiano. Il lutto va rispettato, ci mancherebbe. Elly Schlein corre all’omaggio. E com’è giusto offre le sue condoglianze. Piangono tutti i campioni della sua nazione, da Lele Mora a Maria De Filippi. Da Massimo Boldi a Flavio Briatore. Da Barbara d’Urso a Gerry Scotti, passando per Roberto Formigoni e Iva Zanicchi. (…)

Il rito dura tre ore. La coda tre giorni, tre mesi, tre anni. Da sinfonia diventa musica di sottofondo. Anche se, al netto degli elogi, nessuno sa riconoscere i meriti di quel potere smisurato, se non nella sua smisurata ricchezza accumulata, e nella ostinazione, persino ammirevole, con cui in trent’anni, in 36 processi, con 155 avvocati difensori, un partito personale, un’altra mezza dozzina a sua disposizione, in tutto un migliaio tra deputati e senatori al suo servizio, l’ha fatta franca.

Così come a nessuno, neppure ai politologi e ai cantori più zelanti, vengono in mente quali e quante riforme di una qualche importanza ha fatto in trent’anni di potere. E vale per tutti i rendiconti, quello della povera Stefania Craxi che interrogata da Lilli Gruber in televisione, balbetta: “Ha fatto tante piccole e grandi cose”. Quali? Annaspa poi spalanca gli occhi: “La riforma Sirchia!”. Sarebbe? “Quella contro il fumo!”. Brava, bravissima. Forse persino la patente a punti. Il resto di quel che resta sono parole piene d’aria che gonfiano i giornali dal giorno dopo in poi: “Un gigante che ha cambiato il Paese”, “Un leader entrato nella storia”, “Il padre del bipolarismo”. “Un leader transatlantico”, “Un uomo straordinario”. “Un grande riferimento politico, una guida”. “Un geniale imprenditore”. “Un uomo che ci lascia una grande eredità”.

L’eredità, giusto. Una intera caverna di Alì Babà. Che nel 1994 era quasi vuota e ora straripa di gemme e di contanti. Ma non proprio destinata al Paese, semmai ai cinque figli. Un patrimonio immenso che i giornali calcolano di 7,5 miliardi di euro, tassati allo 0,38 per cento, grazie al babbo. Che comprendono le televisioni in Italia, in Spagna, in Germania, le aziende, un pezzo di Medionalum, la Mondadori, le assicurazioni, i giornali. I palazzi, i terreni e gli appartamenti. Una flotta di aerei e di yacth, una ventina di ville tra la Brianza e il mondo, compresa villa La Certosa in Sardegna che da sola è valutata 500 milioni di euro. Lascia spiccioli qua e là: 100 milioni alla quasi moglie Marta Fascina, e una quarantina al quasi fratello Marcello Dell’Utri. Entrambi muti, anche se Dell’Utri per altre ragioni. A Forza Italia, che negli ultimi tempi scombiccherati, era tornato a chiamare “Il partito dell’amore”, lascia 90 milioni di debiti, con le fideiussioni intestate a Marina e a Pier Silvio che dal giorno dopo le esequie, sono diventati i titolari del partito, dei parlamentari, dei ministri, tutti utili al benessere delle aziende, quando si tratterà di leggi, tasse, condoni. E che possono chiamare a piacimento per servire i loro capricci, oppure a tavola. (…)

Ho conosciuto Silvio Berlusconi nel remoto 1987. Neanche a farlo apposta per lo scandalo di un elenco di “famiglie Auditel”, utili per misurare gli ascolti, che doveva rimanere segretissimo ai vertici delle tv private e pubbliche e che invece era stato trovato in chiaro tra le scartoffie della Fininvest. Uno scandalo che oggi sta sepolto sotto gli altri cento, forse neanche si trova più negli archivi. Lui diceva di non saperne nulla. Ma era talmente impegnato a rendersi simpatico e dunque innocente, che lo giudicai antipatico e colpevole.

Regalava ai cronisti orologini aziendali, biglietti per lo stadio, raccontava barzellette, parlava di soldi, di calcio e di figa. Non necessariamente in quest’ordine. In azienda lo chiamavano il Dottore, ma il nome migliore l’aveva inventato uno del suo ufficio stampa, Giovanni Belingardi, di prodigiosa simpatia che lo battezzò “il Figantropo”. L’ho seguito nella prima campagna elettorale, fino a Palazzo Chigi. E nei primi processi. Ho scritto delle sue vittorie e delle sue sconfitte. Dei suoi misteri siciliani. Dei suoi fondi neri e dei suoi debiti. Del suo immenso repertorio di bugie che raccontava come niente fosse, delle donne che masticava, delle ville in cui abitava, dei servi di cui si circondava, spesso disprezzandoli. Della sua addestrata intelligenza a inventare per sé vantaggi, guadagni, immunità politiche e penali. Di come e quanto si sia fatto travolgere dalle sue ambizioni. Dalla sua avidità. Dai suoi vuoti esistenziali. Dai suoi privati tormenti come raccontava il suo amico Mike Bongiorno: “Mangiavamo noi due da soli, nel salone vuoto. Lui stanchissimo. Davanti a quel minestrone. Cucchiaiata dopo cucchiaiata. Diceva: dormo pochissimo, quattro ore per notte. Mi attaccano da tutte le parti. C’era un senso di freddo e di buio intorno a noi”.

Quel buio Berlusconi non lo ha mai sconfitto. Veniva dai suoi esordi negli affari. Era il suo rimorso. Ha provato a sconfiggerlo accumulando tutto, l’oro, il potere, le donne, i quadri, per poi finire in cenere nel Mausoleo che si è costruito, lasciandoci un’Italia che gli assomiglia, un danno che non passa.


Altro Cazzaro

 

Il Cazzaro Nero 


di Marco Travaglio

Il debutto del generale Vannacci a Ottoemezzo ha fatto il pieno di ascolti e forse di voti. Càpita alle novità politiche, se funzionano in tv. Vannacci funzionicchia, a differenza di Silvia Salis, che deve nascondere la provenienza dai laboratori d’establishment per tutti i palati, gli stomaci e le stagioni, e travestirsi da pasionaria: perciò sembra un androide fatto con l’IA. Vannacci non deve camuffarsi: gli basta mostrarsi così com’è. Un fascio 2.0 all’acqua di rose, molto più all’italiana del fascismo vero, con la vestaglina a fiori o la camicetta di lino a righe. Uno xenofobo che parla come un colonnello in pensione di fine 800, ma con moglie romena. Un omofobo che blatera di normalità e diritti come un tipo da bar al terzo grappino, ma si vede benissimo che dinanzi a un paio di gay o di lesbiche incazzati neri se la darebbe a gambe. Per il resto, il tipico italiano che si finge antitaliano con la pensione a 56 anni. Un furbacchione che sa bene dove grattare la pancia dell’Italia profonda: i migranti che disturbano soprattutto i quartieri popolari, i miliardi che buttiamo in Ucraina e nel riarmo, una Ue lontana le mille miglia dalla gente, una sinistra che pare occuparsi solo di esigue minoranze, il politically correct che bandisce mezzo vocabolario (il famoso “Zingaretti”). Questi sono i suoi punti di forza, oltre ai tradimenti di Meloni e Salvini, che prima parlavano come lui e ora fanno l’opposto; e allo scandalo di FI eterodiretta da Marina B., che nessuno osa toccare per tenersi buona Mediaset e tirare i forzisti dalla propria parte.

Ma il vero asso nella manica del generale è l’eterno vizio della sinistra di vedere il ritorno del fascismo dappertutto, trasformando in uomo d’ordine anche un cazzaro come lui. La sua “remigrazione” o “deportazione” altro non è che una normalissima norma presente in Italia dalla Turco-Napolitano e in tutta Europa: gli immigrati irregolari vanno rimpatriati. Solo che, siccome nessuno ci riesce e le parole “rimpatrio” ed “espulsione” sono usurate, se ne inventano altre. Magari bastasse così poco per riuscirci: servono troppi soldi, agenti e accordi coi Paesi d’origine (perlopiù insicuri per guerre e dittature). Vannacci dice che è tutto semplice, come lo erano il blocco navale e i porti chiusi. Cita le deportazioni di Trump (che ne ha fatte meno di Biden e Obama), come se tra Usa e Messico ci fosse il Mediterraneo. La sua (e nostra) fortuna è che non governa, sennò il bluff si vedrebbe subito. Ma c’è anche un bluff già ben visibile: se è contro il “sistema delle poltrone”, perché non molla la sua al Parlamento europeo, ottenuta con la Lega, e non la fa mollare alle centinaia di transfughi imbarcati da altri partiti? Altrimenti la “nuova destra” è formata al cento per cento dai voltagabbana di quella vecchia.

giovedì 11 giugno 2026

11 giugno

 In questo tempo flaccido, insulso, mieloso, premiante agiati e soffocante pressati da questo deviato sistema rapto-pluto-finanziario capitalista, la figura di Enrico si staglia ancora con una costante emozione e rimpianto, alla luce della contezza che gli eredi degli ideali di uguaglianza, di dignità, di compartecipazione sono soffocati da ignobili politiche consociative, atte a divaricare sempre più le classi sociali trasformatesi in malefiche caste. Ciao Enrico!



Natangelo