martedì 13 ottobre 2026

Addio Jr!

 


Un ultimo saluto a Walter White Jr, l'attore trentaquattrenne RJ Mitte spentosi ieri per cause non ancore rese pubbliche. 

Era il figlio del professore di chimica Walter White nella serie più bella della storia della tv. 

Ciao Junior, ti sia soffice la terra! 

Scanzi e i politicamente finiti

 

Isoardi, un toto-morti simbolico fa capire le prossime Politiche


di Andrea Scanzi 

Ha generato molte polemiche la story su Instagram di Elisa Isoardi, che non si è accorta di avere alle spalle una lavagna di lavoro impreziosita da un cafonalissimo “toto-morti”. Dopo aver cancellato la storia quando ormai era troppo tardi, Isoardi ha detto che non ha dormito tutta la notte e che il toto-morti non è opera sua, ma se ne assumeva la responsabilità in quanto conduttrice del programma Rai Bar Centrale, dove evidentemente autori e redattori sghignazzano ogni giorno pensando che prima o poi quelle persone lì moriranno. Isoardi ha aggiunto che, dopo le polemiche, non ha fatto altro che piangere. Le crediamo. Lei però deve credere a noi quando rispondiamo che noi piangiamo molto più di lei, pensando che paghiamo il canone per degli esimi professionisti che giocano sulle morti altrui. Volendoci ora adeguare, non senza fatica, a una tale dose di cinismo e disumanità, vogliamo qui ipotizzare un “toto-morti politico”, dove però i leader non muoiono fisicamente (ci mancherebbe altro). Ne immaginiamo semplicemente il trapasso politico alle prossime elezioni.

Renzi. Il leader più amato dai talk show e più detestato dagli elettori. Forse porterà il 2% al campo largo, di sicuro sfollerà ulteriormente il voto di 5 Stelle, Avs e astenuti. Schlein insiste: “Dobbiamo essere testardamente unitari”. E anche testardamente grulli.

Salvini. Leader strafinito da almeno 7 anni, continua a guidare pateticamente la Lega mentre questa si svuota. Alle prossime elezioni verrà umiliato da Meloni, Vannacci (che ha lanciato lui) e financo da Tajani. Che brutta fine.

Lupi. Sedicente leader dell’evanescente Noi Moderati (quarta gamba del destra-centro), che nessuno vota in natura (o quasi), ma che ciclicamente si ripresenta. Immarcescibile.

LibDem. Formazione paracentrista, iper-sionista e oltremodo clandestina, guidata da un soggetto non nominabile perché la disistima nei suoi confronti è enorme come lo era 10 anni fa, quando cercava di maramaldeggiare come ultrà renziano (anche questo è un regalo di Renzi). Giovedì scorso il suddetto era a Piazzapulita, dove ha dato sfoggio della sua arroganza, della sua violenza verbale, del suo sionismo osceno e della sua crassa impreparazione politica. Non lo voterà nessuno, ma per esigenze di par condicio e pollai televisivi lo chiameranno assai in tivù. E ogni volta sarà atroce.

Picierno. Altra creatura mitologica renzianissima, iper-sionista e platealmente di centrodestra (anche se si finge di centrosinistra). Forse correrà con Calenda, forse con LibDem, forse col Poro Asciugamano. Dopo le Europee 2014, andò in tv a esultare per il 40% del Pd, convinta che la gente avesse votato lei e non Renzi. Tredici anni dopo, nel 2027, una cosa è già certa: non la voterà nessuno.

Boschi. Sembra impossibile, ma ancora fa politica. Non ha più consensi, Vespa non la magnifica più: l’anonimato totale. Eppure statene certi: benché senza voti, il Pd le troverà uno scranno sicuro. Evviva!

Tabacci. Dinosauro politico che spunta solo a ridosso del voto, spesso perché presta il suo simbolo a soggetti senza voti. Quattro anni fa lo concesse a Di Maio per le sue esequie politiche. Ora intende concederlo a Più Uno, forza centrista anti-Onorato guidata da Ruffini e Gabrielli, tra i cui supporter figura la super interventista Nathalie Tocci. Tabacci ci tiene proprio a mettere il cappello su progetti politici nati quasi-morti. Che dire? Esistono perversioni migliori.

Di Maio. Lo si è rivisto alla festa del Foglio, dove ha maramaldeggiato con il suo nuovo amico Renzi, celebrando già che c’era pure la Meloni. Non si candiderà, ed è un peccato: se lo facesse, realizzerebbe il record di gradimento negativo mai raggiunto nella storia della politica italiana. Comunque vada, sarà (per loro) un insuccesso. Daje!

Constatazione

 

Il “Melonellum” è tutto puntato sull’ignoranza


di Maria Agostina Cabiddu 

Si insegna che, per scrivere una legge elettorale equa e imparziale, il legislatore dovrebbe trovarsi dietro un “velo d’ignoranza”, ovvero di non conoscenza della propria (personale o del partito) posizione alle prossime elezioni. A tale idea si ispirano i richiami della “Commissione europea per la democrazia attraverso il diritto” del Consiglio d’Europa, nota come “Commissione di Venezia”, che, di recente, è tornata ad occuparsi del nostro Paese, con un parere richiesto dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nel procedimento Staderini (ex segretario del Partito radicale) e altri contro Italia.

Alla luce del “Codice di buone pratiche in materia elettorale”, la Commissione ha affermato che, per garantire l’effettiva attuazione della democrazia e dello Stato di diritto, gli Stati non devono modificare le regole elettorali nell’anno precedente le elezioni per non compromettere la stabilità della relativa disciplina e il diritto a un voto informato e consapevole. In direzione ostinata e contraria, il legislatore italiano ha, invece, modificato le regole del gioco a campagna elettorale ormai aperta e sondaggi alla mano per controllare la febbre del generale, prodotto di laboratorio creato allo scopo di recuperare i voti dei delusi a destra, che rischiavano di finire nell’astensione, improvvisamente sfuggito al controllo degli apprendisti stregoni.

Grave errore, sempre, ignorare il rischio dell’effetto perverso o dell’eterogenesi dei fini ma più grave ancora è l’ignoranza dei principi e delle regole costituzionali, che garantiscono il diritto di voto (personale ed eguale, libero e segreto) dei cittadini e gli equilibri istituzionali. Sarà la Corte a decidere ma i dubbi sulla costituzionalità della legge appena approvata sono sotto gli occhi di tutti: dal numero di firme necessarie per la presentazione di nuove liste – passate da 1500 per ogni collegio – ai capilista bloccati e senza alternanza di genere; dallo strabordante premio “di governabilità” di 70 deputati e 35 senatori (un sesto dei parlamentari) alla coalizione, che, superando la soglia del 42%, ne prende uno in più dell’avversaria, trasformando una minoranza di voti in maggioranza di seggi, alla ridefinizione delle circoscrizioni estere, con i quattro senatori eletti che rappresenteranno il mondo intero (al prossimo giro, la galassia) fino all’obbligo di indicare il candidato alla guida del governo al momento della presentazione dei programmi, un premierato di fatto, in spregio delle prerogative del Presidente della Repubblica e del Parlamento.

Siamo alla terza repubblica e chi prende un voto in più comanda: affermazioni ignoranti nel senso toscano del termine, in altre parole spontanee e sincere, le più adatte a rivelare la cultura che sostiene la “riforma”.

Tutti profili quelli sopra elencati già rilevati da molti commentatori e che saranno oggetto dei prossimi ricorsi miranti al giudizio di costituzionalità sulla legge.

C’è però un aspetto della legge finora poco esplorato e che riguarda la (im)possibilità per i cittadini-elettori di (ri)conoscere nel risultato elettorale gli effetti dell’esercizio del proprio fondamentale diritto di voto. Davanti al flipper impazzito delle pluricandidature e delle soglie nazionali e circoscrizionali, dei quozienti e della doppiezza del sistema (ipermaggioritario se scatta il premio; proporzionale puro se nessuno raggiunge la magica soglia) impallidisce il romanzo mistico svolto nel Libro dello splendore, archetipo cabalistico.

Eppure, i giudici costituzionali hanno più volte affermato che il legislatore deve garantire standard minimi di intellegibilità, di non contraddizione e di ragionevole prevedibilità dell’applicazione delle leggi, il cui mancato rispetto determina l’illegittimità costituzionale: meglio che gli elettori non sappiano, deve aver pensato qualcuno, meglio l’ignoranza; chissà che, anche stavolta, il contadino non riconosca l’asino che si veste della pelle del leone.

L'eterno ritorno

 



Natangelo

 



Sulla lampante idiozia

 

Gli stupidi stupiti


di Marco Travaglio 

Lo stupore delle cancellerie europee perché Trump ri-scarica Zelensky e si accorda con Putin per fare – una volta tanto – gli interessi del suo Paese, cioè per comprare gasolio russo e provare ad abbassare i prezzi, dà l’idea della crassa ignoranza di chi ci sgoverna. Del resto l’Alto rappresentante per la politica estera Ue è Kaja Kallas, la spensierata (in senso etimologico) ex premier estone che l’anno scorso sgranò gli occhi perché la Cina festeggiava gli 80 anni della vittoria nella Seconda guerra mondiale: a lei non risultano i 30 e passa milioni di morti cinesi per sconfiggere una delle tre potenze dell’Asse: il Giappone, alleato con la Germania nazista e l’Italia fascista. Ora questi somari sulla storia almeno quanto sulla logica sono increduli perché gli ucraini (e gli europei al seguito) sono stati sedotti e abbandonati dagli Usa. E pensano che sia un’altra mattana di Trump, che peraltro l’aveva promesso agli elettori (l’unico impegno mantenuto).

In realtà quella di aizzare popoli in giro per il mondo a fare guerre che interessano solo a Washington promettendo eterna fedeltà e darsela a gambe quando le perdono (cioè sempre, dal 1946) è una costante della politica Usa, con qualunque presidente. Per informazioni, chiedere a vietnamiti, coreani, balcanici, afghani, iracheni, siriani, curdi, palestinesi, libici, egiziani e altri popoli delle “primavere arabe”, giù giù fino agli iraniani anti-regime e agli ucraini. Che dovevano entrare nella Nato e nell’Ue (prospettive entrambe tramontate, la seconda non per colpa degli Usa) ed essere sostenuti fino alla fine in una guerra studiata a tavolino a Washington e a Londra. Infatti, finché furono liberi di autodeterminarsi, scelsero sempre presidenti neutrali fra Russia e Nato. Poi qualcuno decise al posto loro che dovevano diventare una minaccia per il mastodontico, armatissimo e suscettibilissimo vicino. Ora Trump fa il Trump: i prezzi dei carburanti, alle stelle per la sua guerra nel Golfo e per l’altrui guerra in Ucraina, minacciano di spappolarlo alle elezioni di Midterm, quindi riapre i rubinetti con Mosca e li sigilla con Kiev (e ci beffa pure sui gasdotti distrutti da Kiev con l’avallo Usa e prossimamente ricostruiti da Trump e Putin). È l’Ue che non fa l’Ue: infatti continua a finanziare e ad armare Zelensky non solo per difendersi (rovinosamente) in patria, ma anche per bombardare le raffinerie e le città russe, con l’unico risultato di far impazzire i prezzi dell’energia per noi europei. Visto che tutto ciò che fa l’Ucraina lo paghiamo noi, il minimo sindacale sarebbe condizionare i nuovi aiuti alla fine dei bombardamenti in Russia. Che colpiscono più noi dei russi. Ma servirebbero governanti un po’ meno dementi di Trump: non dovrebbe essere difficile trovarli, invece è impossibile.