Prolasso alle gònadi
Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
venerdì 13 marzo 2026
L'Amaca
Quanto è attuale l'economia di guerra
di Michele Serra
Non credo sia possibile calcolare con decente precisione chi sta guadagnando su questa (e altre) guerre, e quanto. Certo, così a spanne, si immaginano i giganteschi profitti dell'industria degli armamenti e del suo indotto, e la prospera lievitazione dei relativi investimenti finanziari. Si pensi solo alla enorme quantità di armi consumate. Chissà se le armi scadono, come le uova; ci sarà sicuramente qualcuno che, in vista della scadenza, avverte che è venuto il momento di usare tutto quel ben di Dio prima che finisca in discarica; e subito si provvede a usarle per poi rimpiazzarle, così che gli arsenali siano sempre ben muniti.
Con altrettanta certezza si sa che il prezzo della guerra (a parte quello, non valutabile, in vite umane) ricade sulla vita quotidiana di moltitudini di persone. Rincarano i prezzi energetici e con essi quelli delle merci di uso comune, costa più caro mangiare e viaggiare, spostarsi, studiare, costa più caro vivere.
Possiamo dunque dire, con buona approssimazione, che molti pagano il prezzo della guerra a vantaggio di pochi, che ci guadagnano un sacco di soldi. In questo senso l'economia di guerra è parente stretta dell'economia dei tempi, che prevede la concentrazione della ricchezza in poche mani e l'affannato galleggiamento di tutti gli altri, specie il famoso ceto medio del quale (anche politicamente e culturalmente parlando) si stanno perdendo le tracce in favore del sistema binario popolo/élite.
L'economia di guerra è al tempo stesso figlia del tempo e sua fattrice. Pochi decidono, gli altri subiscono, pochi arricchiscono, gli altri sperano di cavarsela. Non bisogna essere Nostradamus per prevedere un radioso futuro per la guerra e l'economia di guerra. A meno che i molti si ribellino ai pochi: ma come, ma quando?
Elena
L’Iran resiste all’assalto. La Russia rimane paziente
“Il mondo senza gli Ayatollah sarà migliore”: la frase risuona in Europa grazie alla Von der Leyen, la Metsola, la Kallas ed è ripetuta dai politici di tutti gli Stati membri e, cosa più grave, da diplomatici, giornalisti e accademici. La demonizzazione di un Paese non cessa mentre le bombe israelo-americane si concentrano su scuole, ospedali, creano disastri ambientali e sanitari a Teheran, colpiscono villaggi densamente popolati, anche lontani da obiettivi strategici, utilizzano il cosiddetto doppio colpo, la bomba cade e quando dopo un po’ i soccorritori escono, ne cade una seconda. Crimini di guerra verso gli iraniani non vengono condannati. L’Iran come Gaza, come il Libano. I cittadini sono tutti terroristi perché di fronte all’assassinio del Papa sciita, Khamenei, sono usciti in strada incuranti delle bombe, non per sovvertire il regime ma per celebrare la guida spirituale, morta per libera scelta, da martire.
Nessuno si sorprende delle dichiarazioni di Netanyahu, di Trump, del ministro della Guerra Hegseth, che promettono punizioni collettive. Abbiamo disumanizzato i palestinesi, ora tocca agli iraniani. Nessuno sembra accorgersi della barbarie, dell’affossamento della nostra civiltà umanistica. I mostri pullulano, inconsapevoli, ballano intorno a noi con le mani sporche di sangue. L’Iran, la Russia, Gaza combattono una guerra esistenziale che richiama valori ignoti all’Occidente della classe Epstein. Combattono per la salvezza di un popolo sotto attacco, per la loro storia e identità. Non possono accettare un cessate il fuoco che rafforzerebbe soltanto i loro nemici, i quali riprenderebbero fiato per ritentare il regime change e il loro annientamento. Russia, Iran, i palestinesi sono stati presi in giro dalla diplomazia occidentale. Gli iraniani attaccati due volte mentre i negoziati erano in corso; la Russia imbrogliata con le promesse relative alla non espansione della Nato, con gli accordi di Minsk, con i negoziati con Trump, paralleli all’attacco alla residenza di Putin organizzato dalla Cia; i palestinesi col numero di risoluzioni Onu rimaste inapplicate, con l’impunità di Israele.
In Iran tuttavia Washington paga un prezzo economico insostenibile. Fallito il regime change, senza un piano B, sorpresi dalla difesa missilistica iraniana e dalla caparbietà di un popolo, sebbene il Pentagono avesse più volte avvertito circa l’insostenibilità dell’impresa, gli Usa cercano una strategia di uscita e si rivolgono a Putin come mediatore. Non rimpiangono i crimini di guerra, 175 bambine trucidate, rimpiangono i costi economici. Le monarchie del Golfo, famiglie corrotte in Paesi che vivono del lavoro dei poveri migranti, sono furiose. Le basi militari Usa non proteggono, li rendono vulnerabili. Le raffinerie di petrolio sono obiettivi indifesi così come gli impianti di desalinizzazione. Gli intercettori e le munizioni occidentali finiscono mentre i 57 siti di missili sparsi in territorio iraniano con un comando decentralizzato resistono. Dalla Seconda guerra mondiale avremmo dovuto imparare che la Germania non è stata sconfitta dai nostri criminali bombardamenti ma dal sacrificio di 27 milioni di Russi, dall’invasione di terra dei sovietici che hanno scoperto loro, (avvertite Benigni e la Kallas), i campi di concentramento. L’Iran resisterà ai crimini di guerra israelo-americani e vorrà dettare le condizioni per la pace. L’intelligence russa e cinese aiuterà la resistenza iraniana. Secondo Scott Ritter, Trump dovrebbe dichiarare che lascia il Medio Oriente perché è un uomo di pace, elimina le basi statunitensi nella regione accontentando l’elettorato Maga, e potrebbe riproporsi candidato al Nobel con l’aiuto della presidente del Consiglio. Intanto i servizi inglesi continuano a colpire la Russia in profondità come a Brjansk e cercano di trascinare Putin in un’escalation. Il ” killer” rimane invece stabile nella sua strategia di logoramento dell’Ucraina, nella sua lenta avanzata, rafforzato dai prezzi del petrolio e dai margini di profitto, sa che Starmer, Macron e Trump, sono spettri che tra poco scompariranno.
Molti falchi in Russia vorrebbero che il presidente attaccasse le basi inglesi da dove partono gli assalti sul suo territorio. Sarebbero atti di legittima difesa tutelati dal diritto internazionale. Mostrerebbero la capacità di deterrenza. Alcuni consiglieri auspicano, a imitazione dei crimini di Trump e Netanyahu, la decapitazione del regime ucraino. “Il macellaio” resiste e mostra pazienza strategica. Intanto le destre e tutta la maggioranza Ursula organizzano girotondi per il trionfo della nostra democrazia in Russia, in Iran. Censurano atleti, artisti russi e, non sazi del pensiero unico che occupa tutti i media, inquisiscono l’esiguo e marginale dissenso. Ci attende la militarizzazione dell’Europa, la società della sorveglianza. Trionfa l’anticristo di Thiel.




