Prolasso alle gònadi
Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
martedì 3 marzo 2026
Così parlò un grande!
La qualità del servizio giustizia reso ai cittadini dipende certo dal livello intellettuale, professionale, morale degli appartenenti all’ordine giudiziario, tuttavia dipende in pari misura dalla capacità e volontà negli altri poteri di fornire alla magistratura gli strumenti necessari per garantire l’indipendenza e l’efficacia di azione, e dal clima di fiducia e di rispetto che il contesto crea attorno ad essa nella comunità nazionale, oggi anche in quella internazionale. Non sembra che gli scenari attuali giustifichino, in linea generale, valutazioni ottimistiche, non foss’altro per il continuo parlare e scrivere di riforme della giustizia, quando in realtà il nostro mondo, dopo aver attraversato una stagione di incisivi cambiamenti ordinamentali e processuali, avrebbe bisogno semmai di una fase di assestamento ermeneutico e non del preannunzio di ulteriori scosse telluriche, con il senso di precarietà, di disimpegno, di protratta incertezza che ne può derivare.
Ma c’è dell’altro. Le riforme annunciate, meglio minacciate ad ogni pie’ sospinto con trasparenti intenti punitivi verso una magistratura certamente non al massimo dell’efficienza ma altrettanto certamente indipendente, ben poco hanno a che fare con l’efficienza. Si parla di separazione delle carriere – più blandamente, ma ingannevolmente, delle funzioni – tra requirenti e giudicanti, proprio mentre con le scuole postuniversitarie di specializzazione si punta su una formazione culturale comune tra varie categorie di operatori del diritto e con l’ampliamento della giurisdizione onoraria si aprono occasioni di osmosi tra il mondo forense e quello giudiziario. Una scelta, la separazione, che, se motivata dalla temuta arrendevolezza dei giudici ai pubblici ministeri (ma non si citano, a disdoro di questi ultimi, proprio le alte percentuali delle assoluzioni?) dovrebbe almeno essere supportata da studi sul campo e da monitoraggi; ma che, per ferrea analogia, dovrebbe portare a maggior ragione verso la separazione delle carriere tra giudici di primo grado, giudici del riesame, giudici di appello, giudici di legittimità. Se motivata invece dall’intenzione di vincolare il pubblico ministero all’esecutivo, come con ingenua imprudenza si è fatto capire in Parlamento, vulnererebbe indirettamente la stessa indipendenza del giudice penale e la signoria della legge, tanto più quando si realizzassero anche la ventilata distinzione organizzativa e funzionale della polizia giudiziaria dal pubblico ministero, e la formulazione di direttive di priorità nell’esercizio dell’azione penale che non potrebbero non essere politicamente connotate.
Si afferma, ancora, la necessità di combattere il crimine transnazionale senza l’impaccio delle frontiere, ma di fatto allo spazio giuridico europeo si è tentato, per fortuna con mezzi tecnicamente inidonei, di frapporre ostacoli, con la legge sulle rogatorie, e con le riserve unilaterali all’estradizione semplificata – alias mandato di arresto europeo – e l’orchestrazione di campagne di rabbiosa disinformazione. Si parla di riforma del sistema elettorale del Consiglio superiore della magistratura, spacciando la soppressione delle liste concorrenti come benefico strumento per emarginare le formazioni interne all’Associazione nazionale magistrati, e si ignorano i ricchi fermenti di riflessione che tutte queste hanno immesso nella vita della magistratura, soprattutto si apre la strada a pratiche occulte di intesa per il coagulo di voti su candidature di fatto. Di altri fenomeni di questa sconcertata fase della nostra civiltà giuridica deve pur farsi menzione. Le accuse generiche di parzialità preconcette, formulate contro i giudici, con l’insistenza martellante degli imbonimenti televisivi, da rappresentanti anche elevati della classe politica; l’analfabetismo storiografico che ha indotto qualcuno a lanciare come anatema contro i magistrati la parola “giustizialismo”, che nel secolo XX ha indicato una certa ideologia di destra basata sull’interclassismo e su un populismo demagogico dominato dal ruolo carismatico del capo; la manipolazione della pubblica opinione italiana e straniera, cui uffici giudiziari vengono indicati con il pronto e prono ausilio di media come centrali rivoluzionarie promotrici di complotti internazionali o come falsificatori di documenti (qualcuno ha rievocato recentemente il calunniato “pretore rosso” di fascistica memoria, del quale parlava il mio maestro Piero Calamandrei nell’Elogio dei giudici; ma già Adamo Smith, centocinquant’anni prima, osservava che chi contrasta gli affaristi legati al potere politico si espone ad accuse infamanti, ingiurie, minacce); la reinvenzione della storia giudiziaria, quando pacchi interi di sentenze di condanna, spesso patteggiate a seguito di confessione, vengono attribuiti a una guerra civile condotta da magistrati contro élites politiche della prima Repubblica affossatesi in realtà da sole, tra l’esecrazione anche di molti odierni convertiti, nelle sabbie mobili della corruzione più sfacciata (ma forse la sentenza della Corte di Strasburgo sul caso Craxi è già stata dimenticata); la minaccia di provvedimenti disciplinari contro magistrati che esprimono su problemi generali e tecnici il proprio libero pensiero di cittadini e di esperti; la volgarizzazione di questioni giuridiche-costituzionali e procedurali per slogan gridati, con voluta ignoranza dei reali contenuti di testi normativi, sentenze, ordinanze, anche da parte di firme autorevoli del giornalismo, per poter demonizzare questo o quel magistrato o collegio giudicante magari poi attaccandolo con esposti o denunzie; la riduzione infine delle protezioni a magistrati esposti a rischi di incolumità personale per vendette mafiose e/o per rancori politici sapientemente attizzati, conseguente, come è accaduto a Milano, a irremovibili determinazioni discendenti per li rami dell’obbediente burocrazia. Bene, tutto ciò procede in direzione esattamente opposta alla valorizzazione del ruolo del magistrato come scudo della legalità, alla cultura della fiducia nei meccanismi talora laboriosi e complicati per la ricerca della verità, al mantenimento di un clima di serenità che permetta al giudice di operare senza timori e senza aspettative personali, alla solidale unità delle istituzioni cui tanto spesso esortava il mio illustre predecessore Adolfo Beria di Argentine. Nessuna istituzione, nessun principio, nessuna regola sfugge ai condizionamenti storici e dunque all’obsolescenza, nessun cambiamento deve suscitare scandalo, purché sia assistito dalla razionalità e purché il diritto, inteso come categoria del pensiero e dell’azione, non subisca sopraffazione dagli interessi.
Ai guasti di un pericoloso sgretolamento della volontà generale, al naufragio della coscienza civica nella perdita del senso del diritto, ultimo, estremo baluardo della questione morale, è dovere della collettività resistere, resistere, resistere come su una irrinunciabile linea del Piave. Ringrazio il signor presidente e l’inclito uditorio per avermi prestato così prolungata attenzione e chiedo, con una personalissima nota di profonda commozione, che venga dichiarato aperto per il Distretto di Milano l’anno giudiziario 2002.
Francesco Saverio Borrelli - Procuratore Generale di Milano - Inaugurazione anno giudiziario 2002
Nell'inverosimile
Mentre le gesta del maritino stanno sconquassando la sfera blu, ieri a New York è accaduto un evento al limite dell'inverosimile: la First Lady Melania Trump, dedita a un pedissequo cambio di costosissimi abiti giornalieri, più professionale dello scafato Arturo Brachetti, ha presieduto la riunione del Consiglio ONU. Quale onore! La bella signora, da poco onorata dal celebre pacottaro amazoniano di un film a sue spese dalla modica cifra di 78 milioni di dollari — guarda a volte dove può portare la piaggeria! — che avranno visto si è no una trentina di persone nel mondo compreso la servitù della regina "iùesei", silente da sempre come un Buster Keaton in forma, ha preso con sé l’audacia di cui è pregna la Casa Bianca e ha dato il meglio parlando… ehm… parlando dei bambini, gli stessi che il caro compagno sta martoriando, assieme al Boia di Gaza, mediante campagne scellerate per ricavare profitti da ogni azione, per gonfiarsi di grana furfantescamente come se il domani non avesse fine e invece, per fortuna nostra, il futuro non è infinito caro, si fa per dire, Donald!
Alcuni passi dello storico discorso:
Signor Presidente, membri del Consiglio, Eccellenze,
è per me un grande onore essere qui oggi e presiedere questa sessione dedicata a un tema di profonda importanza: i bambini, la tecnologia e l’istruzione nei contesti di conflitto.
Desidero iniziare esprimendo la mia vicinanza alle famiglie che hanno sofferto perdite a causa delle guerre e delle crisi in corso nel mondo. Ogni bambino privato della sicurezza, dell’istruzione o della speranza rappresenta una ferita non solo per la propria nazione, ma per l’intera comunità internazionale.
La pace non può essere costruita solo attraverso accordi o dichiarazioni. La pace duratura nasce dall’educazione.
Nasce dalla conoscenza.
Nasce dalla comprensione reciproca.
Non c'è molto dialogo nella vostra magione signora Melania, sbaglio?
Ha presente cosa sta combinando suo marito, quel - mi permetta - gaglioffo?
Ancora:
Quando investiamo nell’istruzione dei bambini, specialmente di quelli che vivono in aree colpite da conflitti, stiamo investendo nella stabilità futura del mondo. L’accesso all’apprendimento fornisce strumenti per superare le divisioni, per respingere l’estremismo e per costruire società fondate sul rispetto e sulla cooperazione.
La nostra generazione ha una responsabilità morale: garantire che i bambini non diventino vittime permanenti dei conflitti degli adulti.
Dobbiamo elevare i nostri figli al di sopra delle ideologie distruttive attraverso l’accesso alla conoscenza e alla saggezza.
Invito tutti gli Stati membri a rafforzare la cooperazione internazionale per proteggere le scuole nelle zone di guerra, per sostenere programmi educativi resilienti e per promuovere iniziative che mettano al centro il benessere dei minori.
La pace fragile non basta.
Abbiamo bisogno di una pace sostenuta dall’istruzione, dalla dignità e dalle opportunità.
Proteggere il diritto all’apprendimento significa proteggere il futuro.
Un futuro in cui i bambini di oggi possano diventare leader che scelgono il dialogo invece del conflitto.
Vi ringrazio per il vostro impegno e per l’attenzione dedicata a questa causa fondamentale.
Miseriaccia canaglia signora Melania!
Le chiedo: comprende la gravità della situazione, il fatto che il socio di suo marito abbia assassinato quindicimila bambini a Gaza? Ed ora stanno per volare in cielo altri bimbe e bimbi in Iran. E poi sarà la volta di Cuba e vaffanculo!
I bimbi assassinati con la complicità di suo marito non necessitano più d'istruzione, Melania! I corpicini martoriati da guerre fondate sull'odio affossano tutta l'umanità, spengono la speranza, annichiliscono la convivenza su questo pianeta.
Mi scusi, ma questo suo essere fuori dalla realtà è provocatorio ed ignobile!
Mi aspettavo che davanti al mondo spernacchiasse quello psicopatico che ha a fianco. Invece no, solo aria fritta infiascata per madame Visibilità.
Peccato, si continui a cambiar d'abito, silente come sempre. Forse è meglio per tutti!




