sabato 31 ottobre 2026

Per chiarezza

 


Esiste da molto una squallida diatriba tra chi crede che dire stop alle armi sia sinonimo di essere putiniano. Solo gli stolti abboccano a questa fregnaccia, perché l’Orso del Cremlino è palesemente un dittatore assassino. E quelli che oggi vorrebbero affossarlo con delle strette finanziarie, dopo averlo in anni passati osannato, sono pula che il vento disperde. L’amicizia del malfattore psicolabile americano col gaglioffo russo è dirimente al proposito: il piano di spartirsi il pianeta assieme al despota cinese lampante. 

Lo Zar chiude anche l’ultimo giornale di opposizione dopo aver assassinato la madre dell’attuale direttrice, nel silenzio generale. Ma tutto questo non c’entra una mazza riguardo alla necessità di chiudere una folle guerra, che invece l’Omone alla difesa nostrano, la balorda all’Ue e tutti i briganti d’appoggio sognano di procrastinare per lauti scoli. Occorre sedersi ad un tavolo e dialogare come gli ultimi Papi consigliano. Il dialogo senza altre armi, orrore per questo mefitico mainstream sognante introiti intrisi di sangue sempre maggiori. Occorre creare cuscinetti tra la Russia e l’Europa e non circondarla da Nato e compari. La ragione è semplice: quello oltre ad essere un assassino è pure egomane e assalito da manie schizofreniche. Tale e quale al malefico Biondone.

Così, proprio così!

 


Solo una!

 



Ellekappa


 

Intanto Pino...

 

Piazza nera e agente ucciso: quando ’Gnazio era di lotta 


di Pino Corrias 



Hai voglia a protestare e minacciare querele. Ignazio La Russa, diventato seconda carica dello Stato, e Antonio Marino, agente di polizia morto sconciato da una bomba lanciata da un neofascista, il 12 aprile 1973, sono indissolubilmente legati da mezzo secolo di storia.

Quel lontano giovedì, Milano è blindata. Antonio Marino ha 22 anni, un manganello, un tascapane, la divisa grigioverde del Terzo reparto Celere. È salito al Nord da Puccianiello, provincia di Caserta, per guadagnarsi da vivere. Novantamila lire al mese, la metà spedite a casa. Quel pomeriggio è in servizio di ordine pubblico. Ci sono i neofascisti in piazza che agitano bastoni e slogan contro “le zecche rosse e la violenza comunista”. La Questura ha vietato ogni manifestazione, ma i camerati se ne fregano, li guida Ciccio Franco, quello dei “Boia chi molla” e della rivolta di Reggio Calabria. Accanto a lui, lo stato maggiore del Movimento sociale di Milano, Franco Servello, Francesco Petronio, Massimo Anderson.

Dietro di loro c’è l’altro ragazzo di questa storia, Ignazio Benito Maria La Russa, segretario del Fronte della gioventù. Ha 24 anni, i capelli lunghi fino alle spalle, gli occhi accesi, la barba folta. È il figlio elettrico di una delle famiglie più ricche e più potenti di Milano. Suo padre Antonino La Russa, avvocato siciliano, è stato segretario del Fascio di Paternò, dal 1972 è deputato missino. Ma soprattutto è l’avvocato di Michelangelo Virgilito, suo compare di Paternò, finanziere senza tanti scrupoli, che negli anni del Boom ha fatto fortuna a Milano con gli immobili, la Borsa, le scalate della Liquigas e della Lanerossi, sempre in compagnia di La Russa padre, suo consigliere e braccio operativo. La Russa figlio, detto ’Gnazio, cresce nella sua ombra: è tra i più accesi e più conosciuti militanti missini di Milano, si laurea in Legge, nel partito, organizza volantinaggi, manifestazioni, nei momenti di tensione presidia la sede storica di via Mancini che almeno una volta l’anno viene presa a sassate dai cortei antifascisti.

Nella remota Puccianiello, a casa di Antonio Marino sono in nove. La madre Agnese è ammalata di diabete. Il padre, 62 anni, fatica a mantenere sette figli, quattro maschi e tre femmine. Antonio è il quinto. Prima di arruolarsi ha cercato fortuna in Germania. Poi è entrato in polizia, destinazione Milano. Ogni domenica telefona ai genitori, perché le chiamate costano meno. L’ultima volta ha chiesto alla mamma il permesso di comprarsi un vestito. La madre gli ha detto di non spendere troppo.

Quel giovedì a Milano sono arrivati militanti missini da tutta Italia. Ci sono i camerati di Avanguardia Nazionale, di Ordine Nuovo e quelli di Roma. Cinque giorni prima, il 7 aprile, Nico Azzi, militante neofascista della Fenice, ha tentato di collocare dell’esplosivo sul direttissimo Torino-Roma. Aveva con sé una copia di Lotta Continua, per indirizzare i sospetti verso la sinistra. L’ordigno gli è esploso tra le gambe. È rimasto gravemente ferito. La tensione in quei giorni è altissima. Il prefetto Libero Mazza ha vietato il corteo. Il Movimento sociale non ci sta.

Intorno alle cinque del pomeriggio i cordoni dei missini sventolano bandiere e alzano bastoni. Drappelli di celerini li fronteggiano. Tra loro, in via Bellotti c’è Antonio Marino. È un agente semplice tra i tanti e aspetta ordini.

Le fotografie di quel giorno in corso Monforte, mostrano Ignazio La Russa, maglione, camicia slacciata, volto scuro, alle spalle di Franco Servello. Stanno andando verso la Prefettura per contestare il divieto. La Russa è uno dei responsabili politici di quella manifestazione.

Il corteo vietato diventa una prova di forza. Cominciano gli slogan e i primi scontri con la polizia che avanza, arretra, spara lacrimogeni. I missini assaltano la Casa dello Studente in viale Romagna, devastano i locali, danneggiano l’istituto magistrale Virgilio di piazza Ascoli, considerato covo di comunisti. Volano pietre, spranghe, bottiglie. I reparti della Celere inseguono e sono inseguiti. La città è attraversata da sirene, urla, nuvole di fumo.

In mezzo a quegli assalti ci sono Vittorio Loi, 21 anni, figlio del celebre pugile Duilio Loi, e Maurizio Murelli, 19 anni, proletario, rivestito da sanbabilino. Sono armati di due bombe a mano SRCM, ordigni militari a frammentazione. La prima esplode ferendo un passante e un agente. La seconda, all’incrocio tra via Bellotti e via Kramer, centra un drappello di poliziotti. Il boato è secco. Una nuvola bianca si alza dall’asfalto. Cinque agenti vengono scaraventati a terra. Qualcuno si rialza, qualcuno cerca riparo. Antonio Marino è sdraiato immobile, la bomba gli ha squarciato il torace. La foto d’epoca lo inquadra per sempre al centro del selciato, intorno a lui il vuoto e il fumo.

Mentre Milano conta i feriti, Giorgio Almirante, segretario del Msi, offre 5 milioni di lire a chi denuncerà gli assassini. Lo fa Gianluigi Radice, camerata missino, con una telefonata anonima in Questura. Vittorio Loi si consegna, Murelli fugge a Firenze, ma la sua latitanza dura un giorno.

Durante i primi interrogatori, Murelli chiama in causa Ignazio La Russa e suo fratello Romano. Sostiene che gli incidenti fossero stati pianificati. Ma durante il processo Murelli ritratta, dichiara di avere mentito perché si sentiva scaricato dal partito. Ignazio La Russa mette a verbale che quando Marino è morto lui era in Prefettura. L’inchiesta lo dichiara estraneo ai fatti.

Ma il diavolo del sospetto aggiunge un dettaglio, quando, anni dopo, salterà fuori che gli avvocati di Murelli e Loi, condannati a 18 anni di carcere, li aveva pagati Antonino La Russa, il padre, 22 milioni di lire, più o meno 150mila euro di oggi. Circostanza confermata da Murelli in un’intervista a Report due anni fa, ma negando che quei soldi c’entrino con la ritrattazione. Altri 20 milioni di lire la famiglia La Russa li ha promessi riservatamente alla famiglia Marino.

Quindi tutto bene per Ignazio e la sua carriera politica che corre da allora: deputato, ministro, dal 2022 presidente del Senato. Ma ancora oggi insofferente a quei ricordi, pronto a querelare Michela Ponzani, storica, che in televisione ha ricostruito quel giovedì nero, che La Russa (non) si è lasciato alle spalle. E dal quale Antonio Marino – una medaglia alla memoria, un busto, una strada e una scuola intitolati a suo nome – non si è mai più rialzato.


L'Editoriale di ieri



Toh, gli arabi di Israele

di Marco Travaglio 

30 ottobre 2026

Da quando la parola Israele, grazie a Netanyahu e alla sua fairy band, è diventata impronunciabile, è passata l’idea che sia una finta democrazia. Magari: purtroppo è una democrazia vera che, da quando nel 2009 si consegnò alle grinfie di ‘Bibi’, si comporta con i palestinesi occupati di Cisgiordania e rioccupati di Gaza e con i Paesi vicini peggio di un’autocrazia. Ma al suo interno le regole sono rimaste democratiche. E, ogni volta che Netanyahu ha provato a scardinarle, ha trovato Corti e piazze pronte a difenderle. L’ultima è stata alla vigilia delle elezioni, quando la Corte Suprema ha respinto il tentativo di bandire i partiti arabi che rappresentano il 21,1% della popolazione: cioè i 2,1 milioni di palestinesi che dal 1948 vivono in Israele da cittadini accanto agli ebrei e alle minoranze druse e beduine, con pieni diritti e doveri, incluso l’elettorato attivo e passivo, esclusa soltanto la naja. Paradossalmente, lo Stato ebraico fu il primo del Medio Oriente a dare il voto alle donne musulmane, che non potevano avvicinarsi ai seggi neppure per le finte elezioni delle autocrazie arabe. Dopo il 7 ottobre, i palestinesi israeliani hanno subìto varie discriminazioni. Ma l’apartheid che colpisce quelli della Cisgiordania occupata non ha nulla a che vedere col loro status entro i confini d’Israele: voterebbero – altro paradosso – solo se Netanyahu riuscisse ad annetterli per uccidere anche de jure il sogno di due popoli in due Stati.

In queste elezioni la componente palestinese ha partecipato ancor più di quella ebraica, con un 80% di affluenza, raddoppiando i parlamentari da 10 a 19 (alcuni non riconoscono neppure Israele né condannano Hamas). Così, per la prima volta, le due liste arabe sono decisive per formare il nuovo governo ed evitare nuove elezioni. Il blocco centrista del generale Eisenkot (48 seggi) che si oppone alla Banda Bibi (53) aveva escluso intese con loro. Ma ora, per evitare il rischio di nuove elezioni e la jattura di un’alleanza con Netanyahu, potrebbe ripensarci, magari per un appoggio esterno: la Lista araba unita e Ra’am sono disponibili a un governo di svolta che arriverebbe a 67 seggi (sui 120 della Knesset, il Parlamento), in cambio di una radicale inversione di rotta a Gaza, in Cisgiordania e nelle varie guerre. Già nel 2021, per la prima volta nella storia, gli arabi avevano sostenuto un governo israeliano: quello di Bennett e Lapid, che durò solo un anno prima dell’eterno ritorno di Bibi. In fondo ci sono palestinesi nei tribunali israeliani e persino nella Corte Suprema. E lo sono il 50% dei farmacisti, il 20% dei medici e degli infermieri negli ospedali pubblici. In questa storia piena di paradossi, potrebbe persino capitare che a salvare la democrazia d’Israele siano proprio i palestinesi.