Un solo nome, una persona per bene! Il CT dovrebbe essere lui, fossimo una nazione decente. Silvio Baldini che aveva definito i presidenti della serie A dei lestofanti. Proprio per questo sarebbe la persona giusta, giustissima!
Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
Un solo nome, una persona per bene! Il CT dovrebbe essere lui, fossimo una nazione decente. Silvio Baldini che aveva definito i presidenti della serie A dei lestofanti. Proprio per questo sarebbe la persona giusta, giustissima!
Il New York Times ha definito il segretario di Stato americano Marco Rubio “viceré del Venezuela”. Dal 3 gennaio, data nella quale il presidente Venezuelano Nicolas Maduro è stato prelevato dalle forze speciali statunitensi a Caracas, Rubio ha di fatto preso il controllo del paese. La vice di Maduro, Delcy Rodriguez si è trasformata nella Presidente ad interim nonché ventriloquo di Rubio, con il quale scambia messaggi quotidiani per prendere ordini. Il Venezuela del 2026 ricorda l’Iraq sotto il proconsole statunitense Paul Bremer dopo l’invasione del 2003, ma con alcune aggravanti. In primo luogo, pur con dosi da elefante di ipocrisia, l’invasione irachena patrocinata dai “neocon” era stata preceduta dal tentativo di assicurarsi la copertura delle Nazioni Unite (ricordiamo il segretario di Stato Powell agitare una fialetta di antrace al Consiglio di sicurezza). Inoltre, contro un’aggressione che ha provocato decine di migliaia di morti e alimentato il fondamentalismo islamico, si era sollevata l’opinione pubblica europea, nonché alcuni dei governi europei, con in testa Francia e Germania.
Il controllo americano sul Venezuela avviene invece nel silenzio delle diplomazie e riporta il paese, patria del “Liberatore” Simon Bolivar, a una subalternità peggiore di quella di inizio ’900, quando il dittatore Juan Vicente Gomez, pur allineato agli interessi del capitale petrolifero statunitense, era riuscito ad azzerare il debito estero e a rafforzare l’esercito e le infrastrutture di comunicazione.
La “Strategia per la sicurezza nazionale” di Washington del 2025 aveva già teorizzato i tratti distintivi del neoimperialismo nell’emisfero occidentale. Il “corollario Trump” alla dottrina Monroe ambiva ad un emisfero “libero da incursioni o proprietà di asset strategici da parte di forze straniere ostili”. Trump proponeva di “arruolare” governi amici e battersi per resistere a misure come tassazione, regolazione ed esproprio delle società Usa con l’obiettivo di estromettere potenze straniere, sostenere alleati, favorire il business a stelle e strisce. La conclamata volontà di annettere la Groenlandia, di controllare Panama, l’intervento diretto nelle elezioni in Argentina o in Cile, rievoca l’interventismo della Guerra fredda quando Washington favorì colpi di Stato militari come quello in Brasile nel 1964 e in Cile nel 1973. La differenza è che oggi Unione sovietica, movimenti comunisti internazionali e solidarietà europea non fanno più da contrappeso.
Il Venezuela, maggiore esportatore di petrolio al mondo tra il 1929 e il 1969, fondatore dell’Opec, epicentro di tentativi di integrazione regionale e poi dell’esperimento del socialismo bolivariano di Chavez, è oggi emblema del modello neoimperiale. Questo ha trovato terreno fertile anche per le disastrose politiche di Maduro che hanno prodotto 8 milioni di profughi, iperinflazione, indebitamento internazionale fuori controllo e collasso dei servizi essenziali.
In cosa consiste questo “modello Venezuela” esaltato da Trump? Washington ha iniziato a succhiare la linfa vitale della sovranità venezuelana. Meno di un mese dopo il rapimento di Maduro il governo ad interim ha approvato una nuova legge sugli idrocarburi che ha smantellato il regime fiscale precedente e ribaltato la nazionalizzazione del 1975, di fatto privatizzando il settore. Allo stesso tempo Washington ha creato un Fondo di deposito dei governi esteri (con sede legale prima in Qatar e poi negli Stati Uniti) dove versare i ricavi ottenuti dalla vendita di petrolio venezuelano. Questo fondo (che ricorda quello istituito per gestire i pagamenti per il greggio iracheno nel 2003) viene amministrato dal dipartimento di Stato che decide quanto versare a Caracas e per cosa. Inoltre Washington, tramite l’Ofac (l’Ufficio per il controllo degli asset esteri), decide quali operatori possano commerciare il greggio venezuelano e a chi venderlo. Il Financial Times ha calcolato che da gennaio è stato venduto greggio venezuelano per 13 miliardi di dollari, di cui solo 300 milioni sono stati versati a Caracas. Nessuno sa che fine abbia fatto il resto del malloppo, nel momento in cui il paese è stato colpito da un devastante terremoto, con oltre 5mila morti e migliaia di sfollati.
Acquisito il controllo del petrolio (il Venezuela ne detiene le maggiori riserve al mondo, mentre quelle Usa sono in declino) Rubio si è dedicato ai minerali. Il 9 aprile è stata modificata la legge mineraria del Venezuela per favorire gli investimenti esteri (americani) nell’oro, minerali critici, coltan e nell’uranio di cui l’arco minerario dell’Orinoco è ricco. Non bastasse, General Electric ha firmato contratti per entrare nel settore elettrico, finora monopolizzato da un’impresa statale.
Modifiche legislative, esproprio delle entrate, privatizzazioni, tutto viene imposto teoricamente per mettere Caracas al riparo dalle richieste dei creditori e per consentire investimenti in un Paese devastato. Di fatto però le misure spogliano il Venezuela della sua sovranità. A confermarlo c’è anche la questione del debito internazionale. Il Venezuela e la società petrolifera nazionale Pdvsa sono sommersi da un debito contratto con creditori russi, cinesi, società petrolifere e investitori privati, quantificato in un massimo di 240 miliardi di dollari (il 240% del Pil). Il paese non può ripagarlo senza condannare alla miseria le future generazioni. Gli Stati Uniti hanno imposto al Venezuela, ed è la prima volta che accade, la banca di consulenza incaricata di preparare la ristrutturazione del debito, l’americana Centerview, con la sostanziale estromissione del Fondo monetario internazionale, affidando di fatto a Washington la decisione sui creditori da salvaguardare o penalizzare. Ciliegina sulla torta: le truppe americane, con la scusa del terremoto, sono sbarcate sul territorio venezuelano e compiono in autonomia missioni armate contro il “narcotraffico”.
L’Unione europea, pur opponendosi alle pretese imperiali di Putin su territori che per secoli hanno fatto parte dell’Impero russo e poi dell’Unione sovietica, è invece totalmente muta rispetto al neoimperialismo americano in Venezuela. L’antimperialismo europeo si ferma in Donbass. Questo silenzio postula un Sud globale in cui non vi è posto per l’autodeterminazione dei popoli e una rinuncia a far valere gli interessi europei in un continente con il quale esistono profondi legami di carattere economico e culturale.
Quale altro giornale si potrebbe permettere un articolo di quest'importanza senza temere per i suoi introiti pubblicitari? Credo quasi tutti. Unica eccezione il Fatto Quotidiano.
Quindici anni di tentativi di riforma della tassazione internazionale delle multinazionali, segnati da scandali come LuxLeaks e casi di accordi fiscali illegali come quello tra Apple e l’Irlanda, non hanno scalfito uno dei principi su cui poggia l’intero sistema. E quel principio, spiega un nuovo rapporto del centro di ricerca indipendente olandese Somo, continua a consentire lo spostamento di miliardi di utili verso giurisdizioni a bassa imposizione dando “una parvenza di legittimità” a pratiche di elusione.
I ricercatori dell’organizzazione non governativa affiancati da Jan van de Streek, docente di diritto tributario all’Università di Leiden, sono partiti dall’analisi di 200mila documenti interni e report riservati del colosso britannico Shell, diffusi sul dark web dopo un attacco hacker e autenticati dall’Organized crime and corruption reporting project. Hanno così ricostruito come il maggior gruppo energetico europeo abbia registrato, tra 2018 e 2023, 6,2 miliardi di dollari di profitti alle Bahamas. Paese che non vanta giacimenti di greggio, ma aveva l’indubbio pregio di applicare un’aliquota d’imposta sulle società pari a zero. La controllata locale si limitava ad acquistare barili da altre società di Shell, tra cui quelle attive in Nigeria e Brasile, e rivenderlo ad altre basate nel Regno Unito e a Singapore. Il tutto con una redditività oltre cento volte superiore alla media delle altre società del gruppo impegnate nella stessa attività: tipico “sintomo” di trasferimento di profitti per beneficiare della bassa imposizione.
Il punto è che per farlo Shell non ha dovuto violare alcuna norma: è bastato sfruttare le regole globali sul “transfer pricing”, quelle che stabiliscono come devono essere fissati i prezzi delle transazioni tra società appartenenti allo stesso gruppo multinazionale. Da quei prezzi dipende appunto dove finiscono i profitti e quindi dove vengono pagate le imposte. Le linee guida Ocse si fondano sul principio di libera concorrenza (arm’s length principle): le transazioni tra società dello stesso gruppo devono avvenire ai prezzi che per quegli stessi scambi sarebbero applicati da imprese indipendenti. Il progetto Beps, pur rafforzando i controlli, non ha modificato la regola.
Ma applicare quel principio significa attribuire a ogni società del gruppo funzioni, rischi e attività, individuare imprese comparabili e stabilire il profitto spettante. Valutazioni discrezionali che vengono elaborate dalle stesse multinazionali. È il peccato originale del sistema: una “finzione” da cui secondo l’Independent Commission for the Reform of International Corporate Taxation (Icrict), in cui siedono economisti come Thomas Piketty, Joseph Stiglitz e Gabriel Zucman, derivano attribuzioni di profitti soggettive che i giudici faticano a valutare e che spuntano le armi delle amministrazioni fiscali nel contrasto all’erosione della base imponibile.
Lo dimostrano, secondo il report di Somo, anche gli altri due casi che emergono dagli Shell files. Il primo riguarda Shell Brands International, la società svizzera che detiene marchi e altri beni immateriali del gruppo. Dal 2017 le royalty versate dalle altre controllate per utilizzarli vengono determinate con il metodo raccomandato dall’Ocse, basato sul confronto con imprese indipendenti considerate comparabili. Ma studi empirici mostrano che tra il valore minimo e quello massimo compatibili con il principio di libera concorrenza possono esserci differenze superiori al 200%. Il margine di discrezionalità resta enorme. Il terzo indizio sono i conti delle società con sede nei Paesi Bassi e nel Regno Unito che forniscono al resto del gruppo Shell servizi di ingegneria, informatica e consulenza, impiegando migliaia di dipendenti. Per almeno quindici anni, pur registrando miliardi di euro di ricavi, hanno dichiarato margini di profitto quasi inesistenti perché venivano remunerate al solo costo sostenuto, senza ricarico. Dal 2017, dopo un intervento dell’amministrazione fiscale, alla società inglese è stato attribuito un profitto figurativo su cui paga le tasse, ma si parla di margini estremamente ridotti. Shell fa sapere che è tutto in regola con le indicazioni Ocse: del resto dai file emerge che uno studio interno per Shell Global Solutions International BV aveva calcolato che sarebbero stati “conformi” margini di profitto compresi tra il 2,2% e il 21,2%.
Ulteriori prove, per Somo, che il caso Shell non è un’eccezione ma la dimostrazione dei limiti del sistema, non superati dalle novità degli ultimi anni. Anche il cosiddetto Pillar One, il pilastro della riforma fiscale internazionale negoziata in sede Ocse che puntava a riallocare una parte degli utili delle multinazionali più grandi ai paesi in cui vendono servizi e realizzano ricavi, avrebbe lasciato in piedi il sistema del transfer pricing per gran parte dei profitti. In ogni caso l’accordo non è mai stato ratificato ed è su un binario morto. Icrict spera ora nella Convenzione quadro sulla cooperazione fiscale internazionale in discussione all’Onu. L’anno scorso, in un documento di contributo ai negoziati, ha proposto la soluzione auspicata anche da Global Tax Justice e Tax Justice Network: una tassazione unitaria che consideri le multinazionali come imprese uniche i cui utili globali vanno ripartiti tra i diversi Paesi sulla base di criteri oggettivi come il volume delle vendite, il numero di dipendenti e la presenza di stabilimenti, impianti e altri beni asset. Eliminando la cortina fumogena che giustifica il loro spostamento in base a logiche di pura convenienza fiscale.
Non succederà mai, mai e poi mai. Tranquillo Ignazio il nero perdi sempre non salirà mai al Colle. A meno che non vogliate un sollevamento popolare. L’Italia ha la stupenda sua Costituzione che è Antifascista. E la proteggeremo da tutto e da tutti. Costi quel che costi!
Che meraviglia alzarsi e percepire quel frizzantino in aere ambasciatore di ciò che tra poco più di un mese avvertiremo allorché questa malvagia estate se ne andrà tra scroscianti ovazioni! Quel venticello fresco che solo per qualche giorno ci affascinerà le membra per poi lasciarci in mano all’ennesima torrida prova della nostra ancestrale idiozia! Guardo con amore i maglioncini riposti in armadio, fremente di dimenticare il rivolo di sudore che già al mattino scorre solitario lungo la schiena. Fremo per l’attesa convinto come non mai che l’estate, deturpata dagli sciacallaggi ambientali, sia una punizione ingiusta, visto che i responsabili beatamente si sollazzano all’ombra di uno split, fameliche iene protese, da sempre, a ricercar maggior lucro, per il quale, quotidianamente, invio a loro il primo mattutino vaffanculo!