Pubblicità, costi folli, troppe partite: come il calcio si fece intrattenimento. Lo show dei mondiali americani
di Lorenzo Vendemiale
Si potrebbe coniare un felice neologismo, in onore del Paese ospitante, per descrivere i Mondiali 2026, che si giocheranno negli Stati Uniti (con una manciata di partite pure in Canada e Messico) dall’11 giugno al 19 luglio: “Soccertainment”, parola macedonia che fonde i termini soccer, con cui gli americani si riferiscono al gioco del pallone, ed entertainment, “intrattenimento”. Perché questa – più che di Francia, Spagna e Argentina, le grandi favorite al titolo, Yamal e Mbappé, Cristiano Ronaldo e Messi, le stelle più attese – sarà l’edizione in cui il calcio si trasformerà, forse in maniera definitiva, da sport in spettacolo. Un po’ per compiacere i padroni di casa, che hanno sempre avuto una concezione particolare della competizione sportiva. E un po’, anzi soprattutto, per assecondare il gigantismo della Fifa di Gianni Infantino, grande capo del calcio mondiale, se ancora così possiamo chiamarlo.
Tutto ciò che caratterizzerà questa 23esima edizione rispetto al passato, è stato voluto, studiato e attuato per accentuarne la dimensione performativa e commerciale, anche a scapito dello spirito del gioco. Prendiamo l’elemento centrale di un torneo, il numero delle partecipanti. In America noi mancheremo, e guai a prendersela con le inique qualificazioni. Però ci saranno Haiti, Uzbekistan, Giordania, un quarto delle nazionali totali del pianeta, grazie alla nuova formula a 48 squadre, mai così tante nella storia. Gli effetti tecnici li vedremo sul campo: assisteremo a tante gare squilibrate (partite come Argentina-Curacao rischiano di essere una mattanza), rendendo quasi inutile la prima fase, con gironi poco competitivi in cui vengono pure ripescate le migliori terze (72 match per eliminare soltanto 16 squadre). C’è il rischio concreto di aver peggiorato la qualità del torneo. In compenso, sappiamo già quali sono stati gli effetti economici.
I Mondiali 2026 saranno l’evento sportivo più redditizio di sempre: si parla di circa 9 miliardi di dollari di fatturato, che diventano 13 nell’intero ciclo 2023-2026. Un enorme flusso di denaro che in parte serve all’organizzazione dello stesso evento, viene reinvestito sul movimento e distribuito tra le partecipanti (montepremi record da 870 milioni), comunque finisce per alimentare il carrozzone Fifa, che al contrario della Uefa (Europei più Champions), si regge interamente sui Mondiali. Soltanto i diritti tv frutteranno 4 miliardi: questo perché, aumentando le partecipanti, le partite sono passate da 64 a 104, quindi la Fifa ha molti più contenuti da vendere alle emittenti. E su molti più mercati. Stesso discorso per il botteghino, la voce più cresciuta in assoluto (+300% rispetto a Qatar 2022), per un totale di circa 3 miliardi di incasso: anche qui, merito del numero maggiore di gare e della forte domanda nel mercato nordamericano, che ha spinto alle stelle i biglietti. I fortunati che potranno permetterseli non andranno a vedere soltanto una partita.
Ai Mondiali 2026 ci sarà una novità storica: per la prima volta verranno introdotte due mini pause di 3 minuti, al 22° di ciascun tempo, oltre all’intervallo. Le hanno spacciate come hydration breaks per far fronte alle alte temperature: per assecondare i palinsesti tv europei si giocherà a mezzogiorno in piena estate. Il precedente dei Mondiali ’94 con la finale nel caldo torrido di Pasadena ce lo ricordiamo bene. Nessuno prima di Infantino aveva osato tanto. In quelle pause, i broadcaster saranno autorizzati a trasmettere spot, dopo 20 secondi dal fischio dell’arbitro e fino a 30 secondi prima della ripresa. Sono state così create 208 nuove finestre pubblicitarie da 2 minuti e 10 secondi ciascuna, che potranno essere vendute a peso d’oro dalle tv (che quindi hanno pagato di più i diritti alla Fifa). Proprio grazie a queste, ad esempio, la Rai conta di compensare la mancata qualificazione dell’Italia – altrimenti sarebbe stato un salasso – e raggiungere una raccolta record da 70 milioni.
Addirittura nel corso della finale del 19 luglio al MetLife Stadium, New Jersey, per la prima volta ci sarà un halftime show: un vero e proprio spettacolo a fine primo tempo, sul modello del Super Bowl del football americano, con ospiti Madonna e Shakira e la direzione artistica curata da Chris Martin dei Coldplay. Tutto ciò mal si concilia con l’intervallo da 15 minuti previsto nel pallone. Comunicazioni ufficiali non ce ne sono state, ma pare che la pausa potrebbe dilatarsi fin quasi a mezzora, creando problemi ai calciatori, spezzando il filo narrativo del match più importante del pianeta.
Va da sé che i Mondiali 2026, oltre che i più redditizi, saranno anche i più cari di sempre per chi vorrà vederli. La polemica sui biglietti, come detto, è esplosa da mesi, è stata persino interpellata la Commissione europea, che può farci nulla. Il sistema dei prezzi dinamici adottato negli Usa ha fatto sì che un ticket per la finale costi in media tra i 4 e i 7 mila dollari, mentre gli ingressi popolari a 60 dollari per la fase a gironi praticamente non si sono mai visti. Se ci aggiungiamo le tariffe degli hotel americani, e soprattutto di parcheggi e trasporti pubblici – che spesso nelle grandi manifestazioni sportive vengono concessi gratuitamente ai fan, mentre negli Usa hanno subito delle impennate da parte delle amministrazioni locali – si capisce che il Mondiale 2026 non sarà un evento a misura di tifoso.
Del resto, non è per loro che è pensato. Se il calcio si trasforma in show, parallelamente il tifoso diventa consumatore, meglio se facoltoso: è la trasformazione socioculturale verso cui da tempo si muove il pallone per far fronte alla saturazione dei mercati tradizionali, e che a Usa 2026 toccherà il suo apice. Quindi ora mettetevi comodi e aprite il portafoglio: iniziano i Mondiali.