Prolasso alle gònadi
Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
giovedì 20 agosto 2026
Il Moggi senese
Premessa: non sono senese. Pertanto parlo quasi a sproposito dell'Evento che due volte all'anno sconquassa gli animi e la storia della bellissima città toscana.
Ma Renato Bircolotti, qui in foto, e il suo unico ruolo nel Palio, il Mossiere, mi portano a parlarne.
Da quello che so, seguo il Palio esternamente da vent'anni, il bello dell'Evento è tutto quello che viene prima della corsa, ovvero tre giri di piazza del Campo: gli accordi, le strategie, i soldi dati di straforo, le ripicche, le rivalse, le angherie. Tutto permesso, anzi, il sale della disfida.
Da qualche tempo circola per Siena un Luciano Moggi, un regista occulto, un papa, il signore della corsa: Giovanni Atzeni, soprannominato Tittia, di professione fantino; di palii ne ha già vinti 13, è a un passo dalla coppia dei 14 - Niccolò Chiarini detto Caino che li vinse dal 1804 al 1825 e da Andrea Degortes detto Aceto dal 1965 al 1992. Tittia quindi potrebbe affiancare Aceto come fantino del secolo. Ma il Moggi è pure a due passi dalla storia, dalla leggenda: Mattio Mancini detto Bastiancino dal 1759 al 17779 e Santini Francesco detto Gobbo Saragiolo dal 1823 al 1853 ne vinsero 15 di palii, record assoluto dal 1633!
Ora questo Tittia, palesemente, nell'ultimo palio ha influenzato i fantini rivali, probabilmente i Capitani e il Bircolotti, evidenziando così un potere immenso tra i canapi. Il suo cavallo infatti che correva per il Nicchio, nell'indifferenza generale, non ha mai rispettato la posizioni ai canapi - aveva il nr 8 - rimanendo spostato dietro in nona posizione. E' stato per molto orizzontalmente lontano almeno tre metri dalla fune che segna la partenza. L'Aquila che avrebbe dovuto essere il decimo che con la rincorsa avrebbe dato il via alla disfida è rimasta per tutto il tempo silente, ossequiosa, servile, senza mai protestare riguardo alla posizione di Tittia. E Bircolotti ha tenuto un comportamento anomalo, senza mai riprendere il Nicchio e validando una partenza che è risultata non valida: il Nicchio è partito di slancio, l'Aquila che avrebbe dovuto compiere proprio lei la rincorsa, non ha protestato minimamente.
Il Luciano - Tittia quindi ha sfoderato la sua classe e la sua potenza, infischiandosene della regolarità e del danno d'immagine subito dal Palio stesso.
Questi non sono accordi, strategie, complotti. Qui si evince la volontà di prendersi il banco intero, nell'indifferenza generale.
Dico tutto questo da esterno naturalmente, senza conoscere meccanismi e taciti accordi.
Un'ultima osservazione: per tutti coloro che soffrono nel veder soffrire i cavalli. I cavalli quando corrono non soffrono, anzi si sentono vivi, si sentono cavalli.
Voler chiudere la Storia per il loro bene è semplice e pura dabbenaggine. Stiamo parlando del 1633, non so se mi spiego.
Promessa
Te lo ripeto ancora: se per caso mi anticipassi verso gli inferi, inseguito dalle tue innumerevoli Erinni, ti assicuro, anzi, ti giuro che festeggerò la tua dipartita, che mi auguro sofferta e tormentata, con una mega festa annaffiata da innumerevoli bollicine, bastardo e carogna senza rivali!
RX
Apocalisse climatica in riva al mare tra bollette e ibride
Sto pensando di insegnare a mio figlio a fare surf, invece che sciare. Pensi che è la prima estate che non lo portiamo a fare una passeggiata dopo cena, troppo caldo ”. Il giovane padre milanese sotto l’ombrellone risponde con un misto di ironia e amarezza alla domanda sul caldo che aumenta e sulle cause del riscaldamento globale. Agosto 2026, spiaggia sul mare Adriatico, popolata soprattutto dal ceto medio del centro-nord. Il timore di disturbare le persone sdraiate sui lettini per parlare di crisi climatica si scioglie in un secondo: tutti vogliono dire la loro, tutti sono spaventati. Tra settimana enigmistica e secchielli, si discute di emissioni, petrolio, Cina, e pure partecipate di Stato “che fanno accordi col Venezuela per continuare a estrarre petrolio”.
“Il caldo ci ha rubato l’estate, a luglio siamo stati chiusi in casa, come un lockdown, questo aspetto psicologico della clausura mi sembra il più grave, l’anno prossimo cerco una casetta sull’Appennino”, dice la madre di due figli adolescenti, uno dei quali, racconta, “usciva lo stesso a 40 gradi, forse è la forma di ribellione della loro generazione”.
Mentre il governo non ha ancora deciso se la crisi del clima esiste o no, sulla riva capita di trovare persino un giovane ingegnere che ha fatto la tesi sulle origini antropiche o naturali del riscaldamento. Origini napoletane, si dice fatalista, “l’essere umano è inerte, l’italiano poi è il massimo della conservazione, d’altronde abbiamo lasciato andare via Rubbia con i suoi progetti”. Scherza sull’adattamento, “potremo dormire nelle grotte tipo Frasassi o nelle catacombe e se dovremo lasciare la pianura padana sicuramente il posto in cui andremo non potrà essere peggiore”.
Tra venditori di cocco e ambulanti accaldati c’è spazio anche per l’agenda 2030. Tre ragazzi romani l’hanno studiata a scuola, “anche se si fa male”. La valigia pronta per un futuro in Spagna, sono preoccupati del negazionismo che avanza a causa di Trump, mentre la politica italiana, affermano, “si divide tra chi è disinteressato (destra) e chi butta il clima dentro un’agenda troppo piena di cose, salute, lavoro ecc, senza dare una gerarchia (Campo largo)”.
Ce n’è per la politica ma anche per l’informazione. “Basta con i soliti articoli sul caldo, i giornali raccontano gli eventi eccezionali come cronaca, e sempre più sembrano suggerire pericolosamente che ci dobbiamo adattare noi”, commenta una donna sui 50 che fa notare: “La bolletta di giugno-luglio è del 40% in più”.
Non manca, ovviamente, più che il negazionismo, un certo scetticismo, unito a confusione. “La quota di riscaldamento dovuto a emissioni? “È più o meno il 60%”, dice una giovane donna. “Secondo me la causa del caldo è il buco dell’ozono”, sostiene invece una madre che auspica però più verde e più energie pulite. Invece per due signori anziani “il caldo è una cosa ciclica”. Il negazionismo scivola nel complottismo: “Secondo me si spinge sul cambiamento climatico per riempire la penisola di pale e pannelli”, dice lui. Ammette però che quest’anno fa davvero caldissimo, cioè era caldo anche quando era piccolo “ma forse era più secco”. Nel frattempo la moglie, che pure afferma che “la Puglia è ormai rovinata dalle pale e che forse andiamo incontro a una nuova era glaciale”, si scaglia contro “i negozi con le porte aperte e i condizionatori troppo alti” e conclude con una frase degna di Greta Thunberg: “Forse la natura si sta ribellando all’egoismo dell’uomo!”.
Più che il negazionismo, si avverte un senso di impotenza. Il problema che molti sollevano è questo: “Ma se io faccio e il mio vicino no, a che serve?”. Traslato a livello di Paesi diventa: “Se l’Europa diminuisce le emissioni, ma India e Cina no, che senso ha?”, polemizza un gruppo di universitari non proprio filo-Fridays For Future, anzi pure scocciati dalla spazzatura post manifestazioni. Comune a tutti però è la paura, e la sensazione netta che occorra agire. Così, in mezzo alla sabbia nascono soluzioni, anche fantasiose: “Pannelli solari sui parcheggi, turbine in mare per intercettare la corrente marina ma soprattutto basta cimiteri, altro cemento: cremiamo, piantiamo un albero e i 30 euro di lucina l’anno le diamo al giardiniere”, propone il giovane papà. “Macchine elettriche e rinnovabili ok, ma devono costare meno, io comunque al prossimo giro mi compro la ibrida, sia per l’ambiente sia perché non posso più permettermi un pieno”, ride la madre degli adolescenti. “Smettiamola di fare figli e abbiamo risolto”, ironizza l’ingegnere napoletano, “la Terra andrà avanti, e al massimo fuggiamo tutti in Groenlandia che tornerà a essere ‘Greenland’ come sostengono Salvini e i suoi. Che saranno anche loro su una barchetta, come oggi i migranti da Ceuta”. Da destra a sinistra, comunque, tutti d’accordo: basta col cemento, dateci più alberi.
L’ultimo incontro è con una signora in pensione. Non faccio in tempo a finire la domanda che mi spiega di aver installato i condizionatori ad Ancona, “una cosa impensabile. È assurdo”, continua, “che i climatologi, che convergono al 99,9% sulle origini antropiche del caldo, abbiano dato tutte le ricette possibili, e la politica latiti, eppure basta mettere il piede in mare e sentire che bolle”. Accanto a lei c’è sua madre novantenne, distesa sul lettino. Sorride dolcemente, ammette che sì, fa sempre più caldo. E poi ricorda di quel giorno di tantissimi anni fa in cui ad Ancona nevicò. “Andai a chiamare la vicina”, dice con un filo di voce, “e ci mettemmo a ballare. Per la felicità”.
E venne il giorno
Andate avanti, cretini
Sulla stupidità della censura c’è ampia letteratura. Ma quando a praticarla sono politici e giornalisti, il concetto di stupido si rivela pericolosamente minimalista. Ranucci conduce il programma d’informazione Rai più seguito. Un amico pregiudicato, Lavitola, gli fa esplodere una bomba sotto casa, per motivi incomprensibili a tutti fuorché agli psichiatri. Cariche e scariche istituzionali con pennivendoli da riporto gli chiedono (a Ranucci, non a Lavitola) conto dell’attentato, insinuano che se lo sia fatto da solo e reclamano la sua cacciata da Report o – bontà loro – un “passo indietro” che risparmi ai censori il fastidio di censurarlo. Il fondatore del Foglio, già spia della Cia e reggisacco delle peggiori canaglie, pretende il suo arresto: “Lavitola a Rebibbia e Ranucci no. Esiste ingiustizia più chiara?” (sì: lui). Lo stesso linciaggio tocca a chi osa ricordare che: Ranucci è la vittima, ignara anche secondo i pm; le amicizie, anche se inopportune, sono fatti suoi, a meno che non inquinino i contenuti di Report (il che non risulta); i giornalisti si giudicano non dagli amici, ma dalle notizie. Report e, ad abundantiam, il Fatto vengono lapidati in piazza per la grave colpa di “giornalismo d’inchiesta”. Ma il volume di fuoco del plotone d’esecuzione, inversamente proporzionale alla credibilità delle accuse e degli accusatori, sortisce l’effetto opposto a quello sperato. Anche chi dubitava dell’opportunità dell’amicizia con Lavitola capisce che Ranucci non viene attaccato per i suoi sbagli, ma per i meriti suoi e della squadra; e l’obiettivo dei manigoldi non è riportare l’etica alla Rai (che diventerebbe un deserto popolato da tre o quattro mosche bianche), ma cancellarne il poco rimasto.
Ranucci, che un mese fa faticava a riempire le sale, viene portato in trionfo. E chi alla Rai e a Palazzo Chigi pregustava la sua cacciata si chiede tremante se sia il caso, memore del ritorno in gloria di Santoro nel 2006. Ranucci, vicedirettore tutelato dal contratto, dalla Costituzione, dalle leggi e dall’European Media Freedom Act, impiegherebbe pochi mesi a ottenere il reintegro d’urgenza, in piena campagna elettorale. E i censori finirebbero dritti alla Corte dei Conti per danno erariale e pure all’Ue, che vieta interferenze politiche nell’informazione. Il sentimento popolare è tutto nelle geniali battute sul web. Ecco Gimmorisò su X: “L’Italia è quel Paese meraviglioso in cui è la politica a fare le domande ai giornalisti, e non viceversa”, “Lo scoop di Capezzone sul Tempo ha dimostrato che con lo stipendio di Bruno Vespa ci paghi tutta la redazione di Report”. Un altro mese così e Ranucci, anziché perderla, triplicherà la sua popolarità, per ora solo raddoppiata. Quod non fecerunt Lavitolas, fecerunt cogliones.
mercoledì 19 agosto 2026
Capitolazione
Tra le tantissime, innumerevoli fonti di capitolazione che posseggo, ai primi posti vi è senz’altro lo scoprire che la focaccia appena acquistata sia tiepida tendente al caldo! Non riesco a frenare il morso, credo che non lo farei neppure se fossi sul patibolo davanti ad un boia celiaco. Credo di non riuscire a controllare le azioni mandibolari, un giorno credo che se mi studiassero capirebbero il difetto: la masticazione della focaccia calda, come la ditata nel barattolo della Nutella, Madre Natura me le unì a quelle del respiro e del battito cardiaco: incontrollabili appunto. Già entrare dal panettiere è una summa di prove stratosferiche; se poi al tatto avverto che il sacchetto è caldo, ciao core!
Attorno alla malavita
Mafia e politica, meno male che c’è Delmastro
Preso da solo, il caso della Bisteccheria d’Italia sembra il canovaccio di un film dei fratelli Vanzina. Una di quelle storie in cui non sai se indignarti o sbellicarti dalle risate. C’è il nome di un ristorante che richiama quello di un partito; c’è un marchio con fondo blu e tricolore che esce dallo stesso immaginario grafico e politico; c’è un sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, supposto terrore dei mafiosi incarcerati, che entra in società con la figlia diciottenne del prestanome del clan Senese e che ci fa entrare pure tutti i suoi migliori amici. Poi, a scandalo esploso, balbetta che non sapeva, che nessuno gli aveva detto nulla, che il locale gli pareva ben frequentato. “È vero”, ammetterà alla fine, “bastava digitare su Google” per scoprire chi fosse Mauro Carroccia, il padre della sua giovanissima socia. Non averlo fatto è stata “un’imperdonabile leggerezza politica”. Ma la coglionaggine, fino a prova contraria, non è reato.
Eppure la storia della Bisteccheria è uno snodo importante. Da una parte perché permette ai cittadini di constatare come, al di là dei proclami, gran parte della politica, dei media e della società civile continui a non prendere in considerazione il rischio criminalità organizzata. Dall’altra perché senza la bisteccheria di Del Mastro probabilmente la questione mafia-politica nel Nord non sarebbe esplosa in tutta la sua forza. Senza quelle foto di bevute in compagnia, senza quella società, quelle cene, quella leggerezza rivendicata come attenuante, l’inchiesta Hydra – sul consorzio tra camorra, Cosa Nostra e ’ndrangheta varato nel nome dei Senese – sarebbe rimasta confinata al suo recinto giudiziario: boss, droga, appalti, prestanome, intimidazioni, condanne. Roba da cronaca nera. Roba da procure. Roba da specialisti.
Invece no. La Bisteccheria ha aperto una porta. Dietro quella porta non c’era soltanto Delmastro. C’era un mondo e c’era soprattutto la più grande astuzia del Diavolo: convincere tutti che non esiste.
C’era Gioacchino Amico, piccolo imprenditore espressione dei clan, poi collaboratore di giustizia, legato a Fratelli d’Italia, capace di muoversi tra incontri politici, foto pubbliche, rapporti vantati, e sogni di potere. “Mi è arrivata la tessera di partito…”, diceva intercettato. E ancora: “Facciamo noi altri l’apparentamento… ci becchiamo l’assessorato”. Non è una sentenza. Ma è un linguaggio. E in politica il linguaggio conta.
C’era Giancarlo Vestiti, ritenuto fiduciario dei Senese, che si presentava come “Giancarlo Senese” e intanto viveva agli arresti domiciliari nell’appartamento di Rosalia Brasacchio, consigliera comunale di Cologno Monzese, senza che in municipio la cosa suscitasse particolare scandalo.
C’era Riccardo De Corato, ex vicesindaco sceriffo di Milano, poi assessore regionale alla Sicurezza, poi parlamentare FdI e capogruppo in Antimafia. Non indagato. Solo citato da Amico in una conversazione con l’ex leghista Monica Rizzi: “ … è il mio caro amico”. De Corato nega tutto: mai visto, mai parlato, mai sentito. Può essere. Forse siamo alla millanteria. Ma anche la millanteria, quando diventa metodo di accesso alla politica, è un problema politico. Perché segnala come ormai i partiti, in crisi di iscritti e di ideali, aprano le porte a chiunque senza nemmeno tentare di capire chi hanno di fronte.
C’era Luca Faraone, consigliere comunale FdI a Carate Brianza, non indagato, la cui elezione entra però nelle conversazioni di Hydra. Santo Crea e Pietro Pansera parlano di sostegno elettorale, di voti, di sanità, di favori. “Poi gli faccio conoscere dove arrivano i voti”, dice Pansera. E Crea raccomanda prudenza: “Senza che ne faccia assai. Se no poi dicono: assai come mai? Il giusto”. È una frase perfetta per capire la mafia moderna. Non troppa scena. Non troppo rumore. Il giusto.
C’erano Paola Frassinetti e Carmela Bucalo, parlamentari FdI, indicate negli atti come “in rapporti” con Amico e presenti, secondo le carte, a un appuntamento romano. C’era Carlo Fidanza, che ha spiegato gli incontri con il mafioso ora pentito come episodi da campagna elettorale. A lui Amico era sembrato una sorta di truffatore. Mica un uomo del disonore. C’era Romano La Russa, di cui Vestiti diceva: “Lo conosco bene, ci esco a mangiare”, frase smentita dall’interessato. C’era il presunto contatto con Daniela Santanchè, attribuito a Vestiti e smentito dalla ex ministra. C’erano nomi, luoghi, cene, tessere, congressi, sanità, Comuni, appalti.
Così – e questo è il buono del caso Delmastro-Bisteccheria – la Commissione parlamentare antimafia, sollecitata anche da Giorgia Meloni, ha cominciato finalmente a studiare l’oggi dopo anni in cui era stata spesso rivolta al passato. Per qualche giorno si è parlato di ristoranti aperti ieri, di assessori, di consiglieri comunali, di parlamentari, di appalti, di clan che non chiedono più soltanto protezione, ma ingresso. Insomma l’antimafia ha fatto (vedremo poi con quali risultati) quello che deve fare: lasciare ai magistrati gli eventuali reati e occuparsi di comportamenti, scelte e denunce politiche.
È questo il punto. La mafia non arriva più da anni con la coppola. Non chiede (solo) il pizzo davanti alla saracinesca abbassata. Entra nei cantieri, nei subappalti, nella sanità, nelle piattaforme commerciali, nei servizi, nella ristorazione, nei Comuni. E quando serve entra nella politica, o almeno ci prova. Non sempre comprando. A volte avvicinando. A volte offrendo voti. A volte portando gente a una cena. A volte fingendo amicizie. A volte trasformando una conoscenza casuale in una patente di potere.
La sottovalutazione è il suo ossigeno. Lo si vede anche nel processo Hydra. Ci sono Comuni che non si sono costituiti parte civile, altri che lo hanno fatto tardi e sono stati esclusi. Cologno Monzese ha scelto di non costituirsi. Lonate Pozzolo e Busto Arsizio non erano in aula e Busto, come Abbiategrasso, è stata poi esclusai per tardività. Mentre Città Metropolitana e altri enti hanno ritenuto di dover marcare la presenza dello Stato. È una differenza enorme. Perché in un processo di mafia la costituzione di parte civile non è solo una questione di risarcimento: è una dichiarazione politica. Dice: questo territorio è stato offeso. Dice: non siamo neutrali. Dice: la mafia non è un problema della Procura. È un problema nostro.

