L’automa Salis, finta sinistra dal volto “instagrammabile”
di Selvaggia Lucarelli
L’ascesa di Silvia Salis in politica sembra provenire da un perfetto esperimento di laboratorio, uno di quelli progettati con cura tafazziana dai partiti centristi di Carlo Calenda e Matteo Renzi nonché da Dario Franceschini e dagli ultimi alchimisti della vecchia corrente del Pd, per creare artificialmente un leader che abbia una caratteristica indispensabile: non essere di sinistra. Non azzardarsi a sembrare duro e puro, e dare possibilmente l’idea di essere qualcuno che se potesse convertirebbe i centri sociali in coworking per startupper scandinavi.
Gli alchimisti del Pd, va detto, ci hanno lavorato strenuamente per anni, perfezionando l’androide Salis in un laboratorio segreto in casa Franceschini a cui si accede tramite una porta nascosta dietro a un ritratto dipinto a olio di Romano Prodi mentre riceve a Mosca la centoventisettesima laurea honoris causa.
Svezzato nella città di Genova – quel giusto compromesso centrista tra identità operaia e borghesia – l’androide Salis viene dapprima forgiato fisicamente nella pratica di uno sport rude, che consiste nel lancio del martello, ma che evochi pure quello della falce, così da eliminare ogni sospetto di radicalismo comunista, per poi venire collaudato in un ambiente lontano da qualsiasi conflitto sociale: è infatti al Coni, sotto l’ala esperta di Giovanni Malagò, che Salis viene addomesticata e affina la competenza essenziale per diventare il leader perfetto del centrosinistra: non dare mai l’impressione di stare dalla parte degli ultimi, ma al massimo degli argento e bronzo, e ricordare che lo scontro ideologico deve consistere tutt’al più in una divergenza sul calendario degli eventi con buffet. Imparato sempre dal vate Malagò a non stare mai da una parte sola, l’ultimo modello di “potenziale federatrice della sinistra” era praticamente pronto. Mancava solo una città da amministrare, perché è solo diventando sindaco che l’inaugurazione di una nuova aiuola si può convertire in un post da 2 milioni di like convincendo così tutti del fatto che quella sia la prova definitiva di una cangiante capacità politica.
Ed ecco che l’androide Silvia Salis, uscita ancora inscatolata a notte fonda dal laboratorio di casa Franceschini, è approdata a Genova, per poi ammaliare il centrosinistra e in qualche modo tutta la politica nazionale.
Nulla è stato lasciato al caso. C’è perfino Fausto Brizzi, il marito-regista di cinema, perché dopo soli sette anni al ministero della Cultura, l’alchimista Franceschini ha giustamente pensato che il comparto cinematografico andasse presidiato.
Anche sul piano estetico Salis è stata progettata con una chirurgica attenzione al dettaglio, perfetta per rappresentare l’anti-Meloni: alta un metro e 80 per evocare la superiorità morale ma pure genetica, bionda come Giorgia ma con una chioma sintetica, resistente a eventi atmosferici e politici avversi e scolpita a colpi di piastra Ghd, sopracciglia disegnate della matita di Massimiliano Fuksas nonché una voce ferma, calibrata, quasi istituzionale, progettata per non incrinarsi mai, l’esatto opposto di quella di Giorgia Meloni, che trasforma ogni intervento in una lite di condominio.
Certo, Salis è pur sempre un prodotto creato in laboratorio, quindi c’è quel problemino della parlata monocorde e di quello sguardo fisso, inespressivo, che attraversa l’interlocutore e gli lascia addosso una strana inquietudine. Io, per dire, quando vedo i video di Salis su Instagram ho sempre la sensazione che non stia guardando la camera ma il mio algoritmo, che mentre mi spiega cosa sarà di quel cantiere al porto di Genova, in realtà stia scannerizzando i miei recenti acquisti su Amazon e le mie ultime preferenze alle urne. L’androide Silvia Salis, evidentemente compatibile con ogni piattaforma e ogni alleanza, è anche progettata per incarnare un progetto politico perfettamente instagrammabile. In questo – va detto – rappresenta la sorprendente evoluzione tecnologica del vecchio Pd in quanto versione PRO MAX di Matteo Renzi: quest’ultimo, nonostante gli antichi sforzi di Marco Agnoletti e dei suoi social media manager, sembrava sempre un ciuco triste dopo una giornata di salite e tornanti col cesto di pietre sul dorso. Silvia Salis – le va riconosciuto – in tutti gli scatti sembra una hostess intercontinentale anni 60 della Pan-Am, che però da mezzanotte alle 5 del mattino viene ricaricata di nascosto presso la colonnina delle auto elettriche davanti allo stadio Marassi. Un salto qualitativo non indifferente, che rende senz’altro il progetto politico Salis più gradevole.
C’è poi un retroscena: la sua foto dietro alla consolle del dj set a Genova è diventata virale in tutto il mondo, e c’è un motivo. No, non è quell’evidente profumo di proletariato che emanano i suoi occhiali Bottega Veneta da 520 euro, ma un elemento subliminale di cui nessuno, a parte Franceschini e il suo diabolico team di alchimisti, è a conoscenza: in realtà la dj Charlotte de Witte era una semplice figurante, dentro la sua consolle e nelle casse c’erano sacchi di sale. La musica elettronica ascoltata in piazza consisteva in frequenze centriste a 170 bpm emesse dallo stesso androide Salis, calibrate per far muovere la testa al pubblico senza però spingerlo a formulare una sola critica strutturale al capitalismo contemporaneo. Un vero capolavoro di comunicazione e proselitismo, all’insaputa di (quasi) tutti. Un progetto praticamente perfetto, creato per piacere a ogni singola corrente politica, con un unico difetto sfuggito al rigoroso controllo qualità degli ultimi alchimisti del Pd: quel cognome – Salis – identico a quello della comunista Ilaria. Perfino Salvini, ieri, rispondendo a una domanda di un giornalista ha confuso Silvia con Ilaria. A questo punto le soluzioni sono due: o il Pd procede con un rapido rebranding – magari un sobrio “Silvia Sala” (così da fare contento anche l’amico Beppe) – oppure fare ciò che gli riesce meglio da anni: dare la colpa a Conte.