Prolasso alle gònadi
Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
giovedì 2 luglio 2026
L'Amaca
Perché non lasciarli andare?
di Michele Serra
La Chiesa ha i suoi Vannacci, sono i lefebvriani che invocano il ritorno alla «sana tradizione», nella quale tutto si contiene e si spiega. La Storia abbassi le mani dal tabernacolo della Tradizione! La rivoluzione conciliare del secolo scorso, così aperta al sociale, ai diritti delle persone, e con Francesco anche all'ambientalismo, deve sembrare a questi cattolici nostalgici, di estrema destra e anche di estrema rigidità, «il mondo al contrario». Per loro la modernità è perversione allo stato puro, tradimento di Dio, che come è noto ognuno se lo aggiusta, povero Dio, a propria immagine e per la propria comodità.
Ratzinger, che su Dio la pensava più o meno come loro (fuori dal Dogma c'è solo errore) cercò di ricucire con questi signori rispettabili ma un po' lugubri, ma perfino lui non ce la fece. Da non addetto ai lavori, e scusandomi per l'intromissione, non capisco perché Roma insista nell'invocare la loro obbedienza: perché non lasciarli andare per la loro strada? I devoti a Cristo hanno costruito nei secoli chiese e chiesuole in numero infinito, spesso scannandosi tra loro: una più una meno, cosa cambia?
Fossi cattolico o anche solo cristiano, mi dispiacerebbe solamente se i lefebvriani usurpassero il copyright della messa in latino, bellissima e al di sopra di ogni traduzione in volgare. Ma per il resto, che ordinino i loro preti e vescovi e giochino tranquillamente la loro partitella settaria. Il mondo protestante pullula di chiesuole e predicatori, alcuni così strambi da avere mutato il rito in macchiettismo. Se anche il mondo cattolico perde per strada qualche scheggia, pazienza. Dio, se c'è, non bada certo a queste piccole cose.
Commento ateo
L'oriente, Lutero, re Enrico: mille anni di scissioni all'ombra del potere
di Corrado Augias
Si sentono parole che portano un'eco di tempi lontani, diversi dai nostri, quando il peso delle questioni religiose era molto maggiore: scisma, scomunica. In realtà si mescolano, nel movimento di monsignor Lefebvre, motivi dottrinali e motivi politici, come del resto è sempre avvenuto per ogni altro scisma nella lunga storia della Chiesa. Certo, c'è la richiesta di ripristinare la messa tridentina in latino (concilio di Trento, 1545-1563); c'è il rifiuto di un dialogo interreligioso considerato fuorviante rispetto alla vera fede, c'è il sostanziale rifiuto delle decisioni prese nel corso del Concilio Vaticano II. In un certo senso le dispute sono un bene, questi movimenti scismatici, queste lotte in nome della dottrina, della sua interpretazione, sono un segno di vitalità. Possono provocare una crisi, certo, ma lo stesso apparato che accompagna queste cerimonie, quelle scenografie, quei costumi sontuosi, quei copricapi così inconsueti che sarebbero assurdi se non richiamassero un'antichità profonda, sono il segno appariscente di una accanita volontà di conservazione.
Gli scismi, del resto, hanno continuamente accompagnato la storia della Chiesa. Ricordo uno dei meno antichi in ordine di tempo, lo scisma anglicano del 1534. Originò da una serie di motivi che nella vulgata popolare viene semplificato nel desiderio di re Enrico VIII di divorziare da Caterina d'Aragona per sposare Anna Bolena di cui s'era invaghito, dalla quale sperava anche d'avere una solida discendenza maschile che assicurasse il futuro della dinastia. Divorziare tra l'altro è un termine impreciso, il re in realtà chiedeva a papa Clemente VII l'annullamento delle nozze, che è un po' quello che si faceva anche in Italia, con un ricorso alla Sacra Rota, fino all'introduzione del divorzio. Un modo ingegnoso di aggirare la sacralità del vincolo. Da Roma arrivò un rifiuto e anche qui le motivazioni sono complesse. Dopo il sacco di Roma del 1527, Clemente VII era molto esposto nei confronti dell'imperatore Carlo V che aveva mandato i suoi lanzichenecchi a devastare Roma. L'imperatore, nipote di Caterina, spingeva per difendere la zia. Annullare le nozze, peraltro notoriamente consumate, sarebbe stato un atto chiaramente ostile che era meglio evitare. Insomma, lo scisma ci fu anche per ragioni d'opportunità politica. Con l'Atto di supremazia (1534) Enrico VIII venne proclamato capo supremo della chiesa d'Inghilterra (Anglicana Ecclesia), titolo trasmissibile a tutti i suoi successori. Per restare ai nostri giorni è stata capo supremo la regina Elisabetta II, così lo è ora suo figlio, l'attuale sovrano Carlo III, così sarà William il giorno in cui salirà al trono.
Ma lo scisma inglese probabilmente non ci sarebbe stato, o sarebbe stato più difficoltoso, se in Europa non avesse circolato un'atmosfera politica favorevole a gesti del genere. Pochi anni prima (31 ottobre 1517) Lutero aveva staccato da Roma buona parte dell'Europa settentrionale e della stessa Francia. L'autore del più grave scisma della cristianità era un agostiniano esattamente come l'attuale papa Leone XIV, il primo attuò lo scisma, Leone combatte per evitarlo. La storia conosce di questi paradossi.
Ci sono naturalmente anche altre ragioni a spiegare ciò che allora accadde. Per esempio, le monarchie nazionali andavano rafforzando il loro potere. Nemmeno Enrico VIII avrebbe probabilmente osato un gesto del genere se non avesse «sentito» con fiuto politico che il suo popolo era largamente favorevole a una separazione da Roma. Seguì la confisca dei beni ecclesiastici con un certo beneficio per le casse dello Stato ma anche notevoli vantaggi per i più accorti speculatori. L'acquisizione dei beni immobili della Chiesa contribuì non poco a un nuovo disegno del paesaggio rurale ed urbano dell'Inghilterra.
Un'altra pagina drammatica è quella che va sotto il nome di scisma d'Oriente — 1054. In questo caso le ragioni dottrinali e quelle politiche e di potere sono intrecciate con evidenza ancora maggiore rispetto allo scisma d'Inghilterra. In apparenza questa drammatica rottura, che separò la Chiesa cattolica dalla Chiesa ortodossa, è legata a una sola semplice parola: Filioque — in italiano «e dal figlio». La questione dottrinale è infatti legata a una disputa teologica sul Credo, l'atto di fede che lega i cristiani alla loro religione («Credo in unum Deum...») un patto, un vincolo. Nella tradizione latina si aggiunse che lo Spirito Santo, terza persona della Trinità, discende, proviene, dal Padre e dal Figlio. Il versetto recita: «In Spiritum Sanctum qui ex Patre Filioque procedit». L'obiezione degli orientali fu che quella doppia discendenza poteva generare l'equivoco che nella Trinità ci fossero due fonti dalle quali la terza persona proveniva. Infatti nella tradizione orientale il Figlio scompare, resta solo il Padre. Anche in questo caso, però, alle ragioni puramente dottrinali altre intervennero, di natura politica. Per esempio, il peso rispettivo che le due capitali, Roma e Costantinopoli, reclamavano a sé. Vero che gli abitanti di Costantinopoli si definivano «romani», erano consapevoli che la vera Roma aveva ormai cominciato un declino che avrebbe via via cancellato la sua gloria passata. Poi anche Costantinopoli cadde (1453), la città cambiò nome diventando Istanbul ma la vecchia disputa rimase e, come nel caso dell'Inghilterra, è ancora oggi viva in molti paesi dell'Europa orientale, Russia compresa.
La storia della Chiesa è lunga, lo scisma dei Lefebvriani sarà presto una nota a piè di pagina.
Focus
Ecco Onorato, ovvero il renzismo omeopatico
C’è questo Alessandro Onorato, assessore ai Grandi Eventi, Sport, Turismo nonché Moda di Roma Capitale, che ultimamente si vede parecchio in giro. Di suo, porta in dote un outfit da direttore di filiale Tecnocasa di II Municipio (Parioli, Flaminio, Salario, Trieste), il che potrebbe farlo sembrare un discepolo di Calenda, di cui però gli manca la schietta arroganza, bastandogli un’assertività da corso motivazionale, di quelli per diventare coach aziendali e “leader di sé stessi”, se avete presente. Dalla scocca e dal look da piccolo Malagò, molto phonato, lo si direbbe un rampollo del generone (Il Fogliolo colloca nel giro Circolo Canottieri Aniene, ma abbiamo verificato: non ne è socio); invece, come ci tiene a dire nelle ospitate tv, lui è “nato e cresciuto a Ostia, non a Beverly Hills” (ma chi è nato a Beverly Hills? Will Smith? Mah), praticamente il Bronx di Roma.
Politicamente è perfetto per cavalcare le “praterie per il centro” vagheggiate da quel blocco borghese già montiano, draghiano, lettiano, renziano, calendiano, cottarelliano, pisapiano, morattiano etc. che rappresenta l’élite centròmane, affetta da questa parafilia per i “moderati” e spaventatissima dall’avanzare di una allucinata sinistra. Non a caso Onorato, civico nella giunta Gualtieri, è stato veltroniano, poi dell’Udc, poi sostenitore di quell’Alfio Marchini (di cui sembra una miniatura) che nel 2013 arrivò quarto a Roma (vinse Marino) e nel 2016 ancora quarto, sostenuto da Storace e Berlusconi dopo la rottura con Meloni, pure lei in corsa, terza dopo Raggi e Giachetti; il passaggio marchiniano gli guadagnò il seggio in Campidoglio.
La biografia di Onorato recita: “Laureato in Economia aziendale, imprenditore del settore food”, sissignore, con locali a Roma e a Milano Marittima (un giovane Oscar Farinetti). Le sue battaglie sono state: la ripresa, sancita da apposito decreto del ministro Lollobrigida, “delle corse del trotto e del galoppo all’ippodromo di Capannelle”, ferme da anni per debiti; il Rally di Roma, con passaggio dei bolidi a Piazza di Spagna, Eur e Colosseo (ci mancava, per fluidificare il traffico); il numero chiuso a Fontana di Trevi, con “tariffazione per l’accesso al catino”, cioè si paga quel che prima era gratis. Ma soprattutto, come recita una nota dell’Ansa, sotto la sua guida “nel 2024 il turismo ha generato nella nostra città una ricchezza pari a 13,3 miliardi di euro: nel 2022 erano 8,5 miliardi” (e qui pare la Santanché, buonanima, coi suoi “flussi turistici da record” e l’imbarazzante campagna Open to Meraviglia).
La mission di Onorato è in sostanza generare “enormi ricadute economiche e occupazionali” dai grandi eventi e produrre il famoso “ritorno di immagine” per Roma, che in effetti prima del suo arrivo era una città poco visitata e per nulla monetizzata; infatti si vanta di aver “ospitato” una sfilata di Dolce & Gabbana ai Fori imperiali. Arriva adesso: Renzi, da sindaco di Firenze, introdusse un “tariffario” dei monumenti, affittandoli per fare cassa a questo e quello: Ponte Vecchio alla Ferrari per una cena privata, Palazzo Vecchio alla società di consulenza McKinsey & Company, il Salone dei Cinquecento (le cui pareti fece trapanare perché convinto ci fosse un’inesistente Battaglia di Anghiari sotto un affresco del Vasari) a Gucci, il Forte di Belvedere per il matrimonio di Kim Kardashian e Kanye West, l’ex carcere delle Murate alla banca d’affari Morgan Stanley… Dobbiamo continuare?
Ecco: Renzi è la chiave di volta per capire l’operazione Onorato. Tempo fa andava dicendo che voleva “costruire la quarta gamba (del Pd, ndr) con Salis-Manfredi-Onorato”, cioè, con Onorato, la sindaca di Genova e l’invisibile sindaco di Napoli. Doveva essere una mandrakata delle sue, ma poi qualcuno gli ha tolto il giocattolo dalle mani. Vuoi vedere che lo stratega Bettini ha arruolato il 41enne di Roma nord per tenere fuori Renzi dal campo largo, il che farebbe comodo anche a Conte in caso di primarie? E ciò perché, come dicono tutti, “il centrosinistra ha bisogno del centro per vincere”, come se il Pd non fosse già di suo un partito di centro. Onorato, a capo del “pragmatico e concreto” Progetto Civico Italia, si porta avanti: “Abbiamo 333mila immigrati irregolari”, dice in tv, “chi delinque devono tornare al loro Paese” (sic). Lo segue Marco Agnoletti, già spin doctor di Renzi e ora della Salis, il quale deve avergli detto: “Di’ che sei un uomo del fare e che risolvi i problemi della gente”. E infatti lui: “Siamo mille amministratori eletti con le preferenze, amministriamo le città con le loro problematiche”(sic: è l’antilingua “del fare”). Al Pd, mentre infuriano le guerre e ci impoveriamo sempre di più, serviva giusto uno che fino a ieri si è occupato di cavalli da trotto e ha favorito l’apertura di grandi catene alberghiere di lusso come Bulgari. Hai visto mai che si possa curare il renzismo col renzismo omeopatico.
Non hanno vergogna!
Senti chi parla
I campi di battaglia di fine legislatura fra le destre e i progressisti saranno soprattutto due: la commissione sul Covid, anzi su Conte, e la legge elettorale. Due porcate da Guinness che potrebbero rivelarsi un autogol per i meloniani e un assist per il centrosinistra, se questo non avesse nessuno che ha fatto di peggio. Cioè se non avesse Renzi. Costui fu il primo a chiedere la commissione Covid nel 2020-21 e poi, quando la destra lo accontentò nel ’23, la votò con FdI, Lega e FI, raccogliendone gli applausi quando additò il nemico pubblico numero 1: “Se pensi che sia andato tutto bene, ti chiami Giuseppe Conte. E allora il problema sei tu”, “Bisogna indagare sulla deroga a tutti i principi costituzionali, gli acquisti miliardari del commissario, la chiusura delle scuole, le migliaia di morti” (come se Iv non avesse votato tutto). Anche il Melonellum è una porcata: sul merito (premio monstre e liste bloccate senza preferenze), il metodo (a colpi di maggioranza) e la tempistica (a fine legislatura). Ma per contestarlo bisognerebbe non aver fatto lo stesso. E Renzi lo fece con l’Italicum e il Rosatellum.
Nel 2013 la Corte boccia il Porcellum e, non potendo lasciarci senza legge elettorale, ne espunge i profili d’incostituzionalità (liste bloccate e premio di maggioranza senza soglia), creandone una nuova pronta all’uso, detta Consultellum: proporzionale puro e preferenza unica. Una legge sicuramente costituzionale, essendo scritta dalla Consulta. Ma nel 2015 Renzi impone l’Italicum a colpi di maggioranza (con la fiducia al suo governo). Una schifezza peggio del Melonellum: 54% dei seggi (340 su 630) a chi supera il 40% dei voti e, se nessun partito ci arriva, ballottaggio fra i due più votati (così chi vince, anche se vale solo il 20%, prende tutto e si sceglie tutti gli organi di garanzia, incluso il capo dello Stato), liste bloccate per garantire il seggio ai capilista scelti dai partiti, preferenze per gli altri (totalmente inutili per i partiti dal secondo in giù). La legge però vale solo per la Camera, perché la schiforma costituzionale Renzi-Boschi-Verdini abolisce non il Senato, ma l’elettività dei senatori (sostituiti da 100 fra sindaci, presidenti e consiglieri regionali muniti di immunità). Per fortuna nel 2016 la ciofeca viene bocciata al referendum e nel 2017 la Consulta cancella l’Italicum. Ma, anziché tornare al Consultellum, Renzi s’inventa il Rosatellum per tentar di impedire la vittoria ai 5Stelle e lasciare la scelta dei parlamentari ai capi-partito anziché agli elettori. La legge passa a tappe forzate nel novembre 2017, a tre mesi dalle elezioni, con i voti di Pd, FI e Lega e la solita fiducia imposta dal premier renziano Gentiloni. Non male, oggi, l’idea di combattere le porcate meloniane con uno che ieri riusciva a farne di più porche.


