Prolasso alle gònadi
Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
domenica 6 settembre 2026
L'Amaca
Il linguaggio del tempo
DI MICHELE SERRA
Può essere che "ondate di calore" non sia la definizione
corretta per l'afa quasi permanente di questa estate. Se la
cosiddetta ondata non è l'eccezione, ma la regola, allora
bisognerà parlare piuttosto di "ondate di fresco" quando si
rompe, per pochi giorni, la cappa dei 35-40 gradi.
È un po' tutta la meteorologia, del resto, che si trova di fronte
all'esigenza di cambiare linguaggio nella stessa misura in cui
cambia il clima. "Maltempo" per dire che piove e "bel tempo"
per dire che il sole splende implacabile non sono più termini
accettabili in un momento in cui si aspettano le perturbazioni
come una benedizione – sempre che la pioggia non si trasformi
in uragano. Il vero maltempo è quello che dissecca i campi e
minaccia la malora e la fame.
Il discorso sul tempo meteorologico, in realtà, risente in modo
quasi imbarazzante delle esigenze umane, anche
dell'organizzazione – ormai decrepita – della società
industriale (i weekend, le ferie di agosto). Si parla del clima,
dunque dello stato del pianeta, come se fossero le nostre
comodità a poterlo dirigere, ma di ben altri parametri tiene
conto la natura, al confronto dei quali le preoccupazioni sul
meteo del prossimo weekend (speriamo che non piova, c'è la
prima comunione di mia nipote) assumono una valenza
fantozziana, dunque patetica e comica.
Se c'è una cosa buona e positiva, nell'angoscioso trascorrere di
questa estate implacabile, è la possibilità di capire che non
siamo padroni del pianeta, siamo solo suoi abitanti. Il cielo è
più forte di noi, e non per ragioni religiose. Per ragioni
materiali.
Spese pazze per privati
Cernobbio è nel panico: tra la fuffa e le Frecce c’è pure la guerra ibrida
Appena passate, in addestramento, le Frecce Tricolore a scavallare il Monte Bisbino, dalla bella località di Cernobbio, in pieno territorio di guerra ibrida, mi telefona un amico, che ha fatto scorta di acqua potabile, tonno e fagioli in scatola per fare fronte alla segregazione imposta dal celebre appuntamento annuale organizzato niente di meno che dallo Studio Ambrosetti, specializzato in alte consulenze geopolitiche, strategie finanziarie, diplomazia economica e insonne produzione di così tanti “position papers” per governi e miliardari, da avvolgerci intere carriere e interi fallimenti.
Da luogo di aperitivi, chiacchiere e rimorchio, Cernobbio s’è voltato in fortino. Lo avvolge una fitta rete di posti di blocco, stesa per la sicurezza nazionale che è la posta in gioco, anzi la preda, di ogni guerra ibrida che si rispetti: russa, russofila, cinese, se non addirittura spagnola e Antifa.
Tre cinture di sorveglianza si allargano per cerchi concentrici. Le formano ingenti forze di polizia, drappelli di carabinieri: ogni incrocio è presidiato. Ogni parcheggio svuotato. Ogni cestino dei rifiuti è perquisito. Interdette finanche le graziose, ma infide rive del lago, dove da cinque giorni è proibito avvicinarsi a meno di 800 metri dalla riva. Transitano motoscafi e sommozzatori. Volano elicotteri e droni. Cani addestrati annusano. Microspie ascoltano. Telecamere registrano.
In attesa che il nemico minacci o agisca, nei sontuosi saloni di Villa D’Este – 1500 euro a notte la stanza più scamuffa, ma sono tutti in conto spese – s’addensano gli gnomi dell’alta finanza, i banchieri, i faccendieri, 200 manager a caccia di denari, la stampa ronzante. È arrivato a illuminare il dibattito Tajani Antonio che con Salvini Matteo guida il drappello di governo, mentre Elly Schlein e Giuseppe Conte scortano la marcia delle opposizioni. Ma ci sono anche star internazionali come il francese Jordan Bardella, l’ex sindaco di New York Bill de Blasio e in collegamento il trilionario Larry Fink, quello di Black Rock, che dice una cosa inedita: “Europei svegliatevi!”. Ma persino lui passa in secondo piano quando s’avanza il legionario Vannacci, questa volta non a torso nudo, ma armato di sonanti “Me ne frego!” quando il mite senatore Monti lo avvisa: “Combatterò la sua retorica fascista”.
Importa a nessuno che siano già stati tutti in tv per l’intera estate, alla Versiliana, alla sagra del Porcino e in piazzetta a Capri a spacciare selfie. È Villa d’Este il luogo che conta, dall’anno 1975, anche se le molte chiacchiere transitate nei 52 incontri precedenti sono finite negli archivi delle “parole al vento”. Un po’ come capita al prestigioso Cnel guidato da Renatino Brunetta, lo sfortunato economista che meritava il Nobel e ora si accontenta di uno stipendio con autista.
Il Forum, a differenza del Cnel, è privato, ma gode di altrettante generose sovvenzioni, comprese quelle necessarie per il sorvolo delle Frecce Tricolore a segnalare “l’altissimo profilo dell’evento” che vale il saluto istituzionale e i 160 mila euro spesi dal ministero della Difesa per il carburante e i piloti. “Non ci credo!” strilla il mio amico al telefono da Cernobbio. “Io sono qui a mangiare tonno e fagioli, controllato a vista, mentre loro giocano con i Jet”.
Sorvolano lo spirito dei tempi e del Forum, gli dico. Sono armi da parata che evocano la guerra, quella che i ricchi non vedono l’ora di scatenare, mentre si addestrano con i fantasmi di quella ibrida. La sola cosa che contava, qui a Cernobbio, l’ha quasi detta il presidente Mattarella nel suo messaggio registrato: “Mentre una parte del mondo lotta per la vita”, nell’altro emisfero “si affaccia la pretesa predatoria delle risorse”. Solo la pretesa, presidente? E quale sarebbe l’emisfero? Il monito non lo dice, ma a Villa d’Este fischiavano le orecchie.
Ricetta
Viva il populismo
“Ormai sono vecchio, ma combatterò fino all’ultima mia energia il suo tentativo di ricostruire la retorica del fascismo”. L’ha detto ieri Mario Monti a Roberto Vannacci, che sedeva accanto a lui nel sinedrio delle élite a Cernobbio. Le élite fiutano l’aria che tira e si coccolano l’ennesimo astro nascente della politica. Poi, se cadrà, lo scaricheranno; se avrà successo, gli presenteranno il conto. E lui, da quel furbacchione che è, si metterà a vento: come B., Renzi, Di Maio, Salvini e Meloni, che dovevano ribaltare tutto e hanno ribaltato solo se stessi. Alle élite italiote, ignoranti come capre e dedite solo al particulare, non è mai fregato niente della democrazia: sotto il fascismo e dopo hanno sempre appoggiato i peggiori antidemocratici e golpisti pur di fare soldi. Monti invece ha le sue idee, che non sono le nostre, ma è un galantuomo. Però la sua ricetta per svuotare Vannacci rischia di gonfiarlo vieppiù, perché si basa su un’altra retorica, anch’essa autoritaria: l’europeismo acritico di chi guarda ai popoli come mandrie da portare al pascolo e da mungere e scomunica con parole vuote chiunque non sposi i dogmi Ue: “populista”, “sovranista”, “fascista”. Vannacci e la sua fureria sono certamente fascisti, o fanno di tutto per sembrarlo. Ma i loro elettori, per ora solo virtuali (esistono nei sondaggi, in attesa delle urne), non lo sono. Non tutti, almeno. Ieri votavano B. e i suoi derivati, o centrosinistra, o M5S. Persone normali, sempre a caccia dell’ultima novità e sempre più delusi da troppe promesse tradite. Chi pensa di riconquistarle insultandole o di ingolosirle con vecchie sbobbe tipo l’Ue tutta finanza, riarmo e Ucraina non solo s’illude. Ma regala nuovi consensi a Vannacci. Così come chi tempesta di denunce le Procure per far mettere fuorilegge Futuro Nazionale per ricostituzione del Partito Fascista, cioè per le sue idee. Che sono aberranti e pericolose, ma pur sempre idee da affidare alla politica: non tangenti o mafioserie da affidare ai magistrati.
A Cernobbio c’era anche Bill de Blasio, ex sindaco dem di New York per 8 anni. Che, senza conoscere Vannacci, ha capito benissimo come lo si combatte: “I liberali in Canada, i laburisti in Gran Bretagna, i socialisti in Francia, i socialdemocratici in Germania negli ultimi 30 anni sono apparsi più vicini alle élite urbane che ai lavoratori. Questo distacco ha lasciato uno spazio enorme che la destra radicale ha saputo occupare… Dobbiamo diventare noi i nuovi populisti. Non in senso divisivo, razzista o riduttivo, ma con un’agenda economica radicale e coraggiosa, capace di entrare nella quotidianità delle famiglie”. Quando il nostro centrosinistra capirà che esistono anche un populismo buono e un sovranismo sano, sarà sempre troppo tardi.
sabato 5 settembre 2026
L'Amaca
Il linguaggio del tempo
DI MICHELE SERRA
Può essere che "ondate di calore" non sia la definizione
corretta per l'afa quasi permanente di questa estate. Se la
cosiddetta ondata non è l'eccezione, ma la regola, allora
bisognerà parlare piuttosto di "ondate di fresco" quando si
rompe, per pochi giorni, la cappa dei 35-40 gradi.
È un po' tutta la meteorologia, del resto, che si trova di fronte
all'esigenza di cambiare linguaggio nella stessa misura in cui
cambia il clima. "Maltempo" per dire che piove e "bel tempo"
per dire che il sole splende implacabile non sono più termini
accettabili in un momento in cui si aspettano le perturbazioni
come una benedizione – sempre che la pioggia non si trasformi
in uragano. Il vero maltempo è quello che dissecca i campi e
minaccia la malora e la fame.
Il discorso sul tempo meteorologico, in realtà, risente in modo
quasi imbarazzante delle esigenze umane, anche
dell'organizzazione – ormai decrepita – della società
industriale (i weekend, le ferie di agosto). Si parla del clima,
dunque dello stato del pianeta, come se fossero le nostre
comodità a poterlo dirigere, ma di ben altri parametri tiene
conto la natura, al confronto dei quali le preoccupazioni sul
meteo del prossimo weekend (speriamo che non piova, c'è la
prima comunione di mia nipote) assumono una valenza
fantozziana, dunque patetica e comica.
Se c'è una cosa buona e positiva, nell'angoscioso trascorrere di
questa estate implacabile, è la possibilità di capire che non
siamo padroni del pianeta, siamo solo suoi abitanti. Il cielo è
più forte di noi, e non per ragioni religiose. Per ragioni
materiali.


