Prolasso alle gònadi
Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
giovedì 23 luglio 2026
L'Amaca
Come difendersi dagli agonisti?
di Michele Serra
L'accusa al sindaco Lepore di avere istigato la piazza è per metà ridicola e per metà vile, come tutte le calunnie. È vero il contrario, Lepore ha chiamato a raccolta la Bologna civica e democratica, e dunque non vale la pena parlarne. Resta però, pesante come un macigno, l'eterno problema dell'esproprio delle manifestazioni di piazza pacifiche da parte dei cosiddetti antagonisti, che per maggior precisione antropologica andrebbero chiamati agonisti: lo scontro fisico per loro è una passione, e per alcuni è il fine ultimo.
La questione è annosa e irrisolta. Non vale l'alzata di spalle. La violenza, sia essa metodica e programmata o solo uno scoppio occasionale di nevrastenia, è un problema che la sinistra deve porsi. Non è un corpo estraneo, ne accompagna le sorti da sempre, e alla violenza di alcune sue frange fanatiche, piccole ma velenose, la sinistra italiana ha pagato un prezzo politico enorme.
Non è più tempo dei servizi d'ordine, anche se in molti li rimpiangono perché impedivano ai pochi di rubare la scena ai molti. Con una scelta meno nerboruta si potrebbe però immaginare una sorta di codice di identificazione spontaneo (un simbolo di immediato riconoscimento, un distintivo, una fascia al braccio, un qualche cosa) che dichiari l'intenzione non violenta del manifestante. Così che sia più facile riconoscersi e aggregarsi tra pacifici, e tenere ai margini gli energumeni. In qualche modo bisogna che la maggioranza si organizzi e non si lasci sopraffare, è una questione di diritti politici da far valere. Il sequestro della piazza da parte degli agonisti è una forma di privatizzazione. La piazza è un luogo pubblico. Di tutti. E le privatizzazioni sono una cosa molto di destra.
A lezione
Habeas corpus? dipende dal colore della pelle
Habeas corpus. Sono quasi novecento anni che quando parliamo del dovere dello Stato di rendere puntualmente conto di ogni restrizione della libertà personale dei suoi cittadini citiamo il ‘corpo’. Un modo potente per alludere al nucleo più intangibile della libertà, l’integrità fisica del prigioniero, che lo Stato deve religiosamente garantire: «Èpunita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà», dice l’articolo 13, che nella nostra Costituzione recepisce, subito dopo i dodici principi fondamentali, proprio quello dell’habeas corpus.
Ebbene, è difficile immaginare una violazione più drammatica dell’habeas corpus di quella documentata nell’interminabile video che documenta l’agonia e la morte di Abderrahim Fakir. Un corpo che viene affidato allo Stato per essere difeso da se stesso, e che invece viene condotto a morte dalle mani stesse dello Stato. Comunque sia andata, si tratta di una colossale catastrofe delle basi stesse dello stato di diritto. Un evento che nega i fondamenti della nostra Costituzione, la quale ammette l’uso legittimo della forza, di cui lo Stato ha il monopolio, ma esclude in ogni modo la violenza. Ed è proprio la violenza, una violenza protratta e insensata, la protagonista di quel terrificante filmato: alla fine del quale la persona umana non esiste più, e un corpo giace a terra, senza vita.
La coincidenza temporale degli eventi, ma soprattutto la reazione dell’estrema destra che governa il Paese, hanno reso inevitabile accostare questo episodio alla carcerazione del gioielliere condannato in via definitiva per il duplice omicidio dei rapinatori in fuga dal suo negozio. A Bologna si difende a oltranza il diritto dello Stato a usare la forza in un modo e in una misura che si vorrebbe insindacabile, a Grinzane si grida che lo Stato si deve spogliare del suo monopolio, consentendo che la forza venga usata per strada da un privato cittadino, attraverso la violenza estrema di una duplice esecuzione sommaria. Una schizofrenia che rende evidente una cosa: questa destra non ha nulla a che fare con la legge e con l’ordine, ha invece a che fare con l’apologia della violenza. Di fronte a questa evidenza, assai difficile da cancellare, sono subito scattati in piedi, o in ginocchio, i difensori d’ufficio della destra e accusatori non meno d’ufficio della sinistra, e così si è dovuto leggere, sul Corriere della sera, che l’invocazione di Vannacci, Meloni e Salvini per una legittima difesa senza limiti avrebbe un perfetto corrispondente nella piazza di Bologna, che avrebbe accolto una «manifestazione di protesta che altro non poteva diventare se non un atto d’accusa nei confronti delle forze dell’ordine, dando così copertura involontaria ma implicita a nuove violenze di piazza». Si stenta a credere che l’esplicita apologia di un reato gravissimo compiuta dai vertici del governo possa essere messa sullo stesso piano di una piazza in cui si è chiesta esplicitamente «non vendetta, ma giustizia». Un parallelo indegno e grottesco, che vorrebbe gettare fango su una città, Bologna, che ha nella sua identità civile la capacità di reagire alla violenza riunendo i corpi liberi delle cittadine e dei cittadini nello spazio pubblico. La città della strage della stazione: una strage di estrema destra, sarà il caso di ricordare, prima che altre incredibili fumisterie provino a cancellare anche questo. La conclusione del Corriere è da manuale, excusatio non petita inclusa: «Lo diciamo a entrambi gli schieramenti, e non per ‘cerchiobottismo’: ma per il dovere comune di tenere al riparo quei principi liberali che sono condizioni essenziali per garantire la convivenza civile». La morale è chiarissima: tutti colpevoli nessuno è colpevole. E la destra di governo è servita.
La realtà, però, è un’altra. Ed è che questa destra non si riconosce nelle regole dello Stato di diritto, né in quelle della Costituzione, e per una ragione molto semplice: perché non riconosce l’esistenza della persona umana in quanto tale. Perché l’ideologia che la fonda distingue gli umani a seconda della loro pelle, del loro sangue, della loro religione e del loro ceto. In questa visione, la violenza è sempre ammessa se è dall’alto verso il basso: da un gioielliere su un rapinatore, da un poliziotto bianco cristiano su un fermato marocchino musulmano. Ecco la chiave ermeneutica che restituisce, infine, coerenza a posizioni che sembrano contraddittorie: e che tornano perfettamente leggibili se si assume l’aberrante punto di vista per cui le vite non sono tutte uguali. Del resto, non è la stessa destra che difende l’idea di sequestrare migranti su una nave, la stessa destra complice del genocidio di Gaza?
Habeas corpus? Dipende: di che colore è il corpo di cui si parla?
Vamos Chiara!



