lunedì 19 ottobre 2026

Sul podcast

 


Del Vecchio da Fedez: come fare harakiri e pagare pure 


di Selvaggia Lucarelli 

Immaginate un multimiliardario che potrebbe rivolgersi al miglior ufficio stampa del mondo e si affida a Fedez, uno che ogni due giorni finisce sui giornali perché ha fatto qualche minchiata. Aggiungete che sono grandi amici e otterrete un’intervista a Pulp Podcast, che ho guardato due volte per escludere un’allucinazione dell’intelligenza artificiale. La prima allucinazione è a monte: Del Vecchio paga l’agenzia di Fedez per procurarsi un danno d’immagine e fare gioco a quella del rapper. Quel posto è il ritratto di Dorian Gray: Fedez è Dorian, il videopodcast è il quadro. Lui si prende ascolti, visualizzazioni e il merito dell’intervista “esclusiva”. Nel quadro finiscono gli ospiti, con le deformità che un buon ufficio stampa avrebbe evitato di esporre. Del Vecchio paga per essere appeso nel ritratto e uscirne deforme. Basta leggere i commenti: “Potrebbe provare a fare 2 o 3 anni di sabbia e cemento”, “Grande spot per la patrimoniale”, “Minuto 12 e ho ordinato la bandiera delle Br su Amazon”. Questi i più lusinghieri, poi ci sono le critiche.

Si capisce subito che Fedez e il tizio con le treccine saranno implacabili. Quest’ultimo ha letto i postdensi di travaglio interiore di Del Vecchio: “Mi sono chiesto: è giusto avere empatia per una persona che non ha una classe sociale uguale alla nostra?”. Parte l’operazione empatia per un trentenne miliardario figlio di papà che in realtà è un patatone. Lo schema è questo: Tizio con le treccine fa il proletario che si sente fortunato perché non deve litigare per un’eredità miliardaria, ma solo con la vicina per il gatto che gli piscia sullo zerbino. Fedez fa il badante e suggerisce la conclusione delle frasi. Del Vecchio racconta di aver smesso di drogarsi per sua figlia il cui nome curiosamente evocativo è “Bianca”.

La prima parte è un romanzo di formazione: l’infanzia drammatica tra aerei privati, ville e yacht. Lo hanno cresciuto marinai, babysitter, cuochi e bodyguard: un’infanzia difficile, soprattutto da coordinare. La madre gli dice “ci stiamo divorziando”, ma lui precisa: “Non faccio nessun tipo di giudizio sul suo ruolo come madre”. Il divorzio ha lasciato nel povero Leo strascichi emotivi ma soprattutto sintattici. A 18 anni il padre lo caccia di casa e finisce a Beausoleil. Lo dice con l’occhio quasi umido. Cerco su Google Maps, convinta che sia uno slum ai margini di Mumbai e scopro che confina con Montecarlo: la Rozzano dei miliardari. Se fai incazzare un padre miliardario finisci in esilio a distanza di delivery dal Principato. Fedez dice qualcosa tipo “quando sei così ricco conosci il prezzo di tutto e il valore di niente”. Del Vecchio risponde: “Io conosco il prezzo degli avvocati”. Il rapper ride come un asino che ha appena capito una barzelletta.

Comincia il delirio lessicale, tra figli di tabaccai e ristoratori, ragazze che guardano yacht su Instagram e li lasciano per uno col jet privato. Poi conclude: “Io penso che tutte le donne che sono state con me mi hanno amato nel loro modo, anche mentre firmavano gli avvisi di garanzia”. Scopriamo che è stato fidanzato con dei pubblici ministeri che tra un’informazione di garanzia e l’altra gli notificavano un “Mi manchi patatone”. Nessuno muove un appunto. O forse nessuno capisce la gaffe.

Si prosegue con le domande tipiche del videopodcast. Quello di Diletta Leotta: “Adesso sei papà, come ti ha cambiato?”. Risposta: “È uno di quegli schiaffi di cui hai sempre voluto avere, che ti libera di una realtà che ti eri COSTRUIDO”. Chi è il Leonardo costruito? “Quello che hanno voluto… di fare avere di me… ma c’è molto di più che la punta dell’iceberg e ora sono qui per aspettarmi delle domande per far vedere l’altra parte… che nessuna persona mi avrebbe, mi avrebbe…”. Fedez accorre: “consigliato di fare”. Ecco perché compra giornali: vuole tutti i correttori di bozze del Paese a disposizione mentre parla. Lapo in confronto è un audiolibro di Umberto Eco.

Poi parla della droga, dice che il suo buio veniva colmato dalle sostanze e che ora è dipendente dalle “shgdgaeihbzepine” che penso siano le benzodiazepine pronunciate dopo essersi drogati molto, in passato. Fedez, fingendo stupore, gli chiede chi glielo abbia fatto fare di dirlo. Anziché rispondere: “Il responsabile della comunicazione, cioè tu”, si lancia: “Le milioni di persone che guardano questo podcast qualcuno è nella stessa situazione, però nessuno lo dice, qualcuno che dice ‘se succede a lui Leonardo Del Vecchio’ qualcuno che non ha questo nome che specialmente è il nome più del cognome, ‘allora non sono debole, magari dice ce la posso fare’”. Ho provato a capire il discorso motivazionale, poi ho iniziato a drogarmi.

Seguono lodi e domande pettinate sul grande imprenditore che paga le tasse in Italia, che povera stella paga 25 milioni per la bandiera italiana sullo yacht, che è l’idolo dei lavoratori. Gli occhiali sono la perfezione “dall’alba dei tempi”. Il tizio con le treccine ricorda Fiuggi coi nonni: quell’acqua sembrava acqua santa. “Lo è”, dice Del Vecchio. Manca solo che Fedez gli chieda di baciare sulla fronte il suo neonato, ma dopo un’ora in ginocchio gli si saranno addormentate le gambe.

“Tu sei credente?”. Del Vecchio si illumina, questa deve averla ripetuta allo specchio: “Ora qui facciamo il botto, credo nell’uomo che era Gesù, tutto quello che ha fatto, la maggior parte delle cose che non ci dicono ma sono nella Bibbia tipo la prima santa Maria Maddalena salvata dalla lapidazione che era una prostituta, trasformare l’acqua in vino, moltiplicare pane e pesci non è una persona noiosa, che pone limiti alla sua libertà di espressione, Gesù cazzo mi piace un botto, abbiamo molte cose in comune”. Certo, a parte la piccola divergenza sul dare tutto ai poveri, ma sarà una delle cose che non ci dicono. Qualcuno dovrebbe invece dirgli che i Vangeli non descrivono Maddalena come prostituta né la identificano con la donna salvata dalla lapidazione. E “prima santa” sarebbe cosa?

A proposito di miracoli, Gesù Del Vecchio racconta: “Ho fatto l’amore con 2000 donne e le ho conquistate cantando Hero”. Nella moltiplicazione dei ricordi e nella trasformazione dell’acqua in Negroni va forte anche lui. I conduttori dimenticano di chiedergli delle accuse di maltrattamenti di una ex, poi ritrattate, dell’altra che avrebbe fatto spiare e delle denunce della madre di sua figlia per sottrazione di minore e violenza privata, prima che tornassero insieme. Non c’è tempo per questo, né per Equalize. Vogliono sapere dell’intervista dalla Gruber: “M’ero tolto quattro denti del giudizio, sono stato per un mese a gelato, non è stato molto bello, l’intervista l’ho fatta dopo una siringa di morfina fatta da un medico, non volevo disdirla”. Se quello era l’alibi, prima di Pulp come minimo s’è fatto asportare un rene e il medico gli ha dato l’ayahuasca.

Poi i capolavori finali: “Giorgia Meloni è sexy”. Dopo duemila donne conquistate con Hero, per la duemilaunesima prova con l’inno di Mameli. Ce l’ha coi padri che iscrivono i figli alla Bocconi anziché fargli imparare lavori manuali. Io avrei voglia di confrontarmi sul tema e lavorare con le mani, ma il mio progetto artigianale finirebbe in procura. Ce l’ha anche con i nepo baby, i figli dei miliardari, perché sono quasi tutti coglioni. Quel “quasi” deve essergli costato uno sforzo autobiografico enorme. Ma detesta soprattutto i giornalisti: “A sporcarsi le dita di nero non c’è più nessuno. Oggi quello che bisogna comunicare non è lo stesso di 30 anni fa, ora mi vedono con la Ferrari, solo commenti positivi. Prima con mio padre non era così”. Il giornalismo deve adeguarsi: prima i giornalisti facevano domande, ora devono mettere un cuoricino sotto la Ferrari. E per sporcarsi le dita di nero o tornano ai calamai o cambiano le gomme alla sua Ferrari.

I conduttori concordano sul basso livello del giornalismo. Del Vecchio aggiunge: “Basta con questi tiktoker che si occupano di politica, facciano i tutorial di make up, basta con queste semplificazioni, la gente legge solo i titoli”. Mentre i tre sovrani della complessità ci spiegano la vita, Fedez riflette sul proprio ruolo: “Io, inutile come il culo senza il buco”. Insomma, Del Vecchio voleva rifarsi l’immagine e ha ottenuto un miracolo: far sembrare riuscita l’intervista dalla Gruber.

domenica 18 ottobre 2026

Egrazieal...

 



L'Amaca

 


Un gruzzolo

da capitalizzare


DI MICHELE SERRA


Non saprei cosa dire di Cateno De Luca, leader politico siciliano di

indefinibile collocazione. Praticamente non so chi sia: ma questa è una

mia grave mancanza. Perché leggo che il suo posizionamento, orribile

termine che si usa per orientarsi nel pastrocchio delle alleanze e dei patti

di potere, potrebbe anche essere decisivo per arrivare al mitico 42 per

cento che con la nuova legge elettorale schiude le porte di un potere

quasi assoluto.

Come si può capire i Cateno di tutta Italia, che sono tanti, avvicinandosi

le elezioni valutano se sia più vantaggioso aggiungere il loro gruzzoletto

a questo o quello dei piatti della bilancia. Non solo gli ideali, anche le

idee non hanno alcuna utilità in questa oggettiva compravendita (che mi

dai in cambio, se mi schiero con te?). E anzi sono d'impiccio, perché le

idee legano le mani. Le idee suggeriscono — e a volte obbligano — di

accompagnarsi a qualcuno non troppo dissimile. Meglio essere

contemporaneamente di destra, di centro e di sinistra se si vuole andare

alle trattative più leggeri, e con più carte in mano.


Per anni, come tanti, ho pensato che il maggioritario fosse la via diretta

per costringere partiti e partitelli a mettersi d'accordo. La famosa

governabilità. Oggi credo sia meglio il proporzionale, intanto perché

mette a fuoco più onestamente quel popolo di rissosi casinisti che siamo;

e poi perché almeno limita il mercato dei Cateno solo alle poche

settimane del dopo voto, quando si deve formare il governo. Così invece

le trattative di governo sono un calcolo permanente, il mercato è aperto

tutto l'anno e le urla degli ambulanti, per quanto pittoresche, rendono la

politica chiassosa e invadente come la peggiore delle movide.


Ahh questa democrazia occidentale!

 

Pro-pal: l’autrice Rooney è trattata da terrorista 


di Daniela Ranieri 

La scrittrice irlandese Sally Rooney, sostenitrice del popolo palestinese, smetterà di vendere i suoi romanzi nel Regno Unito. Nessuna censura, ammoniscono i nostri giornali liberali: Rooney li ha ritirati “spontaneamente” dal mercato britannico, in accordo con la casa editrice Faber & Faber, dal momento che sarebbe stato reato riceverne i proventi. L’autrice infatti aveva annunciato di voler usare i suoi diritti di autore per finanziare il gruppo Palestine Action dopo che, nel luglio 2025, il governo britannico (ma non l’Irlanda) lo ha messo al bando in base al Terrorism Act 2000. Ciò comporta conseguenze molto gravi: non solo far parte di Palestine Action, ma anche esprimere sostegno o invitare a sostenerlo costituisce un reato penale punibile fino a 14 anni di carcere. Palestine Action propone azioni dirette e radicali, come attacchi, sabotaggi e imbrattamenti a infrastrutture di aziende legate all’industria della Difesa che riforniscono l’esercito israeliano (in particolare i siti delle filiali britanniche di Elbit Systems); cioè lotta, non solo a parole, contro il complesso militare industriale che sostiene lo sterminio dei palestinesi; non certo contro gli ebrei. Dall’entrata in vigore del bando, la polizia britannica ha arrestato oltre 3.700 persone legate a manifestazioni o espressioni di supporto all’organizzazione. L’Alto commissario Onu per i diritti umani Volker Türk ha definito la misura un “inquietante abuso delle leggi antiterrorismo”. Molte Ong per i diritti civili accusano Londra di voler criminalizzare il dissenso politico equiparando il danno alle cose alla violenza contro le persone.

Nel dare la notizia dell’autocensura di Rooney per non finire in galera, il Corriere gongola, dopo anni passati a convincerci che ella fosse una scrittrice superlativa solo perché la moda lo imponeva (da La Lettura del 1° novembre 2024: “L’irlandese Sally Rooney, di cui è in uscita Intermezzo, si racconta a Marco Missiroli in un’intervista esclusiva, la prima con un giornale italiano”); ora semplicemente la insulta: “Sally Rooney, oltre a essere la Liala dei millennial con pretese intellettuali, è anche una sfegatata militante pro Pal, che è arrivata a rifiutare di far tradurre in ebraico i suoi libri più recenti (una scelta in odore di anti-semitismo)”. Gli prudono le mani, ai nostri editorialisti di Cultura: non vedono l’ora di applicare la legge disegnata da Gasparri insieme ai “riformisti del Pd” per punire la critica contro i crimini di Netanyahu e della sua banda di assassini messianici, criminalizzandola come un violento atto di antisemitismo. Il Corriere liquida Rooney con sarcasmo: “Ora anche i britannici dovranno rassegnarsi a fare a meno di lei”. Eh eh eh. Invece, la cosa dovrebbe preoccupare la stampa libera, ma anche il Corriere. È forse una bella notizia che una scrittrice sia costretta, in questo folle clima di messa al bando di chi critica Israele, a non vendere i suoi libri in un Paese ideologicamente e militarmente compromesso col genocidio, e non per il contenuto di quei libri, evidentemente innocui (“Liala”), ma per le sue idee politiche? Si teme forse che possa radicalizzare qualcuno attraverso gli occhi e indurlo a iscriversi a Hamas? Che le causali dei bonifici che lei gira alle associazioni pro-Pal passino per osmosi nelle sue pagine, come il veleno ne Il nome della rosa? Non subivano la stessa sorte gli scrittori russi che si opponevano a Stalin e venivano perseguitati, arrestati e costretti all’esilio? Non siamo noi quelli democratici, laici, gli eredi dell’Illuminismo, che citano (peraltro a vanvera, attribuendola a Voltaire che non l’ha mai scritta né pronunciata) la frase: “Non sono d’accordo con te, ma darei la vita perché tu possa esprimere la tua opinione?”.

È vero: siamo sempre noi, specie noi italiani, quelli che impediscono agli artisti russi di esibirsi e che bloccano le lezioni di Paolo Nori su Dostoevskij per fare dispetto a Putin: adesso iniziamo con gli “antisemiti” ex lege Gasparri-Delrio? (Già nel 2018 la casa editrice francese Gallimard decise di non pubblicare più gli Scritti polemici di Louis-Ferdinand Céline, quelli sì veramente antisemiti, come profilassi verso lettori ritenuti scemi, e come se l’autore non fosse uno dei più grandi geni della letteratura). Stai a vedere che non siamo noi i campioni di tolleranza, i custodi del bene superiore della Cultura contro dogmi e dittature, che condanniamo l’Iran, da cui partì la fatwa dell’Ayatollah Khomeini contro lo scrittore Salman Rushdie perché riteneva blasfemo il suo romanzo I versetti satanici. Siamo noi che ci vantiamo di esportare la democrazia nelle terre degli infedeli insieme con i padroni dell’Occidente, gli Usa. Usa dove peraltro, en passant, il ministro della Guerra ha annunciato giorni fa di voler trasmettere un’esecuzione per fucilazione via streaming. Sono sempre gli altri, i barbari; ma ci stiamo lavorando.

Eccessivamente

 



Chiaramente

 



Sempre il dito!