mercoledì 25 marzo 2026

Questa è torcida!

 



Che goduria!

 

Godo come un riccio con Silvestri nel vederli schiumare, come il nazistello! Si gode tanto!



Commosso!

 



Solito dito...

 



Natangelo

 



L'Amaca

 


Le sedicenti trattative di pace 

di Michele Serra


L'avvento di Trump, e più in generale i modi e i tempi del linguaggio politico che ne deriva, rendono urgente una riforma grafica dei giornali. Bisogna rimpicciolire, e di parecchio, il corpo dei titoli, perché i titoli cubitali e assertivi, quelli che possono contenere solo poche parole, sono ormai congenitamente falsi, e solo quelli più riflessivi, e dunque più lunghi, possono avvicinarsi alla realtà delle cose.

Per esempio: "trattative di pace con l'Iran" non è più un titolo proponibile. Non è affidabile né per chi lo scrive né per chi lo legge. Si dovrebbe scrivere: "Trump sostiene di avere avviato trattative di pace con imprecisati interlocutori iraniani, ma non c'è alcuna conferma che questo sia vero". Così stanno le cose: potrebbe essere vero ma potrebbe essere falso, uno dei tanti falsi che costellano la carriera politica di questo signore, una sparata propagandistica per rabbonire quella parte consistente di opinione pubblica (anche americana) che non capisce e non approva questa guerra.

Se è vero che il giornalismo, per essere credibile, deve fare le pulci al potere, e deve difendere una sua indipendenza anche linguistica, nel momento in cui la frottola, l'iperbole, lo slogan vuoto sono pratica corrente del potere, il giornalismo deve, per prima cosa, smontare quel meccanismo. Parlare chiaro, parlare serio, adottare toni e volumi all'altezza del ruolo. Il proclama tronfio e ridicolo del leader imbonitore va impaginato per quello che è: non un fatto, solamente un movimento labiale.

Robecchi

 

Vince il No. La casalinga di Voghera batte Giorgia che resta a “zeru tituli”


di Alessandro Robecchi 

Del sonoro No di primavera si parlerà a lungo, ma vorrei lasciare ai più esperti analisi e riflessioni sul doloroso frontale del governo contro il popolo italiano e sul fatto che in quattro anni nemmeno una riforma è stata portata a casa dalle sgangherate Sturmtruppen della destra: Giorgia zeru tituli, insomma. Mi concentrerei invece su una cosetta laterale ma per niente secondaria, la rivelazione gloriosa del fatto che la gente non è così scema come la si dipinge, una faccenda che travalica il referendum sulla giustizia e apre nuove inedite prospettive. Per mesi e mesi il refrain è stato questo, con alcune gustose varianti: il quesito è difficile, è roba tecnica, da giuristi, cosa vuoi che ne capisca la sciura Maria, o i ragazzini che finiscono il liceo, bisogna intortarli con un getto costante di schiuma fuffogena. E quindi vai di Garlasco, Tortora, bambini nel bosco, intimidazioni, insulti, magistrati cattivi. Tutte cose dritte e semplici, che il popolo capisce, non gli articoli della Costituzione, che sono roba da avvocati.

Non è un pensiero nuovo, anzi è l’ovvia conseguenza di anni e anni di impoverimento e grottesca semplificazione del discorso pubblico. È il vecchio ritornello che si sente a ogni piè sospinto in tivù: “La gente a casa non capisce”. Ed è su questa granitica certezza – la gente che non capisce – che si è trasformato qualunque discorso in meme e slogan, ogni posizione in caricatura, ogni ragionamento in macchietta e battutina. Se voti Sì tornano a casa i ragazzi che lavorano all’estero. Se voti Sì non ci saranno più aggressioni e clandestini. Se voti Sì niente più terremoti e incidenti stradali. Salvo poi trasecolare se “la gente a casa”, invece, capisce eccome e si comporta di conseguenza, probabilmente con un surplus di astio generato dalla domanda: “Ma ci prendono per scemi?”.

Eh, sì, la gente, alla fine, capisce. E non solo gli articoli della riforma, ma anche il clima che sta alla loro base, il tentativo di sbilanciare i poteri in favore dell’esecutivo, il combinato disposto di chiagni e fotti, per cui si fa la faccia truce per i reati da sfigati (il regno di Giorgia cominciò con una straordinaria stretta sui rave party, per arrivare ai decreti Sicurezza) e la serena tolleranza per i reati della classe dirigente (l’abuso d’ufficio, la corruzione, il traffico d’influenze). Invocare più galera e pene esemplari per Tizio e Caio, specie se si oppongono in piazza, e contemporaneamente teorizzare clemenza per il potente Sempronio, non è una bella cosa. Puoi tirare in ballo i bambini nel bosco, la cronaca nera, il via vai grottesco dai centri di detenzione albanesi, la magistratura politicizzata, scegliere dall’infinito campionario delle semplificazioni, ma alla fine il disegno grande la gente lo vede. In questo scenario, la figura della “casalinga di Voghera” (intesa negli anni Sessanta come cittadino-massa inconsapevole e ignorante) l’hanno fatta i propagandisti del Sì, mentre a casa, la vera casalinga di Voghera, che in confronto a loro è laureata in Semiotica, meditava su come respingere l’assalto della banalizzazione, e votava di conseguenza.

Accanto alla buona notizia del No nelle urne, dunque, ce n’è un’altra: più della metà della popolazione resiste al bombardamento mediatico, sopravvive all’occupazione governativa dei media, sguscia dalle maglie del consenso obbligatorio che tutto semplifica e banalizza. Bene. Sulla scheda c’era scritto “No”, ma si leggeva anche “Non ci caschiamo” e “Il Tg1 è bello, ma non ci vivrei”.