Senza indugio ho comunque fatto un bidè preventivo….
Prolasso alle gònadi
Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
sabato 18 aprile 2026
Visione opposta
Buongiorno,
sento il dovere di rispondere a questo volantino, avendo un parente implicato nella vicenda, per cercare di trasmettere la mia visione del calcio e di come, da tanti anni, mi relaziono con una partita. Non ho alcuna intenzione di insegnare nulla a chicchessia. Magari auspicherei un sereno confronto al riguardo.
Non sono psicologo, né sociologo, né pensatore fine. Nulla di tutto questo.
Sono uno a cui piacciono le coreografie allo stadio, i cori, i canti, insomma la festosa atmosfera che dovrebbe supportare ogni partita.
Vorrei dunque condividere con voi la mia esperienza pallonara da canuto come sono: andare allo stadio per supportare la mia squadra, certo, la ritengo cosa buona e giusta. Vivere le ore che precedono il match con gli amici, a sfottere quelli della squadra avversaria, il tutto accompagnato da qualche buona birra. E poi allo stadio soffrire, gioire, sproloquiare contro qualcuno, sempre nei limiti della cosiddetta decenza. E una volta terminata la gara, in amicizia, valutarne il risultato, gli errori, il match che verrà, sempre sfottendo chi non ha il cuore colorato come te.
Sfotto da sempre gli altri tifosi, solo ed esclusivamente per via orale o scritta.
Il calcio è passione, vera, sana. Per intenditori. E quando la tua squadra del cuore perde, la si applaude sempre, in ogni vicissitudine, senza esitazioni.
Probabilmente sarò un coglione ai vostri occhi. Ma vedere e sentire attorno a me vite rovinate da una palla che rotola mi provoca dolore. Forte dolore.
Tutto qui.
Non ci sono eroi nello sfasciare un treno dopo una trasferta. Non ci sono eroi che dormono in carcere dopo una retata post partita. Non ci sono eroi nel vendicarsi dopo una sconfitta.
Gli eroi sono quelli che si alzano all'alba per portare a casa il pane quotidiano, circondati dallo stesso silenzio con cui seguono un'azione fibrillante dell'amata, anticamera dell'urlo di gioia sportiva che inebria cuore e mente.
Tutto il resto, compreso il benaltrismo, è polvere nel vento.
Scusate il disturbo.
Finemente
La grazia a Nicole Minetti e l’impunità di “lorsignori”
Nicole Minetti, “igienista dentale” di Berlusconi, in realtà una fra i tanti che procuravano le donne al Cavaliere, condannata a 2 anni e 10 mesi per favoreggiamento della prostituzione per il caso Ruby e 1 anno e 1 mese per peculato sui rimborsi regionali (Berlusconi, il magnaccia, rouquettè in dialetto milanese – “T’ho compraa i calzett de seda” [Jannacci] – è stato assolto: lui, si sa, era solo “l’utilizzatore finale”, vedi D’Addario) è stata graziata dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Ora, la grazia, provvedimento di esclusiva competenza del capo dello Stato, si concede in genere per condanne molto gravi per reati altrettanto gravi quando, per qualche ragione, si ritiene ci sia una sproporzione tra pena e reato con gravi conseguenze per il condannato. Minetti ha addotto non specificate “esigenze familiari”. A me par ovvio che in questo caso ci sia una sproporzione: il presidente non dovrebbe occuparsi di questi minima moralia. È come se avesse graziato un tale condannato per infrazione al codice stradale.
Nella storia d’Italia Paese non è certo la prima volta che si concede una grazia, ma per casi più seri, anche se troppo spesso a favore dei ‘soliti noti’: soggetti in qualche modo protetti. Minetti aveva la protezione di Berlusconi e, oggi che quello è andato nel mondo dei più, ha quella dei berluscones, non a caso il ministro della Giustizia che ha dato parere favorevole alla grazia è Carlo Nordio, un berlusconiano di stretta osservanza. Insomma Berlusconi è morto, ma il berlusconismo continua a imperare.
In passato la grazia fu concessa a Fiora Pirri Ardizzone dei principi di Pandolfina. Il nome dice già tutto. L’accusa non era di quelle lievi: terrorismo. Ma quella che soprattutto contò era la posizione sociale dell’Ardizzone, figlia della seconda moglie di Emanuele Macaluso, direttore dell’Unità (“Un salotto sinistro”, Il Conformista, pag. 23). Insomma ‘lorsignori’ non vanno mai veramente in galera. Alla peggio gli toccano gli “arresti domiciliari” o i “servizi sociali” , come nel grottesco caso di Berlusconi, condannato a 4 anni, ma ridotti a 1 dall’indulto (del centrosinistra) e scontati andando a trovare una volta alla settimana dei vecchietti reclusi, questi sì, in una casa di riposo che dovevano sorbirsi, quasi come aggravante, le barzellette del Cavaliere.
Perché ‘lorsignori’ non vanno dritto di filato in galera come i poveracci? Perché si ritiene che, abituati ai comfort delle loro case, la punizione sarebbe troppo severa. I poveracci sono invece abituati perché escono ed entrano di prigione, con l’accusa per soprammercato di “reato continuato”. Ma non possono fare diversamente: una volta usciti, sono costretti a tornare a delinquere perché nessuno gli dà un lavoro. Sergio Cusani, di cui sto leggendo il bel libro Il colpevole, la galera l’ha fatta sul serio ed è uscito cambiato. Ma Cusani, brasseur d’affaires di Raul Gardini, un lavoro serio l’aveva fatto e quando uscì poté contare su antiche amicizie, anche se su altrettante inimicizie. Le prigioni italiane scoppiano. Nella stessa situazione, più o meno, è la Francia. Nei Paesi veramente civili come la Svezia e la Norvegia, ci sono, proporzionalmente, altrettanti detenuti, ma in condizioni da hotel di lusso. Per carità, anche in Italia ci sono delle differenze: San Vittore è la Cayenna, Bollate è molto meglio. Qui sta attualmente il mio amico Vallanzasca, colpito dall’Alzheimer e totalmente inoffensivo: per lui chiesi due volte la grazia, ma Renato non è nato in qualche grande tenuta in Sicilia, come gli Ardizzone, bensì nel popolare quartiere della Comasina a Milano e la mia richiesta di grazia fu rifiutata da due presidenti della Repubblica, uno dei quali era Pertini (“il presidente più amato dagli italiani”, come la Panda, in realtà un narcisista impenitente, come ho scritto più volte). A Bollate c’è un ristorante tenuto direttamente dai detenuti, che nei periodi di libertà possono uscire per cercare di trovarsi un lavoro per il futuro, ma questo avviene non per disposizioni di legge, ma per iniziativa di una delle prime direttrici del carcere, Cosima Buccoliero, che non a caso ha ricevuto l’Ambrogino d’Oro dedicato a persone che hanno ben meritato per la città di Milano (l’ho ricevuto anch’io, ma mi vergogno anche solo ad accennare a un simile apparentamento).
Dicevo dei tanti sconti che hanno ricevuto ‘lorsignori’, perché questo è un Paese cattolico in cui domina il concetto del “perdono” (per i soliti noti, ovviamente): io, che non sono cattolico, i colpevoli potenti li impiccherei al più alto pennone. Quello che veramente non si capisce è perché non vengano costruite nuove strutture penitenziarie. L’edilizia, come si dice sempre, non è forse il principale volano dell’economia? Il fatto è che l’Italia è il Paese di Pulcinella, della commedia dell’arte, come si evince da quel “Salotto sinistro” che ho più sopra evocato.
L'Amaca
Gorbaciov: chi era costui?
di Michele Serra
Fa pensare l'impressionante resoconto di Rosalba Castelletti sul Venerdì, dove si racconta la trasformazione della "memoria di Stato" russa negli anni di Putin, con lo sfratto della statua di Solzenicyn, simbolo della dissidenza ai tempi del Pcus; la chiusura del Museo della Memoria dei Gulag; lo sfruttamento parassitario dell'epica della Grande Guerra Patriottica per avvalorare l'aggressione all'Ucraina. Il Terrore staliniano rimosso e cancellato, non si deve parlare male di Stalin perché non si deve parlare male della Patria.
Con una battuta forse schematica, ma non priva di una sua logica, si potrebbe dire che questa sfrontata rilettura della storia non dipende dal fatto che Putin è comunista come Stalin; ma dal fatto che Stalin era fascista come Putin. I totalitarismi si rassomigliano molto, davvero differente, davvero conflittuale con i loro scopi e la loro cultura non è la tirannia opposta: è la democrazia. È il rispetto della libertà. Potete imbattervi in un rossobruno, o fasciocomunista che dir si voglia, è un ibrido noto alla storia e perfino alla cronaca politica. Ma non esistono i fascio-democratici, e nemmeno gli stalinisti libertari.
Non per caso di Gorbaciov, generoso inventore di una impossibile riconversione democratica dell'Unione Sovietica, in Russia non c'è memoria: è il suo nome, non quello di Stalin, a essere impronunciabile in una fase storica nella quale Patria e Guerra sono i due binari lungo i quali corrono l'ideologia e la propaganda. La celebre e amara sintesi di Vera Politkovskaja, figlia della martire della libera stampa Anna, è che «i russi non sono abituati a pensare». Ma è un'abitudine contagiosa. Basta una minoranza pensante, e prima o poi il virus dilaga. E la statua di Solzenicyn tornerà al suo posto, magari accanto a quella di Gorbaciov.


