Prolasso alle gònadi
Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
sabato 16 maggio 2026
L'Amaca
Un guinzaglio per Cuba
DI MICHELE SERRA
Povera Cuba, che sarà presa per fame dopo un assedio lungo tre quarti di secolo. Stretta tra la sua storia rivoluzionaria che da molti anni le fa sempre più da zavorra e sempre meno da sostegno, e il suo arrogante, debordante vicino, che finalmente può comperarsela. E lo farà. Ci toccherà sentire "l'abbiamo liberata", ma anche il più severo critico del castrismo saprà che non è vero. Cuba avrà solo cambiato guinzaglio, e quello nuovo avrà l'ulteriore colpa di essere un guinzaglio imposto da fuori.
Manca fin qui un piano conclamato per trasformarla in un resort per vecchi americani ricchi (tipo l'orribile video di Gaza indorata per l'happy hour dei conquistatori bianchi) ma basta aspettare. Da un giorno all'altro spunterà fuori, e sarà odioso come tutti i progetti di sottomissione, di cancellazione, di normalizzazione. E come tutto l'immaginario del trumpismo, che è il peggiore incubo di chi crede che il bello sia il contrario del pacchiano, e il giusto sia il contrario della prepotenza.
Spacceranno per "progresso" un ritorno al passato coloniale, quando Cuba era un'inoffensiva dependance dell'America bianca, un grande bordello e un grande casinò. Condotta da un regime così fradicio e corrotto che bastò uno sbarco di mezzi matti per rovesciarlo. È già tutto scritto, manca solo di conoscere modalità, tempi, dettagli. Molti cubani se la caveranno meglio e avranno tempo di domandarsi se fosse il comunismo o l'embargo a farli vivere così faticosamente. Molti vivranno peggio ma nessuno se ne stupirà, perché il capitalismo è selettivo, non ha tempo da perdere con i poveri.
50 anni di Puliciclone
Pulici «Uno scudetto vinto senza essere divi. Oggi? Faccio la spesa»
DI MAURIZIO CROSETTI
Le braccia tese, perfettamente parallele, e i pugni chiusi dopo il gol. Il petto all'infuori, il corpo un po' sulle punte dei piedi nella flessione ad arco: così, Paolo Pulici. A occhio, per sempre. Oggi sono 50 anni da quello scudetto.
Pulici, cos'è stato davvero?
«Un lavoro fatto bene, niente di più e niente di meno. Giocavamo a pallone come altri andavano in fabbrica, in ufficio, a scuola, come guidare un camion o alzare un muro di mattoni. Era godersi una cosa meravigliosa, però normale. Non guadagnavamo tantissimi soldi: meglio così».
Eravate divi?
«Ma per niente! Dopo le partite, andavo a casa a piedi in mezzo ai tifosi che mi accompagnavano, abitavo a due passi dallo stadio Comunale, in via Monfalcone. Qualcuno mi allungava una sigaretta. Se avevo fatto gol o se avevamo vinto, quasi mi portavano di peso».
Cosa le diceva, quella gente?
«Una volta un tifoso mi chiese se io avessi mai giocato con il Grande Torino: ma io sono nato un anno dopo Superga! Lui, però, con la domanda intendeva dire che ero come loro, ero degno di loro, e io mi sentivo in paradiso».
Il giorno dello scudetto: 16 maggio 1976, Toro-Cesena 1-1, gol di Pulici.
«Tuffo di testa, poi l'autorete di Mozzini. Gigi Radice, l'allenatore, non era contento, lui voleva sempre vincere».
Pulici, lei saprà di essere una leggenda. Come la vive?
«Quando vado nei club del Toro, in mezzo alla folla ci metto due ore per fare cinquanta metri. Claudio Sala, Zac e Ciccio mi sfottono e mi mandano a quel paese, "Pupi", mi dicono, "esisti solo tu". Ma io non lo so mica perché succede questo, cioè lo so ma provo anche ansia, tutto mi pare troppo. Un tifoso si è inginocchiato e mi ha baciato la mano, un altro mi ha tenuto per un'ora fermo davanti al supermercato, voleva sapere, chiedeva. Fatico a capire, poi però lo so anch'io che Pulici è Pulici».
Come si affronta questa cosa?
«Faccio lunghe passeggiate sull'argine dell'Adda, a Trezzo, il mio paese. Lì puoi camminare per due ore senza incontrare nessuno, e questo mi piace. Sono più o meno quindici chilometri. Se poi incrocio altre persone, ecco che di nuovo mi accorgo chi è Pulici, e l'importanza che ha. Va bene, sarò ricordato, e questo mi rende felice».
Cos'era quel Toro?
«La squadra più moderna d'Italia, una piccola Olanda. Giocavamo benissimo, e i giovani lo sanno. Magari non ci hanno neanche mai visto su YouTube, ma quando ci incontrano a volte perdono la testa. E io, lì, mi sento un po' scollegato dal tempo».
Pensa che oggi i giocatori del Toro sappiano queste cose?
«Credo non abbiano la minima idea della maglia che indossano».
Qual è la diversità granata?
«Gli altri hanno tifosi, vittorie e sconfitte. Noi siamo una fede».
Non ritiene di avere avuto dal calcio meno di quanto meritasse?
«Sono stato convocato 70 volte in nazionale, con appena 19 presenze. Eppure, io ho vinto per tre volte il titolo di capocannoniere in serie A. Un giorno, Bearzot mi chiama e mi fa: "Domani giochi tu, vediamo se sei in forma come dicono". Io rispondo "va bene", poi prendo una bottiglietta d'acqua al bar e salgo in camera, quando vedo che il signor Bearzot parla con Bettega. Morale: il giorno dopo gioca lui, e io vado in tribuna. Dissi a Bearzot di non chiamarmi più, che almeno sarei rimasto con mia moglie e mia figlia».
Chi comandava?
«La Juventus, ma nel derby l'ho battuta tante di quelle volte».
Pulici e Graziani: la coppia d'attacco italiana più forte di sempre?
«Penso di sì. Ciccio veniva da me e mi diceva: "Sì, sì, i gemelli del gol, però io non conto un fico secco". Gli rispondevo che lo capivo, ma mica decidevo io. Poi, però, pensavo: se io sono Pulici, ci sarà un perché».
Il Toro rappresentava Torino più della Juventus?
«Una volta un ex sindaco mi raccontò di avere fatto una specie di sondaggio prima delle elezioni, scoprendo che l'87 per cento dei torinesi tifava granata. La città eravamo noi, molto più di loro».
Pulici, lei allena ancora i bambini del suo paese?
«Ho smesso l'anno scorso, perché la Tritium aveva deciso di aumentare il costo della scuola calcio».
Come festeggerà il compleanno dello scudetto?
«Andrò a Torino, dove hanno organizzato delle iniziative allo stadio per beneficenza, e dove cercherò di essere all'altezza: ci sarà il mondo. Ieri, mia figlia mi ha detto "papà, oggi non vai a comprare il pane e invece vai a sistemarti i capelli", perché, sa, io tutte le mattine faccio la spesa. Ho pensato che fosse proprio una cosa giusta essere in ordine per il Toro».
Click!
Volody, ascesa e caduta dell’eroe creato dagli Usa
Per anni il racconto occidentale sull’Ucraina è stato costruito come una sceneggiatura hollywoodiana. Da una parte il bene assoluto, dall’altra il male assoluto. Da un lato “la democrazia”, dall’altro “l’autocrazia”. E nel mezzo, una figura trasformata in simbolo globale: Zelensky, elevato a paladino dell’intera sicurezza europea. Non più comico che suona il pianoforte col pene in televisione, ma attore diventato presidente. E poi presidente diventato eroe. Infine, metamorfosi in brand geopolitico.
Dentro questo Truman show, qualsiasi dubbio diventava propaganda russa. Parlare di corruzione in Ucraina diventava immediatamente “filo-Putin”. Ricordare il peso storico degli oligarchi ucraini era “disinformazione”. Notare che l’invio di miliardi di dollari avrebbe inevitabilmente generato reti di potere, tangenti, lotte interne e arricchimenti personali, era da sabotatori narrativi. Poi però qualcosa cambia. Le stesse autorità anti-corruzione ucraine iniziano a puntare il dito contro figure centrali del sistema vicine a Zelensky. Prima gli scandali energetici, poi le perquisizioni, quindi le dimissioni e infine le accuse di riciclaggio. E ora persino Andriy Yermak, il più potente dell’entourage presidenziale, viene indicato come sospettato in un grande schema di riciclaggio legato a progetti immobiliari e fondi del settore energetico. Ma la parte interessante non è la corruzione in sé. Chi conosce anche solo superficialmente lo spazio post-sovietico sa perfettamente che il rapporto tra politica, oligarchi, apparati economici e servizi è sempre stato strutturale. L’Ucraina non fa eccezione. A voler essere sinceri, neppure l’Occidente può presentarsi come moralmente incontaminato. Il punto vero è un altro: la tempistica. Certe informazioni non escono “per errore”. E non arrivano improvvisamente sulla stampa internazionale perché qualcuno si sveglia e scopre che in un Paese devastato dalla guerra c’è una rete corruttiva gigantesca. Questi dossier esistono da anni. Raccolti, archiviati, monitorati. Ma soprattutto, gestiti politicamente. Ed è qui che la situazione ucraina diventa interessante. Negli ultimi mesi abbiamo assistito a una crescente esposizione mediatica degli scandali interni. Poi a tensioni tra presidenza e organismi anti-corruzione. Infine, ai tentativi politici di limitarne l’autonomia, trasformati a loro volta in oggetto di polemica pubblica. Nel frattempo, però, i nomi coinvolti si avvicinano sempre di più al cuore del potere: ex ministri, uomini dell’entourage presidenziale, partner economici, figure interne all’ufficio di Zelensky.
Ed è qui che entra in gioco la vera logica del potere. Nelle guerre moderne nessuno viene scaricato apertamente dall’oggi al domani. Prima cambia il clima informativo. Si prepara lentamente il terreno psicologico, rompendo poco alla volta quell’aura di intoccabilità costruita negli anni. Un processo graduale, silenzioso. Ma abbastanza riconoscibile. E gli esempi storici non mancano affatto. Non perché “gli Usa creino e distruggano tutto”, come spesso si semplifica, ma perché ragionano quasi sempre in termini di utilità strategica, non di amicizia o fedeltà morale. Nella storia americana recente esiste uno schema ricorrente: prima si costruisce il “personaggio”; poi arriva protezione politica e copertura mediatica; quindi una lunga tolleranza verso comportamenti discutibili. Tuttavia, poi gli stessi problemi iniziano improvvisamente a finire sulle prime pagine. Ed è qui che si scarica il personaggio, quando diventa più un costo che una risorsa. Nei copioni di Washington, altre evidenze storiche non mancano: lo Scià d’Iran, Ngo Dinh Diem (Vietnam), Noriega (Panama), Saddam Hussein (Iraq), Mubarak (Egitto), Karzai e poi Ghani (Afghanistan). Figure prima sostenute, poi diventate inutilizzabili. Le grandi potenze mai ammettono di “cambiare cavallo”. Prima hanno bisogno di modificare la narrativa. Allora iniziano fughe di notizie, articoli sugli scandali, critiche alla governance, accuse di corruzione, spesso alimentate da fonti anonime improvvisamente molto attive. E oggi come ieri, il consenso mediatico è parte integrante della strategia. Un leader non viene semplicemente sostituito. Prima bisogna desacralizzarlo.
*Col. (Ris) già al Jhq e Covi
Il punto di vista di Elena
Ue malata di russofobia e Trump attore da farsa
L’analisi della politica internazionale deve essere dominata e travisata da un mal interpretato senso di appartenenza a una parte del mondo? In effetti mi stupisco quando leggo i commentatori dei giornali più letti dare per scontato il “noi e il loro”, impartire lezioni di saggezza arrivando addirittura ad affermare che “Non possiamo sfuggire a un genitore opprimente (Trump) gettandoci nelle braccia del conoscente (Cina)”. Sarò un’ingenua, ma fortunatamente sono in buona compagnia. Nel lavoro intellettuale provo un sentimento di appartenenza all’umanità e a un suo supposto bene comune. Oggi l’élite occidentale senza distinzioni tra europei, Dem e Repubblicani americani, mi appare nemica del bene dei popoli occidentali, della pace e della stabilità nel mondo, della democrazia reale e ormai anche di quella liberale, della cooperazione tra Stati e popoli per sconfiggere i nemici comuni dell’umanità: le minacce nucleare, climatica e robotica.
Un senso di terrore mi prende quando dopo aver visto l’odio dei miliziani del fronte progressista esplodere sui social media contro la Russia, passo ai commenti sulla parata militare di Putin dei prezzolati cantori dell’Occidente. La Russia dopo quasi cinque anni di guerra, nella quale sebbene vinca sul campo procede lentamente, dopo le stragi di soldati ucraini e russi, e purtroppo di civili ucraini non mirati e di civili russi bersagli degli ucraini, ha avuto il pudore di non esaltare la forza militare. Le immagini hanno ritratto un viso piuttosto perplesso e triste del presidente Putin che in risposta ai falchi che minacciano il lancio di un Oresnik su Kiev oppure una rappresaglia nucleare, ha invece pronunciato un discorso di basso profilo, tendendo una mano all’Europa e all’Ucraina affinché la mediazione riprenda. Sui media gli sberleffi per la debolezza russa si sono moltiplicati al fine di incitare a continuare la guerra e a pompare il nazionalismo di Zelensky, sempre più solo in un Paese devastato. Tucker Carlson, un giornalista controverso e di destra, che ha tuttavia il coraggio di criticare apertamente Israele e l’Ucraina, ha intervistato una giovane donna ex consigliera di Zelensky. Nonostante i milioni di ascoltatori di Carlson, sui media occidentali non vi è traccia dell’intervista. Eppure la situazione del Paese è descritta in modo tragico, il martirio degli ucraini, l’esodo di gran parte della popolazione. La dittatura di un comico venduto alle élite occidentali traspare nettamente. Mi ha colpito il riferimento ai politici europei che visitando Kiev non mancavano di redarguire Zelensky per la corruzione del sistema, “Così ci fai perdere la reputazione se ti aiutiamo!”. La ragazza saggiamente lamenta che il problema non doveva essere la reputazione di una classe politica fallita, ma il martirio di un popolo, la strage di una generazione di giovani.
Alle proposte di mediazione di Putin come ha reagito l’Europa? Innanzitutto con varie esternazioni, dalla Kallas al ministro Tajani, riprese in prima pagina sui giornali, al fine di dare un segno di esistenza si è affermato che il mediatore proposto da Putin, l’ex Cancelliere tedesco Schröder, è un lobbista inaccettabile. In effetti il nome era stato fatto da Putin come una battuta, rispondendo alla domanda di un giornalista. Eccola questa Europa e gli analisti che la celebrano, battere un colpo affermando che sceglieranno loro il mediatore, non sanno tuttavia chi sarà e se non si opterà come al solito per un direttorio, i volenterosi della guerra o della mediazione. Poco si legge invece sulla sostanza della mediazione che resta la stessa: sconfessamento delle politiche di dominio neocon di Washington, abbracciate da un’élite legata al dollaro e contraria all’interesse dei popoli europei. Quindi neutralità dell’Ucraina, ritiro ucraino dal Donbass, una nuova architettura di sicurezza che rivitalizzi l’Osce.
Non una parola sulla fine delle ostilità da parte di un’Europa che vive di doppi standard e di russofobia, di complicità con Israele (le sanzioni ai “coloni violenti” sono veramente risibili), che si permette di condannare le rappresaglie iraniane senza menzionare l’attacco Israelo-americano. Temo l’Ue, i suoi meccanismi di potere e manipolazione, il suo entourage di burocrati, lobbisti, corrispondenti e giovani, la sua opera di corruttela nei confronti della stampa e di un istituzioni libere come la Biennale di Venezia, le sue sanzioni senza processo a politologi liberi e onesti come Jacques Baud. In modo orwelliano ha ucciso il sogno europeo e finge di celebrarlo. Ascolto un’anziana giornalista, persino critica letteraria, affermare in tv che Wagner (in realtà morto prima della nascita del dittatore) prendeva soldi da Hitler e il conduttore annuisce interessato. Siamo immersi in una farsa tragica di cui il presidente degli Usa è il migliore interprete. In prima pagina Gaza è stata sostituita dal nuovo virus, aspettiamoci controlli e sorveglianza.
Slurp Slurp!
La scossa all’Ue di Mario Magno
Ieri siamo stati facili profeti: il discorso di Mario Draghi ad Aquisgrana ha risvegliato gli istinti sadomaso dei giornali italiani, per i quali l’ex presidente della Bce non parla, né esprime concetti, ma agisce la realtà, cambia l’Europa col suono della voce e le sue “sferzate”. Così è stato anche giovedì, anche se il concetto chiave è “scossa”: “Draghi scuote l’Europa”, titolano in coro Corriere della Sera, Repubblica e Il Giornale. Per Libero, invece, “Draghi striglia l’Europa”, per Il Messaggero la “sprona”, mentre per Il Foglio dà “una gran sveglia a Meloni”.
I mezzi toni scarseggiano anche nelle cronache del lieto evento: “Il Professore è venuto a tenere la sua lezione in Germania, ad Aquisgrana, alle spalle il trono di Carlo Magno (…) Quanto tempo è passato, quantum mutatus ab illo, si sarebbe detto alla corte carolingia: quanto sono cambiati, i tedeschi. All’italiano di cui non si fidavano, ora si conferisce il Karlspreis per l’unificazione europea” (CorSera). E d’altronde, dice la presidente Bce Christine Lagarde citata dal Sole 24 Ore, “Carlo Magno era un sovrano fuori dal comune, il cui regno si estendeva su territori che oggi comprendono diversi Paesi europei. Mario si inserisce in questa tradizione”.
Vabbè, magari non sarà Carlo Magno, ma Al Pacino sì: “Il Professore inizia a braccio ringraziando tutti, ma siccome è un premio alla carriera, come a una notte degli Oscar ringrazia ‘soprattutto mia moglie’. La signora Serena è sorpresa” (CorSera). In realtà Draghi è stella più fulgida di quelle hollywoodiane. “Due anni fa diede una scossa ai governi europei con il suo Rapporto centrato sull’economia”, ma “ora col discorso di Aquisgrana compie un salto di qualità”, s’entusiasma Il Sole 24 Ore: pare che il nostro abbia capito – e tutto da solo – che “la questione chiave è diventata essenzialmente politica”. Ma siccome l’economia è politica, “il nucleo pratico del discorso di 45 minuti ingloba le tesi del suo celebre Rapporto. ‘Scusatemi – dirà – è linguaggio economico’, e qualche testa ciondola: in realtà, andrebbe studiato nelle università paragrafo per paragrafo” (CorSera).
Un genio a cui, però, anche l’accademia va stretta. La Stampa lo sa bene: “Chissà che, chiusa ormai la parentesi politica italiana, nel suo futuro non ci sia la possibilità di un ritorno a Bruxelles. Magari come successore di Von der Leyen”. Perché no? Intanto “SuperMario” – così l’ha chiamato Merz, prima di spiegargli che il debito comune se lo scorda – ha finito: “Sono tutti in piedi. Poi un quartetto di chitarre intona Te voglio bene assaje” (CorSera). Ed è subito pizza e mandolino.
P.s. Paragrafo a parte per il commento del Foglio al “poderoso discorso” di Draghi, un “formidabile manifesto” che in realtà non è affatto di Draghi: “Il primo messaggio è implicito”, ci dice il direttore, il secondo “non lo dice esplicitamente” e ce n’è pure un terzo “che affiora” ma senza essere espresso. La sostanza di questa orazione apocrifa è che Draghi parlava a Meloni chiedendole di obbedire a lui: “Chiamarla agenda Draghi forse è fuori moda”. E chiamiamola agenda Cerasa…
Se ci fosse ancora Borrelli!
Anestesia generale
Chi ricorda la Procura generale di Milano di Francesco Saverio Borrellli (“Resistere, resistere, resistere”) e di altri monumenti della Giustizia italiana fatica a rassegnarsi all’idea che oggi quello stesso ufficio stia dando una prova tanto imbarazzante di sé sul pasticciaccio brutto su Nicole Minetti. I fatti, grazie al Fatto, sono stranoti. La grazia frettolosamente e incautamente concessa da Mattarella alla pluripregiudicata ex igienista dentale di B. si basa su un parere favorevole di 23 righe della Procura generale sullo “stile di vita successivo al reato che l’ha vista impegnata costantemente in attività umanitarie”, la “seria e concreta volontà di riscatto sociale”, la “radicale presa di distanza dal passato deviante” che fra l’altro era causato da B. e dai suoi “condizionamenti esterni ormai esauriti, da cui la condannata ha dimostrato di essere oggi persona impermeabile”. Purtroppo il Fatto ha documentato che erano balle: la Minetti ha continuato a esercitare il mestiere di prima, nel locale del compagno Cipriani a Ibiza e nella di lui tenuta a Punta del Este. Abbiamo intervistato Graciela, ex dipendente di Cipriani, che racconta di molestie da lei stessa subite e di festini per Vip con ragazze brasiliane, argentine e italiane selezionate e gestite dalla futura graziata. Prima in forma anonima e poi col suo nome al Fatto e infine in video a una tv uruguayana, racconta e riracconta ciò che ha visto in casa Cipriani, vincendo la paura per ciò che potrebbe accaderle in un Paese dove la vita vale pochi centesimi. E, in tv, aggiunge di avere altre cose da riferire, evidentemente ancor più gravi, che però dirà solo “alla Procura italiana che presumibilmente mi convocherà”.
Ma la Procura generale, dove il riesame del parere sulla grazia è affidato allo stesso sostituto che l’ha firmato, fa sapere che non la convocherà perché al suo racconto “mancano i riscontri”. Oh bella, ma se non l’hanno neppure ascoltato! Da quando i riscontri a un testimone si cercano (per escluderli) prima di averlo sentito? Eppure la donna, se vuol dire “certe cose” solo ai magistrati per non passare da “complice” di quanto ha visto e subìto, è perché pensa che si tratti di fatti illeciti ancor più gravi di quelli che ha raccontato ai cronisti. E se due ex colleghe le hanno scritto che è stata “molto coraggiosa” a denunciare e potrebbero confermare le sue parole, è perché i riscontri potrebbero fornirli proprio loro, se non bastasse la sua parola. O il problema è proprio che quei racconti smentirebbero il Pg e dunque Mattarella? È difficile immaginare un simile comportamento della Procura generale di 25 anni fa, con Borrelli al vertice. Ma probabilmente il problema non si sarebbe proprio posto, perché Borrelli non avrebbe mai avallato la grazia alla Minetti.
