Prolasso alle gònadi
Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
lunedì 23 febbraio 2026
Ricapitolando
L’inchino, il riscatto, la fuga, memorie sotto zero
La fuga nel bosco del norvegese Atle McGrath dopo aver inforcato nello slalom. Il salto sul podio di Lucas Pinheiro Braathen, primo oro sudamericano ai Giochi. Alysa Liu durante l’esercizio che le è valso l’oro individuale nel pattinaggio di figura: è tornata alle gare nel 2024 dopo il ritiro del 2022. Una delle due cadute di Ilia Malinin durante il libero: gli costeranno l’oro. L’abbraccio di Francesca Lollobrigida al figlio Tommaso dopo il primo oro. Il primo abbraccio di Johannes Høsflot Klaebo alla fidanzata Pernille dopo 6 mesi. Lindsey Vonn in ospedale a Treviso dopo la serie di interventi alla gamba sinistra. La linguaccia di Arianna Fontana, 35 anni, arrivata a 14 medaglie ai Giochi invernali: ha superato Edoardo Mangiarotti (13). L’inchino di Sara Hector e Thea Stjernesund a Federica Brignone.
di Emanuela Audisio
L’edizione dei Giochi italiani è stata strana, pazza, sofferta ma soprattutto diversa e senza età. E ha ricordato che non c’è una sola via per arrivare al successo.
È stata come noi: strana, pazza, sofferta. Ma soprattutto diversa e senza età. Ha avuto tante facce, urla e lacrime. Diffusa anche come indicazione: vuoi vincere? Non esiste più una religione del successo, scriviti tu i Dieci Comandamenti e se ne salti qualcuno, pazienza. Piena di madri e di padri che abbracciavano i figli, di sorelle e di fratelli, di mogli che si salutavano, di famiglie in gara, di mondi capovolti, di brividi caldi e freddi.
Nel gigante ti aspetti lo svizzero? Arriva il brasiliano Lucas Pinheiro Braathen, nato a Oslo, che porta il carnevale sulla neve, che rifiuta la nazionalità norvegese anche perché non lo fanno vestire come piace a lui (gonne e unghie smaltate). Primo oro sudamericano. Diciamocelo, ci vuole coraggio: come rifiutare la maglia di Pelé se giochi a pallone. Nello slalom ti aspetti il norvegese? Fai bene perché Atle Lie McGrath nella seconda manche scende con 59 centesimi di vantaggio sul mondo, solo che inforca, e fa una cosa che nemmeno Ibsen nei suoi drammi: si toglie gli sci, fugge nel bosco, a piangere da solo (una settimana prima gli era morto il nonno). E sancisce l’undicesimo comandamento dello sport moderno: il diritto allo strazio privato. Perché il voyeurismo delle emozioni prevede che il drone e le telecamere frughino anche nel tuo cuore scassato. Anche no, grazie.
Non c’è una strada unica che porti alle medaglie, ma tante vie diverse. Puoi scegliere quella da asceta in modalità Shiningdel fondista norvegese Johannes Høsflot Klaebo, 6 ori in 6 gare (4 individuali, 2 di squadra) che da solo ha vinto più dell’Austria. Ad agosto ha chiesto alla sua fidanzata di sposarlo e poi le ha detto: cara, ci rivediamo a fine febbraio perché io ora vado in clausura. Nessun bacio fino all’altroieri. Anche perché Klaebo è ossessionato dall’igiene e dai microbi (Freud sul tema ha già dato), al ristorante mangia da solo, nel senso che la sala deve essere vuota, non dà interviste se tu come lui non hai la mascherina e se non stai distante almeno venti metri. Franco Nones che ha ospitato la Norvegia nella sua struttura si è lamentato: «Ha trasformato il mio albergo in un ospedale».
O puoi rilassarti, andare dal parrucchiere a farti sistemare il colore, berti un bicchiere e poi fare salti di felicità sul ghiaccio, don’t worry be happy, come la statunitense Alysa Liu mentre il suo compagno di squadra Ilia Malinin, oppresso dalle aspettative dei genitori e dall’essere il favorito, ancora non si è ripreso dal suo ottavo posto nel singolo. Nel Gala ha pattinato con una felpa con la scritta Fear, “Paura”, sulla musica con lo stesso titolo della canzone di NF (Benvenuta oscurità, vecchia amica mia) e alla fine si è rimesso le mani sulla faccia e ha pianto di nuovo per l’occasione sprecata. «Siamo umani e non robot con abilità sovrumane, cercherò di capire e di tornare tra quattro anni».
Le Olimpiadi sono così: se le guardi negli occhi spaventano, se le prendi sottobraccio ti accompagnano. Sono la storia dell’umanità, non ci mettono niente a fare un falò delle tue vanità, non sopportano i prepotenti, preferiscono essere carezzate. Eileen Gu, nata a San Francisco, atleta dello sci acrobatico che ha deciso di gareggiare per la Cina (paese di sua madre) si è messa a ridere quando le hanno rimproverato i suoi due argenti nel big air e nello slopestyle. La volevano far sentire colpevole e perdente, “solo” seconda. Lei non c’è stata a considerarsi un fallimento e ieri ha vinto l’oro nell’halfpipe, la sua sesta medaglia olimpica.
Se li rispetti i Cinque Cerchi s’inchinano davanti al tuo coraggio, ti regalano il senso di un percorso, ti fanno capire che nel viaggio puoi anche guidare tu le onde del destino. C’è chi parte in ginocchio, chi arriva stremato e chi alla fine resta in piedi. Come Federica Brignone che ha sopportato il dolore, i dubbi, ha scelto il ritmo perfetto per tagliare curve con morbidezza, senza pretendere un risarcimento. Tanto che le sue avversarie si sono inchinate non solo alla sua classe e ai suoi due ori, ma alla sua profonda leggerezza.
Essere capaci di attraversare la vita e anche a volte darle le spalle in un gesto di sfida vale una medaglia. Vedi Pietro Sighel nello short track, vedi Michela Moioli che nello snowboard scende con una faccia su cui sembra si sia accanito un visagista ubriaco (era caduta nella ricognizione), vedi la danza all’arrivo di Lisa Vittozzi, primo oro azzurro nel biathlon, vedi Arianna Fontana, record-woman, che a 35 anni ha ancora la rabbia agonistica per dire «purtroppo non ho visto la maledetta coreana», vedi Sofia Goggia che per mezz’ora deve ascoltare le urla di dolore della sua amica Lindsey Vonn (gamba sinistra spezzata) e poi scendere dopo di lei e vincere il bronzo.
Abbracci a Lindsey che è alla sua quinta operazione (l’ultima è durata più di sei ore) e ha una specie di Tour Eiffel al posto della gamba e che a 41 anni deve affrontare stagioni difficili. Le sue grida in diretta, il trasporto in elicottero hanno ricordato a tutti che una discesa libera è un tuffo nell’abisso della velocità.
Come Tommaso, coccolato da mamma Francesca Lollobrigida, ha reso evidente quello che tutte le donne sanno: se la società ti assiste e accoglie le tue necessità puoi non rinunciare allo sport, alle tue passioni e alla maternità. E la società può non rinunciare ad avere una donna in più in attività. È una foto di famiglia quella della Lollo con figlio, marito e papà, ma anche quella di Flora Tabanelli che fa acrobazie con il crociato rotto (sarà presto operata), vince il bronzo e si fa accarezzare dal fratello Miro, anche lui atleta del freestyle, che l’ha sostenuta nei mesi in cui sembrava impossibile il suo recupero.
Perché dietro al 30 e lode dell’Italia c’è appunto una diversità di stili: c’è chi si allena a casa, chi viaggia con il proprio team, chi frequenta i centri federali, chi è costretto ad andare all’estero per mancanza di impianti, chi invece ci va volentieri perché quella è anche casa sua (Fontana). Mai visti così tanti bambini al traguardo, con bambinaie e senza, perché se l’età degli atleti aumenta (nello sci è scesa una madre di 46 anni con il figlio di 18) nessuno aspetta più il dopo per farsi una famiglia.
Commovente l’immagine di Elana Meyers Taylor che dice «Mommy won» nella lingua dei segni ai suoi bambini sordi, Nico e Noah. A 41 anni è diventata l’oro più anziano di sempre nel monobob, ma anche una madre che non rinuncia a viaggiare con marito e figli.
È stata l’Olimpiade degli abbracci di una generazione che non considera lo sport come un fight club, ma come una divertente fatica condivisa, anche se nel curling sono volate accuse di irregolarità, come anche nelle giurie del pattinaggio. Vedere due all-italian boys che si rotolano nella neve dopo essersi aiutati a vincere oro e argento nello ski cross come Simone Deromedis e Federico Tomasoni fa pensare che per fortuna lo sport aiuta ad affrontare le tempeste e le perdite (Matilde Lorenzi). E che le medaglie non servono a riempire i vuoti, riscaldano solo un po’, ma insegnano il rispetto verso sé stessi.
Ah sì, i Cinque Cerchi danno alla testa, sono una sbronza, anche emotiva, senza cerniera. E così dopo aver vinto il bronzo, nella 20 km di biathlon, sua prima medaglia olimpica individuale, il norvegese Sturla Holm Lägreid, piangendo a dirotto, ha confessato in diretta tv il tradimento dell’amore della sua vita. «Tre mesi fa le sono stato infedele, sto malissimo, ho bisogno di lei». Olimpica la risposta della (ex) fidanzata: «Non perdono un bel niente».
Ha perdonato finalmente suo papà Jeff, morto in un incidente domestico, l’americana Mikaela Shiffrin che è tornata a vincere l’oro olimpico nello slalom dopo 12 anni. Si è fatta fotografare in pigiama mentre dorme con la medaglia al collo, finalmente in pace. E ora tutti a nanna, con una collana di sogni.
Parola di regista
Davide Ferrario: “Da Fargo a Gomorra: le serie tv sono riciclaggio”
Al lungometraggio esordì nel 1989 con La fine della notte, quarant’anni più tardi Davide Ferrario cambia oggetto: La fine della fine, saggio-pamphlet per Einaudi, punta le serie, che tra prequel, sequel, reboot e spin-off non sanno più dirci addio. Lanciato il guanto, “sfido chiunque a fare i nomi dei registi delle sue serie preferite”, l’autore di Tutti giù per terra e Dopo mezzanotte apostrofa Fargo, giunta alla quinta stagione, “perfetto esempio di riciclaggio”, del famoso film dei fratelli Coen del 1996, e sanziona Gomorra, laddove “Ciro Di Marzio muore alla fine della terza stagione in un modo che sembra inequivocabile, eppure riappare come niente fosse all’inizio della quinta”.
Ferrario, l’importante era finire, oggi invece?
L’importante è continuare. La serialità si basa per sua natura su questo: anche quando termina, una serie prosegue in qualche altra maniera, nelle filiazioni di qua e di là. Un universo che non finisce mai.
Mutazione del linguaggio?
E delle aspettative, determinate dall’economia. Il linguaggio si adatta a dei mutamenti materiali, che sono quelli del consumo di storie. Il fine è sempre quello: fare soldi. Il cinema è un’arte e un’industria, per un secolo circa ha prodotto un canone che era il film, e prevedeva una fine: la serialità ha cambiato tutto.
Netflix.
La prima volta che ci sono entrato, mi ha fatto un’impressione infernale, condivisa da quanti mi confessano che ci mettono più tempo a scegliere un film che a vederlo. È una specie di enorme supermercato, Netflix, volevi comprare una scatola di pasta e ne esci mezz’ora dopo con tutt’altro: è l’offerta che detta quello che prendi.
Lei in piattaforma ha cercato – senza trovarlo – Brivido caldo di Lawrence Kasdan del 1981: confessi, è un nostalgico.
Ho un atteggiamento ambiguo. Essendo nato e cresciuto nel Novecento, ho un po’ di nostalgia per dei tempi che tutto sommato considero preferibili. Dall’altra parte, capisco che il mondo – non che progredisca – si evolve. Il virtuale, tutta la tecnologia digitale che ha dato questa accelerazione pazzesca negli ultimi vent’anni al senso dell’umano, per cui adesso l’intelligenza artificiale, è un’evoluzione darwiniana, come fu l’estinzione dei dinosauri: loro diventarono uccelli, noi stiamo diventando qualche cosa d’altro.
Migliore?
Ogni tanto mi imbatto in vecchi filmati, interviste negli anni Sessanta a un contadino, un operaio italiano che parla meglio di un liceale attuale, che è più strutturato per quel che vuol esprimere. Oggi non si capisce la complessità delle cose. Mi inquieta parecchio la quotidiana difficoltà con tutte le persone, anche in casa, di articolare dei discorsi che siano vagamente più complessi del “fuori c’è il sole” o del vocabolario di cento termini corrente. Ecco, c’è questa incapacità di descrizione del mondo.
Quali conseguenze?
Penso ai maschi, hanno perso gran parte del potere che avevano, e non sanno come declinare il loro disagio: non hanno proprio le parole, e neanche i gesti, l’alfabeto umano per dirlo. E quindi passano alla violenza, che è la forma più banale e anche più, ahimè, normale di reazione.
Analfabetismo funzionale.
Guardiamo a Trump, è un analfabeta, evidente. Credo lo rivendichi anche lui, basti vedere i suoi tweet. Ma ha una grande forza, che tutti dipendiamo da lui ogni giorno: non perché è il più potente, ma perché ha messo in piedi uno show che non si sa mai cosa succede l’indomani. E quell’imprevedibilità lì è esattamente quella delle serie.
Al netto del fermo-immagine cui ci stiamo consegnando: scrive, “se guardo Tutti giù per terra, che ho girato nel 1996, non c’è nulla in quel film che sia percepibile come anacronistico rispetto all’oggi in termini di look, tematica, stile: giusto l’aspetto dei computer e dei telefoni cellulari”.
Tutta questa voglia di novità che c’era nel Novecento, di ricreare il mondo da zero, dov’è finita? Tutti giù per terra continua a essere molto visto, me ne parlano ragazzi di vent’anni e fa anche piacere, ma è triste pensare che si riconoscano in un film di trent’anni fa: è come se il mondo si fosse fermato.
Eterno revival?
È la ruota del criceto: sembra di muoversi, ma si è all’interno dello stesso ciclo, anche dell’immaginario. È impressionante rivedere ogni anno uno Spider-Man, le Tartarughe Ninja, i Pokemon Go. Non passa mai niente.
La fine della fine, appunto.
Alla fine non hai bisogno di una fine, perché il mondo ti si presenta continuamente in questa maniera sfuggente: non c’è un senso, c’è un fluire e ci stai dentro.




