Prolasso alle gònadi
Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
mercoledì 22 aprile 2026
Minkia!
Marina ordina come nel Padrino
Tutte le volte che ultimamente leggo le cronache di Forza Italia, mi viene in mente Il Padrino, con il Cupo Capo (in questo caso una signora) che parla da un fondale oscuro, a dirne il mistero e insieme la minaccia, e i bravi ragazzi che si passano nervosamente gli ordini, che hanno calibri differenti per ogni circostanza: vanno dall’avvertimento al funerale.
Immagino, in quella tetra oscurità, la figlia Marina, bianca come cera, nera vestita, accomodata nel bunker paterno che convoca gli affiliati per gettar loro in pasto il suo capriccio. È appena accaduto al povero Tajani che ha lasciato i pennacchi alla Farnesina, è arrivato di corsa al bunker, si è fatto annunciare dalle guardie armate, è entrato tremando al cospetto della signora infernale. Ha atteso. Mentre lei, impassibilmente, gli ha ordinato cosa fare e disfare dei poveri pupi di Forza Italia. Al suo cenno due capigruppo di Camera e Senato, sono saltati per aria. Spariti. A un altro cenno ha ordinato di frenare sulla legge con cui si raccolgono i voti nel Paese, mantenendo il più possibile il criterio proporzionale per non perdere le piazze migliori dello spaccio politico. A seguire ha ordinato di moderare l’alleanza con la banda Meloni, troppo succube della famiglia newyorkese dei Trump. E con quella dei barbari d’Oltrepò che ancora indossano le corna, detestano gli omosessuali, trattano la manodopera nera e bianca come fosse selvaggia e non una risorsa in grado di aprire un conto agli sportelli Mediolanum e contribuire al bene della Banda. Compreso quello di ripianare l’odioso debito di 90 milioni che gli affiliati hanno contratto con gli allibratori del padre fondatore.
Dopo il diktat, Marina si è dileguata nel suo rinnovato mistero. Ha fatto dire ai suoi avvocati che non ha intenzione di scendere in politica, né di parlare in pubblico. Lo spiegheranno i suoi autori di Ciao Darwin, che di quando in quando compongono lunghissime interviste a suo nome per un grande giornale milanese. Che addirittura le pubblica.
L'Amaca
Un'esclusione comprensibile
di Michele Serra
In vista del 25 aprile, e delle ricorrenti e annose dichiarazioni sulla pari dignità dei morti (ultima in ordine di tempo, e certo non imprevedibile, quella del presidente del Senato La Russa), va detto che la pietà umana è un sentimento universale, e astenersi dal compiangere chi muore a vent'anni è segno di aridità e grettezza. Tutt'altra cosa è il giudizio sulle ragioni e gli ideali per i quali si muore — per esempio: la libertà, la fine di una dittatura, la fine della spaventosa guerra conseguente alla dittatura.
È a quel giudizio, e a nient'altro, che deve attenersi una comunità cosciente di se stessa. Con le sue istituzioni, i suoi simboli, la sua ritualità pubblica. Per questo si commemorano i partigiani e non i repubblichini. Perché gli uni morirono per la libertà e per una democrazia che non videro, ma seppero sognare. Gli altri morirono per molto dubbie questioni di «onore patriottico» e di lealtà all'ex alleato nazista. O più banalmente per ostinata fedeltà al regime fascista, totalitario e razzista fin dalle origini, ben prima di sprofondare nel nero della guerra.
Qualche pensiero a quei ragazzi inchiodati «dalla parte sbagliata» può spenderlo chiunque, anche chi è del tutto estraneo a quella ideologia necrofila (il «viva la muerte» falangista ne è il sunto perfetto). Ma non è neppure in discussione l'univocità del 25 aprile, il suo essere Festa della liberazione dal nazifascismo: e nient'altro. Si capisce che questa univocità possa avere, per qualcuno, qualcosa di escludente. Ma se c'è una occasione nella quale gli esclusi possono farsene una ragione, e gli inclusi non dolersene, è proprio il 25 aprile.
Robecchi
Sicurezza. Il diritto secondo Giorgia: paghi l’avvocato se ti fa condannare
Nel momento in cui scrivo, non si sa bene che fine farà il nuovo decreto Sicurezza, cioè quell’insieme di norme che il governo Meloni ha presentato (caratteristiche di urgenza, ecc. ecc. la solita solfa) per rafforzare la repressione del dissenso nel Paese. Come si sa, il nodo venuto al pettine del Quirinale è l’articolo 30 bis del decreto, che in soldoni (e il caso di dire) riconosce un pagamento all’avvocato del migrante (625 euro) se il migrante accetta di andarsene dall’Italia. Traduco: la Repubblica garantisce a tutti il diritto alla difesa, ma se il difeso è un migrante o un richiedente asilo l’avvocato viene pagato per farlo perdere e per caricarlo su un volo che lo riporta nel posto da cui è scappato. Ci vuole del genio: pagare un avvocato a seconda dell’esito della causa è un calcio in faccia alla Costituzione italiana (diritto alla difesa, articolo 24), e forse proprio per questo gradito a chi considera la Costituzione una discreta rottura di palle (quelli del Sì al referendum, per dire). Il decreto va tramutato in legge entro il 25 aprile (il calendario è beffarolo), sennò nisba, e questo agita gli agit-prop securitari del governo, povere stelle.
A proposito di schifezze, lo stesso decreto introduce una specie di scudo penale per le forze dell’ordine, libere di menare senza pensieri, e addirittura il fermo preventivo, cioè possono rinchiuderti prima che tu abbia fatto qualcosa perché c’è il sospetto che tu possa farlo (non si applica ai femminicidi per scongiurare retate di mariti).
I barbatrucchi del governo Meloni per evitare di fare l’ormai tradizionale figura da peracottaro sono a questo punto degni di Fantozzi: non modificare il decreto e fare subito al volo un altro decreto che smentisce l’articolo 30 bis del decreto (una legge con allegata legge che smentisce la legge, c’è del genio), far finta di niente e aspettare che la Corte costituzionale faccia a pezzi tutto quanto, oppure far passare il decreto e poi dimenticarsi dei decreti attuativi, in modo che la legge resti scritta, ma risulti inapplicabile. Tutti trucchetti da magliari.
Sui decreti Sicurezza e porcate consimili, comunque, si dovrebbe studiare l’abbonamento mensile, rinnovabile automaticamente, come sui siti web, perché il governo Meloni li fa spesso, aggiornati e fantasiosi. Aveva cominciato dichiarando guerra ai rave party (decreto 162/2022), che erano chiaramente un’emergenza nazionale. Poi fece il decreto Cutro (20/2023), quello per cui Giorgia disse che avrebbe rincorso gli scafisti per tutto il globo terracqueo, facendo ridere tutto il globo terracqueo. Poi fu la volta del decreto Caivano, per contrastare la povertà educativa e le baby gang, che prevedeva addirittura l’arresto per chi non manda i figli a scuola (a meno che non vivano in un bosco con le caprette e possano essere usati per la propaganda). Poi arrivò il decreto Sicurezza del 2025, e ora questo pasticcio immangiabile del decreto Sicurezza 2026, che pretende (tra le altre cose) di pagare gli avvocati solo se fanno condannare l’imputato. Manca ancora un anno alla fine di questa parentesi sgangheratamente neo-fascista del governo italiano e sarebbe divertente prevedere quali altre mattane securitarie si potranno inventare i patrioti che siedono a Palazzo Chigi. Intanto, c’è una chiara indicazione per un prossimo ipotetico governo progressista: una legge di una riga, chiara e semplice. Articolo uno: “Sono aboliti tutti i decreti in materia di sicurezza del governo precedente, per manifesta stupidità”.
A Carloo!
Il bombarolo
Pochi se ne sono accorti, perché ormai la sua autorevolezza è una tacca sotto quella del nano Bagonghi del circo Barnum. Ma Carlo Calenda, radicalizzato nella cellula dormiente ucraina dei Parioli, è passato alla lotta armata, dunque alla clandestinità. Ne ha dato lui stesso notizia sui social, esaltando il più grave atto terroristico dal 1945 contro un’infrastruttura strategica europea: quello che nel 2022 distrusse i gasdotti russo-europei Nord Stream nel mar Baltico, preannunciato da Biden e messo a segno non da Putin (come sostennero gli Usa, l’Ue e i loro servi furbi), ma da un commando ucraino. Testuale: “Ho cercato di distruggere politicamente il raddoppio del NordStream per tutta la mia vita politica. Avrebbe determinato un’indebito (con l’apostrofo, ndr) vantaggio per le industrie tedesche e aumentato la dipendenza dalla Russia. Quindi hanno fatto bene”. Sottinteso: a farlo esplodere.
Abbiamo cercato tracce della sua strenua lotta contro la dipendenza dell’Italia dal gas russo, ma invano: da viceministro e ministro dello Sviluppo economico, il partigiano Kalendsky fece balzare gli acquisti di gas russo al 45% del fabbisogno italiano sotto Letta e al 47,8% sotto Renzi e Gentiloni, oltre ad autorizzare la vendita a Mosca di 94 blindati Lince Iveco (poi usati da Putin per invadere l’Ucraina). Nel 2016-’17, dopo l’annessione russa della Crimea e le sanzioni Ue, andò in pellegrinaggio a San Pietroburgo al Forum economico di Putin per siglare accordi miliardari fra aziende italiane e russe, soprattutto Gazprom, e assicurare eterna amicizia al Cremlino. “Stiamo recuperando sull’interscambio, ma bisogna fare di più”. “Quello fra Italia e Russia è un rapporto profondo da molti anni, ora dobbiamo migliorarlo”. “Procedere col ‘made with Italy’ attraendo investimenti di società russe”, “Abbiamo dato piena disponibilità al vicepremier russo a sviluppare nuovi corridoi per il gas”. “La Russia è un partner insostituibile. Noi abbiamo questa posizione in Europa e la ribadiamo ai nostri amici russi”. “La Russia è un partner strategico per l’energia, approfondiamo con le autorità russe i temi delle infrastrutture energetiche e la possibilità di associare imprese italiane e colossi russi”, tipo l’accordo Gazprom-Edison-Depa (greca) per importare gas russo col Turk Stream-Poseidon “fondamentale per un’energia a prezzi competitivi”. Nessuno sospettava che, sotto la grisaglia ministeriale, il bombarolo della Ztl calzasse la muta da uomo-rana e la cintura coi candelotti di tritolo, pronto a far saltare alla prima occasione i gasdotti appena siglati. Se qualcuno lo vedesse aggirarsi per i Parioli vestito da palombaro, è pregato di avvertire la neurodeliri più vicina, prima che si faccia del male da solo.


