L'amico americano
di Michele Serra
L'idea canaglia di ripescare l'Italia ai mondiali di calcio in America, estromettendo l'Iran per demeriti politici, riflette una visione della vita che lascia a bocca aperta. Per arrivare a formularla bisogna, in ordine sparso: ignorare l'importanza delle regole; disprezzare il merito e anteporgli l'espediente, il trucco, il colpo di mano (a Bologna si dice: la bazza); pensare che lo sport, come tutto il resto, può essere manomesso a vantaggio dei propri comodi. Infine, e soprattutto: bisogna non avere alcuna idea dell'impatto che le proprie parole e i propri comportamenti hanno sugli altri. Il concetto stesso di "reputazione" non ha spazio, costretto a lasciare il posto al perenne compiacimento di sé.
Che a ventilare questa proposta sconcia, forse ritenendo di arruffianarsi "gli amici italiani", sia il cosiddetto "consigliere di Trump per l'Italia", signor Zampolli, conferma che da quella lobby di affaristi che giocano alla politica possiamo solo aspettarci il peggio. Nessuno scrupolo, nessuna remora. Ma soprattutto: una conoscenza molto approssimativa del mondo.
Se Zampolli fosse uomo di mondo, avrebbe previsto l'espressione di disgusto e di dileggio con la quale "gli amici italiani", direi al completo, hanno accolto questa sua sortita. A partire dal governo: "un'idea vergognosa" secondo Giorgetti, "ci si qualifica sul campo" secondo il ministro dello Sport Abodi. Non credo esista un uomo di sport, compreso l'ultimo e il più sprovveduto dei tifosi, che accetterebbe l'umiliazione di un ripescaggio che ha il sapore dell'elemosina politica. E dunque, a ben vedere, dell'offesa. Zampolli: go home.