lunedì 9 febbraio 2026

Guarda il dito!

 



Lindsey

 

Dramma Vonn, un urlo nel silenzio

la sfida estrema finisce in ospedale 


di Maurizio Crosetti 

Quel pupazzo disarticolato, quel Pinocchio abbandonato sulla neve è una delle più grandi campionesse dello sport di ogni tempo. Nel silenzio enorme della valle, un vuoto di suoni e parole che soltanto un cuore in gola collettivo e istantaneo può produrre, le urla di dolore di Lindsey Vonn spaccano l'aria e gelano il sangue. È appena caduta torcendosi come un passerotto abbattuto, oggetto volante senza più controllo né volontà. Pura inerzia che si schianta sul ghiaccio e resta lì, le gambe divaricate e ritorte, la bocca che emette quel terribile lamento, grido e pianto insieme. Aveva osato il più folle dei voli, le si sono sciolte le ali.

Lindsey è una leggenda dello sci, ma è anche una signora di 41 anni che nel 2019 si era ritirata dopo incalcolabili onori e glorie. Difficile dire addio a sé stessi. «Senza lo sport mi sentivo vuota, non volevo più alzarmi dal letto, non avevo uno scopo». Si alzò, invece, per andare dal chirurgo e farsi innestare una protesi in titanio al ginocchio destro: era la primavera del 2024. Nel novembre dello stesso anno il ritorno in pista, e tredici mesi più tardi, il 12 dicembre 2025, eccola di nuovo vincere a St. Moritz una discesa di Coppa del mondo, la più anziana della storia a riuscirci. Ma una quarantina di giorni più tardi, a Crans-Montana, una caduta le spezzerà (forse) il legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. L'inizio dell'addio? No, semmai dell'ennesima sfida. Ma è stata una pazzia: davvero i limiti non hanno limite? Fino a che punto ha senso l'azzardo? Fino a quale prezzo? Forse la vita?

Abbiamo negli occhi il video in cui Vonn si allena in palestra con il tutore ortopedico, tra balzi e sollevamento pesi. Coraggio o tracotanza? Ha deciso: si butterà dalle Tofane ai 140 all'ora conciata così. Wonder Woman non ha limiti, e se li ha, li provoca oltre ogni logica.

Così parte in picchiata sul primo muro della pista Olimpia, dove cerca la vittoria numero 13. Tredici è anche il pettorale, e 13 sono i secondi di gara prima della caduta. Non è vero ma ci credo. Le sue cifre sono sempre esagerate: 7 milioni di euro all'anno in pubblicità, 9 operazioni alle ginocchia in carriera.

Anche l'accanimento del destino lo è: sua madre Linda ebbe un ictus mentre la partoriva, il 18 ottobre 1984, e restò semiparalizzata alla gamba sinistra. La gamba sinistra di Lindsey, invece, è stata operata ieri pomeriggio all'ospedale Ca' Foncello di Treviso, dove la frattura scomposta, una bruttissima lesione, è stata stabilizzata. Così finisce una carriera irripetibile che soltanto lei aveva provato a replicare all'infinito. La prossima medaglia, esistenziale, sarà tornare a camminare. «È stato spaventoso da vedere, aveva dato tutto per essere qui», ha detto sua sorella Karin.

«Sei una grande ispirazione e un esempio di perseveranza. Guarisci presto!» le ha scritto Rafa Nadal sui social. E Kirsty Coventry, presidente del Cio: «Lindsey Vonn è una fonte di ispirazione incrollabile». In questi giorni sfavillanti di sole e speranza, Lindsey aveva ripetuto: «Non ho mai smesso di credere in me». Ci crede anche al cancelletto di partenza: sabato aveva fatto segnare il terzo tempo in prova, terzo tempo contro il Tempo. Poi si tuffa a razzo come in un film. Ogni pista del mondo è casa sua metro per metro, dice di conoscerle tutte a memoria e di poterle mimare senza indugio, porta dopo porta.

La sfida del volo, la più antica dell'uomo. Lindsey decolla e perde l'assetto, su un dosso inforca una porta col braccio e cade malissimo, si arrotola e poi s'inchioda. Gli sci non si staccano: le punte degli scarponi restano ferme a 180 gradi, immobili. In un quarto d'ora la soccorrono, la imbragano, la issano col verricello sull'elicottero che carica il toboga e la portano prima all'ospedale di Cortina, poi a quello di Treviso. La gente ha gli occhi sbarrati e le orecchie piene di urla disperate. Resteranno come il peggiore degli incubi, dentro un giorno di ghiaccio.

L'abominevole progetto

 

Gaza, cemento dopo le stragi Vince la rendita immobiliare


di Paola Bonora 

Davos si è dipanata sotto i nostri occhi attoniti di tanto cinismo. Immobiliaristi, gestori di strumenti finanziari, tecnoimprenditori, banchieri, autocrati, cooptati come azionisti del Board of peace, comitato d’affari che oltraggia il diritto internazionale. Tutti a blandire il bizzoso re neofeudale mentre i popoli, schiacciati dalle milizie, non possono contare neppure sulle briciole della grande abbuffata, negate persino le retoriche del trickle-down.

Un re perfetta emanazione del rentier capitalism, apoteosi della rendita, dispositivo economico che ha tra i propri perni finanziarizzazione e immobiliarizzazione, e la città come asset. Il genero del re, d’altro canto, lo ha ben chiarito illustrando il master plan della New Gaza con il termine più consono “Sarà un successo catastrofico”. E non abbiamo dubbi sul senso minaccioso della locuzione.

La rendita esiste da sempre, ma un tempo si aveva almeno il coraggio di definirla parassitaria, speculativa, mettendo in luce l’estrazione di valore per solo effetto del diritto di proprietà, in maniera passiva senza impegno lavorativo o investimento produttivo. Ora è dilagante, prepotente. I nuovi dominatori del pianeta, i fondi di investimento, gestiscono masse di danaro incomparabili a quelle generate dall’economia della produzione, che hanno gradualmente fagocitato. Fino ad appropriarsi anche degli ambiti collettivi che in precedenza erano governati dalla statualità, come l’uso dello spazio, i regimi pensionistici, la sanità. Un’espropriazione dei diritti che produce disparità e sta trasformando il welfare state in rentier state.

Ma la sfera che mi preme seguire, e che riconduce al master plan per Gaza, è quella immobiliare, cassaforte della rendita, mercato privilegiato di collocamento finanziario. Un versante su cui lo Stato svolge ruolo determinante attraverso le concessioni edilizie, che definiscono rarità, qualità e destinazione d’uso, ossia il valore, dello spazio. Ma su cui, anziché incaricarsi della cattura delle plusvalenze per investirle nelle dotazioni collettive, va in direzione opposta promuovendone la crescita e privatizzazione – anche escogitando espedienti illegittimi in violazione delle norme.

In Italia, sbeffeggiato Fiorentino Sullo che nel ’63, in pieno boom edilizio, aveva avanzato una proposta coraggiosa in linea con esperienze europee, i tentativi di governare i rendimenti immobiliari iniziano negli Anni 70- 80 in un quadro di venato keynesismo, attraverso pianificazioni di controverso successo specie quando divengono sempre più lasche, flessibili, contrattabili. Non intervengono infatti sul presupposto della intangibilità della proprietà privata. Principio che in altri Paesi era invece accompagnato dalla delega alla statualità a catturare quote di rendita alla radice del processo di valorizzazione urbana per convogliarla sulla città pubblica.

Un vizio costitutivo le cui contraddizioni esplodono dagli Anni 90 in un clima neoliberista di condanna del “pianismo”. Nel frattempo il declino del fordismo ha chiuso imprese, delocalizzato, creato le condizioni per il successo degli extraprofitti passivi, una scappatoia per gli imprenditori, che ritirano gli investimenti dalla produzione acuendone la crisi e trasferiscono i capitali nella finanza e nell’immobiliare. Incentivati da politiche favorevoli ai patrimoni e agli asset, e dall’esiguità delle imposte sulle plusvalenze da urbanizzazione.

La rendita tuttavia è un’arma a doppio taglio, specie se poggiata su strumenti volubili maturati sul debito, infatti accanto ad accrescimenti straordinari dei prezzi degli edifici, si susseguono fallimenti degli arrembanti “furbetti del quartierino”. Fino a che la bolla nel 2008 esplode in Usa con i mutui sub-prime, trascinando l’intero mondo in una recessione rovinosa. Che esordisce da banche e valori delle costruzioni, il cui numero è cresciuto a dismisura disallineato dalla domanda e restano invendute, in particolare quelle che hanno invaso le campagne, con un disordine insediativo e un consumo di suolo insensati.

Bisogna cambiare piazza. E tutti, costruttori investitori amministratori, si persuadono che bisogna abbandonare al loro destino le periferie e puntare sulle centralità per cogliere la rendita differenziale, che si avvantaggia inglobando i beni comuni infrastrutturali e di servizio. E lanciano la “rigenerazione”, formula taumaturgica del presente, ovvero la riconversione degli spazi urbani e dei pochi vuoti, di più alta redditività – ottimizzata in verticale dai grattacieli che tanto piacciono a Trump.E così siamo tornati a Kushner, al più crudele esempio di (ri)generazione di rendita. L’atto finale del genocidio. Con lo spianamento della territorialità, la cancellazione dei luoghi, delle memorie, dei corpi, dell’identità di un popolo.

Pucci Pucci!

 

Le priorità della premier: il comico Pucci a Sanremo


di Selvaggia Lucarelli 

Giorgia Meloni sa quando è il momento di far sentire la sua voce. Non si scomoda per nulla, ma quando la Nazione chiama, Giorgia risponde.
Ieri per esempio il comico Andrea Pucci ha comunicato che ha deciso di rinunciare al ruolo di co-conduttore di Sanremo con Carlo Conti perché l’annuncio della sua partecipazione è stato accolto non troppo bene.
Strano, le sue battute sui gay a cui i tamponi si fanno nel culo o le foto di Elly Schlein sbeffeggiata per le orecchie e la dentatura promettevano così bene.
Eravamo già pronti a un commento all’abbronzato Carlo Conti tipo: “Presenti Sanremo perché hai la musica nel sangue?” e invece niente.
“Quest’onda mediatica negativa che mi ha coinvolto in occasione dell’annunciata partecipazione a SanRemo, una manifestazione così importante che appartiene al cuore del paese, altera il patto fondamentale che c’è tra me ed il pubblico, motivo per il quale ho deciso di fare un passo indietro”, ha frignato il comico. Giorgia Meloni, poco dopo, ha scritto su X: “È inaccettabile che la pressione ideologica arrivi al punto da spingere qualcuno a rinunciare a salire su un palco. Ma anche questo racconta il doppiopesismo della sinistra, che considera ‘sacra’ la satira (insulti compresi) quando è rivolta verso i propri avversari, ma invoca la censura contro coloro che dicono cose che la sinistra stessa non condivide. La deriva illiberale della sinistra in Italia sta diventando spaventosa!”. 

Tanto per cominciare, Pucci ha rinunciato spontaneamente alla conduzione, non risulta che “la sinistra” lo abbia rapito e nascosto nella foresta nera fino alla proclamazione del vincitore del Festival. Ma soprattutto Giorgia Meloni che difende la satira difendendo Pucci è essa stessa satira. Infine tocca rinfrescare la memoria alla paladina del diritto di fare comicità. Proprio Giorgia Meloni nel 2021 ha querelato il comico Daniele Fabbri chiedendogli 20.000 euro di risarcimento perché, invitando tutti a non usare insulti sessisti contro di lei, l’aveva definita scherzosamente “puzzona” e “caccolona”. Il processo è ancora in corso.

Nello stesso anno, per la mia battuta “La Meloni ha rispolverato la trousse Deborah dell’85” (ironizzavo su un suo ombretto con i brillantini), fui accusata dal suo partito – da Guido Crosetto a Daniela Santanchè a tutta la stampa di destra – di bodyshaming. Ricevetti circa 18.000 insulti solo su Fb. Do una notizia: né io né Fabbri ci siamo ritirati frignando. Per fortuna io non sono stata neppure querelata dal suo ombretto che – lo ammetto – avevo offeso in modo imperdonabile. Scusami ancora, ombretto di Giorgia.

domenica 8 febbraio 2026

Prima spegni!

 



Divaricante

 


Invece di difendere una donna presa a sassate dal”comico” Pucci, la Ciociara spara a zero sull’odiata sinistra. E magari, perché no, è anche colpa dei giudici! Daje Gggioggia!

Coverite

 


Laura Pausini, a me simpatica come trascorrere una serata con Galeazzo Bignami, soffre purtroppo di “coverite” una forma strana di alterazione di testi considerati sacri, come l’inno di Mameli, trasformato in canzone alpina dopo molteplici giri di sgnappa. È portata a coverizzare qualsiasi suono, anche ululati di lupi e pianti di upupe abbandonate. Purtroppo la coverite va a braccetto col presenzialismo, per cui oltre a Sanremo, dove coverizzerà tutte le canzoni in gara, potremmo scorgere la sua persone a variegate sagre sparse nella penisola, ove trasformerà canti popolari in cover, a causa della problematica di cui soffre.