sabato 10 ottobre 2026

Rimbombo in core

 

Già la vita! 

In molte zone del mondo il suo valore è uguale a zero o giù di lì.
In altre è curata e viziata, in altre è un transito verso una migliore, ma in tutte si permea un’entità astratta, un chiasmo filosofante (cit.), qualcosa che c’è ma non sembra: l’apparenza.

Tutto è apparenza a cominciare dal nostro sapere: della materia e dell’energia che compongono l’universo ne conosciamo appena il 5%. Un flebile e glaciale cinquepercento. Il resto ci è ignoto, lo misuriamo negli effetti ma non lo comprendiamo. Apparentemente quindi ci sentiamo padroni, fulcri del progetto, la complessità ci ridimensiona al punto che, se il tutto fosse una casa, conosceremmo solo la targhetta apposta all’uscio.

Apparenza, tutto è apparenza. E probabilmente costituisce il Messaggio, per noi che non siamo fermi in questa incredibile corsa verso l’infinito e che non ritorneremo mai nello stesso punto siderale. Apparentemente fermi, in realtà in un enorme movimento. Due dati: giriamo attorno al nostro asse terrestre alla velocità di 1600 km/h – zona equatore – giriamo attorno al Sole alla velocità di circa 107.000 km/h e assieme a tutto il sistema solare ruotiamo attorno alla nostra Via Lattea a 800.000 km/h e tutta la galassia è sparata a velocità inaudite rispetto ad altre strutture cosmiche. Ma in apparenza ci sembra di essere fermi.

E nel quotidiano? Molto facile: tutto è apparenza. Ansimiamo per rimanere giovani con ritocchini e ritocconi, l’arsura di accalappiare enormi risorse sottraendole a molti sventurati è la risposta all’apparenza di voler vivere per sempre. Aborriamo l’idea che un giorno diverremo polvere, che tra cent’anni nessuno si ricorderà più di noi, che le nostre case saranno abitate da sconosciuti, le nostre proprietà diverranno di altri. Apparentemente tutto questo sembra non appartenerci, problema degli altri.

Ma torniamo al messaggio. Mi piace pensare che il misterioso 95% ci parli sottovoce, ogni giorno. Basta guardare un tramonto, uno qualsiasi: ciò che ammiriamo è apparenza allo stato puro. La luce impiega circa otto minuti a raggiungerci, quindi vediamo il Sole com’era otto minuti prima. E quando sembra sfiorare il mare è già sotto l’orizzonte, sollevato ai nostri occhi dalla rifrazione dell’atmosfera. Lo ammiriamo, e non è dove lo vediamo.

E così nella sfera spirituale. Nell’ultimo film di Pif c’è una scena molto esplicativa: l’ateo che vuol conquistare una ragazza molto religiosa si pone una domanda riferita a quando da giovane assistette alla mitica partita Brasile – Italia, quella dei tre gol di Pablito. Lui pregò al tempo sul colpo di testa che Zoff parò a pochi centimetri dalla riga. La sua riflessione: io fui esaudito ma senz’altro in Brasile un altro mio simile anche lui orante verso il Cielo, no.
L’apparenza dell’appagamento di un bisogno grazie all’intervento divino. Apparenza.

Tutti vorremmo vivere cent’anni e addormentarci senza soffrire nel lungo sonno eterno.
Non è così. Scientificamente non può essere, la sofferenza, le disparità, le forbici sociali scatenano morti precoci, le guerre ingigantiscono e velocizzano la fine di migliaia di vite.
Apparentemente siamo dotti, saggi, e padroni del pianeta.
Nella realtà, molte volte, ci trasformiamo in insignificanti mammiferi onnivori ed incapaci di socializzare.

Se portiamo dentro la consapevolezza di vivere nell’apparente, anche il nostro posto nel mondo cambia aspetto: non più padroni, ma passeggeri di un viaggio straordinario e brevissimo. Un’effervescenza biologica.

Costretta

 



Saggio politico

 

Il sogno americano è sempre un incubo


di Daniela Ranieri 

Il nostro maggiore alleato, anche detto “la più grande democrazia dell’Occidente”, sta dando prova di meritare il credito che da 80 anni il resto della parte buona del pianeta gli accorda più che volentieri.

Chiariamo subito che Trump non è un alieno sceso sulla Casa Bianca con la sua navicella, ma che anzi può essere considerato il sintomo più eclatante della malattia americana giunta al suo stadio terminale. Trump è un catalizzatore del sadismo individualista che è diventato il marchio di fabbrica di ogni processo sociale che interessi il suolo e il popolo americano.

La storia di Christa Pike, giustiziata in Tennessee per punire un omicidio da lei commesso 30 anni fa e sopravvissuta a due iniezioni letali di pentobarbital, è solo un capitolo allucinante dell’utopia negativa americana. Fin dall’infanzia, Christa Pike ha assorbito come un parafulmine tutte le iniquità possibili prodotte dalla sua patria, divisa nelle due caste dei ricchi (e ricchissimi) e dei dannati. Figlia di genitori alcolisti, vittima fin da bambina di abusi da parte del compagno della nonna e di altri uomini durante l’adolescenza, rinchiusa in un centro di rieducazione per aver tentato il suicidio, Christa (nome a sua volta atrocemente esatto) a 18 anni ha ucciso brutalmente una sua compagna di scuola insieme al suo fidanzato, che la scampò perché aveva 17 anni. Il suo avvocato d’ufficio non ritenne di raccontare la sua storia, che avrebbe potuto procurarle delle attenuanti. La sfortuna che ha contrassegnato la vita di Pike ha voluto che le iniezioni letali, fatte da solerti boia-agenti penitenziari, non da medici, non funzionassero, e che lei fosse portata in ospedale – una di quelle cliniche super-efficienti che vediamo nelle serie Tv, a cui hanno accesso solo gli assicurati – dove è stata tenuta in coma perché guarisse e fosse di nuovo pronta per l’esecuzione.

Forte di questa bella ed edificante vicenda, il ministro della Guerra, Pete Hegseth, ha appena annunciato che l’esecuzione per fucilazione del musulmano Nidal Hasan, lo psichiatra dell’esercito Usa che nel 2009 uccise 13 persone nella base militare di Fort Hood, sarà trasmessa in diretta streaming. Tutti gli americani perbene devono goderne. Hegseth è lo scimmione ariano che citò le Sacre Scritture, precisamente il libro di Ezechiele, ma nella versione rivista da Quentin Tarantino in Pulp Fiction. Veterano di guerra in Afghanistan e Iraq e poi star di Fox News, Hegseth ha un tatuaggio sul bicipite destro con scritto: Deus Vult, in latino “Dio lo vuole”; però non sa distinguere un testo biblico da un film. Deus Vult è un grido di battaglia associato alle Crociate: Dio voleva lo sterminio degli infedeli, dei musulmani; recentemente è stato ripreso dai movimenti suprematisti bianchi e neo-nazisti per evocare la “guerra santa” contro l’Islam, integrandosi nel simbolismo dell’alt-right. Il premier israeliano Netanyahu, non a caso, cita il Deuteronomio per giustificare il genocidio dei palestinesi, indicati come il popolo delle tenebre. Il suo governo di sadici messianici può sterminare gli infedeli o espellerli dalla loro terra per dare agli israeliani il loro “spazio vitale”, espressione nefasta che accompagnò crimini orribili perpetrati proprio contro gli antenati del popolo eletto. Il suprematismo biblico è l’anima del sionismo, ma anche degli eredi trumpisti del Ku Klux Klan, i migliori alleati di Israele.

Ai nostri benpensanti filo-americani piace credere che l’agente di questa degenerazione sia Trump, che aveva promesso di terminare le guerre in Ucraina e Medio Oriente e poi ha bombardato l’Iran insieme a Israele e minaccia la Groenlandia. Ma questo è falso: gli Usa, pacieri del mondo, non hanno fatto che portare morte e distruzione ovunque. J. F. Kennedy, Democratico: di fatto, fu l’iniziatore della Guerra del Vietnam, nonché il presidente della Baia dei Porci, il tentativo fallito di invadere la Cuba di Fidel Castro nel 1962. L. B. Johnson, Democratico: escalation della guerra in Vietnam e invasione della Repubblica Domenicana per rovesciare il governo socialista di Juan Bosch Gavino. Nixon, Repubblicano: bombardamenti a tappeto del Nord Vietnam, Cambogia e Laos. Carter, Democratico: benché non abbia iniziato guerre, quando l’Urss invase l’Afghanistan nel 1979 mandò aiuti militari segreti ai mujaheddin afghani. Reagan, Repubblicano: invasione di Grenada nel 1983 per impedire che un regime filo-marxista si affiancasse a quello cubano; bombardamento di Tripoli nel 1986 per colpire Gheddafi. George W. Bush, Repubblicano: Prima guerra del Golfo; invasione di Panama per rovesciare Manuel Noriega. Bill Clinton, Democratico: invio di truppe in Somalia; raid aerei contro i serbi di Bosnia per costringerli a trattare e invio di una “forza di pace” nei Balcani, a cui noi italiani abbiamo partecipato con solerzia; nel 1998, in risposta agli attentati di al Qaeda, bombardamenti in Afghanistan e Sudan; un anno dopo, col nostro aiuto, Guerra del Kosovo per rovesciare Milosevic. Obama, Democratico, Nobel per la Pace: oltre ai noti interventi in Siria, Libia, Iraq e Afghanistan (più di un milione di morti civili), ha bombardato Yemen, Somalia e Pakistan. Secondo alcuni analisti, è stato il presidente Usa che ha tenuto in guerra gli Stati Uniti per più tempo.

“Il sogno americano è diventato un incubo”, leggiamo sui giornali filo-Nato. Ben svegliati. È lecito credere, invece, che il sogno americano sia sempre stato un incubo e che la sua forma attuale non sia che il risultato della sua naturale evoluzione. Gli americani, discendenti di esuli provenienti da Inghilterra, Spagna, Francia e Paesi Bassi tra XVII e XVIII secolo, camminano sulle ossa di 100 milioni di nativi americani, sterminati da guerre deliberate, epidemie e carestie perché i pionieri potessero guadagnarsi il loro posto al sole. Il sogno americano è individualismo, istinto predatorio, mancanza di società civile se non come consorteria di complici o clan, classismo, fede nelle virtù taumaturgiche della competizione e del mercato, privatizzazione di beni pubblici, rapace conquista dell’oro da parte di pochi soggetti “meritevoli”. È questo il tipo antropologico che ci fa da modello: lavorando sodo, adulando i superiori, rinunciando alla vita naturale a favore di un tempo di lavoro continuo che, grazie ai device digitali, ha invaso tutti gli ambiti della vita attiva, i vincenti riescono ad accaparrarsi la loro quota di fortuna a scapito dei sommersi. La vittoria di Trump è frutto dell’odio per i Dem e dell’alacre lavoro di lavaggio dei cervelli messo in atto dalle Tv e dai social in mano ai magnati detentori di immani ricchezze. È pura dialettica marxiana: il “diritto alla felicità” stabilito dalla Dichiarazione d’Indipendenza del 4 luglio 1776 porta dritto alla diretta streaming di una fucilazione. La società capitalistica non può che condurre alla psicosi sadica; l’accumulazione di ricchezza privata, mentre aumentano i mendicanti e i drogati di Fentanyl, non può che portare agli arsenali nei capanni e alle pistole vendute nei supermarket. La società Usa tritura i popoli nella più abietta povertà finché non ne rimane più niente di umano.

Ops!

 



Natangelo

 



L'Amaca

 

Suprematisti

umani


DI MICHELE SERRA


Mentre il capo del Pentagono Pete Hegseth (miles ingloriosus) introduce

la fucilazione in pubblico — il pubblico immenso della rete — per maggior

gloria degli Stati Uniti d'America, i radical chic scandinavi infliggono a

Trump il peggiore degli oltraggi, dando il Nobel per la Pace non a lui, che

lo pretendeva per misteriose falle della sua psiche, ma a una giudice

internazionale, Navi Pillay, che dirige la Commissione di inchiesta

dell'Onu su Gaza, e ha imputato Israele di genocidio.

Donald già progetta ritorsioni economiche (pensa solo ai soldi) contro la

Corte Penale Internazionale, luogo di formazione di Pillay: odia tutto ciò

che è sovranazionale — a cominciare dall'Onu — odia chiunque, persona o

istituzione, valuti i diritti umani uguali ovunque. Navi Pillay si occupò

dell'apartheid in Sudafrica (il suo paese), poi delle stragi in Ruanda. Da

giurista, lo stesso criterio ha applicato a Gaza. Per questo la giuria del

Nobel loda la sua "bussola morale", per questo i governi suprematisti di

Usa e Israele, che non hanno vaga idea dell'uguaglianza tra gli esseri

umani, sono furibondi.


Vietato fare finta che non sia indispensabile prendere parte a questa

disputa, che in questo momento divide il mondo in due. O si sta con chi

crede nel superiore interesse della Nazione (la sua), o si sta con chi crede

che esista, eccome, una inviolabile supremazia della persona umana. I

suprematisti umani, pochi o tanti che siano, sono l'opposizione attiva ai

suprematisti di razza, di Nazione, di religione. Bisogna darsi da fare, non

tutto è perduto.

PS — È probabile che la giuria del Nobel non voglia premiare Trump

soprattutto perché è terrorizzata dal discorso che costui pronuncerebbe

nella cerimonia di consegna.


Proprio delle fetecchie!

 

Totò terzo uomo 


di Marco Travaglio 


L’arrapante dibattito sul “terzo nome” per evitare le primarie Conte- Schlein ricorda un film di Mario Mattoli: Totò terzo uomo, dove il Principe interpreta i tre gemelli Frittelli – Pietro, Paolo e Totò – in una raffica di gag ed equivoci (Pietro, “pignuolo” e “tutto d’un pezzo”, ha il tic di una tossetta sulle note della Marcia Reale). Ma quella è alta comicità: nulla a che vedere con i penosi caratteristi che dispensano consigli e diktat contro le primarie e, se fanno ridere, è a loro insaputa. Queste macchiette esaltavano i gazebo come una geniale invenzione di Prodi e Veltroni, li usavano per screditare i voti online dei “grillini”, li magnificavano come “grandi mobilitazioni di popolo” in antitesi al berlusconismo “padronale” e “di plastica”, turibolavano i vincitori (Prodi e Bersani per la premiership; Renzi, Zingaretti e Schlein per la leadership) come appena usciti dal fonte battesimale. Ora che, per la prima volta, il Pd rischia di perderle e i 5Stelle di vincerle, le primarie sono diventate una ciofeca, un abominio “divisivo” da evitare come la peste nera. E persino la Schlein, segretaria Pd proprio grazie alle primarie aperte, le equipara all’altro sistema di selezione: quello che premia chi ha più voti di partito e che nel 2013 avrebbe consacrato il suo rivale Bonaccini. Purtroppo sia quel sistema sia il “terzo nome” a tavolino metterebbero in fuga un bel po’ di elettori. Che chi vuol battere la Meloni dovrebbe studiare. I sondaggi e i dati delle ultime elezioni nazionali e locali danno tre certezze.

1) Gli elettori del Pd che si asterrebbero con Conte candidato premier sono molti meno di quelli del M5S (e di Avs) che si asterrebbero con la Schlein. Non è una questione personale: l’elettore medio Pd si fida di Conte (visto come tutt’uno col M5S) più di quanto l’elettore medio M5S si fidi della Schlein (vista come ostaggio dei 7 o 8 partiti denominati Pd).

2) Chi non ama Conte o la Schlein sarà meno portato ad astenersi se l’uno o l’altro sarà uscito dalle primarie e non da un caminetto aumma aumma.

3) Tutti gli innumerevoli “terzi nomi” sfornati dai nemici delle primarie farebbero perdere molti più elettori di quanti ne farebbero perdere Conte o la Schlein. Che ha fatto benissimo a respingere la proposta di Conte di cercare un terzo nome: chiunque esso sia, anche la pompatissima Salis, non assicurerà mai tanti voti quanti ne portano, nell’ordine, Conte e la Schlein. E la scelta, se si vuole battere la Meloni, è solo fra quei due. Con le primarie. Tertium non datur. Chi dice che “con quei due non si vince” sa benissimo che si vince solo con loro. Ma deve piazzare un altro cocco delle élite per evitare che in Italia cambi qualcosa. Cioè per mettere al posto della Meloni qualcuno che, sulle cose serie, fa come la Meloni.