Prolasso alle gònadi
Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
giovedì 24 settembre 2026
L'Amaca
California
dreaming
DI MICHELE SERRA
La California — uno degli Stati dai redditi più diseguali nei già molto
diseguali Stati Uniti — sottoporrà a referendum la proposta di una tassa
del 5 per cento, una tantum, sui patrimoni superiori al miliardo di dollari.
Come ha spiegato Walter Galbiati su questo giornale, la tassazione media
su questa ristretta cerchia di patrimoni mastodontici (negli ultimi dieci
anni triplicati di valore) è stata fin qui dell'1,4 per cento. Avete letto bene,
la virgola è al posto giusto. Gli stipendi e i redditi da lavoro sono tassati
almeno dieci volte tanto, per avere un'idea di che cosa si sta dicendo
quando si dice «hanno vinto i ricchi» (cito il titolo dell'illuminante
pamphlet di Riccardo Staglianò).
Ma l'aspetto più sbalorditivo, forse, è un altro. Se questa legge di
iniziativa popolare dovesse vincere il referendum ed entrare in vigore,
sarebbe la prima volta nel mondo. Nessun governo di nessun Paese a
economia di mercato ha mai pensato di cercare i soldi per il welfare là
dove i soldi si accumulano, e lievitano a dismisura, protetti da un sonno
fiscale inspiegabile. O spiegabile solo con la complicità politica della
destra e l'impotenza politica della sinistra.
Non so se anche altrove, come in Italia, valga l'assurda idea che la parola
"patrimoniale" terrorizzi, chissà perché, le masse degli elettori, che
invece con ogni evidenza, in larghissima maggioranza, da una ristabilita
proporzionalità fiscale trarrebbero solo vantaggi. Certo avvilisce l'inerzia,
lunga almeno tre decenni, grazie alla quale la ricchezza è diventata un
potere smisurato, in grado di determinare le sorti del mondo
indisturbata, incontrollata. Potere giudiziario, potere legislativo, potere
esecutivo sono ormai la forma di una sostanza mutata strutturalmente: è
il potere finanziario il più potente e il più autonomo. Conta di più un
miliardario di un premier.
Ronf Ronf Genty
Gentiloni salva l’europa con le ricette di Draghi
“L’Europa lontana, assente, impotente, muta. L’Europa incapace di imporre la pace in Ucraina. L’Europa che non la smette di adulare Trump”. Un bel tricolon, cioè una serie di 3 frasi (di cui la prima con ben 4 aggettivi), fondato su un’anafora per dare enfasi (“L’Europa” ripetuto a inizio frase), apre il libro Diventare una potenza. Istruzioni per una rivoluzione europea (Rizzoli) firmato da Paolo Gentiloni, ex premier ed ex commissario europeo, oggi presidente di quel ramo della Banca Europea per gli Investimenti fuori dalla Ue. Gli tocca sfoderare tutte le armi della retorica per scaldare i cuori e farci amare l’Europa, intesa non come Continente ma come Unione fondata su un Parlamento che però non conta niente, e infatti i suoi araldi ne usano a tonnellate, di retorica; vedi l’ultima fatica del sommo europeista Mario Draghi, dal titolo Competere o sparire (Rizzoli), basato su una fallacia del falso dilemma tipo il famoso “la pace o i condizionatori”, dopo la lettura viene la tentazione di rispondere: sparire.
La trama gentiloniana è avvincente, ed è la stessa dello spy-action di Draghi: “Siamo sotto assedio, per la minaccia di Putin e l’abbandono di Trump”. Dobbiamo recuperare l’“orgoglio europeista”. Per farlo, Gentiloni, già autore nel 2018 de La sfida impopulista, manuale per battere le destre sovraniste (infatti nel 2022 trionfò Meloni), impersona l’anti-europeista grullo: “Questa Unione Europea ossessionata dalla transizione verde e che si ostina a volerci privare del gas russo. Questa Europa col feticcio della concorrenza e il tabù del debito pubblico” (qui ricorda il Verdone di Acqua e sapone che si fingeva prete: “Questo Cristo che s’immola. Questo Cristo che si sacrifica…”). E prosegue, provocatorio: “Ora vuole addirittura costringerci a spendere per la difesa. Provvedessero i tedeschi”: capito la strategia? Profanare la sacra Unione con una raffica di luoghi comuni (“È un mostro di burocrazia, va fermato”), riducendo a macchietta chiunque dubiti della bontà del riarmo deciso dalla Commissione (ma in realtà ispirato dallo Spirito Santo), per poi squadernare le pregevolezze della suddetta Unione. Quali? Beh, “una sanità pubblica gratuita e di ottimo livello”. Vero: dev’esser per questo che quando ha governato il partito di Gentiloni, nella persona di Renzi, la Sanità è stata definanziata più che da tutti gli altri governi; per questo, anche, alcuni governatori Pd, come Zingaretti nel Lazio, hanno dato un pacco di soldi agli ospedali privati tagliando posti letto pubblici per uscire dal commissariamento. Conti in ordine: il primo comandamento del neoliberismo che ha eroso il welfare. Peraltro Germania, Francia, Belgio e Austria hanno un sistema di assicurazioni private o semi-private obbligatorie.
Bando alle ciance: “Le ingiustizie dilagano ovunque, ma il modello europeo riesce almeno ad attenuarle perché si avvantaggia di tassazione progressiva”, scrive Gentiloni. Vero: peccato per quelle maledette flat tax che negano la nostra Costituzione, come quella per i super-ricchi di soli 100mila euro forfettari l’anno, innalzata a 200mila da Meloni! Chi l’ha fatta? Renzi; ma in quel governo Gentiloni era solo ministro degli Affari esteri, praticamente un consulente pro bono. “Ecco, queste sono le voci di chi dall’Europa vorrebbe tutto, a condizione che non possa fare nulla. La mia è una voce fuori dal coro”. Ecco, quando uno pensa a Gentiloni pensa proprio alla voce fuori dal coro, critica, coraggiosa, anticonformista. Infatti anche lui offre l’obolo al semidio che ha salvato l’euro, ripetendo la parola-chiave per accreditarsi presso il potere vero: “federalismo pragmatico”, il Fidelio già pronunciato da Schlein nell’intervista rilasciata al Foglio per ingraziarsi l’establishment, che dovrebbe significare una federazione di Stati con chi ci sta, con una Difesa unica, aperta anche a Ucraina e Regno Unito. E poi bisogna ritrovare “il grido fondativo dell’unione tra europei”: “Mai più la guerra!” (continuando a riarmarsi, certo) a cui sono seguiti “decenni” di pace; possono confermarlo i cittadini di Belgrado, a cui abbiamo impartito la lezione a forza di bombe griffate Nato per 78 giorni a partire dal 24 marzo 1999.
Insomma: Gentiloni ha un sacco di idee (fosse stato al governo italiano o almeno alla Commissione Ue!) e il suo “tosto pamphlet” (Repubblica) è la continuazione del libro di Draghi con altri mezzi: lì il pericolo era “l’ostilità di Putin”, qui è direttamente “l’espansionismo di Putin”. Ecco perché tanta retorica: “ci vuole più Europa” vuol dire che, visti i bei risultati della vecchia politica di tagli alla spesa pubblica, ora devono farci ingoiare il riarmo e altre armi all’Ucraina, dandosi pure arie da padri della Patria. Scommettiamo che il prossimo candidato dei Buoni alla presidenza della Repubblica, contro qualche nostalgico del Fascio littorio, sarà uno dei due eroici autori.
Non sanno che fare
Prima il non-programma
Ieri, proprio nel giorno del nostro 17° compleanno, mi è capitato di scompisciarmi leggendo il Fatto. Cosa che di solito mi accade con i giornaloni. L’articolo è quello di Wanda Marra sulla caccia al tesoro in cerca del programma del Pd. Wanda ovviamente non c’entra, come sempre è stata brava: lo sghignazzo nasce dalle risposte che ha ricevuto dai piani alti del Pd, una via di mezzo fra una gag di Corrado Guzzanti e un film dei Monty Python. Il punto di partenza è il mantra della “testardamente unitaria” Elly Schlein ogni volta che le chiedono delle primarie: “Prima il programma e poi i nomi”. E la gente pensa: ammazza che volpe, questa avrà il programma in tasca e sfida gli altri partiti a darsene uno. Invece domenica i 5Stelle hanno votato il loro, mentre quello del Pd non risulta. Ma cos’è il genio? “È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione” (Amici miei atto II). E al Nazareno i geni si sprecano. Quindi, alla domanda su dove sia il programma, o quando verrà deciso, votato e diffuso, rispondono così: “Il programma è l’intervento di Schlein alla Festa dell’Unità di Reggio Emilia e si trova sul sito del Pd”. Il che è vero: c’è il discorso di 110 minuti e c’è il testo in “versione integrale”, per collezionisti, consta di 11.551 parole e 72.714 caratteri. Brevi (si fa per dire) cenni sull’universo, una lunga lista di bei sogni, ma nulla che somigli vagamente a un programma: che richiede precisione, dati, cifre e coperture. Tant’è che ha fatto più notizia una frase netta e comprensibile di Virginia Libero. Anche perché non siamo la Cina, che segue piani ventennali e cinquantennali. In Italia è grasso che cola se hai cinque anni interi per fare dieci o venti cose.
In 11.551 parole, “riarmo” ricorre una sola volta, per denunciare “la pericolosa corsa al riarmo nazionale di 27 eserciti ancora scoordinati tra loro”, peraltro decisa dalla Commissione Ue sostenuta dal Pd. Quindi, se è pericolosa, il Pd annullerà l’impegno preso anche col suo voto? Mistero. E il riarmo Nato al 5% del Pil (100 miliardi l’anno dal 2035)? Mai citato, anzi mai citata la Nato. E l’Ucraina? “Ha subìto un’aggressione criminale da Putin” e “non è accettabile che si riscrivano i confini con le armi”, non sia mai, ergo “chiediamo all’Ue un’iniziativa diplomatica e politica, che fin qui è mancata, per contribuire a una pace giusta, che non è la resa alle ragioni dell’aggressore”. E sia chiaro, “basta doppi standard insopportabili”: sanzioniamo pure Israele, anche se Gaza non è mai citata. E l’aggressione di Usa e Israele all’Iran? Nemmeno una parola, a parte l’esecrazione per “il brutale regime teocratico di Teheran”. Quindi lì i doppi standard insopportabili vanno benissimo. Anni fa Grillo inventò il non-statuto dei 5Stelle. Ora abbiamo il non-programma del Pd.
mercoledì 23 settembre 2026
L'Amaca
Non nominarlo invano
DI MICHELE SERRA
Fa piacere sapere che i testimoni di Geova, di qui in poi, possano fare
trasfusioni di sangue senza sentirsi dannati dai loro stessi fratelli. Però
mette un certo disagio, forse anche una certa angoscia, pensare che l'uno
e l'altro pronunciamento, quello degli anni Quaranta che vietava le
trasfusioni, e questo del 2026, che le ammette, derivino da una
interpretazione delle Scritture — in specie una lettera di Paolo ai Galati —
che definire cervellotica è poco. A meno che Paolo di Tarso (o altri suoi
coevi) abbiano inteso pronunciarsi direttamente, duemila anni fa, su una
pratica medica che ha i suoi primi tentativi documentati alla fine del
quindicesimo secolo.
Testi vecchi di due millenni, passati attraverso inevitabili riscritture e
manipolazioni (chissà quanti equivoci e quanti lost in translation, nei
testi sacri di tutte le religioni), sottratti al loro contesto storico, alle
usanze e alle conoscenze di cento generazioni fa: come possono essere
"legge", o ispiratori di legge, per masse sterminate di esseri umani (non
solo i Testimoni di Geova)? Chi si arroga il diritto di usare quelle parole
antiche e non sempre di significato decifrabile per condizionare la vita e
la morte di chi vive qui e oggi, si prende una responsabilità enorme.
Forse perfino superiore, nei suoi effetti, alle responsabilità dei più
potenti capi di Stato.
Che cosa c'entra Dio, ammettendone l'esistenza, che cosa c'entrano la
spiritualità e il sentimento religioso con le trasfusioni di sangue, con i
tabù alimentari, con la sottomissione della femmina al maschio, con le
dispute territoriali? Con quello che accade nel mondo può apparire una
domanda non così urgente. Ma se fosse invece la più urgente di tutte?


