Qusra, tra le strade assediate dove la destra cerca la spallata per cancellare la Cisgiordania
di Francesca Mannocchi
Da nove giorni Abdel Karim Hassan dorme in macchina, sulla collina che guarda Ras al-Ain. Davanti a lui, sul crinale, ci sono tre case, e in una ci sono le sue figlie. Le sorveglia perché nessuno ci arrivi senza che lui l'abbia visto per primo: se i coloni si muovono, il telefono squilla prima che attacchino di nuovo. Ieri mattina ha chiamato sua figlia Aisha, dice che a Qusra il cibo c'è, una delegazione dell'Unicef è riuscita a farlo arrivare, i soldati li hanno fatti passare e hanno lasciato alla famiglia una sola disposizione: non affacciarsi alle finestre, per nessun motivo. Aisha è chiusa in casa dal 9 agosto, da quando, nove giorni fa i coloni sono scesi da Tel Talpiot, l'avamposto sul versante ovest del villaggio, illegale anche per la legge israeliana: lo hanno fondato sei mesi fa occupando cinque case palestinesi incompiute, portandoci tende, cisterne e greggi.
Da dicembre hanno ripetutamente tagliato l'acqua e la luce alle case di Qusra, e ogni volta il comune le ha ripristinate, poi il nove agosto sono tornati, hanno piantato una tenda, sbarrato i cancelli e la strada, hanno reciso di nuovo le linee di acqua e luce, e da quel momento le quindici persone delle famiglie Hassan e Abu Rida non hanno potuto lasciare il villaggio. Due sono bambine piccole.
Pochi chilometri più a nord c'è Esh Kodesh, che vent'anni fa era quello che Tel Talpiot è oggi, baracche e caravan piantati senza permesso su terra palestinese, e che nel 2025 il governo israeliano ha legalizzato retroattivamente. Da lì vengono molti dei ragazzi delle colline, sempre con lo stesso metodo. Prima si pianta la tenda, poi arrivano le baracche, poi l'allaccio all'acqua, poi i fondi pubblici, e alla fine il decreto che sana quello che è nato illegale.
Il sindaco Abdul Azim al-Wadi dice che Qusra è chiusa da est, da sud, da ovest e da nord, e non parla di questi nove giorni, parla di Migdalim e Shilo, costruite sulla terra del villaggio, dei tre avamposti aggiunti negli ultimi vent'anni, dei posti di blocco, delle strade sbarrate. L'assedio della collina è arrivato dentro un assedio più antico, e chi vive qui lo misura in caravan comparsi una notte e mai più rimossi.
Il 9 agosto, all'inizio dell'assedio, le famiglie hanno chiesto protezione all'esercito. Le telecamere di sicurezza mostrano i soldati arrivare, salutare con familiarità i coloni e unirsi alla loro preghiera; nei giorni successivi, però, l'esercito è tornato insieme alla polizia di frontiera e ha smontato la tenda che i coloni avevano piantato. A quel punto dagli avamposti circostanti ne sono arrivati altri a decine, hanno trascinato massi sulla strada e lanciato pietre fino a costringere i militari a ritirarsi. La risposta è arrivata la mattina seguente, quando Ras al-Ain è stata dichiarata zona militare chiusa: da allora nessuno può raggiungere le tre case da Qusra e nessuno può lasciarle. L'assedio imposto per nove giorni dai coloni è finito così dentro un altro isolamento, questa volta stabilito dall'esercito. Anche Washington è intervenuta. Mike Huckabee, l'ambasciatore americano che per anni ha difeso gli insediamenti e rifiutato perfino la parola «occupazione» per definire la presenza israeliana in Cisgiordania, ha chiesto pubblicamente che l'assedio finisse. È un intervento che pesa proprio per chi lo pronuncia: se a denunciare ciò che accade a Qusra è uno dei più solidi alleati politici del movimento dei coloni negli Stati Uniti, significa che quella vicenda ha oltrepassato anche i margini molto larghi entro cui Washington ha finora tollerato l'espansione degli insediamenti e la violenza che l'accompagna.
L'assedio, però, continua. E continua mentre Israele entra nella campagna elettorale per il voto del 27 ottobre, il primo dopo il 7 ottobre 2023 e quasi tre anni di guerra, in un Paese nel quale nel frattempo è cambiato profondamente anche il posto che la questione palestinese occupa dentro la destra.
L'estrema destra arriva a queste elezioni con un paradosso, perché Smotrich rischia di non superare la soglia di sbarramento e Ben-Gvir tenta di consolidare e ampliare il proprio consenso attraverso una radicalizzazione ulteriore del linguaggio. Proprio ieri ha parlato della necessità di uccidere ogni notte decine di persone a Gaza, ha rilanciato il ritorno degli insediamenti israeliani nella Striscia e l'idea di favorire l'emigrazione dei palestinesi. Smotrich e Ben-Gvir possono perdere seggi dopo avere spostato il terreno sul quale si svolge la competizione, possono indebolirsi elettoralmente mentre alcune delle idee che li rendevano marginali dieci anni fa sono diventate patrimonio di una parte molto più larga della destra. La nascita di uno Stato palestinese, che per decenni aveva costituito almeno formalmente uno degli esiti possibili del conflitto, è oggi respinta dalla quasi totalità della coalizione di governo, l'annessione della Cisgiordania viene discussa apertamente, l'espansione degli insediamenti non viene più presentata soltanto come una realtà da amministrare, ma viene rivendicata come strumento per impedire una futura sovranità palestinese. E per Netanyahu il problema elettorale nasce precisamente qui, perché deve provare a recuperare gli israeliani che dopo il 7 ottobre hanno abbandonato il Likud, contenere l'opposizione e contemporaneamente impedire che Ben-Gvir trasformi ogni esitazione del primo ministro in una prova della propria superiorità ideologica. È dentro questa competizione che la Cisgiordania diventa qualcosa di più di uno dei dossier della campagna elettorale. È il luogo nel quale la destra può mostrare ai propri elettori risultati già ottenuti e l'estrema destra può sostenere che occorre andare oltre.
Nelle stesse ore in cui le famiglie di Qusra entravano nel nono giorno di assedio, Jared Kushner incontrava Netanyahu a Gerusalemme, in arrivo dal Cairo, dove ha incontrato Khalil al-Hayya, il capo negoziatore di Hamas. Hanno parlato del futuro di Gaza, del disarmo di Hamas, del ritiro israeliano e di ricostruzione. È difficile separare quel negoziato dalla campagna elettorale che sta cominciando. Ogni ipotesi di ritiro, ogni concessione sulla futura amministrazione palestinese, ogni passaggio del piano americano può essere utilizzato da Ben-Gvir per accusare Netanyahu di restituire attraverso la diplomazia ciò che Israele ha conquistato con la guerra e Netanyahu sa che deve negoziare con Washington guardando contemporaneamente alla propria destra. A Gerusalemme e al Cairo si negozia il futuro politico dei palestinesi. In Cisgiordania, intanto, quel futuro viene ristretto sul terreno: dagli insediamenti, dagli avamposti, dalle terre che diventano inaccessibili, dalle comunità che si svuotano.
Qusra racconta precisamente questo scarto: mentre la diplomazia discute di ciò che potrebbe esistere domani, la geografia sulla quale dovrebbe esistere cambia ogni giorno. Quando cala la sera a Qusra i soldati israeliani sono ancora intorno alle tre case assediate, nella zona ormai dichiarata militare. Abdel Karim Hassan sa che sua figlia Aisha passerà un'altra notte lì dentro. Il cibo consegnato dall'Unicef è servito a guadagnare qualche giorno. Le case sono ancora lì e appartengono ancora alle famiglie palestinesi che le abitano. Nessun provvedimento ne ha cambiato la proprietà, nessuna legge ha cancellato i diritti dei loro proprietari, nessuna nuova linea è comparsa sulle mappe. Da nove giorni quelle case continuano ad appartenere a chi le abita, ma abitarle non è più un diritto che possono esercitare liberamente.



