Effetti collaterali degli Spritz!
Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
Vannacci brilla sempre più per pochezza. A molti fa paura. Nella realtà è un “politico” così vuoto, retrogrado e politicamente analfabeta (con rispetto parlando) che più che altro fa ridere.
Citazionismo. Vannacci è il classico tipo che nella vita ha letto sì e no un libro (quindi un libro in più di chi lo vota) e se ne vanta. Al tempo stesso, avverte però il bisogno di darsi un tono quando parla in pubblico. Da qui i riferimenti a Giulio Cesare, von Clausewitz e Almirante. Dei primi due conosce (forse) i luoghi comuni, del terzo conosce il fascismo e la spiccata propensione all’antidemocrazia. Ritenendole entrambe delle caratteristiche di pregio.
Povero Dalla. Come inno, Vannacci ha scelto Futura di Lucio Dalla. Così, a caso. E a spregio.
Terza persona. Vannacci parla di sé in terza persona: non accadeva dai tempi di Alberto Tomba. “Mi chiamo Vannacci, mandateci al governo e ci riusciremo”; “Applicherei la politica di Vannacci rispetto alla remigrazione prevedendo e stipulando accordi bilaterali”. Chiamare la neuro, no?
Retorica bellicista. La retorica di Vannacci è intrisa di patria, guerra (“Siamo in trincea”), “preghiere del paracadutista francese” e altre banalità tipiche di un Sergente Maggiore Hartman figlio di un regista minore (per Vannacci e vannacciani: il Sergente Maggiore Hartman era uno dei protagonisti di Full Metal Jacket). Vannacci è il classico destrorso non più giovanissimo che ostenta coraggio e machismo, sapendo di difettare oltremodo in entrambi.
Feccia. “Siamo figli di nessuno, la feccia, lo scarto, e siamo orgogliosi di esserlo”. In apparenza, quello di Vannacci sembra un autoritratto troppo brutale. Poi però uno pensa a quelli che sta raccattando – Ravetto, Bergamini, Pozzolo, Rinaldi, Borghezio, Furgiuele – e pensa che tutto sommato anche in Vannacci esistono stille di realismo politico.
“Voglio la tormenta e la rissa”. La tormenta (ai nostri zebedei) l’ha già ottenuta. Quanto alla rissa, se ci fosse sarebbe il primo a scappare. In accappatoio leopardato.
“L’Italia agli italiani”. E poi “lotta all’islamizzazione”, “alla dittatura Lgbtq+” e altre menate. Vannacci parla come parlavano Meloni e Salvini prima di inginocchiarsi all’establishment. Pari pari. E una volta al potere, Vannacci seguirà la stessa strada. Pari pari. Uomo politicamente pavidissimo, noiosissimo e prevedibilissimo.
Sestante. “Eventualmente saremo il sestante della coalizione, che dà la rotta”. Lo ha detto davvero. E la cosa notevole è che nessuno gli ha riso in faccia.
Remigrazione. Che cos’è? “L’allontanamento di elementi esogeni alla nostra cultura”. Ed è subito Goebbels Time!
Giornalisti boia. Vannacci adora attaccare i giornalisti, rei di spiarlo (?) neanche fosse il Colonnello Kurtz (??). Troppa grazia: nel film di Coppola, quel personaggio era interpretato da Marlon Brando. Per uno come Vannacci, basterebbe Jerry Calà. O al massimo Pucci.
Dizionari. “I gay non sono normali, lo dice anche il dizionario Zingaretti”. Invece il Devoto-Schlein ne dà una definizione diversa.
“Il femminicidio non esiste”. E ormai neanche più la decenza.
Parole di troppo. “Hanno detto che siamo gli utili idioti della sinistra”, si è lamentato Vannacci. Se non ci fossero state quattro parole di troppo (le due prima e le due dopo della settima), sarebbe parsa una frase quasi perfetta.
Io so’ io. “Perché dovrei riuscire dove Meloni ha fallito? Perché io sono Vannacci”. Ma vai a letto, bischero!
Concludendo. Voi direte: uno così caricaturale e disastroso non prenderà mai voti. Al contrario: proprio perché così caricaturale e disastroso, prenderà vagonate di voti. Viva l’Italia!
Se cade anche il secondo muro
di Michele Serra
Siamo così abituati a lagnarci dei tempi che corrono che rischiamo di perderci anche qualche vantaggio connesso. Per esempio: l'aria nuova, la sensazione non solo rovinosa, anche stimolante, che tutto stia cambiando a una velocità insospettabile fino a pochi anni fa. Come se non solo qualcosa di pauroso, anche qualcosa di sorprendente fosse alle porte.
Non ci annoia, insomma, e si è costretti a rimettere in ordine i pensieri. A partire dall'idea che «Occidente» sia un concetto in cocci, almeno nella sua configurazione atlantista, e che la diretta conseguenza sia l'obbligo di ragionare su altre basi, immaginare altri scenari. A ogni piè sospinto leggiamo o sentiamo che qualcuno, in Europa, dichiara che «dobbiamo fare a meno dell'America». Politici, analisti, intellettuali, ormai è un coro. Si profetizzano o si auspicano il Canada «europeo», il Giappone quasi, Pakistan, Turchia e sauditi nuovi custodi degli equilibri mediorientali, con l'Iran che forse dovrà fare i conti con i suoi confinanti islamici più che con la lontana America.
Si leggono (almeno così mi capita) le parole degli analisti e degli esperti di politica estera con una curiosità molto superiore rispetto al passato, cercando orientamento in un mondo che assomiglia sempre di meno a quello nel quale abbiamo vissuto fino a qui. Il pigro cerimoniale dei governanti europei che stringono la mano ai presidenti americani pronunciando le prevedibili formule di uno scontato vassallaggio appartiene al passato. In fondo, dopo il muro di Berlino, ne sta cadendo un altro, non così visibile ma altrettanto obsoleto.
Giuro che mi sono commosso leggendo sul Corriere lo straziante appello di Polito El Drito a una fantomatica “sinistra” affinché conceda “più libertà (non meno) contro i pregiudizi” di chi vuole “togliere la parola a scrittori israeliani e a editori non conformi”. El Drito ce l’ha col ridicolo patentino antifascista richiesto per partecipare alla fiera romana “Più libri più liberi”, e ha ragione: gli editori non sono partiti politici e gli autori non sono ministri o sottosegretari, quindi non devono giurare sulla Costituzione, che comunque riconosce il diritto di parola a tutti, anche ai fascisti, proprio perché è democratica e antifascista (era il fascismo che negava la parola agli antifascisti). E ce l’ha con chi vorrebbe disinvitare lo scrittore israeliano Eshkol Nevo al Libro Possibile di Polignano perché – come già Erri De Luca – non dice ciò che i firmaioli vorrebbero, e ha ragione pure lì: ognuno, finché esiste la Costituzione, dev’essere libero di dire o non dire ciò che gli pare. Nevo ha criticato ferocemente sia Ben-Gvir sia Netanyahu, ma anche se fosse un loro fan sarebbe libero di dirlo (e ovviamente di essere ferocemente criticato). Ma è una fortuna che qualcuno chieda di bandirlo, perché fa cascare l’asino dei nostri “liberali” a targhe alterne: tolleranti nei giorni pari e censori in quelli dispari.
Dov’era Polito quando il suo Corriere sbatteva in prima pagina la (falsa) lista dei “putiniani d’Italia”, la Bicocca cancellava il corso di Nori su Dostoevskij, il grande Gergiev veniva cacciato dalla Scala e dalla Reggia di Caserta e cadevano come birilli decine di cantanti, pianisti, ballerini, registi, fotografi, intellettuali, giornalisti colpevoli di essere russi, dunque “putiniani” (fermo restando che chi vuol essere filo-putiniano, o filo-cinese, o filo-nordcoreano è liberissimo di dirlo)? E le decine di volte in cui analisti e giornalisti pacifisti o critici sulle politiche della Nato hanno subìto censure, ostracismi e gogne pubbliche perché non cantano nel coro No Pax? Mettiamoci d’accordo una volta per tutte: se le colpe del governo israeliano non ricadono sui cittadini israeliani, le colpe del governo russo non ricadono sui cittadini russi. Più in generale: o si riconosce la libertà di espressione a tutti, a prescindere dalle loro idee, anche le più hard e distanti dalle nostre (anzi, soprattutto quelle, perché sono le più difficili da tollerare); o la si nega a tutti e si abolisce l’articolo 21 della Costituzione, ormai ridotto a barzelletta. Altro che patentini democratici e antifascisti: se passa il principio che può parlare solo chi la pensa come noi, la democrazia diventa un lusso e una perdita di tempo. La libertà è stata conquistata per consentire il dissenso: per la libertà di applauso, è molto più pratico il fascismo.
E quindi questo balordo compagno di merende di un boia sionista, blatera sciocchezze del tipo “se accogli il terzo mondo poi lo diventi” alimentando in menti non normodotate il concetto che se respingi popoli fai la cosa giusta. Peccato però che questa marcia sia inarrestabile, senza fine; perché chi non ha speranza, scappa. Lo fecero i nostri antenati, lo fanno ora esseri umani portati allo stremo da politiche plutocratiche indegne dell’umanità, pregne di soprusi e divaricazioni sociali. Mentre un esagitato raggiunge un patrimonio personale superiore a stati interi, questi cosiddetti grandi si riuniscono fingendo ancora di contare qualcosa. L’idiozia infatti non ammette anonimato.
Gli intrecci nel porto di Genova. Venezia svenduta ai privati. La ‘ndrangheta nei cantieri torinesi. La nuova terra dei fuochi toscana. Gli appalti romani sulla cybersicurezza. C’è un filo conduttore che tiene insieme tante inchieste italiane, che spesso invadono per qualche giorno le cronache nazionali, per poi morire lentamente su quelle locali. La corruzione contemporanea non passa più attraverso le mazzette. Si mimetizza con scambi e triangolazioni di favori, viene mascherata con consulenze, erogazioni liberali o incarichi, fatturata e giustificata. È difficile da comprendere, prima ancora che da provare. L’epicentro non sono quasi più i partiti, indeboliti dai tagli al finanziamento pubblico, ma singoli uomini politici, sempre più simili a lobbisti. Ma c’è un altro cambiamento epocale, che racconta un’Italia molto diversa da quella di Mani Pulite: la lotta ai reati contro la pubblica amministrazione è appesa al filo di una giurisprudenza (la cosiddetta “corruzione funzionale”), mentre il governo smonta leggi e reati, i pm sono costretti a combattere con armi sempre più spuntate un fenomeno via via più rarefatto. Le ipotesi corruttive evaporano nella grande zona grigia del conflitto di interessi.
È questo il contesto che proviamo a raccontare nel libro “La repubblica delle mazzette”: la corruzione senza più tangenti, le tangenti senza più partiti, la magistratura senza più strumenti. È un viaggio che tocca tante città, un atlante che messo insieme assomiglia a una Tangentopoli a pezzi. Si parte da Giovanni Toti, dalla politica che si era trasferita sullo yacht di un grande imprenditore portuale, che finanziava le campagne elettorali del presidente ligure in cambio di concessioni milionarie. La svalutazione delle dazioni genera spesso incredulità: a Bari bastavano 50 euro per comprare un voto; in Trentino un magnate che si era comprato mezza regione in cambio di favori trascurabili. A Venezia il sindaco-imprenditore Brugnaro è indagato in una vicenda che riguarda terreni di sua proprietà comprati a 5 milioni di euro che, se resi edificabili dalla sua giunta, sarebbero arrivati a un valore di 150.
Dal 2024 l’Italia ha cancellato l’abuso d’ufficio, una riforma voluta dal ministro Carlo Nordio, creando un vuoto di tutela enorme: non è più reato truccare un bando universitario, affidare un appalto a un parente, prendere una decisione contro le regole senza la prova di una corruzione. Poi è arrivato lo svuotamento del traffico di influenze, il reato contestato agli intermediari di affari opachi. Si sono poi aggiunte le limitazioni delle intercettazioni a 45 giorni e l’interrogatorio preventivo a chi sta per essere arrestato. Battaglie ammantate dalla bandiera nobile ma fuorviante del garantismo, e che invece mirano a colpire anche al diritto di cronaca. Per non disturbare il manovratore occorre colpire giudici e giornalisti, chi fa le indagini e chi le racconta. La vittoria del No al referendum costituzionale ha in parte rallentato questo processo di accentramento di poteri nelle mani del governo, ma non lo ha arrestato. Il risultato rischia di essere una democrazia fragile, che non riesce a punire comportamenti dannosi per la collettività e un’opinione pubblica poco informata.