L'avevo sospesa alla seconda serie, dopo aver compreso che tutti gli sceneggiatori sono sionisti. Pertanto non la guarderò, sperando in un boicottaggio generale.
"Fauda" dopo il 7 ottobre
il peso della vendetta
sulla serie delle polemiche
DI FABIO TONACCI
Nella nuova stagione
l'attacco del 2023 è costruito solo dal punto di vista israeliano. Gli
autori: "Una scelta, siamo sionisti"
In arabo esiste una parola, tha'r, che da quasi cento anni afferra, fino a
soffocarlo, il destino di due popoli. Significa vendetta. Di più: vendetta di
sangue, il dovere di uccidere per un parente ucciso, pareggiando il torto
con un altro torto. Non funziona, non ha mai funzionato: l'equilibrio in
nome del tha'r non si raggiunge, perché sangue chiama sangue, ed è la
condanna della coazione a ripetere che non basta mai a se stessa. Con
questo concetto nella testa e nella penna, è stata scritta la tanto discussa,
e attesa, quinta stagione di Fauda, la serie israeliana di fiction che narra
le vicende, e le contraddizioni, di un'unità antiterrorismo. Nello Stato
ebraico è uscita su Netflix a maggio, in Italia ieri.
Della nuova stagione non è tanto importante la trama, che qui non si
vuole anticipare se non per sommi capi, quanto il tentativo di
elaborazione collettiva del trauma del 7 Ottobre, avvenuto quando la
sceneggiatura era già a buon punto. «Nulla di quanto avevamo già scritto
era più rilevante, abbiamo dovuto cambiare tutto», spiega Avi
Issacharoff, ideatore, produttore e sceneggiatore. Per il tema affrontato,
e per come lo ha fatto, la quinta stagione ha sollevato polemiche ancor
prima di essere mandata in onda.
Issacharoff non fa mistero di considerare quest'ultimo lavoro «la
missione più sacra» agli occhi del mondo, dichiarazione che lo ha
esposto all'accusa di fare propaganda, essendo Fauda trasmessa in 190
Paesi. Fauda si prende la responsabilità di ricostruire e mostrare, in due
degli undici episodi, ciò che il governo israeliano ha deciso di non
diffondere pubblicamente, ossia l'orrore del 7 ottobre 2023 ripreso dalle
telecamere di sorveglianza dei kibbutz e dalle GoPro che i miliziani di
Hamas indossavano durante il più grande massacro di ebrei dopo
l'Olocausto. «Ci tremavano le mani mentre scrivevamo quella parte».
Sottoponendo la sceneggiatura a una sorta di seduta psichiatrica
continua, gli autori si interrogano sul tha'r. Si chiedono, cioè, se
vendicarsi modifichi davvero la realtà o ne alimenti soltanto il ciclo
perpetuo. Operazione né semplice né banale, soprattutto a valle
dell'ecatombe di palestinesi (73 mila morti) provocata dal governo di
Netanyahu, che ha trasformato la risposta militare all'attacco terroristico
nella punizione dell'intero popolo di Gaza.
La nuova stagione di Fauda è Israele che riflette su se stesso, o almeno ci
prova. «Dopo il 7 Ottobre la vendetta è diventata molto comune, la gente
vuole vendicarsi», sono ancora le parole di Issacharoff. «Ma poi ti devi
chiedere: ok, ora che hai ottenuto la tua vendetta, sta cambiando la
realtà? Ti senti una persona migliore? Io credo che non porti da nessuna
parte».
Non è quello che pensa Eli, il personaggio che nella serie guida la
squadra antiterrorismo: si vendica, eccome. La quinta stagione è
ambientata nel 2025, si apre con lui che va fino a Marsiglia per dare la
:
caccia personalmente al miliziano che ha sterminato la sua famiglia.
Cosa che ha generato le critiche del quotidiano progressista Haaretz,
secondo cui, in questo modo, si legittima la giustizia privata.
Il flashback del 7 Ottobre occupa il settimo e l'ottavo episodio ed è una
cesura improvvisa al filo del narrato. Anticipato dal disclaimer "visione
sconsigliata a chi ha vissuto traumi", dura poco più di un'ora ed è
costruito, per dichiarata scelta degli autori, unicamente sul punto di
vista israeliano. Non trovano spazio né il contesto storico, né la
questione, politicamente bollente ora che Netanyahu è in campagna
elettorale, degli allarmi ignorati dalle autorità israeliane e i fallimenti
dell'intelligence. La finzione scenica dei personaggi si intreccia alla realtà
di ciò che fu quella mattina: i ragazzi del Nova Festival fucilati mentre
scappavano, le famiglie dei kibbutz che provarono, spesso inutilmente, a
rifugiarsi nei mamad, le stanze blindate, i rapimenti, i 1.200 morti.
«Siamo israeliani, la narrazione è israeliana, io e Avi siamo sionisti»,
ribatte l'altro sceneggiatore, Lior Raz, che interpreta il protagonista
Doron Kavillio. Non considera uno squilibrio rilevante neppure il fatto
che non sia accennata la tragedia successiva, la guerra di Gaza. «A chi ci
dice di invitare sceneggiatori palestinesi, rispondo: se i palestinesi
vogliono scrivere una serie, la scrivano, punto e basta».
Nella storia più polarizzante e divisiva dei nostri giorni, nel profondo di
una ferita ancora traboccante sangue, è impossibile trovare sintonia di
giudizio e uniformità dei commenti. Avi Issaccharoff e Lior Raz, e con
loro gli altri autori e attori, giurano però che il senso della quinta
stagione sia uno e uno solo: dimostrare come, alla fine e dopo tutto, la
vendetta, il tha'r, mai è in grado di restituire ciò che è perduto per
sempre.



