lunedì 29 giugno 2026

Il silenzio obbrobrioso

 



Tv di stato

 

Il sacco di Rai Tre: addio a Carofiglio, Massini, Sciarelli, Bollani e Cenni 


di Silvia Truzzi 

Rai/1. In attesa della presentazione dei prossimi palinsesti Rai, questa settimana, la notizia più clamorosa è l’addio, dopo 22 gloriosi anni, della grande Federica Sciarelli: non sarà più lei a condurre Chi l’ha visto?. Lo annuncia la Rai con un comunicato, la solita supercazzola: “Rai e Federica Sciarelli, in vista dello scadere del contratto che lega la professionista alla tv pubblica, stanno ragionando insieme sul futuro professionale della giornalista e sui possibili progetti che la vedano protagonista nelle prossime stagioni. Parallelamente, sono in corso riflessioni anche su Chi l’ha visto?, programma di cui Sciarelli è da oltre vent’anni il volto di riferimento e centrale nell’offerta del Servizio pubblico e su chi potrebbe raccoglierne l’eredità”. Si fanno i nomi di Massimo Giletti, Eleonora Daniele, Francesca Fagnani e Pino Rinaldi. Probabilmente la giornalista dirà qualcosa in occasione dell’ultima puntata, ma c’è una sua dichiarazione, a Vanity Fair, che risale all’anno scorso e mette più di una pulce nell’orecchio: “Il prossimo anno sono già confermata, poi vedremo. Sarà difficile lasciarlo andare, ma è giusto che sia così. Dopo di me? Lo prenderà in mano qualcuna delle mie bravissime inviate”. Non è che forse il problema è proprio legato alla squadra di autori e inviati? Considerando i repulisti a cui ci abituati questa Rai è un’ipotesi tutt’altro che peregrina (e che testimonierebbe l’inettitudine del management di Viale Mazzini).

Rai/2. A proposito di repulisti: la Rai congeda anche una serie di autorevoli voci amate dal pubblico ma invise ai camerati di Viale Mazzini, come Stefano Massini (Riserva indiana, Rai3) e Gianrico Carofiglio (Dilemmi, sempre Rai3). Massini, un signore che ha vinto il Tony Award e portato quel capolavoro che è Lehman Trilogy a Broadway, accusa l’azienda: “Dopo oltre 70 puntate in cui abbiamo ospitato quello che si muove di più interessante e diverso nella scena musicale italiana, la Rai ha deciso di azzerare il programma senza neanche avermi mai voluto incontrare. Silenzio totale, e vattene via”, ha spiegato Massini sui social. “Amarezza? Sì, tanta. Soprattutto quando mi viene riferito di telefonate incredibili del tono ‘non vogliamo più Massini in nessuno spazio Rai’. Quella Rai di cui anche io pago il canone in nome di un servizio pubblico che dovrebbe essere di ognuno. Scandalo? Non c’è più, è tutto normale. La politica decide tutto, in televisione. E per le riserve indiane, in tutti i sensi, non c’è posto”. Dalla ex Telekabul vengono espulsi pure Stefano Bollani e Valentina Cenni, protagonisti di quel piccolo gioiello musicale che è Via dei matti numero zero. Nessuno dei citati programmi aveva problemi di share (che semmai hanno avuto alcuni programmi graditi al governo, come Due di picche di Tommaso Cerno o L’altra Italia di Antonino Monteleone), ed anzi, erano amati da critica e pubblico (quello che è rimasto, dopo la discesa degli unni, su Rai3). Ce n’è anche per un monumento della radio pubblica, Caterpillar. In un’intervista al Corriere della Sera Massimo Cirri, voce del programma da quasi trent’anni, spiega il clima attorno alla trasmissione: “Dai vertici Rai non c’è stata alcuna convocazione. Quindi l’idea che ci siamo fatti è che questa sia stata probabilmente l’ultima edizione, dopo che già ci hanno azzoppati”. Il conduttore parla dello spostamento di orario dalla fascia 18-20 a quella 19.45-21: “A quell’ora la radio ha pochi ascoltatori, la gente cena, guarda i Tg. Mentre alle 18 le persone sono in auto. Ci hanno spostati e sostituiti con un programma di Belén Rodríguez – niente contro di lei, per carità – con caratteristiche molto diverse da noi, diciamo di intrattenimento commerciale, a mio giudizio, di basso profilo”. La Rai nega (“notizie infondate” e lo vedremo ai palinsesti) ma un dettaglio spiega il livello di miseria culturale. Cirri spiega che Rai punterebbe a un format da radio commerciale, che impone “una musica bruttissima scelta da ufficio apposito” sottolineando che per il 25 aprile “hanno concesso di usare solo Viva l’Italia di De Gregori, come massimo di impegno, perché qualcosa di più esplicito e adatto alla giornata veniva percepito come divisivo”. Belli, ciao.

domenica 28 giugno 2026

Differenze

 Se quest’immagine l’avesse pubblicata un suo servo, l’avrei definito un cretino. Visto che l’ha pubblicata lui stesso allora il giudizio cambia: è un povero coglione!



L'Amaca

 


Studiare il Covid: troppo faticoso

di Michele Serra


Le commissioni parlamentari di inchiesta, previste dalla Costituzione, dovrebbero servire per approfondire un argomento di grande rilevanza sociale e consegnare, alla fine dei lavori, una relazione utile alle Camere per fare meglio il loro lavoro. Sulla carta non sono dunque organi inquirenti — e perché dovrebbero? Sono strumenti di ricerca e di studio.

Non pare questo il caso della cosiddetta Commissione Covid, che andrebbe ribattezzata Commissione Conte, essendo il suo scopo evidente quello di mettere sotto i riflettori, e sotto accusa, il ruolo dello stesso nei mesi terribili dell'epidemia. Il più rilevante e utile degli argomenti sarebbe un altro: se e quanto la sanità pubblica (dunque, lo Stato), con la sua decisa scelta pro vax, abbia fatto il bene o il male della nostra comunità; se e quanto l'attivismo no vax, influente anche in una parte non piccola della politica, specie a destra, abbia fatto il bene o il male della nostra comunità.

Essendo l'argomento Covid, come è evidente, prima di tutto scientifico, e solamente dopo politico-sanitario, questo ci sarebbe da capire, a qualche anno di distanza: avevano ragione i fautori della vaccinazione oppure i sabotatori della stessa? L'abbondante materiale scientifico disponibile avrebbe reso interessante, anche per i membri della commissione, studiare l'argomento e capirne di più. Avrebbero imparato qualcosa di utile per la prossima pandemia, speriamo in un futuro remoto.

Ma no. Vuoi mettere il piacere di buttarla malamente in politica (intesa come faida tra fazioni)? I giornali governativi di riferimento (indistinguibili: come Qui Quo Qua) avrebbero trovato poco stimolante l'andamento dei lavori. Non sarà il Parlamento italiano, dunque, a dirci chi aveva ragione: se i cittadini in fila per vaccinarsi, con lo scopo di tutelare anche gli altri, o chi ha preferito non credere alle autorità sanitarie, ritenendole ignoranti e corrotte.

Natangelo

 



Serpe

 

La serpe in seno 


di Marco Travaglio 

L’assenza di Zelensky al vertice di Danzica per la ricostruzione dell’Ucraina (che tutti continuano a distruggere), gli accordi di cooperazione fra industrie militari di Kiev e dei Paesi Ue e i deliri di Von der Leyen e Kallas sull’esigenza di “integrare” i nostri sistemi di difesa con quello ucraino dovrebbero terrorizzarci per il futuro che ci stanno apparecchiando gli irresponsabili sgovernanti d’Europa. In 52 mesi di guerra la Polonia è stata il Paese Ue più filo-ucraino e anti-russo con le repubblichette baltiche, fra i più prodighi di armi e i più ostili ai negoziati, nonché complice dell’attentato ai gasdotti Nord Stream perpetrato da Kiev con l’avallo di Biden. Poi Zelensky ha celebrato come “eroi”, intitolando loro un’unità dell’esercito, i nazionalisti dell’Upa, l’Armata insurrezionale ucraina che nella II guerra mondiale fiancheggiò i nazisti contro l’Urss e massacrò oltre 100mila civili fra polacchi ed ebrei in Volinia ed Est Galizia. Uno sterminio che il Parlamento polacco considera “genocidio”: infatti Varsavia ha revocato a Zelensky l’onorificenza dell’Aquila Bianca. E Mosca ci ha intinto il biscotto: “Ecco, vedete che Zelensky è nazista?”. Ovviamente è propaganda: Zelensky fu eletto nel 2019 perché, da buon russofono e russofilo, prometteva la pace con Putin. Poi fece l’opposto, mettendosi sotto il ricatto e la protezione dei nazi-nazionalisti: quelli che spararono a Maidan nel 2014 per i servizi Usa, venerano il collaborazionista Bandera, esibiscono svastiche, animano battaglioni neri come l’Azov e il Dnipro e sabotano ogni negoziato: fino al 2022, d’intesa con Usa e Uk, minacciarono ministri e deputati per impedire a Poroshenko e Zelensky di rispettare gli accordi di Minsk dando l’autonomia al Donbass; e dopo l’invasione han seguitato a intimidire il governo perché respinga qualsiasi compromesso.

Il nazionalismo ucraino è maggioritario nelle regioni occidentali: se non ha mai vinto le elezioni è perché era controbilanciato dai voti dei russofoni e russofili del Sud-Est. Ma ora che gli oblast di Crimea, Lugansk, Donetsk, Kherson e Zaporizhzhia sono in tutto o in parte occupati e votano ormai alle elezioni russe, alle prossime elezioni l’Ucraina si troverà l’estrema destra al governo, con ministri nazi-fascisti, come già dopo il golpe bianco di Maidan e prima della frenata di Zelensky (che fece il pieno proprio in Donbass e dintorni). Ogni negoziato verrà boicottato e, se la pace fosse siglata prima del voto, sarebbe rinnegata subito dopo. A quel punto un’Ucraina integrata nell’Ue o, peggio, nel nostro sistema di difesa, ci trascinerà in una guerra permanente contro la Russia. E scopriremo, come sempre troppo tardi, di esserci allevati una serpe in seno. O magari chiederemo a Putin di difenderci.