sabato 25 luglio 2026

Unico rimedio all’annuncio

 


Sante parole

 


Traguardo insperato

 


Post muto

 


L'Amaca

 

Se si firmassero le scritte sui muri

di Michele Serra


Pullulano in mezzo mondo i divieti ai minori sui social, ma si fa giustamente osservare che a riempire di melma quei giacimenti planetari di parole e immagini, così come a sfruttarne il potere di propaganda e di alterazione della realtà, e a drenarne i profitti, sono prevalentemente gli adulti. Che avranno certamente più strumenti di difesa, ma ne hanno anche, in misura assai maggiore dei ragazzini, di offesa.

Per quante cose si leggano sull'argomento, ormai da parecchi anni, resto dell'idea che l'anonimato, o le false identità, siano fin dai primi passi della rete il problema numero uno. Per accedere ai social bisognerebbe fornire una identità certa, e certificata, in modo da fare valere il principio di responsabilità individuale. Le parolacce e le minacce sui muri non sono firmate e bisognerebbe che restassero l'unica forma di viltà d'autore inestirpabile. Sul muro dei social la firma dovrebbe essere obbligatoria per legge: altrimenti l'algoritmo, che dicono quasi onnipotente, interviene e cancella la scritta. Vuoi rimanere anonimo? Perdi il diritto di parlare.

L'obiezione è che nelle dittature e nei regimi, che nel mondo abbondano, l'anonimato protegge la libertà di espressione dai colpi della censura. È una obiezione seria, ma sull'altro piatto della bilancia va messo l'enorme peso (rivoluzionario) che nella società di massa avrebbe l'obbligo di essere quella persona e solo quella, lasciando ai truffatori e ad altre genìe criminali il vantaggio di nascondersi in mezzo alla folla. Rimarrà quello che grida «dagli all'untore», e aizza l'odio: ma almeno sapremo chi è. Una singola persona, un essere umano. Renderebbe più facile difendersi a qualunque età.

Cultura e chip

 

Chip e coscienza eterno dilemma


di Federico Faggin 


Vorrei introdurre brevemente alcuni aspetti della mia esperienza personale, per poi passare al tema centrale di questa conversazione.

Sono nato a Vicenza e ho trascorso i primi ventisei anni della mia vita in Italia; nel 1968 mi sono trasferito in Silicon Valley, in un periodo particolarmente significativo, poiché l’ecosistema tecnologico stava avviando lo sviluppo di innovazioni decisive. In quel contesto, la tecnologia mos (Metal Oxide Semiconductor), al momento del mio arrivo, era considerata una sorta di “cenerentola” e non offriva ancora prestazioni affidabili. Attraverso il primo progetto su cui lavorai, la Silicon Gate Technology (sgt), sviluppai una tecnologia che permise di realizzare un computer “in un solo chip”. A quell’epoca, l’integrazione di una cpU (l’unità centrale di un computer) e della memoria all’interno di un singolo chip era ancora considerata impraticabile. La sgt per la prima volta ha consentito di realizzare una cpU completa, cioè un microprocessore e, sempre per la prima volta, le memorie dinamiche ad accesso casuale (DRAM), usando la stessa tecnologia.

Questa tecnologia era circa cinque volte più veloce rispetto alla precedente, permetteva di integrare un numero di transistor doppio e aveva una corrente di dispersione (leakage) circa cinquecento volte più bassa. Tali caratteristiche resero possibile la realizzazione delle memorie RAM che in precedenza non potevano essere implementate proprio a causa dell’eccessivo leakage della tecnologia mos precedente. In questo modo si creò un impulso determinante verso la successiva digitalizzazione integrata e, a partire da questa invenzione, ho proseguito il mio percorso professionale sia come inventore sia come imprenditore.

La mia prima azienda, Zilog, sviluppò il microprocessore Z80 di terza generazione che ebbe un grande successo e che è ancora oggi in produzione, quasi cinquant’anni dopo la sua introduzione nel 1976: nel marzo 2026 compirà cinquant’anni. Successivamente mi sono dedicato alle reti neurali e ho fondato un’azienda dedicata a esse utilizzando transistor speciali a porta flottante che consentivano di implementare sinapsi elettroniche e di eseguire operazioni sinaptiche direttamente sulla memoria non-volatile di tali transistor, usando soltanto due transistor. In quel periodo si immaginava che l’impiego di circuiteria analogica, in alternativa a quella digitale, potesse offrire un’evoluzione significativa. Tale prospettiva non si è concretizzata, principalmente perché la tecnologia computazionale dell’epoca non era ancora in grado di sostenere l’apprendimento: sarebbero state necessarie potenze di calcolo molto più elevate rispetto a quelle disponibili. Di conseguenza, mi sono concentrato su altri sviluppi, tra cui l’invenzione del touchpad e del touchscreen, che hanno contribuito a trasformare il modo in cui interagiamo con computer e dispositivi mobili. Anche l’azienda ebbe risultati positivi; nel frattempo continuavo a studiare neuroscienze e biologia, con l’obiettivo di comprendere i processi di apprendimento del cervello umano e migliorare quanto era possibile ottenere, in quel periodo, con dispositivi analogici. In tale contesto riuscimmo a risolvere numerosi problemi applicativi.

Dopo circa cinque anni di lavoro, divenne evidente per me che le reti neurali – che allora venivano considerate una direzione poco seria dagli esperti della comunità dell’Intelligenza artificiale – rappresentavano invece un possibile sviluppo futuro. Era ancora troppo presto perché tali sistemi potessero raggiungere piena maturità: occorrevano computer molto più potenti di quelli esistenti. Un esempio di applicazione fu lo sviluppo del primo riconoscitore di caratteri cinesi, basato su circa tremila caratteri scritti a mano, che venne utilizzato in Cina e costituì un primo successo nel settore, intorno al 1993-1994. Dal punto di vista dei risultati ottenuti, risultava quindi plausibile che le reti neurali sarebbero arrivate a un livello di efficacia sempre maggiore.

In quello stesso periodo, però, non ero soddisfatto della mia vita. Avevo raggiunto obiettivi che, secondo la narrazione comune, avrebbero dovuto condurre alla felicità; ma nonostante ciò non mi sentivo felice. Parallelamente, mentre studiavo neuroscienze, mi interrogavo su un aspetto fondamentale: molti testi descrivevano i processi cerebrali come basati su segnali elettrici e biochimici, e spiegavano fenomeni come il riconoscimento del sapore di un cibo, per esempio, come derivazione diretta di tali segnali. Eppure, la mia esperienza soggettiva non corrispondeva a questa descrizione: io riconosco una ciliegia attraverso il suo sapore, non attraverso segnali elettrici osservabili nel cervello. Mi chiedevo dunque da dove provenisse il sapore della ciliegia: come fa a essere un segnale elettrico? È evidente che i segnali cerebrali siano correlati alla percezione del sapore, ma ciò che viene effettivamente esperito è il sapore, non l’osservazione di segnali su un ipotetico oscilloscopio interno al cervello.

Da qui nasceva la questione relativa al modo in cui si manifestano i “qualia”. Il termine “qualia” non era ancora entrato stabilmente nell’uso quando iniziai a riflettere su questi aspetti; ma mi appariva già chiaro che si trattasse del “problema difficile della coscienza”, come David Chalmers lo avrebbe definito circa sette anni dopo. Chalmers riuscì a rendere evidente, almeno a una parte significativa della comunità scientifica, che il problema della coscienza rimane irrisolto e che non è affatto chiaro in che modo sensazioni e sentimenti – ciò che egli chiamò “qualia” – possano emergere a partire da segnali elettrici e biochimici del cervello. A tutt’oggi, nessuno scienziato è riuscito a fornire una spiegazione completa di come questo fenomeno possa avvenire.

Quindi mi trovavo di fronte a un problema che potremmo definire di coscienza. Il fatto stesso di essere insoddisfatto non poteva essere ridotto a una sequenza di segnali elettrici nel cervello: quella scontentezza era un’esperienza, qualcosa di ulteriore. In parallelo, mi interrogavo sull’origine dei sapori, degli odori, dei sentimenti, dell’amore che provavo o della sofferenza che stavo attraversando. A partire da queste domande, maturò in me la decisione di comprendere tali fenomeni, sia per ragioni personali sia per un interesse conoscitivo in sé, non finalizzato in quel momento alla realizzazione di un prodotto.

In questo contesto ho vissuto un’esperienza di coscienza straordinaria, che ha modificato radicalmente la mia vita. La racconto perché ritengo importante trasmettere l’idea che ciascuno di noi possieda, attraverso la propria coscienza, la capacità di accedere a conoscenze che la scienza potrà successivamente verificare. Prima ancora di poterle verificare, è necessario farne un’esperienza vissuta.

Questo sì che è un belpaese!

 

Lazio, altri fondi alla sanità privata: gongola la clinica degli Angelucci 


di Linda Di Benedetto 

La Giunta di Francesco Rocca torna ad allargare i cordoni della borsa per la sanità privata del Lazio. Tra i beneficiari dell’ennesima pioggia di milioni c’è ancora una volta il gruppo San Raffaele, fondato dal deputato leghista Antonio Angelucci.

Un’unica delibera e due capitoli di spesa in un sistema pubblico in affanno: è questo il cuore della proposta n. 27492 firmata dalla Giunta regionale del Lazio, un pacchetto complessivo da quasi 26 milioni di euro che interviene sui tetti di spesa e sui criteri d’accreditamento dei grandi gruppi della sanità accreditata. Una delibera con cui la Giunta prende atto del decreto ministeriale per l’aggiornamento delle tariffe massime nazionali relative alla remunerazione delle prestazioni ad alta specializzazione, quali la riabilitazione ospedaliera post-acuzie, la neuroriabilitazione, le unità spinali e la lungodegenza medica.

Un’operazione finanziaria che agisce su una doppia leva: da una parte recepisce le nuove tariffe stanziando 13,4 milioni di euro, dall’altra, incrementa di ben 12,4 milioni di euro il tetto della specialistica ambulatoriale, destinando risorse straordinarie all’acquisto di prestazioni di diagnostica ad alta tecnologia come la Pet/Tc. Ma il nodo centrale risiede nei criteri di ripartizione dei fondi per la Pet.

Il testo specifica infatti che le nuove risorse andranno a beneficio anche delle strutture che hanno ottenuto di recente il nuovo accreditamento istituzionale. Un identikit che sembra portare dritto all’Irccs San Raffaele di Cassino della galassia sanitaria riconducibile ad Antonio Angelucci, deputato della Lega, la cui famiglia attraverso il figlio Giampaolo fa capo alle società editrici dei quotidiani quotidiani LiberoIl Tempo e il Giornale. “Questa ha tutta l’aria di essere una delibera cucita su misura per il gruppo Angelucci”, attacca il consigliere regionale di Azione Alessio D’Amato, già assessore regionale alla Sanità. “Con il pretesto del recepimento tariffario, si stanziano 12,4 milioni sulla specialistica ambulatoriale per coprire le prestazioni Pet/Tc, mettendo nero su bianco l’inclusione delle strutture di nuovo accreditamento, che, allo stato attuale, ne comprende una sola: quella del gruppo Angelucci. La Giunta firma l’ennesima norma ad hoc per garantire nuovi extra-budget ai soliti noti”. Proprio lì, il mese scorso — come raccontato dal Fatto — si è tenuto il taglio del nastro della nuova apparecchiatura Pet alla presenza delle massime autorità, tra cui Rocca e il ministro della Salute Orazio Schillaci. Quest’ultimo, quando era rettore dell’Università di Tor Vergata, ha firmato pubblicazioni scientifiche in affiliazione proprio con i ricercatori del network San Raffaele di Roma, oggi valutato dal suo stesso ministero. Mentre Rocca, prima di essere eletto alla guida della Regione, sedeva nel cda della Fondazione San Raffaele e guidava Confapi Sanità nel cui consiglio c’era anche Giampaolo Angelucci, figlio del deputato leghista.