Prolasso alle gònadi
Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
venerdì 24 luglio 2026
L'Amaca
Alla ricerca di rotte sconosciute
di Michele Serra
Le immagini della lunghissima coda, sotto il sole e sull'asfalto, per accedere al rifugio che porta alle Tre Cime di Lavaredo, dicono con una certa evidenza che il turismo di massa va a danno prima di tutto dei turisti. La montagna è per eccellenza il luogo dei grandi spazi e dei grandi silenzi, viverla come un'occasione di calca e di costrizione è un vero e proprio paradosso.
Il problema dell'overtourism (leggi: quante persone possono stare in un metro quadrato senza sopraffarsi a vicenda?) è enorme; e difficile da affrontare. Non è sostenibile l'idea che spazio e silenzio debbano essere un privilegio per pochi. Né può reggere, d'altra parte, l'ipotesi che il diritto alla bellezza possa portare a sopraffarla — come sta accadendo a Venezia e Firenze. Dunque qualcosa si dovrà pur fare, che non sia solo mettersi in coda e pazientare.
Una cosa che si può fare, per esempio, è abbandonare la coda. Nell'overtourism ha un peso enorme l'effetto gregge, il desiderio di essere laddove sono tutti perché il numero rassicura «culturalmente»: se tutti sono qui, ci sarà pure una ragione, dunque mi ci metto anche io. Ma il numero — vedi la sovrappopolazione, vedi la sua ricaduta ambientale — ha smesso da tempo di essere una prova a favore. La nostra presenza formicolante sul pianeta è oggettivamente un problema, non una virtù, e per affrontarla bisogna rivedere parecchi dei nostri parametri di giudizio.
Le Alpi sono molto grandi (perfino Venezia è più grande di quello che sembri vista da San Marco o dal Canal Grande), intere vallate, benché bellissime, hanno scarso uso turistico, e perfino in agosto, specie se sali di quota, la montagna è ancora montagna, deserta e silenziosa. Forti della inevitabile rinuncia (alle Tre Cime, volendo, si andrà in bassa stagione) ci si deve abituare a decidere la propria destinazione abbandonando le rotte più conosciute.
RX
L’Italia incanaglita da 2 partiti: una sfida fra assassini e segugi
A incanaglire la Nazione, due partiti complementari si riuniscono ogni sera dentro agli schermi che ci contengono, fino a formare il nuovo campo largo, che è grande e accogliente quanto il vecchio campo santo: il partito degli Assassini e quello dei Segugi.
Il primo offre paura e promette vendetta. Vuole pistole, carcere, deportazioni. Ogni caso di cronaca è buono per stendere altro filo spinato intorno al quarto e poi al quinto decreto sicurezza, rivendica il diritto di armarsi, difendersi, sparare. Per questo corre a omaggiare il suo nuovo eroe, il gioielliere Mario Roggero, due rapinatori in fuga uccisi con un colpo di pistola alle spalle, anni di processi, nessun ravvedimento, oggi la pretesa della grazia, domani l’incasso di un seggio parlamentare, l’interdizione dai pubblici uffici abrogata a furor di popolo con il Salvini Matteo che dice: “Per noi sarebbe un onore”.
Poi c’è il partito dei Segugi. Che non sparge sangue, lo esamina come fosse un piatto di portata fumante. Ne parla una sera dopo l’altra – giornalisti golosi, criminologi astuti, pensionati disperati, conduttori in carriera, giovani inviati a caccia di citofoni – tutti col tovagliolo stretto al collo, sgocciolando indizi e masticando ricostruzioni sempre più fantasiose, sempre più demenziali. Da Cogne a Erba. Da Avetrana a Garlasco. Il partito dei Segugi si muove in fila indiana da un cadavere all’altro, da una villetta all’altra, seguito dalla moltitudine delle rispettive comitive, incantate dalle bufale lisergiche, come davanti alle alghe sciogli-pancia della indimenticata Wanna Marchi, e alle lacrime della madonna di Trevignano. Si eccitano per ogni frammento di dna finito nel sugo delle indagini, si contendono con furia la traccia 33, come gli antichi inquisitori facevano con i frammenti delle mandibole, reliquie del santo. Se manca una prova, basta il sospetto. Se manca il sospetto, basta un’ipotesi. Se manca anche quella, non perdetevi la puntata di domani. La morte è pregiata merce politica per il partito degli Assassini che arruola persino i leoni a minacciare i codardi – il generale Vannacci docet – campa promettendo vendette contro l’invasione dei negri e degli islamici. Mentre è puro intrattenimento per quello dei Segugi: le salme sono sempre disponibili, non invecchiano, non chiedono diritti d’autore, garantiscono ascolti per anni. I due partiti non solo si scambiano il pubblico, le vittime e i carnefici, ma li integrano nel medesimo racconto. Palleggiano con le rispettive isterie. È certamente colpevole Sempio, la sfinge di Garlasco. Sono senz’altro innocenti i due poliziotti che in un cortile del Pilastro si ritrovano tra le mani il cadavere di Fakir che da immobilizzato gridava “Aiuto!”.
Il partito degli Assassini produce allarme sociale e insieme il risarcimento al rancore che brucia nella brace della paura. I Segugi la distribuiscono. Gli uni invocano deportazioni. Gli altri preparano il pubblico affinché le pretenda o almeno le digerisca. Per entrambi la polizia è innocente a prescindere e l’immigrato è a prescindere colpevole. È un’economia perfetta che punta all’egemonia culturale. Con immediata destinazione elettorale a corroborare la vecchia formula di “legge e ordine” anche quando degenera in “arbitrio e disordine” come l’altra sera a Bologna, o nelle città americane infestate dall’Ice, la nuova polizia trumpiana. Ragionamenti, analisi dei fatti, pietà, sono diventati un intralcio. Rallentano il racconto, indeboliscono la propaganda. Il dubbio non stana i colpevoli e non fa share. La televisione che un tempo vendeva sentimenti, anche all’ingrosso, oggi rincorre i social che trafficano nel sangue e nei suoi derivati. La politica di tutte le destre sovrintende l’incasso. Il partito degli Assassini e quello dei Segugi sono i due soci di quella stessa impresa. Noi siamo la clientela.
Purtroppo è così!
Melonelly
Se non andiamo errati, l’“alternativa” è un’opzione diversa, se non opposta, a un’altra. Perciò abbiamo divorato l’intervista di Elly Schlein al Foglio sulla sua “alternativa” alla Meloni. Purtroppo, giunti faticosamente in fondo alle otto colonne di piombo, ci è uscito spontaneo un “tutto qui?”. Perché le analogie con le ricette meloniane superano ampiamente le divergenze. Diamo per letta la fiera delle banalità in sinistrese sulle violenze di piazza (“inaccettabili”), la sicurezza (“bene comune” da “non lasciare alla destra”, ma da affidare a “un patto con i cittadini e una collaborazione con tutti gli attori possibili”, a Cinecittà ma pure a Hollywood, volendo), la crescita (con “riforme coraggiose”), l’energia (“accelerare sulle rinnovabili”). E veniamo ai pochissimi punti su cui la segretaria dice qualcosa. Tipo che “il Pd non ha alcuna preclusione ideologica sul nucleare” (energia né rinnovabile né pulita: usa l’uranio e genera scorie radioattive eterne). Tipo “liberarci dalla dipendenza dal gas di Putin e di Trump” (meglio farlo arrivare via Tap dall’Azerbaigian della pulizia etnica in Nagorno-Karabakh). Tipo “siamo contrari non solo al 5% del pil di spesa militare Nato, ma anche a misure che incentivano solo il riarmo nazionale. Non spendere di più, ma spendere in modo più coordinato”. Quindi no al Rearm Eu da 800 miliardi a debito. Ma allora perché il Pd l’ha votato (10 Sì e 11 astenuti) con FdI e FI? E perché sostiene la commissione von der Leyen che l’ha varato?
Ma il meglio arriva sul conflitto russo-ucraino: c’è “un aggredito e un aggressore”. Ma va? Rinnegando il passato pacifista, la Schlein si vanta con le stesse parole della Meloni di aver “votato convintamente per aiutare l’Ucraina a difendersi con tutti i mezzi” perché “è inaccettabile riscrivere i confini con l’uso della forza”. Forse non sa che è quel che han fatto Usa e Ue col Kosovo in Serbia e l’amica Turchia a Cipro. Per non parlare d’Israele a Gaza, in Cisgiordania, in Libano, in Siria e in Iran. Ma questi dettagli non sono mai citati: neppure un pigolio su Netanyahu, gli stermini e le invasioni illegali di Israele tuttora impuniti in Ue: 21 sanzioni a Mosca, zero a Tel Aviv. Invece per Kiev serve “una pace giusta dal punto di vista dell’Ucraina senza ambiguità”. Quale non lo dice, però siamo a cavallo: lì “l’Europa si è schierata sempre dalla parte giusta della storia”. Quindi serve “più Europa”: infatti ora ce ne sono tre o quattro. Intanto l’Ucraina, anche grazie ai nostri “aiuti”, ha perso il 21% del territorio con le regioni più ricche, 3/4 di sbocco al mare, centinaia di migliaia di soldati e 8-10 milioni di espatriati. Ma ora l’idea geniale è “isolare Putin e costringerlo a negoziare”. Con Xi, Modi, Erdogan, Kim, Lula e tutti i Brics ci parla lei.



