Fjord, Minotaur, La Bola Negra, Fatherland, All of a Sudden, Coward: sono i titoli dei film premiati al Festival di Cannes conclusosi ieri, con la vittoria di Fjord del regista romeno Cristian Mungiu.
Perché scrivo questo? Quanti di noi vedranno questi film? Opere sicuramente valide ma di nicchia. E cos'è la nicchia? Ragionando da ignorante, oserei dire che la nicchia alimenta ambienti snob, club esclusivi dove il pensiero scorre veloce ma dentro pareti. Per affrontare film di questo genere occorre preparazione, lettura, conoscenza della storia, biografia del regista, collocazione filosofica. Quanti sono pronti e in grado di farlo?
Partendo da un dato raggelante — che il 35% degli italiani è analfabeta funzionale — il cinema d'autore cosa cerca di fare per ridurre questo squallido numero?
C'è insomma la sensazione che le linee parallele non si incontreranno mai, come da regola geometrica: la nicchia continuerà sfavillante a nutrirsi di sé stessa, autostimandosi, celebrando e sminuzzando filosofie allo scopo di certificare la propria esistenza.
Manca la discesa, l'agevolazione verso substrati in sofferenza — vedasi il mondo giovanile. Non è fattibile, oggi, presentare un progetto che, facendo sedere davanti a uno schermo blocchi di marmo intonsi, ne liberi dopo la proiezione statue michelangiolesche: coscienze pronte ad affrontare soprusi e corteggiamenti capitalistici di ogni risma, pronte a combattere la malevola e occulta volontà di tenere sempre più rimbambiti al desco — ondivaghe figure dormienti pronte ad affollare store per ninnoli insignificanti.
Il cinema d'élite ha una grande responsabilità che pare non aver voglia di affrontare: risvegliare coscienze, innescare l'io dei tanti, troppi, dormienti. Scendere dal piedistallo, farsi compagno di viaggio di molti, offuscherebbe la nicchia e le verticali di Krug — l'essenza, per molti, dell'essere su questo pianeta.