giovedì 4 giugno 2026

Sono nel nostro cuore

 



Amin Fazal Khogjani, 28 anni, Ullah Ismat Qiemi, di 19, Safi Iayjad di 27 e Waseem Khan di 29 anni. Sono i nomi dei quattro braccianti bruciati vivi nel distributore vicino a Villapiana. Bruciati vivi dentro un’auto da orchi infami e senz’anima, con un’efferatezza tale da stravolgere coscienze di sani di mente. Sfruttati dai cosiddetti caporali, vivevano in dieci dentro due stanze, per il cui affitto i sopracitati caporali esigevano 500 euro al mese. Otto, dieci ore di lavoro sotto il sole nelle campagne pregne di calore per qualche euro all’ora. Ma i 4 martiri riuscivano ad esternare quella dignità oramai ricordo lontano in molte zone di questo paese lacerato da mafie e da criminali: quasi ogni sera, sfiniti dalla tortura legalizzata, portavano ai bimbi del paese fragole ed altri frutti. Erano uomini, bruciati da animali. Uno stato serio avrebbe già da tempo sconfitto il capolarato, sollevato da incarichi inani incapaci del controllo. Uno stato serio si sarebbe fermato per meditare sulla sua inefficienza, per onorare gli arsi vivi. Uno stato serio avrebbe già mandato l’esercito a controllare quelle zone, a verificare gli stipendi, i versamenti. Invece nulla di tutto questo, solo la solita nenia di chi finge di non sapere, come il mondo della moda insegna da decenni. 

Oltre al dolore per questi amici s’odono alte le parole del Poeta genovese: “Per quanto voi vi crediate assolti / siete per sempre coinvolti”

Lutto stretto

 



Ha ragione!

 



Cattiveria


 

Natangelo

 



Parla parla!

 


Per quasi vent'anni sono stato presente alle 20 al suo TG, perché allora lo ritenevo un giornalista.

Poi una sera, quasi impercettibilmente, dichiarò che a Gaza era in corso una guerra, sì una guerra, ovvero due eserciti che si scontrano. Una boiata stellare, visto che il popolo di Gaza era ed è alla fame, denutrito, costretto a vivere tra le macerie, mentre dall'altra parte schiera un esercito tra i migliori, per così dire, del globo.

Gli è andata sempre di traverso la parola genocidio. E allora come la definiamo? Aggressione, ecatombe, arrembaggio — no, quello il Boia lo fa con la Flotilla — sopraffazione?

Da allora lo evito, lo ignoro, cambio canale quando appare in video.

E oggi attacca la filosofia di La7, sostenendo che un elettore di centrodestra non si senta a suo agio guardando i terribili programmi sinistrorsi che, a suo dire, costellerebbero quella tv.

Si dimentica quindi che l'attuale centrodestra — ciao core! — possiede, proprio possiede, le tre reti del Biscione, che tra l'altro gestisce pure il partito di proprietà attraverso un bislacco Cameriere, e Rai 1 e Rai 2.

Come si dovrebbe sentire un elettore di centrosinistra ascoltando il TG1, il TG2, il TG4, il TG5, Studio Aperto?

Perché non discute di questo il signore in foto, lui che per parecchi lustri fu stipendiato dal grande architetto dell'Era del Puttanesimo?

Tempo sprecato: se a Gaza continua a credere che vi sia una guerra in atto, e non una barbarie, non si accorgerà neppure di quanto l'informazione sia in questo paese nefasta, ondivaga e volgarmente di parte.

L'Amaca

 

Le forbici del tempo

di Michele Serra


Wim Wenders è un uomo intelligente e dunque non ha liquidato con un'alzata di spalle il malessere di Nastassja Kinski, che non ama rivedere se stessa tredicenne in una scena di nudo di tanti anni fa. Correva l'anno 1974, e lo spirito dei tempi — ricorda lo stesso Wenders — era molto diverso da quello odierno.

Ma appunto perché è un uomo intelligente, il regista tedesco rilancia: io sono disposto a ritirare quel film e mi scuso, mezzo secolo dopo, con Kinski; ma se si deve ridiscutere il cinema del Novecento (per esteso, l'arte del Novecento) alla luce della sensibilità attuale, allora stabiliamo dei criteri. Apriamo il dibattito. Che è un modo molto efficace per dire: armiamoci pure di forbici e di bianchetto per tagliare e sbianchettare. Ma alla fine chi decide, e con quali regole? Chi impugna quelle forbici, chi adopera quel bianchetto? Basta dire «mi sento parte lesa» per dirimere la questione?

Come misurare il disagio, si immagina non infrequente, di attrici, e magari anche attori, che il copione ha costretto a parti sgradevoli da interpretare, e non solo le scene di sesso? Il bambino di Ladri di biciclette, che Vittorio De Sica riuscì a far piangere accusandolo di avere rubato, oppure i suoi eredi, hanno il diritto oppure no di chiedere la cancellazione di quella scena di un capolavoro, estorta con dolo a un bambino? Oppure esiste una prescrizione, fondata non solamente sulla quantità del tempo passato, ma anche sulla sua qualità, nel senso che cambiano le sensibilità, la morale, il calibro dei giudizi?

L'alzata di spalle, come già detto, non è un metodo intelligente di porsi la questione. Ma la cancel culture è così carica di misfatti che non può essere lasciata libera di decidere. Dei due errori (il lasciar perdere, l'accanimento moralista) personalmente temo di più il secondo.