Prolasso alle gònadi
Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
martedì 23 giugno 2026
Due visioni parallele
Basta con l'ipocrisia: denigrare i nostri colleghi è umano, troppo umano
di Massimo Recalcati
Trovo profondamente ipocrita il dibattito che si è sviluppato intorno alle frasi oggettivamente oltraggiose che Michele Mari ha pronunciato in riferimento a Michela Murgia. Queste frasi non sono state scritte o dichiarate pubblicamente ma sono state pronunciate in una conversazione tra scrittori. È quello che accade normalmente in qualunque gruppo sociale. Il giudizio tagliente e ingiustamente violento, la diagnosi selvaggia o la condanna spietata su persone che non conosciamo neppure personalmente sono una tragica prerogativa dell'essere umano. Sarebbe del tutto ipocrita non volerlo riconoscere. In qualunque ceto sociale o professionale l'esercizio della denigrazione del proprio simile è un fatto quotidiano. Alzi la mano, si potrebbe chiedere ai nostri lettori, chi di noi non si è macchiato almeno una volta di questo genere di cattiveria meschina?
Sappiamo bene che c'è addirittura chi ne ha fatto una vera e propria professione: dire male, parlare male, criticare a prescindere, condannare, diffamare, sentenziare sistematicamente. Si tratta di un'attitudine umana — indubbiamente non tra le migliori — che si infiamma particolarmente, come già riteneva Aristotele, all'interno di gruppi omogenei. Raramente ho sentito uno scrittore parlare bene dei suoi amici e colleghi. Ma vale, ovviamente, anche per gli psicoanalisti che, almeno loro, dovrebbero garantire una certa imparzialità e neutralità bonaria nei loro giudizi, e che invece si distinguono per una peculiare attitudine all'esercizio della malalingua. Ma vale ovviamente per ogni insieme umano: cantanti, avvocati, commercialisti, idraulici, panettieri, giornalisti. Nessun codice deontologico potrà mai sanare questa attitudine a parlare male dei propri simili o dei propri colleghi, all'utilizzo del giudizio sprezzante o della diagnosi selvaggia esercitato con intenzioni malevole.
Sarebbe del tutto ipocrita misconoscere questo fatto. Come sarebbe altrettanto ipocrita invocare la dignità di chi è colpito, perché anche chi viene colpito non è mai esente — tolto Gesù Cristo — dalla piaga della maliziosa attitudine al parlare male dell'altro. Soprattutto, ripeto, se questo altro fa il nostro stesso mestiere. Allora scatta qualcosa di pressoché irresistibile. Subentra non solo l'aspetto diabolicamente ludico della passione critica, ma anche una forte dose di robusta invidia. Lo sappiamo non solo perché la psicoanalisi lo ha spiegato con dovizia di particolari, ma anche per esperienza diretta: l'invidioso colpisce nell'invidiato quello che vorrebbe essere e non è. Può ricorrere volentieri anche alla diffamazione per colpire chi costituisce il proprio io ideale irraggiungibile. E tutto questo può anche accadere senza che si conosca nulla, letteralmente nulla, della vita dell'invidiato. Quello che conta è solamente la natura maligna del pregiudizio.
Sarebbe necessario un esercizio di ascesi singolare per ciascuno di noi per provare a sottrarsi alla tentazione della condanna sommaria, della demolizione critica, della veemente passione di gettare fango sull'altro. Nella vita privata questo esercizio di ascesi risulta assai più difficile perché si allentano i freni inibitori. «Scrive come un cane e pensa solo al denaro», disse impunemente uno scrittore di una certa fama di un altro scrittore mio amico in mia presenza. Sarebbe stato il caso di dichiarare pubblicamente tale misfatto? Sarebbe come pretendere di svuotare il mare avendo tra le mani un secchiello d'acqua. La tendenza al giudizio perfido nei confronti dei propri simili è inemendabile. Sono certo che nemmeno i premi Nobel per la letteratura possano dirsi del tutto esenti da questa attitudine che è la stessa che permea la vita delle famiglie, dei gruppi amicali, dei partiti, delle congregazioni religiose e di qualunque — dir si voglia — formazione umana. Basta girare le proprie spalle che il commento acido è in agguato. Con l'aggiunta che più uno si distingue dagli altri più cattura fatalmente la critica astiosa.
Da questo punto di vista, se non si vuole negare ipocritamente questa verità «umana troppo umana», la sola cosa possibile è quella di discriminare il piano privato da quello pubblico. Se il privato è una giungla, una gara tra chi colpisce il proprio nemico-amico il più duramente e malignamente possibile, il giudizio, quando invece diventa pubblico, acquista un peso specifico differente. Ma non mi pare il caso di Michele Mari. Il quale resta ai miei occhi innanzitutto un notevole scrittore. Nemmeno sarebbero state necessarie le sue scuse, visto che quello che ha fatto è quello che tutti tendiamo irresistibilmente a fare.
Caccia allo Strega: Mari profana il murgia-culto
Fidatevi se vi diciamo che Michele Mari è il più bravo scrittore italiano. Vi chiederete: e allora come mai è candidato allo Strega, che in tempi recenti è stato vinto da libri-semolino analgesici e perfettamente conformi al mid-cult, e rischia(va) addirittura di vincerlo? Eh, sono i misteri del bizzarro mondo letterario italiano, per cui un signore che ha scritto una trentina di libri, alcuni dei quali veri capolavori, arriva per una vita secondo o viene ignorato, per poi, a 70 anni, diventare il favorito del maggiore premio nazionale, chissà se per improvvisa agnizione di giurati e Amici della domenica o perché lo spirito santo dell’alea editoriale aleggia sulla sua casa editrice, Einaudi.
In un’intervista sul Fatto del 2013, Mari ci disse: “Non mi insospettisce di essere uno scrittore amato: lo prendo come qualcosa di inevitabile, come parte di un equivoco”. Ecco, l’equivoco si va diradando: il consorzio delle Lettere socialmente ammissibili lo ha quasi espulso dal club in cui lo aveva appena accolto, per la colpa grave di aver (forse) pronunciato una frase offensiva sulla scrittrice Michela Murgia, morta nel 2023, anche lei scrittrice Einaudi.
Mari – critico, traduttore dall’inglese, docente di Letteratura alla Statale – è uno scrittore ossessivo, paradossale, inattuale, asociale, arbitrario, estraneo a qualunque perbenismo. Il suo filtro della realtà è eminentemente letterario: divide il mondo in scrittori bravi (massimamente i nevrotici, posseduti da qualche demone), e scrittori pessimi (nella cui categoria fa rientrare anche i mediocri, che odia più dei pessimi). Appartiene alla stirpe di Gadda, Manganelli, Landolfi (ma in questo frangente ricorda Thomas Bernhard, grande scrittore austriaco, che disprezzava il suo Paese e i suoi abitanti, ma ancor più la sua classe intellettuale, e si trovò a ricevere una vagonata di premi su cui scrisse un libro esilarante). I giurati Strega, membri dell’élite editoriale e/o a loro volta scrittori (ma ci sono dentro, per dire, anche ex sindaci di Roma, notoriamente grandi letterati), promuovono e premiano spesso l’esatto opposto: l’attualità, il conformismo, la morigeratezza e le altre virtù di una sinistra al vapore inoffensiva e autoreferenziale che schiva i conflitti e vive di cliché.
Si tenga conto che in quell’intervista Mari ci disse anche: “Io la questione se Céline fosse nazista non me la pongo nemmeno, perché era un genio. Se ti dicessero che Bach era pedofilo, tu che dici? Ma chi se ne frega”. Ecco, Mari si è dimostrato peggio che nazista o pedofilo: avrebbe detto che Murgia era “intransigente perché brutta”. Cioè, chissà se per candore o per la stessa voluttà di sconfitta che abita i suoi personaggi, ha offeso il totem più potente del circuito editoriale romano, e qualcuno ha fatto la spia ai piani alti del culto murgiano. Ma davvero si sta discutendo se sia elegante dileggiare una persona morta, e se corrisponda al bon ton giudicare qualcuno dal suo aspetto fisico? Ovviamente no. Se Mari avesse espresso le stesse opinioni su qualcun altro, non se ne starebbe parlando; invece si discute se debba ritirarsi o essere espulso dallo Strega (la Fondazione, dopo aver preso le distanze da Mari, ha negato di volerlo fare), e si pensa che molti giurati puniranno Mari nel voto finale (ignorando l’abisso che c’è tra il suo libro e gli altri), perché la questione è se si possa non apprezzare Murgia per i più svariati motivi e partecipare allo Strega. A quanto pare no, se non a costo di pubblica gogna; così decreta il demente wokismo d’importazione. Complimenti: hanno annullato il principio noto in estetica come autonomia dell’opera d’arte: l’autore di un capolavoro può essere un soggetto moralmente abietto, posto che in questo caso si tratterebbe non di abiezione, ma di uno sgradevole pettegolezzo (a sua volta condannato e diffuso con un pettegolezzo, vabbè).
Capite che siamo al fanatismo religioso. A questo punto perché non imporre alle case editrici, dopo l’autocertificazione di fedeltà alla Costituzione necessaria per partecipare a Più libri più liberi (manco fossero ministri che devono giurare sulla Carta), di apporre un disclaimer a ogni libro stampato, tipo: “Questo libro è Murgia-correct”? O anche: “Nessuna memoria di scrittore amico di giurati Strega è stata maltrattata durante la lavorazione di questo libro”? Gli scrittori potrebbero impegnarsi a non offendere con pensieri, parole, opere o omissioni né Murgia né coloro che l’hanno amata, e consegnare i dispositivi elettronici per permettere agli inquirenti di fare copia forense di chat, messaggi ed e-mail private in cui possano avere espresso giudizi negativi sugli idoli del giro editoriale italiano. Evidentemente ci si dimentica che erano i totalitarismi, a richiedere tessere e giuramenti e a purgare gli artisti dissidenti (vedi Istruzioni per diventare fascisti, libro di Michela Murgia), pazienza.
We love!
Mentre cadono come birilli i pseudo premier di sinistra, ultimo quello britannico che sta agli ideali cari ad epoche passate come io ai tatuaggi, un ex capo del governo nostrano, flaccido ed inconsistente come le sue azioni, posta “America we love” per commentare la foto di quattro ex presidenti Usa, responsabili di guerre predatorie tramutate in campagne di libertà, un po’ come quando Hollywood ci faceva detestare gli indiani tramutati in assassini e spietate canaglie invece che popolo evaporato dal potere a stelle e strisce e confinato in prigioni a cielo aperto. Il we love lettiano è il simbolo dell’evaporazione dell’ideale di sinistra, annacquato, smielato da questo capitalismo tecno-rapto deviato in grado di far soccombere chicchessia con sirene finanziarie. L’abbiamo una banca del profumato di allora ne è la triste conferma. Adieu!
Palinsesti estivi
Dal “Sionista” fino all’“Ignavo”: i format televisivi dell’estate
Questa settimana termineranno gli ultimi programmi di punta ancora in onda del palinsesto serale, da Otto e 1/2 a È sempre Cartabianca. Torneranno a settembre, come Accordi & Disaccordi, Di Martedì, In altre parole o Piazzapulita. D’estate i palinsesti televisivi cambiano radicalmente, compresi i talk show, e questo addolora i fedelissimi della politica parlata. Per fortuna, oltre a programmi ormai collaudati come In onda di Marianna Aprile e Luca Telese su La7, da lunedì prossimo andranno in onda nuovi format che promettono grandi ascolti e qualità sopraffina. Siamo in grado di anticiparli. Tenetevi forti. Eccoli!
Il sionista. Otto ore di approfondimento giornaliero, su Rai1, dalle 23 alle 7 del mattino. A condurre questo format, benedetto anche da Fiamma Nirenstein, il coraggiosissimo Davide Parenzo, che per l’occasione rinuncerà al suo passatempo preferito: fare il punching-ball alla Zanzara. Si vocifera che il programma avrà anche una rubrica fissa di Maurizio Molinari, dal titolo “Ben-Gvir ha un caratteraccio, ma gode pure di cattiva stampa e questo non è bello”.
Cappellacci e Cappellini. È il nuovo programma di Rai2. Andrà in onda tutti i mercoledì dalle 3 alle 5 del mattino, per non disturbare nessuno e non alzare (involontariamente) la media ascolti sin qui ottenuta – come ospite più o meno fisso – dal conduttore Stefano Cappellini. Il vicedirettore di Repubblica (non è una battuta: è vicedirettore sul serio) si occuperà di ciò che più gli sta a cuore: la lotta al rossobrunismo (qualsiasi cosa voglia dire), dare consigli non richiesti per far perdere in eterno il centrosinistra (che con lui non c’entra niente), ripetere che chiunque è meglio dei grillini (a partire da Renzi e Calenda), accusare tutti di putinismo e – soprattutto – esibire quel bel carisma dirompente, quell’eloquio travolgente da mattatore al contrario e quella contagiosa simpatia acchiappa-share che da sempre lo caratterizzano (all’insaputa di lettori e spettatori, ovviamente). Si vola!
Io la amo di brutto. Una sobria serie tv dedicata a Giorgia Meloni, scritta e interpretata da Italo Bocchino, con Povia nella parte di Donzelli e la colonna sonora in aramaico di Amedeo Minghi. L’opera verrà presentata al Festival di Cannes, con un’anteprima ad Atreju moderata dall’imparziale direttore del Tg1 Gian Marco Chiocci.
L’ignavo. Un progetto fortemente voluto da Francesco De Gregori: tre ore di prima serata su Rai1 senza che accada nulla, nessuno dica nulla, nessuno faccia nulla e nessuno pensi nulla. La scenografia riprodurrà il Vestibolo di Dante, il luogo che il Sommo Poeta trovava prima di attraversare l’Acheronte, popolato da coloro che venivano disprezzati tanto da Dio quanto da Lucifero. Il programma, che in un primo momento doveva intitolarsi Rumore di niente, verrà condotto da Fiorello.
Affondiamoli tutti. Una garbata, ponderata e misurata riflessione di Mario Sechi sulle ribellioni odiosamente proditorie e vergognosamente pleonastiche dei bolscevichi in forza alla Flotilla.
Come stare sulle palle a tutti e non accorgersene. Finalmente il biopic ufficiale di Matteo Renzi. Aldo Grasso, dopo averlo visto in anteprima, ha scritto: “Non si vedeva un biopic così potente dai tempi di Toro scatenato”. La regia sarà di Ivan Scalfarotto. Secondo Il Riformista, il film “è già in odore di Oscar”. C’è grande attesa.
Altri format di cui molto già si parla: L’inesistente (un progetto multimediale di Angelo Bonelli); Spezzare le reni al centrosinistra (una trilogia onirica di Piero Fassino, Emanuele Fiano ed Enrico Letta); Il nero e il nero (a cura di Ignazio La Russa); Non esagerate su Gaza (il nuovo monologo di Erri De Luca). Sarà un’estate infuocata!
L’Amaca
L'evoluzione della bestia
di Michele Serra
Si può mentire? Dipende se la menzogna serve, funziona, fa prevalere chi la pronuncia. Si può imbrogliare? Come sopra: se l’imbroglione vince, certo che si può. Aggiungete alla lista del “si può fare, basta che funzioni” altre possibili azioni considerate in genere disoneste o vergognose, e avrete l’essenza umana (prima ancora che politica) del trumpismo: sottomettere il prossimo a qualunque costo e con qualunque mezzo, perché è il fine che giustifica i mezzi.
Non lo dicono gli oppositori di Trump. Lo dicono, anzi lo rivendicano, i componenti del suo staff di comunicazione social, molto abili nella pratica del rage baiting (adescamento/provocazione per suscitare rabbia): si pubblicano contenuti urtanti o falsificanti o illeciti, per esempio usando la canzone di un artista progressista come colonna sonora dei rastrellamenti dell’Ice, per provocare i “buonisti” (direbbero i trumpiani delle nostre parti), le “anime belle”, l’opinione pubblica dem, i giornali e gli intellettuali attenti al rispetto dei diritti. Il contenuto diventa virale, ed è solo questo che importa. La reputazione di chi lo pubblica non ha alcuna rilevanza: quello che conta è l’effetto mediatico.
Torna in mente “la Bestia” di Salvini, ma eravamo al paleolitico rispetto alla potenza di fuoco che oggi può garantire l’IA. Colpisce, soprattutto, il cinismo e la disonestà di un modo di comunicare che annulla le categorie del vero e del falso, della lealtà e della truffa, pur di ottenere visibilità — senza contare la soddisfazione di avere fatto imbufalire l’avversario politico. Come spiega il capo dello staff, Kealen Dorr (traggo la citazione dal Post) bisogna “essere spudorati nel perseguire gli obiettivi dell’amministrazione con ferocia, rapidità, incisività”. L’onestà? Chi se ne frega.
A guardar bene
I 4 della Buona Morte
L’altro giorno, mentre a Londra crollava Starmer, ultimo astro della “sinistra” guerrafondaia, Renzi abbandonava momentaneamente la navetta Roma-Riad e volava a Chicago per l’autocelebrazione del più clamoroso bluff del “progressismo” mondiale: Barack Obama, quello che doveva chiudere il lager di Guantanamo, tuttora aperto; poi doveva garantire al mondo un futuro di pace (gli diedero persino il Nobel sulla fiducia), ma negli otto anni della sua presidenza gli Usa bombardarono sette Paesi (Afghanistan e Iraq, da cui si guardarono bene dal ritirarsi, e poi Siria, Libia, Somalia, Yemen, Pakistan: migliaia di vittime civili). Il disastro in Nordafrica dovremmo ricordarlo bene perché lo stiamo ancora pagando: le “primavere arabe” sostenute manu militari da Obama produssero, oltre all’assassinio di Gheddafi e alla caduta di Mubarak, lo sfascio della Libia e il golpe di al Sisi in Egitto (le elezioni le avevano vinte i Fratelli Musulmani, quindi non valevano). E la destabilizzazione dell’Ucraina contro la Russia e l’Europa iniziò con Bush jr. e proseguì con Obama, col suo vice Biden e la mestatrice Victoria Nuland che finanziò Maidan al grido di “Fuck Europe!”. Il lupo travestito da agnello, di recente omaggiato dalla Schlein, ha inaugurato l’Obama Presidential Center, costato la miseria di 850 milioni di dollari, insieme a Bush jr., Clinton e Biden.
Trump non era invitato perché ha fatto una sola guerra illegale in cinque anni, mentre i quattro predecessori ne hanno scatenate o provocate o coperte una dozzina: Serbia, Somalia, Afghanistan, Iraq, Siria, Libia, Ucraina, Gaza e Libano (le ultime due seriali), per citare solo le più famose e senza contare le stragi impunite tipo Cermis, le torture da Abu Ghraib a Guantanamo, i rapimenti nei Paesi sudditi (l’Italia condannò gli agenti Cia della rendition di Abu Omar, ma Napolitano e Mattarella li graziarono subito per ordine di Obama). Quattro criminali di guerra con milioni di morti sulla coscienza che, se esistesse il diritto internazionale, sarebbero ricercati dalla Cpi come Putin e Netanyahu. Invece passano per i buoni e danno lezioni al cattivo Trump, che tenta invano di eguagliarli. E, mentre la Volpe di Rignano si beava di quella bella compagnia facendo ciaociao con la manina, Enrico Letta ripostava la foto dei Quattro della Buona Morte con la bandierina Usa e un commento alla bava: “America we love”. Cioè faceva sapere che ama Bush jr., Clinton, Biden e Obama. Poi, naturalmente, tutti a contestare la Meloni perché stava fino all’altro giorno col presidente che di morti ammazzati non ne ha ancora fatti abbastanza. Tanta brava gente di sinistra si chiede che ci faccia Renzi nella coalizione progressista. Ma sbaglia la domanda: quella giusta è che ci faccia il Pd.


