Prolasso alle gònadi
Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
sabato 11 luglio 2026
Ritratto al Pino
Gianni “pel di carota” uso a comandar ubbidendo ai più forti
Davanti al faccione di Donald Trump, sbatte gli occhi, i tacchi e se serve la coda. Porta regali quando può, e il sorriso sempre. A ubbidire piegando la testa davanti al più forte, Gianni Infantino, 56 anni, ha imparato da piccolo, quando i bulli a scuola lo chiamavano “il Carota” per via dei capelli rossi, e in quartiere lo facevano trottare insultandolo come “sporco italiano”, dentro ai margini montani di Briga, paesello del Cantone Vallese, Svizzera franco-tedesca, dove gli immigrati italiani, come i suoi genitori, erano considerati schiavi e zingari e intrusi, buoni solo per diventare carne da cantiere, costruire dighe, qualche volta morirci sotto.
Con quel rancore e quello spavento Infantino, il piccolo di tre fratelli, babbo calabrese, impiegato delle Ferrovie svizzere, mamma casalinga, ha edificato in grande la propria carriera, dal nulla indifeso che era, a imperatore del regno mondiale del calcio, la Fifa, con annessa cassaforte da 11 miliardi di euro, riflettori, potere. E da quella vetta, il proprio mondiale precipizio.
Tre o quattro partite fa, con la faccenda dell’attaccante statunitense Folarin Balogun, riammesso in partita dopo l’espulsione e la squalifica, grazie all’ukase telefonico del Faccione in Capo – “Infantino! Quel fallo non era fallo! Quel cartellino non era rosso! Quell’arbitro non è un arbitro! Provvedi!” – s’è umiliato davanti alle 211 federazioni calcistiche, e ai 6 miliardi mal contati di telespettatori che stanno seguendo con birra, zanzare e noia, la coppa di tute le coppe, un circo a 48 squadre che ostinatamente rincorrono il pallone e le regole del calcio, mentre Gianni Infantino le infrange, inciampando dentro alla propria mappa di inchini diplomatici che ha ricamato intorno ai peggiori bulli del quartiere globale, non solo Donald quest’anno, ma anche Vladimir Putin, con i Mondiali del 2018, lo sceicco del Qatar, con quelli del 2022. Sempre moltiplicando gli incassi e gli sponsor a cominciare da quella paraculissima invenzione degli hydration break, le pause per bere, diventate obbligatorie, che spezzano in due i tempi della partita, raddoppiando la raffica di spot televisivi – soldi, soldi soldi – come a suo tempo denunciò l’immenso Diego Armando Maradona: “Vogliono farci giocare quattro tempi da 25 minuti per infilarci la pubblicità: non mi piace assolutamente!”.
Chi se ne frega di Maradona, avrà pensato a suo tempo Infantino, che nel 2015 è al punto di svolta della sua carriera dentro ai labirinti della Federazione sportiva internazionale, dove da anni nuota in qualità di delfino dietro l’ombra di Michel Platini, detto il Magnifico, Le Roi, presidente della Uefa destinato a succedere a Sepp Blatter, capo supremo della Fifa. È l’anno in cui il cielo del calcio diventa una botola. Precipita Blatter accusato dal tribunale svizzero di truffa e amministrazione infedele e precipita Platini indagato per avere ottenuto 2 milioni di franchi svizzere attraverso false fatture. In quel vuoto spunta Infantino, il nostro eroe, che da indifeso diventa efferato, dal delfino, squalo. E la sua storia un apologo.
Rifinito da una laurea in Legge, e dopo essersi rasato a zero i capelli color carota che lo hanno fatto tanto soffrire, Infantino entra in Uefa nel 2000 dove sale senza fare troppo rumore: da avvocato semplice a responsabile degli Affari legali, anno 2004. Da vicesegretario generale a Segretario generale, anno 2009. Non sfonda le porte, si infila dietro a quelle che Platini apre, una alla volta. Gli porta le carte e il caffè.
È bravo, servizievole, preciso. Parla quattro lingue. Conosce i bilanci, le federazioni, i regolamenti, soprattutto gli uomini. Introduce il fair play finanziario, allarga gli Europei da 16 a 24 squadre, lavora alla Nations League, all’Europeo itinerante. Nei sorteggi televisivi della Champions compare sorridente, rotondo, bonario. Estrae le palline dalle urne. Gli manca solo il grembiule e il vassoio. Nessuno ha paura di lui. Ed è questo il suo vantaggio.
Quando Blatter e Platini finiscono in fuorigioco, lui volta loro le spalle e corre a centro campo. Ha distribuito favori alle federazioni più piccole, le più numerosi e quando si candida incassa tutti i crediti che ha accumulato. Vince con 115 voti, nell’anno 2016. Lancia il “Fifa Forward”, il suo programma di sviluppo e investimenti globali per campi di calcio, scuole, infrastrutture, palloni. I Mondiali salgono a 32 Nazioni partecipanti, le partite a 104. Si moltiplicano gli accordi con i grandi network televisivi. Piovono miliardi.
Quando nel 2018 tocca alla Russia ospitare il campionato, Infantino diventa il migliore amico di Putin, il più sorridente ai summit del Cremlino. Putin ripaga conferendogli “l’Ordine dell’Amicizia”, la prima medaglia della sua nuova carriera, quella di ambasciatore di se stesso.
Poi viene il Qatar, anno 2022. Gli stadi sorgono nel deserto grazie a una moltitudine di lavoratori reclutati dall’Asia e dall’Africa, intrappolati con i contratti capestro, sottopagati, esposti al caldo, agli incidenti, alla morte contabilizzata in (almeno) 6500 vittime. Salgono le proteste e le denunce internazionali. Infantino non vede, non sente.
Alla vigilia del Mondiale, convoca la stampa e pronuncia uno dei discorsi più prodigiosi nella storia dell’ipocrisia sportiva, 19 novembre 2022: “Oggi mi sento qatarino, arabo, africano, gay, disabile, lavoratore migrante”. E poi: “Mi sento uno di loro. So cosa vuol dire essere vittima di bullismo, lo sono stato anch’io. Ho pianto e ho cercato di reagire”. Se la cava facendo la vittima. Poi accusa: “Per quello che l’Occidente ha fatto in 3mila anni di storia, dovremmo scusarci per altrettanti, prima di fare la morale agli altri”. Quindi? “Giochiamo e pensiamo al calcio”.
Dopo Putin e il Qatar, tocca alla Casa Bianca. Corteggia Trump, nel 2020 gli porta una maglia e un pallone. A Davos lo elogia davanti agli imprenditori del mondo. Trump si commuove. Nasce l’amicizia. Si telefonano. Giocano a golf. Il Boss lo aggrega allo staff durante i viaggi negli Emirati. Lo invita stabilmente alla Casa Bianca, entra nelle foto ufficiali e persino nei vertici.
Quando viene rieletto, Infantino è euforico al punto che inventa per lui il “Fifa Peace Prize” il premio per la pace, un finto Nobel con tanto di coppa che gli consegna nel dicembre del 2025, più o meno come avrebbe voluto fare la nostra Giorgia Meloni, anche lei cresciuta underdog. Chissà per quanto reggerà ancora Infantino, dopo l’umiliazione del cartellino rosso, l’inciampo che finirà per archiviarlo, come l’ennesimo (e patetico) potente servo dei potenti.
L'Amaca
Un esplosivo chiamato io
di Michele Serra
L'idea che il caos sia la regola dei nostri tempi ha molte pezze d'appoggio. Probabilmente, in molti, si è abituati a criteri di giudizio troppo rigidi, novecenteschi. Molti dei quali andati in frantumi. A me, per esempio, capita sempre più spesso di non riuscire a farmi un'opinione su persone e fatti, voglio dire un'opinione che poggi su paradigmi politici o culturali o psicologici ancora leggibili.
Il caso Adinolfi, per esempio, per uno come me è semplicemente indecifrabile. Non capisco cosa c'entrino Dio e Mammona con il gioco d'azzardo (a meno che si attribuisca a Dio ogni vincita e a Mammona ogni perdita). Non ho mai colto il senso dell'iter politico di una persona passata per il Pd, approdata all'integralismo cattolico e infine in odore di simpatia per Vannacci. Infine non so capacitarmi del fatto che qualcuno abbia ordito una congiura di false accuse ai danni di un personaggio che, a ben vedere, ha un peso politico minimo e non dà fastidio a nessuno: chi avrebbe mai interesse a zittirlo? E perché?
Posso solo dire che — a parte i cattivi, quelli veri — dispiace sempre vedere qualcuno nei pasticci, e si spera che se la cavi senza troppi danni. Infierire su chi è in difficoltà non riguarda l'annoso derby tra Dio e Mammona, è molto più banalmente una manifestazione di meschinità umana. Però mi darebbe sollievo capire perché una persona che dicono di talento debba mettere in piedi un casino del genere, e finirci sotto. Diventare famosi? Diventare ricchi? Ma ci sono anche maniere più normali per farlo. L'ambizione non è una colpa, l'io ingombrante è un problema di molti, ma i casi nei quali l'io esplode nelle mani di chi lo maneggia cominciano a essere veramente troppi.
La vitola
I casi della vitola
Prima di commentare il “caso Ranucci-Lavitola” abbiamo atteso di capirci qualcosa. Ma più passano i giorni e meno si capisce. Intanto si è già perso di vista il focus: chi ha piazzato la bomba sotto casa Ranucci il 16 ottobre 2025 e perché. Dal polverone politico-mediatico, si direbbe che non si volesse eliminarlo fisicamente, ma sputtanarlo, minando la credibilità sua e di Report. Che ha sempre dato noia a tutti (politici, apparati, affaristi) e quasi tutti han provato a silenziarlo (dalle destre al Pd ai renziani). Missione compiuta: il movente (o uno dei) è già chiaro ancor prima di scoprire il vero mandante. Infatti la Rai sospende le repliche di Report. Poi certo, Sigfrido ci ha messo del suo diventando amicone del faccendiere pregiudicato, uomo di mano di B. in alcune delle sue imprese più losche: dall’acquisto di senatori al dossier anti-Fini sulla casa a Montecarlo. Ma i giornalisti non sono politici, tenuti a doveri di trasparenza, disciplina e onore. E neppure dame della carità: per procacciarsi notizie devono calarsi pure nei bassifondi. Il rapporto con le fonti è vischioso e rischioso: l’importante è non perderne il controllo, non rendersene ricattabili e non diventarne strumenti per tradire la verità. Solo questo deve interessare al pubblico e alla Rai: Report ha diffuso notizie false o taciuto notizie vere per compiacere Lavitola? Per ora non risulta. Lavitola preparava sondaggi farlocchi (con l’aiuto di note firme del Corriere e di Rep, che gli davano incredibilmente retta) per testare Ranucci come leader del centrosinistra anche se l’interessato non era interessato? Questo può rientrare nella mitomania di “Valterino”, o nella sua ansia di accreditarsi con chissà chi, o nell’Operazione Discredito (la sola voce di una candidatura di Ranucci avrebbe squalificato il lavoro di Report passate, presenti, future e offerto alla Rai un ottimo pretesto per silurarlo nell’anno elettorale).
Ora il bello è che a chiedere la testa di Ranucci “amico del pregiudicato Lavitola” sono partiti e “giornalisti” di destra che hanno passato la vita alle dipendenze o al seguito di pregiudicati. Ferrara e Sallusti moraleggiano sulle frequentazioni di Ranucci dopo aver servito, riverito e/o santificato il fior fiore del pregiudicati d’Italia (che però infestavano le istituzioni, non un’osteria): Silvio B., Paolo B., Craxi, Previti, Dell’Utri, Cosentino, Contrada, Verdini, Formigoni, Cuffaro, giù giù fino alla Minetti. Per non farsi mancare nulla, Ferrara era pure una spia della Cia. Sedici anni fa la stampa di destra si abbeverava alla purissima fonte di Lavitola per killerare Fini per conto di B.. E ora chiede a Ranucci di “ritirarsi” o alla Rai di cacciarlo perché è amico del pregiudicato sbagliato. O di quello giusto nel momento sbagliato.
venerdì 10 luglio 2026
Primo ascolto
Ad un primo ascolto sorgono quesiti: avranno voluto dire “noi siam noi e voi non siete un…” oppure han cercato di adeguarsi alla mentalità di questo tempo musicale infausto? Perché se è vero che al tempo di Emotional Rescue si gridò allo scandalo per la disco dance profusa, e rivelatasi successivamente uno dei più bei pezzi della categoria, oggi, e lo dico oggi, Mr Charm avrei evitato di proporlo. Altri brani scorrono senza, al momento lasciare segni in sinapsi. Vien da pensare che i pezzi anticipati siano stati immessi quasi a dire “sappiamo fare rock ma dobbiamo aprirci ad altro”. Molto bello il classico di Keith e soprattutto Beatiful Delilah ci pone davanti al mistero degli Stones, sempre sull’onda, sempre a surfare. Al momento quindi un buon album che difficilmente credo entrerà nella Hall.
L'Amaca
Il comfort della menzogna
di Michele Serra
Leggendo sullo schermo della tivù di Stato «il servizio pubblico non dovrebbe mentire. Ci scusiamo per averlo fatto così a lungo», che cosa avrà pensato un sostenitore di Orbán? Che quel messaggio, così esplicito, così insolito, dipende dall'effettiva restituzione della tivù pubblica ungherese alle sue funzioni, e dunque dalla fine della menzogna come arma di propaganda? O piuttosto avrà pensato: ecco, i nostri nemici hanno preso il potere e vogliono farci tacere, cominciando a mentire a loro favore?
Temo che sia più probabile la seconda ipotesi. L'idea che le notizie gradite siano quelle vere, le notizie sgradite siano false, ha fatto molta strada. Anche grazie alla selezione algoritmica dei consumi, ognuno di noi (compreso chi scrive) viene raggiunto soprattutto dalle notizie e dai commenti che gli sono omologhi. È la famosa bolla informativa, che ha una sostanziale funzione difensiva. L'urto che quella scritta può produrre su un elettore di Orbán è insostenibile, perché gli dice: il tuo capo era un mentitore, e ha costretto questa emittente a mentire. E ben pochi sono disposti ad ammettere che con il loro voto hanno consegnato il Paese a un demagogo bugiardo.
Come se ne esce? La via è una sola. Provare tenacemente a credere che può esistere, anzi deve esistere un racconto del mondo che sia, almeno in parte, condiviso. Accettato da tutti. Una televisione, appunto, «pubblica» non ha altra giustificazione né altra funzione: se non lo fa, è come un coltello che non taglia o una ruota che non gira.
Non mentire, dunque raccontare le cose come stanno, è una strada faticosa. Direi controvento. Ma se la tivù ungherese dovesse riuscire a restituire una qualche oggettività al suo lavoro di informazione, forse alla lunga anche qualche elettore di Orbán penserà: mah, non è poi così male, questa idea che la realtà sia una sola, uguale per tutti.


