lunedì 8 giugno 2026

Coltivare senza esagerare

 


Forse è bello così, forse le letterine a Giulietta, molto somiglianti a quelle per Babbo Natale, sono un impulso a coltivare la fantasia, il sogno. Gardaland e Giulietta Capuleti sono salubri finzioni, unica eccezione è che una volta entrato nella casa veronese, pagato il biglietto, trovi un cartello messo lì quasi con noncuranza che t’informa che quello che stai visitando è finzione, che il balcone che stressa cellulari di giapponesi e non, è stato costruito nel 1935, che la statua abbracciata da centinaia di persone al giorno è di una ragazza mai esistita, che il letto matrimoniale che attizza  cuori è quello fatto costruire da Franco Zeffirelli per il film sui due. Ma va bene cosi, i sogni coltivati abbattono le paure, le fobie dei tempi. Quell’indicazione per strada “Tomba di Giulietta” invece, quasi quasi fa masticare amaro, vista l’esagerazione tendente a materializzare fiction solo  per business. Non è mai salutare raffreddare cuori, togliere speranze ed emozioni. Purché non si esageri.

Lo show al posto del pallone

 

Pubblicità, costi folli, troppe partite: come il calcio si fece intrattenimento. Lo show dei mondiali americani 


di Lorenzo Vendemiale 

Si potrebbe coniare un felice neologismo, in onore del Paese ospitante, per descrivere i Mondiali 2026, che si giocheranno negli Stati Uniti (con una manciata di partite pure in Canada e Messico) dall’11 giugno al 19 luglio: “Soccertainment”, parola macedonia che fonde i termini soccer, con cui gli americani si riferiscono al gioco del pallone, ed entertainment, “intrattenimento”. Perché questa – più che di Francia, Spagna e Argentina, le grandi favorite al titolo, Yamal e Mbappé, Cristiano Ronaldo e Messi, le stelle più attese – sarà l’edizione in cui il calcio si trasformerà, forse in maniera definitiva, da sport in spettacolo. Un po’ per compiacere i padroni di casa, che hanno sempre avuto una concezione particolare della competizione sportiva. E un po’, anzi soprattutto, per assecondare il gigantismo della Fifa di Gianni Infantino, grande capo del calcio mondiale, se ancora così possiamo chiamarlo.

Tutto ciò che caratterizzerà questa 23esima edizione rispetto al passato, è stato voluto, studiato e attuato per accentuarne la dimensione performativa e commerciale, anche a scapito dello spirito del gioco. Prendiamo l’elemento centrale di un torneo, il numero delle partecipanti. In America noi mancheremo, e guai a prendersela con le inique qualificazioni. Però ci saranno Haiti, Uzbekistan, Giordania, un quarto delle nazionali totali del pianeta, grazie alla nuova formula a 48 squadre, mai così tante nella storia. Gli effetti tecnici li vedremo sul campo: assisteremo a tante gare squilibrate (partite come Argentina-Curacao rischiano di essere una mattanza), rendendo quasi inutile la prima fase, con gironi poco competitivi in cui vengono pure ripescate le migliori terze (72 match per eliminare soltanto 16 squadre). C’è il rischio concreto di aver peggiorato la qualità del torneo. In compenso, sappiamo già quali sono stati gli effetti economici.

I Mondiali 2026 saranno l’evento sportivo più redditizio di sempre: si parla di circa 9 miliardi di dollari di fatturato, che diventano 13 nell’intero ciclo 2023-2026. Un enorme flusso di denaro che in parte serve all’organizzazione dello stesso evento, viene reinvestito sul movimento e distribuito tra le partecipanti (montepremi record da 870 milioni), comunque finisce per alimentare il carrozzone Fifa, che al contrario della Uefa (Europei più Champions), si regge interamente sui Mondiali. Soltanto i diritti tv frutteranno 4 miliardi: questo perché, aumentando le partecipanti, le partite sono passate da 64 a 104, quindi la Fifa ha molti più contenuti da vendere alle emittenti. E su molti più mercati. Stesso discorso per il botteghino, la voce più cresciuta in assoluto (+300% rispetto a Qatar 2022), per un totale di circa 3 miliardi di incasso: anche qui, merito del numero maggiore di gare e della forte domanda nel mercato nordamericano, che ha spinto alle stelle i biglietti. I fortunati che potranno permetterseli non andranno a vedere soltanto una partita.

Ai Mondiali 2026 ci sarà una novità storica: per la prima volta verranno introdotte due mini pause di 3 minuti, al 22° di ciascun tempo, oltre all’intervallo. Le hanno spacciate come hydration breaks per far fronte alle alte temperature: per assecondare i palinsesti tv europei si giocherà a mezzogiorno in piena estate. Il precedente dei Mondiali ’94 con la finale nel caldo torrido di Pasadena ce lo ricordiamo bene. Nessuno prima di Infantino aveva osato tanto. In quelle pause, i broadcaster saranno autorizzati a trasmettere spot, dopo 20 secondi dal fischio dell’arbitro e fino a 30 secondi prima della ripresa. Sono state così create 208 nuove finestre pubblicitarie da 2 minuti e 10 secondi ciascuna, che potranno essere vendute a peso d’oro dalle tv (che quindi hanno pagato di più i diritti alla Fifa). Proprio grazie a queste, ad esempio, la Rai conta di compensare la mancata qualificazione dell’Italia – altrimenti sarebbe stato un salasso – e raggiungere una raccolta record da 70 milioni.

Addirittura nel corso della finale del 19 luglio al MetLife Stadium, New Jersey, per la prima volta ci sarà un halftime show: un vero e proprio spettacolo a fine primo tempo, sul modello del Super Bowl del football americano, con ospiti Madonna e Shakira e la direzione artistica curata da Chris Martin dei Coldplay. Tutto ciò mal si concilia con l’intervallo da 15 minuti previsto nel pallone. Comunicazioni ufficiali non ce ne sono state, ma pare che la pausa potrebbe dilatarsi fin quasi a mezzora, creando problemi ai calciatori, spezzando il filo narrativo del match più importante del pianeta.

Va da sé che i Mondiali 2026, oltre che i più redditizi, saranno anche i più cari di sempre per chi vorrà vederli. La polemica sui biglietti, come detto, è esplosa da mesi, è stata persino interpellata la Commissione europea, che può farci nulla. Il sistema dei prezzi dinamici adottato negli Usa ha fatto sì che un ticket per la finale costi in media tra i 4 e i 7 mila dollari, mentre gli ingressi popolari a 60 dollari per la fase a gironi praticamente non si sono mai visti. Se ci aggiungiamo le tariffe degli hotel americani, e soprattutto di parcheggi e trasporti pubblici – che spesso nelle grandi manifestazioni sportive vengono concessi gratuitamente ai fan, mentre negli Usa hanno subito delle impennate da parte delle amministrazioni locali – si capisce che il Mondiale 2026 non sarà un evento a misura di tifoso.

Del resto, non è per loro che è pensato. Se il calcio si trasforma in show, parallelamente il tifoso diventa consumatore, meglio se facoltoso: è la trasformazione socioculturale verso cui da tempo si muove il pallone per far fronte alla saturazione dei mercati tradizionali, e che a Usa 2026 toccherà il suo apice. Quindi ora mettetevi comodi e aprite il portafoglio: iniziano i Mondiali.

domenica 7 giugno 2026

Incontri

 


Pur avendo contezza di essere un sosia del Mago Oronzo - anche stamani ne ho avuto conferma, manca solo lo stecchino - davanti a questi spettacoli della natura, a questo fluido d’oro - Dio benedica i Ferrero - a questa procedura d’inserimento nel magico contenitore, non posso che cedere, alla faccia delle insalate plastificate e degli insalubri consigli dietetici! Ho anche scaldato del pane bianco cospargendolo del nettare degli dei, trasvolando in un’altra dimensione per parlare con Abramo e Sant’Agostino del fantastico pomeriggio sportivo che ci aspetta! (Tutti e tre tifiamo Kimi e Flavio)

Natangelo

 



Riprovaci

 

Non hai vinto, ritenta

di Marco Travaglio 

E niente, ai nostri giuristi per caso non ne va bene una. Avevano finalmente scoperto due magistrati da adorare: la Pg milanese Nanni che s’è data ragione da sola perché Mattarella potesse darsi ragione da solo sulla grazia alla Minetti; e la gip fiorentina Martucci che ha archiviato l’inchiesta su B. (morto) e Dell’Utri (vivo) sulle stragi del 1993-94. “Magistrate da urlo”, le incensava il Foglio in orgasmo. Poi ieri il Fatto ha intervistato i tassisti che portavano le prostitute dal bordello di Punta del Este a casa Cipriani. E proprio a una festa del Foglio, a un’ora pericolosamente tarda del pomeriggio, Carletto Nordio ha detto che il caso Minetti non è chiuso: “Forse ci sarà qualche piccolo seguito di istruttoria” (corre voce che certuni stiano tentando di far ritrattare Graciela, la testimone che sperava di essere sentita dai magistrati italiani, povera illusa; ma cascano male: tutto quello che ci ha detto è registrato). In più la reazione dell’opinione pubblica alla ri-grazia è un po’ diversa da quella sognata dal Quirinale e dai suoi corazzieri. Meglio che Mattarella tenga pronte almeno altre 250mila grazie per i detenuti in carcere (62mila), i condannati che scontano la pena fuori dal carcere (100mila) e che attendono lo stesso trattamento (100mila). A occhio, meritano tutti la grazia un po’ più della Minetti.

Poi c’è l’archiviazione di Dell’Utri sulle stragi. Purtroppo è l’esatto opposto di come i trombettieri del Berluswashing se l’erano immaginata senza conoscerla: gli olgettini a mezzo stampa vedevano il crollo di “30 anni di teoremi”; Marina, figlia d’arte, delirava sulla fine di “campagne di delegittimazione” e di “montagne di carta straccia in tribunale e in certi giornali” e sull’“emergenza di riformare la giustizia” che si ostina a indagare sulle stragi; e la Meloni si congratulava con lei per le “ombre spazzate via dopo 30 anni di sospetti infamanti”. Mai commentare senza leggere: la gip “da urlo” scrive che “si configura un quadro indiziario significativo sulla posizione di Dell’ Utri”, anche se insufficiente, e si indaga su persone a giorno di “notizie estremamente riservate su Berlusconi mai veicolate alla magistratura”. Calamucci, hacker di Equalize, parla intercettato di una “vera prova di colpevolezza di Berlusconi di come ha preso i soldi dalla mafia” a proposito della nota di un ex Ros su un amico di Mangano che gli avrebbe portato dei soldi. Spiace per Marina: per il cestino della carta straccia c’è tempo.

Ps. Ieri Sallusti, con grave sprezzo del ridicolo, titolava su Libero “Travaglio senza vergogna”. Intanto il suo spirito guida Palamara veniva condannato a pagare 23mila euro all’ex Pg Salvi per averlo diffamato nel libro scritto da lui (Sallusti). E pazienza, dài, è andata così.

sabato 6 giugno 2026

L'Amaca

 


Se il socialismo rimane fuori

di Michele Serra

L'intervista al Foglio nella quale Pina Picierno spiega la sua sofferta decisione di lasciare il Pd è lunga come un libro, e non mi azzardo a riassumerla. Posso solo dire che l'ho letta per intero ricavandone l'impressione di un livello politico e ideologico insolitamente alto rispetto alla stanca risacca di parole tanto enfatiche quanto risapute che rende così prevedibile la politica italiana.

Aggiungo che il tema di Picierno (almeno, quello che mi è sembrato il tema di Picierno) è molto condivisibile: lo zelo identitario (della sinistra) è una perdita di tempo se non si traduce in proposte di governo. Fare politica non significa dire "chi si è" – specialmente se non lo si sa con certezza. Significa dire che cosa si vuole. Solo da lì si può capire per davvero chi si è. È questa la qualità migliore, penso, del piglio riformista: la politica è fare, tutto il resto lascia il tempo che trova.

D'accordo anche sull'europeismo, l'antipopulismo, l'antigiustizialismo, le virtù liberali che lo spirito dei tempi minaccia o comunque trascura.

D'accordo quasi su tutto. Ma a proposito dei "nuovi assetti" di cui tutti parliamo, a me parrebbe, da elettore di sinistra (definizione vaga, ma nemmeno troppo) che il più ingombrante di questi "nuovi assetti" sia l'ingiustizia sociale, lo strapotere di pochi oligarchi finanziari che la politica (nel mondo) non è in grado di disarcionare, il neo-schiavismo di fatto, l'accumulo indisturbato di smisurati patrimoni, e smisurato potere, in poche mani. Il capitalismo mutato in plutocrazia.

Di questi temi, forse perché non adeguatamente stimolata dal suo intervistatore Claudio Cerasa (la grande scuola del Foglio spicca per passione politica, non per passione sociale) Pina Picierno non parla. Questo illustra la differenza più rilevante tra "social-democratici" e "liberal-democratici". Servono tutti e due. Molti sinceri auguri a Picierno da un elettore socialdemocratico.

Come quando...