domenica 5 luglio 2026

L’Era


Cosa caratterizza questi tempi? Semplice, semplicissimo: stiamo vivendo l’Era dell’Assuefazione. Ci stiamo, come buoi, adagiando in un altipiano indecente di normalità: hanno ucciso 30mila bambini, stanno assassinando un popolo intero? Normalità, però ci indignano, con tutto il rispetto, per un cagnolino abbandonato. C’è un presidente instabile mentalmente che ha già introiettato 2,5 miliardi di dollari giocando in borsa e con le criptovalute? Normalità, però l’assessore che prende la bustarella da 5k e no, quello no, è indecente! Ci sono persone che non si curano perché non hanno soldi, code alla Caritas per il pranzo che si allungano e contemporaneamente spenderemo 17 miliardi in nuove armi nella Nato, perché così vuole quel bastardo biondo che poi ce le venderà? Normalità, però c’indigniamo per la sporcizia negli ospedali pubblici e per le attese per le visite mediche. Stiamo soffocando da un caldo micidiale, sul Cervino piove, lo zero termico supera i 4000 e nessuno pensa a come correre ai ripari? Normalità, tanto ci sono i condizionatori. L’Era dell’Assuefazione, appunto! 

Ultimamente

 


Intanto sulla Bananiera Italia...

 

Giochi del Mediterraneo: gli sciacalli di Taranto 


di Leo Amato 

“Io ho fatto quello che mi è stato detto di fare. Avevo chiesto se non fosse meglio costruire due piscine più piccole qui, per gli allenamenti, e andare a Bari per le gare, ma la risposta è stata no, no e no. Perché era l’opera simbolo dei giochi. Ora sono preoccupato anche io di quello che ne sarà”.

L’ufficio di Massimo Ferrarese, commissario straordinario e presidente del comitato organizzatore dei Giochi del Mediterraneo 2026 si affaccia sul cantiere delle nuove piscine olimpioniche di Taranto, uno dei tanti impianti ancora da ultimare a un mese e mezzo dalla cerimonia di inaugurazione del 21 agosto.

Lo stadio del nuoto di Torre d’Ayala, costato 41 milioni di euro, è una delle strutture che rischiano di chiudere all’indomani delle due settimane di competizioni, a causa degli alti costi di gestione. La copertura dello stadio di Lecce “benedetta” dall’allora ministro Fitto in piena campagna elettorale, invece, sarà finita in autunno. Intanto il centrodestra ha riconquistato il Comune, e qualche sciacallo si è portato avanti, rubando il rame dal cantiere del nuovo stadio del nuoto.

Nei prossimi giorni tornerà nella Città dei due mari il Comitato internazionale dei giochi, che la scorsa settimana ha espresso preoccupazione per i lavori su alcune delle strutture, incluso lo stadio del nuoto e il centro tennis “Magna Grecia”. Quasi in contemporanea la sezione di controllo della Corte dei Conti ha lanciato un allarme sul rischio di “un ulteriore aumento dei costi che risultano già elevati”, sulle incertezze rispetto alle “entrate previste”, data la scarsità di sponsor, e sull’assenza di un piano trasporti e viabilità.

Quello dei collegamenti è un problema vero dal momento che atleti e accompagnatori, in numero non inferiore a 4 mila, saranno ospitati su una nave da crociera saudita e il traghetto “Romantika” della compagnia estone Tallink, un’ex “love boat” in arrivo dal Baltico dopo un’estate di notti senza fine. E ogni giorno dal villaggio galleggiante ormeggiato nella base tarantina della Marina militare dovranno muoversi su strade disastrate per allenamenti e gare verso 37 impianti sparsi in un raggio di 80 chilometri, in una delle zone peggio servite a livello infrastrutturale d’Italia. Assieme a spettatori e personale dell’organizzazione.

Eppure Ferrarese, ex presidente della Provincia di Brindisi scelto da Fitto per condurre in porto l’operazione, non si scompone.

“I lavori sono più avanti di quanto possa sembrare a un occhio inesperto”. Spiega lui che è titolare di una ditta di prefabbricati. “Lì si è partiti dopo perché il centro tennis è stato l’ultimo appalto a passare dal Comune di Taranto alla gestione commissariale”.

Poi l’affondo sul vecchio comitato organizzatore a guida Regione Puglia-Comune di Taranto, due amministrazioni di centrosinistra che a lungo hanno accusato il governo di centrodestra per i ritardi accumulati, denunciando il mancato stanziamento dei fondi necessari per avviare la progettazione.

“Io ho ereditato le scelte fatte da loro. Inclusa quella sullo stadio del nuoto che l’ex governatore Michele Emiliano e l’ex sindaco Rinaldo Melucci hanno voluto a tutti i costi. E comunque non è vero che non avevano i fondi per la progettazione. Noi abbiamo iniziato senza avere un euro in più, altrimenti i giochi non si facevano”.

Il commissario sa di avere dalla sua parte i tarantini, che assistono quasi increduli a un sogno che si avvera, tra mille difficoltà. Dopo decenni di promesse tradite sono schierati a difesa dei “loro” giochi e osservano incantati le nuove coperture dello stadio Iacovone e del centro per l’atletica indoor. Architetture sfavillanti che già contendono l’immaginario cittadino alle inquietanti cupole del parco minerario dell’Ilva, realizzate nel 2019 per contenere le polveri della più grande acciaieria d’Europa.

Poche e isolate le voci critiche come il direttore del Corriere del Giorno Antonello De Gennaro, che da mesi denuncia un presunto conflitto d’interessi di Ferrarese dopo che lo stadio e il palazzetto dello sport del suo paese, Francavilla, sono stati inseriti tra gli impianti che ospiteranno gare e allenamenti di calcio e badminton. Previo restyling da 6 milioni e mezzo di euro.

Ma per la città di Rodolfo Valentino la prospettiva di svegliarsi col trucco sfatto è più che concreta. Anche a causa di alcune scelte dettate più che altro da ragioni di campanile. Tipo quella di far giocare la pallamano femminile a Conversano (1 ora e 14 minuti di distanza in auto) o il calcio a Lecce (1 ora e 10 minuti di distanza), ma mantenere il nuoto a Taranto, realizzando 2 nuove piscine olimpioniche invece di recuperare l’unica vasca già esistente in regione a Bari (1 ora e 15 minuti di distanza). Un impianto ristrutturato nel ’97 proprio per i Giochi del Mediterraneo, e abbandonato da qualche anno a causa degli alti costi di gestione, nonostante un bacino di utenza quasi doppio.

“Il grosso delle strutture era in condizioni disastrose”, ammette il commissario. Perché a parte rare eccezioni la scelta è stata quella di mettere mano all’esistente più che edificare ex novo. Ma anche qui con qualche apparente eccesso se si considerano i 4 milioni spesi per adeguare la viabilità a servizio del palazzetto dello sport di Brindisi, e i 2,7 milioni per il Palasport di Lecce, che ospiteranno un’unica giornata di gare di pallavolo a testa. O i 2 milioni di euro per il pala San Giacomo di Conversano, tempio della pallamano, dove è prevista un’unica giornata di gare della nazionale femminile di “handball”.

Il timore, insomma, è che una volta spenti i riflettori molte delle strutture appena ristrutturate tornino nel loro stato originario di abbandono e che arrivino a far loro compagnia anche le nuove. Tipo lo stadio del nuoto o il centro da 6,8 milioni per il tiro con l’arco di Crispiano progettato da Francesca Colaninno, già vicesegretaria provinciale dei Conservatori e riformisti, il partito di Fitto confluito in Fratelli d’Italia.

“Non sapevo facesse politica”, risponde al Fatto il sindaco M5s di Crispiano, Luca Lopomo, che rivendica l’idea del centro per il tiro con l’arco e promette che non sarà l’ennesima cattedrale nel deserto.

“Abbiamo fatto una selezione e l’abbiamo scelta perché aveva i titoli. Ricordo che l’allora direttore del Comitato organizzatore, Elio Sannicandro, ne parlava molto bene”.

Sannicandro, già fedelissimo dell’ex governatore Emiliano poi finito a processo per corruzione in relazione ad altre vicende, è un’altra delle poche voci critiche rimaste in giro.

L’anno scorso non ha nascosto le sue perplessità, ad esempio, sulla trasformazione del Pala Ricciardi di Taranto da palestra polifunzionale a impianto per l’atletica leggera indoor. Come se ne vedono in tante città del nord per ospitare i campionati invernali.

Nel frattempo il palazzetto di Laterza è stato espugnato e vandalizzato a pochi giorni dall’inaugurazione. Il sindaco di Crispiano freme. “Ci serve la videosorveglianza, subito”.

Frementi

 



Pensieroso

 



L'Amaca

 


Sarebbe questa la famosa America?

di Michele Serra


Il discorso di Trump in occasione del 4 luglio è stato talmente puerile, elementare, privo di qualunque gravame culturale o psicologico, da costringere a chiedersi se non siano la protervia, l'avidità o la violenza, ma sia l'ignoranza la peggiore minaccia per il futuro dell'umanità. E pure per il presente.

La stolta idea che esista un Bene (l'America) e un Male (la non America, per comodità di Trump ribattezzata «il comunismo») è, prima di essere un'idea fanatica, un'idea paurosamente incolta. Per arrivare a formularla, ed esprimerla in pubblico, bisogna non sapere niente non solo del mondo, ma perfino degli americani, che del mondo sono comunque un piccolo spicchio (per la precisione: circa il 2,4 per cento del totale del genere umano).

Bisogna credere che ogni possibile scrupolo di equità sociale, specie se alligna sul sacro suolo americano, sia «comunismo». Che avere fede nell'America equivalga ad avere fede in Dio, perché le regole dell'America sono le stesse di Dio, e dunque gli atei (sinonimo di comunisti) sono nemici da schiacciare o corpi estranei da espellere (che differenza c'è con gli ayatollah?). Bisogna credere che arricchirsi sfruttando un ruolo pubblico (come sta facendo, sfrontatamente, Trump) sia lecito, sia in regola con «l'America»; mentre tassare i miliardari per aiutare i poveri sia invece «un furto» perpetrato dal comunismo ai danni dell'America.

Un farmer bianco, povero e incazzato, che scende dal suo pickup per andare a mangiare tre dollari di robaccia in un fast food di paese, non avrebbe saputo dire di peggio. Va bene che gli intellettuali servono a poco; in compenso si capisce bene a cosa servono gli ignoranti, specie quando vanno al potere: a rendere il mondo perfino più stupido e cattivo.

Sempre in difesa

 

Pandemia di balle 


di Marco Travaglio 

Alcuni fatti documentati per difenderci dalle balle del Circo Barnum detto “commissione Covid” e dei suoi trombettieri a mezzo stampa e tv.

“Monopolio cinese sulle mascherine”. A inizio pandemia (febbraio 2020) ne servono milioni al giorno, ma l’Italia non ne fabbrica mezza. Tutta Europa le cerca: prezzi alle stelle. Il premier Conte nomina commissario Arcuri per riallestire la produzione nazionale e intanto trovarle all’estero. Solo 1/4 arriva dalla Cina e le forniture cinesi contestate sono 800 milioni di pezzi su 10,5 miliardi (il 7,6%). Poi a fine luglio l’Italia diventa autosufficiente, producendo 20 milioni di mascherine al giorno.

“Mascherine cinesi farlocche e pericolose”. No, tutte validate da Cts e Dogane. La Procura di Gorizia, su denuncia anonima e analisi di laboratori privati non abilitati, ne sequestrò 60 milioni perché non erano Ffp2: infatti erano Kn95, protettive come le altre secondo le norme e il Cts. Farlocche erano le analisi: usavano prove tecniche previste per Ffp2. Il Tribunale le dissequestrò e il gup di Roma archiviò: “Il fatto non sussiste”.

“Pagate 2, 3, 4 volte i prezzi di mercato”. Falso. Per Eurostat, l’Italia pagò le mascherine cinesi meno della metà rispetto alla Germania e 2/3 rispetto alla Francia.

“Conte favorì il suo socio di studio Di Donna”. Falso: Di Donna, docente alla Sapienza, collaborava allo studio Alpa, come Conte finché non divenne premier. Poi zero rapporti. I Carabinieri intercettano Di Donna e concludono: “Non sono state rilevate conversazioni intrattenute dal Di Donna con l’ex Presidente del Consiglio”. Il Gup archivia Di Donna nel merito, non per le modifiche di Nordio al traffico di influenze.

“Mascherine cinesi preferite a quelle meno care di Bianchi”. È la tesi di FdI e del “supertestimone” Dario Bianchi, ad di JC-Electronics a Colleferro, che nel 2020 fattura 4 milioni in materiali elettrici e s’improvvisa importatore di mascherine: a 2,20 euro (quelle cinesi costano 2,16). La Protezione civile gli fa un contratto da 22 milioni (il quintuplo del suo fatturato) per 10 milioni di Kn95. Poi arriva il commissario e scopre che la ditta in tre mesi ha consegnato solo il 15% dei pezzi, in parte non validati dal Cts o importati senza permessi: contratto rescisso per “inadempimenti”. Arcuri viene archiviato, anche su questo punto. Ma il Tribunale civile di Roma riconosce a Bianchi un risarcimento-monstre di 203 milioni (per un contratto di 22 onorato al 15%). L’Avvocatura di Stato chiede la sospensiva e appella l’incredibile verdetto. Ma prima che la Corte si pronunci il governo Meloni fa un decreto che dà 110 milioni a Bianchi e due giorni dopo firma la transazione. Bianchi va in tv e in commissione, ma tace sulla sommetta. Ora urge una commissione d’inchiesta sulla commissione d’inchiesta.