“Ciò che si perde a Gaza lo perdiamo tutti noi”
di Francesca Albanese
Pubblichiamo come anticipazione di “Tortura e Genocidio”, il nuovo libro della Relatrice Speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati, un estratto del discorso di presentazione del rapporto al Consiglio Diritti Umani.
Eccellenze,
(…) presento le conclusioni del mio ottavo rapporto, il quinto che documenta il genocidio in corso contro il popolo palestinese. Le sue conclusioni mettono in luce uno degli elementi distintivi di questo genocidio: il ricorso diffuso e sistematico alla tortura da parte di Israele, insieme alla deliberata creazione di un ambiente di tortura ai danni di uomini, donne e bambini palestinesi.
Pur condannando inequivocabilmente la tortura commessa da tutti gli attori, compresi i membri dei gruppi armati palestinesi che agirono il 7 ottobre 2023 e successivamente, questo rapporto si concentra sull’uso della tortura nel contesto del genocidio in corso, e dunque sulle azioni di Israele in quanto potenza occupante, come richiesto dal mio mandato.
Tra ottobre 2023 e gennaio 2026, le forze israeliane hanno arrestato più di 18.500 palestinesi nel territorio palestinese occupato. Tra questi, bambini, persone con disabilità, medici, giornalisti e operatori umanitari. Quasi cento sono morti durante la detenzione, mentre 4.000 restano vittime di sparizione forzata e migliaia sono detenuti senza essere formalmente sotto accusa. Sono trattenuti in condizioni disumane: picchiati, incatenati, abusati sessualmente, stuprati, privati di cure mediche, affamati. Una violenza così abominevole rimane impunita perché agli israeliani è stata di fatto concessa una licenza di torturare i palestinesi. In altre parole, questa realtà è stata resa possibile perché la maggior parte dei vostri Stati, dei vostri ministri, dei vostri governi, l’ha permessa per così tanto tempo.
Anziché riassumere il rapporto, ho deciso di prestare la mia voce ai sopravvissuti alla tortura, il cui coraggio, insieme a quello delle organizzazioni della società civile palestinese e israeliana che hanno documentato il loro Inferno, ha permesso alla verità di arrivare in questa sala, a rischio straordinario delle loro vite e dei loro mezzi di sussistenza.
«Il quarto giorno in prigione, un soldato israeliano ha gettato il cibo per terra, che consisteva soltanto in labneh [yogurt colato], urlando: “Mangiate da terra, puttane di Hamas, proprio come gli animali!”» (…)
«Hanno nuovamente sguinzagliato contro di noi i cani della polizia, lasciando che ci lacerassero la carne. Un cane ha attaccato un altro detenuto e ha iniziato a sbranargli i genitali. È morto dissanguato tra le mie braccia. Un medico, protetto all’interno di una gabbia, lo ha esaminato a distanza e ha detto: “Buttatelo fuori”».
«Uno dei soldati mi ha stuprato inserendomi violentemente un bastone di legno nell’ano. Dopo circa un minuto lo ha estratto e inserito nuovamente con maggiore forza mentre io urlavo. Poi mi ha costretto ad aprire la bocca e a leccare il bastone». (…)
Il mio rapporto dimostra inoltre che la tortura si estende ben oltre le mura delle prigioni, in quello che non può che essere descritto come un ambiente di tortura imposto da Israele sull’intero territorio palestinese occupato. La continua distruzione, protrattasi per decenni, di case, ospedali, scuole e infrastrutture – combinata con sfollamenti forzati, fame, bombardamenti, sorveglianza pervasiva, detenzione arbitraria, tortura e altre forme di maltrattamento – ha trasformato la vita in un continuum di sofferenza fisica e mentale.
(…) Il filosofo Jean Améry, sopravvissuto alla tortura durante l’Olocausto, scrisse una volta: «Chi ha subìto la tortura non può più sentirsi a casa nel mondo». (…)
Il popolo palestinese oggi – che si trovi in detenzione, sotto i bombardamenti a Gaza, terrorizzato da criminali armati in uniforme o da squadre di coloni in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, o persino nell’esilio forzato, nella diaspora – sta subendo precisamente questa distruzione intenzionale. (…) Fin dai primi anni dello Stato di Israele, privare arbitrariamente i palestinesi della libertà, così come di tutti i loro diritti, è stato uno strumento centrale del dominio israeliano, sostenuto da leggi, istituzioni e retoriche che normalizzano gli abusi, ampliano i poteri di detenzione e disumanizzano i palestinesi. Dall’ottobre 2023, la tortura è diventata politica di Stato, sostenuta da una cultura della tortura socialmente prodotta, politicamente difesa e pubblicamente normalizzata. La proposta di pena di morte per i detenuti palestinesi, già approvata in prima lettura dalla Knesset, rappresenta un’ulteriore e pericolosa escalation. Ho pertanto raccomandato che i responsabili – compresi alti funzionari quali Itamar Ben-Gvir, Bezalel Smotrich e Israel Katz – siano sottoposti a indagine e che, ove ne ricorrano i presupposti, siano emessi mandati d’arresto.
(…) Il diritto internazionale è inequivocabile. La tortura è assolutamente proibita in ogni circostanza. Lo stesso vale per il genocidio in corso. Ai sensi sia della Convenzione contro la tortura sia della Convenzione sul genocidio, tutte le parti hanno l’obbligo di prevenire, fermare e punire questi crimini.
La scelta che abbiamo davanti è netta: o il divieto di genocidio e di tortura rimane una norma giuridica vincolante, oppure sarà smascherato come una promessa vuota.
Israele deve essere chiamato a rispondere delle proprie azioni, insieme a coloro che lo governano e a coloro che lo sostengono.
Insieme ai milioni di persone che credono ancora nell’universalità dei diritti umani, lo dico ancora una volta: (…) ciò che si perde in Palestina sarà una perdita per tutti noi.