martedì 30 giugno 2026

L’Amaca

 È una legge contro la caccia 

di Michele Serra

Non sono un anticaccia pregiudiziale (l’allevamento intensivo, che trasforma gli animali in pezzi di ricambio e gli toglie la vita già da vivi, è centomila volte più sterminatore e feroce; quantitativamente, in rapporto al prelievo venatorio, è quella la vera ecatombe). Proprio per questo mi chiedo come abbia potuto concepire, questo governo, le nuove regole, molto più permissive delle precedenti, che sembrano fatte apposta per rendere ancora più sgradita e contestata la caccia, già ora considerata un’attività settaria. Un gioco di pochi esercitato sul territorio di tutti.

Cosa penserà chi, su una spiaggia o in un parco regionale, vedrà uomini armati in cerca di prede? Penserà che la lobby delle doppiette ha segnato un punto a proprio vantaggio. Penserà, con aggravata animosità, ciò che già oggi pensa vedendo entrare in un fondo privato i cacciatori, che in certi periodi dell’anno sono autorizzati a farlo (paradosso: una persona disarmata, in teoria, non potrebbe circolare con la stessa disinvoltura).

Penserà che in un territorio molto promiscuo e non troppo esteso come quello italiano la caccia non dovrebbe allargarsi, semmai autolimitarsi per farsi sopportare meglio. E qualificarsi, quando e dove può, per le sue facoltà naturalistiche: di controllo del territorio e monitoraggio degli ecosistemi. Non sembra questa l’intenzione di un governo già in fama di essere in ottima sintonia con la lobby delle armi (da caccia e da difesa privata). Renderà la caccia ancora più impopolare, e per un governo populista è un paradosso.

Rosa Parsk????

 

Così Pina Picierno si situa fra Rosa Parks e il “Dolce Forno” 


di Andrea Scanzi 


Pina Picierno è sempre stata un mito indiscusso. La sua sola esistenza dimostra in maniera lampante l’evanescenza incurabile del mitologico “centro” e, al contempo, le lievissime incongruenze del Partito democratico, da cui se non altro la nostra Pina se n’è andata (per quanto troppo tardi) qualche settimana fa. Invece di ringraziare il Pd, che l’ha sopportata – e peggio ancora supportata – tutto questo tempo, la nostra eroina non fa che lagnarsi per il trattamento subìto dal partito. E già qui vien da ridere, perché Picierno nel mondo reale non ha praticamente voti, e quindi non rappresenta politicamente nessuno, se non se stessa e quelle forze di centrodestra (Renzi, Calenda e Forza Italia) a cui ha sempre appartenuto per “idee”, visioni (?) e livello politico. Che doveva fare il Pd? Trattenerla con la forza o farsi dettare la linea dall’alto della sua inesistenza elettorale? Di cosa stiamo parlando?

Qualche giorno fa, la nostra Pina ha voluto però andare oltre. Lo ha fatto parlando al Teatro Parenti di Milano, all’interno di un convegno (o qualcosa del genere) croccantissimo organizzato dal Circolo Matteotti e da Linkiesta, dal titolo “C’è ancora domani. Quattro strade possibili contro populismo e estremismo”. Wow! Che tema frizzante e ancor più irrinunciabile! C’era il parterre delle grandi occasioni. Su e giù dal palco, hanno dato mostra di sé alcuni dei più infaticabili sfollatori di consenso del cosiddetto “centrosinistra riformista”. Qualche nome: le “amiche e sorelle” (Picierno dixit) Marianna Madia, passata dal Pd a Italia Viva; Elisabetta Gualmini, ex Pd convertitasi ad Azione; Simona Malpezzi e Lia Quartapelle, purtroppo per Schlein ancora nel Pd. In platea c’erano pure Emanuele Fiano, bravo come pochi a fare la vittima (su tutto) e a prendere tortoiate dialettiche da Paola Caridi nel ruolo mellifluo di “sionista buono” (sic) a Piazzapulita, e Giorgio Gori, un altro che sta alla sinistra come Cruciani allo shampoo. Mancavano solo Gundam, Skeletor e Scalfarotto. Comprensibilmente esaltata da un consesso così spumeggiante, l’ineffabile Pina ha voluto spavaldamente superare gli exploit del passato, tipo lo scontrino della spesa da Floris a Ballarò nel 2014; oppure quando scambiò la “politica dei due forni” di Andreotti per la “politica del dolce forno” (eh?); o magari quando suole invocare censure a iosa per i “putiniani” e/o dimostra di tenere alla causa palestinese appena un po’ meno di Parenzo e Molinari. Le sue parole al Parenti di Milano sono già nei libri di storia. Leggiamole quindi con rispetto e ardore: “Il mondo è sempre stato cambiato da avanguardie coraggiose. Copernico, Galileo, Giordano Bruno, che è stato pure bruciato: hanno cambiato il mondo. Rosa Parks non si è alzata dalla sedia“. Capito? Oggi la nuova Rosa Parks è lei e il nuovo Giordano Bruno (“che è stato pure bruciato”, cit) è Gori. O magari Calenda, perché le “avanguardie coraggiose” oggi sono i riformisti: quelli rimasti nel Pd, quelli che lo hanno lasciato, quelli che sono approdati in Azione (o ci approderanno a breve, magari proprio la Picierno). Pina “Dolce Forno” si sente controcorrente (come no!) e per questo ha pure annunciato la nascita di Spazio Pubblico, imprecisato nuovo cantiere politico che proverà a riunire i riformisti rimasti senza casa, nel disperato (ma possibile) tentativo di prendere ancora meno voti di Ferrara, Adinolfi e Marattin. Pina Picierno come Copernico, Galileo e Giordano Bruno: non fa una piega. Come paragone ci sta tutto. A questo punto, andiamo oltre e aggiungiamo di getto: Salvini come Einstein. Santanchè come Giovanna d’Arco. Bocchino come Pertini. Vannacci nuovo Gandhi. Pozzolo nuovo Gramsci. E Pina nuova Rosa Parks (ah no, questo l’ha detto lei sul serio). È tutto meraviglioso: si vola come se non ci fosse un domani. Continua a farci sognare, magica Pina!

Natangelo

 



Domandina

 



Ritratto al Pino

 

La Formula Vannacci, il virile “copiatore” di rabbia e di consensi 


di Pino Corrias 


Ahó, ma quanti sono ’sti Vannacci? Nella polemica politica ne spunta uno al minuto, mentre lui, in marcia col moschetto, riempie il teatro, la piazza e pure il sondaggio. Al grido di: “Io sono la vera destra!”, terrorizza il suo ex benefattore Matteo Salvini, politico di illimitata intelligenza, che se lo è messo in casa a pensione completa, gli ha regalato il corredo buono per andare in Europa, si aspettava un po’ di riconoscenza, invece nulla, il generale si è preso il malloppo dei 560mila consensi e se n’è andato senza neanche il bacio della buonanotte: “È la Lega che ha tradito i suoi ideali, non io”, ha detto, pulendo con il fazzoletto tricolore il pugnale usato nella fuga.

Giorgia Meloni – al netto dei lividi trumpiani – osserva da lontano, fa finta di sentirsi al sicuro, dice: “Vannacci fa il gioco degli avversari. Vota con loro. Non è la vera destra”. Antonio Tajani dondola con le mani in tasca, si guarda la punta delle scarpe e siccome non gli viene in mente niente, lo dice a pappagallo: “È la quinta colonna della sinistra”. Ma certo.

Purtroppo per loro, Vannacci sta salendo di dieci decimali a settimana, usando l’ascensore degli scontenti, dei delusi, dei nostalgici, dei rancorosi, dei dimenticati dalla nuova oligarchia, mentre la destra di governo insegue, soffiando sulle scale.

Da qualche ora è entrato nel manipolo del generale pure il Pellico di Colle Oppio, Gianni Alemanno – un tempo detto “il sindaco fallito” – reduce da un anno e passa di prigione che gli ha dato una svolta umanitaria, non tutto il danno vien per nuocere, sì è persino accorto dello scandalo delle galere che hanno funzione di discarica sociale per uomini, topi e scarafaggi, e ha intenzione di andare a parlarne niente di meno che con il ministro Carlo Nordio che le galere, da quattro anni, le riempie con la pala dei decreti Sicurezza. Chissà che bella rimpatriata tra il carcerato e il carceriere.

Vannacci se lo è portato a cena al ristorante sardo Sa Cadrìga, “la graticola”, per cucinarsi il loro futuro nazionale e anche il maialetto, con brindisi finale che sembra inventato, invece è inchiostro medioevale e alzando i bicchieri al cielo, dice: “La lode a dio. La spada al re. Il cuore alla dama. L’onore a me”. Con il finalissimo gridato: “A noi!”. E lo sparatore Emanuele Pozzolo, dodicesimo della combriccola, che alza il calice di Cannonau, beve e rassicura i camerati: “Sono venuto in taxi”.

Da dove viene il generalissimo, l’abbiamo raccontato: La Spezia, anno 1968, babbo militare. Infanzia tra Ravenna e Parigi. Accademia. Brigata Folgore. Un piede in tutte le guerre malamente perse dal gagliardo Occidente: Somalia, Iraq, Libia, Libano, Afghanistan: “Ho difeso la Patria sotto i colpi del mortaio e della mitraglia”, ha detto vantandosene. Poi è stato nominato addetto militare dell’ambasciata in Russia, dove ha respirato ghiaccio, vodka e intrighi.

Fallito nella spada, vince la sua battaglia con la penna. Il suo

Mondo al contrario, anno 2023, vende una milionata di copie con lessico polveroso, ma sorprendentemente efficace: identità, sacro suolo, radici che non gelano. Più l’immancabile orgoglio di razza pregiata, tipo Fassona: “Nelle mie vene scorre una goccia di sangue di Enea, Romolo, Giulio Cesare, Dante, Michelangelo, Mazzini, Garibaldi”. Quando si dice la modestia. Non amato dalle alte gerarchie dei poltronauti in divisa, viene risarcito da un matrimonio d’amore e da due figlie. La casetta della buona pensione è a Viareggio, dove spopola tra i concittadini esperti in Carnevale. Memorabili i suoi tuffi di Capodanno, con vestaglietta a fiori per non prendere freddo, pora stella, e Crozza che da allora lo impallina nei panni del super macho effeminato.

Al netto delle bubbole che declama – “I gay non sono normali”, “Le donne sono destinate al focolare e a fare figli”, “La famiglia deve essere tradizionale”, “A scuola classi separate per quelli bravi e gli asini”, “I neri sono negri”, “Gli immigrati subito fuori dai confini” – la sorpresa è che Vannacci non attacca Elly Schlein, tralascia Giuseppe Conte, ignora Bonelli e Fratoianni. Punta la raffica di improperi contro Meloni per incassare consensi. La accusa di avere indossato tailleur e moderatismo. Di avere promesso il blocco navale e allestito solo tavoli tecnici. Di non essere più nazionalista contro l’Europa, ma europeista contro le nazioni. Di essere entrata nel club delle élite, invece di combatterle. Ci penserà lui, con la sua “sporca dozzina” a “ripulire l’Italia”. “Noi siamo la feccia – dice dal palco, nel giorno della costituente di Futuro Nazionale, davanti ai suoi 2mila estasiati spettatori –. Siamo lo scarto. Siamo i figli di nessuno. E siamo orgogliosissimi di esserlo”.

Dunque sono loro i moderni Teddy Boys del nuovo razzismo che tanto assomiglia a quello dei vecchi fascistoni d’epoca coloniale e novecentesca. Gli stessi che a occhio e croce celtica, stanno risalendo la corrente della Storia a Parigi, a Berlino, a Londra, a Vienna. Tutti in fila al passo dell’oca, anche se rivisitato dagli algoritmi di TikTok, l’estetica del cuoio e dei tatuaggi identitari, la violenza non ancora armata, ma sempre pronta allo scontro.

Vannacci declama i suoi appelli alla “remigrazione” che vuol dire “deportazione degli immigrati” alla maniera dell’Ice, la polizia privata di Donald Trump che rastrella le periferie delle città americane. Ma vuole anche dire “pulizia etnica” e pogrom, come è appena successo a Belfast, dove gli irlandesi bianchi hanno messo a ferro e fuoco le case degli immigrati.

Vannacci gongola. I media non aspettano altro che moltiplicare la ridondanza delle sue apparizioni. Offrirgli lo specchio per contemplarsi, mentre il Paese, ipnotizzato, contempla lui.

È troppo complicato – e non fa parte del gioco – chiedergli come e quanto detersivo servirebbe a ripulire il cortile di casa. Come si farà a stendere il filo spinato sul mare? Dove si rispediranno i deportati e come? Sugli aerei piombati? Chi pagherà le scorte e il carburante? E incidentalmente, chi riempirà le fabbriche, gli asili nido, le scuole e persino i campi di pomodori?

Del resto è già tutto successo durante l’ascesa di Giorgia Meloni, che proclamava le identiche intenzioni muscolari. Vannacci non inventa nulla, copia. Bastandogli trasformare la rabbia, l’insicurezza e la paura, in facilissimi consensi. Solo all’ultimo minuto – riempite le proprie trincee – farà l’accordo per sedersi accanto alla destra, quando arriveranno a tavola le urne fumanti della prossima minestra elettorale. Non più con il moschetto in mano, ma col cucchiaio.

Segretamente

 

La Giustizia clandestina 


di Marco Travaglio 

Quando si farà la conta dei danni dell’Armata Brancameloni, non si potrà prescindere dall’angolo dei buonumore: cioè dai surreali comunicati stampa dei magistrati per informare i cittadini delle loro decisioni. Informare però è una parola grossa: fra leggi-bavaglio con la scusa della privacy e della presunzione di innocenza e circolari-autobavaglio del Csm, i giornalisti chiamati a dare le notizie non sanno – e quindi non possono raccontare – più una mazza. A Reggio Calabria scattano due retate contro la ’ndrangheta, con l’arresto fra gli altri di un sindacalista candidato alle Comunali per tentata estorsione. Ecco i comunicati del procuratore Giuseppe Borrelli: “La Squadra Mobile, su delega della locale Dda, ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di un soggetto accusato dei reati di cui agli articoli 423 e 416 bis 1 c.p.”; “La Squadra Mobile, su delega della locale Dda, ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di tre soggetti indagati per i reati di cui agli articoli 110, 81 cpv, 56, 61 n. 5), 629, comma 1 e 2, in relazione all’art. 628 comma 3) nn. 1 e 3-bis), 416 bis. 1. c.p. e per la violazione degli articoli 110, 81, 61 n. 5, 424, 416 bis. 1 c.p.”. Tutto chiaro, no? Niente nomi, accuse, intercettazioni, testimonianze per verificare se gli arresti siano fondati o si tratti di errori giudiziari.

Stessa scena a Firenze: il Gip, su richiesta della Procura, sequestra 7 sezioni del carcere di Sollicciano per mancanza di condizioni igieniche e di sicurezza e trasferisce 216 detenuti. Una decisione mai vista: infatti nessuno ne conosce le motivazioni, peraltro contenute in un atto pubblico, non segreto perché notificato alla direzione del penitenziario, ma nascosto ai cronisti e dunque ai cittadini. Le uniche informazioni circolate sono in un’incomprensibile nota di mezza pagina della procuratrice Rosa Volpe, trasformata dal Csm in Sibilla Cumana. I cronisti le chiedono formalmente copia del decreto. Ma invano: colpa della famigerata “circolare in materia di corretta comunicazione istituzionale”. Sulla carta, si potrebbe ancora renderlo pubblico, ma poi la vita del pm diventerebbe un inferno: se facesse qualche nome, dovrebbe poi seguire passo passo ogni tappa del processo fino alla sentenza definitiva e vergare un nuovo comunicato ogni volta che un giudice contraddice le sue accuse. In pratica, smetterebbe di lavorare. Così, per salvare qualche politico dal rischio di finire non in galera (per carità), ma sui giornali, la Giustizia entra in clandestinità. Ogni tanto qualcuno scompare, ma nessuno sa chi né perché, come nell’Argentina dei generali e dei desaparecidos. Tutto continua ad avvenire “in nome del popolo italiano”. Però a sua insaputa.