Prolasso alle gònadi
Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
lunedì 20 aprile 2026
L'intervista linguistica
Il linguista De Blasi: “Remigrazione, spending… Parole neutre per cose orride”
Una cosa è dire remigrazione, un’altra deportazione. Vero professor De Blasi?
Si propongono parole all’apparenza neutre, che danno un senso di normalità, di un’attività consueta, di livello quotidiano. Nulla di urticante, di estremo, di disumano.
Lei è accademico della Crusca e storico della lingua italiana.
La morfologia della nostra lingua offre innumerevoli possibilità, dispiega energie e offre disponibilità all’arredo tematico.
Remigrazione è molto più gentile anche di respingimento.
Remigrazione è l’opposto di immigrazione. Come vieni così esci. Il senso di una libera scelta, di una autostrada che corre a nord e a sud, e di questo vettore sconosciuto che attrezza la rimpatriata volontaria e pacifica.
Le parole buone per intenti cattivi. Deportazione suona male.
Respingimento suona invece come un’attività già ampiamente dispiegata ma senza troppo successo.
La premier, al tempo in cui era all’opposizione, parlava di blocco navale.
In effetti una proposta non più celebrata e che, dentro di essa, gravitava la possibilità che questo blocco fosse assistito dalla forza.
Tu sei in mare e io ti blocco.
E se non ti fermi…
…Io ti sparo. Con la remigrazione si offre un salto di qualità.
Ma anche le sigle sono cornici neutre: Cpa sta per centro di prima accoglienza, Cpr, per i luoghi dove risiedono nella provvisorietà della condizione coloro che devono essere respinti.
Le parole contano e a volte si nascondono apposta.
La prima Repubblica aveva un andamento lento. I politici usavano un linguaggio da decifrare.
Era come un giallo, leggere fino alla fine del libro per conoscere il nome dell’assassino.
Aldo Moro cosa voleva dire con quel discorso sulle “convergenze parallele”? Ecco la decifrazione, un conto alla rovescia, un modello interpretativo.
I nuovi politici vanno sul concreto.
Parlano come in un bar, in alcuni casi peggio che in un bar. L’idea vincente è che la classe dirigente si allinei linguisticamente all’ultimo della fila.
Giorgia Meloni, appena insediata, fece emanare una circolare per indicare che il suo ufficio dovesse essere sempre pronunciato e scritto al maschile.
Alla presidente nessuno ha dato conto che la lingua italiana valorizza appositamente il femminile. La morfologia ne permette l’uso appropriato. Nulla di indebito.
Dunque: la presidente Meloni.
La presidente, assolutamente sì.
L’avvocatessa.
L’avvocata meglio.
La notaia.
Abbiamo fortune grandissime e una lingua che offre il rispetto totale del genere.
Quando vogliamo farci capire poco ci rifugiamo negli anglicismi.
Spending review è stata un sollazzo per tutti coloro che hanno in mente di sviare, allungare, orientare, annebbiare la nozione di taglio della spesa.
Carlo Cottarelli ci ha costruito una carriera sulla spendig senza nemmeno mai attuarla.
Ho sentito da mio figlio che dovremmo prepararci a un lockdown elettrico. Non è meraviglioso?
L’anglicismo distrae.
Non si fa comprendere appieno ma sazia il proponente, lo dipinge come un saggio, gli assicura una certa dose di competenza e di credibilità.
L’anglicismo rimette in forma (anche se in francese fa chic: remise en forme).
Resto con il mio tradizionale ancoraggio britannico e la rinvio all’austerity, al 1973. Andare a piedi faceva brutto, ma essere immersi nell’austerity compone una cooperazione, un’attività diligente e in qualche modo articolata.
Finiamo con un must da talk show.
Il talk, appunto.
Io non l’ho interrotta
.
La normalità sarebbe di interrompere l’altro?
Oppure professore, cosa le viene in mente?
L’ho lasciata parlare.
Adesso per favore non m’interrompa.
Buona sera.
domenica 19 aprile 2026
Differenze abissali
Dopo aver assistito mercoledì a Bayern - Real oggi ho avuto la sventura di vedere Verona - Milan! È stato come prendere un aperitivo con Fabiola Gianotti e un altro con Augusta Montaruli di FdI; come chiacchierare con Tomaso Montanari o con Donzelli; parlare di Storia col professor Barbero o con Galeazzo Bignami. Insomma un’abissale differenza di mentalità, di schemi, d’intenti. Una vergogna questo calcio nazionale. Ma per fortuna arriverà a breve un nuovo presidente, fresco, innovatore, come la lotta tra un sessantacinquenne, che ha appena fatto un buco da 250 milioni alle olimpiadi invernali e uno spavaldo settantacinquenne, lascia ben presagire!
L’avverto
Sta arrivando una brezza, leggera, quasi impercettibile, tipica della nostra nazione, da secoli sempre tendente alla cotta fulminea: vedi il refrain «ma è già miliardario, cosa vuoi che si metta pure lui a rubare?» durante l’Era del Puttanesimo, o anche «quello è giovane e rampante, vedrai che spazzerà via tutto!» durante l’Era del Ballismo. Oggi, guardando la carta da cesso dei giornali di destra, questa brezza è significativamente presente: stanno scomparendo infatti le adulazioni verso lo Psicopatico Biondo, padrone e signore della nostra Premier; si stanno soffocando i turiboli fumiganti, attenuando piaggerie e smancerie varie. I soloni austeri ma sempre famelici di casa in fetecchie chiamate talk show — ex virologi nel tempo del Covid, ex analisti bellici convinti di sconfiggere una dittatura che possiede migliaia di armi atomiche, e ora quasi ex adulatori di uno scompensato neurologico capace di portarci a pochi metri dal baratro — sorseggiano la brezza di questa inversione, che sollazza i sani di mente i quali, da spettatori, assistono all’ennesimo voltafaccia da puro avanspettacolo. Restano le macerie della nostra nullità nel panorama internazionale, equiparabile al lancio di noccioline alla povera Mariangela durante le festività natalizie in azienda del mitico Ragionier Ugo.
Strozzato il sogno
Apagones, benzina in nero e Usa: Cuba non resiste più
I neonati sono preziosi: l’uomo all’entrata dell’America Arias Gyneco-Obstetric Hospital, è lì per sorvegliare. Se ne sta seduto, in testa un cappellino nero con visiera. Accanto a lui, due medici confabulano fumando una sigaretta. Di tutte le strutture ospedaliere de l’Avana, quella ostetrica è la più controllata. In borghese, o in divisa, nel palazzo Art déco tra i corridoi ce ne sono altri, di “uomini del governo”. Una ragazza, al secondo piano, è distesa supina su una fila di sedie in plastica, si lamenta per le contrazioni. Avrà non più di 18 anni. La gravidanza in età adolescenziale è una piaga sociale: il tasso è elevato perché mancano i contraccettivi. Non solo quelli: bende, guanti, siringhe, cerotti, disinfettanti, macchinari. E l’elettricità. I medici ovviano alla scarsità organizzando la spedizione di forniture dai parenti che vivono all’estero, in primis dalla comunità in Florida. O chiedendo ai pazienti di venire forniti di quel che servirà per curarli. Le donne partoriscono spesso al buio, illuminate solo dalle torce dei telefoni o da lampade a batteria. “Portatela di qua!”, grida l’infermiera mentre su una barella sfila una donna che ha appena subito un cesareo. Finirà in una camerata assieme alle altre che hanno subito la stessa sorte. Dall’altro lato del corridoio, la stanza dei parti naturali. Scarsa igiene e impossibilità di operare in un ambiente idoneo causano nei neonati patologie come tonsillite cronica, deviazione del setto nasale, rinosinusite, febbre.
Educazione, salute, sicurezza erano i capisaldi della Rivoluzione, ma “Cuba è ormai come una piramide al contrario”. Miguel Sánchez (nome di fantasia, ndr), 28 anni, è oftalmologo. Mentre cammina sul Malecón, il rinomato lungomare della Capitale, racconta d’aver conseguito la specializzazione da non molto, ma si è già ritirato dalla carriera. “Il salario medio per un neoassunto in ospedale è di 5.000 pesos” (circa 10 dollari, ndr). Come posso pensare di vivere?”. Si arrangia come può, con lavoretti che gli consentono di racimolare qualche pesos extra. Salari bassi, meno cura del paziente ed è così che “se vuoi un occhio di riguardo, cure specifiche e di qualità, tocca presentarsi con dei doni. Olio, frutta, cose così”. Pedro Diaz (nome di fantasia anche per lui, ndr) ha appena finito il turno in laboratorio all’ospedale Calixto Garcia, arriva nel quartiere El Vedado in motorino. Fa il chirurgo: “La carenza energetica ha causato una riduzione dell’attività chirurgica, con la priorità data ai casi oncologici”. Le strutture fatiscenti, l’insufficienza di organico e di opportunità formative: “Molti dei colleghi devono andare all’estero per ‘rinforzare’ la formazione, soprattutto i chirurghi”.
L’università che sforna le nuove leve professionali funziona a singhiozzo come gli ospedali; le lezioni sono intermittenti, seguono i capricci dell’energia elettrica che va e viene; le tesi vanno a rilento perché molti laureandi non possono servirsi dei computer.
Nella notte, sull’ampio viale che porta verso l’aeroporto, mentre da qualche parte risuonano le pentole sbattute per protesta contro i continui apagones, i black-out improvvisi, sempre più frequenti e duraturi, una lunga fila di auto aspetta di fare rifornimento: è arrivato un carico clandestino di carburante. L’odore inconfondibile dell’Avana è ormai quello del cherosene che alimenta i generatori.
Il sistema funziona così: il carburante viene venduto ufficialmente solo su appuntamento; poi, chi lo compra, rivende sottobanco (spesso coinvolti sono gli autisti degli almendrones, i taxi sociali). Nel continuo slalom per aggirare gli imprevisti della vita quotidiana, gli habaneros sono divenuti maestri dell’improvvisazione e dell’opportunità da cogliere al volo. “Vuole farmi una foto?”, chiedono sorridenti nel centro storico, fotografia della decadenza e del collasso di una nazione. I palazzi cadono a pezzi, tanto che si consiglia di camminare al centro della strada e non sui marciapiedi. “Un dollaro” la tariffa standard. “Vuole che l’accompagni al festival della Santeria? Mi servirebbe del latte per mia figlia…”, dice convinto il profesor de beisboll vestito proprio come un giocatore dello sport importato dagli yanqui, ma divenuto orgoglio della Cuba castrista. “I soli ricchi sono quelli che possono contare sul denaro fatto arrivare dai familiari emigrati all’estero, sopratutto in America”, dice il giovane medico. L’economia parallela è sostenuta dai gusanos, i “vermi” – secondo l’appellativo del regime – che da balseros hanno attraversato le 90 miglia nautiche che separano Cuba dalla Florida.
Al tavolo di un ristorante vicino al Capitolio, sede del Comune de l’Avana, riproduzione del Congresso di Washington, Angel Moreno ha lo sguardo triste: “Non trovo il coraggio di andare a trovare la moglie del mio amico Carlos: è rimasta vedova con tre bambine”. Suo marito è morto sul fronte ucraino; “combatteva con i russi da 2 anni, convinto ad arruolarsi dalla promessa di denaro e cittadinanza russa: gli avevano pagato anche il volo per Mosca”. La Bbc ha calcolato che sarebbero almeno 5mila i giovani cubani partiti per unirsi all’esercito di Putin.
La scuola Alejo Carpentier è piena di bambinetti, occupa un anonimo caseggiato squadrato degli anni 70: di fronte, la sede della Television Cubana; a pochi passi sorge il palazzetto della Tabacuba dipinto di fresco in uno scintillante verde acqua – con una squadra di giardinieri che cura il prato all’inglese – fiore all’occhiello della produzione del Partito comunista che gestisce, più o meno direttamente, tutto ciò che si produce nell’isola. “Una delle tre sole cose che ormai contano qui – ti spiegano – i sigari, il rum e l’export di questi beni”. Anche il turismo sessuale è fiacco: sono ormai rari gli uomini occidentali avvistati mano nella mano con giovani donne.
Col fratello minore di Fidel ormai 94enne sempre più riparato all’ombra del presidente Diaz-Canel, al quale spetta la guerriglia verbale con Rubio e Trump, l’incerto presente dell’impero di famiglia passa per el Tuerto (“il guercio”) figlio di Raul ed el cangejo (“il granchio”) il nipote preferito di nonno Raul, così chiamato per una deformazione alla mano. Sarebbe stato lui l’intestatario di una missiva “segreta” direttamente a Trump per aprire un canale parallelo a quello diplomatico ufficiale, come rivelato dal Wall Street Journal. E ieri dall’America è arrivata la conferma che i contatti sono iniziati.
Una delle sorelle Castro sarebbe invece dietro a “CasaLinda”, l’emporio in stile grande magazzino illuminato al neon che vende prodotti alimentari d’importazione (la maggior parte italiani) e oggetti per la casa. Si paga solo in dollari: il luogo è deserto.
Cuba ha appena festeggiato i 65 anni della “vittoria della Baia dei Porci contro gli americani” e segna sul calendario i 66 anni di bloqueo, l’embargo deciso da Eisenhower nel 1960: per l’occasione è stato invitato anche il cantore brasiliano mitologico Cico Buarque, che ha intonato la “piccola serenata rivoluzionaria di Silvio Rodriguez” sul Malecón. Ad agosto, l’Avana festeggerà i cento anni della nascita di Fidel e, a novembre, ricorderà i dieci anni dalla sua morte. “Il mondo non conosce affatto la storia di Cuba, gli errori sono tutti nostri, gli americani non c’entrano: loro sono l’effetto collaterale”, riassume il giovane medico. “Trump è un loco, ma se può disinnescare questa situazione lo aspettiamo a braccia aperte”. Il pensiero rivela il fossato che si è creato tra le giovani generazioni e le precedenti rimaste aggrappate alla Revolución. “Se vuoi davvero sapere cosa sia lo spirito rivoluzionario di quest’isola, devi conoscere José Martì, l’unico vero indipendentista. Castro è solo repressione”. Martì morì per le ferite riportate nella battaglia contro gli spagnoli, nella seconda guerra d’indipendenza: era il 1895. Nel 1898 gli americani cacciarono i colonialisti spagnoli dall’isola, imponendo un altro governo d’occupazione. Poi, settant’anni fa, la rivoluzione. Che oggi tenta di resistere.
Sacrosanta pubblicità
Il Fatto e i fatti
di Marco Travaglio
Quando, 50 mesi fa, la Russia invase l’Ucraina, chiamai il generale Fabio Mini per chiedergli come sarebbe finita e quale fosse il migliore aiuto per gli ucraini aggrediti. In tre minuti mi dipinse un quadro opposto alla narrazione ufficiale: l’esercito russo, pur in formato ridotto (le truppe d’invasione non superavano i 180mila uomini: meno della metà degli ucraini), avrebbe fatto a pezzi il Paese, ma non per conquistarlo tutto e insediare a Kiev un Quisling di Putin, bensì per risolvere manu militari ciò che per via diplomatica la Nato aveva impedito di risolvere: quella della minoranza russofona, che poi è maggioranza schiacciante in Donbass (oltreché nella Crimea annessa nel 2014) e ampia negli oblast di Zaporizhzhia, Kherson e Kharkiv. Quindi il bene degli ucraini non era imbottirli di soldi e armi, illudendoli su una vittoria impossibile, ma spingerli a negoziare il rispetto degli impegni presi nel 1991 con l’indipendenza e nel 2014-’15 con gli accordi di Minsk: neutralità rispetto alla Nato e autonomia speciale del Donbass. Infatti l’occasione si presentò fra aprile e maggio col negoziato di Istanbul, ma l’Ue se ne fregò, lasciando campo libero all’oltranzismo Usa-Uk. E accadde ciò che Mini aveva previsto sul Fatto: il “suicidio assistito dell’Ucraina”. Anche Barbara Spinelli sosteneva le stesse tesi, così come due nuovi acquisti del Fatto: il professor Orsini, censurato da Rai e Messaggero, l’ambasciatrice Basile e altri ancora. È stata una fortuna avere al Fatto questa squadra di firme: ci hanno aiutato a non sbagliare e a dare ai lettori analisi obiettive poi confermate dalla realtà. Fare stecca nel coro atlantista ci è costato ovviamente caro: insulti, liste di proscrizione, taccia di putiniani agli ordini o financo al soldo del Cremlino, persino alcuni lettori e collaboratori che si lasciavano subornare da quelle calunnie scambiando la nostra lettura dei fatti per una simpatia verso l’autocrazia russa.
La scena s’è ripetuta con la guerra dei 38 giorni (per ora) di Trump e Netanyahu all’Iran. Le nostre firme, con l’aggiunta di Arlacchi, avevano previsto fin dall’inizio che, oltre a violare spudoratamente il diritto internazionale, quel conflitto spacciato per liberazione del popolo iraniano era perso in partenza e sarebbe finito con un regime ancor più forte e un disastro economico soprattutto europeo per regalare a Netanyahu qualche altro mese a piede libero. Anche lì siamo stati fra i pochissimi a scriverlo, mentre chi ci dava dei filoputiniani aggiungeva filoayatollah e filocinesi. È finita come avevamo detto. Chissà, forse è per questo che il nostro giornale, più viene vilipeso, più vede crescere i lettori e gli abbonati: perché sempre più persone sono orgogliose del Fatto almeno quanto lo siamo noi.



