lunedì 30 marzo 2026

Boom!

 

Va beh, siamo ben oltre ogni immaginazione! E la ducetta l’ha definita una leggerezza…. Si vola!



Pre e Post

 



Lo sdegno nero

 

Meloni e gli altri “sdegnati”: finora tutti zitti sul genocidio a Gaza 


di Tomaso Montanari 

Il governo di Israele che impedisce di celebrare la messa della domenica della Passione del Signore al Santo sepolcro, e ferma per strada il patriarca latino di Gerusalemme e il custode di Terrasanta, compie l’ennesimo atto di arbitraria violenza. Ma si rimane senza fiato a leggere le parole di Giorgia Meloni, che si scaglia come mai aveva fatto finora contro il governo di Netanyahu, accusandolo di “un’offesa non solo per i credenti, ma per ogni comunità che riconosca la libertà religiosa”. E mentre Tajani convoca l’ambasciatore di Israele alla Farnesina, ed esprime lo “sdegno” (poi cambiato in “protesta”…) del governo italiano, l’altro vicepremier Salvini giudica “inaccettabile e offensivo” l’operato del governo di Tel Aviv.

Ora, chi prova a seguire le parole di vita del Vangelo sa bene che Dio “non abita in templi costruiti da mani d’uomo” (Atti, 17, 24), e che ogni persona umana è “il tempio del Dio vivente” (2 Corinzi, 6, 16). Ebbene, quanti templi di Dio il governo di Israele ha deliberatamente distrutto, macellato, smembrato a Gaza, e in Cisgiordania e ora in Libano, Iran, e in tutta la regione? Da pochi giorni è uscito (presso le Edizioni della Meridiana) il documento su Gaza del movimento cristiano interconfessionale palestinese Kairos, dal titolo Un momento di verità. La fede in tempo di Genocidio. Nella lingua del Vangelo – quella del sì, sì, no, no – i cristiani di Terrasanta si rivolgono a noi: “Coloro che negano il genocidio commesso contro il popolo palestinese a Gaza – nonostante le prove schiaccianti, le testimonianze e persino le dichiarazioni degli stessi sionisti – negano l’umanità stessa del popolo palestinese. Abbiamo quindi il diritto di chiedere: come si può parlare di fratellanza o comunione cristiana mentre si nega, si sostiene, si giustifica o si tace di fronte al genocidio, specialmente quando tali atti sono commessi in nome di Dio e delle Scritture?” Sono parole che pesano come pietre sulla condotta dei politici che si proclamano cristiani quando si tratta di usare il presepe come simbolo identitario, e si avvolgono nei rosari per accendere il fuoco dell’odio contro i migranti. Se lo ‘sdegno’ contro Israele è la reazione ad un odioso divieto a pratiche di culto, cosa avrebbero dovuto dire quegli stessi governanti contro il genocidio? Ma di quel genocidio sono stati, e sono, complici: e le mani sporche di sangue non si lavano difendendo le pietre delle chiese. I cristiani di Palestina chiedono, con un filo di voce, “ai governi del mondo di esercitare pressioni affinché i criminali di guerra, chiunque essi siano, siano perseguiti dalla Corte Internazionale di Giustizia e dalla Corte Penale Internazionale; e di adoperarsi per il ritorno immediato degli sfollati attraverso la ricostruzione di Gaza e il rafforzamento della tenacia del suo popolo”. Come tutta risposta, Giorgia Meloni consente a Netanyahu di sorvolare impunemente l’Italia per tutta la sua lunghezza ogni volta che vuole, e appoggia il coloniale Board of Peace. E questa – perpetrata da chi si dice ‘cristiana’ – è un’offesa incomparabilmente maggiore di quella oggi platealmente rimproverata a Israele. E così, in questa Settimana Santa affondata nel sangue, sentiamo ancora una volta risuonare queste parole: “Anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità”. Le ha dette, ai farisei del suo tempo, Colui nella cui memoria si dovrebbero celebrare le liturgie della Passione. Ascoltarlo, invece di usarlo, sarebbe cosa buona e giusta.

Ma guarda un po'!

 

Iran, insider trading di guerra: quelle ombre sulla Casa Bianca 


di Martine Orange 

Se fosse confermato, sarebbe gravissimo: è vero che c’è chi, nell’entourage di Donald Trump, era venuto a conoscenza di informazioni confidenziali per speculare sui mercati e realizzare ingenti profitti il 23 marzo scorso? Quel lunedì flussi di operazioni insolite sono stati registrati nei mercati. Tutte le principali piazze finanziarie mondiali avevano aperto in forte ribasso dopo l’ultimatum che il presidente degli Stati Uniti aveva lanciato contro l’Iran, minacciando Teheran di distruggere le infrastrutture elettriche del Paese, mentre i prezzi del petrolio toccavano record storici. Teheran aveva risposto minacciando a sua volta di colpire le infrastrutture energetiche e di desalinizzazione presenti nei Paesi del Golfo. Poi, alle 7:05, Trump ha annunciato sul suo Truth Social che avrebbe rinviato di cinque giorni gli attacchi grazie a colloqui “costruttivi” con Teheran.

La reazione dei mercati è stata immediata. A Wall Street si è innescata una repentina inversione di rotta e anche le Borse europee ancora aperte hanno finito col chiudere in rialzo. Il prezzo del barile è tornato in pochi minuti sotto quota 100 dollari, con un calo del 14%. Alcuni trader e analisti hanno tuttavia rilevato che delle operazioni anomale erano state effettuate una quindicina di prima della pubblicazione del post di Trump. In due minuti sono stati scambiati circa 6 milioni di contratti relativi a oltre 6 milioni di barili di Brent e West Texas Intermediate, i principali benchmark energetici, per un valore di oltre 660 milioni di dollari. Il volume eccezionalmente alto dei volumi di scambio tutti nello stesso momento ha attirato l’attenzione degli operatori del settore. Fino a quel momento i volumi erano stati ai minimi: la media dei contratti trattati nella stessa fascia oraria nei cinque giorni precedenti non superava i 700 lotti, pari a circa 700 mila barili di greggio. Nello stesso momento è stata registrata anche un’impennata nella vendita di futures S&P 500, uno dei principali indici azionari di Wall Street. In due minuti sono stati scambiati 4.497 contratti. Anche in questo caso i volumi risultavano anomali rispetto alla media delle ultime sedute. Il valore complessivo dei contratti era stato pari a circa 1,5 miliardi di dollari: la più fruttuosa operazione della giornata. Finché le autorità di vigilanza non avvieranno un’indagine ufficiale, nessuno è in grado di stabilire se operazioni analoghe siano state effettuate su altri derivati finanziari, né di identificare chi si cela dietro queste transazioni anomale. Con il passare delle ore, però, aumentano i sospetti di insider trading. Chi poteva essere a conoscenza dell’annuncio di Trump con quindici minuti di anticipo al punto da scommettere su un totale ribaltamento dei mercati? Tutti gli sguardi sono puntati sulla Casa Bianca, che smentisce ogni irregolarità: “Qualsiasi accusa, priva di prove, secondo dei responsabili sarebbero coinvolti in simili attività è infondata”, ha dichiarato un portavoce, accusando i media di “giornalismo irresponsabile”. La smentita ufficiale non è stata totalmente convincente. Anche perché non è la prima volta che trader e investitori segnalano un nesso tra movimenti anomali sui mercati e gli annunci di Trump.

A febbraio, pochi giorni prima che Stati Uniti e Israele lanciassero i raid sull’Iran, sulla piattaforma di “prediction market” Polymarket, che garantisce il totale anonimato, sono state registrate puntate vincenti sul 28 febbraio come data di inizio dei bombardamenti. In pochissimo tempo scommettitori particolarmente “fortunati” hanno incassato oltre 330 mila dollari grazie al loro intuito “visionario”. Scommesse analoghe erano state registrate anche in occasione del rapimento a sorpresa del presidente venezuelano Nicolás Maduro. Donald Trump non attribuisce particolare peso a queste derive. Anzi, nell’aprile 2025, si era anche pubblicamente congratulato con il finanziere Charles Schwab per aver guadagnato 2,5 miliardi di dollari scommettendo in anticipo su un’inversione dei mercati, poco prima che il presidente Usa annunciasse una parziale marcia indietro nella sua guerra commerciale contro il resto del mondo. Una scommessa vincente, ufficialmente, frutto del caso: secondo il Wall Street Journal, invece, sarebbe stato proprio Charles Schwab, durante un pranzo con Trump, a convincere il presidente a rivedere la sua politica doganale. Secondo alcune stime, le plusvalenze realizzate con le ultime operazioni su petrolio e S&P 500 potrebbero sfiorare 1,5 miliardi di dollari. Gli investitori “ispirati” che si sono mossi pochi minuti prima dell’annuncio di Trump si sono subito affrettati a vendere mentre i corsi erano favorevoli. L’effetto dell’annuncio, infatti, è stato di breve durata. Il regime iraniano ha smentito poco dopo qualsiasi negoziato in corso con Washington, accusando Donald Trump di “manipolare i mercati finanziari e petroliferi”.

La prospettiva di una tregua si allontana mentre Israele e Iran continuano a bombardarsi reciprocamente. Già dal 24 marzo le Borse hanno ripreso a scendere, mentre il Brent è tornato sopra i 100 dollari al barile, con il rischio di una crisi energetica globale sempre più concreto. Il volume delle operazioni speculative condotte sui mercati finanziari e petroliferi in una fase di tensione geopolitica ed economica estrema rischia ora di innescare numerose reazioni. Negli ambienti finanziari diversi operatori stanno apertamente esprimendo la loro irritazione per quelle che considerano “evidenti manipolazioni del mercato”. Da mesi inoltre l’opposizione democratica, ma anche alcuni repubblicani, denuncia il clima di affarismo che domina alla Casa Bianca, favorevole ad alimentare corruzione e abusi. Dalla ricostruzione di Gaza allo sviluppo dei criptoasset, passando per investimenti in società che ottengono poco dopo contratti con il Pentagono, il gruppo Trump, la sua famiglia e il suo entourage risultano finanziariamente coinvolti in numerose operazioni legate a decisioni della Casa Bianca o dell’amministrazione federale. Secondo Forbes, la presidenza di Donald Trump è “la più lucrativa della storia americana”. Il patrimonio personale di Trump è passato da 2,3 a 6,5 miliardi di dollari tra il 2024 e l’inizio del 2026.

Traduzione Luana De Micco

domenica 29 marzo 2026

Ma dove sono finiti?

 



L'Amaca

 


Il Paese più strano del mondo

DI MICHELE SERRA


«Amici di tutti, nemici di nessuno» è uno slogan sospettabile di ingenuità bonacciona da un lato, di opportunismo ruffiano dall'altro. Oppure — terza possibilità — è un concetto di qualche decennio o secolo più avanti rispetto al presente della politica internazionale, che sembra dominata dall'«amici di nessuno, nemici di tutti».

Stiamo parlando dell'Oman (vertice sudorientale della Penisola Arabica) e della dottrina del suo fondatore, il defunto sultano Qaboos (Kabús), che Anna Lombardi, su questo giornale, sceglie come incipit del suo reportage da quel Paese così "strano" nella sua ostinata neutralità, amico dell'America, in buoni rapporti con l'Iran, estraneo alle feroci ostilità tra Islam sunnita e sciita, lontanissimo dal fondamentalismo, meta turistica sempre più frequentata benché del tutto dissimile dal cliché un po' pacchiano e imbellettato — tutto grattacieli, luminarie e lusso — dei vicini Paesi del Golfo.

Dell'Oman, fino a poco tempo fa, era molto raro sentir parlare. Se ne parla molto di più, ultimamente, perché lo schiacciamento pauroso del mondo sugli scenari di guerra e sulla forza bruta rende quasi esotico il racconto di un posto così pacifico, dunque così differente. Sicuramente qualcuno saprà spiegarci per quali connessioni di interessi economici e di opportunità strategiche quel Paese, almeno fino a oggi, è riuscito a mantenersi al di fuori della mischia. Per ora ci accontentiamo di sapere che un luogo simile esiste, e per giunta è a un passo dalle incandescenze mediorientali. Gli omaniti vivono accanto al rogo, ma non si bruciano. Sono comunque un'eccezione da studiare. Magari qualcosa si impara.

Bananiera!