Prolasso alle gònadi
Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
mercoledì 2 settembre 2026
L'Amaca
I poeti degli altri
di Michele Serra
Fa una certa impressione sentire la signora Zakharova, portavoce del governo russo, citare Gianni Rodari. Lei è tra le voci più violente e sprezzanti di quel regime bellicoso, lui il più gentile, sorridente e pacifico di tutti i poeti, quello che si rivolgeva ai bambini perché non ancora guastati dal potere e dal pregiudizio. È un poco, all'ennesima potenza, come quando Salvini applaude De André, che è l'opposto antropologico, prima ancora che politico, del capo leghista — non per caso il più putiniano tra i politici italiani. Quando non si hanno poeti a portata di mano, si è costretti a ricorrere ai poeti altrui.
Rodari è una celebrità in Russia (anche in Russia) per meriti poetici che confliggono, uno per uno, con il potere, con la sopraffazione, con il conformismo e con la guerra. Provi Zakharova a scandire davanti ai microfoni dei quali dispone (e dei quali nessuna opposizione russa può disporre) i versi rodariani contro la guerra: passerebbe per pazza. Verrebbe destituita dopo dieci secondi. Se le va bene, per i suoi meriti pregressi, riuscirebbe a evitare il polonio con il quale vengono avvelenati i nemici del Capo, e le galere nelle quali vengono rinchiusi.
Comunista, internazionalista, umanista e laico, Rodari credeva nell'educazione e nella fantasia come leve per cambiare gli esseri umani, a partire dall'infanzia. Che cosa di educato e di fantasioso abbia mai prodotto, in pubblico, il regime del quale Zakharova è megafono, non è ancora chiaro. I carri armati? Perché, invece di citare Rodari, Zakharova non prova a leggerlo?
Raggelante
In Sassonia l'Afd punta a far dimenticare il nazismo: "Basta con arte e memoria"
di Tonia Mastrobuoni
Mary Pünjer fu arrestata a luglio del 1940 perché «lesbica»; due anni dopo un medico la assegnò al «trattamento speciale 14f13». Un eufemismo: i nazisti erano maestri delle figure retoriche, delle «soluzioni finali», come ci insegna Viktor Klemperer. E quel programma dal nome innocuo nascose per anni una colossale operazione di annientamento di persone considerate «incapaci di lavorare» perché down o epilettiche, cieche o sorde, schizofreniche o depresse. Oppure, diverse. Mary Pünjer fu trascinata in una delle sei «Tötungsanstalten», delle «cliniche della morte» distribuite nel Terzo Reich. Arrivò il 28 maggio del 1942 nell'istituto psichiatrico di Bernburg. Il giorno stesso fu gasata e cremata nella cantina della clinica. Era un «Ballast», una «zavorra», era «indegna di vivere»: i nazisti definivano così le persone fuori dai canoni, che fossero disabili o irrequiete o omosessuali.
In tutto furono 14mila gli «indegni» massacrati a Bernburg, in Sassonia-Anhalt. E ad oggi la camera a gas è praticamente intatta. Fa ancora rabbrividire: c'è tutta l'efficienza delle macchine della morte hitleriane, la stessa di Treblinka o Birkenau. C'è la finestrella che consentiva ai medici di osservare lo stato di avanzamento dei soffocamenti; il pavimento a scacchi bianchi e neri leggermente in discesa verso l'ingresso per una pulizia più rapida dopo la rimozione dei cadaveri. E il fumo dei morti «indegni» e dei pazienti «normali» dell'ospedale accanto passavano per un'unica, gigantesca ciminiera che ancora torreggia accanto alla clinica.
Migliaia di studenti vengono a Bernburg ogni anno dalle scuole di tutta la Sassonia-Anhalt, ma anche da altre regioni tedesche. «Siamo già prenotati per tutto il 2027», racconta Judith Gebauer, direttrice del Memoriale. «È importante per i ragazzi conoscere la storia della persecuzione delle persone disabili o di chi veniva etichettato come "incapace". È una storia della crudeltà dei nazisti diversa, per molti nuova, che si aggiunge allo sterminio degli ebrei o dei Sinti e Rom. E chi viene qui, rimane spesso molto colpito».
Ma in vista delle elezioni di domenica, la direttrice del Memoriale di Bernburg è «preoccupata», confessa. Perché l'Afd potrebbe vincere le elezioni e andare al potere. E ha già scritto nero su bianco che luoghi come Bernburg rischiano grosso: l'ultradestra vuole cancellare l'istituto che finanzia le visite scolastiche nei memoriali, il Landesinstitut für politische Bildung. Il partito, del resto, diffama chi visita i campi di sterminio come «Nazi-Zombies», come «zombi del nazismo», come se fosse un culto malato e non un'esperienza fondamentale per milioni di ragazzi che toccano con mano l'inferno della disumanizzazione hitleriana.
Da quando è nata, l'Afd ha sviluppato un'ossessione per relativizzare e minimizzare il nazismo. Del resto, ne mutua il linguaggio e persino le idee. Attraverso i suoi maggiorenti più estremisti come il leader dell'ala völkisch, Björn Höcke, puntano a «una svolta a 180 gradi» nell'approccio al Terzo Reich. E se i nazisti chiamavano «Ballast» (zavorra) i disabili e li sterminarono, Höcke li ha definiti tre anni fa «Belastung»: un peso.
Analogie e assonanze volute. Del resto, l'ex leader Alexander Gauland disse che il dodicennio hitleriano andava considerato «una cacata d'uccello» nella millenaria storia tedesca. E la Sassonia-Anhalt, dove uno dei più radicali esponenti del partito è in predicato di fare il ministro dell'Istruzione e della Cultura, Hans-Thomas Tillschneider, dovrà essere l'avanguardia di questa mostruosa mistificazione storica e purificazione etnica.
L'Afd urla da anni «basta con il culto della colpa», un termine mutuato dai teorici della Nuova destra che vuole trasformare i tedeschi da carnefici in vittime. E il filorusso ammiratore di Putin Tillschneider ha creato già uno slogan che la dice lunga, che dovrà valere per i musei come per le scuole, per le istituzioni culturali come per i teatri: «Più Bismarck, meno Hitler». Soprattutto, ha partorito un hashtag che lascia poco spazio alla fantasia: #deutschdenken (#pensaretedesco). Viene dritto dal nazismo, è la citazione di un celeberrimo discorso del 1938, quando il Führer si rivolse alla Gioventù hitleriana e tuonò che quella gioventù non doveva imparare altro che pensare tedesco, agire tedesco, sentire tedesco. Nell'autunno del 2023, a Schnellroda, quartier generale del «papa» della Nuova destra tedesca, Götz Kubitschek, Tillschneider disse che «il nostro passato non deve essere più un peso per noi ma un desiderio».
Il settimanale Spiegel ha rivelato che nel 2017 Tillschneider aveva intenzione di presentare una mozione per abolire, tout court, la Fondazione regionale dei memoriali. Poi accadde che Björn Höcke disse la sua frase più famigerata: «Il Monumento all'Olocausto di Berlino è una vergogna». La bufera che travolse il leader della Turingia convinse il collega della Sassonia-Anhalt a seppellire la proposta. Ma l'Afd presentò comunque una mozione per creare un memoriale delle vittime dei bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Quelli degli Alleati, ça va sans dire.
La guerra alla cultura, in ogni caso, è più ampia, più spaventosa. Tillschneider ha definito il Bauhaus, uno dei più importanti movimenti artistici della storia, «una strada sbagliata della modernità», una scuola «priva di identità». È appena il caso di ricordare che la scuola fondata da Walter Gropius fu costretta a lasciare Weimar negli anni Venti, durante il primo governo in Turingia appoggiato dai nazisti. Era considerata arte «degenerata», troppo ebrea ed espressione di uno spirito «decadente». Gli artisti si spostarono in Sassonia-Anhalt, a Dessau. E nel desiderio di riportare «le usanze», il «Brauchtum» germanico nei musei e nelle istituzioni, un partito di estrema destra minaccia — di nuovo — un monumento della modernità come il Bauhaus.
Sembra uno scherzo di cattivo gusto. Non lo è. Tanto che insieme a decine di istituzioni tra cui il Memoriale di Bernburg, il Luthermuseum, il Theater Magdeburg, Ferropolis, l'Associazione dei musei della Sassonia-Anhalt, il Bauhaus di Dessau ha firmato un appello in cui si mette in guardia dalla «politica culturale patriottica» annunciata dall'Afd, che «vuol essere solo l'espressione di una comunità etnicamente omogenea», che mostra inquietanti tratti «völkisch-nazionalisti». Che punta a distruggere l'arte come «spazio aperto, pluralistico». E ammette solo «l'identità tedesca». Un inquietante déjà vu.
Fatta a misura
Ballottaggio. Il sogno di avere i voti di Vannacci, però senza Vannacci
La legge elettorale è quella cosa di cui si discute animatamente prima delle elezioni per cercare di non perderle. È una tradizione italiana, come la pastasciutta e la festa del patrono, perché scandalizzarsi? Il bello della legge elettorale è che viene formulata, studiata e cucita sui sondaggi: a seconda di quello che si pensa voterà la gente, si fabbrica uno strumento apposito per indirizzare il voto dalla parte di chi fa la legge elettorale, cioè il governo. Quindi ogni legge elettorale che uscirà dalle votazioni delle prossime settimane sarà uno strumento della maggioranza per restare al governo, indipendentemente dal voto, o meglio modellando il voto sulle nuove regole.
Ora che il problema per la destra è l’ultradestra, il miglior barbatrucco è quello del ballottaggio: un ragionamento basico ed elementare. Le truppe littorie del generale (ammesso che dopo le manfrine non entri in coalizione) voteranno il generale, e vabbè; e poi, dopo i risultati del primo turno, correranno a votare per la destra perché alla fine penseranno che è meglio Meloni con i suoi famigli che i pericolosi “comunisti” (Ossignùr, ndr). In questo modo, dicono i sostenitori del nuovo marchingegno, si avranno i voti degli arditi di Vannacci senza avere tra i piedi Vannacci, cosa può andare storto?
La faccenda del ballottaggio spunta dalle liti su altre questioni, dopo che la nuova legge elettorale ha fatto morti e feriti sul campo, tra franchi tiratori, preferenze, parità di genere e i famosi cespugli. Un mega-premio per chi prende il 42 per cento, è la sostanza, per poi scoprire che il 42 per cento Meloni non lo prenderà, e allora si propone il ballottaggio se le due coalizioni superano il 40. Ma poi rifanno i conti e decidono che anche il 40 per cento è un obiettivo difficile, con la Lega che conta come il due di picche e Forza Italia in caduta libera, e allora ecco un altro emendamento per fissare il ballottaggio sopra il 38 per cento. Tutto questo nell’attesa che i sondaggi si muovano ancora, come la terra a Pozzuoli, e allora forse si scenderà di nuovo, una rincorsa senza fine che farà delle elezioni una specie di sudoku inestricabile, purché una maggioranza a pezzi, che non ha più la fiducia del Paese, riesca a vincere lo stesso.
Una cosa si sa già: metà del Paese non vota, e nulla indica che lo farà la prossima volta, quindi una maggioranza del 38 per cento – poniamo – sarà espressa da una minoranza della metà del corpo elettorale, il che significa un Parlamento eletto da una relativamente piccola élite di italiani, con un oggettivo restringimento dell’idea di democrazia.
Si aggiunga al polpettone un ingrediente che dà sapore: il partito che spera nel pareggio, un’élite nell’élite, che ha il sogno dichiarato che non vinca nessuno per essere chiamata, insieme a qualche Draghi di turno, se non addirittura il Draghi vero, a salvare la baracca dall’alto delle sue indiscutibili eccellenze, tipo Calenda, per intenderci. Di solito, sono i più accesi sostenitori del riarmo, quelli che un giorno sì e l’altro pure seminano paura e timore di essere invasi da chissà chi pur di comprare bombe e missili. Gli stessi che mettono in guardia: occhio che le elezioni saranno disturbate dalla guerra ibrida, da qualche direttore d’orchestra russo, o dai famosi hacker su TikTok. Immagino che gli italiani siano molto appassionati da queste questioni, che non pensino ad altro, magari per distrarsi con qualcosa di divertente mentre fanno la spesa a prezzi newyorkesi, ma con stipendi italiani.
Scomoda precisazione
Putin fa cose
A leggere i media che la sanno lunga, nei tre mesi estivi Putin è riuscito in una serie di misfatti che uno normale faticherebbe a perpetrare in 30 anni (anche perché intanto devasta l’Ucraina e avanza in quel che resta del Donbass). L’ultima è stata truccare il referendum islandese sull’Ue (Riotta su Rep: “Spot e notizie false sui social: l’ombra lunga del Cremlino sul trionfo dei No”). Ma questo è niente. Ha spedito droni in tutto il Nord Europa, camuffandoli così bene che non s’è trovata mezza prova, ma si sa che erano russi, specie quelli ucraini. Ha piazzato un drone esplosivo che però non è esploso all’aeroporto di Lipsia e Merz dice che è suo, anche se pure oggi le prove le porta domani (invece per i gasdotti fatti esplodere per davvero dagli ucraini, Kiev va premiata con più soldi e più armi). E chi ha lasciato lì “un deposito d’armi in un bosco vicino Berlino”? “Sospetti sugli 007 di Mosca” (Rep). Ha incendiato “fabbriche d’armi tra Estonia, Bulgaria e Italia”, a Colleferro, dove Crosetto esclude i russi, ma Iacoboni li sgama: “Il Cremlino assolda gang locali per non lasciare impronte” (Stampa). E ha pure scatenato la “disinformazione per influenzare le elezioni in Sassonia-Anhalt con l’Operazione Matrioska” e screditare “Glucksmann, candidato in Francia” (Foglio), che crolla nei sondaggi non perché è una pippa al sugo detestata dai francesi, ma perché non piace a Putin.
Ha infiltrato in Slovenia una tal “Viktorija Krivolucka, nata in Russia e amica della presidente Musar”. Ha fatto una capatina a Vagli di Sotto (Garfagnana, 843 abitanti) per apporre una “targa in memoria di Daria Dugina”, simpaticamente assassinata a Mosca dagli ucraini, fra le proteste di Filippo Sensi per lo “scempio” (non l’omicidio: la targa). Ora prepara “attacchi ibridi” su “Isole Svalbard, Isole Aland, Estonia, Gotland e Corridoio di Suwalki” (Corriere), l’invasione dei “Paesi Baltici, la preda più facile per lo Zar”, della Norvegia “cruciale per Putin” (Domani) e della Gran Bretagna (“Londra si prepara a un attacco russo: ‘Lo faranno, è inevitabile’. Scorte d’acqua e cibo in scatola, in arrivo nuovo ‘manuale’, Corriere). Lì, per portarsi avanti, ha già “rubato i dati di 9 milioni di passeggeri” (Rep). Nei ritagli di tempo, “arruola spie-escort da Hollywood alla rete di Epstein” (Iacoboni), senza dimenticare “le falle del sistema Infantino e la rete dai sauditi a Putin per impadronirsi del calcio” (Rep) dopo aver fallito d’un soffio l’operazione Pirlo. Last but not least, ha riempito Ceuta di marocchini coi “canali russi e la macchina delle fake” (Foglio), ma senza avvisare Calenda, che accusa Meloni di “perder tempo su cinque migranti invece di capire cosa fare se Putin attacca l’Europa”. A proposito: ma non era moribondo?
martedì 1 settembre 2026
Nel 2026
Felpatamente questa scioccante notizia scongela sentimenti ondivaghi, scatenando fondamentalmente vergogna, triste vergogna, per come abbiamo tradito valori essenziali riconducibili alla dignità comune, dovuti alla Vita.
Già, la Vita! Quella che questa famiglia ha deciso di lasciare perché sopraffatta dalla solitudine, dal probabile scantonamento di molti, dall'indifferenza gelata e globale attanagliante.
Hanno deciso scientemente di farla finita, tutti, e si sono portati via pure il cane. La bimba soffriva di problematiche che non mi permetto di scandagliare, sviscerare. Agli occhi di tutti era diversa, come diversi sono molti, moltissimi, per chi discrimina. Era diversa perché quaggiù un tempo li nascondevamo agli occhi degli altri, oggi sulla carta si tenderebbe a normalizzare, ma il rischio di emarginarli assieme ai familiari è ancora alto.
Perché avere una figlia diversa alle feste dei bimbi, al ristorante, in spiaggia... dai, non facciamo finta di non capire! E la famiglia introita questi sentimenti, li ingigantisce nella solitudine. Poi il problema del futuro: chi si curerà di lei, come l'accoglieranno gli altri?
E ancora sulla solitudine, antitesi della compartecipazione: i servizi sociali, sempre più blandi per mancanza di risorse, destinate a comprare armamenti — Dio vi strafulmini, balordi infami! — la salita quotidiana per aspettare la sera, per chiudere gli occhi con la fobia dell'Aurora — che diceva il saggio dalle dita rosate — e tutto il companatico delle amarezze, sbocconcellato a tavola, le occhiate d'intesa, la preparazione meticolosa della "partenza" pur se i cellulari vibrassero ancora, le idee di andare da qualche parte, la consapevolezza che la diversità, se non la si ama, la si nota. Ho contezza di questo: lo vissi in giovinezza, vedendo bimbi e bimbe accostarsi ai cosiddetti "diversi della società" in semplicità, senza nulla notare, perché quando si parlano i cuori non esistono barriere, confini, evidenziatori di sorta.
Questa famiglia ha quindi deciso di andarsene, ha organizzato il passaggio, non disturberà più, è nella pace.
Resta il disagio, il silenzio, la consapevolezza che questa società, così com'è attualmente organizzata, prima o poi dovrà essere abbattuta, sviscerata, ribaltata.
Non possiamo considerarci degli esseri umani pensanti se continueremo a spargere indifferenza, gelo, noncuranza, apatia, ignavia.
Giuro che, mentre li saluto con tanto affetto, provo vergogna smisurata e corresponsabilità.
Perdonateci!


