Prolasso alle gònadi
Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
giovedì 19 febbraio 2026
L'Amaca
Guardie rosse e parole nere
di Michele Serra
Della triste e sanguinosa vicenda francese (il pestaggio mortale del giovane estremista di destra Quentin Deranque) mi ha colpito un dettaglio che forse non è un dettaglio: il nome del movimento antifascista accusato del pestaggio, la Jeune Garde, la giovane guardia.
Ha origini militari, specificamente napoleoniche: un corpo speciale di cavalleria al diretto servizio dell’imperatore, che lo istituì nel 1813 per la sua personale protezione. Lo si ritrova poi, più di un secolo dopo (gli anni Trenta del Novecento) prima in una tonante marcetta rivoluzionaria, incisa su disco dallo chansonnier Monthéus e inneggiante all’imminente vittoria della vigorosa gioventù proletaria sui flaccidi borghesi; poi in una fresca derivazione del 2010, sempre tonante, sempre marcetta e sempre rivoluzionaria. Tamburi e trombe (come nella tremenda e meravigliosa Canzone dei cannoni di Brecht-Weill: «soldati e bombe, tamburi e trombe») e testi decisamente bellicosi.
Detto che anche la Marsigliese, e in genere gli inni politici di tutte le risme, non sono affatto pacifici e spesso grondano sangue (e sempre grondano retorica), mi sono domandato perché mai, nel 2018 quando è nato, un movimento antifascista debba darsi un nome militaresco, che potrebbe tranquillamente appartenere a un movimento fascista. Jeune Garde: non sarebbe perfetto per un nuovo squadrismo?
Domanda: non si potrebbe storicizzare un po’? Provare a segnare una differenza — dopo due secoli di gloriose lotte proletarie, tamburi e trombe — tra il linguaggio delle armi e dell’ardimentosa gioventù (giovinezza! giovinezza!) e quello che dovrebbe essere il linguaggio della liberazione — anche dalle armi, tra l’altro? Forse che è più “di lotta” usare un linguaggio otto-novecentesco e richiamarsi di continuo alla logica di guerra? E se fosse invece molto più “di lotta” trovare nuovi nomi e nuove parole che la fanno finita, con il gusto del sangue e il suono orribile delle teste rotte?
Prove concrete
Francesca la Saggia
Daje!
Guardoni non trombanti
di Marco Travaglio
Da due giorni leggo e rileggo una meravigliosa frase di Antonio Tajani, vicepremier, ministro degli Esteri e leader di FI: “Non partecipare al Board of Peace sarebbe contrario allo spirito dell’articolo 11 della Costituzione”. Tajani ha questo di bello: dice cose così insensate e demenziali che è difficile anche replicargli. E non solo perché fa morire dal ridere. È come se parlasse in un’altra lingua, che però non esiste in natura. Non passa giorno senza che lui e il suo governo facciano qualcosa di contrario allo spirito e pure alla lettera dell’articolo 11: tipo inviare armi all’Ucraina e a Israele per risolvere con la guerra due controversie internazionali: proprio ciò che l’articolo 11 proibisce al comma 1. Il comma 2 invece vieta all’Italia di entrare in alleanze od organizzazioni che non garantiscano la “parità con altri Stati”. Come appunto il Board of Peace, una specie di consiglio di amministrazione per Gaza presieduto da Trump con pieni poteri e a vita. Il problema non è l’aspetto affaristico e coloniale dell’iniziativa, che purtroppo non ha alternative (dove sono i governi europei che un anno fa annunciavano l’imminente riconoscimento della Palestina? E, a parte schifare il Board, quali soluzioni propongono?). E neppure il presunto aggiramento dell’Onu, che anzi lo ha approvato in Consiglio di sicurezza con la risoluzione 2803 del 17 novembre. È che chiunque partecipi sarebbe suddito di Trump e non socio alla pari. Quindi non è restarne fuori che è contro lo spirito e pure la lettera dell’articolo 11: è entrarci. Infatti, mentre dice l’ennesima scempiaggine, Tajani annuncia che l’Italia entrerà come “osservatore”. Però ci metterà dei soldi (ovviamente nostri). Come pagare il biglietto d’ingresso in un club di scambisti per poi fare il guardone dal buco della serratura: pagare ma non trombare, geniale. Una cosa è certa: comunque vada, pur di compiacere Trump, faremo una figura barbina.
A questo punto vi sblocco un ricordo. Due anni fa, in vista delle Presidenziali Usa, non c’era talk show in cui il conduttore e gli ospiti non inchiodassero Conte alle sue responsabilità: doveva per forza scegliere fra Trump e Biden (poi rimpiazzato dalla Harris per palese incapacità d’intendere e volere), come se votasse negli Usa, e al suo sacrosanto rifiuto partiva il tweet di Trump che nell’estate del 2019 lo chiamava “Giuseppi”. Il che bastava e avanzava per fare di lui un fottuto trumpiano (anche se a Trump aveva detto di no sul golpe Guaidó e la Via della Seta), pur restando un lurido putiniano, nonché complice di Xi Jinping, Khamenei, Hamas e Maduro. Invece ora che i Melones ci coprono di ridicolo come cheerleader di Trump, non vola una mosca. Forse perché prima erano le cheerleader di Biden: par condicio, anzi par linguicio.


