Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
martedì 31 marzo 2026
Infimo bastardo!
È difficile non scivolare nel turpiloquio difronte a questa gigantesca merda che festeggia la legge che porterà alla forca i palestinesi. Molto difficile visto che siamo nella settimana santa… gli auguro però una fine direttamente proporzionale alla sua violenza, al suo squilibrio, alla sua nefandezza umana!
Racconto
Il tunnel lungo il Muro del pianto unico luogo di culto accessibile
Di PAOLO BRERA
GERUSALEMME
La città vecchia di Gerusalemme è un deserto: niente turisti e niente fedeli in preghiera, bloccati a causa della guerra. La sola eccezione il cunicolo sacro all'ebraismo.
«Che fortuna! Ieri mio fratello ha dovuto aspettare in fila per due ore per venire qui al Muro del pianto», sorride Benny, professore di tecnologia in una scuola per disabili. Sono le 13.30, ha appena varcato davanti a noi l'accesso che conduce alla parte coperta del Muro. Dopo i controlli e un passaggio nei tunnel del Kotel, si arriva alla grande sala di preghiera del Wilson's Arch usata nelle giornate piovose e per lo studio del Talmud: uno dei suoi lati è la continuazione del Muro, davanti al quale normalmente si prega all'aperto sulla piazza adiacente. In fondo alla sala, l'Arco di Wilson affaccia sulla piazza deserta, chiusa da una transenna: i fedeli pregano comunque davanti allo stesso Muro, nella sezione coperta.
Le «regole di sicurezza» a cui hanno fatto riferimento la polizia israeliana e il primo ministro Netanyahu per giustificare di avere impedito non solo l'ingresso dei fedeli ma anche — prima del compromesso pattuito ieri — le celebrazioni a porte chiuse nel Santo Sepolcro, non impediscono di accedere a uno dei luoghi più sacri dell'ebraismo. Di pregare in piedi davanti ai blocchi di pietra erodiani del Muro.
Ci siamo tornati tre volte, ieri, in diversi momenti della giornata, senza alcuna difficoltà ad accedere. Al contrario, tutte e tre le volte abbiamo trovato chiusi i portoni del Santo Sepolcro, dove gli agenti all'ingresso non ci hanno lasciato passare. Lo stesso quando abbiamo tentato di avvicinarci alla Spianata delle Moschee in cui si trova Al Aqsa, il terzo luogo più sacro al mondo per i musulmani: anche in questo caso, in linea con le restrizioni comunicate dalle autorità, non si può passare, l'accesso è interdetto dai soldati.
Dopo l'aggressione all'Iran condotta insieme agli americani, gli israeliani hanno fortemente limitato l'accesso all'intera città vecchia e ai luoghi di culto. All'interno delle mura potrebbero accedere solo i residenti e i negozianti, il personale religioso accreditato, i giornalisti autorizzati e le forze di sicurezza. «La città vecchia e i luoghi sacri — spiegava domenica la polizia — si trovano in territorio complesso» con «reale pericolo per la vita umana in caso di incidenti con molti feriti». Ma raramente abbiamo trovato chiusi i varchi della città murata: nelle giornate normali e quando non c'è allarme aereo i soldati lasciano passare, ma non è la solita Gerusalemme. È una distesa di negozi chiusi tranne qualche banco di alimentari. Saracinesche abbassate, l'insolito silenzio in quel dedalo di vicoli in cui normalmente fatichi a conquistare il passo in una folla di turisti e fedeli, di religiosi e negozianti.
Ora è tutto cambiato. I soldati controllano ogni incrocio. Durante il Ramadan e persino nella grande festa di Eid al-Fitr, la polizia israeliana ha impedito ai musulmani di pregare ad Al-Aqsa e nelle strade adiacenti, costringendoli a farlo fuori dalle mura della città vecchia. All'inizio della settimana santa, nella Domenica delle Palme il patriarca Pizzaballa è stato bloccato all'ingresso del Santo Sepolcro insieme al Custode della Terra Santa, sebbene avessero programmato messa a porte chiuse e senza fedeli.
Solo gli ebrei sembrano avere più fortuna. Accanto al ristorante kosher "Between the Arches" c'è l'accesso che dalla città vecchia conduce al Muro del Pianto. Abbiamo attraversato diversi incroci presidiati dai soldati, e qualche transenna obliqua: si può andare, conferma un soldato con un segno della mano. All'ingresso finale c'è un gruppo nutrito di soldati indifferenti. L'atmosfera è rilassata, sorridono tra loro. Al varco non viene effettuato né un controllo dei documenti né viene chiesta la nazionalità, la religione praticata o le ragioni dell'accesso: si passa al metal detector ed eccoci sotto il monte del Tempio, nel luogo di preghiera più sacro per gli ebrei.
Qui di solito si va dritti, entrando nella piazza dall'alto. Ora la piazza è chiusa, si accede liberamente nei Tunnel del Kotel dove in tempi normali si organizzano visite guidate: ci sono reperti e scavi dai quali ci si affaccia su livelli profondi e sacri delle mura. Ora è l'unico passaggio per pregare al Muro, ed è aperto. Due fidanzati si scattano foto, un papà con l'abito tradizionale haredi avanza con tre bimbi accanto. In fondo, la sala è una sorta di sinagoga in cui ci si divide: le donne al piano superiore, i maschi scendono al livello della piazza. Ci sono le kippot bianche usa e getta per chi non ha con sé il copricapo, e i filatteri neri da legare al bicipite. Le sedie per la preghiera, i leggii per la Torah. C'è il Muro, soprattutto, davanti al quale gli uomini pregano in piedi. Due ragazzi entrano saltando le scale e sorridendo, con gli abiti neri degli haredim e i due boccoli di ricci fino alle spalle. Dall'Arco di Wilson una foto alla piazza, un'occhiata al resto del Muro.
Qui sotto, la guerra sembra non essere arrivata. I tunnel sono effettivamente una garanzia di sicurezza, ma l'accesso e le code — che abbiamo visto formarsi nei giorni scorsi e che ci ha confermato Benny, il professore incontrato all'ingresso — restano comunque una minaccia. La polizia israeliana, alla quale ieri abbiamo chiesto di spiegarci perché sia consentito l'accesso al suo luogo sacro solo alla comunità ebraica, non ha risposto alle nostre domande.
L'Amaca
Libertà di informazione
DI MICHELE SERRA
Non so se sia un sentimento tacciabile di moralismo, di passatismo, di altre mie personali inadeguatezze: ma vorrei tanto non avere mai visto, nelle edizioni online di tutti i giornali, anche questo, l'insostenibile video, in soggettiva, dell'agguato all'arma bianca contro la professoressa Mocchi, che guarda ignara e inerme arrivare il suo alunno senza sapere che è il suo aguzzino.
A diversi giorni dal misfatto quel video ancora guizza, qui e là, nel nostro palinsesto da tavolo e tascabile. E se mi ripugna vederlo non è tanto perché sia orrendo (lo è), quanto perché il movente fondamentale del suo giovane autore era che fosse mostrato, che il suo gesto avesse follower, che la fama (che è il solo vero Satana dei nostri tempi, tra i tanti immaginari) potesse baciarlo a soli tredici anni, precoce trionfo. Beh, è stato accontentato.
Si dice tanto che gli adulti sono responsabili del dissesto psicologico che scombina pensieri e parole di molti adolescenti: bene, ecco un'ottima occasione per mostrarsi, per una volta, adulti responsabili. Non si può far vedere tutto. Se la ragione, o il pretesto, è il diritto/dovere di informare, basta e avanza far sapere quello che è accaduto, dicendo dell'esistenza di quel video ma senza spiattellarlo davanti ai nostri occhi esterrefatti.
L'informazione, ogni giorno di più, si modella su format che non le appartengono e sono estranei alla sua funzione: che non è dare spettacolo, non è emozionare, non è scandalizzare, è dare notizie. I media, come è ovvio, devono rendere conto del presente, ma senza farsene colonizzare. Selezionare con intelligenza e con rispetto umano i materiali che si pubblicano fa parte, a pieno titolo, della libertà di informazione.
Intanto la Nobildonna...
Gli amici, i paradisi fiscali e le holding schermate: chi c’è dietro l’operazione “Twiga bis” di Santanchè
Il compagno Dimitri Kunz, l’amica Paola Ferrari, un ex nome della “cricca” del G8, fiduciarie e holding schermate tra Lussemburgo e Isole Vergini. Ecco chi c’è dietro la nuova avventura imprenditoriale di Daniela Santanchè: il turbolento affare per l’acquisto dei bagni a Marina di Pietrasanta partito quando lei era ancora ministra, in pieno conflitto di interessi. Nascerà un Twiga bis: 10-12 mila euro a stagione per una delle 40 tende extralusso da 23 mq, arredi griffati Ferragamo.
“Andremo in vacanza insieme, in montagna o in campagna. Io a leggere, lei a sferruzzare”. Paola Ferrari corre in soccorso dell’amica fresca di rovinose dimissioni. La giornalista sportiva dipinge il ritratto di una donna che “sa risorgere dalle difficoltà” e che nasconde la dote insospettabile di magliaia capace di sfornare “maglioni per tutti”. Il mare, però, non lo nomina. E un motivo c’è: la sabbia scotta. Dietro l’operazione milionaria guidata dal compagno della ministra c’è dentro fino al collo anche lei, insieme ad altri “strani” soci. La società creata su misura per fondere le concessioni del Bagno Felice e dell’adiacente Bagno Genzianella nell’esclusivo “Tala Beach” si chiama Marina 24 S.r.l., costituita in fretta e furia il 19 febbraio 2026, con alcuni soci che depositano le procure due giorni prima. Capitale sociale di 100 mila euro e oggetto ad hoc per l’operazione. Il volto pubblico è Kunz, nominato Ad con “ampi poteri” di spesa. Ma di soldi ne mette pochi: la sua holding Thor S.r.l. detiene solo il 15,8% del capitale. I veri fondi arrivano da terzi, tramite un “patto a quattro” diviso in quote paritarie del 21,05%. Il primo pacchetto è della Alevi S.r.l. di Paola Ferrari. Un film già visto: l’amica incrocia spesso i portafogli con la Santanchè, e nell’agosto 2023 staccò un assegno da 200 mila euro per salvarla dalla bancarotta di Visibilia. Un altro 21,05% è della Flumen Urbis S.r.l.: amministratore unico e socio al 94% l’ingegnere Francesco Piermarini. È il cognato di Guido Bertolaso, travolto dallo scandalo “Cricca” degli appalti d’oro dei cantieri del G8 alla Maddalena e poi assolto. Dalle macerie dei Grandi Eventi alle spiagge chic della Versilia. Sull’altra metà del capitale (42,1%) è nebbia fitta. Un 21,05% è schermato dalla “The Building Square SA”, fiduciaria del Lussemburgo che cela i reali proprietari. Il quinto socio è l’albanese Dashamir Seiti, socio di una lavanderia a Firenze che amministra l’immobiliare “Munroe K Italia S.r.l.”. Il socio unico di quest’ultima? La “Bithel Holdings Inc”, con sede a Tortola, Isole Vergini Britanniche: il classico paradiso offshore per capitali schermati.
Il problema sono proprio i soldi, e salta fuori insieme al cartello “Tala Beach – coming soon”. “Di quelli lì mi fido come di un cane morto di vescovo su una strada. A me i quattrini non me li hanno neanche dati”, era sbottato col Fatto Massimo Mallegni, ex senatore di Forza Italia approdato in FdI e proprietario del Bagno Felice. Nel giro di 24 ore, lui e Kunz provano a smentire ma la conversazione era registrata. Mallegni, una furia, inviava diffide a Marina 24 Srl: “Gli acquirenti telefonano ai clienti e dicono ‘abbiamo noi lo stabilimento’. Loro ce l’hanno il giorno che firmano e pagano”. Solo con la replica salta fuori una caparra di 800 mila euro versata a un preliminare il 13 marzo. Kunz, piccato, aggiunge: “il preliminare c’è ed è un atto pubblico liberamente consultabile”. Ma non risulta trascritto e, alla richiesta di mostrarlo, non risponde. Chi risponde è Mario Mallegni, 84 anni, titolare del Bagno Felice: “Per ora non è stato venduto”. Eppure è l’unico che può farlo: ha il 73% delle quote. Il titolare del Bagno Genzianella Vivaldo Maines, 71 anni, da 40 piega i lettini che saranno presto spazzati via da piscina e centro estetico. Esasperato, ansioso, si mostra estraneo alle dinamiche societarie dell’affare: “Il nome dell’acquirente non l’ho manco visto. È più grossa di me la cosa, non ho trattato con persone normali come noi, lì ci sono personaggi, società, io non ci capisco nulla. M’han detto firmi qui e qui, fine del discorso. Oltre a quel bagno non c’ho altro”. Il “Tala Beach” apre a maggio: restano libere solo 15 tende extralusso. Altro che “magliaia”.
Ho appena aderito
Intervista a Giulia Torrini, presidente di “Un Ponte Per”: “Portiamo Leonardo spa e il governo in tribunale: basta armi. Meglio le penali che i tagli al nostro welfare

“Il governo spagnolo sta dimostrando di essere in grado di bloccare l’attività Usa nelle basi sul suo territorio. Magari domani scopriremo che legalmente non può farlo, ma intanto sta dando un segnale ai cittadini, dimostra che c’è volontà di agire contro la deriva della guerra a ogni costo”. Giulia Torrini è presidente di Un Ponte per, associazione che con A buon diritto, Arci, Acli, Assopace Palestina e Pax Christi ha citato davanti al tribunale civile di Roma lo Stato italiano e l’azienda Leonardo spa per chiedere l’annullamento dei contratti che il colosso della Difesa italiano ha ancora attivi con le imprese belliche di Israele. “Un ponte per è nata nel 1991 con la prima guerra del Golfo, dopo 35 anni di attività dove siamo stati in Iraq, Libano e Siria crediamo che non abbiamo bisogno di leader che vedono nell’azione militare il primo investimento dell’economia dello Stato, secondo le logiche del capitalismo che alimenta l’economia di guerra andando a conquistare Paesi che, guarda caso hanno il petrolio”.
La vostra iniziativa legale denuncia di fatto il coinvolgimento italiano nell’industria della guerra permanente israeliana…
E nel genocidio, che però è stato l’apice di un processo chiaro da tempo. Israele non bombarda i civili palestinesi dal 7 ottobre 2023, lo fa regolarmente da decenni con armi anche fornite da noi. Associazioni con una lunga storia come la nostra vedono molto chiaramente i termini del problema.
Cosa puntate a ottenere, al di là del dibattito politico che la causa inevitabilmente scatena?
Chiediamo di valutare se i contratti sottoscritti anche prima del 7 ottobre siano validi o no, e chiediamo di valutare la possibilità di sospenderli, applicando quella parte della legge 185 del 1990 che non parla solo di revoca, ma anche di sospensione dei contratti in essere. In fondo la riflessione è semplice: siccome il governo non applica le leggi internazionali sul genocidio, lo facciamo noi società civile con la nostra advocacy. Le controparti mettono la questione sul piano commerciale, chiedono di considerare che quei contratti di fornitura rappresentano fatturato e lavoro. Ma può la libertà di commercio valere più della legge, più della Costituzione e degli accertamenti dell’Onu sulle violazioni dei diritti umani da parte di Israele? Abbiamo l’esperienza dell’Iraq sotto gli occhi, sappiamo bene cosa significa avviare un Paese in una spirale di violenza: il ciclo dittatura, guerra, estremismo islamico. Ci siamo già occupati in passato di come i vari governi italiani abbiano compartecipato alla distruzione di una società civile di un Paese, e l’attuale esecutivo ha compartecipato alla più grande distruzione della società civile della storia, a Gaza. Il problema sono le penali di questi contratti? Si paghino. Meglio che risparmiare sul welfare.
Bloccare i contratti di Leonardo come incide sulle mancanze del governo italiano nel denunciare il genocidio a Gaza?
Il nostro piano è bloccare gli investimenti in armi che vengono vendute nei territori di guerra. Se il giudice civile ci desse ragione sarebbe un precedente importantissimo, questa è una tra le prime cause in Europa che contesta a un’azienda produttrice, non a caso in cui lo Stato è azionista. Spostandola su un altro piano, fino a qualche anno fa sembrava impensabile multare Meta per la mancata tutela dei minori sui social, invece è successo. E la Spagna dimostra che un governo può intraprendere un’altra direzione. Magari in l’Italia serve una causa civile per capire che l’altra direzione è quella giusta, quella che i cittadini vogliono.
Nell’ottica dei governi europei, questo comporterebbe anche l’obbligo di slegarsi dall’alleato degli Stati Uniti, non trova?
Il punto è che quello che è successo a Gaza ha dimostrato che Israele è stato un grandissimo fallimento per la politica americana, che oltretutto aumenta l’antisemitismo nel mondo. O gli Usa si sganciano da Israele o saranno travolti dalle conseguenze.
Dal grande passato
Una voce poco fa
“Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da condizionamenti… Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane”. Sembrano parole dette oggi per spiegare la bocciatura della schiforma Nordio-Meloni. Invece sono di 35 anni fa: 28 luglio 1981. Le pronunciò Enrico Berlinguer nell’intervista a Eugenio Scalfari sulla “questione morale”. Parlava del referendum abrogativo della legge sull’aborto, promosso dal Movimento per la vita e vinto dal No col 68% (affluenza del 79), insieme alla solita raffica di referendum radicali, tutti bocciati: “Sia nel ’74 per il divorzio, sia ancor più nell’‘81 per l’aborto gli italiani hanno fornito l’immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai proletari… Per l’aborto quasi il 70% ha votato No. Ma, poche settimane dopo, il 42% ha votato Dc… (I partiti) sono macchine di potere e si muovono soltanto quando è in gioco il potere: seggi in comune, seggi in parlamento, governo centrale e governi locali, ministeri, sottosegretariati, assessorati, banche, enti. Se no, non si muovono. Quand’anche lo volessero, così come i partiti sono diventati, non ne avrebbero più la capacità”.
Quella lezione dall’oltretomba è più che mai valida oggi per partiti diversissimi da quelli di allora. Ma dovrebbe riguardare anche gli elettori, abituati a considerarsi infallibili perché nelle democrazie sono come i clienti degli hotel, dei ristoranti e dei negozi: “Hanno sempre ragione”. Sia che vadano a votare, sia che si astengano. Ma non sono infallibili. Il loro errore più frequente è di sottovalutarsi: sia quando votano partiti e candidati impresentabili per ricambiare un favore o per riceverne uno in futuro, pensando che “in fondo non cambia nulla”; sia quando restano a casa, pensando che “in fondo sono tutti uguali”. Negli anni 90 e nei primi 2000 i partiti di centrosinistra facevano di tutto per confermare quei luoghi comuni: in Parlamento inciuci e bicamerali per le schiforme “condivise”; in piazza la vera opposizione dei girotondi, dei pacifisti e degli altri movimenti fino a Grillo. E l’unica alternativa al regime era un berlusconismo light. Ora però un’opposizione che si oppone c’è. E chi vendeva il suo voto o proprio non lo usava non può più dire “sono tutti uguali”: il 22 e 23 marzo ha provato l’ebbrezza di farne buon uso in assoluta libertà e di veder cambiare subito molte cose. Se lo rifarà alle elezioni politiche dipenderà dai partiti, ma anche da lui.
lunedì 30 marzo 2026
Lo sdegno nero
Meloni e gli altri “sdegnati”: finora tutti zitti sul genocidio a Gaza
Il governo di Israele che impedisce di celebrare la messa della domenica della Passione del Signore al Santo sepolcro, e ferma per strada il patriarca latino di Gerusalemme e il custode di Terrasanta, compie l’ennesimo atto di arbitraria violenza. Ma si rimane senza fiato a leggere le parole di Giorgia Meloni, che si scaglia come mai aveva fatto finora contro il governo di Netanyahu, accusandolo di “un’offesa non solo per i credenti, ma per ogni comunità che riconosca la libertà religiosa”. E mentre Tajani convoca l’ambasciatore di Israele alla Farnesina, ed esprime lo “sdegno” (poi cambiato in “protesta”…) del governo italiano, l’altro vicepremier Salvini giudica “inaccettabile e offensivo” l’operato del governo di Tel Aviv.
Ora, chi prova a seguire le parole di vita del Vangelo sa bene che Dio “non abita in templi costruiti da mani d’uomo” (Atti, 17, 24), e che ogni persona umana è “il tempio del Dio vivente” (2 Corinzi, 6, 16). Ebbene, quanti templi di Dio il governo di Israele ha deliberatamente distrutto, macellato, smembrato a Gaza, e in Cisgiordania e ora in Libano, Iran, e in tutta la regione? Da pochi giorni è uscito (presso le Edizioni della Meridiana) il documento su Gaza del movimento cristiano interconfessionale palestinese Kairos, dal titolo Un momento di verità. La fede in tempo di Genocidio. Nella lingua del Vangelo – quella del sì, sì, no, no – i cristiani di Terrasanta si rivolgono a noi: “Coloro che negano il genocidio commesso contro il popolo palestinese a Gaza – nonostante le prove schiaccianti, le testimonianze e persino le dichiarazioni degli stessi sionisti – negano l’umanità stessa del popolo palestinese. Abbiamo quindi il diritto di chiedere: come si può parlare di fratellanza o comunione cristiana mentre si nega, si sostiene, si giustifica o si tace di fronte al genocidio, specialmente quando tali atti sono commessi in nome di Dio e delle Scritture?” Sono parole che pesano come pietre sulla condotta dei politici che si proclamano cristiani quando si tratta di usare il presepe come simbolo identitario, e si avvolgono nei rosari per accendere il fuoco dell’odio contro i migranti. Se lo ‘sdegno’ contro Israele è la reazione ad un odioso divieto a pratiche di culto, cosa avrebbero dovuto dire quegli stessi governanti contro il genocidio? Ma di quel genocidio sono stati, e sono, complici: e le mani sporche di sangue non si lavano difendendo le pietre delle chiese. I cristiani di Palestina chiedono, con un filo di voce, “ai governi del mondo di esercitare pressioni affinché i criminali di guerra, chiunque essi siano, siano perseguiti dalla Corte Internazionale di Giustizia e dalla Corte Penale Internazionale; e di adoperarsi per il ritorno immediato degli sfollati attraverso la ricostruzione di Gaza e il rafforzamento della tenacia del suo popolo”. Come tutta risposta, Giorgia Meloni consente a Netanyahu di sorvolare impunemente l’Italia per tutta la sua lunghezza ogni volta che vuole, e appoggia il coloniale Board of Peace. E questa – perpetrata da chi si dice ‘cristiana’ – è un’offesa incomparabilmente maggiore di quella oggi platealmente rimproverata a Israele. E così, in questa Settimana Santa affondata nel sangue, sentiamo ancora una volta risuonare queste parole: “Anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità”. Le ha dette, ai farisei del suo tempo, Colui nella cui memoria si dovrebbero celebrare le liturgie della Passione. Ascoltarlo, invece di usarlo, sarebbe cosa buona e giusta.
Ma guarda un po'!
Iran, insider trading di guerra: quelle ombre sulla Casa Bianca
Se fosse confermato, sarebbe gravissimo: è vero che c’è chi, nell’entourage di Donald Trump, era venuto a conoscenza di informazioni confidenziali per speculare sui mercati e realizzare ingenti profitti il 23 marzo scorso? Quel lunedì flussi di operazioni insolite sono stati registrati nei mercati. Tutte le principali piazze finanziarie mondiali avevano aperto in forte ribasso dopo l’ultimatum che il presidente degli Stati Uniti aveva lanciato contro l’Iran, minacciando Teheran di distruggere le infrastrutture elettriche del Paese, mentre i prezzi del petrolio toccavano record storici. Teheran aveva risposto minacciando a sua volta di colpire le infrastrutture energetiche e di desalinizzazione presenti nei Paesi del Golfo. Poi, alle 7:05, Trump ha annunciato sul suo Truth Social che avrebbe rinviato di cinque giorni gli attacchi grazie a colloqui “costruttivi” con Teheran.
La reazione dei mercati è stata immediata. A Wall Street si è innescata una repentina inversione di rotta e anche le Borse europee ancora aperte hanno finito col chiudere in rialzo. Il prezzo del barile è tornato in pochi minuti sotto quota 100 dollari, con un calo del 14%. Alcuni trader e analisti hanno tuttavia rilevato che delle operazioni anomale erano state effettuate una quindicina di prima della pubblicazione del post di Trump. In due minuti sono stati scambiati circa 6 milioni di contratti relativi a oltre 6 milioni di barili di Brent e West Texas Intermediate, i principali benchmark energetici, per un valore di oltre 660 milioni di dollari. Il volume eccezionalmente alto dei volumi di scambio tutti nello stesso momento ha attirato l’attenzione degli operatori del settore. Fino a quel momento i volumi erano stati ai minimi: la media dei contratti trattati nella stessa fascia oraria nei cinque giorni precedenti non superava i 700 lotti, pari a circa 700 mila barili di greggio. Nello stesso momento è stata registrata anche un’impennata nella vendita di futures S&P 500, uno dei principali indici azionari di Wall Street. In due minuti sono stati scambiati 4.497 contratti. Anche in questo caso i volumi risultavano anomali rispetto alla media delle ultime sedute. Il valore complessivo dei contratti era stato pari a circa 1,5 miliardi di dollari: la più fruttuosa operazione della giornata. Finché le autorità di vigilanza non avvieranno un’indagine ufficiale, nessuno è in grado di stabilire se operazioni analoghe siano state effettuate su altri derivati finanziari, né di identificare chi si cela dietro queste transazioni anomale. Con il passare delle ore, però, aumentano i sospetti di insider trading. Chi poteva essere a conoscenza dell’annuncio di Trump con quindici minuti di anticipo al punto da scommettere su un totale ribaltamento dei mercati? Tutti gli sguardi sono puntati sulla Casa Bianca, che smentisce ogni irregolarità: “Qualsiasi accusa, priva di prove, secondo dei responsabili sarebbero coinvolti in simili attività è infondata”, ha dichiarato un portavoce, accusando i media di “giornalismo irresponsabile”. La smentita ufficiale non è stata totalmente convincente. Anche perché non è la prima volta che trader e investitori segnalano un nesso tra movimenti anomali sui mercati e gli annunci di Trump.
A febbraio, pochi giorni prima che Stati Uniti e Israele lanciassero i raid sull’Iran, sulla piattaforma di “prediction market” Polymarket, che garantisce il totale anonimato, sono state registrate puntate vincenti sul 28 febbraio come data di inizio dei bombardamenti. In pochissimo tempo scommettitori particolarmente “fortunati” hanno incassato oltre 330 mila dollari grazie al loro intuito “visionario”. Scommesse analoghe erano state registrate anche in occasione del rapimento a sorpresa del presidente venezuelano Nicolás Maduro. Donald Trump non attribuisce particolare peso a queste derive. Anzi, nell’aprile 2025, si era anche pubblicamente congratulato con il finanziere Charles Schwab per aver guadagnato 2,5 miliardi di dollari scommettendo in anticipo su un’inversione dei mercati, poco prima che il presidente Usa annunciasse una parziale marcia indietro nella sua guerra commerciale contro il resto del mondo. Una scommessa vincente, ufficialmente, frutto del caso: secondo il Wall Street Journal, invece, sarebbe stato proprio Charles Schwab, durante un pranzo con Trump, a convincere il presidente a rivedere la sua politica doganale. Secondo alcune stime, le plusvalenze realizzate con le ultime operazioni su petrolio e S&P 500 potrebbero sfiorare 1,5 miliardi di dollari. Gli investitori “ispirati” che si sono mossi pochi minuti prima dell’annuncio di Trump si sono subito affrettati a vendere mentre i corsi erano favorevoli. L’effetto dell’annuncio, infatti, è stato di breve durata. Il regime iraniano ha smentito poco dopo qualsiasi negoziato in corso con Washington, accusando Donald Trump di “manipolare i mercati finanziari e petroliferi”.
La prospettiva di una tregua si allontana mentre Israele e Iran continuano a bombardarsi reciprocamente. Già dal 24 marzo le Borse hanno ripreso a scendere, mentre il Brent è tornato sopra i 100 dollari al barile, con il rischio di una crisi energetica globale sempre più concreto. Il volume delle operazioni speculative condotte sui mercati finanziari e petroliferi in una fase di tensione geopolitica ed economica estrema rischia ora di innescare numerose reazioni. Negli ambienti finanziari diversi operatori stanno apertamente esprimendo la loro irritazione per quelle che considerano “evidenti manipolazioni del mercato”. Da mesi inoltre l’opposizione democratica, ma anche alcuni repubblicani, denuncia il clima di affarismo che domina alla Casa Bianca, favorevole ad alimentare corruzione e abusi. Dalla ricostruzione di Gaza allo sviluppo dei criptoasset, passando per investimenti in società che ottengono poco dopo contratti con il Pentagono, il gruppo Trump, la sua famiglia e il suo entourage risultano finanziariamente coinvolti in numerose operazioni legate a decisioni della Casa Bianca o dell’amministrazione federale. Secondo Forbes, la presidenza di Donald Trump è “la più lucrativa della storia americana”. Il patrimonio personale di Trump è passato da 2,3 a 6,5 miliardi di dollari tra il 2024 e l’inizio del 2026.
Traduzione Luana De Micco
domenica 29 marzo 2026
L'Amaca
Il Paese più strano del mondo
DI MICHELE SERRA
«Amici di tutti, nemici di nessuno» è uno slogan sospettabile di ingenuità bonacciona da un lato, di opportunismo ruffiano dall'altro. Oppure — terza possibilità — è un concetto di qualche decennio o secolo più avanti rispetto al presente della politica internazionale, che sembra dominata dall'«amici di nessuno, nemici di tutti».
Stiamo parlando dell'Oman (vertice sudorientale della Penisola Arabica) e della dottrina del suo fondatore, il defunto sultano Qaboos (Kabús), che Anna Lombardi, su questo giornale, sceglie come incipit del suo reportage da quel Paese così "strano" nella sua ostinata neutralità, amico dell'America, in buoni rapporti con l'Iran, estraneo alle feroci ostilità tra Islam sunnita e sciita, lontanissimo dal fondamentalismo, meta turistica sempre più frequentata benché del tutto dissimile dal cliché un po' pacchiano e imbellettato — tutto grattacieli, luminarie e lusso — dei vicini Paesi del Golfo.
Dell'Oman, fino a poco tempo fa, era molto raro sentir parlare. Se ne parla molto di più, ultimamente, perché lo schiacciamento pauroso del mondo sugli scenari di guerra e sulla forza bruta rende quasi esotico il racconto di un posto così pacifico, dunque così differente. Sicuramente qualcuno saprà spiegarci per quali connessioni di interessi economici e di opportunità strategiche quel Paese, almeno fino a oggi, è riuscito a mantenersi al di fuori della mischia. Per ora ci accontentiamo di sapere che un luogo simile esiste, e per giunta è a un passo dalle incandescenze mediorientali. Gli omaniti vivono accanto al rogo, ma non si bruciano. Sono comunque un'eccezione da studiare. Magari qualcosa si impara.
Daje Pino!
Marina&Stefania, stessi psichiatri
Chissà se Marina Berlusconi e Stefania Craxi hanno lo stesso psicanalista. Condividono l’abisso in fondo al quale stanno seduti i rispettivi padri, circondati dai paralleli campi di battaglia della Prima e della Seconda Repubblica, dove si ammassano, coperti dall’identica polvere del tempo, non solo le colpe e le bugie, ma anche la vergogna della fedeltà comprata, e quella dell’amicizia tradita. Che incorporate ai rispettivi destini, hanno fatto di Silvio un vincitore, dopo che aveva perso tutto, e di Craxi un perdente, dopo che aveva vinto tutto. Per poi sottomettersi alla medesima livella.
Sono due figlie mai cresciute, perché schiacciate dallo stesso fantasma irraggiungibile dei padri e dal tormento di non essere mai state all’altezza di quei monumenti, persuase di averli sempre delusi e dunque di essersi meritate la loro quotidiana assenza, impegnati com’erano nella vita vera, quella degli adulti, e che perciò stesso le escludeva.
Un tormento talmente segreto da essere visibilissimo in chiunque le frequenti, sia ieri che oggi, abitate come sono da quella timidezza aggressiva che le imprigiona dentro le spalle, dentro al tono infantile della voce, dentro quello sguardo sempre allarmato.
Per entrambe – almeno fino a ieri – il loro compito ancillare era custodire la memoria dei rispettivi padri, coltivando le verità alternative sulle loro storie politiche, giudiziarie, sentimentali. Al punto da ignorare (almeno in pubblico) le clamorose evidenze che le smentivano.
Per le figlie schiacciate dai padri, Jung elaborò il complesso di Elettra, la figlia di Agamennone, dove il troppo amore per il babbo-padrone le destina a una certa solitudine non trovando mai uomini adeguati al padre e qualche volta alla nevrosi.
Arrivate entrambe ai sessant’anni, eccoci al colpo di reni. Al cambio di stagione. La figlia del padrone di Forza Italia chiama la figlia del suo complice maggiore. Si prendono a braccetto, provano per la prima volta a farsi coraggio e diventare adulte. A breve cacceranno il povero Tajani. E persino lo psichiatra.
Finalmente qualcuno che lo dica!
Figlie d’arte
Il licenziamento di Gasparri come se fosse quello che è, un impiegato Mediaset, per mano della titolare Marina B., è passato come la cosa più normale del mondo: “La spinta di Marina: bene il rinnovamento della classe dirigente FI. Il ruolo (saldo) di Tajani” (Corriere), “La figlia del Cavaliere dà la scossa al partito”, “La manager Mondadori vuole ‘rinnovamento’” (Rep), “Scossa dei Berlusconi”, “La telefonata di Marina a Giorgia: ‘Serve un cambio di passo nel partito’. La manager testa Mulè per la leadership” (Stampa), “Marina ridisegna FI”, “Tajani blindato da Marina”, “Il piano B. per FI” (Giornale). A parte l’ingratitudine verso il Fantozzi della Megaditta che, da ministro delle Comunicazioni a suon di leggi vergogna (dl Salva-Rete4 e ddl Gasparri 1 e 2) e poi da membro della Vigilanza a botte d’insulti ai giornalisti sgraditi tipo Ranucci con carota e cognacchino, ha sempre servito fedelmente il Biscione privatizzando governi e parlamenti, vien da chiedersi a che titolo questa tizia mai eletta da alcuno parli, traffichi, decida, epuri, blindi e promuova in un partito (e, per inciso, cosa sia saltato in mente a Mattarella di nominarla Cavaliera del Lavoro). Ma soprattutto come si faccia a parlare di “rinnovamento” se si passa da un Gasparri, 69 anni, a una Stefania Craxi, 65 anni, di cui 20 in Parlamento.
In sintesi: la figlia di un premier pregiudicato per frode fiscale, sette volte prescritto per leggi fatte da lui, finanziatore della mafia per almeno 18 anni, fa campagna elettorale per il Sì con proclami su tv e giornali e con i talk fuorilegge di Mediaset senza uno straccio di esponente del No per riformare i magistrati. E poi, quando straperde, fa mea culpa sul petto dell’incolpevole (almeno su quello) Gasparri e ci mette al posto la figlia di un premier pregiudicato per corruzione e finanziamento illecito che si diede alla latitanza per sfuggire a due condanne a 10 anni di galera e a un’altra decina di processi. Incluso quello sui 23 miliardi di lire bonificati dal padre di Marina al padre di Stefania sui rispettivi conti in Svizzera, dopo che il secondo aveva regalato al primo due decreti salva-Fininvest e la legge Mammì che santificava il monopolio incostituzionale sulle tv private, poi perpetuato dall’apposito Gasparri con altre porcate. E tutto ciò, per la libera stampa, è “scossa”, “spinta”, “cambio di passo”. Ormai solo Tajani, che ne sta facendo le spese, può denunciare il conflitto d’interessi. Intanto Stefania dice che “a Marina mi lega il sentimento che legava i nostri padri” (cioè i conti berlusconiani All Iberian e quelli craxiani Northern Holding, International Gold Coast e Constellation Financière). E “i nostri padri da lassù se la staranno ridendo”. Alla parola “sentimento”, non ce l’hanno fatta più.
sabato 28 marzo 2026
Maledetti!
Siate stramaledetti assassini infami! E voi ignavi della malora, correi infingardi che vivete come se il genocidio di Gaza non sia mai esistito: vi pervada il malessere per la consapevolezza di essere rifiuti indifferenziati di quest’epoca immonda!
Scoop!
Sta arrivando aprile e "loro" avvertono già la solita foruncolosi. E si stanno preparando.
Grazie ai nostri potenti mezzi siamo riusciti a leggere la mail che già gira per i vari centri di comando del neroperdisempre!
Tossicità
Meta: “Noi spacciatori abbiamo reso i minori dipendenti dai social”
“Mark ha deciso che la priorità assoluta per l’azienda nel 2017 sono gli adolescenti”. Mark è Mark Zuckerberg, la frase la si ritrova in una mail interna a Facebook che fissava gli obiettivi per il nuovo anno. In un documento interno del febbraio 2018, sempre relativo a Facebook, si riconosceva che tra gli effetti risultanti da un uso eccessivo del social, c’erano: “Mancanza di sonno; promozione di immagini del corpo poco salutari; cyberbullismo; ansia e depressione; un generale malessere”. Il 10 settembre 2020, due dipendenti di Instagram si scambiavano dei messaggi. “Oddio, ragazzi, Instagram è una droga!”, scriveva uno. “Ahahah… siamo praticamente degli spacciatori”, rispondeva l’altro.
Da mesi testimonianze come queste vengono presentate nei tribunali Usa contro Meta, Youtube, TikTok, Snap. Un primo processo si è concluso a Los Angeles, dove una giuria ha deciso che Meta, proprietaria di Instagram e Facebook, e Google, proprietaria di YouTube, hanno intenzionalmente creato social che creano dipendenza e che hanno danneggiato la salute mentale di una ventenne. Alla ragazza, nota come K.G.M, sono stati riconosciuti 6 milioni di dollari in risarcimento danni. La battaglia legale è stata modellata su quelle degli anni Ottanta e Novanta contro Big Tobacco, accusata di aver nascosto informazioni sui danni causati dalle sigarette. Nel 1998 le aziende patteggiarono per 206 miliardi di dollari. All’intesa fecero seguito norme più severe sulla commercializzazione del tabacco e un calo nel consumo di sigarette. Allo stesso modo, la sentenza di Los Angeles potrebbe avere una sorta di effetto domino su centinaia di casi simili.
Le piattaforme Meta non sono le uniche a subire il vaglio dei tribunali. È l’intero mondo social in discussione. Risulta per esempio che a Youtube siano stati informati che la funzione di riproduzione automatica “potrebbe potenzialmente disturbare i ritmi del sonno”. L’azienda madre, Google, non sembra poi essersi fatta troppi problemi quanto a tutela dei più piccoli. Un documento del novembre 2020 illustra un piano aziendale per “integrare i bambini nell’ecosistema Google”, ciò che porterebbe “alla fiducia e alla fedeltà al marchio per tutta la vita”. In una serie di mail del marzo 2017, all’amministratore delegato di Snap, Evan Spiegel veniva sottoposto un dato: “nonostante le regole che vietino l’uso di Snapchat ai minori di 13 anni, il nostro focus group ha chiaramente dimostrato che gli studenti delle scuole medie sono utenti accaniti, quasi esclusivi, di Snapchat”. In una chat tra dipendenti di TikTok del febbraio 2020, ci si rallegrava che le troupe TV non si fossero presentate a un evento pieno di ragazzini, dove un genitore aveva chiesto: “A quanti anni avete iniziato a usare i social?” e quelli gli avevano risposto “tra gli 8 e i 12 anni”, ammettendo di aver facilmente infranto la regola dell’età minima consentita: 13 anni.
Il verdetto di Los Angeles arriva a poche ore dalla sentenza di un tribunale del New Mexico, che ha condannato Meta a pagare 375 milioni di dollari alle vittime di abusi sessuali. Facebook e Instagram sarebbero diventati mercati per il traffico di minori, senza che i vertici dell’azienda abbiano preso le necessarie contromisure. Tina Frundt, fondatrice del “Courtney’s House”, associazione che si occupa di violenze, ha raccontato in questi mesi la storia di Maya, 12 anni. Contattata da un adulto su Instagram, la bambina gli ha mandato foto nuda e, dopo averlo incontrato, è stata avviata alla prostituzione. Il suo profilo Instagram è stato utilizzato per farle pubblicità e per organizzare gli incontri. La ragazza, che non sapeva come dire no a un uomo che era stato così gentile con lei, è stata accolta da “Courtney’s House” dopo essere stata abbandonata semi-incosciente in mezzo a una strada. Era stata violentata da diversi uomini tutta la notte. Maya alla fine non ce l’ha fatta. È stata trovata morta dalla madre una mattina, a letto, dopo un’altra notte di sesso e droga. Tina Frundt ha detto di aver chiesto a Instagram di rimuovere il materiale usato per “vendere” la ragazza. Dopo la sua morte, le foto non erano ancora state rimosse.
venerdì 27 marzo 2026
L'Amaca
Il sacrifizio di Santanchè
di Michele Serra
Se le dimissioni di Santanché erano dovute per ragioni etiche, non si vede perché il governo le abbia pretese solo dopo la sconfitta di Nordio: qual è il nesso? Era un referendum sulla giustizia, mica sulle concessioni balneari. Identico ragionamento varrebbe se il governo, in sintonia con Santanché, fosse convinto che quelle dimissioni non erano dovute: non è certo una sconfitta elettorale a renderle tali. Sarebbe, in teoria, il senso dello Stato, e una certa idea di che cosa significhi servirlo "con disciplina e onore", come chiede l'articolo 54 della Costituzione.
Non esiste un prima e un dopo, nel caso Santanchè, c'è solo un lungo "durante", del tutto estraneo alla vicenda referendaria, durante il quale Meloni ha omesso di chiedere a un suo ministro ciò, nella sua ormai lunga carriera politica, ha chiesto con intransigenza tutt'altro che garantista ai suoi avversari politici. Il frettoloso repulisti che la presidente del Consiglio ha messo in atto, nella speranza di sembrare lucida e determinata anche in mezzo alla tempesta, ha l'effetto opposto. Sembra l'offerta al suo elettorato di un capro espiatorio, unita al tentativo di dimostrare che la sua leadership è intatta, basta mettere fuori squadra qualche giocatore gravato da cartellino giallo e si ricomincia come nuovi.
Il punto è che il rilievo di partenza che venne mosso a questo governo, cioè di non disporre di una classe dirigente degna di questo nome e di avere dunque promosso amiche e amici, molto alla rinfusa, ovunque ci fosse una stanza pubblica da occupare, era obiettivamente giusto. Santanchè è il classico nodo (tra i molti) che viene al pettine. E dire che è la meglio pettinata delle donne politiche, come ebbe anche modo di ribadire in Parlamento.
Surreale
Ma non sarà troppo?
Lunedì il trionfo del No. Martedì le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi perché la Meloni dice che “da oggi non copro più nessuno”, costringendo i giornali e i tg di destra a raccontare con otto giorni di ritardo cos’abbia combinato il sottosegretario Forchetta per spiegare all’ignaro pubblico perché diavolo se ne vada. Mercoledì le dimissioni della Santanchè e della bisteccaia Chiorino da vicepresidente del Piemonte, ma non da assessore con cinque deleghe (meraviglioso), mentre La Russa riceve i genitori del bosco e sviolina i magistrati dell’Aquila: “Non critico le decisioni dei giudici” che la Meloni accusava di “strappare bambini dalle braccia dei genitori”. Ieri la giubilazione del carotaio Gasparri da capogruppo FI al Senato, appena mitigata dai nomi della mandante e della sostituta: le figlie d’arte Marina B. e Stefania Craxi, affinché nessuno sospetti che c’entri l’etica. Ora traballa il capogruppo alla Camera, Barelli, che tenta di salvarsi in corner: “Abbiamo perso per la guerra” (tipo Alberto Sordi: “A me m’ha rovinato ‘a guera”). Poi Nordio annuncia che la disfatta è colpa sua e se ne assume la piena responsabilità, dunque resta (come la Meloni, batte il mea culpa sul petto degli altri, e poi lui lavorava per il No). La Procura di Roma sguinzaglia la Finanza al ministero della Difesa, a Terna, a Rfi e al Polo strategico nazionale, con 26 indagati per corruzione, riciclaggio, turbativa d’asta e traffico di influenze. E il Parlamento Ue impone a Nordio di ripristinare l’abuso d’ufficio coi voti delle destre italiane che l’avevano abolito.
Tutto in quattro giorni e quasi tutto – a parte le ultime due notizie – perché ha vinto il No. Ma non sarà troppo? Non rischiamo di abituarci troppo bene? Questo regime change a rate andava centellinato in un lasso di tempo un po’ più lungo, per il bene delle nostre coronarie giù duramente provate dall’ansia referendaria. No, perché si tratta di pericolosi precedenti che rischiano di innescare un effetto domino infinito. Se le decisioni dei giudici dell’Aquila sulla famiglia nel bosco non si criticano più, il pericolo è che anche il caso Garlasco smetta di essere “una vergogna” e diventi ciò che è sempre stato: una normale indagine, finora senza uno straccio di novità in grado di ribaltare la condanna di Stasi in Cassazione, strombazzata da un’immonda cagnara mediatica. Ora non vorremmo che si dimettessero pure i nove decimi dei conduttori di talk che da un anno ci spappolano i cotiledoni a suon di balle. A proposito di balle: sarebbe il caso che la Meloni avvertisse le donne e i bambini che l’automatismo fra la vittoria del No e i battaglioni di pedofili e stupratori rimessi in libertà era così per dire: c’è gente che da lunedì cammina rasente ai muri con le mutande di ghisa.
giovedì 26 marzo 2026
Non mollare!
Sì è dimesso da capogruppo al Senato dell’azienda Forza Italia questo simbolo immenso dell’Era del Puttanesimo, autore di leggi che hanno contribuito a far del nostro paese un simbolo mondiale del conflitto d’interessi pro lor signori. Una perdita per la satira paragonabile all’uscita di scena di Stanlio e Ollio, Charlot! Stiamogli vicino, facciamogli sentire la solidarietà di chi ha da sempre apprezzato il suo politichese da saltimbanco. Forza Maurizio non mollare!
Per sempre Costituzione
Il progetto politico c’è e si chiama Costituzione
Sarà che abito a Firenze, ma è impressionante la quantità di persone sconosciute che per strada ti fermano a parlare del referendum, o semplicemente ti fanno un enorme sorriso felice. Una gioia contagiosa, legata a una partecipazione elettorale che non si vedeva da gran tempo: su su dai diciottenni che votavano per la prima volta fino ai centenari che si sono trascinati ai seggi con una dignità e una determinazione struggenti. A commuoverli, cioè a muoverli collettivamente ed emotivamente, è stata la difesa della Costituzione. Perché la Costituzione parla una lingua chiara e radicale: sta, senza se e senza ma, dalla parte di chi non ha altro potere o difesa. Non per caso, don Milani la chiamava “la legge che Cristo si aspettava da noi da secoli”: perché la sua lingua è il “sì, sì; no, no” del Vangelo.
Se c’è una cosa che la coalizione alternativa a questa destra deve innanzitutto capire è questa: non si vince ‘al centro’, perché le persone si riportano a votare parlando la lingua radicale della Costituzione. Parlando di giustizia, di solidarietà, di rifiuto della guerra in ogni forma, di difesa dei più deboli in Italia e nel mondo, di redistribuzione della ricchezza, di progressività fiscale, di diritto alla diversità e diritto all’eguaglianza. Finora anche il centrosinistra ha fatto sempre i conti dando per scontato che fosse impossibile allargare la base dei votanti: un meccanismo regressivo che a ogni tornata elettorale espelleva altri elettori. Lo confesso: io stesso non ho votato alle ultime Regionali, perché la Toscana non correva il rischio di passare a destra e la proposta del centrosinistra era quella di una davvero troppo grigia prosecuzione dello stato delle cose.
Ebbene, ora è il momento di cambiare, di rovesciare il tavolo, di ascoltare il nostro popolo – il popolo della Costituzione. Per decenni la sinistra ha inseguito una destra che soffiava sull’egoismo e sulla paura. Dalla precarizzazione del lavoro alla pessima riforma del Titolo V fatta ascoltando la Lega; dall’acquiescenza alle troppe guerre occidentali alla criminalizzazione dell’immigrazione culminata nelle scelleratezze delle leggi di Minniti; da una fiscalità non secondo Costituzione alle riforme pessime della scuola e università fino allo smontaggio del sistema sanitario, e a una incomprensibile timidezza sul cruciale tema ambientale: su tutto questo, e moltissimo altro, è l’ora di voltare pagina. È stata fortissima, nella campagna referendaria, la consapevolezza che una destra bandita dalla Costituzione la volesse colpire, smontare, abbattere. Ma il punto cruciale da comprendere è che essere antifascisti oggi vuol dire innanzitutto attuare la Costituzione della Repubblica. Si combatte lo scivolamento autoritario del Paese attuando l’articolo 3 della Costituzione: vera, sostanziale, eguaglianza fra uomini e donne, fra persone di pelle bianca e di pelle nera, valorizzazione delle differenze e redistribuzione della ricchezza, in un Paese sfigurato sempre di più dall’abisso che separa ricchi e poveri.
Il progetto politico c’è: si chiama Costituzione ed è capace di riportare a votare abbastanza persone da ribaltare un quadro politico che fin qui sembrava immobile. Sul piano tattico, l’unico che pare interessare al circo mediatico-politico, questo significa: liberarsi definitivamente di Renzi (che ha militato con ogni mezzo per il Sì) e di Calenda, la cui inclusione produce assai più astensioni dei pochi voti che riescono a portare inchiodando lo schieramento a posizioni regressive; aprirsi davvero al popolo della Costituzione e alle sue associazioni e articolazioni, dalla Cgil al mondo cattolico, all’universo delle donne e della diversità; non partire dal tema della leadership e dal feticcio delle primarie, cioè non costruire la casa iniziando a litigare sul tetto. Da questo punto di vista, le prime note della politica televisiva dopo la vittoria del No sono state stonate: il Paese aveva parlato la lingua altissima dei principi della Costituzione, e i capi del centrosinistra iniziavano subito a preoccuparsi del loro posizionamento e potere. La cosa più intelligente l’ha detta Elly Schlein, citando il referendum sull’acqua: che fu una grande pagina e poi subito un’occasione politicamente perduta. Stavolta non possiamo permetterci che accada qualcosa del genere: la Costituzione non reggerebbe a un altro mandato di governo di questa destra autoritaria, corrotta e pericolosa. Una destra che è oggi maggioranza solo in Parlamento, mentre è clamorosamente minoranza in quel popolo (loro dicono ‘nazione’) che sempre invocano per legittimarsi a comandare senza limiti. Ora è chiaro come batterla definitivamente: parlando la lingua della Costituzione, riportando la gente a votare. Mancare l’obiettivo, questa volta non è un’opzione.
Ritratto al Pino
Quel fascio-satanello sgovernatore di celle finito come la bistecca
Era probabilissimo, anzi scontato che Andrea Delmastro, il fascio-futurista di Biella che per quasi quattro anni da sottosegretario alla Giustizia ha sgovernato il disastro delle carceri italiane tanto quanto la personale sciagura dei suoi affari a cena, stavolta non poteva farla franca. E che la sponda del referendum, come a biliardo, gli avrebbe mandato le palle colorate delle sue giustificazioni a rotolare molto lontano dalle buche dove voleva nasconderle per poi nascondersi, se il cartello del Sì avesse vinto contro “le toghe rosse cancerogene”, garantito come prima da Meloni che lo avrebbe protetto fino a fine legislatura, come suo personale bimbo nel bosco, avvocato di fiducia, camerata.
Dimissioni “per leggerezza” ha detto Delmastro. Ma è vero il contrario. Era pesantissima quella rivelazione di essersi infilato in società – e che società, intitolata nientemeno che “Le Cinque Forchette” – con un prestanome del Clan Senese, camorra in purezza. Tutte e due le mani infilate nelle braciole della Bisteccheria, il ristorante romano di via Tuscolana che all’apparenza risultava in capo alla figlia del prestanome, una ragazzina di 18 anni. Con tanto di fotografie (rivelate dal Fatto) e testimonianze dei commensali che partecipavano a quelle cene di frontiera, insieme con altri esponenti di Fratelli d’Italia, dirigenti del Dap, la direzione dell’amministrazione penitenziaria, e persino la celebre Giusi Bartolozzi, la zarina di via Arenula, dimissionata anche lei in tutta fretta, e che fino a ieri l’altro imbracciava in pubblico il Sì al referendum come fosse un suo personale sfollagente, e dichiarava: “Così ci togliamo dalle palle la magistratura”, che è sintassi da Banda Bonnot col mitra in mano.
Celebrato per il ringhio delle sue faccette, al militante Delmastro aveva sempre sorriso la fortuna dei cattivi. In gioventù, a Biella, gli andò bene una faccenda di guida in stato di ebbrezza, reato estinto per oblazione. Altrettanto gli andò bene – alla fine di un comizio del Fronte della gioventù – la brutta storia di una rissa e di un clochard finito all’ospedale con la mandibola rotta. Gli andò bene persino quella grottesca vicenda degli spari a Capodanno 2025, coinvolti nelle indagini lui, il suo caposcorta e quel tale Pozzolo Emanuele, deputato di FdI e ora di Vannacci, così intelligente da andare in giro con una mini-pistola carica, farla vedere ai camerati, vantarsene, fino a che un colpo accidentale non andava a conficcarsi nella coscia di uno dei commensali, un poveraccio risarcito con trenta denari. E senza che nessuno dei coinvolti ammettesse il misfatto, ma rimpallandoselo da una bugia all’altra, come una qualunque banda di maranza, altro che uomini di Stato. Per non dire della condanna, in primo grado, incassata lo scorso anno per avere rivelato documenti coperti da segreto sul caso dell’anarchico Cospito detenuto al 41-bis, al suo coinquilino Giovanni Donzelli, detto “Minnie”, che se li è rivenduti in Parlamento per accusare la sinistra di intendersela con l’anarchico e addirittura con la mafia. Una panzana che ora gli ricasca proprio dentro casa, nella cameretta accanto.
Inverosimili fin dal primo istante sono apparse le giustificazioni di Delmastro. Troppo persino per gli standard della falange di Palazzo Chigi, Meloni, Fazzolari, Mantovano, che hanno uno stomaco di ferro, in grado di digerire per 40 mesi la ghiaia giudiziaria di Daniela Santanchè, (ex) ministra di Stato indagata per truffa allo Stato. Ma indisponibili, ora che sono finiti dentro la trincea degli assediati, a sopportare le guaste polpette difensive di Delmastro. Il quale s’è discolpato a forza di “no, non sapevo”.
Non sapeva chi fosse il padre della ragazzina. Non sapeva da dove venissero i soldi per aprire il ristorante. Non sapeva come mai una diciottenne potesse avere un malloppo in tasca da investire. Non sapeva che quel locale veniva da aziende sequestrate alla criminalità. E senza sapere niente di niente, si era fatto socio, pensa l’astuzia, pensa la verosimiglianza, intestandosi il 25 per cento della società romana e firmando l’atto nello studio di un commercialista di Biella che è pure assessore di Fratelli d’Italia. Per poi festeggiare l’affare a cena con tanto di fotografie e brindisi, dove compare abbracciato a Mauro Caroccia, il babbo che non conosceva, della bimba che non conosceva. Il tutto senza mai avvertire la Camera dei deputati della società appena costituita, prassi obbligatoria per regolamento, ma chissenefrega del regolamento.
Andrea Delmastro Delle Vedove, detto “Satanasso” e pure “Satanello” per via del carattere incendiario, è nato nell’anno 1976 a Gattinara, Vercelli, e ha biografia adeguata al personaggio. Viene dalla Fiamma tricolore del Movimento sociale, come il padre Sandro, deputato missino negli anni 90. Studia a Biella e a Torino. Laurea in Giurisprudenza. Carriera da avvocato penalista. Militante spalla a spalla con la generazione maggiore di Ignazio La Russa, Fabio Rampelli, Tommaso Foti, Francesco Lollobrigida, tutti affetti dalle identiche frustrazioni, dagli identici rancori, accumulati durante le rispettive giovinezze trascorse nei sotterranei degli Underdog. Dunque aggressivi a prescindere. Non per nulla le cronache lo segnalano per un rogo di “libri di sinistra” davanti al liceo classico di Biella. Per zuffe ricorrenti contro le zecche rosse. Per un convegno intitolato “Mussolini uomo di pace”.
Illuminato dall’ascesa di Giorgia Meloni, entra a Montecitorio nel 2018: “Porto in Parlamento l’anima profonda del popolo italiano”. Nel suo caso la mascella protesa in avanti. Diventa sottosegretario e avendo la delega alle carceri, si vanta di occuparsi solo del benessere della polizia penitenziaria. Non riconosce il reato di tortura, né l’evidenza dei pestaggi in carcere. Al punto da chiedere in Parlamento l’encomio solenne per gli agenti di custodia indagati per avere massacrato i detenuti nel carcere di Santa Maria Capua a Vetere. E lo ha fatto quando le immagini del pestaggio erano diventate scandalo pubblico e nazionale, cioè una vergogna per tutti, tranne che per lui. È un cattivista a tutto tondo. Con l’aggravante di attribuirsi “il cuore puro” e “l’alto ideale”. Compreso l’odio per i detenuti che gli fanno provare “una intima gioia”, quando li vede “soffocare dentro ai cellulari” in transito. Chissà se ora – in transito lui medesimo dalla braciola alla brace – immagina per se stesso l’identica porcheria.
Ne sono lettore orgoglioso
A saperlo prima
Ma quindi il referendum non era per staccare i pm dai giudici, ma per incollare per sempre Santanchè, Delmastro e Bartolozzi alle rispettive poltrone? No, perché a saperlo prima non avremmo faticato tanto a spiegarlo e il No avrebbe vinto non col 53,7%, ma almeno col 90. Bastava scriverlo sulla scheda: “Volete essere rappresentati a vita da quei tre?”. Sarebbe finita ancora meglio di dieci anni fa quando Renzi, pensando di minacciarci, ridusse la sua schiforma all’osso: “Volete che resti o che lasci la politica per sempre?”. E trascinò alle urne anche i malati in coma, che si ridestarono per non perdere l’occasione. Ora però chi ha votato No perché aveva capito tutto, ma anche chi ha votato Sì perché non aveva capito nulla, inizierà a cogliere lo scampato pericolo. Se il No scaraventa fuori dal governo i tre impresentabili più impresentabili nel giro di 24 ore, con gravi danni per l’avanspettacolo, se ne deduce che il Sì li avrebbe lasciati tutti lì, col monumento equestre, l’aureola del martirio e la causa di beatificazione. Che poi il grande Nordio l’aveva pure detto e ridetto: ora noi salviamo i nostri, poi il centrosinistra salverà i suoi.
Oggi, se avesse vinto il Sì, lo scandalo non sarebbe il sottosegretario alla Giustizia in società coi prestanome dei Senese, ma la “manina” del Fatto che ha alzato il velo sulla Bisteccheria d’Italia dei fratelli d’Italia e del mafioso d’Italia. Lo scandalo non sarebbe la giudice-capogabinetto della Giustizia, indagata per aver mentito ai colleghi su Almasri, che definisce la magistratura “plotone d’esecuzione da togliere di mezzo”, ma chi le chiede di sloggiare. Lo scandalo non sarebbe una ministra con quattro processi (due per bancarotta, uno per falso in bilancio, uno per truffa allo Stato, peraltro noti da due anni e del tutto incolpevole sul referendum), ma la “manina” che rivelò i suoi magheggi e maneggi. Che poi è la stessa che fece dimettere Sgarbi perché prendeva soldi da privati per eventi da sottosegretario già pagato dallo Stato: sempre il Fatto. Invece oggi, grazie al No, la Meloni dice cose che abbiamo sempre detto noi. E i giornali di destra sembrano il Fatto. Fino a ieri confondevano la “disciplina e onore” imposti dall’art. 54 della Costituzione per “giustizialismo” e si facevano i gargarismi col “garantismo” e la “presunzione di innocenza fino a condanna definitiva” (ma anche dopo). Ora esaltano Giorgia neogiustizialista e attaccano la Pitonessa per non essersi dimessa proprio subito subito. Cerno: “Meloni reloaded”, “Rivoluzione Giorgia” (Giornale). Sechi: “La motosega di Giorgia” (Libero). Belpietro: “La Meloni fa piazza pulita” (Verità). Speriamo che non scoprano il vero colpevole della disfatta, sennò ci portano via pure Carletto Mezzolitro.



















