venerdì 7 agosto 2026

Michele ci spiega Francesco

 

L'antidivo che cuciva parole: è sempre stato un classico fuori dal tempo e le mode

di Michele Serra


Il gigante era stanco. Gli ultimi anni gli erano pesati molto. I suoi anni, pieni di acciacchi, e gli anni del mondo, un mondo che lui non capiva più. Lo scrutava da lontano rintanato nella sua casa a Pavana, al confine tra Emilia e Toscana. Casa di generazioni, ogni stanza una storia, su ogni muro l'ombra di una persona.

Non so se sapesse — e fino a che punto lo consolasse — che ci sono ragazzi di vent'anni che sanno a memoria le sue canzoni. Nonni, genitori e nipoti che conoscono i suoi versi. Vecchi e ragazzi riuniti dalla stessa metrica. Ovvero: non so se fosse cosciente di avere trapassato il tempo, con la sua arte antica di narratore. Di essere lui il più forte: cantato, amato, riverito come i maestri quelli veri. Forte nonostante avesse imboccato, fin da ragazzo, la strada meno comoda, meno «alla moda», o magari proprio perché l'ha imboccata: adoperando un italiano ricco, letterario, a tratti ottocentesco (è il più carducciano dei nostri grandi cantautori). L'italiano dei libri, delle poesie del liceo, delle piccole librerie di paese nelle quali frugava da ragazzo, avido lettore. Viaggiatore, grazie ai libri, anche dal suo paesello e dalla città di provincia nella quale crebbe, Modena, prima di approdare nella «sua» Bologna. L'italiano che molti italiani non parlano più, ma molti, anche grazie a lui, cantano ancora.

Un italiano rotondo e sonoro come la sua mitica erre, la lingua come stratificazione di memoria e di cultura, la metrica e la rima come disciplina senza la quale il racconto è in disordine, come insegnano i padri classici. Era il contrario esatto di un ermetico: un affabulatore verboso, amico dei dettagli, che chiede tempo e attenzione a chi lo ascolta. Tempo e attenzione, i due elementi in teoria più in disuso: eppure i suoi ultimi concerti erano sempre pieni di ragazzi.

La musica (molto forti le influenze giovanili del folk americano, poi la canzone francese, il Sudamerica, quel poco di jazz che i suoi sodali musicisti, gli stessi di Paolo Conte, gli avevano portato in dote) sempre al servizio della parola, per renderla sonora e fascinosa, ma senza mai metterla in ombra: le canzoni di Guccini si ascoltano riga dopo riga, così come si legge un libro. Così che le sue parole, le molte migliaia di parole che ha cucito assieme con la pazienza del sarto e forgiato con il vigore del fabbro, rimangono come impronte sulla soglia di casa. Qualcosa di solido, che resiste al tempo, che non dà retta all'andamento mutevole del linguaggio parlato. Se Guccini è già un classico è proprio perché scriveva da classico. Avesse dato retta ai suoni mutevoli dei tempi avrebbe perso ritmo e ispirazione. Ma era una roccia, artisticamente parlando: le mode gli scivolavano addosso come intemperie destinate a terminare.

Era un uomo semplice, un montanaro molto legato ai suoi Appennini anche da bolognese d'acquisto, pronto all'amicizia con chiunque gli garbasse e inamovibile nel suo evitare chiunque disturbasse i suoi ritmi, le sue abitudini e le sue pigrizie. Famosissimo, sì, molto amato, certo, ma mai una star. Al contrario, un antidivo naturale. Pochissimo in televisione, moltissimo al club Tenco e nelle tavolate che ne derivavano. Molto più facile sentirlo cantare con gli amici (di tutto: dai tanghi più strappacuore alle canzonacce goliardiche. Memorabile una sua disfida eruditissima con Umberto Eco a chi sapeva più canzoni del Ventennio) che vederlo prendere posto nei palinsesti, che gli riservavano poltrone quasi sempre rimaste vuote.

Si vestiva, nei concerti, esattamente come nella vita quotidiana, il suo abito di scena era lui stesso, jeans, camicia e Clarks, circondato da musicisti formidabili — quelli «storici» sono Flaco Biondini, Ellade Bandini, Antonio Marangolo, Vince Tempera — che sono stati la sua unica concessione all'alto profilo che si richiede a un cantante che riempie teatri e palazzetti. Rimasti amici fino all'ultimo, ben al di là del rapporto di lavoro, compagni di bicchiere, di chiacchiera e di cantata anche nei mesi difficili dell'immobilità e della vecchiaia. Si è meritato molti amici, Francesco, e Raffaella sua moglie, che lo ha accompagnato passo dopo passo come solo le donne sono capaci di fare, sapeva come tenerli vicini.

La sua morte fa lo stesso rumore di un grande albero quando cade. Uno schianto improvviso, la grande mole che atterra, il bosco che trema per un attimo. Si prova sgomento, lo si ricorda svettare. Ma grazie a quell'albero avremo legna per molti inverni, le sue canzoni da cantare, la sua voce inconfondibile che tiene insieme le generazioni. I montanari lo sanno, quanto lungo è il tempo della memoria. E gli artisti lo sanno, quanto la morte può essere scavalcata, quanto lontano è capace di volare la voce umana.

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