L’IA è un grande inganno che la politica alimenta
In un dialogo della maturità, Platone definiva la politica “arte regia”. Per una ragione sostanziale: essa ha il compito di guidare la comunità verso l’obiettivo del bene comune. A differenza di altre figure sociali, il politico non dovrebbe occuparsi di questioni settoriali e limitate nel tempo, bensì ha il compito di coordinare e guidare verso obiettivi di ampio respiro e lungo periodo.
Come un bravo medico, piuttosto che a guisa di un semplice amministratore di voti e potere personale, deve individuare la malattia e trovare la buona cura per il più gran numero possibile dei cittadini, anche quando essi non la riconoscono immediatamente.
Abbandono subito questo riferimento alle altezze eteree del pensiero filosofico, onde evitare di cadere nel ridicolo perché la realtà che abbiamo sotto gli occhi ci presenta tutt’altro scenario.
Anche limitandosi al contesto ridotto del nostro Paese, infatti, emerge con nettezza inquietante lo scollamento fra i problemi impellenti della realtà e il teatrino dell’assurdo portato avanti dalle classi politiche.
Sì, da una parte osserviamo un cambiamento climatico dagli effetti sempre più preoccupanti e dannosi; un disagio sociale di sempre più persone i cui stipendi – quando hanno la fortuna di possedere un lavoro – si sono adeguati all’inflazione meno che in tutti gli altri Paesi europei; una crisi della democrazia e della giustizia sociale, con un numero sempre maggiore di cittadini che non vanno a votare per legittimo sconforto, mentre crescono le ricchezze spropositate e i privilegi di una ristrettissima minoranza; a tutto ciò si aggiungano le crescenti difficoltà cognitive e psicologiche di un’opinione pubblica sempre più ipnotizzata, omologata e degradata dagli strumenti del digitale e dell’Intelligenza artificiale.
Dall’altra parte cosa osserviamo? Un governo Meloni concentratissimo su riforme imperdibili e decisive (giustizia, legge elettorale, premierato) o su questioni di facciata (migranti) affrontate con la consueta ipocrisia e incompetenza, con tanto di operazione indegna contro il governo spagnolo, costretto a tirare fuori i dati che inchiodano il governo italiano sul fallimento delle sue politiche migratorie. Oppure il campo largo, ripiegato sulla fondamentale questione suicida del “primarie sì o primarie no”, che fanno pensare soltanto a un’armata Brancaleone indecisa se frantumarsi direttamente prima delle elezioni o se implodere dopo averle miracolosamente vinte, regalando al popolo italiano l’ennesima delusione per l’eventuale e coraggiosissima fiducia riposta sul centrosinistra.
E dire che non servirebbe l’artista regio auspicato da Platone, per individuare la questione nodale di cui si dovrebbe occupare una politica con la P maiuscola nel nostro tempo. Tale questione ha un nome sistematicamente ignorato dai nostri politicanti di piccolo cabotaggio: Intelligenza artificiale. È la sintesi di tutte le questioni, rispetto alle sopra citate emergenze del nostro tempo. Una tecnologia che inquina e consuma le risorse del pianeta come nessun’altra. Posseduta da una decina di miliardari – perlopiù americani – il cui capitale complessivo è superiore a quello della metà più povera del pianeta (quasi quattro miliardi di persone). Gli algoritmi che la regolano stabiliscono ciò che dobbiamo sapere o ignorare, su piattaforme scientificamente programmate per generare dipendenza e rimbecillire gli utenti che ormai ne abusano, generando – fra le altre cose – un problema democratico che spinge molti studiosi a parlare di “governance algoritmica”. Una tecnologia mandata avanti da lavoratori precari, sfruttati e sottopagati da capitani di industria che, a loro volta, pagano tasse irrisorie con la compiacenza coatta dei governi di tutto il mondo. Perlopiù sottomessi allo strapotere finanziario di queste potenze private ormai in grado di governare le sorti del mondo, guerre comprese, combattute per le terre rare necessarie ai prodotti dell’Intelligenza artificiale.
Appunto, l’Intelligenza artificiale, questa espressione che in realtà racchiude un sistema di potere centralizzante e antidemocratico, votato al profitto di pochissimi grazie allo sfruttamento dei più e alla consumazione selvaggia delle risorse di un pianeta ormai allo stremo. L’elemento decisivo dell’epoca in cui ci troviamo e che, guarda caso, non risulta pervenuto fra i ragionamenti e le proposte del nostro pittoresco arco politico. A riprova del fatto che, ben al di là dell’Intelligenza artificiale, ciò che dobbiamo temere è l’ottusità naturale autogenerativa dei nostri inutili governanti, per i quali Platone – bene che vada – era un influencer ormai superato dalla Storia. Una brutta storia.
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