mercoledì 5 agosto 2026

Ammirato

 

Migranti, Sciacalli e l’esempio Sánchez 


di Francesca Albanese

In un’Italia che soffoca in un caldo a tratti distopico, lo sbaraglio della politica si manifesta nella scelta erratica della Presidente del Consiglio di invocare, di fatto, la chiusura dello spazio Schengen, il 31 luglio, ufficialmente per “l’emergenza migratoria a Ceuta” – letta da più parti come un’operazione anzitutto politica contro il governo spagnolo.

Emergenza migratoria pura non era, come si è intuito fin dalle prime ore, ma piuttosto quella che sembra una punizione a Sánchez, alla Spagna e all’Europa che lui incarna: quella che non tradisce le promesse di uguaglianza e solidarietà tra i popoli in nome della difesa delle banche e dell’industria bellica, proprio nel tempo di uno dei genocidi più sadici che la storia ricorderà se ci saranno ancora menti libere a raccontarla. Scodinzolante al servizio del padrone statunitense, e con un nutrito manipolo di leader europei al suo seguito (sebbene stavolta almeno Macron si è defilato), Giorgia Meloni volta le spalle all’Europa e ai suoi valori fondamentali, e ci prepara a un peggio che potrebbe nemmeno essere lei a governare. In Italia c’è chi ha visto in questa mossa scomposta un’operazione di sciacallaggio dettata dalla “psicosi Vannacci” che spinge il governo italiano. Non è un dettaglio: è la fotografia di un esecutivo che insegue l’agenda dei suoi concorrenti a destra invece di governare i fatti. “L’integrità dello spazio Schengen è assolutamente garantita. Basta con la confusione interessata”, ha commentato il solitamente misurato ministro degli Esteri spagnolo Albares. Il governo di Sánchez rappresenta oggi il baluardo contro la marea delle nuove destre: Vox in Spagna, AfD in Germania, Le Pen e il Rassemblement National in Francia, e ora Vannacci in Italia; che rischiano di far impallidire persino le destre attualmente al governo. Il momento attuale è marcato da un servilismo imbarazzante verso un turbocapitalismo a guida statunitense che nei nostri spazi europei ha grandi succursali locali, ed è bene osservare con attenzione cosa accadrà ai nostri stessi equilibri politici. Guardiamo allora da vicino l’essenza di questi fenomeni, che in sé sono il tradimento autoctono delle promesse fatte all’indomani di quella che appariva, in superficie, la sconfitta del nazifascismo che aveva appena seminato decine di milioni di morti in tutto il continente. Più che di Vannacci come fenomeno personale, dovremmo parlare allora di vannaccismo: un autoritarismo sovreccitato che dilaga in un paese confuso, sofferente e sempre più malconcio. Basta ascoltare cosa si apprende dai suoi comizi e dalle sue interviste, ripresi ovunque e dunque impossibili da ignorare. È curioso che chi si professa uomo d’ordine costruisca un intero progetto politico sulla sistematica insofferenza verso le regole che un ordine costituzionale presuppone. Questo mi porta a dire che il vannaccismo sta al diritto costituzionale come la caserma sta al Parlamento: un luogo dove si obbedisce, non dove si delibera. Sovversivo, anzitutto, perché non crede ai limiti. Forse chi ha portato la vita militare a modello di società ha imparato a considerare il dissenso un problema di disciplina, non una funzione fisiologica della democrazia. La libertà di parola invocata per sé si accompagna, sistematicamente, all’insofferenza verso chi la esercita in senso opposto. Non è un dettaglio: è un disprezzo di fondo per il pluralismo che la Costituzione, negli articoli 21, 3 e 6, protegge proprio perché scomodo, non perché sia ovvio o spontaneo. Autoritario, poi, perché la retorica della “remigrazione forzata” e della gerarchia tra “italiani veri” e altri, capovolge il principio di uguaglianza formale e sostanziale sancito dall’articolo 3. Una mentalità ispirata alla Costituzione non giudica le persone per appartenenza ma per condotta: è la differenza fra Stato di diritto e Stato etnico, ed è una differenza non negoziabile. Un partito-milizia? Non si sa bene cosa intendere per “sporca dozzina”, ma il linguaggio militare applicato alla politica civile tradisce un’idea di comando verticale incompatibile con l’articolo 49, che affida ai partiti (non ai reggimenti!) il compito di concorrere democraticamente a determinare la politica nazionale. Il fascino del comandante unico sta catturando un’Italia che non ha mai fatto i conti fino in fondo col suo fascismo passato. Trasformare il consenso elettorale personale in un partito costruito attorno a un solo nome è infatti una tentazione antica: la personalizzazione del potere è il primo sintomo dell’erosione della rappresentanza. Che il modello dichiarato di riferimento sia quello trumpiano non rassicura chi ha visto, negli Stati Uniti, cosa accade quando l’esecutivo tratta la magistratura e la stampa come nemici anziché come contropoteri. Il “Difendere posizioni controcorrente senza censure ideologiche” parrebbe formula seducente, se si ignora che etichettare ogni critica giornalistica o giudiziaria come censura è l’ennesimo affronto plurimo alla Costituzione. Questa all’articolo 21 tutela la libertà di espressione di tutti, compresi i critici, mentre l’articolo 101 sottrae i giudici a ogni condizionamento politico. Chi confonde il controllo di legittimità con la persecuzione personale non difende la libertà: la usa come scudo per sottrarsi al controllo. Da Berlusconi a Trump i precedenti sono significativi. Sul rimpatrio forzato di “presenze indesiderate”, al netto della fattibilità amministrativa enorme, e mai seriamente affrontata, resta la questione critica, ancora una volta ispirata dalla nostra carta costituzionale: il diritto d’asilo (art. 10) e il divieto di trattamenti disumani (art. 27, e la Convenzione di Ginevra del 1951) non sono opzioni politiche revocabili per via di sondaggio, ma limiti che neppure una maggioranza parlamentare può cancellare senza intaccare l’architettura sovranazionale a cui l’Italia ha aderito. Governare e riformare sono compiti lunghi, complessi e gravi. Richiedono rispetto per la legge, rispetto per i contropoteri, rispetto per chi non la pensa come noi. Su questo anche la sedicente sinistra – come la fallimentare parentesi renziana ci ricorda – è caduta senza sapersi rialzare. Questi anni ci hanno insegnato una lezione tanto dura quanto preziosa: che le libertà non sono un dato acquisito, ma un equilibrio fragile, smontabile in pochi mesi quando il turbocapitalismo trova nell’ideologia suprematista il suo braccio politico e nella guerra il suo mercato più redditizio. Abbiamo visto la legge internazionale piegarsi all’interesse privato, i tribunali invocati e disattesi nello stesso respiro, la parola “mai più” svuotata fino a diventare formula vuota mentre altrove si consumava, sotto i nostri occhi, ciò che quella formula avrebbe dovuto impedire. Non c’è scorciatoia populista che possa ricostruire ciò che questa complicità ha eroso. C’è solo, come sempre, la via più difficile: il rispetto della legge che sta fuori di noi, la Costituzione, il diritto internazionale, le convenzioni che abbiamo scritto proprio perché la memoria delle atrocità non bastava a prevenirle, e insieme il rispetto della legge che sta dentro di noi, quella che Kant chiamava morale, e che qui possiamo chiamare più semplicemente integrità: la capacità di non vendersi, di non voltarsi altrove, di restare incorruttibili quando l’incorruttibilità costa. Le istituzioni tengono se qualcuno, dentro di esse, si rifiuta di cedere. È lì, non altrove, che si gioca la differenza tra una democrazia che sopravvive e una che si consegna. Quindi su, Italia: riprenditi, riconciliati con te stessa, con le tue parti umanissime e solidali, e trova la tua dignità in questo nuovo millennio, che ha bisogno di cura e non di ricette vecchie come il cucco, con avanzi che sanno di ricino, già trite e ritrite, destinate a portare ancora più dolore e distruzione senza curare nessuna delle troppe ferite del nostro Paese.

Nessun commento:

Posta un commento