giovedì 20 agosto 2026

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Apocalisse climatica in riva al mare tra bollette e ibride


di Elisabetta Ambrosi 

Sto pensando di insegnare a mio figlio a fare surf, invece che sciare. Pensi che è la prima estate che non lo portiamo a fare una passeggiata dopo cena, troppo caldo ”. Il giovane padre milanese sotto l’ombrellone risponde con un misto di ironia e amarezza alla domanda sul caldo che aumenta e sulle cause del riscaldamento globale. Agosto 2026, spiaggia sul mare Adriatico, popolata soprattutto dal ceto medio del centro-nord. Il timore di disturbare le persone sdraiate sui lettini per parlare di crisi climatica si scioglie in un secondo: tutti vogliono dire la loro, tutti sono spaventati. Tra settimana enigmistica e secchielli, si discute di emissioni, petrolio, Cina, e pure partecipate di Stato “che fanno accordi col Venezuela per continuare a estrarre petrolio”.

“Il caldo ci ha rubato l’estate, a luglio siamo stati chiusi in casa, come un lockdown, questo aspetto psicologico della clausura mi sembra il più grave, l’anno prossimo cerco una casetta sull’Appennino”, dice la madre di due figli adolescenti, uno dei quali, racconta, “usciva lo stesso a 40 gradi, forse è la forma di ribellione della loro generazione”.

Mentre il governo non ha ancora deciso se la crisi del clima esiste o no, sulla riva capita di trovare persino un giovane ingegnere che ha fatto la tesi sulle origini antropiche o naturali del riscaldamento. Origini napoletane, si dice fatalista, “l’essere umano è inerte, l’italiano poi è il massimo della conservazione, d’altronde abbiamo lasciato andare via Rubbia con i suoi progetti”. Scherza sull’adattamento, “potremo dormire nelle grotte tipo Frasassi o nelle catacombe e se dovremo lasciare la pianura padana sicuramente il posto in cui andremo non potrà essere peggiore”.

Tra venditori di cocco e ambulanti accaldati c’è spazio anche per l’agenda 2030. Tre ragazzi romani l’hanno studiata a scuola, “anche se si fa male”. La valigia pronta per un futuro in Spagna, sono preoccupati del negazionismo che avanza a causa di Trump, mentre la politica italiana, affermano, “si divide tra chi è disinteressato (destra) e chi butta il clima dentro un’agenda troppo piena di cose, salute, lavoro ecc, senza dare una gerarchia (Campo largo)”.

Ce n’è per la politica ma anche per l’informazione. “Basta con i soliti articoli sul caldo, i giornali raccontano gli eventi eccezionali come cronaca, e sempre più sembrano suggerire pericolosamente che ci dobbiamo adattare noi”, commenta una donna sui 50 che fa notare: “La bolletta di giugno-luglio è del 40% in più”.

Non manca, ovviamente, più che il negazionismo, un certo scetticismo, unito a confusione. “La quota di riscaldamento dovuto a emissioni? “È più o meno il 60%”, dice una giovane donna. “Secondo me la causa del caldo è il buco dell’ozono”, sostiene invece una madre che auspica però più verde e più energie pulite. Invece per due signori anziani “il caldo è una cosa ciclica”. Il negazionismo scivola nel complottismo: “Secondo me si spinge sul cambiamento climatico per riempire la penisola di pale e pannelli”, dice lui. Ammette però che quest’anno fa davvero caldissimo, cioè era caldo anche quando era piccolo “ma forse era più secco”. Nel frattempo la moglie, che pure afferma che “la Puglia è ormai rovinata dalle pale e che forse andiamo incontro a una nuova era glaciale”, si scaglia contro “i negozi con le porte aperte e i condizionatori troppo alti” e conclude con una frase degna di Greta Thunberg: “Forse la natura si sta ribellando all’egoismo dell’uomo!”.

Più che il negazionismo, si avverte un senso di impotenza. Il problema che molti sollevano è questo: “Ma se io faccio e il mio vicino no, a che serve?”. Traslato a livello di Paesi diventa: “Se l’Europa diminuisce le emissioni, ma India e Cina no, che senso ha?”, polemizza un gruppo di universitari non proprio filo-Fridays For Future, anzi pure scocciati dalla spazzatura post manifestazioni. Comune a tutti però è la paura, e la sensazione netta che occorra agire. Così, in mezzo alla sabbia nascono soluzioni, anche fantasiose: “Pannelli solari sui parcheggi, turbine in mare per intercettare la corrente marina ma soprattutto basta cimiteri, altro cemento: cremiamo, piantiamo un albero e i 30 euro di lucina l’anno le diamo al giardiniere”, propone il giovane papà. “Macchine elettriche e rinnovabili ok, ma devono costare meno, io comunque al prossimo giro mi compro la ibrida, sia per l’ambiente sia perché non posso più permettermi un pieno”, ride la madre degli adolescenti. “Smettiamola di fare figli e abbiamo risolto”, ironizza l’ingegnere napoletano, “la Terra andrà avanti, e al massimo fuggiamo tutti in Groenlandia che tornerà a essere ‘Greenland’ come sostengono Salvini e i suoi. Che saranno anche loro su una barchetta, come oggi i migranti da Ceuta”. Da destra a sinistra, comunque, tutti d’accordo: basta col cemento, dateci più alberi.

L’ultimo incontro è con una signora in pensione. Non faccio in tempo a finire la domanda che mi spiega di aver installato i condizionatori ad Ancona, “una cosa impensabile. È assurdo”, continua, “che i climatologi, che convergono al 99,9% sulle origini antropiche del caldo, abbiano dato tutte le ricette possibili, e la politica latiti, eppure basta mettere il piede in mare e sentire che bolle”. Accanto a lei c’è sua madre novantenne, distesa sul lettino. Sorride dolcemente, ammette che sì, fa sempre più caldo. E poi ricorda di quel giorno di tantissimi anni fa in cui ad Ancona nevicò. “Andai a chiamare la vicina”, dice con un filo di voce, “e ci mettemmo a ballare. Per la felicità”.

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