mercoledì 19 agosto 2026

Attorno alla malavita

 

Mafia e politica, meno male che c’è Delmastro 


di Peter Gomez 


Preso da solo, il caso della Bisteccheria d’Italia sembra il canovaccio di un film dei fratelli Vanzina. Una di quelle storie in cui non sai se indignarti o sbellicarti dalle risate. C’è il nome di un ristorante che richiama quello di un partito; c’è un marchio con fondo blu e tricolore che esce dallo stesso immaginario grafico e politico; c’è un sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, supposto terrore dei mafiosi incarcerati, che entra in società con la figlia diciottenne del prestanome del clan Senese e che ci fa entrare pure tutti i suoi migliori amici. Poi, a scandalo esploso, balbetta che non sapeva, che nessuno gli aveva detto nulla, che il locale gli pareva ben frequentato. “È vero”, ammetterà alla fine, “bastava digitare su Google” per scoprire chi fosse Mauro Carroccia, il padre della sua giovanissima socia. Non averlo fatto è stata “un’imperdonabile leggerezza politica”. Ma la coglionaggine, fino a prova contraria, non è reato.


Eppure la storia della Bisteccheria è uno snodo importante. Da una parte perché permette ai cittadini di constatare come, al di là dei proclami, gran parte della politica, dei media e della società civile continui a non prendere in considerazione il rischio criminalità organizzata. Dall’altra perché senza la bisteccheria di Del Mastro probabilmente la questione mafia-politica nel Nord non sarebbe esplosa in tutta la sua forza. Senza quelle foto di bevute in compagnia, senza quella società, quelle cene, quella leggerezza rivendicata come attenuante, l’inchiesta Hydra – sul consorzio tra camorra, Cosa Nostra e ’ndrangheta varato nel nome dei Senese – sarebbe rimasta confinata al suo recinto giudiziario: boss, droga, appalti, prestanome, intimidazioni, condanne. Roba da cronaca nera. Roba da procure. Roba da specialisti.

Invece no. La Bisteccheria ha aperto una porta. Dietro quella porta non c’era soltanto Delmastro. C’era un mondo e c’era soprattutto la più grande astuzia del Diavolo: convincere tutti che non esiste.

C’era Gioacchino Amico, piccolo imprenditore espressione dei clan, poi collaboratore di giustizia, legato a Fratelli d’Italia, capace di muoversi tra incontri politici, foto pubbliche, rapporti vantati, e sogni di potere. “Mi è arrivata la tessera di partito…”, diceva intercettato. E ancora: “Facciamo noi altri l’apparentamento… ci becchiamo l’assessorato”. Non è una sentenza. Ma è un linguaggio. E in politica il linguaggio conta.

C’era Giancarlo Vestiti, ritenuto fiduciario dei Senese, che si presentava come “Giancarlo Senese” e intanto viveva agli arresti domiciliari nell’appartamento di Rosalia Brasacchio, consigliera comunale di Cologno Monzese, senza che in municipio la cosa suscitasse particolare scandalo.

C’era Riccardo De Corato, ex vicesindaco sceriffo di Milano, poi assessore regionale alla Sicurezza, poi parlamentare FdI e capogruppo in Antimafia. Non indagato. Solo citato da Amico in una conversazione con l’ex leghista Monica Rizzi: “ … è il mio caro amico”. De Corato nega tutto: mai visto, mai parlato, mai sentito. Può essere. Forse siamo alla millanteria. Ma anche la millanteria, quando diventa metodo di accesso alla politica, è un problema politico. Perché segnala come ormai i partiti, in crisi di iscritti e di ideali, aprano le porte a chiunque senza nemmeno tentare di capire chi hanno di fronte.

C’era Luca Faraone, consigliere comunale FdI a Carate Brianza, non indagato, la cui elezione entra però nelle conversazioni di Hydra. Santo Crea e Pietro Pansera parlano di sostegno elettorale, di voti, di sanità, di favori. “Poi gli faccio conoscere dove arrivano i voti”, dice Pansera. E Crea raccomanda prudenza: “Senza che ne faccia assai. Se no poi dicono: assai come mai? Il giusto”. È una frase perfetta per capire la mafia moderna. Non troppa scena. Non troppo rumore. Il giusto.

C’erano Paola Frassinetti e Carmela Bucalo, parlamentari FdI, indicate negli atti come “in rapporti” con Amico e presenti, secondo le carte, a un appuntamento romano. C’era Carlo Fidanza, che ha spiegato gli incontri con il mafioso ora pentito come episodi da campagna elettorale. A lui Amico era sembrato una sorta di truffatore. Mica un uomo del disonore. C’era Romano La Russa, di cui Vestiti diceva: “Lo conosco bene, ci esco a mangiare”, frase smentita dall’interessato. C’era il presunto contatto con Daniela Santanchè, attribuito a Vestiti e smentito dalla ex ministra. C’erano nomi, luoghi, cene, tessere, congressi, sanità, Comuni, appalti.

Così – e questo è il buono del caso Delmastro-Bisteccheria – la Commissione parlamentare antimafia, sollecitata anche da Giorgia Meloni, ha cominciato finalmente a studiare l’oggi dopo anni in cui era stata spesso rivolta al passato. Per qualche giorno si è parlato di ristoranti aperti ieri, di assessori, di consiglieri comunali, di parlamentari, di appalti, di clan che non chiedono più soltanto protezione, ma ingresso. Insomma l’antimafia ha fatto (vedremo poi con quali risultati) quello che deve fare: lasciare ai magistrati gli eventuali reati e occuparsi di comportamenti, scelte e denunce politiche.

È questo il punto. La mafia non arriva più da anni con la coppola. Non chiede (solo) il pizzo davanti alla saracinesca abbassata. Entra nei cantieri, nei subappalti, nella sanità, nelle piattaforme commerciali, nei servizi, nella ristorazione, nei Comuni. E quando serve entra nella politica, o almeno ci prova. Non sempre comprando. A volte avvicinando. A volte offrendo voti. A volte portando gente a una cena. A volte fingendo amicizie. A volte trasformando una conoscenza casuale in una patente di potere.

La sottovalutazione è il suo ossigeno. Lo si vede anche nel processo Hydra. Ci sono Comuni che non si sono costituiti parte civile, altri che lo hanno fatto tardi e sono stati esclusi. Cologno Monzese ha scelto di non costituirsi. Lonate Pozzolo e Busto Arsizio non erano in aula e Busto, come Abbiategrasso, è stata poi esclusai per tardività. Mentre Città Metropolitana e altri enti hanno ritenuto di dover marcare la presenza dello Stato. È una differenza enorme. Perché in un processo di mafia la costituzione di parte civile non è solo una questione di risarcimento: è una dichiarazione politica. Dice: questo territorio è stato offeso. Dice: non siamo neutrali. Dice: la mafia non è un problema della Procura. È un problema nostro.

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