Non è Miss Italia
Più se ne parla e meno queste primarie progressiste sembrano secondarie. Intanto servono a misurare la bugiarderia di quanti un tempo le facevano e ora le demonizzano, e di chi ieri non le voleva e oggi le reclama a gran voce. Ma il fatto più interessante è lo sgomento generale per un rendez-vous dove gli elettori decidono al posto degli eletti più ancora che alle elezioni politiche. Lì, siccome il voto è prevedibile in base ai precedenti e ai sondaggi, le scelte dei partiti contano molto più di quelle degli elettori, qualunque sia il sistema elettorale. Con le liste bloccate gli elettori non scelgono nulla, ma anche con le preferenze i capi dei partiti più strutturati e clientelari riescono quasi sempre a far uscire chi vogliono, candidando i loro protégé nei posti più sicuri e convogliando pacchetti di voti controllati o comprati. Invece le primarie aperte sono un po’ come i referendum: i capibastone se ne infischiano e il voto libero vale di più, anche perché non si deve scegliere questo o quel partito: si deve optare fra un paio di figure e linee politiche. Anziché dire Sì o No a un quesito, gli italiani (e non tutti per forza di centrosinistra) dovranno decidere chi fra Schlein e Conte è il più adatto a fare il premier in caso di vittoria elettorale. Malgrado le scemenze che girano, le primarie per il candidato premier non sono il concorso di Miss Italia per eleggere il più fico o il più forte. E neppure il replay delle votazioni per il leader del Pd (vinte da Schlein nel 2023) o del M5S (vinte da Conte nel 2021, nel ’22 e nel ’25). Né un’inedita consultazione per creare la inesistente figura del “leader del centrosinistra”. Che resterà una coalizione di partiti, ciascuno retto dal suo leader, ma tenuta insieme da un programma comune (meglio un contratto tra forze diverse, non organicamente alleate, sui punti di convergenza). Se avesse un leader unico, gli elettori dei partiti diversi da quello del leader non vi si riconoscerebbero. Invece, col Melonellum, dovrà dichiarare un candidato premier.
Quindi si tratta di decidere chi sia il più adatto a guidare il governo, non la coalizione. Il più bravo ad amministrare l’Italia, non a fare politica. E non è detto che il più bravo sia il leader del partito più votato: può essere quello di un partito meno votato. Non tutti i bravi leader di partito sono bravi premier, e viceversa. E non tutti i bravi leader di partito sono graditi come premier dagli elettori. Prodi un partito non l’aveva neppure, ma portava dall’Iri un buon profilo di amministratore: fu scelto come candidato premier, batté due volte B. e nel suo primo governo fece bene. Prima di scoprire alle elezioni politiche come la pensano gli elettori progressisti, è meglio domandarglielo alle primarie. Che, se possibile, sono persino più importanti.
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