I ragazzi e le parole che scaldano il cuore dei ventenni di oggi
di Paolo Di Paolo
Il segreto non lo conosce nessuno. A lui, talvolta, capitava di citare Orazio, perché frequentava i poeti come si frequenta la gente che ha davvero qualcosa da dire. Però non credo abbia mai pensato di aver tirato su, come l'autore latino diceva di sé, un monumento più resistente del bronzo. E invece.
Il segreto della durata non lo conosce nessuno: tutto invecchia in fretta, anzi troppo e sempre più in fretta. Prendete i libri: i romanzi di due anni fa sembrano più antichi di quelli di J.D. Salinger. Il più proverbiale, quello sull'eterno giovane Holden, Francesco Guccini lo evoca in una canzone senza nominarlo: c'è l'immagine di una collina che nessuno vede mai, la collina che si scollina tra infanzia e adolescenza.
Eccola la parola chiave: eternità. Non che sia a portata umana, è un'illusione che si stiracchia quanto si può. Non è comunque un sempre. «Siamo qualcosa che non resta», d'accordo, e invece per un po' sì: quando, per dire, funziona la staffetta fra ventenni di epoche diverse. Il giradischi dei nonni non gira su Spotify (la cui esistenza Guccini scoprì in un'ospitata da Fazio: «Forty-five?»). Le canzoni in loop nel cuore dei padri non scaldano quello dei figli. Salvo eccezioni. Guccini è fra queste.
Il segreto della durata non lo conosce nessuno. «Pensa a quanto sei durato» dice l'amico a un vecchio attore che, in uno degli ultimi romanzi di Philip Roth, sentiva di avere perso la sua magia. Guccini citava il grande americano che, dopo trenta e rotti libri, chiuse la partita con la creatività. «Quel che dovevo dire l'ho detto», così Guccini, e così Roth. Ma pensa a quanto sei durato, Maestrone, se per decenni ti hanno bussato alla porta di casa i ventenni, dandosi il cambio: nell'ormai canonica, irritante e commovente, esibizione del lutto social, mai così fitta è stata la sequenza di ricordi di gente che poteva vantare due chiacchiere vis-à-vis a Pavana. Il dettaglio che scintilla è che non si tratta solo di ventenni di mezzo secolo fa, ma di quello in corso. Tutt'al più, trentenni. Che si congedano con formule tipo «sapevo che questo giorno sarebbe arrivato ma», e potrebbero avere l'aria di chi — legittimamente — rimpiange il campo di intensità dei propri anni verdi. Potrebbero sembrare reduci. Non lo sono. Hanno cantato e cantano. Hanno schitarrato l'altra notte commossi, e sui pulmini delle gite scolastiche, e nelle sere di sigarette e alcol che cementano le amicizie e una visione del mondo.
Il fresco ventenne non legge nei versi di Guccini l'album dei ricordi dei padri: modella i propri, impara a nominarli. Scrive il suo romanzo di formazione mentre lo vive. Con un lessico largo, pastoso, e una sintassi (una sintassi, miracolo) che abbia slancio e duttilità. Che non è senza un prezzo salato diventare grandi. Che il mondo là fuori ti aspetta. Vale al tempo delle stagioni d'oro del Maestrone e vale domattina. Non tutti i miti svaniscono. Non Guccini.
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