sabato 22 agosto 2026

Scontrini

 

Vacanza che fai, scontrino pazzo che trovi 


di Leo Amato - Leonardo Bison - Marco Grasso  


Il caffé seduto da 5,85 euro in un “rifugio climatico” in zona Vaticano, sotto lo sguardo di una mezza dozzina di statue della Vergine in vendita, nell’angolo articoli religiosi. Il tè freddo da 6,6 euro su tavoli di plastica rossa con vista sulla Torre di Pisa. Il supplemento musica da 7 euro a Venezia, e lo Spritz scomposto di Amalfi, dove il prosecco si paga a parte dal bitter con la soda, 7 euro più 6, e una porzione di patatine ne costa 10.

C’è una frontiera invisibile che anche nell’estate 2026 attraversa le principali mete turistiche della penisola. È la frontiera degli scontrini pazzi che ogni giorno taglieggiano migliaia di ignari avventori, e poi finiscono in rete macchiando l’immagine dell’ospitalità del Belpaese. Una frontiera invisibile: perché non parliamo del ristorante di Capri dove ne servono 12 per una bottiglietta di Coca cola in vetro, né di locali stellati coi camerieri in guanti bianchi. Per varcarla, come sperimentato dal Fatto, basta attardarsi di fronte a chiese e monumenti assieme a torme di ingenui pellegrini, famiglie e bimbi stremati dal caldo. Per poi cercare ristoro, prima che le allucinazioni abbiano il sopravvento, tra bar e gelaterie nei dintorni, al piano strada, spesso dall’apparenza familiare se non proprio spartana, ben mimetizzati tra altre attività dove l’accoglienza, vivaddio, si intende ancora maniera diversa.

La capitale degli scontrini pazzi resta la città eterna, che è anche la meta preferita degli stranieri che scelgono di visitare l’Italia.

Qui tra i meccanismi più in voga per alleggerire il portafogli dei malcapitati c’è quello del doppio ricarico sui prezzi “base”, con una prima maggiorazione dal 30 al 50% per la consumazione al tavolo, e un’ulteriore maggiorazione del 17% per il servizio. Anche se scindere le due cose, tipo “self service”, è impossibile.

Dunque effetto sorpresa alla cassa, e travaso di bile assicurati. Basta guardare le recensioni lasciate su Google o Tripadvisor per rendersene conto.

Per vivere l’esperienza, anche senza le fattezze del turista romano “tipo” , siamo andati a chiedere un caffè espresso, al tavolo, in via della Conciliazione, sotto lo sguardo concupiscente di uno dei tanti giovani ritratti in abiti sacerdotali nei calendari in vendita nelle edicole dei dintorni.

Alzarsi e uscire dopo aver bevuto quell’espresso lì significa scucire 5,85 euro, che sarebbero saliti a 14 per un caffè americano “grande”.

Una seconda sosta climatica e una bottiglietta d’acqua in un bar di fronte all’ingresso dei musei vaticani, invece, arriva a costare 4,4 euro: 4,2 euro in più che nel supermercato dall’altro lato dello stesso palazzo.

In zona Pantheon la specialità è il cornetto magico da 2,8 euro, duro di almeno due giorni con una papalina di zucchero sciolto, che riprende a “lievitare” alla vista di crema e Nutella e arriva a costare 4 euro. Perché la farcitura, come per la coppetta di carta al posto del cono per il gelato, è un extra: altra sottospecie dell’ampia famiglia degli scontrini pazzi. Tipo la foglia di basilico aggiuntiva sulla pizza al costo di un euro a Bari, o la ricarica del cellulare a Ostia. O ancora i due euro e mezzo per una forchetta in più nella baita delle Dolomiti.

Nessun ricarico per il servizio, ma un prezzario diverso per le consumazioni al tavolo, poi, in zona Colosseo. Qui il prezzo di un cornetto altrettanto stagionato e dal distinto sapore di cartone sale da 1,5 a 3 euro se ci si siede per rilassare le gambe. Ma per usufruire del bagno tocca pagare un euro aggiuntivo.

La madre delle trappole per turisti, però, resta con ogni probabilità Venezia, dove il problema data decenni ed è lungi dall’essere sradicato.

Ormai in piazza San Marco 6-7 euro per un caffè seduti e 15-18 euro per un bicchiere di vino non fanno neanche più notizia. Forse perché si sa che sedersi “al tavolo” in quel contesto ha un prezzo esoso.

Più di qualche avventore, però, continua a lamentarsi per i prezzi di un locale senza sedute (7,5 euro un amaro al banco), che, conformemente al regolamento del comune di Venezia (che i turisti non conoscono) non ha il bagno, o per il “supplemento musica” inserito il concertino che si tiene (sempre) nel plateatico del bar.

Ai piedi di Rialto, a due passi da bar normali ce ne sono altri, del tutto anonimi, in cui un caffè (cattivo, dicono le recensioni) costa 4,5 euro e una lattina 5. C’è chi espone bene in vista prezzi al banco, che se ti siedi scopri essere quadrupli. C’è poi un problema non fotografabile: 12 o 15 euro per una pizza possono sembrare accettabili, ma se è di qualità infima no.

La città è ormai il regno del passaparola, le recensioni aiutano ma non c’è suggerimento web che tenga: alcuni dei posti peggiori investono moltissimo in influencer proprio per acchiappare la clientela disinformata. ll “locale amato dai veneziani”, che avete visto su Instagram, probabilmente non lo è.

A Genova, invece, il bar che ha collezionato il maggior numero di stroncature su TripAdvisor si trova in via XX Settembre, strada dello shopping cittadino, dove però i prezzi medi sono del tutto ordinari.

“Una granita e due brioches al tavolo 25 euro, più agghiacciante della granita stessa”, denuncia un avventore pochi giorni fa.

“Un’acqua sei euro, questo racconta tutto”, scrive Fabio D in un post di luglio.

Guai a varcare quella soglia.

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