martedì 30 giugno 2026

L’Amaca

 È una legge contro la caccia 

di Michele Serra

Non sono un anticaccia pregiudiziale (l’allevamento intensivo, che trasforma gli animali in pezzi di ricambio e gli toglie la vita già da vivi, è centomila volte più sterminatore e feroce; quantitativamente, in rapporto al prelievo venatorio, è quella la vera ecatombe). Proprio per questo mi chiedo come abbia potuto concepire, questo governo, le nuove regole, molto più permissive delle precedenti, che sembrano fatte apposta per rendere ancora più sgradita e contestata la caccia, già ora considerata un’attività settaria. Un gioco di pochi esercitato sul territorio di tutti.

Cosa penserà chi, su una spiaggia o in un parco regionale, vedrà uomini armati in cerca di prede? Penserà che la lobby delle doppiette ha segnato un punto a proprio vantaggio. Penserà, con aggravata animosità, ciò che già oggi pensa vedendo entrare in un fondo privato i cacciatori, che in certi periodi dell’anno sono autorizzati a farlo (paradosso: una persona disarmata, in teoria, non potrebbe circolare con la stessa disinvoltura).

Penserà che in un territorio molto promiscuo e non troppo esteso come quello italiano la caccia non dovrebbe allargarsi, semmai autolimitarsi per farsi sopportare meglio. E qualificarsi, quando e dove può, per le sue facoltà naturalistiche: di controllo del territorio e monitoraggio degli ecosistemi. Non sembra questa l’intenzione di un governo già in fama di essere in ottima sintonia con la lobby delle armi (da caccia e da difesa privata). Renderà la caccia ancora più impopolare, e per un governo populista è un paradosso.

Rosa Parsk????

 

Così Pina Picierno si situa fra Rosa Parks e il “Dolce Forno” 


di Andrea Scanzi 


Pina Picierno è sempre stata un mito indiscusso. La sua sola esistenza dimostra in maniera lampante l’evanescenza incurabile del mitologico “centro” e, al contempo, le lievissime incongruenze del Partito democratico, da cui se non altro la nostra Pina se n’è andata (per quanto troppo tardi) qualche settimana fa. Invece di ringraziare il Pd, che l’ha sopportata – e peggio ancora supportata – tutto questo tempo, la nostra eroina non fa che lagnarsi per il trattamento subìto dal partito. E già qui vien da ridere, perché Picierno nel mondo reale non ha praticamente voti, e quindi non rappresenta politicamente nessuno, se non se stessa e quelle forze di centrodestra (Renzi, Calenda e Forza Italia) a cui ha sempre appartenuto per “idee”, visioni (?) e livello politico. Che doveva fare il Pd? Trattenerla con la forza o farsi dettare la linea dall’alto della sua inesistenza elettorale? Di cosa stiamo parlando?

Qualche giorno fa, la nostra Pina ha voluto però andare oltre. Lo ha fatto parlando al Teatro Parenti di Milano, all’interno di un convegno (o qualcosa del genere) croccantissimo organizzato dal Circolo Matteotti e da Linkiesta, dal titolo “C’è ancora domani. Quattro strade possibili contro populismo e estremismo”. Wow! Che tema frizzante e ancor più irrinunciabile! C’era il parterre delle grandi occasioni. Su e giù dal palco, hanno dato mostra di sé alcuni dei più infaticabili sfollatori di consenso del cosiddetto “centrosinistra riformista”. Qualche nome: le “amiche e sorelle” (Picierno dixit) Marianna Madia, passata dal Pd a Italia Viva; Elisabetta Gualmini, ex Pd convertitasi ad Azione; Simona Malpezzi e Lia Quartapelle, purtroppo per Schlein ancora nel Pd. In platea c’erano pure Emanuele Fiano, bravo come pochi a fare la vittima (su tutto) e a prendere tortoiate dialettiche da Paola Caridi nel ruolo mellifluo di “sionista buono” (sic) a Piazzapulita, e Giorgio Gori, un altro che sta alla sinistra come Cruciani allo shampoo. Mancavano solo Gundam, Skeletor e Scalfarotto. Comprensibilmente esaltata da un consesso così spumeggiante, l’ineffabile Pina ha voluto spavaldamente superare gli exploit del passato, tipo lo scontrino della spesa da Floris a Ballarò nel 2014; oppure quando scambiò la “politica dei due forni” di Andreotti per la “politica del dolce forno” (eh?); o magari quando suole invocare censure a iosa per i “putiniani” e/o dimostra di tenere alla causa palestinese appena un po’ meno di Parenzo e Molinari. Le sue parole al Parenti di Milano sono già nei libri di storia. Leggiamole quindi con rispetto e ardore: “Il mondo è sempre stato cambiato da avanguardie coraggiose. Copernico, Galileo, Giordano Bruno, che è stato pure bruciato: hanno cambiato il mondo. Rosa Parks non si è alzata dalla sedia“. Capito? Oggi la nuova Rosa Parks è lei e il nuovo Giordano Bruno (“che è stato pure bruciato”, cit) è Gori. O magari Calenda, perché le “avanguardie coraggiose” oggi sono i riformisti: quelli rimasti nel Pd, quelli che lo hanno lasciato, quelli che sono approdati in Azione (o ci approderanno a breve, magari proprio la Picierno). Pina “Dolce Forno” si sente controcorrente (come no!) e per questo ha pure annunciato la nascita di Spazio Pubblico, imprecisato nuovo cantiere politico che proverà a riunire i riformisti rimasti senza casa, nel disperato (ma possibile) tentativo di prendere ancora meno voti di Ferrara, Adinolfi e Marattin. Pina Picierno come Copernico, Galileo e Giordano Bruno: non fa una piega. Come paragone ci sta tutto. A questo punto, andiamo oltre e aggiungiamo di getto: Salvini come Einstein. Santanchè come Giovanna d’Arco. Bocchino come Pertini. Vannacci nuovo Gandhi. Pozzolo nuovo Gramsci. E Pina nuova Rosa Parks (ah no, questo l’ha detto lei sul serio). È tutto meraviglioso: si vola come se non ci fosse un domani. Continua a farci sognare, magica Pina!

Natangelo

 



Domandina

 



Ritratto al Pino

 

La Formula Vannacci, il virile “copiatore” di rabbia e di consensi 


di Pino Corrias 


Ahó, ma quanti sono ’sti Vannacci? Nella polemica politica ne spunta uno al minuto, mentre lui, in marcia col moschetto, riempie il teatro, la piazza e pure il sondaggio. Al grido di: “Io sono la vera destra!”, terrorizza il suo ex benefattore Matteo Salvini, politico di illimitata intelligenza, che se lo è messo in casa a pensione completa, gli ha regalato il corredo buono per andare in Europa, si aspettava un po’ di riconoscenza, invece nulla, il generale si è preso il malloppo dei 560mila consensi e se n’è andato senza neanche il bacio della buonanotte: “È la Lega che ha tradito i suoi ideali, non io”, ha detto, pulendo con il fazzoletto tricolore il pugnale usato nella fuga.

Giorgia Meloni – al netto dei lividi trumpiani – osserva da lontano, fa finta di sentirsi al sicuro, dice: “Vannacci fa il gioco degli avversari. Vota con loro. Non è la vera destra”. Antonio Tajani dondola con le mani in tasca, si guarda la punta delle scarpe e siccome non gli viene in mente niente, lo dice a pappagallo: “È la quinta colonna della sinistra”. Ma certo.

Purtroppo per loro, Vannacci sta salendo di dieci decimali a settimana, usando l’ascensore degli scontenti, dei delusi, dei nostalgici, dei rancorosi, dei dimenticati dalla nuova oligarchia, mentre la destra di governo insegue, soffiando sulle scale.

Da qualche ora è entrato nel manipolo del generale pure il Pellico di Colle Oppio, Gianni Alemanno – un tempo detto “il sindaco fallito” – reduce da un anno e passa di prigione che gli ha dato una svolta umanitaria, non tutto il danno vien per nuocere, sì è persino accorto dello scandalo delle galere che hanno funzione di discarica sociale per uomini, topi e scarafaggi, e ha intenzione di andare a parlarne niente di meno che con il ministro Carlo Nordio che le galere, da quattro anni, le riempie con la pala dei decreti Sicurezza. Chissà che bella rimpatriata tra il carcerato e il carceriere.

Vannacci se lo è portato a cena al ristorante sardo Sa Cadrìga, “la graticola”, per cucinarsi il loro futuro nazionale e anche il maialetto, con brindisi finale che sembra inventato, invece è inchiostro medioevale e alzando i bicchieri al cielo, dice: “La lode a dio. La spada al re. Il cuore alla dama. L’onore a me”. Con il finalissimo gridato: “A noi!”. E lo sparatore Emanuele Pozzolo, dodicesimo della combriccola, che alza il calice di Cannonau, beve e rassicura i camerati: “Sono venuto in taxi”.

Da dove viene il generalissimo, l’abbiamo raccontato: La Spezia, anno 1968, babbo militare. Infanzia tra Ravenna e Parigi. Accademia. Brigata Folgore. Un piede in tutte le guerre malamente perse dal gagliardo Occidente: Somalia, Iraq, Libia, Libano, Afghanistan: “Ho difeso la Patria sotto i colpi del mortaio e della mitraglia”, ha detto vantandosene. Poi è stato nominato addetto militare dell’ambasciata in Russia, dove ha respirato ghiaccio, vodka e intrighi.

Fallito nella spada, vince la sua battaglia con la penna. Il suo

Mondo al contrario, anno 2023, vende una milionata di copie con lessico polveroso, ma sorprendentemente efficace: identità, sacro suolo, radici che non gelano. Più l’immancabile orgoglio di razza pregiata, tipo Fassona: “Nelle mie vene scorre una goccia di sangue di Enea, Romolo, Giulio Cesare, Dante, Michelangelo, Mazzini, Garibaldi”. Quando si dice la modestia. Non amato dalle alte gerarchie dei poltronauti in divisa, viene risarcito da un matrimonio d’amore e da due figlie. La casetta della buona pensione è a Viareggio, dove spopola tra i concittadini esperti in Carnevale. Memorabili i suoi tuffi di Capodanno, con vestaglietta a fiori per non prendere freddo, pora stella, e Crozza che da allora lo impallina nei panni del super macho effeminato.

Al netto delle bubbole che declama – “I gay non sono normali”, “Le donne sono destinate al focolare e a fare figli”, “La famiglia deve essere tradizionale”, “A scuola classi separate per quelli bravi e gli asini”, “I neri sono negri”, “Gli immigrati subito fuori dai confini” – la sorpresa è che Vannacci non attacca Elly Schlein, tralascia Giuseppe Conte, ignora Bonelli e Fratoianni. Punta la raffica di improperi contro Meloni per incassare consensi. La accusa di avere indossato tailleur e moderatismo. Di avere promesso il blocco navale e allestito solo tavoli tecnici. Di non essere più nazionalista contro l’Europa, ma europeista contro le nazioni. Di essere entrata nel club delle élite, invece di combatterle. Ci penserà lui, con la sua “sporca dozzina” a “ripulire l’Italia”. “Noi siamo la feccia – dice dal palco, nel giorno della costituente di Futuro Nazionale, davanti ai suoi 2mila estasiati spettatori –. Siamo lo scarto. Siamo i figli di nessuno. E siamo orgogliosissimi di esserlo”.

Dunque sono loro i moderni Teddy Boys del nuovo razzismo che tanto assomiglia a quello dei vecchi fascistoni d’epoca coloniale e novecentesca. Gli stessi che a occhio e croce celtica, stanno risalendo la corrente della Storia a Parigi, a Berlino, a Londra, a Vienna. Tutti in fila al passo dell’oca, anche se rivisitato dagli algoritmi di TikTok, l’estetica del cuoio e dei tatuaggi identitari, la violenza non ancora armata, ma sempre pronta allo scontro.

Vannacci declama i suoi appelli alla “remigrazione” che vuol dire “deportazione degli immigrati” alla maniera dell’Ice, la polizia privata di Donald Trump che rastrella le periferie delle città americane. Ma vuole anche dire “pulizia etnica” e pogrom, come è appena successo a Belfast, dove gli irlandesi bianchi hanno messo a ferro e fuoco le case degli immigrati.

Vannacci gongola. I media non aspettano altro che moltiplicare la ridondanza delle sue apparizioni. Offrirgli lo specchio per contemplarsi, mentre il Paese, ipnotizzato, contempla lui.

È troppo complicato – e non fa parte del gioco – chiedergli come e quanto detersivo servirebbe a ripulire il cortile di casa. Come si farà a stendere il filo spinato sul mare? Dove si rispediranno i deportati e come? Sugli aerei piombati? Chi pagherà le scorte e il carburante? E incidentalmente, chi riempirà le fabbriche, gli asili nido, le scuole e persino i campi di pomodori?

Del resto è già tutto successo durante l’ascesa di Giorgia Meloni, che proclamava le identiche intenzioni muscolari. Vannacci non inventa nulla, copia. Bastandogli trasformare la rabbia, l’insicurezza e la paura, in facilissimi consensi. Solo all’ultimo minuto – riempite le proprie trincee – farà l’accordo per sedersi accanto alla destra, quando arriveranno a tavola le urne fumanti della prossima minestra elettorale. Non più con il moschetto in mano, ma col cucchiaio.

Segretamente

 

La Giustizia clandestina 


di Marco Travaglio 

Quando si farà la conta dei danni dell’Armata Brancameloni, non si potrà prescindere dall’angolo dei buonumore: cioè dai surreali comunicati stampa dei magistrati per informare i cittadini delle loro decisioni. Informare però è una parola grossa: fra leggi-bavaglio con la scusa della privacy e della presunzione di innocenza e circolari-autobavaglio del Csm, i giornalisti chiamati a dare le notizie non sanno – e quindi non possono raccontare – più una mazza. A Reggio Calabria scattano due retate contro la ’ndrangheta, con l’arresto fra gli altri di un sindacalista candidato alle Comunali per tentata estorsione. Ecco i comunicati del procuratore Giuseppe Borrelli: “La Squadra Mobile, su delega della locale Dda, ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di un soggetto accusato dei reati di cui agli articoli 423 e 416 bis 1 c.p.”; “La Squadra Mobile, su delega della locale Dda, ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di tre soggetti indagati per i reati di cui agli articoli 110, 81 cpv, 56, 61 n. 5), 629, comma 1 e 2, in relazione all’art. 628 comma 3) nn. 1 e 3-bis), 416 bis. 1. c.p. e per la violazione degli articoli 110, 81, 61 n. 5, 424, 416 bis. 1 c.p.”. Tutto chiaro, no? Niente nomi, accuse, intercettazioni, testimonianze per verificare se gli arresti siano fondati o si tratti di errori giudiziari.

Stessa scena a Firenze: il Gip, su richiesta della Procura, sequestra 7 sezioni del carcere di Sollicciano per mancanza di condizioni igieniche e di sicurezza e trasferisce 216 detenuti. Una decisione mai vista: infatti nessuno ne conosce le motivazioni, peraltro contenute in un atto pubblico, non segreto perché notificato alla direzione del penitenziario, ma nascosto ai cronisti e dunque ai cittadini. Le uniche informazioni circolate sono in un’incomprensibile nota di mezza pagina della procuratrice Rosa Volpe, trasformata dal Csm in Sibilla Cumana. I cronisti le chiedono formalmente copia del decreto. Ma invano: colpa della famigerata “circolare in materia di corretta comunicazione istituzionale”. Sulla carta, si potrebbe ancora renderlo pubblico, ma poi la vita del pm diventerebbe un inferno: se facesse qualche nome, dovrebbe poi seguire passo passo ogni tappa del processo fino alla sentenza definitiva e vergare un nuovo comunicato ogni volta che un giudice contraddice le sue accuse. In pratica, smetterebbe di lavorare. Così, per salvare qualche politico dal rischio di finire non in galera (per carità), ma sui giornali, la Giustizia entra in clandestinità. Ogni tanto qualcuno scompare, ma nessuno sa chi né perché, come nell’Argentina dei generali e dei desaparecidos. Tutto continua ad avvenire “in nome del popolo italiano”. Però a sua insaputa.

lunedì 29 giugno 2026

Il silenzio obbrobrioso

 



Tv di stato

 

Il sacco di Rai Tre: addio a Carofiglio, Massini, Sciarelli, Bollani e Cenni 


di Silvia Truzzi 

Rai/1. In attesa della presentazione dei prossimi palinsesti Rai, questa settimana, la notizia più clamorosa è l’addio, dopo 22 gloriosi anni, della grande Federica Sciarelli: non sarà più lei a condurre Chi l’ha visto?. Lo annuncia la Rai con un comunicato, la solita supercazzola: “Rai e Federica Sciarelli, in vista dello scadere del contratto che lega la professionista alla tv pubblica, stanno ragionando insieme sul futuro professionale della giornalista e sui possibili progetti che la vedano protagonista nelle prossime stagioni. Parallelamente, sono in corso riflessioni anche su Chi l’ha visto?, programma di cui Sciarelli è da oltre vent’anni il volto di riferimento e centrale nell’offerta del Servizio pubblico e su chi potrebbe raccoglierne l’eredità”. Si fanno i nomi di Massimo Giletti, Eleonora Daniele, Francesca Fagnani e Pino Rinaldi. Probabilmente la giornalista dirà qualcosa in occasione dell’ultima puntata, ma c’è una sua dichiarazione, a Vanity Fair, che risale all’anno scorso e mette più di una pulce nell’orecchio: “Il prossimo anno sono già confermata, poi vedremo. Sarà difficile lasciarlo andare, ma è giusto che sia così. Dopo di me? Lo prenderà in mano qualcuna delle mie bravissime inviate”. Non è che forse il problema è proprio legato alla squadra di autori e inviati? Considerando i repulisti a cui ci abituati questa Rai è un’ipotesi tutt’altro che peregrina (e che testimonierebbe l’inettitudine del management di Viale Mazzini).

Rai/2. A proposito di repulisti: la Rai congeda anche una serie di autorevoli voci amate dal pubblico ma invise ai camerati di Viale Mazzini, come Stefano Massini (Riserva indiana, Rai3) e Gianrico Carofiglio (Dilemmi, sempre Rai3). Massini, un signore che ha vinto il Tony Award e portato quel capolavoro che è Lehman Trilogy a Broadway, accusa l’azienda: “Dopo oltre 70 puntate in cui abbiamo ospitato quello che si muove di più interessante e diverso nella scena musicale italiana, la Rai ha deciso di azzerare il programma senza neanche avermi mai voluto incontrare. Silenzio totale, e vattene via”, ha spiegato Massini sui social. “Amarezza? Sì, tanta. Soprattutto quando mi viene riferito di telefonate incredibili del tono ‘non vogliamo più Massini in nessuno spazio Rai’. Quella Rai di cui anche io pago il canone in nome di un servizio pubblico che dovrebbe essere di ognuno. Scandalo? Non c’è più, è tutto normale. La politica decide tutto, in televisione. E per le riserve indiane, in tutti i sensi, non c’è posto”. Dalla ex Telekabul vengono espulsi pure Stefano Bollani e Valentina Cenni, protagonisti di quel piccolo gioiello musicale che è Via dei matti numero zero. Nessuno dei citati programmi aveva problemi di share (che semmai hanno avuto alcuni programmi graditi al governo, come Due di picche di Tommaso Cerno o L’altra Italia di Antonino Monteleone), ed anzi, erano amati da critica e pubblico (quello che è rimasto, dopo la discesa degli unni, su Rai3). Ce n’è anche per un monumento della radio pubblica, Caterpillar. In un’intervista al Corriere della Sera Massimo Cirri, voce del programma da quasi trent’anni, spiega il clima attorno alla trasmissione: “Dai vertici Rai non c’è stata alcuna convocazione. Quindi l’idea che ci siamo fatti è che questa sia stata probabilmente l’ultima edizione, dopo che già ci hanno azzoppati”. Il conduttore parla dello spostamento di orario dalla fascia 18-20 a quella 19.45-21: “A quell’ora la radio ha pochi ascoltatori, la gente cena, guarda i Tg. Mentre alle 18 le persone sono in auto. Ci hanno spostati e sostituiti con un programma di Belén Rodríguez – niente contro di lei, per carità – con caratteristiche molto diverse da noi, diciamo di intrattenimento commerciale, a mio giudizio, di basso profilo”. La Rai nega (“notizie infondate” e lo vedremo ai palinsesti) ma un dettaglio spiega il livello di miseria culturale. Cirri spiega che Rai punterebbe a un format da radio commerciale, che impone “una musica bruttissima scelta da ufficio apposito” sottolineando che per il 25 aprile “hanno concesso di usare solo Viva l’Italia di De Gregori, come massimo di impegno, perché qualcosa di più esplicito e adatto alla giornata veniva percepito come divisivo”. Belli, ciao.

domenica 28 giugno 2026

Differenze

 Se quest’immagine l’avesse pubblicata un suo servo, l’avrei definito un cretino. Visto che l’ha pubblicata lui stesso allora il giudizio cambia: è un povero coglione!



L'Amaca

 


Studiare il Covid: troppo faticoso

di Michele Serra


Le commissioni parlamentari di inchiesta, previste dalla Costituzione, dovrebbero servire per approfondire un argomento di grande rilevanza sociale e consegnare, alla fine dei lavori, una relazione utile alle Camere per fare meglio il loro lavoro. Sulla carta non sono dunque organi inquirenti — e perché dovrebbero? Sono strumenti di ricerca e di studio.

Non pare questo il caso della cosiddetta Commissione Covid, che andrebbe ribattezzata Commissione Conte, essendo il suo scopo evidente quello di mettere sotto i riflettori, e sotto accusa, il ruolo dello stesso nei mesi terribili dell'epidemia. Il più rilevante e utile degli argomenti sarebbe un altro: se e quanto la sanità pubblica (dunque, lo Stato), con la sua decisa scelta pro vax, abbia fatto il bene o il male della nostra comunità; se e quanto l'attivismo no vax, influente anche in una parte non piccola della politica, specie a destra, abbia fatto il bene o il male della nostra comunità.

Essendo l'argomento Covid, come è evidente, prima di tutto scientifico, e solamente dopo politico-sanitario, questo ci sarebbe da capire, a qualche anno di distanza: avevano ragione i fautori della vaccinazione oppure i sabotatori della stessa? L'abbondante materiale scientifico disponibile avrebbe reso interessante, anche per i membri della commissione, studiare l'argomento e capirne di più. Avrebbero imparato qualcosa di utile per la prossima pandemia, speriamo in un futuro remoto.

Ma no. Vuoi mettere il piacere di buttarla malamente in politica (intesa come faida tra fazioni)? I giornali governativi di riferimento (indistinguibili: come Qui Quo Qua) avrebbero trovato poco stimolante l'andamento dei lavori. Non sarà il Parlamento italiano, dunque, a dirci chi aveva ragione: se i cittadini in fila per vaccinarsi, con lo scopo di tutelare anche gli altri, o chi ha preferito non credere alle autorità sanitarie, ritenendole ignoranti e corrotte.

Natangelo

 



Serpe

 

La serpe in seno 


di Marco Travaglio 

L’assenza di Zelensky al vertice di Danzica per la ricostruzione dell’Ucraina (che tutti continuano a distruggere), gli accordi di cooperazione fra industrie militari di Kiev e dei Paesi Ue e i deliri di Von der Leyen e Kallas sull’esigenza di “integrare” i nostri sistemi di difesa con quello ucraino dovrebbero terrorizzarci per il futuro che ci stanno apparecchiando gli irresponsabili sgovernanti d’Europa. In 52 mesi di guerra la Polonia è stata il Paese Ue più filo-ucraino e anti-russo con le repubblichette baltiche, fra i più prodighi di armi e i più ostili ai negoziati, nonché complice dell’attentato ai gasdotti Nord Stream perpetrato da Kiev con l’avallo di Biden. Poi Zelensky ha celebrato come “eroi”, intitolando loro un’unità dell’esercito, i nazionalisti dell’Upa, l’Armata insurrezionale ucraina che nella II guerra mondiale fiancheggiò i nazisti contro l’Urss e massacrò oltre 100mila civili fra polacchi ed ebrei in Volinia ed Est Galizia. Uno sterminio che il Parlamento polacco considera “genocidio”: infatti Varsavia ha revocato a Zelensky l’onorificenza dell’Aquila Bianca. E Mosca ci ha intinto il biscotto: “Ecco, vedete che Zelensky è nazista?”. Ovviamente è propaganda: Zelensky fu eletto nel 2019 perché, da buon russofono e russofilo, prometteva la pace con Putin. Poi fece l’opposto, mettendosi sotto il ricatto e la protezione dei nazi-nazionalisti: quelli che spararono a Maidan nel 2014 per i servizi Usa, venerano il collaborazionista Bandera, esibiscono svastiche, animano battaglioni neri come l’Azov e il Dnipro e sabotano ogni negoziato: fino al 2022, d’intesa con Usa e Uk, minacciarono ministri e deputati per impedire a Poroshenko e Zelensky di rispettare gli accordi di Minsk dando l’autonomia al Donbass; e dopo l’invasione han seguitato a intimidire il governo perché respinga qualsiasi compromesso.

Il nazionalismo ucraino è maggioritario nelle regioni occidentali: se non ha mai vinto le elezioni è perché era controbilanciato dai voti dei russofoni e russofili del Sud-Est. Ma ora che gli oblast di Crimea, Lugansk, Donetsk, Kherson e Zaporizhzhia sono in tutto o in parte occupati e votano ormai alle elezioni russe, alle prossime elezioni l’Ucraina si troverà l’estrema destra al governo, con ministri nazi-fascisti, come già dopo il golpe bianco di Maidan e prima della frenata di Zelensky (che fece il pieno proprio in Donbass e dintorni). Ogni negoziato verrà boicottato e, se la pace fosse siglata prima del voto, sarebbe rinnegata subito dopo. A quel punto un’Ucraina integrata nell’Ue o, peggio, nel nostro sistema di difesa, ci trascinerà in una guerra permanente contro la Russia. E scopriremo, come sempre troppo tardi, di esserci allevati una serpe in seno. O magari chiederemo a Putin di difenderci.

sabato 27 giugno 2026

Ovvietà

 


Calduccio

 



L'Amaca

 


Le scorciatoie che illudono

di Michele Serra


«La cosa più facile per far morire un'idea è santificarla», dice Alberta Basaglia, figlia di Franco Basaglia e Franca Ongaro, spiegando perché è contraria all'idea di proclamare la rivoluzione psichiatrica di Basaglia «patrimonio dell'Unesco» (come la pizza, suggerisce Alberta con lo humour che questa istituzione ormai pletorica si attira; e anche Luigi Manconi, commentando la generosa insensatezza della proposta, cita la pizza e lo yodel come tipici casi dell'andamento epidemico dei riconoscimenti Unesco).

Piuttosto che trasformare il padre in un santino sarebbe meglio mettere fine alla regressione autoritaria che, non solo in psichiatria, minaccia di fare tabula rasa di quell'approccio umanistico e sociale della malattia psichica che Basaglia mise in opera: è il succo di quanto Alberta, psichiatra anche lei, dice nella bella intervista a Sara Scarafia su questo giornale.

Colpisce, leggendola, l'orgoglioso spirito di resistenza con il quale, non solo in campo psichiatrico, le persone avvezze a un approccio scientifico e umanistico (in senso lato: culturale) della condizione umana si oppongono alla corrente, che tira a semplificare ogni questione riducendola, in sostanza, a ordine pubblico e basta. La reclusione dei «matti» come soluzione che soddisfa lo stigma sociale che circonda la malattia psichica ma prescinde dalla salute e dalla dignità delle persone (tantissime, e in costante aumento) che ne sono afflitte.

L'illusione di estirpare dolore e paura, piuttosto che affrontarli e provare a curarli, è la terribile scorciatoia che la politica, in molte parti del mondo, sta imboccando. Contro la paura, dice Alberta Basaglia, si può e si deve agire: «Ma mai negandola: se si impara a viverla, se si ha la percezione di viverla insieme, si affronta».

2026

 



Natangelo

 



Ogni tanto

 

È uguale per gli altri 


di Marco Travaglio 

Commuove il sincero sgomento della razza padrona e della stampa al seguito appena uno del giro finisce in galera. Ieri è toccato a Mauro Moretti, l’ex capo di Ferrovie condannato in via definitiva a 5 anni per la strage di Viareggio (32 morti, 130 feriti, un quartiere raso al suolo) dopo 17 anni e 7 gradi di giudizio (uno in Tribunale, tre in Appello e tre in Cassazione). Siccome la pena supera i 4 anni, Moretti è finito in carcere, ma ci resterà pochissimo: avendo 72 anni, otterrà presto i domiciliari grazie all’ex Cirielli (il regalo di compleanno che si fecero B. e Previti salvando dalla prigione gli over 70). Ma è una questione di principio: i ricchi e i potenti non devono metter piede in cella neppure per un nanosecondo. Sennò poi la gente s’illude che la legge sia davvero uguale per tutti, cioè che l’articolo 3 della Costituzione sia ancora vigente, e si crea un pericoloso precedente. Da 36 anni, da Mani Pulite, tentano di convincerci che la legge è uguale per gli altri, a suon di indulti, prescrizioni agevolate, depenalizzazioni, prove cestinate per legge, immunità extralarge, riabilitazioni e grazie quirinalizie per delinquenti amici e amiche degli amici.

Ora che c’erano quasi riusciti, finisce dentro un top manager e tocca ricominciare tutto daccapo. L’ingresso di Moretti nel carcere di Orvieto è accompagnato da un corteo di vedovi inconsolabili e prefiche lacrimanti. Rep lo intervista come fosse Silvio Pellico: “L’ultimo sfogo del manager: ‘Affronterò la prigione, ferita la certezza del diritto’”. Il Corriere lo scambia per Antonio Gramsci: “Lo sfogo: ‘Sono pronto alla cella, entro con la schiena dritta. Ma per tutti i manager è un precedente pericoloso’” (tutti i manager di aziende senza sicurezza). I salici piangenti del Foglio non si danno pace: “Il carcere a Moretti mostra una deriva della cultura dello scalpo”. E neppure Giorgio-Mediaset Gori (Pd): “Nella strage di Viareggio morirono 32 persone. Spero di non mancare di rispetto a nessuna di loro, né ai famigliari, se dico che considero assurda la condanna definitiva inferta (sic, ndr) a Moretti, che rimane per me uno dei migliori manager pubblici che il Paese abbia avuto”. Lo dice anche il Messaggero: è “un torto al Paese”, non per tutti quei morti e feriti, ma perché i giudici “emotivi” ci hanno “privato di uno dei manager migliori”. Così possiamo immaginarci i peggiori. Poi uno si meraviglia se tutti, da destra a sinistra, odiano tanto i 5Stelle, quelli del Vaffa ai parlamentari condannati e della Spazzacorrotti per la certezza della pena ai colletti bianchi. Fino all’altroieri li paragonavano a Vannacci. Poi il generale è andato ad accogliere Alemanno all’uscita da Regina Coeli. Dal carcere alla politica senza passare da casa. Com’era quella del mondo al contrario?

venerdì 26 giugno 2026

Pubblicità

 


L'Amaca

 


Un americano a Venezia

di Michele Serra


«Venezia è una delle città più belle al mondo» è una frase che anche un libro di testo per le scuole primarie esiterebbe a usare. È come dire «Picasso era un pittore molto bravo», «New York è famosa per i suoi grattacieli», «Beethoven ha scritto delle sinfonie molto conosciute».

Eppure c'è chi lo ha detto, che Venezia è una città molto bella, ed è l'ambasciatore americano Fertitta, ricevendo «gli amici italiani» in una sede insolita: il suo panfilo lungo 117 metri, attraccato a Napoli, arredato come il caravan di Moira Orfei con un elemento peggiorativo: i soffitti a specchio. Per le sue prerogative politico-culturali (è ricco sfondato), Fertitta è ammesso a far parte dell'entourage di Trump ed è stato nominato ambasciatore a Roma: probabile che abbia vinto un regolare concorso rispondendo «sì» a due domande: «Venezia è una delle città più belle al mondo?»; «è più bella anche di Chattanooga?».

È tutta gente che ha come unica lettura le carte di credito, e dunque non si può pretendere che parlino di ermeneutica o di letteratura. Ma insomma, un minimo sindacale, quando si parla in pubblico, sarebbe richiesto. Invece no. La frase su Venezia (prossima tappa della crociera di Fertitta) è forse la più vivace e inattesa di quelle riportate dai giornali. Che vanno da «America e Italia sono alleati da molto tempo» — chi lo avrebbe mai detto? — a un festoso elogio riparatore di Giorgia Meloni e dell'intelligenza degli italiani che l'hanno eletta, così da sentirsi in regola con i propri doveri diplomatici.

A bordo del piroscafo di Fertitta c'erano diversi rappresentanti delle nostre istituzioni. Chi dice che la politica non è un lavoro faticoso, si metta nei loro panni. Sono saliti a bordo già sapendo quello che li aspettava: niente. Speriamo che almeno il buffet fosse decente, e che tra i soffitti a specchio non risuonasse, in onore degli amici italiani, O sole mio.

Momentacci

 



Natangelo

 



Cinetico

 



Elena in Russia

 

Mosca ama l’Europa che l’ha tradita 


di Elena Basile 

Al fine di essere in linea con la fama di filo-putiniana, ho deciso di recarmi a Mosca per la prima volta.

La diffamazione non è dovuta all’accostamento alla personalità del presidente della Federazione russa, le cui qualità politiche, culturali e morali sono paragonabili se non superiori a quelle dei leader occidentali. La calunnia è relativa al mancato riconoscimento dell’onestà intellettuale con la quale esercito il ruolo di analista. Se avessi voluto agire nel mio interesse, mi sarebbe bastato sorridere nella trasmissione di Lilli Gruber a Paolo Mieli invece di dirgli, senza ambiguità diplomatiche mai troppo costruttive, che utilizza argomenti sottoculturali in difesa di Israele: oggi sarei piena di incarichi e prebende, i miei libri di narrativa probabilmente arriverebbero nelle librerie.

Mi sono recata in Russia non per avere contatti con la leadership (come fanno tanti politici e analisti europei in Ucraina, inseguendo l’élite del Paese) ma per poter discutere con la società civile. Ho segnalato la mia presenza all’ambasciatore italiano che, dopo una prima risposta cortese, si è guardato bene dal parlarmi. In effetti, non so se Tajani abbia dato istruzioni al riguardo, ma nei miei contatti con alcune ambasciate, soprattutto con quella di Bruxelles, sono costretta a sopportare diverse discriminazioni rispetto ai miei colleghi uomini, stesso grado. Secondo la Costituzione italiana, nulla vieta a un’ex ambasciatrice, che per non creare imbarazzi si è auto-penalizzata andando in pensione anzitempo, di esprimere idee contrarie al mainstream. La barbarie purtroppo imperversa e va denunciata pubblicamente. I diplomatici hanno giurato sulla Costituzione e non sul potere politico contingente.

Dopo dieci giorni di soggiorno a Mosca, mi limito a descrivere fattori oggettivi, evidenti, direi banali che chiunque può constatare. È una città splendida, con un piano urbanistico funzionale ed estetico La pulizia delle strade, il restauro dei palazzi e dei monumenti, i servizi sono eccellenti. Che un Paese in guerra possa eccellere negli investimenti nei beni comuni moscoviti, costruendo ogni giorno una nuova linea della metropolitana, mi sembra encomiabile.

Ho tenuto una conferenza all’Università delle Relazioni internazionali e diplomatiche (Mgimo), nella quale si formano i futuri diplomatici, e oltre alla preparazione dei dottorandi e dei professori, ho potuto constatare la conoscenza delle lingue europee, l’amore per l’Europa verso la quale molti si proiettano. Come mi è stato detto scherzosamente, si tratta di un rapporto abusivo. L’Ue è nei panni del macho che picchia la moglie eternamente innamorata. Il Dipartimento universitario per le relazioni con l’Europa riceveva un tempo fondi europei. I presidenti della Commissione erano di casa. Ancora si può ammirare la foto di Romano Prodi. I docenti non riescono a comprendere il suicidio europeo, la russofobia imperante.

Ho avuto modo di parlare con diverse generazioni di imprenditori italiani, da quelli che vivono in Russia da oltre un trentennio ai più giovani, da quelli autonomi o che hanno lavorato per imprese private, a coloro che hanno costruito la loro carriera nelle holding statali. Il giudizio è stato unanime. Il Paese, anche all’interno, ha servizi ottimi e il quadro economico, malgrado le difficoltà, regge. Si tratta di una comunità di italiani preparata, professionale, patriottica, che ha fornito con la sua presenza in Russia un valore aggiunto importante all’economia italiana. La loro esperienza andrebbe compresa. I loro consigli ascoltati.

La capacità della Russia di resistere alla guerra economica iniziata con le sanzioni occidentali nel 2014 e alla guerra sul campo è dovuta alla nascita dei Brics e all’organizzazione del Sud globale intorno alla Cina. Nel 2014 il Cremlino sgomento, dopo il colpo di Stato a Kiev, annette la Crimea ed è consapevole di come il progetto di conciliare la sovranità russa con l’inserimento del Paese nella governanceeconomica internazionale sia fallito. Nel 2014 Mosca firma con Pechino un trattato da 400 miliardi di dollari per interscambio energetico e costruzione delle relative infrastrutture. La solidarietà dei Brics, che non hanno aderito alle sanzioni, ha permesso a Mosca di contraddire le previsioni di tanti stimati leader occidentali circa la fine del governo di Putin in pochi mesi. L’interscambio nel 2020 ammontava a 140 miliardi di dollari, nel 2024 a 240 miliardi e, dopo una temporanea flessione nel 2025, ha ripreso a crescere significativamente nel 2026. Se è vero che la Russia vende prodotti energetici e armi importando tecnologia, non si può parlare di dipendenza economica, ma di strategia essenziale allo sviluppo. Gli scambi avvengono in moneta locale. Gli investimenti attuali sono di 18 trilioni di rubli. Come sostiene Igor Shuvalov, presidente della società di sviluppo statale Veb.Rf, la Cina è essenziale per il raggiungimento russo della leadership tecnologica e per la costruzione di infrastrutture essenziali allo sviluppo e all’interscambio. L’avanzamento tecnologico russo si vede già nell’informatizzazione della sanità, anni luce avanti all’Italia. Il pagamento con i cellulari tramite riconoscimento facciale è dovunque, nei fornitissimi supermercati come in metropolitana. Consiglierei a Roberto Gualtieri di visitare Mosca. Imparare dal suo omologo russo potrebbe portare benefici ai romani.

Il popolo russo ha un carattere anarchico e al contempo coeso, patriottico, religioso e fatalista, romantico, irrazionale. Se non ci fossero state le sanzioni, il Paese avrebbe continuato il trend di dipendenza dall’Occidente. Oggi l’economia, malgrado il Paese sia in guerra, si diversifica. Nel settore agro-alimentare, grazie al know how italiano, nascono prodotti russi. Formaggi e salumi, per esempio: il parmigiano prodotto a Mosca è ottimo. I vini sono eccellenti. La produzione è ancora piccola, ma siamo solo agli inizi. Quindi tutto bene? No, esistono tanti problemi economici e di carattere strutturale. Il rallentamento della crescita all’1,1% del Pil, l’inflazione all’8% annuale, i tassi d’interesse alti, al 15% praticato dalla Banca centrale (ma più penalizzante è quello secondario) che gravano sul debito e frenano la domanda globale sono fattori preoccupanti. La direttrice della Banca centrale, Elvira Nabiulina, in carica dal 2013, tecnocrate stimata internazionalmente, ha saputo con un’abile politica monetaria salvare la tenuta del rublo nel quadro tragico dell’economia colpita dalle sanzioni. Oggi tuttavia comincia a esser criticata per l’austerità che penalizza la crescita e le imprese. La Russia ha solo il 18% del Pil di debito e una bilancia commerciale che continua a registrare un surplus importante, dovuto soprattutto all’esportazione di risorse energetiche. La tassazione delle società è al 25%, delle imprese autonome al 15%. Rispetto al lassismo fiscale precedente, un progresso.

Il coefficiente di Gini che misura le disuguaglianze è simile in Russia e in Italia. Dato l’aumento dei prezzi dovuto alla guerra dal 2022 a oggi (+15%), il livello delle pensioni (300 euro), degli stipendi medi (1.500 euro), le difficoltà economiche pesano sulle classi lavoratrici e sul ceto medio impoverito. C’è un’arte di arrangiarsi come a Napoli. Molti arrotondano lo stipendio con altri lavori. Le pensioni statali sono integrate da un sistema di fondi privati. La società russa è neoliberista, la ricchezza si concentra in poche mani come in Occidente. Gli oligarchi hanno una certa influenza nella gestione dell’amministrazione pubblica. Esiste tuttavia un’ambizione della politica e Putin è riuscito a impersonarla emarginando i miliardari, liberi di accrescere il potere economico, ma non di snaturare gli obiettivi della società russa. A differenza dell’Occidente, malgrado la burocrazia e la corruzione esistenti, la strategia del governo nel complesso mira al raggiungimento di finalità nell’interesse nazionale e del popolo russo. Non direi che attualmente questo accada in Europa.

Distacco

 

Meno libri, meno liberi 


di Marco Travaglio 

Si pensava che la fiera romana dei piccoli e medi editori “Più libri più liberi” avesse rinunciato a imporre il “patentino antifascista”, dopo le polemiche e le risate suscitate dal suo annuncio. Invece ce l’ha recapitato per PaperFirst con tutti i papelli burocratici da compilare per essere ammessi alla kermesse di dicembre alla Nuvola dell’Eur. E ci ha chiesto di: “aderire ai valori e ai principi espressi nella Costituzione Italiana, nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea e nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani; riconoscere e condividere i valori antifascisti alla base dell’ordinamento democratico della Costituzione Italiana; rispettare i principi di libertà di pensiero e di stampa, di tutela della dignità umana e di libertà della persona senza alcuna distinzione per ragioni di etnia, colore, sesso, lingua, religione, opinione politica o altro; rifiutare ogni forma di discriminazione e di incitamento all’odio; impegnarsi a rispettare tutte le disposizioni di legge e i regolamenti… inclusi quelli in materia di diritto d’autore, pubblica sicurezza, prevenzione incendi, igiene e sicurezza sul lavoro…”. Dall’antifascismo all’antincendio, è un attimo.

Appena finito di scompisciarci, Cinzia Monteverdi e io abbiamo deciso di non firmare. Non solo per un sacro rispetto del senso del ridicolo, ma soprattutto perché un vero democratico e antifascista (e, si capisce, antincendio) non ha bisogno di metterlo per iscritto. E non consente ad alcuno di fargli l’esame del sangue per ricevere una patente a punti, fra l’altro basata sull’autocertificazione: la sua vita e il suo lavoro parlano per lui. Siccome poi nessuna norma impone a privati cittadini, come gli editori, di essere democratici e antifascisti (e meno male, sennò chi lo è per scelta spontanea verrebbe accomunato a chi finge di esserlo per farla franca), l’obbligo di firma per presentare libri non ha senso. A meno che non miri a discriminare chi non si riconosce nella democrazia e nella Costituzione, cosa del tutto legittima per chi non ricopre né cerca cariche pubbliche. Se fossimo fascisti, firmeremmo a occhi chiusi il giuramento antifascista per poi presentarci alla Nuvola con l’opera omnia di Mussolini e Hitler. Ma, proprio perché non lo siamo, respingiamo la richiesta al mittente con queste poche righe: “La nostra Società non intende siglare la dichiarazione proprio perché riconosce e condivide i valori antifascisti alla base dell’ordinamento democratico della Costituzione e rispetta i principi di libertà di pensiero e di stampa. Era il fascismo che pretendeva dichiarazioni e giuramenti per discriminare gli antifascisti. Una democrazia che usi lo stesso trattamento a chi non vi si riconosce non è più tale: è, appunto, una nuova forma di fascismo”.

giovedì 25 giugno 2026

Gazza ladra

 

Torcida in costume adamitico in casa: appena fatta! Il primo che si lamentasse davanti a me per acqua o temperature basse, negando il cambiamento climatico, subirà lo stesso trattamento riservato da Alex ai suoi compagni sul molo in Arancia Meccanica! E ci metto pure la Gazza Ladra di Rossini come sottofondo!



Natangelo

 



Sempre sugli eroi della bananiera

 

Alemanno accolto da Vannacci sembra un eroe risorgimentale 


di Daniela Ranieri

Abbiamo letto con tanta empatia le struggenti cronache dell’uscita dal carcere di Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma di Alleanza Nazionale e ministro in due governi Berlusconi (sembra ieri che i camerati ne festeggiavano l’elezione col braccio alzato sotto al Campidoglio), che quasi ci dimenticavamo perché vi era entrato (bagatelle: finanziamento illecito e traffico di influenze, derivante, quest’ultimo, dalla riqualificazione di un episodio di corruzione nell’ambito dell’inchiesta Mondo di mezzo).

È vero: non a tutti capita la fortuna di ottenere la grazia dal presidente della Repubblica prim’ancora di entrare in carcere, come ha scritto polemicamente Alemanno su Facebook in riferimento alla ex compagna di Popolo della Libertà Nicole Minetti, la notte prima di lasciare la cella di Rebibbia, al lume di una fioca candela; ma scommettiamo che a nessuno dei 64.436 detenuti in Italia tocca il privilegio, una volta scontata la pena e dimessi dalle patrie galere, di venire prelevati dai cancelli e condotti direttamente nella sede di un partito per contribuire alla sua formazione con la disciplina e l’onore guadagnati sul campo. Una cosa risorgimentale, quasi.

Alemanno non entrerà, come sarebbe sembrato naturale, in Forza Italia (dove il carcere vale come un master all’estero, una specializzazione), né in Fratelli d’Italia, a cui pure approdò per un breve periodo, ma farà confluire la sua creatura chiamata Indipendenza! dentro Futuro Nazionale, il partito di “destra autentica” già oltre il 5% nei sondaggi guidato dal generale in pensione Roberto Vannacci, tornato appositamente da Bruxelles per dare il benvenuto al nuovo sodale.

Nei 18 mesi di reclusione, scattata perché l’ex sindaco, a cui il tribunale aveva concesso la messa in prova ai servizi sociali, aveva più volte violato le prescrizioni con assenze ingiustificate, uscite da casa fuori dall’orario consentito, documenti falsi e incontri con pregiudicati, Alemanno ha tenuto un diario carcerario in cui ha denunciato le pessime condizioni in cui sono costretti a vivere i detenuti, problema di cui non risulta si sia mai occupato prima di farne parte. Ma come, direte voi, i detenuti hanno accesso ai social? Abbiamo dimenticato il caso di Doina Mattei, condannata a 16 anni di carcere per omicidio, che nel 2015 in regime di semilibertà pubblicò su Facebook delle foto che la ritraevano in spiaggia e fu perciò costretta dal tribunale di Sorveglianza di Venezia a tornare in cella a tempo pieno, sulla base della sentenza della Cassazione per cui condividere contenuti o chattare su Facebook equivale a evadere e a comunicare con l’esterno? E a Fabrizio Corona non capitò più volte di dover rientrare in galera per l’uso non autorizzato dei social durante i domiciliari? Ah, ma allora non sapete niente: Alemanno scriveva le sue memorie su fogli di carta che poi consegnava ai suoi legali e familiari, che a loro volta li giravano allo staff incaricato della pubblicazione su Facebook. Tutto regolare.

E tutto è bene quel che finisce bene. Alemanno ha detto che non si candiderà, ed è un peccato, perché in Parlamento stanno drasticamente diminuendo le quote a righe, quelle degli ex galeotti; ma qualche voto di nostalgici vedrete che lo porta a Vannacci, e magari riuscirà a farsi ascoltare da Nordio sulla condizione dei detenuti, sua nuova battaglia (intanto potrebbe consigliare ai colleghi di non delinquere, per esperienza).

La sera della vigilia Alemanno ha scritto: “Mi sembra quasi di disertare una trincea”, e verrebbe da rassicurarlo che volendo può sempre tornarci, anche se il ministro Nordio, con l’abolizione del reato di abuso di ufficio e il depotenziamento di quello di traffico di influenze, che sono i reati in cui è ferrato Alemanno, ha reso sempre più difficili le prove che un politico deve sostenere per accedere alle patrie galere; ma se uno si impegna un modo lo trova.

Ci risiamo!

 

I rappresentanti di lista 


di Marco Travaglio


Torna a grande richiesta la frottola della vittoria ucraina sulla Russia. Guardacaso, subito dopo che Trump – chiuso l’inglorioso capitolo Iran – ha promesso di rimetter mano all’Ucraina; e alla vigilia del vertice Nato di Ankara, dove Rutte e gli altri camerieri di Zelensky vogliono spillare agli sfiniti Stati membri altri 60 miliardi di aiuti militari per Kiev, in aggiunta all’assegno da 90 appena staccato dall’Ue. Il Corriere, quattro anni dopo la celebre lista farlocca di agenti putiniani in Italia, ne ha inventata un’altra con tutte le firme del Fatto: “Quelli che ‘Kiev ha già perso la guerra’ (ma l’Ucraina ora colpisce Mosca)”. La tesi è che qualche missile e drone su Mosca (sai che novità: cadono da tre anni) basti a ribaltare le sorti della guerra. Che forse gli strateghi del Corriere non lo sanno, ma si combatte in Ucraina, non in Russia. E in Ucraina i russi continuano ad avanzare ovunque (chi dice 715, chi 1000 kmq nel primo quadrimestre 2026): in Donetsk, occupato all’85%, hanno appena preso Rai-Aleksandrivka, stanno completando la conquista della roccaforte di Kostantinovka, sono penetrati a Lyman e si avvicinano ai due ultimi grandi centri, Slovyansk e Kramatorsk. Gli ucraini, in inferiorità numerica per il flop del reclutamento e il boom di diserzioni, tentano di salvare il salvabile con sciami di droni anche sui civili nelle zone occupate e attacchi-spot in Russia. Raid dannunziani che fanno danni relativi, hanno impatto militare zero, ma producono titoloni sui media occidentali per tener viva l’illusione della vittoria, giustificare i sabotaggi di ogni negoziato e i continui salassi miliardari che condannano a morte l’economia europea e quel che resta dell’Ucraina (tranne le élite corrotte).

Il geniale autore della lista di proscrizione sul Corriere cita le nostre analisi di questi quattro anni, che hanno avuto il grave torto di avverarsi, fingendo che siano state smentite. Ecco la mia: “Col piano di pace di Trump, Zelensky può scegliere tra una sconfitta ora e una disfatta totale fra un anno”. Forse il genio non sa che parafrasavo Oleksji Arestovich, l’ex consigliere e amico di Zelensky che l’ha licenziato perché gli diceva la verità: “Possiamo scegliere di negoziare oggi perdendo 4 regioni più la Crimea, o accettare di perderne 7 o 8 fra sei mesi”. E non fu il Fatto a titolare “Perché Putin sta vincendo la guerra in Ucraina”: fu l’Economist. E non fu il Fatto a titolare “Zelensky: ‘Non abbiamo le forze per riprendere Crimea e Donbass’”: fu il Corriere (18.12.24). Ora tenetevi forte: chi scrisse l’editoriale “Un vincitore nel 2023? Putin, ahinoi”? Federico Rampini sul Corriere. Quindi delle due l’una: o è putiniano anche Rampini, o i giornalisti del Corriere non leggono il Corriere (e, sia chiaro, fanno benissimo).

mercoledì 24 giugno 2026

Gli eroi…

 … di questa nazione bananiera…






Brutta solitudine

 Fa quasi tenerezza questo nonnino ormai prossimo a luglio a festeggiare gli ottantatré! I nipoti, i pronipoti gli stanno vicino come meglio possono, ma la canizie e la solitudine lo stanno accerchiando! E alla sera a letto presto a ricordare gli anni lontani….




Avrà ragione?

 





Ellekappa

 



I fessi pro pace

 

I guerrieri di penna e di governo fanno la morale nei talk tv 


di Pino Corrias 

La cosa più insopportabile – durante i dibattiti in tv, quando si parla di armi, armi, armi e tu provi a parlare di pace – sono le facce di questi guerrieri delle guerre in corso, questi strateghi del massacro permanente, accomodati sui seggioloni dei loro privilegi, attenti solo a non macchiarsi il vestito e la punta delle penne, con gli schizzi di sangue dei popoli lontani, lontanissimi, imprigionati dalla geopolitica e dal destino. Ti guardano, gonfiano le gote, soffiano un po’ di insofferenza, ti dicono: “Ehh, le guerre! Figuriamoci. Stai ad ascoltare il papa che dice: produciamo più armi che cibo. Ah, che banalità! Ah, che beata ingenuità!”.

Le facce dei saputi, a quel punto, si allargano in un piccolo sorriso, contente come sono delle loro adulte convinzioni, dunque maturi, intelligenti, riflessivi. Tu invece idealista, sciocco, sognatore. Maneggiano le complessità, loro. Mica come te che la fai facile. Laddove le complessità non sono i morti ammazzati, il dolore, le devastazioni, ma sono i piani e i contro-piani degli stati maggiori, i soldi da investire, quelli da guadagnare, le alleanze da tutelare, i fronti da distruggere, le macerie da moltiplicare per potere, un bel giorno, ricostruire. Magari un resort sopra i 75mila cadaveri di Gaza.

A parte i generali che scannano di mestiere – e se ne vantano – i guerrieri di penna e di governo non hanno mai visto un corpo squartato dalle schegge, un campo profughi devastato dalla dissenteria, i bambini accartocciati dalla sete.

Il copione è sempre identico: il pacifista non viene confutato, viene deriso, che è esattamente la strategia di tutte le propagande al servizio dei governi, di chi li ispira, di chi li finanzia. E naturalmente dei fomentatori che neanche sanno di essere burattini immersi nell’inchiostro dei burattinai.

Li vedi e li senti discutere di missili e di droni come si discuterebbe di derivati finanziari. Parlano di “teatri operativi”, “proiezioni strategiche”, “deterrenza”, “danni collaterali”. Un lessico igienizzato. Sterilizzato.

Quando li intralci con quella parola sconveniente, “pace”, allora ecco che compare la faccia e il sopracciglio, lo sbuffo, il sorriso. Si sentono avanguardisti in marcia. Considerano il papa un fesso e Trump un dritto con gli stivali, anche se fanno finta di detestarlo perché sputazza quando parla. E in suo onore pronunciano la frase più stupida del dibattito pubblico: “Ehh… le guerre sono più complesse di come le vedi tu”.

Ma certo. I morti sono semplici. Gli affari sono complessi. I profughi sono semplici. Le commesse militari sono complesse. La fame è semplice. Le alleanze strategiche sono complesse. La distruzione è semplice. La ricostruzione, con relativi appalti, è complessa.

Adepti del danno – alcuni di loro con l’allegro birignao delle bretelle colorate – ti spiegano perché è sempre inevitabile la guerra. Sempre necessaria. Sempre penultima, fino alla prossima. Oggi siamo a quota sessanta guerre nel mondo, domani vedremo.

Guai a spiegare che le guerre nascono semplicissime dalle disuguaglianze del pianeta. Dalle rapine coloniali. Dall’imperialismo. Dall’umiliazione dei popoli. Dalla concentrazione delle ricchezze. Dalla fame trasformata in rabbia e dalla rabbia trasformata in eserciti. Dal fatto che sfruttando i poveri del mondo abbiamo avvelenato i mari e la terra e ora pretendiamo che siano i poveri del mondo a pagarne le conseguenze. Ma quando mai? Chi lo sostiene, ti dicono, è vittima del complesso di colpa dell’Occidente. Il quale fa benissimo a spendere 3mila miliardi di dollari l’anno in armamenti, altro che fame e malattie.

L’avete capito o no? Papa Leone è un bimbo. Il cardinale Zuppi un utopista. I pacifisti degli illusi. I furbi a lento rilascio sono loro: dovesse anche cascargli un palazzo in testa, ne uscirebbero allegri, soddisfatti, anche se non indenni.

America e americani

 

Colonizzati. Colesterolo America: c’è quella buona e quella cattiva 


di Alessandro Robecchi 

Cioè, quello che abbiamo capito in settimana è che l’America – ammazza i ammerigani! – è un po’ come il colesterolo, che c’è quello buono e quello cattivo. Lo scambio sui social tra il Boss e la sua fan pentita Giorgia Meloni ha messo definitivamente Trump dalla parte dei cattivi anche per la destra italiana, che chiedeva per lui il premio Nobel, o ambiva al ruolo di “pontiere” con gli Usa, o altre varie prove di attenzione. Ora è tutto un garrire di bandiere, e nazionalismo, e “lei non sa chi sono io!”, ma poi alla festa dello zio Sam, il 4 luglio, ci vanno lo stesso, perché, signora mia, l’Ammeriga è l’Ammeriga. Bene.

Mentre il cattivo continua a dar fuori di matto, Matteo Renzi è andato in pellegrinaggio dall’America dei buoni, cioè gli Obama, con Clinton, Bush, Biden e tutto il cucuzzaro. Lodevole intento, per carità, ma sembrava un po’ la reunion di un vecchio gruppo rock, con qualche fan impazzito che gioisce per il rilancio del “sogno americano”. Nel mentre, Enrico Letta, è diventato virale, come direbbe Farfallina73, per un suo tweet con la scritta “America we love” e il selfie del quartetto: Bush Jr, Clinton, Obama e Biden, sempre loro. Non so perché ma la faccenda mi ha un po’ confuso essendo la lista delle guerre attribuibili a questi quattro signori lunga come l’elenco del telefono: Iraq, Afghanistan, Bosnia, Serbia, Somalia, Libia, Siria, di nuovo Iraq, senza contare l’aiuto alle guerre degli altri (inclusi parecchi miliardi di dollari a Israele), o la fuga indecorosa dall’Afghanistan che ha mollato gli afghani regalando ai talebani un arsenale che se lo sognavano. Tutti e quattro hanno mantenuto il blocco a Cuba, contribuendo alla resa per fame dell’isola, che Trump concluderà. Diciamo che come sogno americano, ok, si intendeva un’altra cosa, forse.

Ma chiariamo: il gioco tra il meglio e il meglino, il peggio, il meno peggio non è interessante. Il problema è che rapporto vogliamo avere con gli Stati Uniti, e credo che la risposta sia in un sentimentdiffuso di conquistata antipatia collettiva. Diciamo che la famosa frase di Wim Wenders secondo cui “gli americani ci hanno colonizzato l’inconscio” era vera e verissima, ma anche che risale al 1976, è passato mezzo secolo, e molto inconscio sotto i ponti. Non viene più da lì tutto il cinema, tutta la musica, tutta la letteratura, anzi perdono un po’ terreno, e con la tecnologia ci sanno fare anche altri (coreani, cinesi). Fanno molte guerre, ma le perdono spesso, o le trascinano, o le appaltano ad altri. E qui, anche senza guardare la divisa, citerei la “povera gente” di Bertolt Brecht che se a bombardarli sia il colesterolo buono o quello cattivo non è che alla fine gliene frega tanto, sempre bombardati sono (solo le guerre post-11 settembre sono costate tra vittime dirette e indirette quasi quattro milioni di morti).

Quindi i problemi con l’America sono almeno due: uno è l’Imperatore (e sì, c’è una certa differenza tra chi propone la sanità pubblica e chi scatena le bande dell’Ice); ma l’altro è l’Impero, cioè una sfera globale di influenza in cui il confine tra alleato e suddito, tra paese amico e colonia è molto labile e scivoloso.

Comunque vada, saremo americani, conviene farsene una ragione, visto che destra e “sinistra” sedicente riformista si accapigliano per quale America tifare. Certo, quello che si chiama soft power (il nostro inconscio colonizzato) è un po’ cambiato: più che “conquistare le menti e i cuori” ci tengono per le palle, e finalmente la cosa è chiara a tutti.

Sarebbe bello!

 

La sindrome di Riad 


di Marco Travaglio 

Pensate che bella campagna elettorale per il fronte progressista se dicesse agli elettori, acquisiti e da conquistare: “Questa volta si cambia tutto. Prima di votare conoscerete il programma, il candidato premier e una rosa di nomi per la squadra di governo. Ma soprattutto saprete che terremo fuori i voltagabbana, i traditori, i ricattatori, gli scissionisti che usano i partiti come taxi per agguantare un seggio con immunità e poi si vendono al miglior offerente gabbando chi li ha votati. Nessuno di noi candiderà o accoglierà parlamentari che hanno cambiato o cambieranno partito. Per rispetto a voi e per la stabilità e coesione del nostro governo, che dovrà cambiare molte cose scontrandosi con potenti nemici esterni senza doversi guardare anche da quelli interni”. Un discorso di puro buonsenso e sicuro successo, che taglierebbe corto anche col ridicolo dibattito sul re degli scissionisti ricattatori traditori. Ce l’ha fatto venire in mente il buon Massimo Giannini iscrivendosi, dalla Gruber e su Repubblicadell’editore greco amico di Bin Salman, al club “Trova anche tu un posto a Renzi” con questa frase: “Il senatore di Rignano ha molto da farsi perdonare, ma oggi la pregiudiziale anti-renziana è insensata”. Invece è sensatissima perché non l’ha imposta Conte o Bonelli o Fratoianni: l’hanno imposta gli elettori nel referendum del 2016 e in dieci anni di elezioni rionali, comunali, provinciali, regionali, nazionali ed europee. Non sanno più come dire che non vogliono vederlo neppure in cartolina. E nessuno dovrebbe capirli meglio di chi ne ha sperimentato l’affidabilità almeno due volte.

Nel 2014-’16, sotto il governo Renzi, Giannini conduce Ballarò su Rai3, attaccato un giorno sì e l’altro pure dai pit bull renziani che ne chiedono la testa perché osa invitare pure i 5Stelle e la ottengono quando si permette di parlare del “rapporto incestuoso” fra la Boschi e Banca Etruria. Giannini accusa Renzi di “creare un clima da editto bulgaro” come “il cacciatore che scioglie la muta dei cani”. Chiuso da TeleRenzi nell’anno del referendum, Ballarò sparisce per sempre, sostituito dal programma clandestino di tal Semprini, un turbo-renziano strappato a peso d’oro a Sky. Stessa fine, sempre per lesa renzità, fanno la Berlinguer al Tg3, la Gabanelli, Giletti e Porro. Nel 2021 Giannini dirige la Stampa e Renzi gli fa causa da Dubai per un articolo intitolato “Mistero sulla missione a Dubai”. Poi in tv gli rinfaccia una causa persa contro Carrai con tanto di risarcimento danni: peccato che sia tutto falso, causa persa e risarcimento. Giannini deplora le “menzogne vergognose di Renzi” che “portano la politica al grado zero della dignità e della decenza”. Era solo cinque anni fa: calo di memoria, sindrome di Stoccolma o sindrome di Riad?

Spiace...

 



martedì 23 giugno 2026

Ma guarda!

 



Due visioni parallele

 

Basta con l'ipocrisia: denigrare i nostri colleghi è umano, troppo umano

di Massimo Recalcati


Trovo profondamente ipocrita il dibattito che si è sviluppato intorno alle frasi oggettivamente oltraggiose che Michele Mari ha pronunciato in riferimento a Michela Murgia. Queste frasi non sono state scritte o dichiarate pubblicamente ma sono state pronunciate in una conversazione tra scrittori. È quello che accade normalmente in qualunque gruppo sociale. Il giudizio tagliente e ingiustamente violento, la diagnosi selvaggia o la condanna spietata su persone che non conosciamo neppure personalmente sono una tragica prerogativa dell'essere umano. Sarebbe del tutto ipocrita non volerlo riconoscere. In qualunque ceto sociale o professionale l'esercizio della denigrazione del proprio simile è un fatto quotidiano. Alzi la mano, si potrebbe chiedere ai nostri lettori, chi di noi non si è macchiato almeno una volta di questo genere di cattiveria meschina?

Sappiamo bene che c'è addirittura chi ne ha fatto una vera e propria professione: dire male, parlare male, criticare a prescindere, condannare, diffamare, sentenziare sistematicamente. Si tratta di un'attitudine umana — indubbiamente non tra le migliori — che si infiamma particolarmente, come già riteneva Aristotele, all'interno di gruppi omogenei. Raramente ho sentito uno scrittore parlare bene dei suoi amici e colleghi. Ma vale, ovviamente, anche per gli psicoanalisti che, almeno loro, dovrebbero garantire una certa imparzialità e neutralità bonaria nei loro giudizi, e che invece si distinguono per una peculiare attitudine all'esercizio della malalingua. Ma vale ovviamente per ogni insieme umano: cantanti, avvocati, commercialisti, idraulici, panettieri, giornalisti. Nessun codice deontologico potrà mai sanare questa attitudine a parlare male dei propri simili o dei propri colleghi, all'utilizzo del giudizio sprezzante o della diagnosi selvaggia esercitato con intenzioni malevole.

Sarebbe del tutto ipocrita misconoscere questo fatto. Come sarebbe altrettanto ipocrita invocare la dignità di chi è colpito, perché anche chi viene colpito non è mai esente — tolto Gesù Cristo — dalla piaga della maliziosa attitudine al parlare male dell'altro. Soprattutto, ripeto, se questo altro fa il nostro stesso mestiere. Allora scatta qualcosa di pressoché irresistibile. Subentra non solo l'aspetto diabolicamente ludico della passione critica, ma anche una forte dose di robusta invidia. Lo sappiamo non solo perché la psicoanalisi lo ha spiegato con dovizia di particolari, ma anche per esperienza diretta: l'invidioso colpisce nell'invidiato quello che vorrebbe essere e non è. Può ricorrere volentieri anche alla diffamazione per colpire chi costituisce il proprio io ideale irraggiungibile. E tutto questo può anche accadere senza che si conosca nulla, letteralmente nulla, della vita dell'invidiato. Quello che conta è solamente la natura maligna del pregiudizio.

Sarebbe necessario un esercizio di ascesi singolare per ciascuno di noi per provare a sottrarsi alla tentazione della condanna sommaria, della demolizione critica, della veemente passione di gettare fango sull'altro. Nella vita privata questo esercizio di ascesi risulta assai più difficile perché si allentano i freni inibitori. «Scrive come un cane e pensa solo al denaro», disse impunemente uno scrittore di una certa fama di un altro scrittore mio amico in mia presenza. Sarebbe stato il caso di dichiarare pubblicamente tale misfatto? Sarebbe come pretendere di svuotare il mare avendo tra le mani un secchiello d'acqua. La tendenza al giudizio perfido nei confronti dei propri simili è inemendabile. Sono certo che nemmeno i premi Nobel per la letteratura possano dirsi del tutto esenti da questa attitudine che è la stessa che permea la vita delle famiglie, dei gruppi amicali, dei partiti, delle congregazioni religiose e di qualunque — dir si voglia — formazione umana. Basta girare le proprie spalle che il commento acido è in agguato. Con l'aggiunta che più uno si distingue dagli altri più cattura fatalmente la critica astiosa.

Da questo punto di vista, se non si vuole negare ipocritamente questa verità «umana troppo umana», la sola cosa possibile è quella di discriminare il piano privato da quello pubblico. Se il privato è una giungla, una gara tra chi colpisce il proprio nemico-amico il più duramente e malignamente possibile, il giudizio, quando invece diventa pubblico, acquista un peso specifico differente. Ma non mi pare il caso di Michele Mari. Il quale resta ai miei occhi innanzitutto un notevole scrittore. Nemmeno sarebbero state necessarie le sue scuse, visto che quello che ha fatto è quello che tutti tendiamo irresistibilmente a fare. 


Caccia allo Strega: Mari profana il murgia-culto 


di Daniela Ranieri 

Fidatevi se vi diciamo che Michele Mari è il più bravo scrittore italiano. Vi chiederete: e allora come mai è candidato allo Strega, che in tempi recenti è stato vinto da libri-semolino analgesici e perfettamente conformi al mid-cult, e rischia(va) addirittura di vincerlo? Eh, sono i misteri del bizzarro mondo letterario italiano, per cui un signore che ha scritto una trentina di libri, alcuni dei quali veri capolavori, arriva per una vita secondo o viene ignorato, per poi, a 70 anni, diventare il favorito del maggiore premio nazionale, chissà se per improvvisa agnizione di giurati e Amici della domenica o perché lo spirito santo dell’alea editoriale aleggia sulla sua casa editrice, Einaudi.

In un’intervista sul Fatto del 2013, Mari ci disse: “Non mi insospettisce di essere uno scrittore amato: lo prendo come qualcosa di inevitabile, come parte di un equivoco”. Ecco, l’equivoco si va diradando: il consorzio delle Lettere socialmente ammissibili lo ha quasi espulso dal club in cui lo aveva appena accolto, per la colpa grave di aver (forse) pronunciato una frase offensiva sulla scrittrice Michela Murgia, morta nel 2023, anche lei scrittrice Einaudi.

Mari – critico, traduttore dall’inglese, docente di Letteratura alla Statale – è uno scrittore ossessivo, paradossale, inattuale, asociale, arbitrario, estraneo a qualunque perbenismo. Il suo filtro della realtà è eminentemente letterario: divide il mondo in scrittori bravi (massimamente i nevrotici, posseduti da qualche demone), e scrittori pessimi (nella cui categoria fa rientrare anche i mediocri, che odia più dei pessimi). Appartiene alla stirpe di Gadda, Manganelli, Landolfi (ma in questo frangente ricorda Thomas Bernhard, grande scrittore austriaco, che disprezzava il suo Paese e i suoi abitanti, ma ancor più la sua classe intellettuale, e si trovò a ricevere una vagonata di premi su cui scrisse un libro esilarante). I giurati Strega, membri dell’élite editoriale e/o a loro volta scrittori (ma ci sono dentro, per dire, anche ex sindaci di Roma, notoriamente grandi letterati), promuovono e premiano spesso l’esatto opposto: l’attualità, il conformismo, la morigeratezza e le altre virtù di una sinistra al vapore inoffensiva e autoreferenziale che schiva i conflitti e vive di cliché.

Si tenga conto che in quell’intervista Mari ci disse anche: “Io la questione se Céline fosse nazista non me la pongo nemmeno, perché era un genio. Se ti dicessero che Bach era pedofilo, tu che dici? Ma chi se ne frega”. Ecco, Mari si è dimostrato peggio che nazista o pedofilo: avrebbe detto che Murgia era “intransigente perché brutta”. Cioè, chissà se per candore o per la stessa voluttà di sconfitta che abita i suoi personaggi, ha offeso il totem più potente del circuito editoriale romano, e qualcuno ha fatto la spia ai piani alti del culto murgiano. Ma davvero si sta discutendo se sia elegante dileggiare una persona morta, e se corrisponda al bon ton giudicare qualcuno dal suo aspetto fisico? Ovviamente no. Se Mari avesse espresso le stesse opinioni su qualcun altro, non se ne starebbe parlando; invece si discute se debba ritirarsi o essere espulso dallo Strega (la Fondazione, dopo aver preso le distanze da Mari, ha negato di volerlo fare), e si pensa che molti giurati puniranno Mari nel voto finale (ignorando l’abisso che c’è tra il suo libro e gli altri), perché la questione è se si possa non apprezzare Murgia per i più svariati motivi e partecipare allo Strega. A quanto pare no, se non a costo di pubblica gogna; così decreta il demente wokismo d’importazione. Complimenti: hanno annullato il principio noto in estetica come autonomia dell’opera d’arte: l’autore di un capolavoro può essere un soggetto moralmente abietto, posto che in questo caso si tratterebbe non di abiezione, ma di uno sgradevole pettegolezzo (a sua volta condannato e diffuso con un pettegolezzo, vabbè).

Capite che siamo al fanatismo religioso. A questo punto perché non imporre alle case editrici, dopo l’autocertificazione di fedeltà alla Costituzione necessaria per partecipare a Più libri più liberi (manco fossero ministri che devono giurare sulla Carta), di apporre un disclaimer a ogni libro stampato, tipo: “Questo libro è Murgia-correct”? O anche: “Nessuna memoria di scrittore amico di giurati Strega è stata maltrattata durante la lavorazione di questo libro”? Gli scrittori potrebbero impegnarsi a non offendere con pensieri, parole, opere o omissioni né Murgia né coloro che l’hanno amata, e consegnare i dispositivi elettronici per permettere agli inquirenti di fare copia forense di chat, messaggi ed e-mail private in cui possano avere espresso giudizi negativi sugli idoli del giro editoriale italiano. Evidentemente ci si dimentica che erano i totalitarismi, a richiedere tessere e giuramenti e a purgare gli artisti dissidenti (vedi Istruzioni per diventare fascisti, libro di Michela Murgia), pazienza.