sabato 8 agosto 2026

Un po' d'aria fresca!

 

Avvelenati e assuefatti da 56 guerre nel mondo 


di Pino Corrias

Ma c’è qualcuno in grado di dirci quanta merda avvelenata stanno buttando nei cieli coinvolti dalle 56 guerre in corso? E quanta nei mari e negli oceani? Quanti incendi stanno bruciando, ogni giorno, sulle macerie delle raffinerie bombardate, sulle petroliere intrappolate, sui depositi di carburante? E quanto a lungo dureranno i danni che gli esperti chiamano “Perturbazioni dall’effetto prolungato?”.

Da mesi, da anni, le cronache dei telegiornali inquadrano le colonne di fumo nero che salgono in verticale – da Kiev a Gaza, allo Yemen – non solo a riempire di morti il bottino dei generali e dei politici (che se ne vantano) ma anche a saturare il nostro cielo, il cielo di tutti, mangiarsi l’ossigeno, moltiplicare l’effetto serra che sta surriscaldando il pianeta, dove noi, moltitudine di uomini e donne in ostaggio di tutti i banditi al potere, siamo condannati a friggere?

Chi lo misura quel veleno? Chi riesce a superare l’omertà degli Stati maggiori? Chi lo contabilizza nei grafici con cui ogni mattina ci spiegano che dobbiamo abbassare il termostato, usare con cautela l’aria condizionata, spegnere le luci, cambiare automobile, consumare meno carne, fare la raccolta differenziata e respirare con moderazione? Uno studio internazionale di climatologi ha calcolato che la distruzione di 600 pozzi in Iraq, durante la prima guerra del Golfo, anni 1990-91, ha aumentato del 4 per cento le emissioni globali di CO2, sono stati sversati nel Golfo Persico 700 milioni di litri di greggio e almeno 300 chilometri di costa del Kuwait sono stati anneriti dal petrolio.

Le ultime stime disponibili, anno 2022, ci dicono che le attività militari sono responsabili tra i 5 e il 7 per cento del gas serra che ci sta soffocando. I primi 4 anni di guerra in Ucraina hanno generato 311 milioni di tonnellate di CO2, mentre a Gaza, al netto dei 75mila morti, sono finite nell’atmosfera 33 milioni di tonnellate di gas serra. In quanto alle foreste, solo negli ultimi anni nel mondo, sono bruciati 280 mila ettari a causa dei droni e dei bombardamenti. Ogni missile lascia una infezione chimica nell’aria. Ogni deposito di carburante che esplode libera nell’atmosfera tonnellate di fumi tossici. Ogni città incendiata continua a bruciare anche quando i morti sono già stati sepolti. Ci sono territori in Francia, verso il confine con il Belgio, inquinati di piombo e mercurio dai tempi della Seconda guerra mondiale. Per non parlare delle giungle in Vietnam, ancora avvelenate dal Napalm.

Gli stati maggiori se ne fregano. In nome della guerra, della repressione, dell’aggressione e della rappresaglia, incendiano petroliere, fanno esplodere raffinerie, radono al suolo foreste, porti, fabbriche, oleodotti, aeroporti, centrali elettriche e minacciano quelle nucleari. Il tutto mentre noi discutiamo – giustamente, ma anche risibilmente – se una caldaia emette qualche grammo in più di CO2, se conviene abolire le cannucce di plastica e piantare giovani alberi davanti alle scuole. Le guerre moderne non badano troppo alle trincee, quelle segnano il fronte e hanno bisogno di tempi lunghi per essere espugnate. I generali si occupano molto di più di terrorizzare (e sterminare) i civili. Bombardano il clima. Bombardano l’aria. Bombardano l’acqua. Bombardano il futuro di enormi territori. Prima nel Golfo, poi nei Balcani, sono state usate migliaia di bombe e proiettili all’uranio impoverito che hanno avvelenato la terra, ucciso soldati e civili anche a distanza di anni.

L’intero Donbass è teatro di un ecocidio per la distruzione e la contaminazione sistematica di tutto: territori, villaggi, città, campi agricoli, fiumi. Da quattro anni, ogni giorno, russi e ucraini si lanciano centinaia di droni e missili. A Gaza, Israele continua a radere al suolo quel che resta di un popolo. Nel Mar Nero affondano navi. Nel Mar Rosso esplodono petroliere. Lo Stretto di Hormuz è un ingorgo di navi intrappolate. Ogni incendio è una catastrofe fuori controllo. Ogni bombardamento una apocalisse di veleni. Il segreto militare copre tutto. Prima per consuetudine, oggi per accordi internazionali. Il primo è stato il protocollo sul clima di Kyoto, anno 1997, che ha reso possibile eludere il conteggio e la comunicazione dei danni causati da armi e guerre. Gli accordi di Parigi, anno 2015, lo hanno confermato. Motivo? Il solito: la sicurezza nazionale. Che per gli eserciti è la chiave universale per sigillare tutto, non solo il bilancio dei morti, dei feriti, degli investimenti, ma anche quello dei veleni e dei danni che generano. Il tutto ribadito nelle successive 28 conferenze sul clima, nelle quali non mancano mai i generali, seduti in prima fila a esibire medaglie per ogni distruzione.

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