E' il classico caso del bullo de-bulizzato che, comprendendo di non valere più una benamata minkia, tenta d'ingraziarsi il gruppo portando ed escogitando smargiassate per rientrarvici. A breve chissà che non proponga un saggio su Casaleggio... chissà...
Superare gli eccessi woke: la questione sociale va messa al primo posto
di Matteo Renzi
Non bisogna arretrare di un millimetro sul tema dei diritti ma dobbiamo guardare al ceto medio stritolato dal costo della vita.
Caro Direttore,
trovo stimolante il dibattito aperto dal Suo giornale sulla necessità per la sinistra di superare l'ideologia woke, partendo dalle dichiarazioni di Alexandria Ocasio Cortez.
Segnalo tre spunti di riflessione.
Il primo, più politico. Tra sei mesi si vota: battere la destra in Italia è possibile, addirittura probabile se restiamo uniti. Abbiamo una responsabilità storica: fermare il bis di Giorgia Meloni e assicurare nel 2029 l'elezione di un Presidente della Repubblica non sovranista. Disertare questa battaglia per antipatie personali sarebbe pura follia.
Si vince mettendo al centro la questione sociale, il benessere economico, la vita quotidiana, non la cultura woke: su questo la penso come Giuseppe Conte. Dopo quattro anni di governo Meloni sono aumentate le famiglie che vivono sotto la soglia di povertà ed è diminuito il potere di acquisto di lavoratori e pensionati. Ci chiedono il programma? Eccolo: dare respiro al ceto medio stritolato dal costo della vita. Tutto il resto viene dopo. Vanno tuttavia calibrati gli strumenti.
Non si abolisce la povertà per decreto con buona pace di chi lo gridava dalla terrazza di palazzo Chigi. Servono misure per contrastare la povertà educativa, le liste d'attesa, il gender gap, le disparità territoriali. Serve una scommessa sull'energia basata sulla tecnologia e non sull'ideologia. Serve un welfare più efficace alla luce dei cambiamenti demografici. Serve riprenderci il consenso del mondo produttivo dopo le politiche deliranti di Adolfo Urso. Serve abbassare le tasse in un Paese in cui Meloni ha sfondato oltre il 43% il muro della pressione fiscale. Serve bloccare la fuga di chi si forma in Italia ma poi lavora all'estero.
Meno woke e più economia, sono d'accordo. E aggiungo: meno sussidi e più sussidiarietà. Il ruolo di noi riformisti nel centrosinistra è quello di garantire lo stato sociale, non di sognare uno stato socialista.
Il secondo, più culturale. Non basta abbandonare la cultura woke perché «altrimenti si perde». Non può essere solo tattica. Occorre analizzare cosa è stata davvero quest'ideologia che ha preteso di stabilire la Verità. Il woke non è una statua abbattuta o un perbenismo di maniera: in nome di quelle idee sono state distrutte vite, prodotte discriminazioni, causati licenziamenti. Si è colpita la libertà di espressione reintroducendo forme di censura. Ne hanno fatte le spese Dante e Shakespeare da sinistra ma anche Tolstoj e Orwell da destra. Persino tra i presunti libdem è invalsa la tentazione di usare la (sacrosanta) battaglia in difesa dell'Ucraina per censurare in modo folle Dostoevskij o la cultura russa.
Superare il woke significa aprire una riflessione sull'identità culturale del nostro tempo.
Intendiamoci: noi siamo e saremo sempre dalla parte dei diritti, difensori del rispetto per la diversità, avversari di ogni forma di razzismo, omofobia e antisemitismo. Abbiamo messo la fiducia e rischiato la vita stessa del governo per far passare la legge sulle unioni civili: non potremo mai arretrare di un solo millimetro sul tema dei diritti. L'estremismo woke, tuttavia, è una cosa ben diversa. E chi di noi ha provato a dirlo in questi anni è stato spesso attaccato, circondato da un alone di sospetto, vittima di campagne d'odio sui social.
Ho lavorato con Barack Obama e so quanto una parte del mondo dem americano abbia agito con saggezza contro gli eccessi woke. Considero una svolta di grande rilievo il fatto che anche i più radical si concentrino oggi sui temi dell'affordability, come diceva ieri a Repubblica Bill De Blasio, più che sulla cancel culture.
Ma la cultura woke è ancora forte: ha informato e continua a informare gli algoritmi dei social e dell'intelligenza artificiale. E dunque, ahimè, i nostri pensieri.
Ecco perché il terzo elemento del dibattito aperto da Repubblica è quello più identitario e strategico.
Un recente studio ha preso in esame i post su Truth di Donald Trump nella campagna 2024, dimostrando che i riferimenti a valori ideali sono stati citati ossessivamente, più di qualsiasi altro argomento, dall'immigrazione alla criminalità. Come se la priorità non fosse il programma ma il riferimento valoriale. Certo, associare la parola valori al nome di Trump porta a ridere o a piangere. Ma chi lo vota — questo il risultato dello studio — lo fa per l'identità culturale che esprime, o che difende.
Qual è l'identità culturale che il centrosinistra propone? Meloni ci consegna l'idea di un'Italia arrabbiata col mondo, isolata dai partner, basata sull'amichettismo. Gli interessi della Lega determinano le assurde posizioni del governo nel risiko finanziario, l'inconsistenza di Tajani fa rimpiangere Berlusconi, l'incapacità dei ministri della cultura umilia la cultura del Belpaese. Ma noi chi siamo? Che cosa vogliamo?
Quelli del ceto medio e della sanità, sì. Ma soprattutto quelli che vogliono affermare in Italia le ragioni di un nuovo umanesimo. Dove la scuola insegni a risvegliare le emozioni e la fantasia per non crescere schiavi dell'algoritmo. Dove l'innovazione non sia un mostro da temere ma una pratica da incoraggiare per creare opportunità. Dove le idee trovino un ecosistema accogliente e non la ragnatela della burocrazia. Dove l'investimento sulla difesa (necessario!) valorizzi le nuove tecnologie e non alimenti le vecchie fobie. Dove la sicurezza sia un diritto umano, difeso a spada tratta soprattutto a sinistra. Dove l'ambiente sia protetto con il buon senso e non con gli slogan, a partire dalla risorsa che è sempre più decisiva, l'acqua.
Milioni di concittadini fanno volontariato ogni settimana: l'associazionismo, il terzo settore, l'economia sociale sono i nostri partner naturali. Renderli centrali nel programma del nuovo centrosinistra — dieci anni dopo la riforma del Terzo Settore — è una scelta pragmatica e semplice per contrastare il wokismo ideologico che ha permeato nel profondo anche l'Europa con il totem ideologico del Green Deal, divinità pagana cui abbiamo sacrificato in modo ideologico interi pezzi di economia.
Vogliamo un'Europa capace di decarbonizzare senza chiudere le proprie fabbriche per regalare pezzi di mercato a India e Cina. Vogliamo un'Europa che attiri i migliori talenti procedendo a più velocità verso un futuro da protagonista e non da spettatrice del grande scontro fra Stati Uniti e Cina. Un'Europa orgogliosa delle proprie università e delle cattedrali del passato e impegnata a costruire laboratori e startup per il futuro.
Cinquant'anni fa Francesco Guccini scriveva un capolavoro poco valorizzato che risponde al nome di Canzone di notte numero 2, strepitoso inno contro la cultura dominante e contro il perbenismo ideologico. Mi piace pensare che il dibattito sulla crisi del woke aperto da Repubblica aiuti a riaprire i cuori e riaccendere gli ardori di una sinistra che può vincere, in Italia come in America, a condizione di costruire con coraggio il futuro, senza il paraocchi dell'ideologia.
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