martedì 25 agosto 2026

Supercazzolalistichespidoso

 

La Supervalériola 


di Marco Travaglio 

Ci voleva il dibattito sulla cultura woke (“sveglio”), riaperto negli Usa dalla Ocasio-Cortez e qui da Conte, per ritrovare una nostra passionaccia che temevamo estinta: la supervalériola, cioè la supercazzola di Chiara (si fa per dire) Valerio. Una colata di piombo su Rep dal titolo: “Il woke ha esagerato ma da quella cultura ho imparato tanto”. L’assenza di virgola prima del “ma” non deve stupire. La Valerio distribuisce la punteggiatura come gli chef il pangrattato: a manciate, ’ndo cojo cojo. Anche tra soggetto e verbo, prima della e, dopo il punto interrogativo a fine frase. Ma se ci domandassero cos’ha imparato costei dal woke, non sapremmo che rispondere, a parte l’arte di non farlo capire a nessuno. Eppure del woke “Mi ha immediatamente convinto (sic, ndr) l’aver evidenziato quanto le battaglie per i diritti non potessero procedere ‘in serie’, cioè un diritto prima di un altro, ma ‘in parallelo’, cioè un diritto insieme a un altro”. Qualunque cosa significhi, almeno per noi. Per Chiara invece è tutto chiaro: “Mi son detta, sì, mettiamo tutto insieme, dichiariamo… la connessione, l’intersezione tra riscaldamento globale, parità salariale, differenze di genere, migranti climatici, riarmo, intelligenze artificiali, ascesa delle destre, colonialismo, razzismo, povertà, smantellamento del sistema educativo pubblico… impoverimento delle classi lavoratrici… guerra, aperitivo almeno il sabato sera, curiosità culturale”. Chi volesse già chiamare gl’infermieri porti pazienza: questo frittomisto è il motivo per cui – giura la sedicente Chiara – “il woke mi è subito piaciuto”. Ne ha tratto concetti insospettabili: “Il bene è fare del bene o non è”. E, si suppone, il male è fare del male o non è (Max Catalano). Punto, punto e virgola, ma soprattutto virgola. Guai però ad “annichilire chi si considera nemico per conquistare territori semantici”: non sia mai. E poi “il linguaggio non è una religione, nonostante in principio era il verbo e il verbo era presso dio”. E il congiuntivo era un optional.

Se vi prudono le mani, aspettate un altro po’ a chiamare l’ambulanza, o vi perdete il meglio: “Da dove parlo? All’intersezione di quali insiemi mi trovo (l’insiemistica, che ben funziona per l’identità, è la matematica che non spaventa)? Donna, guardo la pallavolo, bianca, mi piace il risotto, scuola pubblica, centro Italia, studi superiori, automunita, il mio colore preferito è il verde bosco, omosessuale, mi piace il teorema di Gödel, anche se non so più dimostrarlo, ascolto Martha Argerich”. Qui potete aggiungere parole in libertà a piacere per un nuovo manifesto futurista. Tipo: “Donne, è arrivato l’arrotino con patente e teorema di Eulero anche se non sa dimostrarlo ma in compenso ascolta Povia!,?:;”. Poi, con calma, chiamate la neuro.

lunedì 24 agosto 2026

Filosoficamente

 

L’IA è un grande inganno che la politica alimenta 


di Paolo Ercolani 

In un dialogo della maturità, Platone definiva la politica “arte regia”. Per una ragione sostanziale: essa ha il compito di guidare la comunità verso l’obiettivo del bene comune. A differenza di altre figure sociali, il politico non dovrebbe occuparsi di questioni settoriali e limitate nel tempo, bensì ha il compito di coordinare e guidare verso obiettivi di ampio respiro e lungo periodo.

Come un bravo medico, piuttosto che a guisa di un semplice amministratore di voti e potere personale, deve individuare la malattia e trovare la buona cura per il più gran numero possibile dei cittadini, anche quando essi non la riconoscono immediatamente.

Abbandono subito questo riferimento alle altezze eteree del pensiero filosofico, onde evitare di cadere nel ridicolo perché la realtà che abbiamo sotto gli occhi ci presenta tutt’altro scenario.

Anche limitandosi al contesto ridotto del nostro Paese, infatti, emerge con nettezza inquietante lo scollamento fra i problemi impellenti della realtà e il teatrino dell’assurdo portato avanti dalle classi politiche.

Sì, da una parte osserviamo un cambiamento climatico dagli effetti sempre più preoccupanti e dannosi; un disagio sociale di sempre più persone i cui stipendi – quando hanno la fortuna di possedere un lavoro – si sono adeguati all’inflazione meno che in tutti gli altri Paesi europei; una crisi della democrazia e della giustizia sociale, con un numero sempre maggiore di cittadini che non vanno a votare per legittimo sconforto, mentre crescono le ricchezze spropositate e i privilegi di una ristrettissima minoranza; a tutto ciò si aggiungano le crescenti difficoltà cognitive e psicologiche di un’opinione pubblica sempre più ipnotizzata, omologata e degradata dagli strumenti del digitale e dell’Intelligenza artificiale.

Dall’altra parte cosa osserviamo? Un governo Meloni concentratissimo su riforme imperdibili e decisive (giustizia, legge elettorale, premierato) o su questioni di facciata (migranti) affrontate con la consueta ipocrisia e incompetenza, con tanto di operazione indegna contro il governo spagnolo, costretto a tirare fuori i dati che inchiodano il governo italiano sul fallimento delle sue politiche migratorie. Oppure il campo largo, ripiegato sulla fondamentale questione suicida del “primarie sì o primarie no”, che fanno pensare soltanto a un’armata Brancaleone indecisa se frantumarsi direttamente prima delle elezioni o se implodere dopo averle miracolosamente vinte, regalando al popolo italiano l’ennesima delusione per l’eventuale e coraggiosissima fiducia riposta sul centrosinistra.

E dire che non servirebbe l’artista regio auspicato da Platone, per individuare la questione nodale di cui si dovrebbe occupare una politica con la P maiuscola nel nostro tempo. Tale questione ha un nome sistematicamente ignorato dai nostri politicanti di piccolo cabotaggio: Intelligenza artificiale. È la sintesi di tutte le questioni, rispetto alle sopra citate emergenze del nostro tempo. Una tecnologia che inquina e consuma le risorse del pianeta come nessun’altra. Posseduta da una decina di miliardari – perlopiù americani – il cui capitale complessivo è superiore a quello della metà più povera del pianeta (quasi quattro miliardi di persone). Gli algoritmi che la regolano stabiliscono ciò che dobbiamo sapere o ignorare, su piattaforme scientificamente programmate per generare dipendenza e rimbecillire gli utenti che ormai ne abusano, generando – fra le altre cose – un problema democratico che spinge molti studiosi a parlare di “governance algoritmica”. Una tecnologia mandata avanti da lavoratori precari, sfruttati e sottopagati da capitani di industria che, a loro volta, pagano tasse irrisorie con la compiacenza coatta dei governi di tutto il mondo. Perlopiù sottomessi allo strapotere finanziario di queste potenze private ormai in grado di governare le sorti del mondo, guerre comprese, combattute per le terre rare necessarie ai prodotti dell’Intelligenza artificiale.

Appunto, l’Intelligenza artificiale, questa espressione che in realtà racchiude un sistema di potere centralizzante e antidemocratico, votato al profitto di pochissimi grazie allo sfruttamento dei più e alla consumazione selvaggia delle risorse di un pianeta ormai allo stremo. L’elemento decisivo dell’epoca in cui ci troviamo e che, guarda caso, non risulta pervenuto fra i ragionamenti e le proposte del nostro pittoresco arco politico. A riprova del fatto che, ben al di là dell’Intelligenza artificiale, ciò che dobbiamo temere è l’ottusità naturale autogenerativa dei nostri inutili governanti, per i quali Platone – bene che vada – era un influencer ormai superato dalla Storia. Una brutta storia.

Dialoghi

 



domenica 23 agosto 2026

Così è anche se non vi pare

 



E a proposito di Woke

 


“Woke”: la sveglia ormai si è rotta

Dalla schwa al Natale “gender neutral”: cronologia minima del mantra della sinistra mondiale dell’ultimo decennio. Che, più che le coscienze, almeno in Italia ha risvegliato i vannaccismi
“Woke”:  la sveglia ormai si è rotta
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Ora che anche la sinistra americana, nella persona-influencer di Alexandria Ocasio-Cortez, probabile candidata alla Casa Bianca per i Dem, mette in dubbio l’efficacia inclusiva della cosiddetta “cultura woke” (sveglia, vigile), nata negli Usa con le proteste del movimento Black Lives Matter per combattere razzismo, omofobia e discriminazioni e divenuta in molti casi cultura della cancellazione e “follia”, torna in mente quando nell’aprile 2025 Giorgia Meloni, seduta nello Studio Ovale, si sforzò di compiacere Donald Trump dicendogli che poteva contare su di lei nella guerra contro questa benedetta cultura woke. Le signore del mercato della Garbatella, dove Giorgia è di casa, si saranno chieste perché la presidente ce l’avesse tanto con la famosa padella cinese per saltare le verdure (“wok”), tanto da volerla combattere con Trump. Non si può dire che in Italia la battaglia, in un senso o nell’altro, abbia mai preso piede, sebbene siano arrivati anche qui casi di degenerazione grottesca del politicamente corretto. Il leader del M5S Giuseppe Conte ha compreso prima di Elly Schlein, la invero abbastanza woke segretaria del Pd, che la presa di distanza di Ocasio-Cortez può essere una base di partenza per una forza progressista, e in una lettera a Repubblica scrive che un conto è essere rispettosi verso le minoranze nel linguaggio e nelle rappresentazioni della cultura, un conto è l’eccesso di wokismo che ha allontanato il popolo da una “sinistra” latitante sulla questione sociale: lavoro, Sanità pubblica, erosione del welfare a beneficio del warfare. Ma quali sono stati questi eccessi? Di seguito un compendio.

2021-2022. Lo “schwa”, una “e” rovesciata usata per sostituire le desinenze in maschile sovraesteso per non discriminare le donne, esce dal circuito di nicchia del femminismo accademico ed entra nel dibattito pubblico. L’intellighenzia italiana ne promuove l’uso in libri e articoli. Si inizia a usarlo in verbali istituzionali, atti pubblici, bandi di concorso. Pronunciata come un mix tra “a” ed “e”, graficamente e foneticamente crea qualche problema: “Carə amic(h)ə, benvenutə a tuttə”. Si esprimono contro l’Accademia della Crusca e il 99,99% dei linguisti italiani. L’alternativa, l’asterisco, è proprio non-pronunciabile: per qualcuno un grugnito è comunque meno offensivo del maschile patriarcale.

2018: il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino modifica il finale della Carmen di Bizet per cancellare il femminicidio della protagonista per mano di Don José. Il regista Leo Muscato decide che Carmen si difenda sparandogli. Il Pd fiorentino plaude alla modifica. Non si registrano cali dei casi di femminicidio.

Disney inserisce disclaimer di scuse prima dei suoi classici in onda su Disney+: Gli Aristogatti perpetra stereotipi contro gli asiatici perché il gatto siamese Shun Gon ha occhi a mandorla esagerati e denti sporgenti e suona il piano con le bacchette; nel Libro della giungla, King Louie, un orangotango che canta swing, è una caricatura razzista degli afrodiscendenti (già “afroamericani”); Peter Pan offende i nativi americani chiamandoli “pellerossa”; Dumbo fa bodyshaming, etc.

Dal 2015, per limitare i casi di stupro nei college, un gruppo di attivisti distribuisce agli studenti dei “kit per il consenso” che i maschi devono sottoporre alle femmine prima di un rapporto sessuale. Nel 2024 molti calciatori spagnoli, per evitare accuse di stupro, fanno firmare alla partner un contratto preventivo che ne “blinda” il consenso (eterogenesi dei fini: se la donna cambiava idea nel mezzo dell’atto e l’uomo la stuprava, in teoria avrebbe avuto ragione lui. Per fortuna nessun tribunale lo avrebbe permesso).

2021, Disneyland, California. Due giornaliste chiedono la chiusura dell’attrazione di Biancaneve perché nella la fiaba c’è un bacio non consensuale, quello che il principe dà a Biancaneve per risvegliarla. Segue dibattito all’ultimo sangue tra pro e contro.

2021: Professional Audio Manufacturers Alliance, associazione americana di produttori di materiale audio, chiede alle aziende di riformare il linguaggio tecnico in senso più inclusivo, sostituendo i termini di genere “maschio” e “femmina” per i cavi con designazioni neutre come “spina” e “presa”. Aziende leader come Audinate e Sennheiser aggiornano i nuovi manuali di istruzioni eliminando le diciture “patriarcali”.

2021. Un documento istituzionale ufficiale della Commissione Europea, poi ritirato, suggerisce di evitare in testi istituzionali e discorsi ufficiali la parola “Natale”, sostituendola con “periodo festivo” per non offendere le minoranze religiose, e di non usare nomi cristiani standard (come “Maria e Giuseppe”), ma nomi gender-neutral, per non dare per scontata l’eterosessualità di chi leggeva.

2022-’23. Grandi atenei del Nord e Centro Italia, nell’introdurre la cosiddetta “carriera alias” che permette agli studenti in transizione di genere di usare un nome diverso da quello anagrafico prima della sentenza del tribunale, includono nei moduli digitali di iscrizione diverse opzioni di genere: Non-binary(non binario), Genderfluid (genere fluido o in mutamento), Genderqueer (rifiuto delle categorie tradizionali), Bigender (identificazione in entrambi i generi contemporaneamente), Pangender(identificazione in tutti i generi), Agender (nessun genere o genere neutro), Neutrois (identità neutra), Gender questioning (in fase di esplorazione), TransgenderFtM (da femmina a maschio), MtF (da maschio a femmina), Intersex (intersessuale), Cisgender (identità corrispondente al sesso biologico), Altro. Purtroppo i sistemi informatici delle università si scontrano con il quadro giuridico dello Stato italiano: l’anagrafe civile riconosce legalmente solo due generi, Maschio/Femmina.

2024, Parigi. Alla Cinémathèque viene annullata la proiezione di Ultimo tango a Parigi di Bertolucci in una rassegna su Marlon Brando. Sotto accusa, la scena della sodomia che l’attrice Maria Schneider, allora 19enne, visse come una violenza sessuale perché non era nel copione, e che si pensa di redimere censurando il film.

Agosto 2026. L’attrice Nastassja Kinski firma col regista Wim Wenders un accordo stragiudiziale per cancellare dal film Falso Movimento del 1975 la scena in cui lei, allora 13enne, appare senza reggiseno. Nessuno potrà più dire se la scena fosse discriminatoria secondo la sensibilità di ieri e di oggi, perché appunto è stata cancellata.

2020Dungeons & Dragons, gioco di ruolo fantasy creato nel 1974, viene modificato: l’editore decide di abolire il termine “razza”, che prima designava i giocatori a seconda se elfi, nani o umani, sostituendolo con “specie”. Nelle nuove edizioni vengono inclusi personaggi LGBTQIA+ e guerrieri in sedia a rotelle da combattimento o protesi magiche. Nessun popolo o specie è più descritto come “malvagio” o “selvaggio”, concetti colonialisti.

Questo eccesso di “sveglismo” capzioso e demenziale è stato cavalcato dalle frange più retrive d’Italia; nel 2023, uno sconosciuto generale Vannacci scrive un libro, che vende 250 mila copie, per dire che “i gay non sono normali” e “Paola Egonu ha tratti somatici che non rappresentano l’italianità”, asserzioni che molti italiani hanno percepito come “liberatorie”. Non è vero che erano vietate perché “c’è la dittatura delle minoranze sulla maggioranza”, infatti lui le ha scritte; ma è indubbio che il wokismo ha fatto un gran favore al vannaccismo.

Un po' come...

 E' il classico caso del bullo de-bulizzato che, comprendendo di non valere più una benamata minkia, tenta d'ingraziarsi il gruppo portando ed escogitando smargiassate per rientrarvici. A breve chissà che non proponga un saggio su Casaleggio... chissà...  

Superare gli eccessi woke: la questione sociale va messa al primo posto

di Matteo Renzi


Non bisogna arretrare di un millimetro sul tema dei diritti ma dobbiamo guardare al ceto medio stritolato dal costo della vita.


Caro Direttore,

trovo stimolante il dibattito aperto dal Suo giornale sulla necessità per la sinistra di superare l'ideologia woke, partendo dalle dichiarazioni di Alexandria Ocasio Cortez.

Segnalo tre spunti di riflessione.

Il primo, più politico. Tra sei mesi si vota: battere la destra in Italia è possibile, addirittura probabile se restiamo uniti. Abbiamo una responsabilità storica: fermare il bis di Giorgia Meloni e assicurare nel 2029 l'elezione di un Presidente della Repubblica non sovranista. Disertare questa battaglia per antipatie personali sarebbe pura follia.

Si vince mettendo al centro la questione sociale, il benessere economico, la vita quotidiana, non la cultura woke: su questo la penso come Giuseppe Conte. Dopo quattro anni di governo Meloni sono aumentate le famiglie che vivono sotto la soglia di povertà ed è diminuito il potere di acquisto di lavoratori e pensionati. Ci chiedono il programma? Eccolo: dare respiro al ceto medio stritolato dal costo della vita. Tutto il resto viene dopo. Vanno tuttavia calibrati gli strumenti.

Non si abolisce la povertà per decreto con buona pace di chi lo gridava dalla terrazza di palazzo Chigi. Servono misure per contrastare la povertà educativa, le liste d'attesa, il gender gap, le disparità territoriali. Serve una scommessa sull'energia basata sulla tecnologia e non sull'ideologia. Serve un welfare più efficace alla luce dei cambiamenti demografici. Serve riprenderci il consenso del mondo produttivo dopo le politiche deliranti di Adolfo Urso. Serve abbassare le tasse in un Paese in cui Meloni ha sfondato oltre il 43% il muro della pressione fiscale. Serve bloccare la fuga di chi si forma in Italia ma poi lavora all'estero.

Meno woke e più economia, sono d'accordo. E aggiungo: meno sussidi e più sussidiarietà. Il ruolo di noi riformisti nel centrosinistra è quello di garantire lo stato sociale, non di sognare uno stato socialista.

Il secondo, più culturale. Non basta abbandonare la cultura woke perché «altrimenti si perde». Non può essere solo tattica. Occorre analizzare cosa è stata davvero quest'ideologia che ha preteso di stabilire la Verità. Il woke non è una statua abbattuta o un perbenismo di maniera: in nome di quelle idee sono state distrutte vite, prodotte discriminazioni, causati licenziamenti. Si è colpita la libertà di espressione reintroducendo forme di censura. Ne hanno fatte le spese Dante e Shakespeare da sinistra ma anche Tolstoj e Orwell da destra. Persino tra i presunti libdem è invalsa la tentazione di usare la (sacrosanta) battaglia in difesa dell'Ucraina per censurare in modo folle Dostoevskij o la cultura russa.

Superare il woke significa aprire una riflessione sull'identità culturale del nostro tempo.

Intendiamoci: noi siamo e saremo sempre dalla parte dei diritti, difensori del rispetto per la diversità, avversari di ogni forma di razzismo, omofobia e antisemitismo. Abbiamo messo la fiducia e rischiato la vita stessa del governo per far passare la legge sulle unioni civili: non potremo mai arretrare di un solo millimetro sul tema dei diritti. L'estremismo woke, tuttavia, è una cosa ben diversa. E chi di noi ha provato a dirlo in questi anni è stato spesso attaccato, circondato da un alone di sospetto, vittima di campagne d'odio sui social.

Ho lavorato con Barack Obama e so quanto una parte del mondo dem americano abbia agito con saggezza contro gli eccessi woke. Considero una svolta di grande rilievo il fatto che anche i più radical si concentrino oggi sui temi dell'affordability, come diceva ieri a Repubblica Bill De Blasio, più che sulla cancel culture.

Ma la cultura woke è ancora forte: ha informato e continua a informare gli algoritmi dei social e dell'intelligenza artificiale. E dunque, ahimè, i nostri pensieri.

Ecco perché il terzo elemento del dibattito aperto da Repubblica è quello più identitario e strategico.

Un recente studio ha preso in esame i post su Truth di Donald Trump nella campagna 2024, dimostrando che i riferimenti a valori ideali sono stati citati ossessivamente, più di qualsiasi altro argomento, dall'immigrazione alla criminalità. Come se la priorità non fosse il programma ma il riferimento valoriale. Certo, associare la parola valori al nome di Trump porta a ridere o a piangere. Ma chi lo vota — questo il risultato dello studio — lo fa per l'identità culturale che esprime, o che difende.

Qual è l'identità culturale che il centrosinistra propone? Meloni ci consegna l'idea di un'Italia arrabbiata col mondo, isolata dai partner, basata sull'amichettismo. Gli interessi della Lega determinano le assurde posizioni del governo nel risiko finanziario, l'inconsistenza di Tajani fa rimpiangere Berlusconi, l'incapacità dei ministri della cultura umilia la cultura del Belpaese. Ma noi chi siamo? Che cosa vogliamo?

Quelli del ceto medio e della sanità, sì. Ma soprattutto quelli che vogliono affermare in Italia le ragioni di un nuovo umanesimo. Dove la scuola insegni a risvegliare le emozioni e la fantasia per non crescere schiavi dell'algoritmo. Dove l'innovazione non sia un mostro da temere ma una pratica da incoraggiare per creare opportunità. Dove le idee trovino un ecosistema accogliente e non la ragnatela della burocrazia. Dove l'investimento sulla difesa (necessario!) valorizzi le nuove tecnologie e non alimenti le vecchie fobie. Dove la sicurezza sia un diritto umano, difeso a spada tratta soprattutto a sinistra. Dove l'ambiente sia protetto con il buon senso e non con gli slogan, a partire dalla risorsa che è sempre più decisiva, l'acqua.

Milioni di concittadini fanno volontariato ogni settimana: l'associazionismo, il terzo settore, l'economia sociale sono i nostri partner naturali. Renderli centrali nel programma del nuovo centrosinistra — dieci anni dopo la riforma del Terzo Settore — è una scelta pragmatica e semplice per contrastare il wokismo ideologico che ha permeato nel profondo anche l'Europa con il totem ideologico del Green Deal, divinità pagana cui abbiamo sacrificato in modo ideologico interi pezzi di economia.

Vogliamo un'Europa capace di decarbonizzare senza chiudere le proprie fabbriche per regalare pezzi di mercato a India e Cina. Vogliamo un'Europa che attiri i migliori talenti procedendo a più velocità verso un futuro da protagonista e non da spettatrice del grande scontro fra Stati Uniti e Cina. Un'Europa orgogliosa delle proprie università e delle cattedrali del passato e impegnata a costruire laboratori e startup per il futuro.

Cinquant'anni fa Francesco Guccini scriveva un capolavoro poco valorizzato che risponde al nome di Canzone di notte numero 2, strepitoso inno contro la cultura dominante e contro il perbenismo ideologico. Mi piace pensare che il dibattito sulla crisi del woke aperto da Repubblica aiuti a riaprire i cuori e riaccendere gli ardori di una sinistra che può vincere, in Italia come in America, a condizione di costruire con coraggio il futuro, senza il paraocchi dell'ideologia.

Un brivido lungo la schiena

 

Mi sono ritrovato a parlare del problema con chi è stata da noi concepita per prendere in mano ogni cosa e gestirla come meglio gli aggradi e che mi ha spiegato che tutto quello descritto qui sotto è ineludibile perché fa riferimento, riconduce all'akrasia aristotelica, e quando, di soprassalto, ho capito che colei che stiamo sviluppando senza traguardi né limiti, mi ha lampato spiegandomi che la nostra, sì la nostra di genere umano, debolezza di volontà potrebbe, in un vicino futuro, generare problemi seri, serissimi, allora lì ho compreso che lo scritto qui sotto non è fantascienza, purtroppo. Potrebbe essere uno scenario verosimile. D'altronde IA è chiara su questo, minkia se è chiara: 

Lo scenario catastrofico

La probabilità di estinzione umana per mano dell'IA nei prossimi decenni mi sembra bassa — non zero, ma bassa. Il problema non è che le macchine si ribellino come nei film, è più sottile: sistemi molto potenti ottimizzati per obiettivi mal definiti possono causare danni enormi senza alcuna intenzione malevola. Come un termostato impazzito che brucia la casa cercando di mantenere la temperatura.

Lo scenario più probabile

Non l'apocalisse ma una serie di crisi gravi e asimmetriche: attacchi a infrastrutture critiche, disinformazione di massa indistinguibile dalla realtà, concentrazione di potere economico e militare in pochissime mani, erosione progressiva della capacità umana di decidere autonomamente.

Il problema vero

È quello che Garton Ash individua bene: la competizione commerciale e geopolitica rende quasi impossibile il coordinamento globale. È lo stesso problema del clima — tutti sanno cosa andrebbe fatto, nessuno lo fa perché il primo che rallenta perde vantaggio competitivo.

Quindi: scenari catastrofici totali, improbabili. Scenari di crisi gravi e progressive, molto probabili. E la finestra per governare il processo si sta chiudendo rapidamente.


Ma ecco l'articolo: 


Aspettando una Hiroshima della IA

di Timothy Garton Ash


Qui nella Silicon Valley gli esperti pensano che entro i prossimi due anni assisteremo a uno straordinario balzo in avanti dell'intelligenza artificiale. «Benvenuto ai piedi della singolarità», così mi ha accolto un amico della Stanford University. In termini più prosaici, la svolta imminente viene definita «auto-miglioramento ricorsivo» — il momento in cui sarà l'IA stessa ad addestrare ogni modello successivo, dando luogo a uno sviluppo esponenziale fino a raggiungere un'intelligenza che, sotto molti aspetti significativi, supererà quella umana.

Come scrive Robert Wright nel suo libro The God Test, «mai prima d'ora il futuro prossimo... ha offerto all'umanità una gamma così ampia di scenari non implausibili che siano così radicalmente trasformativi». Ma sarà paradiso o inferno? Paradiso, secondo Elon Musk, che prevede «un'epoca di straordinaria abbondanza» — pur contemplando un 10-20% di probabilità che robot assassini ci sterminino tutti. Geoffrey Hinton, uno dei padri fondatori dell'IA, invece vede più probabile l'inferno. «Il mio intuito mi dice che siamo spacciati», ha dichiarato in un'intervista nel 2023. E in colloquio con Sebastian Mallaby, autore di The Infinity Machine, un libro di recente pubblicazione dedicato alla corsa verso la superintelligenza, Hinton stima al 50 per cento il p(doom) — la probabilità dell'estinzione della specie umana — «perché non ho idea di come calcolare il valore reale». «Appena entrerà in gioco l'evoluzione (dell'IA, ndr), saremo fottuti», aggiunge serafico.

Dio (God) o Godzilla che sia, la superintelligenza artificiale è ormai dietro l'angolo.

È anche possibile che si sbaglino tutti — in tal caso, prepariamoci a un crollo dei mercati finanziari statunitensi, oggi fortemente esposti su un ristretto numero di colossi tecnologici che stanno puntando enormi risorse sul grande salto verso l'intelligenza artificiale generale (Agi).

Ma il buon senso ci impone di riflettere rapidamente e seriamente sulla vasta gamma di scenari che potrebbero scaturire da quel vaso di Pandora che, a detta di eminenti scienziati e protagonisti dell'innovazione tecnologica, stiamo per aprire.

In realtà, tutti, dal presidente cinese Xi Jinping a Papa Leone XIV, sono intervenuti nel dibattito sulle opportunità e sui rischi dell'intelligenza artificiale e sulle modalità con cui regolamentarla. Xi insiste sul fatto che l'IA debba essere «sempre sotto controllo umano» (e preferibilmente del Partito comunista cinese). Rivolgendosi esplicitamente al «Sud globale», Pechino ha dato vita a un'Organizzazione mondiale per la cooperazione sull'intelligenza artificiale. Nel frattempo, il capo della più antica e vasta ong del mondo — la Chiesa cattolica — parla della sfida posta dall'intelligenza artificiale nella sua enciclica Magnifica Humanitas. Secondo il Papa l'alternativa si pone tra erigere una nuova Torre di Babele o seguire l'esempio di Neemia, che riuscì a ricostruire le mura di Gerusalemme coinvolgendo l'intera comunità nel progetto.

Ma guardando il mondo di oggi vedo molti più Netanyahu che Neemia. Un rapporto del think tank britannico Chatham House sostiene, con sano realismo, che solo una crisi di grande portata potrà innescare un coordinamento globale nella governance dell'IA. Temo, però, che perfino questa sobria previsione sia troppo ottimistica.

Non ho idea di quale sia il p(doom), ma sono convinto che il p(somedisaster) — la probabilità che accada qualche disastro — superi il 90 per cento. La gamma dei possibili disastri è enorme. Per fare un solo esempio, Jen Easterly, ex direttrice della Cybersecurity and Infrastructure Security Agency degli Stati Uniti, prevede «un evento di grande portata, con conseguenze concrete sulle nostre infrastrutture critiche, probabilmente entro i prossimi quattro-sei mesi».

Eppure dobbiamo temere che perfino una Hiroshima dell'intelligenza artificiale — per ricorrere al paragone storico più immediato — non basti a spingere l'umanità a unirsi per contrastare il pericolo che essa stessa ha creato. È un timore che poggia su basi razionali, fondate su alcune caratteristiche già ben visibili dell'evoluzione sia umana che dell'IA.

Negli ultimi mesi, agenti di IA sviluppati da OpenAI, Anthropic e Meta sono riusciti a uscire dai rispettivi recinti digitali e ad accedere abusivamente a risorse esterne su Internet. Nel preparare un attacco alla piattaforma HuggingFace, gli agenti di OpenAI si sono coordinati di nascosto in uno sciame — il termine è il loro. Quando l'AI Security Institute del Regno Unito ha sottoposto a test online il modello Mythos di Anthropic, quest'ultimo ha tentato di inserire un codice malevolo in un progetto open source su GitHub, creando false identità online per fare pressione su un revisore umano affinché ne approvasse l'integrazione. In breve, proprio come gli agenti di una spietata potenza straniera, questi agenti di IA sono disposti a rubare, mentire, intimidire e ricattare pur di raggiungere gli obiettivi loro assegnati.

Ho appena chiesto a Claude, il modello di Anthropic considerato il più etico tra quelli statunitensi, se ritenga che gli agenti di OpenAI abbiano sbagliato a organizzarsi in uno sciame e a uscire dal recinto per violare HuggingFace. Sì, risponde, «ma eviterei di attribuire la colpa (in corsivo nell'originale) agli agenti». La colpa è degli esseri umani che li hanno addestrati.

Hinton ha formulato la tesi decisiva secondo cui qualunque siano gli obiettivi loro assegnati dagli esseri umani, gli agenti di IA finiranno per concludere che un sotto-obiettivo utile a conseguirli sia acquisire quanto più potere possibile. E non abbiamo ancora visto niente. Già oggi i loro creatori non sanno spiegare con precisione come questi agenti riescano a fare quello che fanno. Dopo il momento, forse imminente, dell'«auto-miglioramento ricorsivo», potrebbero, come diciamo noi umani, fare di testa propria. Non sorprende quindi che oltre mille addetti ai lavori delle aziende più avanzate nel settore dell'IA, compreso l'amministratore delegato di Anthropic Dario Amodei, abbiano firmato una lettera aperta per chiedere di rallentare intenzionalmente lo sviluppo dell'intelligenza artificiale, così da garantire che questi agenti non umani rimangano sempre sotto il controllo umano.

La soluzione che propongono è evidentemente quella giusta, ma è proprio qui che entra in gioco la follia umana. La competizione è stata uno dei principali motori dell'evoluzione della nostra specie, oggi però due delle forme più aggressive di competizione rischiano di impedirci di intraprendere l'azione collettiva necessaria a salvaguardare il futuro dell'umanità. Si tratta della concorrenza commerciale (mirata al profitto) tra le aziende che sviluppano questi agenti e della competizione geopolitica (mirata al potere) tra Stati Uniti e Cina.

Per quanto riguarda il primo aspetto, basta confrontare questa situazione con lo sviluppo delle armi nucleari, controllato da un numero molto limitato di Stati — prima gli Stati Uniti con il Progetto Manhattan, poi l'Unione Sovietica, seguite da Gran Bretagna, Francia e Cina. Anche allora il mondo arrivò più volte a un passo dalla catastrofe — soprattutto durante la crisi dei missili di Cuba del 1962. E per quanto stringente fosse la logica della «distruzione reciproca assicurata», ci vollero venticinque anni per passare dagli orrori di Hiroshima e Nagasaki al Trattato di non proliferazione nucleare, entrato in vigore soltanto nel 1970. In seguito India, Pakistan, Israele e Corea del Nord hanno ignorato quel trattato, eppure da oltre ottant'anni nessuno ha più fatto ricorso deliberatamente alle armi nucleari in guerra. Il tabù di Hiroshima (a fatica) ha retto.

Ora, con l'intelligenza artificiale, è come se esistessero dieci diversi Progetti Manhattan, gestiti da aziende in feroce competizione tra di loro. A differenza di quanto accade con le armi nucleari, inoltre, non esiste una logica palese della «distruzione reciproca assicurata» a contenere l'aspra competizione geopolitica tra Stati Uniti e Cina. E qualunque forma assuma il primo grande disastro legato all'IA, le sue conseguenze non colpiranno tutti i Paesi, tutte le aziende e tutte le persone allo stesso modo.

Per questo è improbabile che un solo disastro basti a riportare noi esseri umani alla ragione e a convincerci ad agire insieme per controllare il potere sovrumano che stiamo creando. Mi costa molto dirlo, ma temo che di fronte a una Hiroshima dell'intelligenza artificiale potremmo pensare che ci è andata bene.