giovedì 12 luglio 2018

Daje!


giovedì 12/07/2018
I ministri Salvini

di Marco Travaglio

La notizia che Matteo Salvini ha spiccato un mandato di cattura, a carico dei migranti ammutinati sul rimorchiatore Vos Thalassa prima di essere trasbordati su una nave della Guardia costiera italiana non può che riempire di entusiasmo chi riteneva sprecato il Cazzaro Verde negli angusti panni di segretario della Lega, vicepresidente del Consiglio, ministro degli Interni, nonché aspirante ministro delle Infrastrutture e Trasporti ma soprattutto Porti, degli Esteri, della Difesa, della Giustizia, dell’Economia, del Lavoro, ma anche twittatore folle, protagonista compulsivo di dirette Facebook e storie Instagram. Ieri, mentre la nave Diciotti della nostra Marina si avvicinava al porto di Trapani, come disposto dal ministro competente Danilo Toninelli, per la semplice ragione che trattasi d’imbarcazione italiana, il ministro incompetente ha dichiarato, con la consueta sobrietà e prudenza: “Prima di concedere qualsiasi autorizzazione attendo di sapere nomi, cognomi e nazionalità dei violenti dirottatori che dovranno scendere dalla Diciotti in manette. Non autorizzerò lo sbarco finché non avrò garanzia che delinquenti finiscano in galera”. Ce l’aveva con due dei 67 migranti che avrebbero dato in escandescenze sulla Vos Thalassa per non essere passati alla Guardia costiera libica che li avrebbe riportati a Tripoli.

Ora, è vero che a norma del vecchio e polveroso Codice penale, scritto nel 1930 dal noto radical chic Alfredo Rocco, Guardasigilli del governo buonista Mussolini, a decidere l’eventuale cattura dei due reprobi dovrebbe essere la magistratura. Nella fattispecie, la Procura e il Gip di Trapani. Ma lo statista padano non bada a queste sottigliezze e lo stesso procuratore trapanese, Alfredo Morvillo, cognato di Giovanni Falcone, si sentirà senz’altro sollevato dall’ennesimo carico di lavoro che stava per aggiungersi agli altri. D’ora in poi, a norma del Codice Salvini, le Procure saranno sgravate dal compito di esaminare le notizie di reato a carico di migranti e di disporre i provvedimenti cautelari del caso: penserà a tutto il ministro di Tutto. Nei ritagli di tempo fra una diretta Facebook, un tweet e una storia Instagram, vergherà le richieste di custodia, poi cambierà tavolo e le esaminerà, poi – dopo lunga riflessione – le accoglierà e le diramerà alle forze dell’ordine. A quel punto gli arrestati ricorreranno al Tribunale del Riesame, oggi formato da tre giudici ma in futuro da uno solo, Salvini, che nelle vesti di Tribunale del Cazzaro rigetterà tutti i ricorsi.

Ai detenuti non resterà che appellarsi alla Cassazione, ma anche lì, con loro grande sorpresa, s’imbatteranno nel giudice Matteo che in qualità di Ermellino Monocratico si riunirà in camera di consiglio con se stesso, allo specchio, e confermerà le decisioni precedentemente assunte da sé medesimo. Lo stesso accadrà al processo, che lo vedrà saltellare come Arturo Brachetti dal banco dell’accusa al seggio del Tribunale, e poi in appello e in Cassazione sugli scranni dei rispettivi procuratori generali e collegi giudicanti. Con notevole risparmio di tempo e denaro per la giustizia italiana, notoriamente lenta e costosa. È un vero peccato che questa riforma della Giustizia non fosse ancora in vigore quando partì il processo sui fondi pubblici rubati dalla Lega, che ha portato al recente ordine della Cassazione di confiscare 49 milioni di refurtiva in tutti i conti presenti e futuri del (o riferibili al) partito. Anzi, all’epoca, Salvini pareva piuttosto felice per le condanne di Bossi e Belsito, anche perché senza quei processi il segretario della Lega sarebbe ancora il Senatur e il povero Matteo un oscuro parlamentare europeo (oscuro soprattutto per gli altri parlamentari europei, che lo vedevano di rado), costretto a strillare ogni giorno contro l’Europa ladrona che gli pagava un lauto quanto immotivato stipendio. Non aveva calcolato che il figlio unico eredita tutto, il bello e il brutto. Anche i debiti. E così aveva ritirato la costituzione di parte civile contro Bossi e Belsito, confermando – ove mai ve ne fosse bisogno – che la “nuova” Lega non si sente affatto vittima dei reati commessi dalla vecchia. Quindi non dev’essere risarcita, ma deve risarcire. L’altro giorno il giureconsulto padano ha chiesto udienza al presidente Sergio Mattarella per parlare della sentenza della Cassazione, come se il presidente della Repubblica e del Csm fosse il quarto grado di giudizio. Mattarella ovviamente l’ha fatto parlare di tutto fuorché di quello. Lui però è uscito molto soddisfatto.

Ora che si elegge il nuovo Csm, c’è pure l’eventualità che tenti di diventarne membro laico, o magari togato. Il suo caso ricorda quello dell’avvocato Carlo Taormina che, sul delitto di Cogne, riuscì a incarnare tutte le parti processuali: prima accusatore televisivo di Annamaria Franzoni, poi avvocato difensore, poi per un certo periodo indagato per certi depistaggi del suo detective a base di sangue di gatto (scoperti perché realizzati ex post sopra il Luminol anziché sotto). E poi concesse il bis quando divenne sottosegretario all’Interno del secondo governo B., mentre difendeva un boss contro cui il suo governo era parte civile. Fu allora che Michele Serra lo ribattezzò “gli avvocati Taormina”. Ora abbiamo “i ministri Salvini” (cognome non a caso plurale), che pretendono pure di fare i pm e i gip. Qualcuno potrebbe spiegargli, se non la separazione dei poteri (concetto troppo complesso per la sua fragile cultura), almeno la separazione delle funzioni. Se fai il pm, non puoi essere gip, e viceversa. Ma il rischio è che risponda: “Per la jeep è finita la pacchia, ora comanda la ruspa”.

Elezioni e mancamenti



mercoledì 11 luglio 2018

Con rispetto




Eh si!


Usare maiuscola o minuscola fa una bella differenza

Robecchi


mercoledì 11/07/2018
Buonista, rossobruno o sovranista: manuale dell’insulto prêt-à-porter

di Alessandro Robecchi

Urge manuale di conversazione aggiornato per l’estate in società, un manualetto agile, di poche pagine, con gli insulti più à la page e le loro nuove declinazioni. Un bugiardino che sia possibile sfogliare all’impiedi, persino con le mani bagnate, magari mentre si partecipa al linciaggio di un venditore ambulante sulla spiaggia perché “ci ruba il lavoro” (notoriamente, vendiamo tutti asciugamani e collanine). Ne proponiamo un piccolo sunto, segnalando che i lemmi e le espressioni idiomatiche che si usano a vanvera, a vanverissima e spesso addirittura a cazzo, sono numerose.

Radical-chic. Termine nobile su cui aleggia una certa confusione data dai tempi. Vi risparmio l’etimologia e l’origine, Tom Wolfe e tutto il resto, veniamo agli usi quotidiani. Radical-chic è oggi, di norma, riferibile a chi non calzi ciabatte di cocomero e si vesta di domopak rubato al supermercato. Il dibattito è se debba prevalere la parte radical o la parte chic. Per essere radical, oggi, basta non amare Salvini o pensare che non si può lasciar morire la gente in mare, e tutto il resto è relativo, anche se siete radical come Don Sturzo. Quanto alla parte chic, si suppone dipenda dal reddito, e/o dagli orologi indossati, e/o dal cachemire d’inverno. È possibile dunque lanciare l’insulto praticamente a chiunque mangi due volte al giorno. In sostanza radical è chiunque abbia posizioni appena appena a sinistra del Ku Klux Klan e chic chiunque abbia una situazione economica privata che non lo spinge, per necessità, a scippare una vecchietta.

Sovranista. Insulto uguale e contrario, con una sostanziale differenza: che cosa vuol dire sovranista non lo sa nessuno. Teoricamente sarebbe una variante di “nazionalista”, o un abbellimento gentile del sempre attuale “porco fascista”. Ma sovranista fa in qualche modo intuire che uno si intenda di questioni internazionali, trattati, rapporti di forza, geopolitica avanzata. Poi, siccome spiegare tutte queste cose a un sovranista è difficile (di norma siamo ancora a ma-ti-ta, letto faticosamente tenendo il segno con il dito indice), si risolve con i simboli. E via bandierine accanto all’account: un disastro. Chi mette quella dell’Ungheria, chi quella dell’Irlanda. Ogni tanto si sobbalza esclamando: “Ah, perbacco, ecco un sovranista del Messico!”, invece è solo un pirla che ha sbagliato bandiera. I sovranisti di sinistra si distinguono perché accanto alla bandiera del Messico (o dell’Ungheria, o dell’Irlanda, o persino italiana, quando ci azzeccano) mettono la bandierina blu dell’Europa.

Buonista. Parola talmente inflazionata e lisa che non darebbe conto parlarne. In breve, serve a identificare chiunque abbia una posizione non goebbelsiana nei confronti del mondo. Se non vuoi che il ladro di polli sia impiccato sei buonista. Allo stesso modo se vuoi tirare un salvagente a uno che sta affogando. Ci limiteremo a dire che l’abuso di questo insulto è dettato dall’incattivimento collettivo e dal nervosismo indotto dall’insicurezza sociale, per cui il buonista sembra un nemico degli usi e costumi correnti. L’espressione “buonista” è ormai in fase discendente e si usa spesso a sproposito (tipo “Mussolini fino al ’38 è stato anche buonista”).

Rossobruno. Insulto di recente conio e faticoso adattamento alla situazione italiana. Dovrebbe indicare, teoricamente, uno che è di sinistra (rosso), ma anche un po’ fascio (bruno). Ammesso che esista qualcosa di simile in natura, il termine si è presto snaturato e viene usato dagli ultras di Renzi per indicare chiunque non abbia resistito all’avvento del fascismo nell’unico modo concesso dal loro pensiero binario: votando per Renzi. In generale chi usa l’insulto “rossobruno” si sente forbito, informato e colto – la cosa ammicca a riferimenti storici – il che, ricordiamo a tutti, non vuol dire intelligente.

Mattino travagliato


mercoledì 11/07/2018
Propaganda Live

di Marco Travaglio

Siccome non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire né peggior cieco di chi non vuol vedere, Diego Bianchi in arte Zoro prende mezza frase dal mio articolo piuttosto lungo di ieri sui migranti per segnalarmi alla corte di rottweiler che popolano il suo profilo Twitter. I quali – senz’aver letto una riga del mio pezzo – colgono l’occasione per riempirmi di insulti e dipingermi come servo di questo o quell’altro. Nessun problema: c’è chi pensa di fare informazione a colpi di show, magliette e tweet, e chi prova a farla documentandosi e studiando. Poi ciascuno sceglie quella che preferisce. Ma siccome, se non rispondi entro due minuti al primo che passa per i social, sei subito additato come omertoso o in difficoltà (chissà perché non replica, eh eh), accontento volentieri il nostro spiritoso showman. La sua domanda è questa: “Marco Travaglio sul Fatto scrive: ‘il legame fra alcune Ong e gli scafisti, ormai acclarato e addirittura rivendicato dalle interessate’. Per interesse personale e professionale avrei bisogno di sapere nel dettaglio ‘acclarato’ da chi e ‘rivendicato’ da chi. Grazie”. Gentile Zoro, sul web può trovare i filmati, le fotografie e l’audio delle intercettazioni dei responsabili di un’Ong, la tedesca Jugend Rettet, e della sua nave Iuventa sequestrata un anno fa a Trapani perché – spiegò il procuratore Ambrogio Cartosio – “è accertato che i migranti vengono scortati dai trafficanti libici e consegnati non lontano dalle coste all’equipaggio che li prende a bordo della Iuventa. Non si tratta dunque di migranti ‘salvati’, ma recuperati, consegnati. E poiché la nave della Ong ha ridotte dimensioni, questa poi provvede a trasbordarli presso altre unità di Ong e militari”.

Consegne sincronizzate grazie a comunicazioni dirette o indirette (tramite mediatori e favoreggiatori) con gli scafisti, ai quali veniva poi consentito di smontare e riprendersi i motori dai gommoni (che per legge andrebbero distrutti) e infine venivano graziosamente restituiti tre barconi, subito riutilizzati nei giorni seguenti per altri traffici di esseri umani. Sulla prua della Iuventa campeggiava il cartello “Fuck Imrcc”, simpatico messaggio al Centro di coordinamento Sar italiano. È lo stesso scenario descritto mesi prima dal procuratore di Catania Carmelo Zuccaro nelle audizioni in Parlamento, a proposito di altre Ong, e poi immortalato da altre indagini di varie Procure siciliane. Se poi alcune indagini (diversamente da quella di Trapani, che s’è vista confermare il sequestro della Iuventa fino in Cassazione) non hanno finora accertato reati, non significa che non abbiano acclarato fatti oggettivi.

Che sono l’uno il replay dell’altro e, anche quando non sono penalmente rilevanti, vanno comunque valutati per ricostruire quel che accade nel Mediterraneo. Tra l’altro, è ciò che spesso rilevavano i satelliti militari puntati sul Mediterraneo: navi di Ong salpavano all’improvviso dai porti europei (soprattutto italiani) e facevano rotta verso un punto X del mare, in simultanea o addirittura in anticipo sulla partenza di un barcone carico di migranti dalla costa libica che, guardacaso, puntava dritto verso X. Il che, salvo immaginare sistematici casi di telepatia o continue apparizioni dell’arcangelo Gabriele, dimostra un coordinamento fra scafisti (o loro complici) e Ong, sempre nel posto giusto al momento giusto per rilevare il carico umano, spesso al confine delle acque territoriali libiche, o financo oltre. In molti casi, il trafficante “vendeva” a prezzo maggiorato quei viaggi “sicuri”, incrementando i guadagni, riducendo le spese (perché investe molto meno sui natanti e sul carburante) e azzerando il rischio che, avvicinandosi troppo alla costa italiana, qualcuno lo arrestasse. Questo modus operandi è stato più volte rivendicato dalle Ong coinvolte (sorvolando ovviamente sui contatti telefonici: ammetterli sarebbe confessare il favoreggiamento). L’argomento è: “Così si salvano più vite”. Ma non è vero: le consegne sincronizzate avvengono senza pericoli di vita, dunque non sono salvataggi, ma incentivi al traffico di migranti, che infatti fino a un anno fa prosperava indisturbato, mettendo a rischio più vite ancora.

Poi Minniti, che conosceva bene quella trafila, impose alle Ong alcune regole: tenere i transponder accesi (già: perché venivano quasi sempre spenti?) e ospitare un agente di polizia giudiziaria a bordo delle navi (perché, se era tutto regolare, tanta resistenza a far salire la polizia?). Norme di comune buonsenso, che invece molte Ong respinsero sdegnate, dimostrando che proprio tutto regolare non era. Dopodiché, come per miracolo, le partenze dalla Libia (e dunque i morti in mare) crollarono dell’80-90%, anche grazie a nuovi accordi Roma-Tripoli. L’ammiraglio Enrico Credendino, comandante delle operazioni internazionali Sophia e Navfor Med, ha confermato al Corriere della Sera: “Ci sono Ong che lavorano spesso al limite delle acque libiche, la sera hanno questi grossi proiettori: gli scafisti li vedono e mandano il gommone verso questi proiettori”. Il direttore esecutivo di Frontex, Fabrice Leggeri, ha rivelato al Parlamento: “Attraverso le testimonianze di migranti, abbiamo osservato che in alcuni casi gli scafisti danno telefoni ai migranti con i numeri delle Ong”.

Ma, onde evitare che il simpatico Zoro faccia un altro tweet per dubitare dei provvedimenti di pm, Gup, Riesame di Trapani, Cassazione e altre Procure, delle immagini dei satelliti, delle parole di un ammiraglio e del capo di Frontex e di altra simile robaccia, gli cito una fonte che potrebbe vincere la sua congenita incredulità. È un articolo di Repubblica del 3 agosto 2017: “La coraggiosa inchiesta di Trapani” si fonda sull’“evidenza incoercibile dei fatti” e “dà un senso, a chi ancora non l’avesse colto, al codice di autoregolamentazione” imposto da Minniti alle Ong. Che “disciplinerà di qui in avanti le attività… delle Ong (fatto proprio dall’Ue)”. Non solo: la “coraggiosa inchiesta… svela in quale infernale meccanismo il nostro Paese fosse finito. Almeno fino a quando – e ne va dato pieno atto e merito – al Viminale non sono arrivati il ministro Minniti e un’idea di governo dei flussi migratori”. E ancora: l’Ong tedesca “non soccorreva migranti sottraendoli alla morte in mare. Li caricava sotto costa, in acque territoriali libiche, con l’accordo dei trafficanti di uomini, per poi depositarli in uno dei tanti porti italiani”. Dunque “ha mentito”: rifiutava il codice Minniti non per difendere la sua “neutralità”, ma per continuare le sue “trastule con i trafficanti di uomini… ritenuti dai giovani tedeschi della Ong assai più ‘neutrali’ dei poliziotti… Ma c’è di più. Si dimostra ora quale oscenità ideologica, questa sì contraria a ogni principio umanitario, nasconda l’idea che il nostro Paese sia parte di un ‘conflitto’ (contro chi?) le cui vittime sarebbero i migranti”. Ergo questa è “l’ultima e definitiva occasione… per fare chiarezza nel mondo delle Ong: Medici senza frontiere e con loro tutte le Ong che non hanno firmato il protocollo devono far sapere da oggi se sono con Jugend Rettet o con Save The Children” e le altre che l’hanno firmato. Parola di Repubblica, non del putribondo Fatto Quotidiano. Nella speranza di avere soddisfatto le legittime curiosità di Zoro, rispondo – già che ci sono – anche alla giornalista Francesca Mannocchi, anche lei piuttosto nervosa, su Facebook, a causa del mio articolo: “Marco Travaglio dice che in Libia ci sarebbero dai 700 mila al milione pronti a partire? Dove ha trovato questo dato? La stima dei migranti PRESENTI in territorio libico NON corrisponde al numero dei migranti pronti-a-partire. Naturalmente”. Il dato di 700 mila-1 milione è frutto delle stime di numerosi osservatori della realtà libica, fra cui Lorenzo Cremonesi del Corriere, uno degli inviati più seri e informati sul Medio Oriente e il Nordafrica. Che quei migranti vogliano partire per l’Europa, invece, lo desumo dal fatto che difficilmente i disperati del Mali, o del Niger, o della Nigeria lasciano le loro case e attraversano il deserto accompagnati da trafficanti senza scrupoli che li pestano e li depredano, per trascorrere le vacanze estive in un campo-lager della Libia. Ma, se la collega Mannocchi ha informazioni di segno contrario, attendo con ansia di conoscere le sue fonti. Naturalmente.

Visita


Di solito quando il Paron arriva in sogno non porta buone nuove. Per dialogare con lui ho iniziato a masticare anche il triestino. Dopo esserci fatti una sgnappa, abbiamo analizzato gli ultimi avvenimenti pallonari. “Se sei sfiduciato vai in mona!” mi ha detto, posando il cappello sul tavolo.
“Paron, come non esserlo? Un altro anno di sofferenza tra cinesini, fassoni, mirabelli, e gli altri fanno acquisti sontuosi! Si sono giù. Pensi che ho disdetto Sky e non leggo più la Gazza!”
“Ti sei un cojon!” mi ha detto al sesto grappino! “Mai perdere la speranza ostreghéta! Ti non sai che Ronaldo è il pacco del secolo, che farà meno gol del turco, che le feste di oggi, saranno dolori a gennaio. Che lo spogliatoio esploderà, è molti vorranno più sghei! Che i giochetti di gambe se li farà a Frosinone, poi cercheranno rotule e tibie tutta la notte! Te devi tranquilizar, devi credere nei colori e mandar in mona cinesi e fassoni!”

Grazie Paron!