sabato 1 agosto 2026

In ricordo del Capitano

 


Franco Baresi: Capitano per sempre

di Maurizio Crosetti


Sul crinale di quegli anni così caotici e pieni di frastuono tra gli Ottanta e i Novanta, incedeva Franco Baresi nel suo silenzio. Un'occhiata, e tutti capivano. I compagni e gli avversari. Teneva la linea, Baresi, in una difesa pensata per costruire, che poi è l'atteggiamento perfetto anche nella vita. Ci ha lasciato con garbo e misura, il capitano non solo del Milan e della Nazionale ma di uno stare al mondo nel migliore dei modi possibili, cioè con eleganza, educazione, fermezza e dignità. I famosi valori condivisi ben oltre i cortili del tifo, anche se poi è proprio lì che nasce o nasceva la bellezza del gioco, un quadrato d'asfalto, il segno bianco della pietra aguzza usata come un gesso per segnare le linee, i famosi sassi per le porte. E il resto s'immaginava, il resto erano pali e traverse fatti d'aria, trasparenti come cristallo.

Franco Baresi nasce appunto nel calcio dei cortili e dei campetti, è il 1960 e il suo miracolo è stato portare l'identica misura dentro una stagione in cui tutto cominciava a urlare, calcio compreso. Le pale dell'elicottero di Berlusconi frustano l'aria, il Milan trasporta spettacolo e persino politica, è un simbolo populista oltre che vincente, possiede lo stesso glamour a volte pacchiano delle tivù commerciali, eppure il capitano, il simbolo, l'eterno 6 è una statua scolpita nel marmo della classicità. Nel Milan roboante, ecco il fuoriclasse taciturno, fatto solo di concretezza.

Tre fratelli (Beppe, anche lui giocatore importante nell'Inter) e due sorelle, provincia bresciana, un'Italia antica e contadina, senza fronzoli. Orfani presto. La moglie, Maura, conosciuta al ristorante a Montevarchi durante un ritiro, passata in strettoie giudiziarie non piacevoli. Due figli, Edoardo e Giannandrea. Non ha avuto una vita facile, Franco Baresi, né sempre felice. Ma ha saputo attraversare anche il buio a testa alta, sapendo che dalla nebbia può materializzarsi una Coppa dei Campioni.

Come asso ha incarnato la postmodernità, perché è stato forse il più grande libero italiano di ogni epoca, dividendo il primato con Scirea da lui così diverso, e nello stesso tempo ha portato il ruolo a scomparire: l'ultimo difensore che resta in linea — la linea è tutto, non solo come baluardo estremo del portiere — ma detta il tempo nello spazio come se l'allenatore fosse Einstein più che Sacchi, infine disegna l'azione che riparte con il primo tratto scuro sul foglio bianco. Colui che chiamavano libero si trasforma, con Franco Baresi, nel play basso, metronomo e primo percussionista. Agli altri lo sviluppo e il compimento di un destino che si chiama gol: a Baresi interessava poco.

Campione di tutti, lui sì. Come quando, nel 1990, portò 39 rose rosse all'Heysel nonostante il divieto delle autorità belghe, 39 come i morti della strage. Neanche gli interisti lo fischiavano, perché la stima è qualcosa di più grande dell'amore, è più duratura. Una delle ultime bandiere, si dice sempre, però mai divisivo, non era di parte sebbene così milanista, e comunque era la parte giusta. Maradona volle la sua maglia, la indossò e disse che non aveva mai affrontato un difensore simile.

La lunga schiena fasciata d'azzurro è l'altra istantanea fulminante di quell'epopea: la maglia tenuta fuori dai calzoncini ne prolungava il dorso, dando più ampiezza a un calciatore che non arrivava al metro e ottanta ma in campo sembrava il più alto di tutti, forse perché tra tutti era il più sommo. La divisa dell'Italia trasfigurò Baresi nel 1994, lui che pure era stato campione del mondo nell'82 senza nemmeno un minuto di gioco, e che nell'86 fu lasciato a casa da Bearzot (i due non si presero mai). Terzo con Vicini a Italia '90, Baresi lo ricordiamo soprattutto nella finale di Pasadena contro il Brasile, 24 giorni dopo l'intervento chirurgico al menisco: 120 minuti perfetti, le chiusure impeccabili su Romario e Bebeto, i supplementari pressoché strazianti, i crampi maledetti e quel rigore fatale tirato comunque, calciato e sbagliato, perché il fato può sconfiggere l'eroe, non la mancanza di coraggio. Si tira perché sì, e si sbaglia, nel caso, perché si è avuto la forza di tirare.

Il leader non usa mai troppe frasi, parla con lo sguardo, i suoi discorsi sono occhiate perentorie. Jorge Valdano disse che, in campo, compagni e avversari per capire dove il gioco stesse andando non guardavano il pallone, non sé stessi e neppure gli altri, ma Franco Baresi. E se a tavola, in ritiro, qualcuno si metteva a fare un po' il cretino, le pupille del capitano lo fulminavano e basta così.

La malattia è arrivata non solo intempestiva e crudele ma silenziosa, scoperta senza sintomi in un controllo di routine. Un anno fa l'operazione al polmone, poi altro silenzio pieno di rispetto. Sembrava stesse meglio, il piscinin. Quando, a sorpresa, Franco Baresi riapparve nei televisori il 6 febbraio vestito da tedoforo, bianco come un fiocco di neve e come un malato, nella cerimonia inaugurale di Milano Cortina accanto all'amico interista Beppe Bergomi, si vide quanto fosse smunto. «È stata la più grande emozione sportiva della mia vita» ci disse con un filo di voce, il giorno dopo. Sarebbe stata l'ultima intervista, e forse lui lo sapeva anche se sul cancro tagliò corto, «è cosa passata». Chi non passerà mai è lui. In questi giorni di caos senza contrappeso, di frastuono scomposto anche per gli azzurri, si è capito ancora di più che quelli come Franco Baresi, i pochissimi, i rarissimi, sono cibo per l'anima e bussola nelle tempeste.

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