mercoledì 30 settembre 2026

Mancanza

 


Bananiera Top!

 



Il Combattente

 


L'ho atteso ieri sera da Floris, come si attende un amico che arriva da lontano. Ho superato gli urticanti applausi che pullulano a Di Martedì, m'ha agevolato lo Zio Bersani, il focus sulle palle meloniane, poi è arrivato il momento del Dibba, sempre preciso, trasparente, combattente, che ha svelato il motivo del suo malessere, la presenza del Bastardo malevolo in testa. Non è ha fatto un dramma, sa che dovrà lottare ma per lui sarà come per Sawe correre, perché Alessandro combatte da sempre contro soprusi ed ingiustizie. 

Ed anche ieri ha fotografato cosa significhi l'embargo di matrice americana per la roccaforte Cuba, di come il Magnaccia Biondo la stia strangolando ossessivamente, la stia riducendo ad inferno in terra tra l'indifferenza di molti, moltissimi. I medici cubani lo hanno operato magnificamente, salvandogli la vita, mentre nell'ospedale mancava acqua che persone normali portavano con secchi fino al dodicesimo piano della struttura ospedaliera. 

Cuba ed Alessandro stanno lottando e lotteranno contro tutto e tutti. 

Alessandro ti ammiro molto e seguirò con rispetto la tua battaglia, compartecipando alle difficoltà che arriveranno. Non sei e non sarai mai solo. 

Combatti, al solito, Leone! 

Natangelo





Robecchi

 

Tutto è ibrido. La parola di moda che serve al marketing della guerra 


di Alessandro Robecchi 

Tutto è “iconico”, fateci caso. Un divano, un golfino, uno scorcio urbano. L’uso della parola tracima, esonda, si mangia tutto. L’iconica sciarpa, l’iconico piatto, l’iconica motocicletta. Avevo cominciato a fare collezione, confesso, ma confesso anche che ho smesso per consunzione: o passavo le mie giornate a segnare su un quadernetto tutte le cose “iconiche” o tornavo alla mia via normale, che non è iconica per niente, tra l’altro. Mi ha convinto leggere – a proposito di un paio di scarpe – “le iconiche stringhe”: mi sono arreso.

Poi è arrivato “distopico”. C’è da capirlo. Siccome il mondo è abbastanza una merda – non sto a elencarvi i motivi, li vedete da soli – bisogna trovare un aggettivo che dica che il mondo è una merda come ci eravamo immaginati che potesse, nei nostri incubi, diventare una merda; e così “distopico”, che era un aggettivo dedicato a un ipotetico futuro, è diventato un aggettivo del presente.

Arriviamo all’oggi, al qui e ora, che naturalmente è sia distopico che iconico, dove la parola di moda è “ibrido”. Per intenderci, è ibrida una macchina che ha almeno due motori (uno termico e uno elettrico), ed è ibrido il mulo (figlio di un asino che ha corteggiato con successo una cavalla). Poi, visto che la situazione è distopica (e ci mancherebbe!), diventa ibrida la guerra, che è oggi l’obiettivo nemmeno tanto segreto di molte classi dirigenti sul pianeta, da Israele, che ormai confina con chi vuole lui – e occhio che quando dicono Grande Israele dal fiume al mare, il mare potrebbe essere l’Adriatico – al signor Trump, fino a parecchi governi europei, desiderosi di comprare molte armi (non europee, tra l’altro, ma americane). Da qui l’esigenza di urlare alla guerra e di indicarla anche dove non c’è.

È uno dei grandi segreti del marketing: farti desiderare cose che non ti servono. A nessuno importa che tu vada a fare immersioni subacquee (spoiler: non ci andrai), l’importante è metterti in testa che la tua sarà una vita vuota e banale se non ti compri una muta e le bombole. Da qui la più grande campagna di stampa e propaganda mai vista: vogliamo farti comprare bombe e missili e quindi dobbiamo convincerti che ti servono assolutamente, pena morte e distruzione. Ma siccome – dannazione! – nessuno ti bombarda la casa, bisogna inventarsi una guerra che non c’è, chiamiamola ibrida. Di colpo, tutto è ibrido: un black-out all’aeroporto, un maxi tamponamento, un drone che scappa e sconfina di un chilometro, un ritardo del treno (ah, no, quello è Salvini). Creare la sensazione di essere perennemente sotto attacco, insomma, aiuta a vendere il prodotto, perché di solito le crisi del capitalismo si risolvono ammazzando milioni di persone. Il che conferma che sì, siamo vittime di una guerra ibrida, e la fanno i propagandisti della guerra vera per convincerci che alla fine è meglio un carrarmato che dieci macchine per la Tac. Come nel caso di “iconico” e “distopico”, basta un millimetro e si arriva al ridicolo. Anche perché se è “guerra ibrida” un direttore d’orchestra russo, bisogna accettare che da quasi un secolo siamo vittime della guerra ibrida Usa (film, musica, sport, cartoni animati, regole economiche e molto altro). Insomma, “ibrido” serve a spaventarci, ci sono veri e propri esperti, che sono poi quelli che a missione compiuta, quando finalmente riusciranno a realizzare il loro sogno – fare la guerra vera, usando tutte le armi che abbiamo comprato – in guerra non ci andranno e manderanno (cfr: Bertolt Brecht) “la povera gente”.

Sacrosantamente

Il segreto di Pulcinella


di Marco Travaglio 

Che Netanyahu fosse stato allertato dai servizi egiziani prima del 7 ottobre 2023, lo si seppe già poco dopo il massacro dei 1200 israeliani. E, visti i legami fra intelligence egiziana e americana (Al Sisi è al potere grazie al golpe filo-occidentale che spodestò Morsi, leader dei Fratelli Musulmani, reo di aver vinto le elezioni), si seppe che anche gli Usa di Biden l’avevano avvertito di stare in guardia sulla Striscia. Ora il Wall Street Journal conferma che fu l’allora capo degli 007 del Cairo Abbas Kamel a chiamarlo e poi – secondo The Atlantic – a volare a Tel Aviv per ribadire l’allarme di persona. In più c’è lo scoop di Haaretz sulla telefonata di 45 minuti del presidente degli Emirati, bin Zayed, che sempre a una decina di giorni dal massacro avvisò Bibi sul piano di Hamas per scatenare un “terremoto” da Gaza. L’aveva informato un dirigente di Fatah (il partito di Abu Mazen che guida l’Autorità palestinese in Cisgiordania), che l’aveva saputo da Yahya Sinwar, capo di Hamas a Gaza. Basta aver visto Fauda per sapere che Fatah ha rapporti col servizio interno israeliano Shin Bet e con settori dell’organizzazione rivale Hamas. Quindi: Egitto, Emirati, Fatah e Usa fecero di tutto per sventare la mattanza del 7 ottobre, ben sapendo che sarebbe stata una catastrofe non solo per Israele, ma anche per i palestinesi esposti alla furia vendicatrice di Netanyahu e all’odio perenne degli israeliani. Siccome lo Shin Bet è uno dei migliori servizi segreti al mondo e ha infiltrati dappertutto, è scontato – come dichiarano vari suoi dirigenti – che sapesse tutto e ne avesse informato Netanyahu. Infatti l’ex capo Ronen Bar vuole querelare il premier, che ora accusa i suoi stessi 007 di avergli nascosto quel segreto di Pulcinella.

Purtroppo spettava a Netanyahu agire, rafforzando militarmente il confine di Gaza. Che invece rimase presidiato solo dalla polizia locale, cioè sguarnito, mentre le truppe restarono in Cisgiordania a spalleggiare i coloni e in Alta Galilea contro i raid di Hezbollah. Così i macellai di Hamas, indisturbati, ebbero il loro bagno di sangue e Netanyahu il pretesto per la soluzione finale a Gaza. Purtroppo in Israele le notizie dello sterminio a Gaza arrivano ovattate e non fanno perdere consensi a Netanyahu (dopo il film Naza è pure salito nei sondaggi). Invece gli elettori di destra sono choccati nello scoprire che il premier non protesse i 1200 connazionali massacrati il 7 ottobre, o per incompetenza, o per tracotanza, o perché non sognava di meglio. Nella migliore delle ipotesi Netanyahu perderà le elezioni, quindi il governo, quindi l’impunità che fin qui l’ha salvato dalla galera. Nella peggiore resterà premier, ma con meno voti: cioè sempre più ostaggio di partitini ancor più estremisti e sadici di lui.

martedì 29 settembre 2026

Fanno quello che vogliono

 


Fuori luogo da sempre!

 



L'Amaca

 

Primi al mondo

nelle balle 


DI MICHELE SERRA


Si raccontano balle per varie ragioni. Per esempio, perché si ha interesse

a nascondere le proprie responsabilità. Perché si ha bisogno di vantare

meriti che non si hanno. Perché si vuole colpire qualcuno diffamandolo.

Perché solo attraverso la truffa si può sperare di prevalere. Eccetera.

Ciascuna di queste ragioni evidenzia che il ballista, 99 volte su cento, è

un soggetto debole. Bara perché non potrebbe mai vincere giocando

pulito. Se avesse dalla sua la forza della ragione, o l'evidenza delle sue

qualità reali, non avrebbe nessuna necessità di raccontare balle. Questo

fa pensare che il primato della Russia nelle fake news, ormai certificato

da decine di studi, rapporti, dossier, dipenda dalla impossibilità della

propaganda russa di far valere (in economia, in politica estera, in politica

interna) qualche aspetto esemplare. Qualche risultato ammirevole.

Levato il nazionalismo bellicoso, fondato sul mito della Grande Russia e

non esportabile se non in punta di cannone, quali meriti riconoscibili

può vantare Putin dopo trent'anni di potere assoluto? Le disuguaglianze

sociali fanno impallidire quelle del peggiore dei paesi occidentali,

l'economia è gracile (tranne l'industria bellica) nonostante le grandi

ricchezze naturali, la libertà d'espressione è vicina allo zero: cos'altro

potrebbe esportare, l'oligarchia al potere a Mosca, se non le balle?

È vero, avvelenare i pozzi, nell'epoca della comunicazione digitale di

massa, non è difficile. Bastano un po' di hacker di regime e il gioco è

fatto. Il danno è inferto. I pozzi possono anche essere bonificati, esiste il

debunking, che è un po' la contraerea della guerra digitale, ma

rimangono, come i buchi delle bombe sulle facciate delle case, i danni da

disinformazione. Ma essere al primo posto nel mondo solo nella

categoria "balle", a lungo andare, non rischia di mortificare il morale

delle truppe?


Chiarimento per somari

 

La guerra preventiva


di Marco Travaglio 

Problema: la Rai, su ordine dei suoi mandanti al governo, caccia il suo vicedirettore Sigfrido Ranucci da Report – il programma che dirige e conduce da nove anni e in cui lavora da venti – dopo che ha subìto con la sua famiglia un attentato esplosivo dinanzi a casa sua. Tutti sanno che il provvedimento, oltreché vergognoso, è fuorilegge, perché viola il contratto, il diritto del lavoro, la Costituzione italiana e il Media Freedom Act europeo. L’ha ammesso anche la Rai, attivando il Comitato Etico per scoprire eventuali condizionamenti della sua amicizia con Valter Lavitola, indagato come mandante della bomba, sul programma senza trovarne neppure l’ombra. Infatti Ranucci fa ricorso d’urgenza contro la Rai al Tribunale civile per annullare la rimozione e ora si attende entro 10 giorni la decisione del giudice Donatella Casari, da poco nominata presidente della sezione Lavoro. Nessuno sa quale sarà, a parte i politici di destra che hanno ordinato la cacciata di Ranucci e hanno la coscienza talmente sporca da sapere che Ranucci sia vittima di un sopruso illegittimo e dunque non potrà che essere reintegrato. Che fare?

Soluzione: scatenare una guerra preventiva sui loro giornali e dei loro trombettieri in Rai contro la giudice Casari per anticiparne il verdetto e affermare che, se reintegrerà Ranucci nel posto che gli spetta, non sarà perché Ranucci ha ragione e la Rai e i suoi padroni hanno torto, ma perché è una toga rossa politicizzata al servizio della sinistra. Anzi, è stata scelta apposta per occuparsi del caso Report proprio perché si sa come la pensa. La prova? Nella sua carriera, la Casari fece parte del collegio del Tribunale dei ministri che accolse la richiesta di archiviazione della Procura su Conte e Speranza per una serie di scombiccherate denunce sul Covid; e anche del collegio del Tribunale dei ministri che chiese al Parlamento di processare Nordio, Piantedosi e Mantovano per un fatto indiscutibile: aver violato l’ordine d’arresto della Cpi per il criminale Almasri, liberandolo e riconsegnandolo a Tripoli sull’aereo di Stato. Non a caso – scrivono i camerieri del governo – la Spectre guidata dal presidente del Tribunale l’ha scelta per la causa Ranucci-Rai. Il guaio è che i giudici del Tribunale dei ministri vengono estratti a sorte fra tutti quelli del distretto, quindi nessuno decise che la Casari seguisse i casi Covid e Almasri: ci capitò per caso. E i processi sono assegnati a questo o quel giudice da “tabelle” predeterminate in base alla cronologia e ai carichi di lavoro, del tutto automatiche e casuali, vigenti da anni sempre uguali, senz’alcuna discrezionalità per il presidente. Quindi chi sta orchestrando questa guerra preventiva alla Casari non è solo un mascalzone: è pure un somaro.

domenica 27 settembre 2026

L'Amaca

 


La ginnastica

dei neuroni


DI MICHELE SERRA


È comodo e si fa molto prima: chiedere a IA la soluzione di un problema,

o la sintesi di un testo. Pochi secondi invece di qualche ora. Ma si

moltiplicano gli studi che dimostrano quanto costi, questo saltare interi

passaggi logici, alla cultura delle persone, alla loro prestanza

intellettuale. Si rischiano cervelli meno allenati, tal quali muscoli

afflosciati.

Lo spiegava benissimo qualche giorno fa a Elena Dusi il matematico

Giorgio Figalli, che insegna al Politecnico di Zurigo: "Avremo migliaia,

centinaia di migliaia di soluzioni che non capiamo". Impressionante

fotografia della cessione di una facoltà: se c'è già chi capisce al nostro

posto, perché mai dovremmo capire anche noi? Lo conferma uno studio

commissionato dall'Associazione Italiana Editori affidandosi

all'esperienza sul campo di 463 professori universitari: la capacità di

analisi e lo spirito critico degli studenti vanno indebolendosi. E

debolezza non è una parola rassicurante, mai. È una parola che

introduce alla dipendenza, alla manipolabilità, alla vulnerabilità.


Si è detto tanto, numeri alla mano, della sempre minore disponibilità dei

giovani dei paesi sviluppati ai lavori manuali. Ora il focus rischia di

essere anche una più fragile disposizione ai lavori intellettuali. Se l'elogio

della fatica, tipico dei boomer, vi sembra risaputo e retorico (e un po' lo è)

mettiamola così: se i neuroni non fanno ginnastica, deperiscono.

Bisognerebbe parlarne dunque, non come di una questione "morale",

tanto meno una questione astratta: è una vera e propria questione di

salute mentale. Fare movimento richiede tempo e applicazione: ma salva

la vita, la allunga, la migliora.


Driiin!!!

 

E svegliarsi? 


di Marco Travaglio 

Mentre il governo Meloni perde consensi e insegue trafelato Vannacci, spingendo i suoi elettori a domandarsi “Perché solo ora?”, il Pd arretra più di FdI (-0,6% contro -0,1). È il verdetto dell’Ipsos di Nando Pagnoncelli, che dà i 5Stelle stabili al 14,5 come Avs al 6,3, e FI e Lega in caduta libera (-1 e -0,4) a vantaggio di Vannacci (+1,8%). Quindi il partito della premier, anche se il governo piace solo a un terzo degli italiani, perde molto meno del primo partito di opposizione, che con Elly era risalito al 24 e ora è di nuovo sotto il 20, pericolosamente vicino ai minimi storici di Renzi nel 2018 e di Letta nel 2022. Come si spiega?

1) Meloni si muove, sia pur maldestramente, e invia un messaggio chiaro, anche se preso a prestito da Vannacci. Invece Schlein è immobile, paralizzata dai veti interni, e la sua linea è ambigua e confusa proprio mentre in tutto il mondo vincono le posizioni radicali chiare e nette, a destra come a sinistra. Non è un caso se, per la prima volta da quand’è segretaria, il fronte pacifista di 5Stelle e Avs scavalca col 20.8% il Pd riarmista scivolato al 19,5. Un riequilibrio interno destinato ad acuirsi, visto che gli elettori progressisti ostili al riarmo Ue e Nato e alle armi all’Ucraina sono il doppio di quelli favorevoli.

2) Il messaggio del Pd è una cacofonia di voci contraddittorie e, se prima l’ambiguità “democristiana” sposata dalla Schlein la aiutava a tener dentro tutto e il contrario di tutto, ora rischia di mettere in fuga sia i pacifisti alla Virginia Libero sia i bellicisti della destra dem. E il guaio per Elly è che l’ambiguità è una necessità: deve accontentare tutti o almeno non scontentare nessuno, per unire l’intero partito intorno a sé alle primarie, evitando che si candidi qualcun altro favorendo Conte. Quindi il suo linguaggio sarà sempre più cerchiobottista: l’opposto della radicalità che lo spirito del tempo richiede. Col rischio di farle perdere altri consensi. Cosa che a destra non accade, perché i voti persi dai partiti di governo li raccatta Vannacci, con un po’ di astenuti, quindi non vanno sprecati. Perché le destre di governo l’alleanza con Futuro nazionale la fanno comunque: o prima delle elezioni per superare il 42% e agguantare il premio di maggioranza; oppure dopo, se neppure i progressisti superano al 42% e il Melonellum diventa un proporzionale puro. In entrambi i casi, la destra XXL vince. Ai progressisti, paradossalmente, tocca sperare che passi il Melonellum, che la Consulta non bocci l’ignobile premio di maggioranza e che Vannacci vada da solo. Oppure scegliere la via maestra: scaricare Renzi e le altre zavorre paralizzanti, darsi un programma di battaglia e conquistare tanti voti nuovi fra delusi di destra, giovani e astenuti. Cioè svegliarsi.

sabato 26 settembre 2026

Brioche

 


Siamo chiari

 


Natangelo

 





L'Amaca

 


L'etica del pullover


DI MICHELE SERRA


Voi che mi leggete, uno per uno: indossate per caso abiti prodotti da

marchi «vicini a Israele»? La mia risposta, immagino molto simile alla

vostra, è: non ne ho la minima idea. Non ci avevo mai pensato. E nel caso

fosse un'omissione, non averci mai pensato, è una delle tante nelle quali

incorriamo più o meno tutti. Confesso di ignorare gli orientamenti

politici di chi produce il 99 per cento dei beni che mi circondano.

Certo, si deve fare attenzione. Ci sono scelte le cui conseguenze sono

dirette, e palesi: esempio classico, e ormai tendenza diffusa, è non

investire in azioni dell'industria bellica. O in azioni di aziende molto

inquinanti. Capisco anche i boicottaggi dei prodotti chiaramente

riferibili a un Paese il cui governo si macchi di crimini, o sia palesemente

ostile alla convivenza: è il caso dei milioni di canadesi che non comprano

più americano. O di chi, per solidarietà con i palestinesi, non acquista

beni prodotti in Israele.

Più difficile con i prodotti russi: a parte i colbacchi e le matrioske, non si

saprebbe davvero che cosa boicottare. Ed è materialmente impossibile

con i prodotti cinesi, ormai dilaganti per quantità e per il rapporto

qualità/prezzo.

L'incertezza stessa della materia "coerenza", specie in rapporto alla

domanda "che cosa mi metto?", suggerirebbe rispetto e delicatezza nel

rinfacciare agli altri ciò che ciascuno di noi spesso non è in grado di fare.

Mi riferisco, per esempio, a quelli che polemizzano con Francesca

Albanese perché «indossa abiti di marchi vicini a Israele». Fatto cento il

lavoro di Albanese per Gaza, quanto può valere il fatto che indossi un

pullover non prodotto da filopalestinesi? Zero virgola zero uno? L'etica è

una cosa seria, la micro-etica adoperata dai correttori della vita altrui è

una parodia dell'etica, nonché una perdita di tempo.


Radiografia di uno scippo



Una vita da evasore

scontrini falsi, buoni regalo

e ordinazioni fantasma


DI GIULIANO FOSCHINI


Le inchieste della Guardia di Finanza ci regalano uno spaccato del

Paese furbetto

dove il contante è ancora re e chi non dichiara prende anche la

Naspi


Aveva ragione Zalone, quindi. Prima di tutto il posto fisso. Perché se un

professore a mille e cinquecento euro al mese guadagna davvero più di

un gioielliere, se una segretaria incassa più di un avvocato, un semplice

medico ospedaliero più del dentista dallo studio futurista,

evidentemente il posto fisso conviene. Oppure c'è qualcosa che non

torna. E a credere allo zibaldone di storie che viene fuori dalle ultime

inchieste della Guardia di Finanza, ecco, qualcosa che non funziona

effettivamente c'è. Cento miliardi di cose, per l'esattezza, visto che il

conto dell'evasione supera abbondantemente quella cifra. Ma come si fa?

Come riesce un'attività piena di clienti a diventare improvvisamente

poverissima davanti al Fisco? Basta mettere in fila le indagini delle

Fiamme gialle per ottenere una specie di manuale del perfetto evasore.

Quello piccolo, però. Niente Cayman o società offshore. Qui siamo al

ristorante sotto casa, dal professionista, nel negozio, su internet.

La prima regola resta la più antica: il contante aiuta. La maniera più

facile per incassare è il pagamento in nero, «sistema usato

principalmente ormai dai professionisti perché negli esercizi

commerciali è più complicato», spiegano dalla Finanza. A Sassari, per

esempio, sette maxistore avrebbero adottato un sistema semplice: carta,

scontrino fiscale; cash, un documento apparentemente identico ma

soltanto gestionale. Il cliente usciva convinto di avere lo scontrino, per il

Fisco quella vendita non era mai avvenuta. Venti milioni contestati in

quattro anni. La tecnologia, però, aiuta. In tutta Italia diversi dentisti

hanno fatto i conti con un software che consentiva di gestire due

contabilità parallele: «La carie? Centoventi euro con fattura, settanta

senza», con tanto di ricevuta diversa per le due opzioni. In dieci

ristoranti e baite dell'Alto Adige funzionava invece così: comanda sul

palmare, ordine in cucina, piatto servito, cliente che mangia e paga. Poi

qualcuno cancellava il tavolo dal gestionale. Il pranzo era avvenuto nella

vita reale, non nella contabilità. Circa nove milioni di ricavi sarebbero

spariti così.

C'è anche chi sceglie la soluzione radicale: non dichiarare proprio niente.

A Palermo un dj, secondo la Finanza, avrebbe dimenticato 323 mila euro

guadagnati tra serate e matrimoni, fino a 800 euro a festa.

Contemporaneamente percepiva la Naspi: fiscalmente disoccupato,

musicalmente piuttosto impegnato. A Bologna una cartomante con

tremila clienti avrebbe evaso oltre 150 mila euro , più il reddito di

cittadinanza. I tarocchi evidentemente non avevano previsto l'arrivo

della Finanza.

Resta l'annosa domanda: dove mettere i soldi? Il materasso è ormai

archeologia. Ci sono conti aperti online presso intermediari esteri, wallet,

criptoattività, carte e Iban virtuali: strumenti perfettamente legittimi che

la stessa Uif della Banca d'Italia segnala però sempre più spesso anche

nei circuiti finanziari opachi. E ci sono mance digitali, carte prepagate,

persino buoni regalo. A Pisa due influencer avrebbero nascosto circa 800

mila euro: parte dei compensi arrivava, secondo la Finanza, attraverso

gift card e altre forme di credito digitale. Poi c'è l'armadio infinito.

Vendere una vecchia giacca naturalmente non significa evadere. Ma un

contribuente di paia di scarpe ne aveva vendute 1.211 in un anno e 418

quello successivo. Più che un armadio, un magazzino.

Il manuale, infine, insegna come far sparire il patrimonio quando il Fisco

viene a cercarlo. Un commerciante-collezionista di auto di lusso di Parma

aveva, secondo l'inchiesta, Ferrari intestate alla madre di 89 anni. Nel

Salernitano un imprenditore avrebbe invece utilizzato una separazione

consensuale per trasferire beni alla moglie e al figlio. Peccato che marito

e moglie continuassero a vivere, viaggiare e farsi fotografare insieme. Si

può far sparire persino la residenza: un titolare di compro oro risultava

residente a Cuba ma, secondo gli accertamenti, viveva abitualmente a

Genova. Nel patrimonio confiscato per 2,5 milioni c'erano immobili,

contanti, gioielli, lingotti e orologi.

E infine c'è la fortuna. Una fortuna che, a leggere alcune indagini fiscali,

sembra accanirsi con particolare generosità proprio su chi deve spiegare

da dove arrivino i soldi. Vincite, ticket, giocate: in diverse vicende

giudiziarie premi e biglietti vincenti sono comparsi per giustificare

disponibilità di denaro. Perché il perfetto evasore, oltre a essere

ingegnoso, evidentemente è molto spesso anche fortunatissimo.