In Sassonia l'Afd punta a far dimenticare il nazismo: "Basta con arte e memoria"
di Tonia Mastrobuoni
Mary Pünjer fu arrestata a luglio del 1940 perché «lesbica»; due anni dopo un medico la assegnò al «trattamento speciale 14f13». Un eufemismo: i nazisti erano maestri delle figure retoriche, delle «soluzioni finali», come ci insegna Viktor Klemperer. E quel programma dal nome innocuo nascose per anni una colossale operazione di annientamento di persone considerate «incapaci di lavorare» perché down o epilettiche, cieche o sorde, schizofreniche o depresse. Oppure, diverse. Mary Pünjer fu trascinata in una delle sei «Tötungsanstalten», delle «cliniche della morte» distribuite nel Terzo Reich. Arrivò il 28 maggio del 1942 nell'istituto psichiatrico di Bernburg. Il giorno stesso fu gasata e cremata nella cantina della clinica. Era un «Ballast», una «zavorra», era «indegna di vivere»: i nazisti definivano così le persone fuori dai canoni, che fossero disabili o irrequiete o omosessuali.
In tutto furono 14mila gli «indegni» massacrati a Bernburg, in Sassonia-Anhalt. E ad oggi la camera a gas è praticamente intatta. Fa ancora rabbrividire: c'è tutta l'efficienza delle macchine della morte hitleriane, la stessa di Treblinka o Birkenau. C'è la finestrella che consentiva ai medici di osservare lo stato di avanzamento dei soffocamenti; il pavimento a scacchi bianchi e neri leggermente in discesa verso l'ingresso per una pulizia più rapida dopo la rimozione dei cadaveri. E il fumo dei morti «indegni» e dei pazienti «normali» dell'ospedale accanto passavano per un'unica, gigantesca ciminiera che ancora torreggia accanto alla clinica.
Migliaia di studenti vengono a Bernburg ogni anno dalle scuole di tutta la Sassonia-Anhalt, ma anche da altre regioni tedesche. «Siamo già prenotati per tutto il 2027», racconta Judith Gebauer, direttrice del Memoriale. «È importante per i ragazzi conoscere la storia della persecuzione delle persone disabili o di chi veniva etichettato come "incapace". È una storia della crudeltà dei nazisti diversa, per molti nuova, che si aggiunge allo sterminio degli ebrei o dei Sinti e Rom. E chi viene qui, rimane spesso molto colpito».
Ma in vista delle elezioni di domenica, la direttrice del Memoriale di Bernburg è «preoccupata», confessa. Perché l'Afd potrebbe vincere le elezioni e andare al potere. E ha già scritto nero su bianco che luoghi come Bernburg rischiano grosso: l'ultradestra vuole cancellare l'istituto che finanzia le visite scolastiche nei memoriali, il Landesinstitut für politische Bildung. Il partito, del resto, diffama chi visita i campi di sterminio come «Nazi-Zombies», come «zombi del nazismo», come se fosse un culto malato e non un'esperienza fondamentale per milioni di ragazzi che toccano con mano l'inferno della disumanizzazione hitleriana.
Da quando è nata, l'Afd ha sviluppato un'ossessione per relativizzare e minimizzare il nazismo. Del resto, ne mutua il linguaggio e persino le idee. Attraverso i suoi maggiorenti più estremisti come il leader dell'ala völkisch, Björn Höcke, puntano a «una svolta a 180 gradi» nell'approccio al Terzo Reich. E se i nazisti chiamavano «Ballast» (zavorra) i disabili e li sterminarono, Höcke li ha definiti tre anni fa «Belastung»: un peso.
Analogie e assonanze volute. Del resto, l'ex leader Alexander Gauland disse che il dodicennio hitleriano andava considerato «una cacata d'uccello» nella millenaria storia tedesca. E la Sassonia-Anhalt, dove uno dei più radicali esponenti del partito è in predicato di fare il ministro dell'Istruzione e della Cultura, Hans-Thomas Tillschneider, dovrà essere l'avanguardia di questa mostruosa mistificazione storica e purificazione etnica.
L'Afd urla da anni «basta con il culto della colpa», un termine mutuato dai teorici della Nuova destra che vuole trasformare i tedeschi da carnefici in vittime. E il filorusso ammiratore di Putin Tillschneider ha creato già uno slogan che la dice lunga, che dovrà valere per i musei come per le scuole, per le istituzioni culturali come per i teatri: «Più Bismarck, meno Hitler». Soprattutto, ha partorito un hashtag che lascia poco spazio alla fantasia: #deutschdenken (#pensaretedesco). Viene dritto dal nazismo, è la citazione di un celeberrimo discorso del 1938, quando il Führer si rivolse alla Gioventù hitleriana e tuonò che quella gioventù non doveva imparare altro che pensare tedesco, agire tedesco, sentire tedesco. Nell'autunno del 2023, a Schnellroda, quartier generale del «papa» della Nuova destra tedesca, Götz Kubitschek, Tillschneider disse che «il nostro passato non deve essere più un peso per noi ma un desiderio».
Il settimanale Spiegel ha rivelato che nel 2017 Tillschneider aveva intenzione di presentare una mozione per abolire, tout court, la Fondazione regionale dei memoriali. Poi accadde che Björn Höcke disse la sua frase più famigerata: «Il Monumento all'Olocausto di Berlino è una vergogna». La bufera che travolse il leader della Turingia convinse il collega della Sassonia-Anhalt a seppellire la proposta. Ma l'Afd presentò comunque una mozione per creare un memoriale delle vittime dei bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Quelli degli Alleati, ça va sans dire.
La guerra alla cultura, in ogni caso, è più ampia, più spaventosa. Tillschneider ha definito il Bauhaus, uno dei più importanti movimenti artistici della storia, «una strada sbagliata della modernità», una scuola «priva di identità». È appena il caso di ricordare che la scuola fondata da Walter Gropius fu costretta a lasciare Weimar negli anni Venti, durante il primo governo in Turingia appoggiato dai nazisti. Era considerata arte «degenerata», troppo ebrea ed espressione di uno spirito «decadente». Gli artisti si spostarono in Sassonia-Anhalt, a Dessau. E nel desiderio di riportare «le usanze», il «Brauchtum» germanico nei musei e nelle istituzioni, un partito di estrema destra minaccia — di nuovo — un monumento della modernità come il Bauhaus.
Sembra uno scherzo di cattivo gusto. Non lo è. Tanto che insieme a decine di istituzioni tra cui il Memoriale di Bernburg, il Luthermuseum, il Theater Magdeburg, Ferropolis, l'Associazione dei musei della Sassonia-Anhalt, il Bauhaus di Dessau ha firmato un appello in cui si mette in guardia dalla «politica culturale patriottica» annunciata dall'Afd, che «vuol essere solo l'espressione di una comunità etnicamente omogenea», che mostra inquietanti tratti «völkisch-nazionalisti». Che punta a distruggere l'arte come «spazio aperto, pluralistico». E ammette solo «l'identità tedesca». Un inquietante déjà vu.
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