Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
martedì 25 agosto 2026
Sicuri che sia il 2026?
La faida tra caporali che insanguina la città invisibile degli schiavi
di Chiara Spagnolo
Se sulla terra esiste un inferno, si chiama Borgo Mezzanone, il ghetto dei braccianti tra Manfredonia e Foggia, al cui interno convivono gli sfruttatori e gli sfruttati. Chi raccoglie pomodori per 3 euro l'ora e chi lucra sulla loro disperazione, aiutando spesso gli imprenditori italiani ad arricchirsi. È il non luogo in cui lo Stato non esiste: non c'è l'acqua corrente e la fogna, ma ci sono montagne di rifiuti e, nel caldo torrido di agosto, un odore nauseabondo. Ci sono tante regole ma non c'è la legge. Se non per qualche ora — periodicamente — dopo che accade un fatto di sangue. Come l'omicidio di Sadam Houssain, bracciante pakistano scomparso il 4 agosto e il cui cadavere è stato trovato il 21 nel bagagliaio della sua auto.
Si indaga per omicidio ma nella bidonville pugliese tutti sanno che il colpevole non sarà trovato. Come è accaduto dopo il 21 agosto dell'anno scorso, quando in un casolare fu scoperto il corpo di un 27enne macedone. Il 29 settembre, quando il cadavere nei campi con ferite da arma da fuoco era di un magrebino. E il 4 ottobre, quando un senegalese fu ucciso a coltellate. Adesso è toccato a Sadam, forse vittima di una guerra tra caporali. Il 32enne da qualche tempo era diventato un intermediario, ovvero faceva da tramite tra i connazionali e alcuni proprietari delle aziende agricole. «Li pagava lui — ha fatto sapere il fratello Nazim ai carabinieri — con gli altri pakistani non ha mai avuto discussioni». Ma, probabilmente, con i caporali che lavorano lì da anni sì. Perché il sistema criminale che regola la vita nella baraccopoli più grande d'Europa non tollera devianze né intrusioni.
Lo chiamano ex Pista quel paese di lamiere in cui vivono 5mila disperati, perché un tempo c'era un aeroporto militare. Poi il Cara, che adesso è chiuso e sarà trasformato in un insediamento abitativo. Forse. Se con i fondi europei a disposizione non accadrà ciò che è successo con i 50 milioni del Pnrr, persi a causa dei tempi troppo stretti. «Ci chiediamo che fine hanno fatto quei soldi» dice Michele Chiuccariello della Flai Cgil, mentre insieme al mediatore gambiano Mohamed incontra alcuni «ragazzi», sollecitandoli a fare attenzione dopo l'omicidio. Alle 18 tanti sono ancora nei campi, Mahamadou è tornato da poco, ha raccolto zucche per 6,50 euro l'ora. Vive a Borgo Mezzanone perché a Foggia «nessuno mi dà in fitto una casa, anche se i documenti ce li ho». Ogni mattina viene assoldato da un intermediario. «Se guadagni queste cifre sei fortunato, perché vuol dire che lavori regolarmente ma c'è chi prende anche 3 euro l'ora — continua Chiuccariello — Molte aziende attingono al bacino degli irregolari, proprio per pagarli meno». E se qualcuno prova a ribellarsi, smette semplicemente di essere chiamato. Tanto non può denunciare, come ha spiegato l'anno scorso un imprenditore al sindacalista.
Questi uomini sono fantasmi per lo Stato e numeri per le aziende. «Ci spacchiamo la schiena per far mangiare gli italiani» dice Max, tornato dalla raccolta dell'uva. Isac, invece, ha lavorato ai peperoni dalle 4 del mattino e ci tiene a togliere le scarpe e lavarsi prima di sedersi con gli altri. Qualcuno, alla baracca della Cgil, arriva per chiedere se sono iniziati i corsi di italiano. Poco distante il camper di Intersos, organizzazione umanitaria internazionale che presta assistenza socio-sanitaria. Si avvicinano in tanti: il nigeriano Abram che si è fatto male alla schiena e non lavora da giorni, il somalo Ahmed con un taglio al braccio ricucito alla meno peggio, il guineano Seko che vuole sapere come fare per parlare con il medico di base. «Ci sono persone che hanno problemi legati agli sforzi lavorativi, dorsalgie per esempio, piuttosto che ferite che si procurano sui campi, tagli, contusioni — spiega l'infermiera Elena Bertuletti — Ma assistiamo anche gente con patologie croniche, diabete, ipertensione». Tante sono anche le patologie psichiatriche e le dipendenze da alcol e droghe. Che qui entrano in enormi quantità, in un intreccio di competenze e affari tra la mafia foggiana e quelle africane, nigeriana innanzitutto. I luoghi dello spaccio li conoscono tutti, molti — che vogliono solo lavorare e guadagnare — se ne tengono alla larga.
Ma vivere tranquilli non è facile, in un posto dove pure per andare nei campi devi dare la tangente ai caporali. Oppure per spostarti, perché gli autobus non ci arrivano e per raggiungere la frazione chiamata Borgo Mezzanone bisogna pagare un euro ai taxi irregolari. Lo stesso accade per andare a lavoro all'alba. Pagare e poi salire su un'auto impolverata, come quella che guidava Sadam e che il 4 agosto è diventata la sua bara. Lì dove è stata trovata, nel quartiere somalo, ora c'è un nastro bianco e rosso in mezzo alle carcasse. «Nazim (il fratello della vittima, ndr) vuole la verità — dice il connazionale 47enne Arshad — Dopo l'autopsia, porteremo Sadam in Pakistan dove lo aspetta la sua famiglia».
Torna l'Amaca!
Per non essere disertori
di Michele Serra
Anche Firenze, come Parigi, Barcellona e altre città europee, ha deciso di levare asfalto e aggiungere alberi per cercare di ridurre la temperatura urbana. Che dieci nuove strade verdi, in una grande città, servano solo a un infinitesimale sollievo, è a conti fatti una osservazione sterile: servono comunque a segnalare una volontà politica che non prevede la resa di fronte al riscaldamento del pianeta. E serve a dire che le crisi, anche le più tremende, non si subiscono. Si prova a governarle. Ci si lavora dentro.
La rassegnazione (descritta con grande efficacia letteraria da Antonio Scurati a Ferragosto su questo giornale) è un nemico pericoloso quanto il negazionismo. Il negazionista climatico ha deciso che il problema non esiste, il rassegnato che è impossibile affrontarlo. Stretta tra queste due diverse forme di diserzione c'è la buona volontà, che senza farsi troppe illusioni assume la responsabilità individuale non solo come un dovere, anche come una minuscola leva di cambiamento. Chiedete a qualunque persona che fa volontariato, nel mondo, se serve a qualcosa. Vi risponderà di sì.
L'elenco delle cose che è possibile fare individualmente, persona per persona, non è breve, e ormai appartiene al senso comune. È scienza diffusa. Piantare alberi, consumare meno carne, viaggiare di meno (l'overtourism è devastazione ambientale allo stato puro), cercare di ridurre i consumi e gli sprechi, riciclare i rifiuti, scaldare di meno le case in inverno, non abusare dei condizionatori d'estate. Ognuna di queste scelte vale, in scala, quanto piantumare dieci strade di Firenze. Non servono eroi né asceti, serve un ragionevole lavoro di riparazione dei guasti. Serve lavoro e serve cura, che sono il contrario esatto dell'inedia e della rassegnazione.
Supercazzolalistichespidoso
La Supervalériola
Ci voleva il dibattito sulla cultura woke (“sveglio”), riaperto negli Usa dalla Ocasio-Cortez e qui da Conte, per ritrovare una nostra passionaccia che temevamo estinta: la supervalériola, cioè la supercazzola di Chiara (si fa per dire) Valerio. Una colata di piombo su Rep dal titolo: “Il woke ha esagerato ma da quella cultura ho imparato tanto”. L’assenza di virgola prima del “ma” non deve stupire. La Valerio distribuisce la punteggiatura come gli chef il pangrattato: a manciate, ’ndo cojo cojo. Anche tra soggetto e verbo, prima della e, dopo il punto interrogativo a fine frase. Ma se ci domandassero cos’ha imparato costei dal woke, non sapremmo che rispondere, a parte l’arte di non farlo capire a nessuno. Eppure del woke “Mi ha immediatamente convinto (sic, ndr) l’aver evidenziato quanto le battaglie per i diritti non potessero procedere ‘in serie’, cioè un diritto prima di un altro, ma ‘in parallelo’, cioè un diritto insieme a un altro”. Qualunque cosa significhi, almeno per noi. Per Chiara invece è tutto chiaro: “Mi son detta, sì, mettiamo tutto insieme, dichiariamo… la connessione, l’intersezione tra riscaldamento globale, parità salariale, differenze di genere, migranti climatici, riarmo, intelligenze artificiali, ascesa delle destre, colonialismo, razzismo, povertà, smantellamento del sistema educativo pubblico… impoverimento delle classi lavoratrici… guerra, aperitivo almeno il sabato sera, curiosità culturale”. Chi volesse già chiamare gl’infermieri porti pazienza: questo frittomisto è il motivo per cui – giura la sedicente Chiara – “il woke mi è subito piaciuto”. Ne ha tratto concetti insospettabili: “Il bene è fare del bene o non è”. E, si suppone, il male è fare del male o non è (Max Catalano). Punto, punto e virgola, ma soprattutto virgola. Guai però ad “annichilire chi si considera nemico per conquistare territori semantici”: non sia mai. E poi “il linguaggio non è una religione, nonostante in principio era il verbo e il verbo era presso dio”. E il congiuntivo era un optional.
Se vi prudono le mani, aspettate un altro po’ a chiamare l’ambulanza, o vi perdete il meglio: “Da dove parlo? All’intersezione di quali insiemi mi trovo (l’insiemistica, che ben funziona per l’identità, è la matematica che non spaventa)? Donna, guardo la pallavolo, bianca, mi piace il risotto, scuola pubblica, centro Italia, studi superiori, automunita, il mio colore preferito è il verde bosco, omosessuale, mi piace il teorema di Gödel, anche se non so più dimostrarlo, ascolto Martha Argerich”. Qui potete aggiungere parole in libertà a piacere per un nuovo manifesto futurista. Tipo: “Donne, è arrivato l’arrotino con patente e teorema di Eulero anche se non sa dimostrarlo ma in compenso ascolta Povia!,?:;”. Poi, con calma, chiamate la neuro.
lunedì 24 agosto 2026
Filosoficamente
L’IA è un grande inganno che la politica alimenta
In un dialogo della maturità, Platone definiva la politica “arte regia”. Per una ragione sostanziale: essa ha il compito di guidare la comunità verso l’obiettivo del bene comune. A differenza di altre figure sociali, il politico non dovrebbe occuparsi di questioni settoriali e limitate nel tempo, bensì ha il compito di coordinare e guidare verso obiettivi di ampio respiro e lungo periodo.
Come un bravo medico, piuttosto che a guisa di un semplice amministratore di voti e potere personale, deve individuare la malattia e trovare la buona cura per il più gran numero possibile dei cittadini, anche quando essi non la riconoscono immediatamente.
Abbandono subito questo riferimento alle altezze eteree del pensiero filosofico, onde evitare di cadere nel ridicolo perché la realtà che abbiamo sotto gli occhi ci presenta tutt’altro scenario.
Anche limitandosi al contesto ridotto del nostro Paese, infatti, emerge con nettezza inquietante lo scollamento fra i problemi impellenti della realtà e il teatrino dell’assurdo portato avanti dalle classi politiche.
Sì, da una parte osserviamo un cambiamento climatico dagli effetti sempre più preoccupanti e dannosi; un disagio sociale di sempre più persone i cui stipendi – quando hanno la fortuna di possedere un lavoro – si sono adeguati all’inflazione meno che in tutti gli altri Paesi europei; una crisi della democrazia e della giustizia sociale, con un numero sempre maggiore di cittadini che non vanno a votare per legittimo sconforto, mentre crescono le ricchezze spropositate e i privilegi di una ristrettissima minoranza; a tutto ciò si aggiungano le crescenti difficoltà cognitive e psicologiche di un’opinione pubblica sempre più ipnotizzata, omologata e degradata dagli strumenti del digitale e dell’Intelligenza artificiale.
Dall’altra parte cosa osserviamo? Un governo Meloni concentratissimo su riforme imperdibili e decisive (giustizia, legge elettorale, premierato) o su questioni di facciata (migranti) affrontate con la consueta ipocrisia e incompetenza, con tanto di operazione indegna contro il governo spagnolo, costretto a tirare fuori i dati che inchiodano il governo italiano sul fallimento delle sue politiche migratorie. Oppure il campo largo, ripiegato sulla fondamentale questione suicida del “primarie sì o primarie no”, che fanno pensare soltanto a un’armata Brancaleone indecisa se frantumarsi direttamente prima delle elezioni o se implodere dopo averle miracolosamente vinte, regalando al popolo italiano l’ennesima delusione per l’eventuale e coraggiosissima fiducia riposta sul centrosinistra.
E dire che non servirebbe l’artista regio auspicato da Platone, per individuare la questione nodale di cui si dovrebbe occupare una politica con la P maiuscola nel nostro tempo. Tale questione ha un nome sistematicamente ignorato dai nostri politicanti di piccolo cabotaggio: Intelligenza artificiale. È la sintesi di tutte le questioni, rispetto alle sopra citate emergenze del nostro tempo. Una tecnologia che inquina e consuma le risorse del pianeta come nessun’altra. Posseduta da una decina di miliardari – perlopiù americani – il cui capitale complessivo è superiore a quello della metà più povera del pianeta (quasi quattro miliardi di persone). Gli algoritmi che la regolano stabiliscono ciò che dobbiamo sapere o ignorare, su piattaforme scientificamente programmate per generare dipendenza e rimbecillire gli utenti che ormai ne abusano, generando – fra le altre cose – un problema democratico che spinge molti studiosi a parlare di “governance algoritmica”. Una tecnologia mandata avanti da lavoratori precari, sfruttati e sottopagati da capitani di industria che, a loro volta, pagano tasse irrisorie con la compiacenza coatta dei governi di tutto il mondo. Perlopiù sottomessi allo strapotere finanziario di queste potenze private ormai in grado di governare le sorti del mondo, guerre comprese, combattute per le terre rare necessarie ai prodotti dell’Intelligenza artificiale.
Appunto, l’Intelligenza artificiale, questa espressione che in realtà racchiude un sistema di potere centralizzante e antidemocratico, votato al profitto di pochissimi grazie allo sfruttamento dei più e alla consumazione selvaggia delle risorse di un pianeta ormai allo stremo. L’elemento decisivo dell’epoca in cui ci troviamo e che, guarda caso, non risulta pervenuto fra i ragionamenti e le proposte del nostro pittoresco arco politico. A riprova del fatto che, ben al di là dell’Intelligenza artificiale, ciò che dobbiamo temere è l’ottusità naturale autogenerativa dei nostri inutili governanti, per i quali Platone – bene che vada – era un influencer ormai superato dalla Storia. Una brutta storia.


