domenica 24 maggio 2026

Paragoni comici

 

Carletto Falcone. 


di Marco Travaglio 

Rompendo la monotonia delle commemorazioni di Capaci, Carlo Nordio è salito sul piedistallo delle vittime e si è paragonato a Falcone. Tipo i mitomani che ai matrimoni vorrebbero essere la sposa e ai funerali il morto. Testuale: “Io mi sento magistrato prima ancora che ministro, quindi questa giornata per me è particolarmente emozionante. Sia io che Giovanni Falcone abbiamo rischiato la vita: io quando indagavo sulle Brigate Rosse e lui sulla mafia”. Ecco: lui prima e Falcone dopo. Il fatto che, oltre a rischiare la vita, Falcone l’abbia anche persa, mentre l’unico pericolo che corre Nordio è una cirrosi epatica da spritz, è un dettaglio. I cerimonieri prendano buona nota affinché dall’anno prossimo ogni lapide, targa, cippo e monumento commemorativo ricordi non solo Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, ma anche Nordio. La Storia, malgrado le vili censure che da oltre 40 anni oscurano il suo ruolo decisivo nella lotta al terrorismo politico e mafioso, parla chiaro. Più che dalla coppia oleografica Falcone-Borsellino, i piani alti del crimine hanno sempre saputo che il pericolo pubblico numero 1 o al massimo 2 non era a Palermo, ma a Venezia. E furono sempre ossessionati dal duo Falcone-Nordio. Giovanni non muoveva un passo senza consultarsi con Carletto, allievo prediletto e poi maestro e spirito guida. Nel 1989 il vero bersaglio del fallito attentato all’Addaura non era né Falcone né i colleghi svizzeri Carla Del Ponte e Claudio Lehmann, ma Nordio, atteso sulla scogliera per l’apericena. E nel 1992, dovendo scegliere quale pm colpire per primo, Riina e gli altri boss restarono a lungo incerti tra Falcone e Nordio. Poi optarono per il primo, ma subito si pentirono di aver trascurato l’implacabile castigamatti lagunare, terrore di ogni cosca e brigata. Una grave sottovalutazione che pagarono cara e salata.

Scampato per miracolo alla strategia stragista, Nordio infilò un’indagine più clamorosa dell’altra (ora non ce ne sovvengono, ma solo per l’odiosa censura che lo perseguita) e infine, raggiunta la meritata pensione, coronò la trionfale carriera col ministero della Giustizia. E, per i criminali d’alto bordo, furono dolori: nel solco dell’amico Giovanni, Carletto depenalizzò l’abuso d’ufficio, imbavagliò stampa e toghe, e soprattutto limitò le intercettazioni (non più di 45 giorni, anche per cercare boss latitanti da 45 anni). Celebre la frase: “I veri mafiosi non parlano al telefono per paura delle intercettazioni e del trojan”. Poche ore dopo fu arrestato Messina Denaro grazie alle intercettazioni e al trojan e qualcuno osò canzonare il ministro per l’incauta affermazione. Ma era la classica finta del fuoriclasse per disorientare l’avversario.

Titoli lontani

 

Fjord, Minotaur, La Bola Negra, Fatherland, All of a Sudden, Coward: sono i titoli dei film premiati al Festival di Cannes conclusosi ieri, con la vittoria di Fjord del regista romeno Cristian Mungiu.

Perché scrivo questo? Quanti di noi vedranno questi film? Opere sicuramente valide ma di nicchia. E cos'è la nicchia? Ragionando da ignorante, oserei dire che la nicchia alimenta ambienti snob, club esclusivi dove il pensiero scorre veloce ma dentro pareti. Per affrontare film di questo genere occorre preparazione, lettura, conoscenza della storia, biografia del regista, collocazione filosofica. Quanti sono pronti e in grado di farlo?

Partendo da un dato raggelante — che il 35% degli italiani è analfabeta funzionale — il cinema d'autore cosa cerca di fare per ridurre questo squallido numero?

C'è insomma la sensazione che le linee parallele non si incontreranno mai, come da regola geometrica: la nicchia continuerà sfavillante a nutrirsi di sé stessa, autostimandosi, celebrando e sminuzzando filosofie allo scopo di certificare la propria esistenza.

Manca la discesa, l'agevolazione verso substrati in sofferenza — vedasi il mondo giovanile. Non è fattibile, oggi, presentare un progetto che, facendo sedere davanti a uno schermo blocchi di marmo intonsi, ne liberi dopo la proiezione statue michelangiolesche: coscienze pronte ad affrontare soprusi e corteggiamenti capitalistici di ogni risma, pronte a combattere la malevola e occulta volontà di tenere sempre più rimbambiti al desco — ondivaghe figure dormienti pronte ad affollare store per ninnoli insignificanti.

Il cinema d'élite ha una grande responsabilità che pare non aver voglia di affrontare: risvegliare coscienze, innescare l'io dei tanti, troppi, dormienti. Scendere dal piedistallo, farsi compagno di viaggio di molti, offuscherebbe la nicchia e le verticali di Krug — l'essenza, per molti, dell'essere su questo pianeta.

sabato 23 maggio 2026

Finale di sfottò!

 




L'Amaca

 


Il burattino senza fili

DI MICHELE SERRA

L'uomo che inciampa è un classico del meccanismo comico. Se poi l'uomo che inciampa è ricco e potente, e cade a faccia in giù in una pozzanghera, la risata si libera di ogni senso di colpa. Non fa ridere allo stesso modo la caduta del disgraziato, che la retta via non sa davvero come mantenerla.

La caduta del robot è una variante inedita. Se avete visto il video dell'umanoide made in China che mentre imita Michael Jackson stramazza su un gradino, e non si rialza più, da danzatore a fantoccio, da vivo a morto in un istante: beh, la classica risata dura appena un attimo e lascia subito il posto a una specie di solidale sgomento. Fa pensare, quel guitto disarticolato, incapace di risollevarsi, al servo schiantato dal lavoro. All'animale da circo costretto all'esibizione innaturale. Alla vittima di un azzardo non imputabile a lui.

L'uomo robusto (il suo inventore?) che dopo un istante si avvicina, lo osserva, lo solleva e con calma se lo porta via, senza l'affanno del soccorso, senza la pena per il ferito, appare immediatamente come il solo artefice della scena. È lui, non il robot, l'emulatore fallito di Michael Jackson. È lui che ha esposto allo sghignazzo del pubblico quei chili di metallo e chip addestrati a fingersi una popstar — chissà perché, poi: per quale utile bisogno umano?

Non diremo mai abbastanza che non è la tecnologia, a farci paura, è l'uomo che la adopera, che se ne serve per gli scopi più disparati: scienza e avidità, medicina e guerra, cura e sterminio, soccorso e controllo sociale. Nessuno ha paura del burattino, tutti del burattinaio. Molti anni fa in Francia prese piede un movimento, mezzo dadaista, per la liberazione dei nani da giardino. È ora di fondare un movimento per la liberazione dei robot in cattive mani.

Ricordo Slow

 


Il rivoluzionario che ci ha insegnato l'umanità del pane

DI MICHELE SERRA

Era un rivoluzionario, anche se già qualcuno lo commemora come un tradizionalista. Era un uomo del popolo, e rischia di essere ricordato come il profeta di una élite gaudente. È stato una mente politica e un organizzatore sociale molto ammirato all'estero, piuttosto misconosciuto in patria. Era un internazionalista di sinistra, un globalista visionario, ma se ne parlava prevalentemente come cultore del local, del piccolo luogo, delle singole culture indigene.

Carlo Petrini non ha avuto alcuna colpa di questi equivoci. La sua sfida era (ed è) ardua e coraggiosa, non è stata una pagina facile da scrivere, nemmeno da leggere. Sfida culturale: impedire che la massificazione cancellasse le identità, le storie, le culture, le sapienze, le esperienze, la memoria (in una parola: l'umanità del cibo e l'umanità in generale). Che omologasse i sapori, sterilizzasse il rapporto tra uomo e natura, approfondisse la cesura, drammatica, tra la società urbanizzata e la terra madre. L'uomo senza i piedi e le mani nella terra doveva sembrargli amputato.

La sua sfida politica era che i produttori, i contadini, gli allevatori, i pescatori (a tutt'oggi: circa un terzo del genere umano) fossero il motore, e non un ingranaggio, i protagonisti, non le vittime, della filiera del cibo, sfidando il paradigma secondo il quale solo l'agroindustria, solo il latifondo biotecnologico potessero sfamare l'umanità. Non voleva che l'industria chimica e i fondi di investimento fossero i padroni definitivi del cibo mondiale, proprietari dei brevetti delle specie (poche) e progettisti esclusivi di un paesaggio agricolo ridotto a distese interminabili della stessa soia, dello stesso mais. La cancellazione della biodiversità come razionalizzazione capitalistica della produzione agricola: è un progresso o un regresso?

Vedeva nella cancellazione dell'agricoltura di autoconsumo nei paesi poveri un colpo inferto dal capitalismo aggressivo alla dignità contadina; nelle masse proletarizzate e affamate che migravano verso le megalopoli, perdendo terra, autonomia, identità, libertà, vedeva il segno di un arretramento secco della condizione umana. Certo non un segno del progresso.

Ha guidato la nascita di migliaia di orti in Africa, messo in rete comunità contadine di tutto il pianeta, convocato a Torino, per Terra Madre, gruppi entusiasti di coltivatori che arrivavano, a migliaia, da ogni angolo della Terra, dalla tundra all'Equatore, dalle Ande al Giappone, per scambiarsi esperienze, conoscersi meglio, valutare problemi insospettabilmente simili, e finalmente messi in comune.

Ha rivoluzionato, con Slow Food e la sua capillare presenza territoriale, buona parte della ristorazione italiana, segnalando con la chiocciolina il buono, la cura degli ingredienti del territorio, il giusto prezzo, e insegnando a diffidare del generico, del turistico, dell'improvvisato, del pacchiano. Ha mandato in orbita le sue Langhe, che soprattutto grazie a lui hanno preso coscienza del loro altissimo valore enologico. Ha creato, a Pollenzo, una Università delle Scienze Gastronomiche che è avanguardia mondiale, con studenti di ogni paese che imparano, nel cibo, a leggere economia, biochimica, agraria, sociologia, politica. È a Pollenzo che oggi e domani lo saluteremo in tanti.

Questa incredibile avventura, partita dalla piccola città di Bra, da un tipico apprendistato politico negli anni Sessanta e Settanta (Radio Bra Onde Rosse…) ha avuto come ingrediente fondamentale l'empatia umana di Carlo. Il suo culto dell'amicizia, del convivio, dello stare insieme, ridere insieme. Ha coltivato la socialità, la conversazione, lo scambio umano per tutta la vita, avendo il privilegio straordinario, e meritato, di poterlo fare con un papa (Francesco), un re (Carlo d'Inghilterra) e con un numero enorme di contadini, di gente semplice, di amici, di corrispondenti di Slow Food da mezzo mondo.

Sapeva star bene con gli intellettuali e con le cuoche, con i pastori e con i politici, purché il modo fosse gentile, familiare, semplice, e la tavola fosse ospitale.

Fu protagonista, con l'inseparabile scudiero Azio, di scherzi memorabili, messe in scena, simulazioni e beffe delle quali si è riso per anni fino all'ultimo bicchiere. Cantava così così, ma cantava, e si esibì al Club Tenco, uno dei suoi luoghi del cuore, in un trio detto "i Madrigalisti d'Oltre Tanaro". Amava fare notte fonda, e non gli piaceva che qualcuno se ne andasse prima del tempo (in questo suo oltranzismo conviviale era quasi più pericoloso di Gianni Mura).

Una notte di parecchi anni fa lo vidi arrampicarsi lungo i colli del Roero per il rito primaverile delle uova, che annuncia prosperità a chi accoglie, e minaccia disgrazia a chi respinge. Fattoria dopo fattoria, fino all'alba. Con lui ragazzi americani, tedeschi, giapponesi, che avevano imparato a memoria il canto rituale, in stretto langarolo. Il mondo intero, ma in un posto solo, e con il bicchiere in mano. Pane, uova, salame. E fraternità. Il mondo come lo voleva Carlo, e come forse mai non sarà. Ma c'era, quel mondo, quando c'era Carlo.

Natangelo

 



Salubre intervista

 

Intervista a Francesca Albanese, relatrice Onu per la Palestina: Sulla Flotilla e Gaza la nostra indignazione è selettiva. Le condanne di Meloni? Too little, too late 


di Maddalena Oliva 

Francesca Albanese, le immagini degli attivisti della Flotilla inginocchiati, umiliati, in dei casi torturati, dopo essere stati sequestrati illegalmente, hanno fatto il giro del mondo. 

L’ennesimo attacco contro la Flotilla è un assaggio di ciò che i prigionieri palestinesi affrontano ogni giorno, nel silenzio degli Stati e dei media principali. E conferma la brutalità dello Stato israeliano, sostenuta dall’impunità di cui gode. Se le condanne ci sono, non seguono azioni tangibili, come la cooperazione con la giustizia internazionale e la fine della complicità economica e militare. Per l’Europa, parlo in primis della sospensione dell’accordo di cooperazione economica tra Ue e Israele, un accordo che viola il diritto internazionale. L’indignazione non può esaurirsi con il ritorno a casa degli attivisti, ma deve continuare fino alla fine dell’occupazione, dell’apartheid e del genocidio. Serve mobilitarsi in modo permanente. E gli italiani sono tra i primi che hanno dimostrato di poterlo fare.

‘Benvenuti nell’Apartheid senza frontiere, che presto diventerà il Consorzio Mediterraneo dell’Apartheid’, ha scritto sui suoi social.

Certo. Israele sta portando alle estreme conseguenze una logica che i governi europei hanno già contribuito a normalizzare: controllo securitario delle frontiere, sorveglianza permanente, criminalizzazione della solidarietà e impunità per la violenza esercitata contro civili e attivisti. Da anni lasciamo morire nel Mediterraneo migliaia di persone in fuga da guerre, persecuzioni e miseria, rafforzando pure certi regimi autocratici della sponda sud del Mediterraneo e trasformando il mare in uno spazio sempre più militarizzato, un vero e proprio ‘cimitero liquido’. Non è un caso che molte di queste politiche si basino anche sull’utilizzo di tecnologie militari israeliane, come i droni prodotti da Elbit Systems.

È anche per questo, secondo lei, che fino a pochi giorni fa, nessun Paese ha avuto la forza di prendere posizione contro gli abbordaggi israeliani della Flotilla?

È questo il punto più inquietante: sembrano non esistere red lines. Lo scopo degli attivisti era entrare nelle acque di Gaza e queste non sono sotto sovranità israeliana: restano sotto occupazione illegale. Israele non ha quindi alcun diritto di intercettare e sequestrare persone in acque internazionali, ben lontane dalle acque territoriali israeliane. Eppure nulla sembra sufficiente per una reale rottura politica da parte dell’Europa. Netanyahu manda navi da guerra a sequestrare cittadini europei, a due passi dalle acque europee, e l’Europa ha paura di rompere il blocco illegale che Israele impone su una popolazione stremata, nonostante la Corte internazionale di giustizia abbia dimostrato l’illegalità dell’occupazione su Gaza, Gerusalemme Est e Cisgiordania, e la necessità di smantellarla incondizionatamente. Il sogno europeo, di un’Europa come comunione di valori e non solo di mercati, sembra davvero un lontano ricordo.

Il mondo sembra aver scoperto oggi che il governo israeliano è ostaggio dei suoi ministri più oltranzisti. L’Unione europea ieri ha aperto alla proposta italiana di sanzionare il ministro Ben-Gvir. E persino Netanyahu è stato costretto a prendere le distanze…

La violenza israeliana non dipende da una singola figura politica: è strutturale, radicata nel sistema di occupazione e d’apartheid. Se domani avessimo nomi nuovi al governo, la necessità di cambiare le leggi israeliane, di renderle veramente democratiche e di far cessare apartheid e occupazione illegale non cesserebbero. Non pensiamo che esista un modo ‘soft’ o ‘moderato’ di mantenere un regime di occupazione che fa da veicolo al colonialismo d’insediamento più sfacciato: saremmo ingenui. E anche la presa di distanza da Ben-Gvir è apparente, mi sembra piuttosto un modo di Netanyahu per deflettere le accuse mosse dai leader internazionali, infatti il ministro della Sicurezza mantiene indisturbato la sua posizione. E parliamo di colui che ha promosso la prison revolution contro i detenuti palestinesi, aggravandone gli aspetti punitivi e implementando delle vere e proprie politiche del terrore. Negli ultimi 32 mesi sono stati imprigionati oltre 20mila palestinesi, di 4mila si sono perse completamente le tracce, stando a un’inchiesta condotta sempre dell’Onu, in 100 sono stati uccisi durante la detenzione. Delle forme di tortura sotto cui sono morti alcuni – come il dottor Adnan al-Bursh, chirurgo ortopedico molto noto e amato da tutti – si conoscono persino i dettagli.

Però ci indigniamo solo quando a essere coinvolti sono i nostri connazionali: è la disumanizzazione dei palestinesi di cui parla anche Judith Butler?

Quali vite sono considerate grievable, degne di essere piante? Questo si chiede Judith Butler. Trovo che ciò che è accaduto alla Palestina abbia aperto un varco facendoci vedere una delle tragedie più profonde del nostro tempo: l’incapacità di riconoscerci davvero come parte della stessa famiglia umana, dopo decenni in cui ci eravamo collettivamente ripromessi di farlo. Se c’è qualcosa che questa vicenda può e deve insegnarci, è che l’indignazione non può essere selettiva. La vita ha lo stesso valore indipendentemente dalla lingua, dalla religione, dal genere, dal passaporto. Chi lo nega fa ideologia. In Italia c’è un’ignoranza volontaria e inescusabile. Va bene avere opinioni divergenti e discordanti, ma a partire dai fatti documentati.

Fa riferimento al suo ultimo rapporto Onu sulle torture nelle carceri israeliane. E a quanto hanno raccontato le inchieste di alcuni media, come il New York Times, sull’uso dei cani per stuprare…

Quello pubblicato dal NYT è un articolo necessario ma che, francamente, sfiora appena la superficie di ciò che accade in Palestina. Eppure, nonostante questo, la reazione israeliana è stata immediata e feroce. Non vogliono che chi li sostiene, soprattutto la base democratica statunitense, veda, sappia, capisca. Sanno che l’indignazione, ma anche la capacità di empatia e amore per l’altro, rappresentano la minaccia più grande: la scintilla che può trasformarsi in azione politica e costringere i governi a smettere di essere complici.

Possiamo dire che la Flotilla ha avuto di nuovo la forza di accendere questa scintilla? Si è ricreduta?

Se questa vicenda servirà a riportare l’attenzione sulla Palestina, sulla brutalità del sistema israeliano e sulla necessità di continuare a mobilitarsi, allora sì. Soprattutto in un momento in cui il cosiddetto ‘cessate il fuoco’ ha quietato le coscienze in questa parte del mondo, mentre per i palestinesi ha significato, nei fatti, l’occupazione di più di metà della Striscia, il divieto di oltrepassare la cosiddetta ‘linea gialla’ – pena, la morte – e continue uccisioni di civili, anziani e bambini. Dopo aver ammazzato in massa giornalisti palestinesi e continuando a impedire ai media l’accesso a Gaza, le immagini che arrivano dalla Striscia sono sempre meno. Meno immagini significano anche meno capacità di interrogarci, meno urgenza di agire, meno pressione sulle nostre coscienze. Spero quindi che la Flotillaci abbia risvegliato dal torpore e dall’assuefazione degli ultimi mesi, ricordandoci per quali vite stiamo lottando. A Umm al-Kheir, in Cisgiordania, da settimane un’intera comunità vive sotto la minaccia imminente di demolizioni e trasferimento forzato: coloni ed esercito israeliano impediscono ai bambini di raggiungere la scuola, bloccando le strade con filo spinato e utilizzando lacrimogeni contro i bambini. Ecco, c’è il rischio che l’apparente indignazione internazionale per quanto accaduto agli attivisti finisca, paradossalmente, per oscurare ancora una volta ciò che continua ad accadere ogni giorno in Palestina.

È però la prima volta che i governi e le cancellerie di mezzo mondo – Stati Uniti compresi – hanno condannato Israele.

Too little too late: ‘troppo poco e troppo tardi’. La maggior parte dei Paesi occidentali resta complice o completamente assoggettata alle politiche israelo-statunitensi. Come può la presidente del Consiglio Giorgia Meloni dichiararsi ‘indignata’ e, al tempo stesso, continuare a stringere la mano a Benjamin Netanyahu, su cui gravano accuse internazionali per crimini di guerra e contro l’umanità? Se il governo italiano ritiene davvero inaccettabili queste condotte, deve agire di conseguenza: smettere di ostacolare lo stop all’accordo Ue-Israele e interrompere ogni processo di normalizzazione diplomatica, in assenza di responsabilità e rispetto del diritto internazionale. Mi chiedo quale sarebbe stata la reazione dei governi occidentali se, al posto di Israele, ci fosse stata la Russia a intercettare in acque internazionali attivisti diretti in Ucraina con aiuti umanitari…

Chi invece qualche giorno fa è stato sanzionato dagli Usa, come è successo a lei, è stato l’attivista della Flotilla Saif Abukeshek…

È evidente che molte di queste sanzioni sembrano dettate più da Tel Aviv che da Washington. Gli attacchi contro chi si occupa di giustizia internazionale e solidarietà stanno diventando una forma di intimidazione sistematica. Come se ne esce? I governi devono reagire in modo deciso contro un atteggiamento che ricorda più logiche mafiose che di confronto tra Stati di diritto. È questo il futuro che vogliamo? A livello europeo, uno strumento già esistente – lo ‘statuto di blocco’ – potrebbe essere attivato contro sanzioni ritenute extraterritoriali e illegittime. Sarebbe un primo passo concreto. In parallelo, gli Stati di cittadinanza dovrebbero garantire un sostegno politico e legale alle persone sanzionate, a differenza di quanto fatto dall’Italia nei miei confronti.

A proposito, ora che ha vinto contro gli Stati Uniti può tornare alla sua vita e avere di nuovo un conto in banca?

È un primo respiro di sollievo. Ora si facciano avanti le banche che volevano aprirmi un conto, ma non potevano! Il mio caso, però, non è ancora definito nel merito: quella ottenuta è una sospensione preliminare e non una soluzione definitiva. La battaglia per la giustizia è ancora lunga.Francesca Albanese, le immagini degli attivisti della Flotilla inginocchiati, umiliati, in dei casi torturati, dopo essere stati sequestrati illegalmente, hanno fatto il giro del mondo. 

L’ennesimo attacco contro la Flotilla è un assaggio di ciò che i prigionieri palestinesi affrontano ogni giorno, nel silenzio degli Stati e dei media principali. E conferma la brutalità dello Stato israeliano, sostenuta dall’impunità di cui gode. Se le condanne ci sono, non seguono azioni tangibili, come la cooperazione con la giustizia internazionale e la fine della complicità economica e militare. Per l’Europa, parlo in primis della sospensione dell’accordo di cooperazione economica tra Ue e Israele, un accordo che viola il diritto internazionale. L’indignazione non può esaurirsi con il ritorno a casa degli attivisti, ma deve continuare fino alla fine dell’occupazione, dell’apartheid e del genocidio. Serve mobilitarsi in modo permanente. E gli italiani sono tra i primi che hanno dimostrato di poterlo fare.

‘Benvenuti nell’Apartheid senza frontiere, che presto diventerà il Consorzio Mediterraneo dell’Apartheid’, ha scritto sui suoi social.

Certo. Israele sta portando alle estreme conseguenze una logica che i governi europei hanno già contribuito a normalizzare: controllo securitario delle frontiere, sorveglianza permanente, criminalizzazione della solidarietà e impunità per la violenza esercitata contro civili e attivisti. Da anni lasciamo morire nel Mediterraneo migliaia di persone in fuga da guerre, persecuzioni e miseria, rafforzando pure certi regimi autocratici della sponda sud del Mediterraneo e trasformando il mare in uno spazio sempre più militarizzato, un vero e proprio ‘cimitero liquido’. Non è un caso che molte di queste politiche si basino anche sull’utilizzo di tecnologie militari israeliane, come i droni prodotti da Elbit Systems.

È anche per questo, secondo lei, che fino a pochi giorni fa, nessun Paese ha avuto la forza di prendere posizione contro gli abbordaggi israeliani della Flotilla?

È questo il punto più inquietante: sembrano non esistere red lines. Lo scopo degli attivisti era entrare nelle acque di Gaza e queste non sono sotto sovranità israeliana: restano sotto occupazione illegale. Israele non ha quindi alcun diritto di intercettare e sequestrare persone in acque internazionali, ben lontane dalle acque territoriali israeliane. Eppure nulla sembra sufficiente per una reale rottura politica da parte dell’Europa. Netanyahu manda navi da guerra a sequestrare cittadini europei, a due passi dalle acque europee, e l’Europa ha paura di rompere il blocco illegale che Israele impone su una popolazione stremata, nonostante la Corte internazionale di giustizia abbia dimostrato l’illegalità dell’occupazione su Gaza, Gerusalemme Est e Cisgiordania, e la necessità di smantellarla incondizionatamente. Il sogno europeo, di un’Europa come comunione di valori e non solo di mercati, sembra davvero un lontano ricordo.

Il mondo sembra aver scoperto oggi che il governo israeliano è ostaggio dei suoi ministri più oltranzisti. L’Unione europea ieri ha aperto alla proposta italiana di sanzionare il ministro Ben-Gvir. E persino Netanyahu è stato costretto a prendere le distanze…

La violenza israeliana non dipende da una singola figura politica: è strutturale, radicata nel sistema di occupazione e d’apartheid. Se domani avessimo nomi nuovi al governo, la necessità di cambiare le leggi israeliane, di renderle veramente democratiche e di far cessare apartheid e occupazione illegale non cesserebbero. Non pensiamo che esista un modo ‘soft’ o ‘moderato’ di mantenere un regime di occupazione che fa da veicolo al colonialismo d’insediamento più sfacciato: saremmo ingenui. E anche la presa di distanza da Ben-Gvir è apparente, mi sembra piuttosto un modo di Netanyahu per deflettere le accuse mosse dai leader internazionali, infatti il ministro della Sicurezza mantiene indisturbato la sua posizione. E parliamo di colui che ha promosso la prison revolution contro i detenuti palestinesi, aggravandone gli aspetti punitivi e implementando delle vere e proprie politiche del terrore. Negli ultimi 32 mesi sono stati imprigionati oltre 20mila palestinesi, di 4mila si sono perse completamente le tracce, stando a un’inchiesta condotta sempre dell’Onu, in 100 sono stati uccisi durante la detenzione. Delle forme di tortura sotto cui sono morti alcuni – come il dottor Adnan al-Bursh, chirurgo ortopedico molto noto e amato da tutti – si conoscono persino i dettagli.

Però ci indigniamo solo quando a essere coinvolti sono i nostri connazionali: è la disumanizzazione dei palestinesi di cui parla anche Judith Butler?

Quali vite sono considerate grievable, degne di essere piante? Questo si chiede Judith Butler. Trovo che ciò che è accaduto alla Palestina abbia aperto un varco facendoci vedere una delle tragedie più profonde del nostro tempo: l’incapacità di riconoscerci davvero come parte della stessa famiglia umana, dopo decenni in cui ci eravamo collettivamente ripromessi di farlo. Se c’è qualcosa che questa vicenda può e deve insegnarci, è che l’indignazione non può essere selettiva. La vita ha lo stesso valore indipendentemente dalla lingua, dalla religione, dal genere, dal passaporto. Chi lo nega fa ideologia. In Italia c’è un’ignoranza volontaria e inescusabile. Va bene avere opinioni divergenti e discordanti, ma a partire dai fatti documentati.

Fa riferimento al suo ultimo rapporto Onu sulle torture nelle carceri israeliane. E a quanto hanno raccontato le inchieste di alcuni media, come il New York Times, sull’uso dei cani per stuprare…

Quello pubblicato dal NYT è un articolo necessario ma che, francamente, sfiora appena la superficie di ciò che accade in Palestina. Eppure, nonostante questo, la reazione israeliana è stata immediata e feroce. Non vogliono che chi li sostiene, soprattutto la base democratica statunitense, veda, sappia, capisca. Sanno che l’indignazione, ma anche la capacità di empatia e amore per l’altro, rappresentano la minaccia più grande: la scintilla che può trasformarsi in azione politica e costringere i governi a smettere di essere complici.

Possiamo dire che la Flotilla ha avuto di nuovo la forza di accendere questa scintilla? Si è ricreduta?

Se questa vicenda servirà a riportare l’attenzione sulla Palestina, sulla brutalità del sistema israeliano e sulla necessità di continuare a mobilitarsi, allora sì. Soprattutto in un momento in cui il cosiddetto ‘cessate il fuoco’ ha quietato le coscienze in questa parte del mondo, mentre per i palestinesi ha significato, nei fatti, l’occupazione di più di metà della Striscia, il divieto di oltrepassare la cosiddetta ‘linea gialla’ – pena, la morte – e continue uccisioni di civili, anziani e bambini. Dopo aver ammazzato in massa giornalisti palestinesi e continuando a impedire ai media l’accesso a Gaza, le immagini che arrivano dalla Striscia sono sempre meno. Meno immagini significano anche meno capacità di interrogarci, meno urgenza di agire, meno pressione sulle nostre coscienze. Spero quindi che la Flotillaci abbia risvegliato dal torpore e dall’assuefazione degli ultimi mesi, ricordandoci per quali vite stiamo lottando. A Umm al-Kheir, in Cisgiordania, da settimane un’intera comunità vive sotto la minaccia imminente di demolizioni e trasferimento forzato: coloni ed esercito israeliano impediscono ai bambini di raggiungere la scuola, bloccando le strade con filo spinato e utilizzando lacrimogeni contro i bambini. Ecco, c’è il rischio che l’apparente indignazione internazionale per quanto accaduto agli attivisti finisca, paradossalmente, per oscurare ancora una volta ciò che continua ad accadere ogni giorno in Palestina.

È però la prima volta che i governi e le cancellerie di mezzo mondo – Stati Uniti compresi – hanno condannato Israele.

Too little too late: ‘troppo poco e troppo tardi’. La maggior parte dei Paesi occidentali resta complice o completamente assoggettata alle politiche israelo-statunitensi. Come può la presidente del Consiglio Giorgia Meloni dichiararsi ‘indignata’ e, al tempo stesso, continuare a stringere la mano a Benjamin Netanyahu, su cui gravano accuse internazionali per crimini di guerra e contro l’umanità? Se il governo italiano ritiene davvero inaccettabili queste condotte, deve agire di conseguenza: smettere di ostacolare lo stop all’accordo Ue-Israele e interrompere ogni processo di normalizzazione diplomatica, in assenza di responsabilità e rispetto del diritto internazionale. Mi chiedo quale sarebbe stata la reazione dei governi occidentali se, al posto di Israele, ci fosse stata la Russia a intercettare in acque internazionali attivisti diretti in Ucraina con aiuti umanitari…

Chi invece qualche giorno fa è stato sanzionato dagli Usa, come è successo a lei, è stato l’attivista della Flotilla Saif Abukeshek…

È evidente che molte di queste sanzioni sembrano dettate più da Tel Aviv che da Washington. Gli attacchi contro chi si occupa di giustizia internazionale e solidarietà stanno diventando una forma di intimidazione sistematica. Come se ne esce? I governi devono reagire in modo deciso contro un atteggiamento che ricorda più logiche mafiose che di confronto tra Stati di diritto. È questo il futuro che vogliamo? A livello europeo, uno strumento già esistente – lo ‘statuto di blocco’ – potrebbe essere attivato contro sanzioni ritenute extraterritoriali e illegittime. Sarebbe un primo passo concreto. In parallelo, gli Stati di cittadinanza dovrebbero garantire un sostegno politico e legale alle persone sanzionate, a differenza di quanto fatto dall’Italia nei miei confronti.

A proposito, ora che ha vinto contro gli Stati Uniti può tornare alla sua vita e avere di nuovo un conto in banca?

È un primo respiro di sollievo. Ora si facciano avanti le banche che volevano aprirmi un conto, ma non potevano! Il mio caso, però, non è ancora definito nel merito: quella ottenuta è una sospensione preliminare e non una soluzione definitiva. La battaglia per la giustizia è ancora lunga.