domenica 24 maggio 2026

Paragoni comici

 

Carletto Falcone. 


di Marco Travaglio 

Rompendo la monotonia delle commemorazioni di Capaci, Carlo Nordio è salito sul piedistallo delle vittime e si è paragonato a Falcone. Tipo i mitomani che ai matrimoni vorrebbero essere la sposa e ai funerali il morto. Testuale: “Io mi sento magistrato prima ancora che ministro, quindi questa giornata per me è particolarmente emozionante. Sia io che Giovanni Falcone abbiamo rischiato la vita: io quando indagavo sulle Brigate Rosse e lui sulla mafia”. Ecco: lui prima e Falcone dopo. Il fatto che, oltre a rischiare la vita, Falcone l’abbia anche persa, mentre l’unico pericolo che corre Nordio è una cirrosi epatica da spritz, è un dettaglio. I cerimonieri prendano buona nota affinché dall’anno prossimo ogni lapide, targa, cippo e monumento commemorativo ricordi non solo Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, ma anche Nordio. La Storia, malgrado le vili censure che da oltre 40 anni oscurano il suo ruolo decisivo nella lotta al terrorismo politico e mafioso, parla chiaro. Più che dalla coppia oleografica Falcone-Borsellino, i piani alti del crimine hanno sempre saputo che il pericolo pubblico numero 1 o al massimo 2 non era a Palermo, ma a Venezia. E furono sempre ossessionati dal duo Falcone-Nordio. Giovanni non muoveva un passo senza consultarsi con Carletto, allievo prediletto e poi maestro e spirito guida. Nel 1989 il vero bersaglio del fallito attentato all’Addaura non era né Falcone né i colleghi svizzeri Carla Del Ponte e Claudio Lehmann, ma Nordio, atteso sulla scogliera per l’apericena. E nel 1992, dovendo scegliere quale pm colpire per primo, Riina e gli altri boss restarono a lungo incerti tra Falcone e Nordio. Poi optarono per il primo, ma subito si pentirono di aver trascurato l’implacabile castigamatti lagunare, terrore di ogni cosca e brigata. Una grave sottovalutazione che pagarono cara e salata.

Scampato per miracolo alla strategia stragista, Nordio infilò un’indagine più clamorosa dell’altra (ora non ce ne sovvengono, ma solo per l’odiosa censura che lo perseguita) e infine, raggiunta la meritata pensione, coronò la trionfale carriera col ministero della Giustizia. E, per i criminali d’alto bordo, furono dolori: nel solco dell’amico Giovanni, Carletto depenalizzò l’abuso d’ufficio, imbavagliò stampa e toghe, e soprattutto limitò le intercettazioni (non più di 45 giorni, anche per cercare boss latitanti da 45 anni). Celebre la frase: “I veri mafiosi non parlano al telefono per paura delle intercettazioni e del trojan”. Poche ore dopo fu arrestato Messina Denaro grazie alle intercettazioni e al trojan e qualcuno osò canzonare il ministro per l’incauta affermazione. Ma era la classica finta del fuoriclasse per disorientare l’avversario.

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