sabato 23 maggio 2026

Ricordo Slow

 


Il rivoluzionario che ci ha insegnato l'umanità del pane

DI MICHELE SERRA

Era un rivoluzionario, anche se già qualcuno lo commemora come un tradizionalista. Era un uomo del popolo, e rischia di essere ricordato come il profeta di una élite gaudente. È stato una mente politica e un organizzatore sociale molto ammirato all'estero, piuttosto misconosciuto in patria. Era un internazionalista di sinistra, un globalista visionario, ma se ne parlava prevalentemente come cultore del local, del piccolo luogo, delle singole culture indigene.

Carlo Petrini non ha avuto alcuna colpa di questi equivoci. La sua sfida era (ed è) ardua e coraggiosa, non è stata una pagina facile da scrivere, nemmeno da leggere. Sfida culturale: impedire che la massificazione cancellasse le identità, le storie, le culture, le sapienze, le esperienze, la memoria (in una parola: l'umanità del cibo e l'umanità in generale). Che omologasse i sapori, sterilizzasse il rapporto tra uomo e natura, approfondisse la cesura, drammatica, tra la società urbanizzata e la terra madre. L'uomo senza i piedi e le mani nella terra doveva sembrargli amputato.

La sua sfida politica era che i produttori, i contadini, gli allevatori, i pescatori (a tutt'oggi: circa un terzo del genere umano) fossero il motore, e non un ingranaggio, i protagonisti, non le vittime, della filiera del cibo, sfidando il paradigma secondo il quale solo l'agroindustria, solo il latifondo biotecnologico potessero sfamare l'umanità. Non voleva che l'industria chimica e i fondi di investimento fossero i padroni definitivi del cibo mondiale, proprietari dei brevetti delle specie (poche) e progettisti esclusivi di un paesaggio agricolo ridotto a distese interminabili della stessa soia, dello stesso mais. La cancellazione della biodiversità come razionalizzazione capitalistica della produzione agricola: è un progresso o un regresso?

Vedeva nella cancellazione dell'agricoltura di autoconsumo nei paesi poveri un colpo inferto dal capitalismo aggressivo alla dignità contadina; nelle masse proletarizzate e affamate che migravano verso le megalopoli, perdendo terra, autonomia, identità, libertà, vedeva il segno di un arretramento secco della condizione umana. Certo non un segno del progresso.

Ha guidato la nascita di migliaia di orti in Africa, messo in rete comunità contadine di tutto il pianeta, convocato a Torino, per Terra Madre, gruppi entusiasti di coltivatori che arrivavano, a migliaia, da ogni angolo della Terra, dalla tundra all'Equatore, dalle Ande al Giappone, per scambiarsi esperienze, conoscersi meglio, valutare problemi insospettabilmente simili, e finalmente messi in comune.

Ha rivoluzionato, con Slow Food e la sua capillare presenza territoriale, buona parte della ristorazione italiana, segnalando con la chiocciolina il buono, la cura degli ingredienti del territorio, il giusto prezzo, e insegnando a diffidare del generico, del turistico, dell'improvvisato, del pacchiano. Ha mandato in orbita le sue Langhe, che soprattutto grazie a lui hanno preso coscienza del loro altissimo valore enologico. Ha creato, a Pollenzo, una Università delle Scienze Gastronomiche che è avanguardia mondiale, con studenti di ogni paese che imparano, nel cibo, a leggere economia, biochimica, agraria, sociologia, politica. È a Pollenzo che oggi e domani lo saluteremo in tanti.

Questa incredibile avventura, partita dalla piccola città di Bra, da un tipico apprendistato politico negli anni Sessanta e Settanta (Radio Bra Onde Rosse…) ha avuto come ingrediente fondamentale l'empatia umana di Carlo. Il suo culto dell'amicizia, del convivio, dello stare insieme, ridere insieme. Ha coltivato la socialità, la conversazione, lo scambio umano per tutta la vita, avendo il privilegio straordinario, e meritato, di poterlo fare con un papa (Francesco), un re (Carlo d'Inghilterra) e con un numero enorme di contadini, di gente semplice, di amici, di corrispondenti di Slow Food da mezzo mondo.

Sapeva star bene con gli intellettuali e con le cuoche, con i pastori e con i politici, purché il modo fosse gentile, familiare, semplice, e la tavola fosse ospitale.

Fu protagonista, con l'inseparabile scudiero Azio, di scherzi memorabili, messe in scena, simulazioni e beffe delle quali si è riso per anni fino all'ultimo bicchiere. Cantava così così, ma cantava, e si esibì al Club Tenco, uno dei suoi luoghi del cuore, in un trio detto "i Madrigalisti d'Oltre Tanaro". Amava fare notte fonda, e non gli piaceva che qualcuno se ne andasse prima del tempo (in questo suo oltranzismo conviviale era quasi più pericoloso di Gianni Mura).

Una notte di parecchi anni fa lo vidi arrampicarsi lungo i colli del Roero per il rito primaverile delle uova, che annuncia prosperità a chi accoglie, e minaccia disgrazia a chi respinge. Fattoria dopo fattoria, fino all'alba. Con lui ragazzi americani, tedeschi, giapponesi, che avevano imparato a memoria il canto rituale, in stretto langarolo. Il mondo intero, ma in un posto solo, e con il bicchiere in mano. Pane, uova, salame. E fraternità. Il mondo come lo voleva Carlo, e come forse mai non sarà. Ma c'era, quel mondo, quando c'era Carlo.

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