domenica 30 agosto 2026

Dice proprio la verità!

 

I dem le studiano tutte contro Conte premier 


di Antonio Padellaro 

O partigiano portalo via”, potrebbe cambiare la prima strofa di Bella (anzi, bello) ciao, nella edizione riveduta e corretta su misura per Giuseppe Conte.

Non v’è chi non veda come nel Pd e derivati regni letteralmente il terrore per i sondaggi che danno (darebbero) vincente il capo del M5S in caso di corsa a due con Elly Schlein.

Da qui l’alluvione di proposte tese a cancellare le primarie per la scelta del leader del centro-sinistra (“Pericolo ordalia”, “resa dei conti”, “autogol” , “bagno di sangue” “Una sciagura, non fatemi votare”, implora Francesco Piccolo sulla prima pagina di Repubblica).

Appelli strappacuore mirati unicamente – inutile girarci attorno – a evitare la possibile vittoria dell’ex premier. Considerata questa, evidentemente, la conseguenza più catastrofica della cosiddetta scelta “dal basso”. Peggio ancora, si lascia sfuggire qualcuno, di un possibile bis della Meloni.

Quelle stesse primarie citate con enfasi una ventina di volte nello statuto dei Dem e popolarissime quando catapultarono, contro ogni previsione, Elly Schlein al vertice del Nazareno. Invece, questa volta, Conte lo hanno visto arrivare, e con largo anticipo, e dunque urge escogitare delle soluzioni, anche le più scombiccherate, per scacciare l’incubo.

Si va dal recupero della figura dell’“anziano partigiano”, purtroppo, per ragioni di anagrafe, trapassata a miglior vita (preferibile, in alternativa, un tenero virgulto diciottenne, possibilmente vivente) evocata speranzosamente da Roberto Speranza, e prontamente rilanciata da Angelo Bonelli. Al “nome simbolico” di Dario Nardella.

Senza contare le terze opzioni (Salis, Gualtieri, Manfredi): numero fatale il tre (Terza via, eccetera) che al centrosinistra non ha mai portato benissimo.

Insomma, pur di evitare la iattura Conte, si resuscita lo iettatorio “comitato dei garanti” (ma si potrebbe anche “aprire un tavolo”), rovistando in un armamentario che fa parte, a pieno titolo, del progressismo differito e fancazzista.

E allora, perché non estrarre a sorte il nome del candidato premier, ’ndo cojo cojo, dalle Pagine Gialle. O Bianche. O dalla Guida Monaci? Oppure lanciare una monetina per aria come fanno gli arbitri di calcio (ahi, sul nome dell’arbitro si aprirebbero sicuramente altri contenziosi)? O anche indicare il prescelto (a) al termine di una sfida sui cento metri, o al ping-pong, o al karaoke.

Sconsigliato invece un referendum al Cefalù bistrot di Lavitola, tra le menti raffinatissime appassionate di vongole sgusciate.

Resta il fatto che all’interno di una coalizione che dovrebbe, per l’appunto, coalizzarsi per vincere le prossime elezioni, il vero problema consiste nell’azzoppare un possibile candidato alla premiership. Altro che leggendario programma! Altro che sconfiggere Giorgia Meloni! “O partigiano, portalo via”.

Sfacciataggine

 

Roma provincia di Kiev 


di Marco Travaglio 

Siccome pensa di averci ormai mitridatizzati a ogni veleno, il nostro sgoverno ha pensato bene di arruolare come consulente per la guerra a non si sa bene chi l’ex ministro della Difesa ucraino Mikhaylo Fedorov. Un mese fa Zelensky l’aveva licenziato: non, come si usa da quelle parti, perché fosse agli arresti o stesse per finirci; ma perché tentava di bonificare gli appalti militari, che hanno portato in galera decine fra ministri, viceministri e funzionari per aver rubato montagne di soldi nostri. Quindi era diventato molto popolare, come Zelensky nel 2019, quando fu plebiscitato al posto di Poroshenko, oligarca corrottissimo e fantoccio Nato, perché prometteva guerra al malaffare e pace con Mosca, salvo poi fare l’opposto. E chi dà ombra al democratico Zelensky deve sparire. Prima il generale Zaluzhny, poi Fedorov. Questi ha spiegato l’epurazione con la sua battaglia per la trasparenza e con la gelosia del presidente. Che lui accusa di non volere le elezioni malgrado sia scaduto da 27 mesi (“La democrazia non è un lusso da tempo di pace”) e di coprire il sistema corrotto (“Dovrebbe rispondere a molte domande sulle indagini”). Infine ha rotto il tabù della propaganda ucraino-europea ammettendo che “Kiev sta lentamente perdendo la guerra”. Poi è anche un furbetto che cerca sponde Usa dai soliti Musk e Thiel e illude il popolo sulla “guerra dei droni” che dovrebbe sostituire quella delle truppe in trincea e alleviare pure i reclutamenti forzati: invece è proprio la penuria di “carne da cannone” ucraina che ha segnato fin dall’invasione del 2022 le sorti del conflitto a vantaggio della Russia.

La domanda a questo punto è semplice: che è saltato in mente a Meloni e Crosetto di ingaggiarlo? Vogliono trasformare l’Italia nella discarica di Zelensky? O condividono che la scommessa sulla vittoria ucraina era una baggianata e che il regime che continuano a foraggiare e armare è ben poco democratico e corrotto fino al vertice? Il fatto che Fedorov non costi (per ora) altri soldi ai contribuenti italiani significa che darà qualche parere quando capita fino alle elezioni ucraine: un advisor più di facciata che altro. Ma le supercazzole di Crosetto esaltano le sue “significative esperienze nel campo dell’innovazione digitale applicata alla Pa e alla difesa”, come se le nostre università non avessero esperti d’eccellenza (addirittura premi Nobel) e dovessimo importarli da uno dei Paesi più falliti, mal governati e corrotti d’Europa. E come se già non fossimo (purtroppo) all’avanguardia sul mercato della morte. Fedorov, forse scambiando Roma per Kiev, promette di “assistere l’Italia nell’adozione di tecnologie di guerra moderna”. Qualcuno, magari il “garante della Costituzione”, dovrebbe spiegargli che l’Italia ripudia la guerra: moderna e pure antica.

sabato 29 agosto 2026

Allargamento

 



Scelta dei tempi

 


Oh certo un politico illuminato di questi tempi cosa può fare? Tempi strani meterologicalmente parlando, tempi di distrazione di massa, tempi incongrui con la beltà del riarmarsi. 

 Servirebbe chi e cosa, visto il Nepal, constatati i bollini rossi sulla penisola come un enorme bollino? Un pool di esperti in grado di gestire la situazione che, al di là di quello che pensa il Minorato Donald, potrebbe significare di essere posizionati ad un passo dal baratro? 

Una riorganizzazione delle città, gli asfalti assorbenti calore, gli alberi unica fonte di salvezza? 

Niente di tutto questo! 

L'Inviato delle Armi, l'Omone figlio dei riccastri costruttori di malvagità, ha pensato bene di assumere l'Esperto probabilmente Nazi, tal Fedorov, per adottare tecnologie di guerra moderna! 

Capito l'idiozia? 

E dall'altra parte, dall'altra parte continuano a discutere di gazebo perché Elly deve combattere contro i Guerini della malora che vorrebbero, spasimando, una fetta della mastodontica Torta Bellica che fa tanta occupazione, Leonardo docet! 

E allora, come la Nefandezza Bionda in persona che dirige il coacervo d'insensatezze che chiamiamo ancora Europa comanda, eccoci col cappello in mano a chiedere un prestito non per trovare soluzioni alla scomparsa dei ghiacciai, non per affrontare la siccità sempre più mastodontica, non per lenire l'umidità, il senso di spossatezza degli anziani, ma per avere un gruzzolo di otto miliardi da spendere in ciò che la tecnologia odierna ci suggerisce: armi, armi, armi! 

Questi inetti, diversamente dotati in cervice, ci stanno accompagnando verso una fine ineludibile, verso il disastro oramai alle porte, il tutto accompagnato da censure illiberali mediatiche di stampo palesemente fascista - vedasi la chiusura di Rai Scuola per il canale camerata Italiana, e lo sfanculamento di Ranucci, il tanto detestato Ranucci tanto odiato pure dalla seconda carica dello stato di nero vestito - irriguardoso lascito alle giovani anime italiche, che si ritroveranno, a breve, a vivere in un mondo di merda.  

L'Amaca

 


Come è piccola la Serbia

di Michele Serra


La beatificazione che il governo serbo intende fare di Ratko Mladić è ripugnante, ma tutt'altro che sorprendente. Tra i tanti mostri che il nazionalismo genera c'è l'idea che il crimine di guerra è tale solo se sono «gli altri» a compierlo. Quando la mano che stermina è la nostra, allora lo sterminio non è più tale. Lo si chiama difesa, inevitabile reazione, perfino atto di giustizia, pur di non dare alla morte degli altri, dei loro bambini, dei loro diritti, lo stesso peso che attribuiamo alle vicende della nostra tribù.

Se poi a mettere nero su bianco la mostruosità delle azioni genocide di Mladić (o di chiunque altro) è un tribunale internazionale, appellandosi a diritti universali e dunque transnazionali, l'ira e l'odio della tribù condannata non può che essere ai massimi livelli: riconoscere pari umanità a tutti i popoli, a tutti gli individui, è qualcosa che la grettezza nazionalista non può tollerare e forse non può nemmeno capire. Le teste degli uomini sono, da millenni, teste tribali: come potrebbe accettare, il piccolo governo della piccola Serbia, che esistano leggi di molto superiori a quel caleidoscopio di velleità nazionali (di Nazioni grosse come contrade) e di odio etnico che sono il motore della tragica storia balcanica dai secoli dei secoli?

Al tempo stesso consola e dispiace che la Serbia non faccia parte dell'Unione Europea. Consola perché evita agli altri europei la vergogna di avere tra i propri membri un paese che onora un massacratore di innocenti. Dispiace perché il solo antidoto alla bestialità del nazionalismo sarebbe riuscire ad allargare lo sguardo oltre i propri miserabili confini.

Epurascion

 

Delitto imperfetto 


di Marco Travaglio 

Non conosciamo le inchieste di Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, scelti dai geni della Rai per condurre il fu Report al posto di Sigfrido Ranucci, quindi il nostro giudizio non riguarda loro. Ma il problema è anche questo: se non li conosciamo noi, figuriamoci il pubblico. Il conduttore-autore è un mestiere diverso dal cronista. Santoro, Floris e Mentana sono conduttori-autori puri, mentre la Gabanelli e Ranucci, come pure la Gruber, la Sciarelli e Lerner sono anche cronisti. Nel 2016 Milena vide lungo, quando indicò Sigfrido, suo scoopista e capoautore, come erede. Ranucci raccolse il testimone e lo portò avanti mantenendo la qualità e gli ascolti, costruendosi un profilo pubblico che ha sempre fatto da scudo e parafulmine a tutta la squadra contro gl’infiniti attacchi, minacce e liti temerarie del governo o del potente di turno. Ma quel cambio della guardia fu una scelta editoriale. Quella annunciata ieri dal trust di cervelli che dirige la Rai è un assassinio, anzi una strage di decine di giornalisti per cancellare l’ultimo programma d’inchiesta dal servizio pubblico, che un tempo ne pullulava. Infatti l’intera redazione fa le valigie. Il repulisti inaugurato da B. con l’editto bulgaro su Biagi, Luttazzi, Santoro, seguiti a ruota da Freccero, Sabina Guzzanti e altri, bissato sotto Renzi con l’uscita di Floris e la cacciata di Gabanelli, Giannini, Giletti e Porro, è ora completo. In compenso Bruno Vespa e Claudia Conte resistono a piè fermo.

Ma non è detta l’ultima parola, grazie alla fantasmagorica stupidità degli epuratori meloniani. Finora erano riusciti a far fuori da Radio Rai Buttafuoco e Foa (due intellettuali di destra, ma purtroppo liberi). E ora si illudono di liquidare Report come se in Italia non vigessero la Costituzione, le leggi, i contratti e il Media Freedom Act, che vieta interferenze dei governi nell’informazione. Come se si potesse silurare con un comunicato un vicedirettore, capo-autore e conduttore di un programma di prima serata e di grandi ascolti per spedirlo al Cairo e rimpiazzarlo con due carneadi mai stati autori né conduttori di nulla. E come se non esistesse la magistratura, che può essere neutralizzata con gli abusi d’immunità quando tocca un parlamentare, ma non certo quando un lavoratore fa causa al datore di lavoro che lo punisce senz’aver violato alcuna regola, anzi dopo aver subìto un attentato. Un provvedimento d’urgenza ex articolo 700 sarebbe giustificato da almeno tre esigenze: tutelare i diritti di Ranucci, risparmiare alla Rai danni erariali prolungati e scongiurare la fuga di una redazione che per Viale Mazzini è un fiore all’occhiello e una gallina dalle uova d’oro. Se c’è un giudice a Berlino, o almeno a Roma, presto potremmo ritrovarci Ranucci di nuovo a Report. E i geni della Rai al Cairo.