mercoledì 27 maggio 2026

Belpaese

 

Comunali: Savastano, Pace, Cuffaro&C, vince la continuità biologica del potere cittadino dei ras 


di Saul Caia e Tommaso Rodano 

A Salerno i nuovi “consiglieri comunali” escono da un casting, tra professionisti della preferenza e reduci giudiziari. La democrazia locale è un luogo meraviglioso: puoi essere sotto inchiesta, imputato, assolto, prescritto, archiviato, politicamente defunto. Poi aprono i seggi e tutto è perdonato: ci si riscopre sempre il più amato del quartiere.

Il caso simbolo è naturalmente quello di Nino Savastano, dominatore delle preferenze con quasi 1700 voti personali nella lista Progressisti per Salerno. Nino era stato travolto nel 2021 dall’inchiesta sulle cooperative sociali che aveva terremotato il sistema politico locale. Fine della carriera? Macché. A gennaio è stato assolto, in tempo per candidarsi alle Comunali e far risuonare il suo nome come nei vecchi juke-box dei bar di provincia: basta una moneta e riparte sempre la stessa canzone. Dietro di lui un’intera filiera deluchiana di assessori uscenti e fedelissimi: Rocco Galdi, Dario Loffredo, Paola De Roberto, Alessandro Ferrara, Paky Memoli, Massimiliano Natella, Gaetana Falcone. Gli elettori hanno votato la continuità biologica del potere cittadino: a Salerno il deluchismo è arredamento urbano.

Ma pure in Sicilia la gestione del potere è un trattato antropologico. La Dc cuffariana, data periodicamente per dispersa come i personaggi di Beautiful, continua a risorgere con la serenità di chi sa che il consenso territoriale sopravvive a tutto. Non c’è solo Ida Cuffaro, nipote di Totò, con il suo plebiscito bulgaro (76%) nel fortino di famiglia di Raffadali (Agrigento). A Ribera (sempre Ag) si è imposto Carmelo Pace, deputato regionale della Dc. Il suo nome è finito nel “Cuffarogate” per corruzione, anche se la procura riflette su una possibile archiviazione. A Serradifalco, nel Nisseno, Leonardo Burgio è stato rieletto sindaco per il terzo mandato consecutivo. Sostenuto dal centrodestra, figlio dell’ex assessora regionale Daniela Faraoni, Burgio in passato era stato imputato per estorsione nei confronti dei dipendenti del suo Bingo, venendo poi assolto in primo grado.

A San Giovanni La Punta (Catania) vince Mario Brancato con una coalizione che mette insieme Forza Italia, Movimento per l’Autonomia, Dc e pezzi del Pd riconducibili al segretario regionale Anthony Barbagallo. Lo stesso Barbagallo che ha ripescato Mirello Crisafulli, eterno padre padrone di Enna, collettore di voti, polemiche, frequentazioni imbarazzanti e guai giudiziari; Elly Schlein gli ha negato il simbolo del Pd, lui ha stravinto con il 63% delle preferenze. Altra ammucchiata a Trecastagni (Ct): destra ufficiale, sinistra ufficiosa, cugini, ex assistenti parlamentari, parenti, ex consiglieri Pd candidati nelle liste del centrodestra.

Poi c’è Lentini (Siracusa), dove il progressista Vincenzo Pupillo avrebbe ricevuto un consistente aiuto elettorale da pezzi di Forza Italia in guerra con altri pezzi di Forza Italia. Fisica quantistica siciliana: maggioranza e opposizione possono occupare contemporaneamente lo stesso spazio politico. E infine Bronte (Ct), dove il ballottaggio vede protagonista Giuseppe Castiglione, genero dell’eterno Pino Firrarello, storico ras politico della sanità etnea, già imputato nel processo sul Cara di Mineo, finito in prescrizione.

Già alla frutta?

 

Tre anni in uno 


di Marco Travaglio 

Non essendo bastata la lezione del referendum, che il centrosinistra pensava riguardasse solo il centrodestra, arriva quella delle Comunali. Che non c’entrano niente con le Politiche del 2027, ma c’entrano molto sul modo migliore per portare gli elettori alle urne. Non quelli che già ci vanno per senso civico, o abitudine, o clientelismo. Ma quelli che cercano un motivo valido per andarci. Al referendum ci sono andati per salvare la giustizia dal governo. Alle Comunali ci sono andati solo dove avevano una ragione per farlo. Per esempio a Pistoia, per farla finita con nove anni di giunte di destra e plebiscitare un civico, il professor Capecchi, legato ai movimenti per la pace e per Gaza, che aveva vinto le primarie contro la candidata del Pd. Invece a Venezia sono rimasti a casa perché i tentativi di proporre un civico che rappresentasse qualcuno o qualcosa si sono infranti sul muro del partito più refrattario al cambiamento: il Pd, che ha imposto il solito scialbo uomo d’apparato, Martella, parlamentare da cinque legislature, più romano che veneziano. E si illudeva pure di battere Venturini, 38 anni, ex boyscout e assessore di Brugnaro, grazie al caso Venezi (grande passione del fighettismo de sinistra). Naturalmente ha perso, raccogliendo solo i voti dello zoccolo duro e mettendo in fuga gli elettori di M5S e Avs che incautamente lo appoggiavano.

Si ripete sempre che il centrosinistra “deve scegliere”: ora “l’Europa”, ora “Kiev”, ora “il centro”, ora “il riformismo”, ora qualche altra baggianata. Ma l’unica cosa che deve scegliere sono gli elettori. Se bastano quelli che votano già, non si vede perché il Pd debba rinunciare ai “capibastone e cacicchi” che la Schlein aveva promesso di eliminare, ma che fanno il pieno in quel serbatoio (peraltro sempre più ristretto): con o senza il Pd, i De Luca a Salerno e i Crisafulli a Enna spopolano. Così come i recordmandi mandati che la segretaria ha spedito in Europa con molte più preferenze delle sue. E non si vede neppure perché 5Stelle e Avs dovrebbero allearsi con questo Pd mummificato, che i suoi voti li porta a casa, ma fa scappare quelli grillini e rossoverdi. Se invece il fronte progressista ambisce a quei 5,5 milioni di elettori, non tutti di sinistra, che al referendum hanno votato per la prima volta da molto tempo (gli astenuti) o in assoluto (i giovani), allora sì deve lasciare a casa cacicchi, capibastone e collezionisti di mandati. Ma prima deve trovare qualcuno di credibile e appetibile con cui sostituirli. E purtroppo il Pd schleiniano, in questi tre anni perduti, una nuova classe dirigente non ha neppure iniziato a selezionarla. O ci riesce nell’anno che manca alle Politiche, come gli studenti ciucci che fanno tre anni in uno, oppure si mette da parte e se la fa prestare.

martedì 26 maggio 2026

L’ha detta!

 


Saggezza

 


Che malattia il tifo!

 


Post elezioni

 



L'Amaca

 


Tutto il potere di una minoranza

di Michele Serra


«È surreale che una minoranza di tifosi possa decidere se una partita debba proseguire oppure no», dice il presidente della Lega calcio Simonelli. Aggiungendo, perché sia chiaro il suo pensiero, che sarebbe ora di piantarla con il costante inchino che le squadre fanno agli ultras. Che di uno stadio sono solo uno spicchio.

Simonelli è presidente della serie A solo da un anno e mezzo, e dunque non gli si può certo imputare l'assurda situazione degli stadi italiani, nei quali i capi ultras non sono uguali agli altri, non sono normale pubblico pagante: sono boss territoriali con poteri speciali. È indispensabile però aggiungere che nessuno dei suoi predecessori, a nome dei padroni del calcio, aveva mai pronunciato parole così secche e precise sulla pazzesca situazione in vigore ormai da decenni.

Volendo, l'atto di fondazione dell'Evo degli Ultras è nel 2004, quando il derby romano venne sospeso, contro l'opinione della Questura e della Prefettura, dunque contro l'autorità dello Stato, su decisione dei capi e sottocapi delle curve. Che avevano diffuso o bevuto (diciamo diffuso e bevuto) una diceria assurda sulla morte di una bambina. Presidente della Lega, all'epoca, era Adriano Galliani.

Da quel giorno (ma anche prima di quel giorno) possiamo dire che negli stadi italiani è in vigore una extraterritorialità di fatto. Il principio secondo il quale così non dovrebbe essere è condiviso da tutti — tranne, si immagina, i boss delle curve. Ma la sua applicazione sembra impossibile, e le parole di Simonelli arrivano, come dire, a situazione ormai incancrenita.

Per sovvertire una consuetudine lunga almeno trent'anni, ormai prassi consolidata, bisognerebbe che fossero d'accordo le società, le istituzioni del calcio e i calciatori. Tutti disposti a rischiare qualcosa, perché gli ultras non hanno, come dire, una postura mite. È quasi impossibile che accada.