sabato 28 maggio 2022

Quel che scrisse De Masi

 

A proposito del precedente articolo di Massimo Fini, ecco l'articolo di Domenico De Masi, per agevolare la vostra opinione in merito. 


Le società libere di essere infelici

I PARADOSSI DEL PROGRESSO - Un lungo opulento periodo di pace, gli scossoni delle crisi del capitalismo, la pandemia e poi la guerra: nonostante tutto non stiamo imparando a ridurre le diseguaglianze

DI DOMENICO DE MASI

Non credo, a differenza di Esiodo, che ci sia stata in tempi lontani una mitica età dell’oro; né credo, con Pasolini, che la società rurale abbia offerto ai nostri antenati alcuni millenni di serena convivialità contadina; neppure credo, come Adriano Olivetti, che si possa creare una comunità felice in una fabbrica gremita di catene di montaggio.

Ho potuto godere in prima persona i vantaggi offerti dall’industria e condividere le speranze con cui, dopo la Seconda guerra mondiale, abbiamo imboccato l’esperienza post-industriale. Ne ho tratto la consapevolezza che questo in cui viviamo non è il migliore dei mondi possibili, ma è certamente il migliore dei mondi esistiti finora.

E spiego perché.

Mai prima d’ora il pianeta era stato abitato da quasi otto miliardi di esseri umani, in gran parte istruiti, informati, interconnessi, che ogni mattina si svegliano e cominciano a pensare, ogni sera si addormentano e cominciano a sognare. Mai prima d’ora il 46% di tutti i Paesi del mondo era stato governato in modo democratico. Mai avevamo avuto tante fabbriche per produrre e tanti supermercati per consumare; mai avevamo prodotto tanti beni e tanti servizi impiegando così poca energia umana. Mai eravamo stati capaci di creare in dieci mesi un vaccino con cui salvare milioni di vite; mai avevamo avuto tanti analgesici per debellare il dolore fisico e tanti psicofarmaci per alleviare la sofferenza mentale. Mai avevamo avuto tante informazioni e così tempestive, tante protesi meccaniche e tanti trastulli elettronici che ci aiutano a non dimenticare, a non annoiarci, a non perderci, aumentando a dismisura la nostra realtà.

Ma non c’è progresso senza felicità e non si può essere felici in un mondo segnato dalla distribuzione iniqua della ricchezza, del lavoro, del potere, del sapere, delle opportunità e delle tutele. Quest’inumana disuguaglianza non avviene a caso, ma è lo scopo intenzionale e l’esito raggiunto di una politica economica che ha come base l’egoismo, come metodo la concorrenza e come obiettivo l’infelicità. Lo aveva già capito molto bene Karl Marx: “Siccome una società, secondo Smith, non è felice dove la maggioranza soffre […] bisogna concludere che l’infelicità della società è lo scopo dell’economia politica. […] Gli unici ingranaggi che l’economia politica mette in moto sono l’avidità di denaro e la guerra tra coloro che ne sono affetti, la concorrenza”.

Il sistema post-industriale in cui ci troviamo a vivere è condizionato da due fattori – progresso e complessità – che pongono innumerevoli sfide al nostro innato desiderio di felicità.

L’idea di progresso, i dibattiti, le speranze e le imprese che ha suscitato, ma anche gli strappi e le vittime che ha provocato, costituiscono uno dei capitoli più affascinanti e terribili della storia umana. Grazie al progresso abbiamo goduto di una così lunga e crescente prosperità da introiettare l’idea che le risorse del pianeta sono infinite e infinita è la possibile crescita del Pil. Tra il 2006 e il 2017 Deirdre Nansen McCloskey ha pubblicato una trilogia di 1.700 pagine dedicata alle virtù, alla dignità e all’uguaglianza borghese in cui il merito di questa crescita è fatta risalire all’innovismo del “Grande Patto Borghese”, cioè al liberismo e al neoliberismo. A suo dire, ognuno di noi si è arricchito del tremila per cento e l’arricchimento si diffonderà a livello mondiale senza corrompere l’animo umano.

Nonostante queste dichiarazioni così imprudentemente gaudiose, anche prima che sopraggiungesse la pandemia del 2020, molti autorevoli studiosi della condizione umana avevano scorto nelle pieghe del tumultuoso progresso tecnologico, tra le righe delle relazioni addomesticate dalle agenzie di rating e dietro la bonaccia di una pace duratura, le minacce di possibili sciagure. Nel 2007 Dominique Belpomme, esperto mondiale di salute ambientale, aveva scritto: “Ci sono 5 scenari possibili della nostra scomparsa: il suicidio violento del pianeta, per esempio una guerra atomica […]; la comparsa di malattie gravi, come una pandemia infettiva o una sterilità che determini un declino demografico irreversibile; l’esaurimento delle risorse naturali […]; la distruzione della biodiversità […] e, infine, delle modificazioni estreme nel nostro ambiente come la scomparsa dell’ozono stratosferico e l’aggravamento dell’effetto serra”.

Mentre il Covid-19 mieteva milioni di vite, gli umani hanno continuato a distruggere la biodiversità, esaurire le risorse naturali, causare la scomparsa dell’ozono e aggravare l’effetto serra.

Per ora sappiamo che, con la caduta del Muro di Berlino, il comunismo ha perso ma il capitalismo non ha vinto perché l’uno aveva imparato a distribuire la ricchezza ma non la sapeva produrre; l’altro ha imparato a produrre la ricchezza ma non la sa distribuire.

D’altra parte, sappiamo pure che ogni progresso fa le sue vittime, che chi promuove il progresso tende a disinteressarsi delle vittime e chi difende le vittime tende a disinteressarsi del progresso.

L’effetto complessivo è una contrapposizione tra due estremi: gli entusiasti acritici che guardano al progresso come “violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all’uomo” come diceva il Manifesto del Futurismo; e pessimisti ipercritici che guardano al progresso come causa perversa e irriducibile dello snaturamento dell’uomo. A questi occorre aggiungere tutti coloro che negano l’esistenza stessa di progresso, lamentando che non ci sono più le mezze stagioni.

Leader idioti

 


L'Amaca

 

Fermare il mare con un pettine
DI MICHELE SERRA
Galleggianti sul mare di folla, spesso i calciatori festeggiano alla maniera della folla, insultando l’avversario.
Volendo, ci si può rallegrare della raggiunta simbiosi tra eroi e popolo, però a una condizione: non smettere mai di sperare che i modi dell’esultanza popolare, di qui all’anno Seimila, o Settemila, migliorino nella forma e nella sostanza.
In attesa del passo in avanti (comunemente detto: progresso, o civilizzazione, fair playin termini sportivi) fa tenerezza la pretesa della Procura calcistica di sanzionare il tesserato che sbraita come un boss della curva, come se davvero regolamenti e codici etici potessero ricondurre nel recinto buoi scappati ormai da troppo tempo (è una metafora, non si offendano calciatori, popolo e buoi). Il calciatore pagherà la multa — spiccioli per lui — e tornerà serenamente al suo rosario di vaffa. Allo stesso identico modo, spiccano per la loro inutilità gli sforzi di varie autorità, piccole e grandi, per ristabilire il valore della Forma, dal dress code nelle scuole ai patetici codici etici nei social. È come voler fermare il mare con un pettine. I vecchi argini, quelli pessimi così come quelli buoni, sono travolti, e in attesa che se ne formino dei nuovi, possibilmente più intelligenti e gentili dell’arcigno moralismo del passato, bisogna galleggiare anche noi, come i calciatori, sull’onda inarrestabile degli umori in libertà. Non è un’impresa facile. Bisogna da un lato convivere, almeno in parte, con l’atmosfera della bolgia. Dall’altro, continuare a pensare, con fermezza, e perfino con empatia, che meriteremmo tutti di meglio: calciatori, folla e buoi.

Felicità, capitalismo e Fini

 

Il triste successo del capitalismo
UNA RISPOSTA A DE MASI - Il sociologo scrive delle “società libere di essere infelici”. Ma io credo che ciò sia dovuto all’edonismo straccione contemporaneo, che ormai è stato scambiato per felicità
DI MASSIMO FINI
“Se il comunismo è vittima del suo insuccesso, il capitalismo lo è del suo successo” (Il ribelle dalla A alla Z). In un lungo articolo pubblicato sul Fatto (“Le società libere di essere infelici”, 21.05) Domenico De Masi scrive che “non c’è progresso senza felicità”.
È curioso, strano addirittura, che un sociologo sperimentato come De Masi si infogni in un concetto come quello di felicità che sfugge a ogni catalogazione sociologica. La felicità è un sentimento puramente individuale: “Esiste, in rari momenti della vita di un uomo, un rapido lampo, un attimo fuggente e sempre rimpianto, che chiamiamo felicità” (Cyrano, Massimo Fini). Se la felicità non è individuabile esistono però dei presupposti per favorire il suo contrario. Stanno tutti nella convinzione dell’uomo moderno, illuminista, progressista, postindustriale, che esista un diritto alla felicità, collettiva e individuale. Per la verità i nostri più immediati progenitori non furono così sciocchi: nella Dichiarazione d’Indipendenza americana del 1776 si parla di un diritto alla ricerca della felicità che però l’edonismo straccione contemporaneo ha introiettato come un vero e proprio diritto alla felicità. E pensare che l’uomo abbia un diritto alla felicità significa renderlo ipso facto, e per ciò stesso, infelice. La sapienza antica, non solo quella raffinata della grecità, ma la più semplice sapienza contadina, a cui De Masi nega diritto di cittadinanza, era invece consapevole che la vita è innanzitutto fatica e dolore, per cui tutto ciò che viene in più è un frutto insperato e ce lo si può godere.
De Masi sembra legare l’ineffabile felicità, se non proprio alla ricchezza, alla possibilità di produrre infiniti, e sempre più allettanti, beni di consumo. Insomma al progresso. E se il progresso, pur con la sua cornucopia di beni, non è riuscito per ora a creare un mondo di persone felici è perché si è realizzato, nel cosiddetto “mondo libero”, attraverso ineguaglianze intollerabili (il sociologo mi perdonerà se semplifico il suo pensiero). Ma è proprio la filiera produzione-consumo su cui si basa il nostro modello di sviluppo a creare sotto l’aspetto del benessere una società attraversata da un profondo malessere.
Partiamo dalle cose più semplici. Ludwig von Mises, uno dei più estremi ma anche dei più coerenti teorici del capitalismo e dell’industrialismo, sostiene, considerandola come cosa positiva, che il progresso del “mondo libero” è basato sulla competizione e quindi sull’invidia. Usando le sue parole: “il vagabondo invidia l’operaio, l’operaio invidia il capofficina, il capofficina invidia il dirigente, il dirigente invidia il padrone che guadagna 1 milione di dollari, chi guadagna 1 milione di dollari invidia colui che ne guadagna 3”. Insomma non c’è mai un momento di equilibrio, di riposo, di pace, di serenità. È la posizione di Silvio Berlusconi che rappresenta al meglio il dramma dell’uomo moderno. E l’invidia non è certamente un sentimento che fa star bene colui che ne è posseduto. Le cose andavano meglio, dal punto di vista psicologico, nella società feudale, premoderna, preindustriale. Quella società era divisa in caste impermeabili. Ma non è colpa mia se non sono nato Re, se non sono nato nobile, quelli partecipano a un altro campionato che non mi riguarda. E quindi io, contadino o artigiano che sia, vivo in un mondo di pari, sia nel di qua che nell’aldilà dove “ ’a livella”, come la chiamava Totò, finisce per eguagliare tutti, anzi è più dolorosa per chi credette di viver bene (“Prelati, notabili e conti / Sull’uscio piangeste ben forte / Chi bene condusse sua vita / Male sopporterà sua morte / Straccioni che senza vergogna / Portaste il cilicio o la gogna /Partirvene non fu fatica / Perché la morte vi fu amica”, Fabrizio De André, La morte).
Ma veniamo alle cose concrete, quantitative, misurabili anche dai sociologi e dagli statistici. Nel 1650, un secolo prima del take off industriale, i suicidi in Europa erano 2,6 per centomila abitanti, nel 1850, con statistiche certamente più accurate, erano 6,9 per centomila abitanti, triplicati, oggi sono mediamente vicini a 20 per centomila abitanti, quasi decuplicati. E il suicidio non è ovviamente che la punta di un iceberg molto più profondo. Nevrosi e depressione sono malattie della modernità. Negli Stati Uniti, il Paese più ricco, più forte del mondo, che gode di rendite di posizione che gli derivano dalla vittoria nella Seconda guerra mondiale, più di un americano su due fa uso abituale di psicofarmaci, cioè non sta bene nella propria pelle. Il fenomeno devastante della droga, nel Medioevo inesistente, in seguito riservato alle élite intellettuali, oggi coinvolge ogni classe sociale, soprattutto i giovani ed è sotto gli occhi di tutti. Sono cose su cui varrebbe la pena riflettere invece di continuare a credere ostinatamente, con l’ottuso ottimismo di Candide, di vivere nel “migliore dei mondi esistiti finora”.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità l’avanzatissima Europa è la regione del mondo dove avvengono più suicidi, 15,4 ogni centomila abitanti, mentre il Mediterraneo orientale è la regione dove ne avvengono meno. Nella bistrattatissima Africa, che da quando abbiamo cominciato ad “aiutare” per inserirla nei nostri mercati si è ulteriormente impoverita (migrazioni docent), la percentuale dei suicidi è del 7,4 ogni centomila abitanti, la metà di quella europea. In Italia il primato dei suicidi spetta alle regioni meglio organizzate, la Lombardia e l’Emilia-Romagna. Per i disturbi psichiatrici fra le regioni in testa figura sempre la Lombardia insieme alla civilissima Toscana, mentre la Campania, di cui continuamente segnaliamo le disastrose condizioni economiche e soprattutto sociali, occupa il penultimo posto.
C’è quindi del marcio nel “regno di Danimarca”, nel nostro modello di sviluppo che dopo averci promesso, propagandandolo su ogni suo media, uno straordinario benessere, si è rivelato portatore di un ancor più straordinario malessere.
Nella chiusa dell’articolo De Masi mette nella sua lista nera “tutti coloro che negano l’esistenza stessa del progresso”. Io appartengo a questa “colonna infame”. Ma sono in buona compagnia. Joseph Ratzinger, quando era ancora cardinale, ha scritto: “Il progresso non ha partorito l’uomo migliore, una società migliore e comincia a essere una minaccia per il genere umano”.

Vien così!

 


venerdì 27 maggio 2022

Scoop!




Prendetevi un po' di tempo (Parte 2)


Continua l'articolo di Brooks  


2. Fare una lista dei desideri al contrario

Un modo pratico per attenuare i desideri è semplicemente quello di osservare i consigli che ci stanno trasformando in un Homo oeconomicus insoddisfatto, e poi fare il contrario. Per esempio, molti manuali di auto-aiuto suggeriscono di scrivere, il giorno del proprio compleanno, una lista di cose da fare nella vita per rafforzare le ambizioni terrene. Comporre un elenco di desideri offre una soddisfazione immediata, perché stimola la dopamina. Ma crea attaccamenti, che crescendo creano a loro volta sempre più insoddisfazione.

Ho cominciato invece a compilare una “lista dei desideri al contrario”, per rendere le idee di cui parlo in questo articolo praticabili nella mia vita. Ogni anno, il giorno del mio compleanno, elenco i miei desideri e i miei beni, le cose che Tommaso d’Aquino includerebbe nelle categorie di denaro, potere, piacere e onore. Cerco di essere del tutto onesto. Non elenco cose che in realtà detesto e non sceglierei mai, come una barca a vela o una casa per le vacanze. Piuttosto, cerco le mie debolezze, la maggior parte delle quali – m’imbarazza ammetterlo – prevedono l’ammirazione degli altri per il mio lavoro.

Poi m’immagino tra cinque anni. Sono felice e in pace, la mia vita ha uno scopo e un significato. Faccio un’altra lista delle forze che mi conducono verso questa felicità: la mia fede, la famiglia, le amicizie, il lavoro che svolgo, che è intrinsecamente soddisfacente, significativo e che serve agli altri.

Immancabilmente, queste fonti di felicità sono “intrinseche”: vengono da dentro e ruotano intorno all’amore, alle relazioni e a uno scopo profondo. Hanno poco a che fare con l’ammirazione degli estranei.

Le contrappongo alle cose della prima lista, che di solito sono “estrinseche”, le gratificazioni esterne associate alla lista degli idoli di Tommaso. La maggior parte delle ricerche ha dimostrato che le gratificazioni intrinseche conducono a una felicità molto più durevole rispetto ai riconoscimenti estrinseci.

Rifletto su come le seconde siano in competizione con le prime per tempo, attenzione e risorse. Immagino di sacrificare le mie relazioni per l’ammirazione di sconosciuti, e visualizzo il risultato sul lungo periodo.

Con questo in mente, affronto la lista delle cose da fare. Medito su ogni voce, ammettendo che, pur non essendo un desiderio in sé malvagio, non mi darà la felicità e la pace che cerco. Infine, ritorno alla lista delle cose che mi porteranno la vera felicità e m’impegno a perseguirle.

Data la mia smania per l’ammirazione, mi sono imposto di cercare di prestare meno attenzione a come mi percepiscono gli altri, allontanando questi pensieri quando si presentano. Ho lasciato andare molte conoscenze che in realtà erano legate solo all’avanzamento professionale. Lavoro un po’ meno rispetto agli anni passati. Ci vuole uno sforzo cosciente per evitare di ricadere nel vizio: il tapis roulant mi chiama spesso, e l’occasionale scarica di dopamina mi tenta a tornare alle vecchie abitudini. Ma i miei cambiamenti nel comportamento sono stati per lo più permanenti, e come risultato sono più felice.

Non voglio sostenere che ci sia qualcosa di sbagliato nel visitare il luogo esotico che hai sempre sognato di vedere, o correre una maratona, o spingere in altro modo le tue capacità di fare o creare qualcosa di difficile, nella professione o in altro. Un lavoro percepito più come una missione offre uno scopo; viaggiare può essere intrinsecamente prezioso e piacevole; imparare un’abilità o affrontare una sfida può dare soddisfazione intrinseca; attività significative intraprese con amici o persone care possono approfondire le relazioni. Ma chiedetevi se l’attrattiva dei vostri punti della lista, professionali o esperienziali, derivi soprattutto da quanto vi faranno ammirare o invidiare dagli altri. Queste motivazioni non porteranno mai a una profonda soddisfazione.

3. Ridimensionarsi

Di recente c’è stata un’esplosione di libri che raccomandano di ridimensionare la vita per essere più felici, per liberarsi dai detriti dell’esistenza. Ma non si tratta solo di avere meno cose. Possiamo infatti trovare un’immensa pienezza prestando attenzione a cose sempre più piccole. Il maestro buddista Thich Nhat Hanh lo spiega nel suo libro Il miracolo della presenza mentale: “Quando si lavano i piatti bisognerebbe solo lavare i piatti; il che significa che mentre si lavano i piatti bisognerebbe essere pienamente consapevoli di stare lavando i piatti”. Perché? Se stiamo pensando al passato o al futuro, “non siamo vivi nel momento in cui stiamo lavando i piatti”.

Per molti anni ho avuto un caro amico, una persona di circa vent’anni più anziana di me, con la quale lavorai da giovane. A quarant’anni gli hanno diagnosticato una forma aggressiva di cancro e gli hanno dato sei mesi di vita. Per qualche miracolo sopravvisse a quei sei mesi, e poi ad altri sei, e poi a quasi tre decenni. Però non è mai guarito. Il suo medico gli ha detto che il cancro era un lupo alla porta, in attesa del suo momento. Prima o poi sarebbe entrato, cosa che alla fine ha fatto un paio d’anni fa. Ma i trent’anni di questo assedio non furono un peso. Al contrario, ogni giorno gli ricordavano che dono fosse quel giorno, quindi gli facevano cercare soddisfazione non in obiettivi di vita audaci e pluriennali, ma in piccoli momenti quotidiani di bellezza con le sue amate moglie e figlia.

Qualche anno fa ero a casa sua, a mangiare e bere nel suo giardino, insieme ad alcuni amici. Era il crepuscolo e lui ci chiese di riunirci intorno a una pianta dai piccoli fiori chiusi. “Guardate un fiore”, ci disse. obbedimmo, per circa dieci minuti, in silenzio. A un tratto i fiori si schiusero, cosa che, scoprimmo, facevano ogni sera. Rimanemmo a bocca aperta per lo stupore. Fu un momento di profonda soddisfazione.

Ma ecco quello di cui non riesco a capacitarmi: a differenza della maggior parte delle cavolate nella mia vecchia lista di cose da fare, quella soddisfazione è durata. Quel ricordo mi dà ancora gioia – più di molti dei “successi” terreni nella mia vita – non perché sia stato il coronamento di un grande traguardo, ma perché è stato un regalo inaspettato, un piccolo miracolo. Il principe tralascerà sempre le piccole soddisfazioni della vita, rinunciando a un fiore al tramonto per trovare denaro, potere o prestigio. Ma il saggio non commette mai questo errore, e anch’io cerco di non farlo. Ogni giorno, ho un elemento nella mia lista di cose da fare che richiede la mia completa presenza a un evento ordinario. Spesso ruota intorno alla mia pratica da cattolico, compresa la messa quotidiana con mia moglie e la preghiera meditativa.

Prevede anche delle passeggiate senza dispositivi elettronici, in ascolto solo del mondo esterno. Queste sono cose davvero soddisfacenti.

Mia figlia è partita per l’università pochi mesi dopo la nostra chiacchierata sulla scienza della soddisfazione.

Dopo l’isolamento e le chiusure per il covid-19 – una triste beffa per lei, che era al suo ultimo anno di liceo – ha preso il largo, iscrivendosi a un’università in Spagna. Sono sperduto. Però ci mandiamo diversi messaggi al giorno. Non riguardano quasi mai il lavoro o la scuola. Condividiamo invece piccoli momenti: la foto di una strada piovosa, una battuta stupida, il numero di flessioni che ha appena fatto.

Non so se questo la avvantaggi nel liberarsi dal paradosso dell’insoddisfazione, ma per me è come una medicina. Ogni messaggio è come la serata del fiore – un breve scorcio della visione beatifica del paradiso, forse – che porta una quieta soddisfazione.

Ognuno di noi può cavalcare le onde dell’attaccamento e degli impulsi, sperando inutilmente che un giorno, in qualche modo, otterremo e manterremo la soddisfazione che desideriamo. Oppure possiamo fare un tentativo con il libero arbitrio e la padronanza di sé. È una battaglia che dura tutta la vita contro il nostro essere umano preistorico interiore. Spesso vince lui. Ma con determinazione e pratica, possiamo trovare una tregua dall’insoddisfazione cronica e sperimentare la gioia che è la vera libertà umana.