mercoledì 19 agosto 2026

Consolante

 

Orfani della ciminiera Enel, siamo così consolati dalle nostre istituzioni che tanto tengono ai nostri affetti e alla nostra salute. Grazie per questo balsamo e naturalmente viva il turismo di massa!



Uno di loro

 


Barbatrucco

 

Capitalismo vorace. Acqua, energia e Co2: profitti per pochi, costi per tutti


di Alessandro Robecchi 

C’è un barbatrucco che non delude mai, che uccide più gente della malaria e che si chiama “capitalismo”, avvolge il pianeta senza apparente possibilità di cambiamento e consiste in una cosa piuttosto semplice: privatizzare i profitti e socializzare le perdite. Tipo una scommessa, per intenderci, che se vinci incassi tu, e se perdi perdono tutti: nel Paese della Fiat non è il caso di fare un disegnino esplicativo, ci siamo capiti.

Esistono migliaia di casi di scuola, naturalmente, alcuni nascosti e alcuni conosciuti e studiati in tutto il mondo. Uno per tutti, la triste faccenda della Coca-Cola in Chiapas (Messico), dove l’acqua potabile è un grosso problema e le guide turistiche sconsigliano persino di lavarsi i denti con quella del rubinetto, ma la famosa multinazionale delle bollicine ne usa milioni e milioni di litri pagati una sciocchezza, sottraendola di fatto alla popolazione locale, che infatti beve Coca-Cola (consumo più alto del mondo, due litri pro capite al giorno) perché costa meno dell’acqua potabile. Risultato: immensi guadagni per pochi, record di morti per diabete per molti. Il capitalismo (e le complicità della politica), spiegato bene.

Se non vi piace questa storia e il Chiapas vi sembra lontano lontano, potete dilettarvi con qualcosa che succede qui e ora: i data-center, cioè quei capannoni che contengono enormi server (semplifico) che assicurano una mostruosa potenza di calcolo al web, e soprattutto all’Intelligenza artificiale. Sono “aziende” che danno lavoro a poche persone, al massimo un centinaio di tecnici, hanno rendimenti spaventosi, quasi tutti destinati alle cinque o sei enormi aziende del settore (quella decina di miliardari americani che fanno il bello e il cattivo tempo), inquinano spaventosamente e consumano una quantità inimmaginabile di acqua. Secondo il Financial Times, che non è esattamente una fanzine ecologista, i sessanta data-center in costruzione attualmente negli Stati Uniti inquineranno come 27 centrali a carbone, oppure come 24 milioni di auto a benzina: niente male. Per quanto riguarda il consumo di acqua, invece, si stima che nel 2030, praticamente domani mattina, i data-center del mondo basati sull’Intelligenza artificiale, consumeranno 9.300 miliardi di litri d’acqua ogni anno, il che significa il fabbisogno idrico di un miliardo e trecento milioni di esseri umani. Calcolando che già oggi almeno quattro miliardi di persone soffrono di disagio idrico, non è male nemmeno questo, ed esistono sul pianeta decine e decine di comunità “assetate” perché bisogna raffreddare i server.

E poi ci sarebbe la questioncella dell’energia, non un dettaglio. In Irlanda, per dirne una, i data-center utilizzano il 23% di tutta l’energia del Paese. Qui da noi, invece, dove il settore è in pieno sviluppo e giacciono in attesa più di 500 pratiche di costruzione e installazione, la domanda di energia dedicata solo a queste “fabbriche di dati” raggiungerebbe i 95 GigaWatt. Per avere un’idea delle grandezze, il picco di consumo nazionale è del luglio 2025, quando tutta l’Italia consumò 60,5 GigaWatt: ne serviranno il 150% in più. Quando andrà adeguata la rete (una cosuccia che costa), naturalmente, non la pagheranno i grandi attori dell’Intelligenza artificiale, che già godono di agevolazioni fiscali, favori e incentivi in tutto il mondo, ma noi, con le nostre bollette. Ed ecco privatizzati i profitti e socializzate le perdite, proprio come sta scritto nelle prime pagine del manuale mondiale del capitalismo.

Livelli bassi

 

Falcone e i mononeurone 


di Marco Travaglio 

Il livello del dibattito, specie se c’è di mezzo il Fatto, è così miserevole che non si può più scrivere neppure la più ovvia delle banalità: Giovanni Falcone, quando fu assassinato da Cosa Nostra, lavorava nel governo Andreotti. Dal febbraio 1991 era direttore agli Affari penali del ministero della Giustizia retto da Claudio Martelli. Una scelta dirompente che raffreddò i suoi rapporti con alcuni colleghi e amici. Falcone sapeva bene chi erano gli andreottiani siciliani, dai cugini Salvo (arrestati da lui) a Lima. E già nel 1985 il pentito Buscetta gli aveva confidato che Andreotti era il referente di Cosa Nostra in un interrogatorio negli Usa, ma aveva rifiutato di metterlo a verbale perché “non è il momento: oggi ci ucciderebbero entrambi” (lo verbalizzò solo nel ’92, dopo la morte di Falcone, e Andreotti fu giudicato dalla Cassazione colpevole di associazione a delinquere con Cosa Nostra fino al 1980, ma prescritto). Eppure quella scelta controversa si rivelò vincente, perché gli consentì di combattere la mafia dall’interno, cioè dal governo, imponendogli col suo prestigio atti prima impensabili: la rotazione dei presidenti della I sezione della Cassazione sui processi di mafia (così il “suo” maxiprocesso non lo gestì l’ammazzasentenze Carnevale); il decreto che riportava in cella i boss scarcerati; e il decreto Pentiti/41-bis, che però richiese il sacrificio di Falcone per essere approvato e quello di Borsellino per essere convertito in legge dalle Camere. Dunque sì, dice bene la sorella Maria: Falcone lavorò con Andreotti per servire lo Stato. Pur conoscendo le collusioni mafiose e/o tangentizie del premier, di vari ministri ed esponenti del pentapartito, li usò per un fine superiore che giustificava i mezzi. Questi sono i fatti storici, noti e stranoti, che ho letto in molte sentenze e raccontato in tanti libri.

Ora il Foglio, dopo aver santificato i peggiori nemici di Falcone, da Carnevale a Contrada, ha intervistato Grasso, Ayala e Violante per titolare contro Ranucci: “Falcone non avrebbe cenato con Lavitola”. Tipica appropriazione indebita: nessuno sa cosa farebbe oggi. Si sa invece che, per un bene superiore, collaborò con soggetti ben più pericolosi di Lavitola (se ci andasse pure a cena o no, chi se ne frega). Perciò ho commentato il titolo con una battuta di 6 parole su quel dato di fatto. E ora i soliti sciacalli imbucati (persino Gasparri, Renzi, Riotta e Colosimo, per dire) mi accusano di “insultare” ,“diffamare”, “infangare” Falcone accostandolo ad Andreotti. Oh bella: chi beatifica da sempre Andreotti e ne spaccia la sentenza di reità per assoluzione, dovrebbe sostenere che a Falcone ho fatto un complimento. Visto il livello del dibattito, è meglio non fare battute senza spiegarle ai mononeuroni che non le capiscono.


martedì 18 agosto 2026

Reportage


Qusra, tra le strade assediate dove la destra cerca la spallata per cancellare la Cisgiordania

di Francesca Mannocchi


Da nove giorni Abdel Karim Hassan dorme in macchina, sulla collina che guarda Ras al-Ain. Davanti a lui, sul crinale, ci sono tre case, e in una ci sono le sue figlie. Le sorveglia perché nessuno ci arrivi senza che lui l'abbia visto per primo: se i coloni si muovono, il telefono squilla prima che attacchino di nuovo. Ieri mattina ha chiamato sua figlia Aisha, dice che a Qusra il cibo c'è, una delegazione dell'Unicef è riuscita a farlo arrivare, i soldati li hanno fatti passare e hanno lasciato alla famiglia una sola disposizione: non affacciarsi alle finestre, per nessun motivo. Aisha è chiusa in casa dal 9 agosto, da quando, nove giorni fa i coloni sono scesi da Tel Talpiot, l'avamposto sul versante ovest del villaggio, illegale anche per la legge israeliana: lo hanno fondato sei mesi fa occupando cinque case palestinesi incompiute, portandoci tende, cisterne e greggi.

Da dicembre hanno ripetutamente tagliato l'acqua e la luce alle case di Qusra, e ogni volta il comune le ha ripristinate, poi il nove agosto sono tornati, hanno piantato una tenda, sbarrato i cancelli e la strada, hanno reciso di nuovo le linee di acqua e luce, e da quel momento le quindici persone delle famiglie Hassan e Abu Rida non hanno potuto lasciare il villaggio. Due sono bambine piccole.

Pochi chilometri più a nord c'è Esh Kodesh, che vent'anni fa era quello che Tel Talpiot è oggi, baracche e caravan piantati senza permesso su terra palestinese, e che nel 2025 il governo israeliano ha legalizzato retroattivamente. Da lì vengono molti dei ragazzi delle colline, sempre con lo stesso metodo. Prima si pianta la tenda, poi arrivano le baracche, poi l'allaccio all'acqua, poi i fondi pubblici, e alla fine il decreto che sana quello che è nato illegale.

Il sindaco Abdul Azim al-Wadi dice che Qusra è chiusa da est, da sud, da ovest e da nord, e non parla di questi nove giorni, parla di Migdalim e Shilo, costruite sulla terra del villaggio, dei tre avamposti aggiunti negli ultimi vent'anni, dei posti di blocco, delle strade sbarrate. L'assedio della collina è arrivato dentro un assedio più antico, e chi vive qui lo misura in caravan comparsi una notte e mai più rimossi.

Il 9 agosto, all'inizio dell'assedio, le famiglie hanno chiesto protezione all'esercito. Le telecamere di sicurezza mostrano i soldati arrivare, salutare con familiarità i coloni e unirsi alla loro preghiera; nei giorni successivi, però, l'esercito è tornato insieme alla polizia di frontiera e ha smontato la tenda che i coloni avevano piantato. A quel punto dagli avamposti circostanti ne sono arrivati altri a decine, hanno trascinato massi sulla strada e lanciato pietre fino a costringere i militari a ritirarsi. La risposta è arrivata la mattina seguente, quando Ras al-Ain è stata dichiarata zona militare chiusa: da allora nessuno può raggiungere le tre case da Qusra e nessuno può lasciarle. L'assedio imposto per nove giorni dai coloni è finito così dentro un altro isolamento, questa volta stabilito dall'esercito. Anche Washington è intervenuta. Mike Huckabee, l'ambasciatore americano che per anni ha difeso gli insediamenti e rifiutato perfino la parola «occupazione» per definire la presenza israeliana in Cisgiordania, ha chiesto pubblicamente che l'assedio finisse. È un intervento che pesa proprio per chi lo pronuncia: se a denunciare ciò che accade a Qusra è uno dei più solidi alleati politici del movimento dei coloni negli Stati Uniti, significa che quella vicenda ha oltrepassato anche i margini molto larghi entro cui Washington ha finora tollerato l'espansione degli insediamenti e la violenza che l'accompagna.

L'assedio, però, continua. E continua mentre Israele entra nella campagna elettorale per il voto del 27 ottobre, il primo dopo il 7 ottobre 2023 e quasi tre anni di guerra, in un Paese nel quale nel frattempo è cambiato profondamente anche il posto che la questione palestinese occupa dentro la destra.

L'estrema destra arriva a queste elezioni con un paradosso, perché Smotrich rischia di non superare la soglia di sbarramento e Ben-Gvir tenta di consolidare e ampliare il proprio consenso attraverso una radicalizzazione ulteriore del linguaggio. Proprio ieri ha parlato della necessità di uccidere ogni notte decine di persone a Gaza, ha rilanciato il ritorno degli insediamenti israeliani nella Striscia e l'idea di favorire l'emigrazione dei palestinesi. Smotrich e Ben-Gvir possono perdere seggi dopo avere spostato il terreno sul quale si svolge la competizione, possono indebolirsi elettoralmente mentre alcune delle idee che li rendevano marginali dieci anni fa sono diventate patrimonio di una parte molto più larga della destra. La nascita di uno Stato palestinese, che per decenni aveva costituito almeno formalmente uno degli esiti possibili del conflitto, è oggi respinta dalla quasi totalità della coalizione di governo, l'annessione della Cisgiordania viene discussa apertamente, l'espansione degli insediamenti non viene più presentata soltanto come una realtà da amministrare, ma viene rivendicata come strumento per impedire una futura sovranità palestinese. E per Netanyahu il problema elettorale nasce precisamente qui, perché deve provare a recuperare gli israeliani che dopo il 7 ottobre hanno abbandonato il Likud, contenere l'opposizione e contemporaneamente impedire che Ben-Gvir trasformi ogni esitazione del primo ministro in una prova della propria superiorità ideologica. È dentro questa competizione che la Cisgiordania diventa qualcosa di più di uno dei dossier della campagna elettorale. È il luogo nel quale la destra può mostrare ai propri elettori risultati già ottenuti e l'estrema destra può sostenere che occorre andare oltre.

Nelle stesse ore in cui le famiglie di Qusra entravano nel nono giorno di assedio, Jared Kushner incontrava Netanyahu a Gerusalemme, in arrivo dal Cairo, dove ha incontrato Khalil al-Hayya, il capo negoziatore di Hamas. Hanno parlato del futuro di Gaza, del disarmo di Hamas, del ritiro israeliano e di ricostruzione. È difficile separare quel negoziato dalla campagna elettorale che sta cominciando. Ogni ipotesi di ritiro, ogni concessione sulla futura amministrazione palestinese, ogni passaggio del piano americano può essere utilizzato da Ben-Gvir per accusare Netanyahu di restituire attraverso la diplomazia ciò che Israele ha conquistato con la guerra e Netanyahu sa che deve negoziare con Washington guardando contemporaneamente alla propria destra. A Gerusalemme e al Cairo si negozia il futuro politico dei palestinesi. In Cisgiordania, intanto, quel futuro viene ristretto sul terreno: dagli insediamenti, dagli avamposti, dalle terre che diventano inaccessibili, dalle comunità che si svuotano.

Qusra racconta precisamente questo scarto: mentre la diplomazia discute di ciò che potrebbe esistere domani, la geografia sulla quale dovrebbe esistere cambia ogni giorno. Quando cala la sera a Qusra i soldati israeliani sono ancora intorno alle tre case assediate, nella zona ormai dichiarata militare. Abdel Karim Hassan sa che sua figlia Aisha passerà un'altra notte lì dentro. Il cibo consegnato dall'Unicef è servito a guadagnare qualche giorno. Le case sono ancora lì e appartengono ancora alle famiglie palestinesi che le abitano. Nessun provvedimento ne ha cambiato la proprietà, nessuna legge ha cancellato i diritti dei loro proprietari, nessuna nuova linea è comparsa sulle mappe. Da nove giorni quelle case continuano ad appartenere a chi le abita, ma abitarle non è più un diritto che possono esercitare liberamente.

Stuzzichevole

 “Se fossi venuto via da Colonnata senza aver fatto la merendina, avrei lasciato tutti di marmo!”



Calendino

 

Calenda, eroe dei 2 mondi dal riarmo alla Picierno 


di Daniela Ranieri 

Storditi dalla calura, rischiavamo di sottovalutare la notizia dell’anno, se non del biennio: Carlo Calenda, il politico più serio e competente su piazza – come certificato da enti imparziali quali lui stesso e i suoi fan sui social (enti che peraltro spesso coincidono) – intervistato da Repubblica (che è come i figli dei separati: un giorno con Renzi, uno con Calenda), ha appena fondato il Grande Centro italiano, naturalmente guidato da Calenda. Praticamente a lui risulta che con la nuova legge elettorale “nessuno riuscirà a raggiungere la soglia del 42% che fa scattare il premio di maggioranza”, e ciò spalanca un orizzonte stupendo: “Avremo un Vannacci meno forte di quel che si pensi fuori dall’alleanza di centrodestra, il filorusso Di Battista (che gli editorialisti giurano di aver avvistato mentre si candidava contro Conte, come i picchiatelli che filmano il mostro di Loch Ness, ndr) fuori dal centrosinistra e il nostro polo liberaldemocratico… L’unica strada sarà formare in Parlamento un governo europeista che abbia un baricentro centrale”. Il “nostro polo”, che comprenderebbe “la Picierno, la fondazione Einaudi, i libdem di Marattin”, in pratica gli eredi di De Gasperi, è stato ribattezzato con un eccesso di fantasia “Terzo polo”, anche dopo la perdita di Renzi, degradato da Calenda da suo datore di lavoro a capo di una tristissima “quarta gamba centrista” che finirà nel fango del Campo largo putiniano. L’intervistatrice viene colta da un dubbio, e cioè dove pensa di andare Calenda col suo 3%, pur sommato a quelle frattaglie di zero virgola; al che Calenda cala l’asso: farà una coalizione “con quelli che sono già in maggioranza nella Ue: il Pd; una FI a tendenza Marina e non Tajani che è sottomesso a Meloni; i centristi dislocati nei due poli”. Decodifichiamo il pizzino: “il Pd” sono i sedicenti “riformisti del Pd”, cioè i cripto-renziani pro-riarmo che non hanno alcuna voglia di fare la fame col Rottamato e preferiscono mantenersi a nostre spese sotto le insegne di un partito al 20%; i “centristi dislocati” sono la sempiterna reincarnazione dei paraculi bipartisan; “una FI a tendenza Marina”, e questa è la vera notizia, è il fenomeno che avevamo previsto un istante dopo la deposizione delle ceneri del caro estinto nel mausoleo di Arcore. Tutte le manovre dentro FI, il non-partito fondato da Berlusconi per sfuggire alla legge insieme a quel Dell’Utri che ne gestiva i rapporti con Cosa Nostra, lasciano pensare che Marina, cavaliera del Lavoro come il babbo per l’evidente merito di aver ereditato un impero costruito con la frode, voglia dare una riverniciatina alla proprietà per rivendersela come partito liberal-moderato, favorevole ai diritti civili, pro-Lgbtq e un po’ pro-aborto e pro-eutanasia (sì, il partito di quello che da capo del governo fece un decreto legge per opporsi all’interruzione autorizzata dalla Cassazione dell’alimentazione forzata per Eluana Englaro, in stato vegetativo dal 1992, sostenendo che “Eluana è una persona che respira, che potrebbe anche in ipotesi generare un figlio”).

Per far passare questa boiata senza stridore, Calenda, ex ministro in governi di centrosinistra (e “magnete per i moderati” secondo Enrico Letta), deve inventarsi che Tajani è “sottomesso a Meloni”, il che peraltro sarebbe ovvio, visto che è il suo vice e ministro degli Esteri, quando tutti ricordiamo l’umiliante convocazione di Tajani negli uffici Mediaset, dove venne istruito dai padroncini Marina e Pier Silvio su questioni politiche in presenza dell’amministratore delegato di Fininvest.

Inutile dire che il sogno di Calenda coincide con le più sfrenate fantasie centrofile dei giornali padronali, da sempre suoi sponsor (a febbraio 2019 titolavano: “Calenda punta a superare il 30% alle Europee”: infatti prese il 4% dei voti dentro la coalizione del Pd, l’1,04% del voto nazionale). Da uomini di mondo, sanno che “si vince al centro”: hanno fatto il militare in Francia, dove alle elezioni volute da Macron hanno vinto le sinistre guidate da Mélenchon e l’estrema destra di Le Pen, ciò che non ha impedito a Macron di formare tre governi di centro guidati da grigi burocrati che non hanno mai visto un voto in vita loro. Se l’altra soluzione per cui si era speso l’establishment, quella di introdurre nella legge elettorale un “ballottaggio” in caso di parità tra le due coalizioni, non è praticabile al fine di neutralizzare “gli estremi” (ma in realtà di impedire al Pd di diventare un partito vagamente di sinistra), ecco pronto Calenda, l’eroe dei due mondi, che sosterrebbe indifferentemente un governo di centrosinistra, purché guidato da Gentiloni o da altro cartonato similare, o uno “di responsabilità nazionale” riarmista-draghiano di destra a trazione Marina. Sarebbe fantastico: del resto questa finta democrazia ha già mostrato tutti i suoi limiti, per esempio portando uno come Calenda alla ribalta nazionale.