martedì 19 maggio 2026

Meditate gente, meditate...

 

Le rane e lo scorpione 


di Marco Travaglio 

Non male l’idea di reimbarcare Renzi nel centrosinistra o campo largo o come diavolo si chiama per battere l’Armata Brancameloni. Provate a immaginare se davvero il Pd gli facesse da taxi gratuito regalandogli qualche posto in lista, riuscisse con gli alleati a battere le destre e andasse al governo per la prima volta dopo aver vinto le elezioni. Il giorno dopo Renzi riprenderebbe a fare ciò che ha sempre fatto: il Demolition Man al servizio dei padroni d’Italia e del mondo, che distrusse il governo Letta, il suo, la Costituzione (poi salvata dagli italiani), la legge elettorale (poi salvata dalla Consulta), la scuola e la sanità pubbliche, lo Statuto dei lavoratori, la giustizia, la Rai, il Pd, il governo Conte, le alleanze con Calenda e Bonino, lavorando sempre per le destre che riportò al governo con Draghi gonfiando le vele alla Meloni, cercando poi di farsi caricare facendo votare (lo disse l’allora socio Calenda) La Russa presidente del Senato e smettendo solo quando Giorgia – che già aveva i suoi guai – lo rimbalzò. Direbbe che il governo Pd-M5S-Avs è sbilanciato a sinistra e inizierebbe a fare shopping tra i destri in astinenza da poltrone. Cercherebbe sponde in Marina B. per un nuovo Patto del Nazareno ereditario e le solite “riforme condivise”. Invocherebbe la Salis (quella di Genova) come salvatrice della patria.

E si metterebbe di traverso su tutte le possibili riforme progressiste: tassa sugli extraprofitti di banche, Big Arma e Big Pharma, salario minimo, reddito di cittadinanza, norme anti-evasione e precariato, pro scuola e sanità pubbliche, lotta ai conflitti d’interessi, riforma Rai e antitrust, tasse green e sui grandi patrimoni, sanzioni a Israele, disdetta dei piani di riarmo Ue e Nato e delle grandi opere inutili tipo Tav e Ponte per piccole opere utili, investimenti contro i fossili e a favore delle rinnovabili. Così logorerebbe il governo progressista con ricatti, minacce, imboscate, trappole, richieste di rimpasto e “riequilibrio al centro” riesumando l’Agenda Draghi o lanciando l’Agenda Salis. E solo chi insiste a giudicarlo come un politico, anziché come un affarista infilato nel Tony Blair Institute e in una società israeliana di criptovalute, come fino al 2022 in un’azienda italo-russa di car sharing e fino al 2025 nel board saudita di Bin Salman, potrà stupirsi o lamentarsi.

Lo scorpione chiese alla rana di portarlo sull’altra sponda del fiume. Lei rifiutò, temendo di essere punta durante il tragitto. Lui fece notare che così sarebbe affogato anche lui. La rana allora se lo caricò sulla schiena, ma a metà traversata lui la punse, condannando entrambi a morte. La rana fece in tempo a domandargli il perché dell’insano gesto. Lo scorpione allargò le chele: “Non posso farci nulla, è la mia natura”.

lunedì 18 maggio 2026

M’inchino

 

Un grandissimo Campione che mi ha letteralmente fatto esplodere il cuore per la sua forza immensa, ha accompagnato Jannik a giocare la finale di Roma!



Leggero TSO

 



Concordo

 


“Il capitalismo in coma, però bandiera rossa non tornerà”

“Il capitalismo  in coma, però bandiera rossa non tornerà”

Professore, esiste e si sta propagando la suggestione, a metà tra profezia e speranza, che, il truce capitalismo trumpiano farà risorgere il comunismo. Condivide la profezia oppure tocca ferro?

Fino a ieri si è detto che è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. Come se il capitalismo fosse un destino ineluttabile, un prodotto della natura anziché una forma storica. Non ci sono elementi per concludere che sia arrivato al capolinea. Si è di sicuro trasformato: da capitalismo a trazione finanziaria a tecno-capitalismo, alleandosi con le destre più illiberali. Ma la questione è che il capitalismo genera disuguaglianza. Non a caso si parla di ri-feudalizzazione. Tuttavia c’è un limite, un punto di rottura, oltre il quale le disuguaglianze che colpiscono miliardi di persone non sono più sostenibili. Quel limite è stato superato. Un segnale è il consenso tributato a quelle destre, favorite dalla resa della sinistra riformista ai dogmi neoliberisti. Ora che questo consenso pare esaurirsi bisogna domandarsi quali forme assumerà la risposta alla crisi.

Bandiera rossa la trionferà?

Viene in mente l’ultimo Lenin, per il quale il capitalismo educa alla lotta la stragrande maggioranza della popolazione globale. Ma non credo che la lotta si risolverà nella riscossa dell’idea comunista. Qualche elemento potrà sopravvivere e rivelarsi utile, ma indietro non si torna.

Lei dice che è un’idea impossibile da praticare o da replicare?

Il problema è come si è realizzato, a quale prezzo, con quali sacrifici per la libertà dell’individuo. L’incubo, l’esito totalitario, il terrore era implicito nelle premesse stesse del sogno di emancipazione? Ma basta questo per accantonare ogni politica di redistribuzione? Per considerare una bestemmia l’idea di una patrimoniale?

Però il capitalismo torce il sistema democratico, annienta ogni idea di uguaglianza e rende tossico persino il liberalismo.

Per Aristotele, solo tra uguali può esserci uguaglianza. E gli uguali sono sempre meno. Un solo esempio: gli esclusi dalle cure. Alla lunga, l’alleanza capitalismo-democrazia si è dimostrata illusoria: producendo disuguaglianza, il capitalismo promuove l’oligarchia. E alimenta quei conflitti dai quali la mistica della globalizzazione prometteva di averci liberato per sempre.

Ma l’Unione Sovietica è stata soffocata da un modello sociale incompatibile con il senso di libertà. Il comunismo che abbiamo conosciuto è stato solo quello. Non sono possibili altre opzioni?

Alternative a un comunismo ‘assoluto’ sono state sperimentate subito. E soffocate nella culla. Poi sono state tentate ibridazioni, dalla socialdemocrazia all’eurocomunismo, tutte per trovare una difficile conciliazione tra uguaglianza e libertà.

La Cina non conosce la democrazia. Secondo lei conosce il comunismo?

La Cina è l’eccezione. Un impero che ha rivelato una capacità di adattamento mostruosa, colmando il divario tecnologico e dando vita a un ircocervo: l’economia socialista di mercato. Una forma di quello che Alessandro Aresu chiama “capitalismo politico”, in cui coesistono burocrazia celeste, partito unico, imprese, spinta innovativa faustiana (si pensi all’egemonia nella ricerca sulla intelligenza artificiale). Per capire questa “cosa da un altro mondo”, parole come democrazia o comunismo non ci servono più.

Cuba resta il desolato ultimo avamposto del comunismo del Novecento. Sarà la prossima preda di Trump.

Trump è un occasionalista, mancando di una visione. La sua trasferta in Cina è l’espressione plastica del divario culturale tra le classi dirigenti delle due potenze. Divario tutto a vantaggio della Cina. Quanto a Cuba, bisogna sempre fare la tara alle sparate di Trump. E non credo che la base Maga sia ancora disposta a tollerare questa ossessione bellicista.

In Italia la destra ritrova sempre il fascismo sulla sua strada. La sinistra, secondo lei, si accompagna ancora all’antica compagnia comunista?

È un girare a vuoto che denota povertà di idee e di vocabolario. E intanto la talpa – la storia – scava le sue gallerie, va in direzioni che non ci sforziamo neppure di immaginare.

domenica 17 maggio 2026

Vamos!!!

 



Solo quattro mesi

 




Verso il mutismo

 


Fiumi di parole 

di Julie Huon

Lo sappiamo per esperienza diretta, lo confermano serissimi studi scientifici: il volume delle nostre conversazioni vis-à-vis si è ridotto. Colpa della nostra ossessione per gli schermi. E dello smart working.


Alla fermata dell'autobus. Non molto tempo fa, guardavamo l'orologio e chiedevamo: «È sicuro che si fermi qui?». L'altro rispondeva: «Fa un po' freddo». Oggi apriamo l'app, vediamo che l'autobus arriva tra tre minuti e non c'è bisogno di parlarsi. In sala d'attesa. «A che ora avevate l'appuntamento? Ah, ma è davvero in ritardo». E via, ci si scambiavano preoccupazioni, la tosse del piccolo… Oggi: silenzio da cattedrale, si scorre lo schermo e non ci si accorge del tempo che passa. Al pranzo in famiglia. All'uscita da scuola. In fila al supermercato. Durante la pausa caffè in ufficio. Lungo il tragitto in auto. In ascensore. All'aperitivo tra amici: «Di cosa avete parlato?». «Abbiamo guardato dei video». Totale espresso in tre ore: forse 200 parole. «Ma eravamo insieme. È questo che conta, no?». A quanto pare, no.

Gli esseri umani parlano sempre meno tra loro: tra il 2005 e il 2019, il numero medio di parole pronunciate a persona al giorno è diminuito del 28%. Nello specifico, nel 2005 si pronunciavano 16 mila parole al giorno, mentre nel 2019 si è scesi sotto la soglia delle 12 mila. Ciò significa che una giornata media si alleggerisce, anno dopo anno, di 338 parole. In quindici anni, sono milioni di parole andate perdute.

Il dato proviene da un articolo dal titolo decisamente deprimente: Sliding Into Silence? ("Stiamo scivolando verso il silenzio?"), pubblicato lo scorso marzo sulla rivista scientifica americana Perspectives on Psychological Science. Gli psicologi Valeria Pfeifer (University of Missouri-Kansas City) e Matthias Mehl (University of Arizona) hanno raccolto 22 studi esistenti, ovvero le registrazioni audio di 2.197 persone di età compresa tra i 10 e i 94 anni, effettuate tra il 2005 e il 2019 negli Stati Uniti, in Messico, in Australia e in Europa. I partecipanti indossavano un piccolo dispositivo di registrazione che si accendeva da solo, a intervalli casuali, per pochi secondi ogni dodici minuti. Ci si dimentica che è lì, si vive normalmente, e il contatore gira per conto suo. «All'inizio mi sono detto: non è possibile. Dobbiamo tornare indietro e ricontrollare i dati», racconta Matthias Mehl a Time, alla fine di aprile. Lui e la sua collega rifanno i calcoli, il dato regge. Eppure lo studio si ferma prima del lockdown; quante parole abbiamo perso da allora?

Tutte le fasce d'età sono interessate, ma il calo è più marcato tra i minori di 25 anni: 451 parole in meno al giorno, ogni anno, contro le 314 dei più anziani. Logico, sono cresciuti con il pollice sullo schermo, a whatsappare piuttosto che a telefonare. La voce è roba da vecchi. Anche i neonati ne risentono. Non sorprende che uno studio pubblicato nel 2024 sulla rivista Child Development abbia misurato cosa succede quando una madre consulta il telefono in presenza del suo bambino: gli rivolge il 16% di parole in meno.

Lo psicologo individua tre responsabili. Uno: le app di messaggistica (WhatsApp in testa) hanno soppiantato la telefonata. Due: il telelavoro e l'isolamento sociale hanno svuotato gli uffici e le conversazioni che ne derivavano. Tre, la sua ossessione personale: la morte silenziosa dello small talk, quell'arte di riempire un silenzio con il nulla — il risultato della partita di ieri sera, lo sciopero, il tempo, il cambio dell'ora… «Ora possiamo fare la spesa senza parlare con un cassiere, ordinare al ristorante e pagare senza mai parlare con un cameriere. Tutti questi modi di rendere più efficiente la nostra vita quotidiana hanno forse anche avuto come conseguenza quella di rendere la nostra vita sociale più sommaria», deplora.

Nel film Cast Away, il naufrago Chuck Noland (alias Tom Hanks) trova un pallone da basket finito sulla sua isola all'interno di un pacco FedEx. Ci disegna sopra un volto con il proprio sangue, lo battezza Wilson e… passerà quattro anni a parlargli. Il giorno in cui il pallone viene portato via dalle onde, urla il suo nome, in lacrime, come se avesse perso un fratello. I nostri Wilson di oggi si chiamano Siri, Alexa, Waze, ChatGPT, Tesla o Replika. Non abbiamo firmato con il nostro sangue, abbiamo solo cliccato su "accetta", ma l'esito è che parliamo a entità piuttosto che ai nostri vicini di tavolo.

A questo punto, si sentono le menti brillanti ridacchiare: buon viaggio, small talk. Spazio alle conversazioni profonde, agli scambi intensi, alle cene in cui si parla di Foucault — Michel, non Jean-Pierre — tra il sorbetto e il formaggio. Solo che, in questo caso, i ricercatori — altri ricercatori, cambiamo studio — sono tanto categorici quanto guastafeste: parlare di cose senza interesse è importantissimo. Un articolo pubblicato ad aprile sulla rivista Journal of Personality and Social Psychology, da un team franco-americano, ha riunito 1.800 cavie per costringerle a parlare di argomenti «palesemente noiosi». Gli scienziati hanno proposto: la Prima e la Seconda guerra mondiale (beh, complimenti), i libri di saggistica, la Borsa, i gatti, le diete vegane. Gli argomenti proposti dai partecipanti erano: la matematica, le cipolle, i Pokémon (la gente è strana, francamente, si potrebbe parlare per ore di gatti e Pokémon, no?). Tutti prevedevano una noia mortale. Tutti si sono lasciati prendere la mano. E questo, anche quando erano d'accordo nel dire che l'argomento, oggettivamente, era orribile.

Concludendo, 338 parole che svaniscono ogni giorno, ogni anno. Peccato che non si possano scegliere, di molte si sentirebbe la mancanza. Deadline, asap, mindset. Isterico, femminuccia, checca. Colonscopia, recidiva, metastasi. «Buona degustazione» o «mi farò sentire». E «dobbiamo vederci»: a che serve, visto quello che ci diciamo?