mercoledì 15 febbraio 2023

Adieu


Un caro saluto al motore scomparso ieri dopo un lungo servizio, introducente tanti di noi nel magico, a volte no, mondo della navigazione on line, portatore di emozioni nuove con quell’attesa del refresh delle pagine dinamiche che a quel tempo non pareva eterna, ma che con l’andare del tempo ne è diventata l’esecutrice della sua scomparsa, avvenuta proprio ieri, e riproponente il classico giro dei vecchi tempi, già saggiato dalle passate generazioni, con l’avvento della lampadina, dell’automobile, del cellulare. Explorer era la fiammella rischiarente, la carrozza, la cabina telefonica; Microsoft lo ha estinto indirizzandosi verso l’intelligenza artificiale, la probabile morte certa di quello che una volta noi anziani chiamavamo Fantasia. Ma erano altri tempi. Vuoi mettere ora?

Passa e va


Gino Paoli a Sanremo: La vita in una stanza

di Nanni Delbecchi

Una dice non sono nuda, ma mi penso libera, uno canta e intanto sfascia il palco, un altro strappa la foto di un costume di carnevale, un altro ancora si cala le braghe e rivendica le mutande; uno va in platea e bacia sulla bocca quello di prima, un’altra dice l’Italia è un paese razzista (applausi), però sta migliorando (applausi), un’altra ancora davanti a una carrozzina vuota dice che ogni donna senza figli ha il complesso di non averli avuti (non volerli, no?)… Numeri nemmeno da teatro, magari. Numeri da circo, nient’altro che numeri di un circo truccato da astronave, piccole pagliacciate truccate da eventi, il Bianco e l’Augusto con le barbe finte.
Ma adesso, direbbe Mina, arriva lui. Giacca crema da anziano gangster, baffo spiovente da bandolero stanco, passo incerto, occhiale azzurro fumé. Lui: Gino Paoli. “Gino, Gino, evviva, è arrivato il maestro di tutti noi! Ti ricordi quando eravamo dei ragazzini alle prime armi quante cose ci hai insegnato?”. Lui, per sicurezza, si appoggia al pianoforte. “Certo che mi ricordo. Ah ah ah! Mi ricordo soprattutto quella volta che Little Tony al ritorno da una tournée scoprì che la ragazza con cui stava si era fatta tutti i suoi amici. Allora venne da me disperato e mi chiese Gino, cosa bisogna fare quando scopri che la tua donna ti ha fatto fesso? Venne da me a chiedermelo, capito? Ah ah ah!”.
Silenzio. Gelo in sala. Sapore di sale. Occhi sbarrati. Sorrisi emiparetici. Cos’era successo? Era passata la vita. La bastarda, infame, meravigliosa vita vera. In quel lampo della memoria c’era una goccia di vera vita, solo una goccia, ma basta una goccia di vita vera per sciogliere tutta la cartapesta del mondo, figuriamoci di Sanremo. “Gino, Gino, lasciamo perdere i tempi andati!” “Ma non ero il vostro maestro?” “Sì, sì, ma ora cantaci Il cielo in una stanza”. E lui, sempre appoggiato al pianoforte, la canta. La canta di malavoglia, di straforo, mezzo brillo e mezzo stonato; ma la canta davvero. La vita in una stanza. Grandioso.

Wow!


La bella notizia è che dalle regionali si forma la coppia degli Ignazi, due fascistelli storici, il primo presidente del Senato, l’altro, Romano, in regione lombarda. La democrazia gode e ringrazia! Eia Eia!

Aaarggh!

 


Il Destino ha voluto che davanti ai miei occhi passasse il momento atteso dalle genti, l'istante spartiacque tra la gloria e il vaffanculo, tra l'apoteosi e il va a ciapà i ratt, tutto raccolto in pochi momenti, la porta vuota, la scelta del campione e quella del galleggiamento inane, tutto raccolto nella porta della Sud, la rumba pronta ad accendersi, lo sciagurato Egidio che volteggia nuovamente nel tempio, il respiro che si ferma, la sicurezza del punteggio insonorizzante lo spauracchio della trasferta della festa della donna, tutto lì racchiuso nella tua capoccia mai spettinata, il colpo di testa ad minchiam, il vaffanculo smisurato, la sensazione del se fosse. Peccato.

Robecchiando

 

Regionali. Chi non vota ha sempre torto? No, magari ha torto chi vota
di Alessandro Robecchi
Letti e compulsati i commenti del dopo-tsunami lombardo-laziale, forse bisogna ribaltare il concetto. Una cosa simile a quella famosa retorica kennedyana, sapete: non chiederti cosa può fare il tuo Paese per te, ma cosa puoi fare tu per il tuo Paese, eccetera eccetera. Fuffa. Ecco. Forse la domanda non è: perché la gente (sei su dieci) non è andata a votare, ma perché l’hanno fatto quelli che ci sono andati (4 su dieci, anche meno). È la minoranza che dovrebbe spiegare, non la maggioranza. E la maggioranza ha detto chiaro e tondo che questo modello di democrazia rappresentativa non la rappresenta, non è credibile né per proposta politica né come meccanismo. Traduco in italiano: nessuno – nemmeno quelli che sono andati a votare – crede veramente che votando Tizio piuttosto che Caio, una compagine piuttosto che un’altra, cambierà realmente qualcosa. La percezione diffusa è che la scelta sia inesistente, farlocca, questione di sfumature. Che questo sia vero o no (ci sono ovviamente centinaia di varianti, e sfumature molto brutte) non è importante, quel che conta è la percezione e la sua ricaduta sulla realtà.
Nella ridente Lombardia, da dove scrivo, locomotiva italiana e vanto dei dané, se ti serve una gastroscopia paghi sull’unghia, oppure aspetti un anno e più, e questo, nonostante le belle promesse e le belle parole, non cambierà perché lo dice un candidato o perché campeggia nei programmi distribuiti nei mercati. La parola “eccellenza” si spreca in lungo e in largo, ma se non hai soldi, o un’assicurazione che costa soldi, di eccellente non c’è niente, il tuo medico di base sembra disperso in Nepal e vai al pronto soccorso, dove ti rimbalzano, per un mal di testa.
Il Pd di Majorino – giustamente considerato più a sinistra delle fantasiose candidature Pd degli ultimi decenni – spingeva il famoso Pregliasco (non eletto), virologo à la page durante la pandemia e dirigente della sanità privata, il che non è, anche dal punto di vista dei simboli e dei segnali, il modo migliore per “rilanciare la sanità pubblica”, come si diceva a ogni passo. E in caso di vittoria, ipotesi peregrina, d’accordo, si sarebbe installato un comitato incaricato di “immaginare (sic) una buona politica per lo sviluppo della Regione”, affidato a… Carlo Cottarelli.
Poi dice che la gente non va a votare.
Sempre nella ridente Lombardia di Attilio Fontana, nei comuni martiri di Alzano Lombardo, Albino, Nembro, la coalizione della destra ha sfiorato il sessanta percento, e anche quelli scampati a una gestione delirante della pandemia, a votare non ci sono andati. Già, la pandemia, il Covid, l’emergenza, l’afflato emotivo delle “bare di Bergamo”. Non pervenuti. Il signor Gallera di Forza Italia – quello che andava in giro a dire che per prendere il Covid dovevi incontrare due positivi insieme, e che nei momenti più bui vagheggiava di diventare sindaco di Milano – pur non eletto, ha preso le sue belle preferenze, oltre cinquemila. La badante di Fontana che lo sostituì all’assessorato, Letizia Moratti, gioia dei salottini chic finto-progressisti della Milano da bere, salutata come salvatrice della Lombardia solo perché nel frattempo erano arrivati i vaccini, non entra in consiglio, naufragata come i due cabarettisti che si sono inventati la sua candidatura. Ora si dirà, come sempre, che chi non è andato a votare ha torto. Può darsi. Ma, visti i risultati, si può dire anche il contrario: è chi è andato a votare che ha torto. Questione di punti di vista.