Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
giovedì 7 giugno 2018
Luce sugli immigrati
giovedì 07/06/2018
Prima gli ungheresi
di Marco Travaglio
Èdifficile parlare di Salvini senza cascare nei suoi giochetti. Che sono due. 1) Occupare ogni giorno tg, talk show, giornali e siti per far credere che al governo ci sia solo lui e solo lui vegli insonne sui problemi degli italiani. 2) Attirare su di sé tutte le critiche del vecchio establishment – un misto di giuste obiezioni, pregiudizi iperbolici e processi alle intenzioni – per rafforzare nella gente la convinzione di cui al punto 1. Il miglior modo di parlare di lui è quello di sfidarlo alla prova dei fatti, dopo 25 anni di comoda predicazione da Cazzaro Verde che insegnava agli altri quel che dovevano fare. Ora le chiacchiere stanno a zero: come ha detto Di Maio, “ora lo Stato siamo noi”. Non nel senso di “L’Etat c’est moi” del Re Sole (come hanno volutamente equivocato i soliti tromboni), ma nel senso che gli anti-sistema ora rappresentano il sistema e, fischiandolo, fischiano se stessi. Salvini, come Conte e Di Maio, annunciano sull’immigrazione cinque obiettivi: ridurre gli sbarchi (e quindi i morti in mare), velocizzare l’esame delle richieste d’asilo, intensificare i rimpatri di chi non ne ha diritto, ridiscutere gli accordi di Dublino per un’equa ripartizione fra i Paesi Ue, statalizzare regione per regione l’accoglienza sottraendola al business privato che tanti scandali e ruberie ha causato.
Al netto della solita insulsa propaganda, tipo “la pacchia è finita” (i migranti, anche irregolari, esclusi i pochi che riescono a guadagnare bene delinquendo, fanno vite d’inferno), sono tutti propositi condivisibili, legali e costituzionali. La riduzione degli sbarchi, già avviata da Minniti, si ottiene continuandone le politiche di collaborazione con gli Stati del Nordafrica e facendo rispettare il codice d’autoregolamentazione per le Ong. Il primo ad annunciare una chiusura dei porti italiani, dinanzi al menefreghismo degli altri Paesi mediterranei, fu un anno fa Minniti, fra i gridolini di giubilo dei commentatori per la “svolta” legalitaria del Pd che finalmente batteva i pugni in Europa. Quindi, ora che Salvini riannuncia la stessa cosa, sarebbe auspicabile un minimo di coerenza: fascismo e xenofobia non c’entrano. Esami delle richieste d’asilo, rimpatrii e accoglienza pubblica dipendono dall’efficienza dello Stato, oltreché dai costi altissimi e dai trattati con gli Stati di provenienza (per ora 4, Tunisia in primis: pessima idea dichiararle guerra, innescando un incidente diplomatico, fra l’altro sulla fake news del boom di “galeotti” che non trova riscontro nelle statistiche). La revisione di Dublino dipende dal peso politico e dall’abilità diplomatica del nuovo governo in Europa.
Bisogna costruire alleanze, sperando di avere la maggioranza per cambiare una regola demenziale che proprio il centrodestra FI-Lega sottoscrisse a suo tempo senza neppur sapere cosa firmava. Il presupposto per le alleanze è sapere con chi conviene farle. In base al nostro interesse nazionale (“prima gli italiani”, no?), non al colore politico dei partner. Salvini, per evidenti affinità ideologiche, vuol partire da Viktor Orbán, il premier ungherese di estrema destra che peraltro fa parte del Ppe (con B. e la Merkel) e non del gruppo lepen-leghista europeo. I due si sono già sentiti per “cambiare insieme l’Europa”. Ora, Orbán sa benissimo come vuol cambiare la Ue: tenendo fuori i migranti anzitutto dall’Ungheria e poi dai suoi alleati nel fronte Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia). Ma sorge il dubbio che Salvini non ne abbia la più pallida idea: altrimenti non sceglierebbe come partner privilegiato chi vuole lasciare i migranti ai paesi di primo approdo, qual è appunto l’Italia (insieme alla Grecia) e quale non è (più) l’Ungheria dopo l’attenuarsi del flusso siriano-afghano e il muro eretto al confine serbo. L’Ungheria, non affacciando sul mare, non ha mai visto un barcone. Infatti fu proprio Orbán, con tutti gli alleati di Visegrad, a sfanculare l’Ue che proponeva di aiutare Italia e Grecia suddividendo i migranti per quote, Paese per Paese. Il tutto – nota Franco Venturini sul Corriere – dopo che il fronte Visegrad era stato imbottito dall’Ue di miliardi per la “coesione” sottratti anche all’Italia.
Per questo, per il nostro interesse nazionale e non solo perché Orbán è brutto, sporco e cattivo, dovremmo tenerci a debita distanza da lui. E cercare sponde da tutt’altra parte: nei governi che, o per paura di nuovi boom dei partiti anti-Ue (la Merkel), o per affaccio al Mediterraneo e vicinanza all’Italia (Francia, Spagna, Grecia e Austria), sono più sensibili al tema degli sbarchi. L’altroieri, mentre Salvini era al Senato per la fiducia, gli altri ministri degli Interni europei hanno sancito il fallimento della riforma di Dublino. Giustamente l’Italia, come pure Francia e Germania, ha votato contro: i veti incrociati degli euro-egoisti avrebbero fatto ricadere comunque su Italia e Grecia quasi tutto il peso dell’accoglienza (anche Gentiloni, ben prima di Salvini, era ben poco entusiasta del negoziato). Ma sono stati proprio l’Ungheria di Orbán e la Polonia, con quel marpione di Macron, ad affossare ancora una volta le quote. Senza le quali, gl’immigrati restano un problema esclusivamente italiano e greco. Ora si dice che, con l’ausilio dell’Austria euroscettica, prossima presidente semestrale, l’Ue chiuderà un occhio sui metodi scelti dall’Italia per risolvere la questione. E tollerare persino i respingimenti di massa in mare evocati da Salvini. Se è a questi che pensa il ministro dell’Interno, se li levi dalla testa: la Corte di Strasburgo li ha già definiti illegali. Quindi l’Italia resterebbe sola, magari col resto d’Europa che sospende la libera circolazione di Schengen e ci chiude fuori con i migranti dentro. A quel punto Salvini e Orbán che faranno? Strilleranno “prima gli ungheresi”?
mercoledì 6 giugno 2018
Oliofobia
Patacche, padelle, schizzi: di tutto m'arriva sugli indumenti in questi tempi particolarmente iellati, quasi mi fossi trasformato in una calamita per olio e, pur attuando le dovute cautele, l'unto mi abbraccia non appena scoperto il primo pertugio utile: al bar al mattino allorché lo scellerato fornaio consegna una focaccia pregna, più unta di Anzaldi, con l'olio che riempie le fossette tipiche del farinaceo e che, per noncuranza, mi cospargo sull'intonsa maglietta, maledicendo dei ed olimpo, oppure a pranzo con la temibilissima insalata che condisco con una cautela maggiore di colui che, atterrando all'aeroporto di Tel Aviv, faccia Rohani di cognome. Le particelle d'olio uscenti dall'ampolla, cadendo sulla lattuga, inspiegabilmente rimbalzano per atterrare sul mio indumento, formando a volte dei simpatici disegni naif.
A volte lo schizzo è tanto largo, tanto eclatante che a prima vista presumo essere macchia d'acqua, ossia l’ultima speranza, il lumicino fumigante la quale però, rimanendo intonsa ed immota con il passar del tempo, mi raggela oltremodo, aggredendomi l'inconscio per il temuto ed eclatante verdetto oliante.
Riesco in un pranzo a raccogliere vari tipi di padelle, al punto di aver compilato un breve campionario:
La Schizzata Oliforme: classica delle verdure, si configura come una mini galassia con una serie puntiforme che può variare da tre a dieci componenti; si verifica allorché la foglia d'insalata inforcata con la posata è in parte trattenuta sotto da altri ortaggi presenti nell'insalatiera; la repentina innalzata verso la bocca provoca un tremolio generante la micidiale macchia a pois. Altra fonte è il cavolo con patate per la conformazione della foglia che trattiene una grande quantità di condimento.
La Gittata: senza scusanti, catastrofica, crea una specie di isolotto nel tessuto che solo una lavatura con prodotti industriali altamente tossici ed inquinanti riuscirà, forse, a smacchiare. Getta nello sconforto il possessore, il quale ricorre al metodo dell'acqua frizzante, utile come una prolusione del dott. Bertone, che è anche cardinale, sull'amore per la povertà evangelica. Si verifica quando la disattenzione, per presenza di gnocca al desco o per rottura di un ponte dentario, la fa da padrona. Generalmente è seguita da un'impercettibile imprecazione, con contorno speranzoso del fatto che gli astanti non si siano accorti della stordente calamità. Conseguentemente all'avvenimento incidentale, il malcapitato si alza da tavola chiedendo la locazione del bagno e la ripulitura con acqua, danno irreparabile, bagnante la camicia, richiede molto tempo per l’asciugatura, tanto che nelle cervici dei compagni di desco s'insuffla la certezza che allo sventurato sia capitata una squassante diarrea o, in alternativa, una volta ritornato al suo posto, l'inspiegabile torsione dell'attrezzo urinante abbia provocato un'inzuppata da insolita minzione, che il mix acqua-olio stagnante al centro della camicia, tenderebbe a confermare.
La Deleteria: simile al tracciato di una cometa, la Deleteria può sporcare camicia, eventuale maglione e relativi pantaloni. Di un'efferatezza senza pari, sembra che la blasfemia conseguenziale ai relativi danni, non sia valida per il conteggio delle pene da espiare, per il conclamato divario tra sfortuna e controllo di sé, secondo il diritto canonico attualmente in vigore. La Deleteria può essere composta da un mix di olio, sugo ed intingoli vari. Se si verifica durante una cerimonia, al malcapitato è concesso pure di rimanere in canotta e bermuda, senza alcuna riprovazione in merito.
La gravità della Deleteria è rapportabile in criticità al calpestare una defecata di rinoceronte con mocassini estivi senza calze.
La Violunta: si verifica allorché un commensale vi passa ad esempio un vassoio di peperonata, o una gigantesca orata al forno, in modalità schizofrenica. La quantità di intingoli che convola a nozze eterne con il vostro abbigliamento potrebbe soddisfare il condimento di un pranzo in una mensa militare. L'espressione tipica stampata sul viso iracondo dello sventurato, ricorda quella di un novello sposo brillo che nella prima notte di nozze s'accorge di essere finito nel letto dello zio contadino erotomane della neo consorte.
La Violunta è la patrona dei raccoglitori di vestiti usati ed è una delle maggiori richieste nei riti voodoo contro malefici nemici.
Dietro la dietrologia
Tutti a misurare le parole del Prof Conte, Sebastiano Messina le ha contate davvero e ci informa che "ma" e "anche" sono state le più frequenti nel discorso del Presidente del Consiglio durato più di un'ora; tutti a trarre spunti dalle espressioni facciali di Salvini, da quelle di Di Maio; a ricercar populismo, anfratti di destra, sintomi di sinistra, a raffrontare tematiche con il passato, a far notare assenze pesanti nel soliloquio presidenziale, tra cui scuola e Ilva.
Ma l'aspetto più raggelante della giornata di ieri, a mio parere, è un altro: il discorso, la presa di posizione, la tracciatura del sentiero della futura opposizione, da parte di chi dovrebbe, parole sue, essere un semplice senatore di Rignano.
Reduce da una conferenza a Pechino, quanto mi piacerebbe avere un video al proposito, sarei disposto a fare pazzie pur di averlo, su non si sa cosa, probabilmente la classica smargiassata pregna di "Signori, anzi, Signoli miei" visto che era in Cina, il nostro, pardon, il loro ha trovato il tempo per ritornare sul campo di battaglia che l'ha visto magistralmente sconfitto, nell'aula che avrebbe voluto trasformare in un bivacco di reduci da corruttela regionale. Alle 17:25 circa ha parlato per 10 minuti, prima delle dichiarazioni di voto, evidenziando per l'ennesima volta, la sua supremazia assoluta nel partito di cui è stato segretario, sciagurato segretario.
E' questa la malformazione democratica maxima: il distruttore seriale del partito che una volta rappresentava la sinistra, non demorde, non retrocede, non molla la presa, annientando ruoli e sinergie, umiliando lo schema democratico che vorrebbe una sana, robusta ed attenta opposizione.
Fino a quando questo mellifluo, catastrofico ossimoro resterà sulla tolda del PD, lo sfascio, l'annichilimento, l'annullamento, l'afflosciamento del partito continuerà e la ricostruzione, quasi impossibile, sulle ceneri di un ideale incentrato sulla battaglia sana e vigorosa contro le disparità sociali, stenterà a partire.
Il progetto che questo per niente semplice senatore persevera ad attuare è oramai lampante, chiaro, limpido, tranne forse che a qualche Madia, a qualche Orfini ancora sparsi nei meandri del bunker sconquassato dalla tragedia, per loro, delle elezioni di marzo: l'annientamento del partito che fu di Berlinguer.
Questo progetto oramai completato, prevede a breve la nascita di un'altra realtà di centro, centrodestra, guidata dallo stesso Ebetino e inglobante il partito azienda del Delinquente Naturale.
Trasmigreranno dentro la nuova formazione tutti gli adepti del Pifferaio rignanese, convoleranno a nozze i profughi del Puttanesimo, per una nuova era d'intrighi e intrallazzi. Il PD invece dovrà ricostituirsi, rigenerarsi, ritrovare se stesso dopo anni laceranti e senza dignità.
Questo maleficio destrorso finalmente getterà la maschera, abbandonerà la finzione, la recita di essere un uomo di sinistra per abbracciare valori e idee a lui consoni, simili in tutto a quelle del suo zio ricco e potente, foraggiatore della mafia per diciotto anni.
Fino a quando l'opera vandala distruttiva non sarà compiuta, l'Oratore Errante non abbandonerà il potere che già da ora non gli compete; come ha dimostrato ieri al Senato, il suo predominio continuerà senza sosta, ridicolizzando statuti, sbeffeggiando dimissioni, irridendo norme di partito, per alimentare il suo egocentrismo patologico, per prepararsi un futuro probabilmente dorato, lontano finalmente da bugie colossali, da copioni imbarazzanti, da controsensi politici degni di un prossimo e sperabile studio storico al fine di evitare nel futuro altre simili cadute inaudite di stile.
Quello che più addolora è constatare il nulla, il vuoto, la totale assenza di suoi colleghi in grado di frenare, contrastare questo scempio il cui danno si proietta anche nel normale corso democratico di questa scoraggiata nazione.
Ricordate di adottare un Martina!
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