Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
martedì 25 luglio 2023
Il Prima e il Dopo
Prima il testo della lettera di Alain...
Sul treno per Foggia con i giovani “lanzichenecchi”
di Alain Elkann
Sul treno per Foggia con i giovani “lanzichenecchi”
di Alain Elkann
Non pensavo che si potesse ancora adoperare la parola “lanzichenecchi” eppure mi sbagliavo. Qualche giorno fa, dovendo andare da Roma a Foggia, sono salito su una carrozza di prima classe di un treno Italo. Il mio posto assegnato era accanto al finestrino e vicino a me sedeva un ragazzo che avrà avuto 16 o 17 anni.
T-shirt bianca con una scritta colorata, pantaloncini corti neri, scarpe da ginnastica di marca Nike, capelli biondi tagliati corti, uno zainetto verde. E l’iPhone con cuffia per ascoltare musica. Intorno a noi, nelle file dietro e in quelle davanti, sedevano altri ragazzi della stessa età, vestiti più o meno allo stesso modo: tutti con un iPhone in mano. Alcuni avevano in testa il classico cappello di tela con visiera da giocatore di baseball di colori diversi, prevalentemente neri, e avevano tutti o le braccia o le gambe o il collo con tatuaggi piuttosto grandi. Nessuno portava l’orologio.
Io indossavo, malgrado il caldo, un vestito molto stazzonato di lino blu e una camicia leggera. Avevo una cartella di cuoio marrone dalla quale ho estratto i giornali: il Financial Times del weekend, New York Times e Robinson, il supplemento culturale di Repubblica. Stavo anche finendo di leggere il secondo volume della Recherche du temps perdu di Proust e in particolare il capitolo “Sodoma e Gomorra”. Ho estratto anche un quaderno su cui scrivo il diario con la mia penna stilografica.
Mentre facevo quello, i ragazzi parlavano ad alta voce come fossero i padroni del vagone, assolutamente incuranti di chi stava attorno. Parlavano di calcio, di giocatori, di partite, di squadre, usando parolacce e un linguaggio privo di inibizioni.
Intanto il treno, era arrivato a Caserta. Non sapevo che per andare da Roma a Foggia si dovesse passare da Caserta e poi da Benevento. Pensavo di aver sbagliato treno, ma invece è così. Non ho mai rivolto la parola al mio vicino che o taceva ascoltando musica o si intrometteva con il medesimo linguaggio nella conversazione degli altri ragazzi.
A un certo punto, poco dopo Benevento, mentre erano sempre seduti o quasi sdraiati ai loro posti, ammassando nei vari cestini per la carta straccia lattine di Coca Cola o tè freddo, uno di loro ha detto: «Non è che dobbiamo stare soli di sera: andiamo a cercare ragazze nei night».
Un altro ragazzo più piccolo di statura e con il viso leggermente coperto di acne giovanile ha detto: «Macché night! Credetemi, ho esperienza. Bisogna beccare le ragazze in spiaggia e poi la sera portarle fuori e provarci. La spiaggia è il posto più figo e sicuro per beccare».
Quella conversazione sulle donne da trovare era andata avanti mentre io avevo finito di scrivere sul mio quaderno ed ero immerso nella lettura di Proust. Loro erano totalmente indifferenti a me, alla mia persona, come se fossi un’entità trasparente, un altro mondo.
Io mi sono domandato se era il caso di iniziare a parlare col mio vicino, ma non l’ho fatto. Lui era la maggioranza, uno nessuno centomila, io ero inesistente: qualcuno che usava carta e penna, che leggeva giornali in inglese e poi un libro in francese con la giacca e i pantaloni lunghi.
Per loro chi era costui?
Un signore con i capelli bianchi, una sorta di marziano che veniva da un altro mondo e che non li interessava. Pensavano ai fatti loro, parlavano forte, dicevano parolacce, si muovevano in continuazione, ma nessuno degli altri passeggeri diceva nulla.
Avevano paura di quei ragazzi tatuati che venivano dal nord, lo si capiva dall’accento, o erano abituati a quel genere di comportamento?
Arrivando a Foggia, mi sono alzato, ho preso la mia cartella. Nessuno mi ha salutato, forse perché non mi vedevano e io non li ho salutati perché mi avevano dato fastidio quei giovani “lanzichenecchi” senza nome.
... poi il commento del Direttore...
Alain e i giovani d’oggi
di Marco Travaglio
Non ci sono parole per denunciare il vile agguato subìto da Alain Elkann sul treno Italo Roma-Foggia. È lui stesso a narrarne le drammatiche sequenze in un “breve racconto d’estate” che, visto l’autore (il padre del padrone) e soprattutto la prosa (notevoli le virgole tra soggetti e verbi), Repubblica ha collocato in Cultura sotto lo straziante titolo “Sul treno per Foggia con i giovani ‘lanzichenecchi’”. L’orda barbarica che ha proditoriamente funestato il suo viaggio in prima classe era composta dal vicino, “un ragazzo di 16-17 anni, T-shirt bianca con scritta colorata, pantaloncini corti, zainetto verde e iPhone con cuffia per ascoltare musica”; e, nelle altre file, da “altri ragazzi della stessa età, vestiti più o meno allo stesso modo… Alcuni avevano in testa (anziché su un ginocchio o su un gomito, ndr) il classico cappello di tela con visiera da giocatore di baseball di colori diversi” e, quel che è peggio, “avevano tutti o le braccia o le gambe o il collo con tatuaggi piuttosto grandi”. Un dress code premeditato con cura dai manigoldi per molestare l’Elkann, che indossava, “malgrado il caldo, un vestito stazzonato di lino blu e una camicia leggera”. E portava una curiosa “cartella di cuoio marrone” (il cuoio di solito è viola a pois fucsia) “dalla quale ho estratto il Financial Times, New York Times e Robinson, l’inserto culturale di Repubblica” (La Stampa no: ci scrive da trent’anni, ma non la legge). Ma pure “il secondo volume della Recherche du temps perdu di Proust”, che “stavo finendo di leggere in francese” (anziché nella comoda traduzione in foggiano). Ma le estrazioni non sono finite: “Ho estratto anche un quaderno su cui scrivo il diario con la mia penna stilografica” (non con quella di un altro, o con un più pratico stiletto acuminato per tavolette cerate sumere).
Che faceva intanto l’orda lanzichenecca al cospetto di cotanto intellettuale in lino blu? Si raccoglieva in religioso silenzio sbirciando di straforo il Financial Times o la Recherche? Magari: “Erano totalmente indifferenti alla mia persona, come se fossi un’entità trasparente” (strano, un tipo così alla mano). E “parlavano ad alta voce”: non dei listini di Borsa o de l’amour de Swann, ma “di calcio” e “ragazze” da “cercare in spiaggia” o “nei night” (ma noi giureremmo che abbian detto “tabarin” e “café chantant”). Dicevano financo “parolacce” e “nessun passeggero diceva nulla”, forse per “paura di quei ragazzi tatuati”, ergo capaci di tutto. Lui, riavutosi dalla scoperta scioccante che “per andare a Foggia bisogna passare per Caserta e Benevento”, anziché da Chamonix, è sceso a Foggia. E “nessuno mi ha salutato”. Ma lui, furbo, “non li ho salutati perché mi avevano dato fastidio quei giovani ‘lanzichenecchi’ senza nome”. Tiè: così imparano.
lunedì 24 luglio 2023
I deboli alla fine..
L’incredibile caso del Lecco. Regole ferree solo per i piccoli: anche se non hanno colpe
di Paolo Ziliani
Avete presente il Leicester che nel 2016, dopo essersi salvato all’ultima giornata nel campionato precedente, riuscì nell’impresa di conquistare il titolo in Premier League davanti a corazzate come Arsenal, Tottenham, i due Manchester e il Chelsea? Beh, fatte le debite proporzioni, il Lecco che il 18 giugno ha conquistato la serie B al termine dei playoff di C nel corso dei quali ha demolito squadroni, al suo confronto, come Ancona, Pordenone, Cesena e Foggia, è stato un po’ il piccolo Leicester del calcio italiano. E non ci crederete, ma la curiosità e la simpatia che lo hanno accompagnato in questa cavalcata compiuta in un calcio dimenticato come la serie C italiana, hanno fatto sì che la finale col Foggia, trasmessa su Rai 2 il 18 giugno, superasse il 10% di share con picchi di ascolto superiori al milione di telespettatori.
Di solito si dice: Davide ha battuto Golia. Solo che qui Davide – cioè il Lecco – è arrivato in serie B battendone quattro, di Golia. Per la sua impresa si è commossa mezza Italia: ma le lacrime di gioia si sono trasformate adesso il lacrime di rabbia. E dire rabbia è dire poco. Come mai?
È successo che quell’entità maligna che risponde al nome di Figc, la Federazione Italiana Gioco Calcio, ha reso noto che la promozione del Lecco in B è stata annullata, cancellata. Motivo: il giorno 20 giugno scadevano i termini per iscriversi ai campionati e il Lecco ha spedito la Pec con la documentazione richiesta con due giorni di ritardo. Per cui nessuna pietà. La Figc che il 30 maggio si è inventata l’obbrobrio del patteggiamento che ha salvato la Juventus dalla serie B – per non dire serie C – scassando leggi e regolamenti, ha detto che le regole sono regole e vanno rispettate. Amen.
Ebbene: volete sapere di chi è stata la colpa dei ritardi che hanno impedito al Lecco di rispettare i tempi previsti dall’iter? Della Federazione. I playoff di C avrebbero infatti dovuto iniziare domenica 30 aprile; ma poiché c’era una squadra, il Siena, in attesa di giudizio e a rischio penalizzazione, sono stati posticipati all’11 maggio. Lo slittamento ha fatto sì che la finale, originariamente prevista l’11 giugno, sia stata giocata il 18: con soli due giorni utili, al Lecco, per potersi mettere in regola. Fosse rimasto in C il suo stadio sarebbe andato bene: in serie B no. Il presidente Di Nunno si è subito attivato, ha ottenuto l’okay del Padova per giocare allo stadio Euganeo ma il prefetto di Padova era assente e ha potuto firmare il documento solo al suo rientro, due giorni dopo. Di qui il ritardo nell’invio della Pec in Federazione.
Il responsabile dell’ufficio giuridico Figc nonché braccio destro di Gravina, l’avv. Giancarlo Viglione, con grande onestà ha dichiarato. “Il Lecco ha meritato la promozione sul campo. È la Figc ad avere sbagliato: quando la Lega Pro ha cambiato il calendario avrebbe dovuto posticipare il termine per l’iscrizione della squadra vincitrice dei playoff. Tra l’altro il Lecco aveva presentato istanza di proroga, ma senza nemmeno ottenere risposta. L’errore commesso non può ora ritorcersi proprio sul Lecco”.
Per la cronaca: poiché il 20 giugno scadevano anche i termini per iscriversi ai campionati di C e D, per la Figc ora il Lecco può tornare a giocare solo ripartendo dalla Terza Categoria. Non è una battuta. E sapete perchè tutto ciò sta succedendo? Perchè il Lecco è un piccolo club. Che in B avrebbe stonato: meglio Brescia, meglio Perugia, meglio Benevento. Se non sei nessuno, è meglio se sparisci.
Il sano chiasso
“Fate chiasso”, dice Francesco Invece il Vaticano li punisce
ATTIVISTI DI ULTIMA GENERAZIONE - Contraddizioni. La condanna per il blitz ecologista sotto la statua di Laocoonte Ma già nel 2015 il papa con l’enciclica “Laudato sì” lanciava l’allarme climatico
DI TOMASO MONTANARI
In questi giorni terribili – giorni in cui viviamo un caldo che non ci affligge solo per la sua forza, non così ignota all’Italia, ma perché lo sappiamo esser parte di una estremizzazione del clima che annuncia una catastrofe imminente – siamo forse nella condizione più adatta per meditare sulle proteste dei militanti di Ultima generazione. Un mese fa il tribunale del Vaticano ha inflitto una condanna pesante (in due casi a nove mesi di reclusione, pur sospendendone gli effetti) a tre di loro che si erano incollati, durante l’altrettanto rovente estate dello scorso anno, al piedistallo del Laocoonte già nel Cortile del Belvedere, e oggi stella di prima grandezza dei Musei Vaticani.
La condanna sembra davvero ingenerosa, e in flagrante contrasto con il magistero di papa Francesco, che ha invitato proprio quella generazione a “fare chiasso” contro il modello economico che produce ingiustizia sociale e distrugge il pianeta: “Una nuova economia, ispirata a Francesco d’Assisi, oggi può e deve essere un’economia amica della terra, un’economia di pace. Non basta fare il maquillage, bisogna mettere in discussione il modello di sviluppo. Fino a quando il nostro sistema produrrà scarti e noi opereremo secondo questo sistema, saremo complici di un’economia che uccide. Se non avete niente da dire almeno, fate chiasso!”.
Nella sua mirabile enciclica del 2015, la Laudato sì, Francesco ha condannato con estrema forza l’idea “di una crescita infinita o illimitata, che ha tanto entusiasmato gli economisti, i teorici della finanza e della tecnologia. Ciò suppone la menzogna circa la disponibilità infinita dei beni del pianeta, che conduce a “spremerlo” fino al limite e oltre il limite”. Ha ricordato, contro ogni negazionismo climatico, che “esiste un consenso scientifico molto consistente che indica che siamo in presenza di un preoccupante riscaldamento del sistema climatico. Negli ultimi decenni, tale riscaldamento è stato accompagnato dal costante innalzamento del livello del mare, e inoltre è difficile non metterlo in relazione con l’aumento degli eventi meteorologici estremi, a prescindere dal fatto che non si possa attribuire una causa scientificamente determinabile ad ogni fenomeno particolare. L’umanità è chiamata a prendere coscienza della necessità di cambiamenti di stili di vita, di produzione e di consumo, per combattere questo riscaldamento o, almeno, le cause umane che lo producono o lo accentuano”. Prendere coscienza è, dunque, il punto: e combattere contro chi ha tutto l’interesse a tenerla, invece, a dormire questa coscienza collettiva. I “molti … che detengono più risorse e potere economico o politico sembrano concentrarsi soprattutto nel mascherare i problemi o nasconderne i sintomi, cercando solo di ridurre alcuni impatti negativi di cambiamenti climatici. Ma molti sintomi indicano che questi effetti potranno essere sempre peggiori se continuiamo con gli attuali modelli di produzione e di consumo” (così, ancora, il papa nella Laudato sì).
Se le cose stanno così, è difficile scegliere un’opera più significativa del Laooconte, questo meraviglioso gruppo scultoreo ellenistico che, quando riemerse dal suolo di Roma, nel 1506, fu subito riconosciuto da Michelangelo in persona come “un portento dell’arte”. Il gruppo raffigura la terribile fine del sacerdote troiano e dei suoi figli, sbranati da mostruosi serpenti usciti dal mare per tappar loro per sempre la bocca: Laocoonte, infatti, aveva subodorato qualcosa dell’inganno di Ulisse, e si opponeva all’ingresso del grande Cavallo di legno dentro le mura di Troia. “Temo i greci anche quando portano doni”, disse: un motto perfetto per etichettare le campagne di greenwashing inscenate dai grandi inquinatori, le multinazionali delle energie fossili, e dai loro servi politici.
Laocoonte – come un’altra troiana: Cassandra – dà l’allarme: ma non solo non viene creduto, viene anche orribilmente punito e ridotto al silenzio. Il tribunale della Città del Vaticano in questa storia si è dunque scelto la parte dei serpenti, assegnando ai tre attivisti condannati quello di Laooconte e dei suoi figli: ma papa Francesco non è uno dei vendicativi dèi dell’Eneide, e sono persuaso che prima o poi interverrà per sanare questa condanna, che colpisce proprio chi gli ha dato retta, facendo chiasso nel posto e nel modo più efficace.
Qualunque cosa si pensi di una campagna di denuncia che usa il patrimonio (senza in realtà danneggiarlo affatto) per ricordarci che quel patrimonio, e l’ambiente da cui è inseparabile, stanno per essere distrutti, si dovrà riconoscere che non sono i giovani di Ultima generazione a far bollire la Sardegna a 50 gradi e contemporaneamente a far piovere chicchi di grandine grandi come palle da tennis (anche) sui tetti delle chiese monumentali del Veneto: il mondo è una macchina che corre contro un muro, senza autista e a folle velocità. Vogliamo discutere della grammatica di chi grida perché sia fermata, o provare a fermarla?
domenica 23 luglio 2023
Anniversario
Esattamente quarantotto anni fa entrai nell’allora Cinema Cozzani in piazza del Mercato, in un assolato luglio, per vedere un film che dicevano facesse ridere. Appena iniziò ebbi un moto dannato che mi spingeva ad uscire: “ma è in bianco e nero!”
Decisi di rimanere e piano piano compresi di trovarmi davanti a qualcosa di inusuale, di unico, di grande. Eravamo pochi in sala quel pomeriggio di un giorno da cani (cit.) ma ricordo che alla sera tornai con amici per onorare quello che divenne il più grande film comico della storia cinematografica.
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