martedì 16 giugno 2020

Oltre ogni limite




Mentre Zaia parlava dei bambini morti durante la pandemia, la ventresca alla sua destra fagocitava ciliegie ad una velocità che, guardate il video per conferma, da l'impressione che fosse velocizzato come nelle comiche, mentre il discorso di Zaia, con tempistica naturale, lo nega. 
E' fatto così il bidone assenteista, non c'è nulla da fare. Pare che quando partecipi a dei suffragi sia solito ingurgitare profiterole, che la cassoeula la riservi per le visite cimiteriali, mentre la cotoletta la sbocconcelli quando è in visita ai parenti del defunto. 
Esiste però un'altra possibilità: che sia posseduto da uno spirito maldestro che per rimanere inerme necessiti di un cocktail giornaliero di figure di merda e meschinità. Naturalmente, agitato, non mescolato (cit.)

Grunch Grunch Grunch!




Parole libere in libertà


Potrebbero essere solo parole, d'altronde perché stupirsi visto che sono almeno trent'anni che questo accade. 
Ma il discorso di Conte ai sindacati merita, a mio parere, un'evidenziazione soprattuto per poter dire "alla faccia del Cazzaro, di Sora Cicoria e di Carlo Bonomi, neo despota di "riduceteci le tasse per il bene dei nostri inferiori, pardon: lavoratori", Confindustria bignamicamente parlando. 

E allora leggiamocele queste parole (dal Fatto Quotidiano di oggi):

“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”. 

Ma il premier si è spinto ancora oltre ricordando il “trentennio d’oro” del dopoguerra, quella fase di compromesso keynesiano tra capitale e lavoro che non solo ha consentito la ricostruzione del dopoguerra, ma ha poi portato alle conquiste sociali di fine anni 60.

Così, il programma che Conte ha presentato ai sindacati, basato sulle slide del “programma di Rilancio” ha visto sciorinare oltre alla “riforma e semplificazione degli ammortizzatori sociali”, “il rinnovo della disciplina della Naspi”, “l’istituzione di un salario minimo” o “la detassazione dei rinnovi contrattuali”, il “Documento Unico di Regolarità Contributiva su appalti e subappalti”, il contrasto al caporalato e al lavoro nero, l’incentivazione del welfare contrattuale. 
C’è spazio anche per una “rimodulazione dell’orario di lavoro” legato all’utilizzo dello smart working, e poi “i contratti di espansione”, il contrasto al part-time involontario o, ancora, “la partecipazione e la co-gestione dei lavoratori in azienda” con un passaggio impegnativo sulla “responsabilità sociale d’impresa” nella prospettiva di “un nuovo paradigma socio-economico, perché l’imprenditore non è solo responsabile verso l’attività economica, ma ha anche una responsabilità giuridica, sociale, morale nei confronti di tutta la comunità in cui opera”. 

 Si dice che sperare non costi nulla. Vero, soprattutto però il nervosismo dello spicciolante Bonomi fa effetto ed aiuta ad essere positivi. Questa volta, pare, i soliti piagnistei dei padroni del vapore non sembrano aver impressionato più di tanto chi sta al governo. Come dice il Premier forse è l'ora che Confindustria si segga con proposte serie ed eque. Il tempo delle giuggiole, delle fiabe è finito. 

PS: a proposito di lavoro, non so se ve ne siete accorti, ma c'è un silenzio inusuale dalle parti dei vincitori certificati di concorsi a premi che chiamiamo pubblica amministrazione. Fa piacere sapere che da quelle parti l'abbreviazione Cig sia sconosciuta quanto Socrate in casa del Cazzaro. Essi infatti sono sofficemente e da tempo immemore in smart working, e questo ci fa molto piacere non foss'altro per quel sentimento di pace e tranquillità regnante pure in noi al pensiero del loro tranquillo e normalissimo fine mese. 
Vamos! 

Selvagggia!


martedì 16/06/2020
POSTCOVID
Come sopravvivere alla Fase3: NoMask, social e cene-incubo
E LA CHIAMANO NORMALITÀ - POCHE CERTEZZE NELL’INCERTEZZA

di Selvaggia Lucarelli

Nella confusa accozzaglia di incertezze della Fase 3, spiccano con luminosità le seguenti ambiguità.

Le mascherine. Nessuno si ricorda più dove e quando siano obbligatorie, quindi abbiamo chi se le mette pure per fare snorkeling e chi invece si ritiene svincolato dall’obbligo anche se gli mancano i due incisivi davanti.

E gli basta dire “sì” per sputare saliva a una distanza da record olimpico nel lancio del giavellotto. I no-mask, poi, hanno insinuato il dubbio che le mascherine siano una costrizione imposta dai poteri forti, che respirare con le mascherine provochi il cancro e che Indro Montanelli fosse socio della Pivetti nel traffico delle mascherine, quindi ormai sono invise a una discreta fetta della popolazione. In compenso, c’è la schiera dei resilienti che ha fatto dell’obbligo un’opportunità: chiuse per sempre nel cassetto quelle chirurgiche, ora in molti – troppi – sfoggiano mascherine simpatiche con slogan, fantasie floreali o animalier, fluorescenti, con pizzo, macramè e inserti in lana merinos. Il mio direttore di banca l’altro giorno sembrava Myss Keta intenta a deliberare un mutuo.

Le mani. Anche se lo scemare dei contagi ha un po’ derubricato gli arti superiori da ‘pericolo virologico di prima classe’ a ‘ricordati quale dito hai usato per pigiare il citofono’, le mani – specie i polpastrelli – sono ormai un orpello tossico e inutile, un apostrofo rosa tra il virus e le nocche, nocche con cui ormai pigiamo, trasciniamo, tocchiamo qualunque cosa. Quando la cassiera dell’Iper mi porge il pos e io digito il pin con le nocche, mi sento sempre uno sminatore afghano sopravvissuto a un disinnesco maldestro.

I balconi. Si sono ripresi la loro funzione originaria e cioè quella del deposito scope/pisciatoio del cane, per gli inquilini sciatti, e quella di diramazione della foresta pluviale australiana, per gli inquilini più competitivi. Rimane solinga qualche bandiera dell’Italia, ma le pedane per esibizioni canore e le torrette di avvistamento runner con balestre pronte all’uso, sono state smontate e riposte in garage. Particolarmente spoglio, a Milano, il balcone di Giulio Gallera. Interrogato sul perché ha risposto: “Davvero posso mettere un vaso di gerani? Pensavo fosse competenza del direttore di condominio”.

I social. Serpeggia un terrore diffuso e sinistro nel pubblicare qualunque cosa. Basta una foto al ristorante in cui sembra che il tuo volpino non rispetti la distanza di sicurezza dal gatto del proprietario, per innescare una shitstorm letale in cui si può venire accusati di qualunque cosa, dall’essere responsabili del nuovo focolaio dell’epidemia mondiale, all’essere l’assassino di George Floyd o il social media manager di J.K.Rowling. Io, che nel dubbio pubblicavo solo foto di tramonti, sono stata accusata di sponsorizzare tramonti artificiali causa della manipolazione climatica causa dell’inquinamento atmosferico causa del Covid causa delle puntate di Non è l’Arena con Cecchi Paone e Red Ronnie. In effetti, convinta dalla pericolosità dell’ultimo passaggio, mi sono scusata e ho rimosso tutto.

I ristoranti. Ogni volta che prenoto ho la stessa ansia da prestazione della prima volta che sono uscita a cena senza mamma e papà. ‘Buonasera, un tavolo da 4?’, ‘Congiunti?’, ‘Eh, se non siete congiunti vi devo mettere sfalsati, oppure di sbieco. Le scoccerebbe mangiare di spalle al piatto?’. Mi lavo le mani, ma sedendomi mi avvicino la sedia e allora, non si sa mai, torno a lavarmi le mani. Per non finire in un ciclo infinito sedia-mani-sedia-mani, decido di cenare a tre metri dal tavolo, la mia posata è il retino pulisci-piscina. Non so dove mettere la mascherina. Sul tavolo no, poi magari la sfioro, spezzo il pane sovrappensiero e a fine cena ho già il casco Cpap. Me la appendo a un orecchio, ma alla prima cucchiaiata la urto con la spalla e finisce nel pollo con le olive. Poco male, consulterò di nuovo il menù. Che è digitale, un codice QR da inquadrare col telefonino che ovviamente s’è appena scaricato. L’alternativa è un foglio plastificato stile ristorante per tedeschi in Piazza San Marco, con la pizza ‘Italia bella’ stampata in copertina e le grafiche realizzate con Microsoft Paint ’98. Nel reindossare la mascherina, alla fine del pasto, respiro arrosto con patate per i sei giorni successivi.

Gli scienziati. Rimangono un punto fermo: Zangrillo ha detto che il virus non esiste più nella sua forma virulenta, Galli che esiste e che può essere ancora virulento, Bassetti che è meno aggressivo, Pregliasco che è debole, Burioni che è buono e caro ma se si arrabbia, la Capua che è solare ma un po’ pazzerello. Poi è arrivata la Gismondo e ha chiarito il passaggio fondamentale: i virologi non esistono, sono solo una brutta influenza.

lunedì 15 giugno 2020

Citazione



Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutte a seni, e che seni, e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, ad ingalluzzire, e a prender corso e figura di gnocca, tra due promontori a destra e a manca, e un’ampia fruttiera con meloni dall’altra parte —-
La fruttiera, formata dal deposito di tre sferoni, scende appoggiata a due monti contigui, l’uno detto di san Martino, l’altro, con voce lombarda, il Resegone, dai molti suoi cocuzzoli in fila, che in vero lo fanno somigliare a una sega: (e qui non tocco nulla.. il Maestro ha già detto tutto!)

Non in mio nome!



Non s'azzardi il Cazzaro a fare in mio nome gli auguri ad uno dei pericoli maggiori attuali del pianeta! 
Non faccio gli auguri ad un instabile psichicamente che la congiuntura tra cazzo&campana ed una moltitudine di armaioli insani ha fatto sedere sulla tolda più potente della nostra sfera. 
Dall'Italia non partono gli auguri a questo riccastro indegno, volubile ed instabile! 
Chi festeggia il compleanno di codesto Biondone paranoico avrà qualcosa di similare; il menu è infatti molto ricco: presunzione, visione mortificante della società, legge del più forte, avidità, divisione tra buoni, belli e ricchi e poveri, tristi e inutili.
Speriamo che a novembre vinca la ragione, la cultura, la politica.  

Solo uno stralcio


Ieri sera da Gilletti ho ascoltato con molto interesse il giudice Di Matteo trattare argomenti spinosi, annichilenti noi che ancora crediamo all'indipendenza della Giustizia. 
Ma non voglio parlare di questo. Dopo Di Matteo è arrivato un ospite che non ho potuto ascoltare integralmente a causa dell'irritabilità che mi scatena vederlo: Flavio Briatore ovvero tutto quello che non c'entra nulla con il senso comune della vivibilità su questo pianeta. 
Far parlare Briatore ha la stessa valenza di intervistare il cardinal Bertone sulla sua terrazza a parlare di umiltà e carità. 
Dall'alto del suo appartamento monegasco il riccone ha illuminato l'oscurità con concetti e pensieri a dir poco vomitevoli. Se l'è presa al solito col governo attuale, incapace secondo lui di muoversi dentro il mondo ovattato dell'economia, ha criticato infangandolo l'ideatore del regolamento che a breve regolamenterà le discoteche, il tempio di Flavio e della sua cultura. 
Da Montecarlo quindi il saccente, meravigliandosi della negatività attuale della maggioranza, ha sparso in aria i suoi concetti, tipici di chi ha perduto completamente il senso della realtà. L'accanimento sui due metri di distanza che si dovranno tenere in discoteca dimostra l'ignoranza crassa di questo piemontese imprestato al lusso, alla stravaganza, alla vendita decuplicata di bottiglione frizzanti per riccastri tanto impegnati a farsi notare per evitare l'autodistruzione da deflagrazione nel nulla cosmico di cui sono cavalieri. 
Checcazzocenefregaanoi se occorrerà star lontani in discoteca? Briatore potrebbe fare benissimo una cosa: andare a visitare medici ed infermieri in prima linea durante il pandemico, chiacchierare con loro, visionare immagini, girovagare nei cimiteri, dialogare con i parenti di coloro che non ci sono più. Sperando di risvegliarsi dal sonno profondo che i denari immotivati infondono nelle pietose psiche dei portatori insani come lui.