martedì 9 giugno 2026

A 'ido sta la verità?

 

Sola contro tutti 


di Marco Travaglio 

C’è una donna, in Uruguay, che ha bisogno di aiuto. E lo chiede, lo grida per tre mesi. È Graciela Mabel De Los Santos Torres, 51 anni, massaggiatrice disoccupata. Dice di aver subìto molestie sessuali da Giuseppe Cipriani nel suo ranch “Gin Tonic” a Punta del Este, di aver visto festini per vip con ragazze anche molto giovani, selezionate da Nicole Minetti e portate lì dai bordelli locali e dall’estero. Lo dice come fonte coperta a un giornalista tv uruguayano, ben prima che il 18 febbraio in Italia il presidente Mattarella dia la grazia alla Minetti. Il servizio va in onda il 20: mancano due mesi al 21 aprile, quando la notizia esce sul Fatto e diventa un caso politico. Poi Graciela ripete tutto e rincara la dose in un’ora e mezza di telefonate, 766 messaggi in chat e decine di foto scambiati con il nostro Thomas MacKinson, che la contatta appena sa della grazia e tiene i contatti con lei per tre settimane, dal 22 aprile all’11 maggio. Graciela gli apre il suo cuore perché non sa più dove aggrapparsi. Non si fida delle autorità locali, siano esse magistratura o polizia. Inutile denunciare: dice di aver visto troppi Vip in quei festini e troppi poliziotti che arrotondano come guardie private al Gin Tonic. Ha pure un ex-marito agente. E sa che nel suo Paese la vita umana vale meno di due spiccioli.

Ma l’Italia è un’altra cosa: legge che il presidente della Repubblica e la magistratura di Milano vogliono la verità e le si accende una speranza. Ai giudici italiani dirà tutto quello che sa, e solo a loro, purché la proteggano. Lo dice al Fatto, in forma anonima poi col suo nome nell’intervista dell’11 maggio. Poi si arrabbia con Thomas perché, dopo averlo autorizzato a fare il suo nome, ha cambiato idea, sempre per paura, ma gliel’ha detto troppo tardi, quando il giornale era già in stampa. Ma lo stesso giorno, alle 16.26, l’Ansa batte la notizia: “La Procura generale di Milano valuta interrogatori all’estero sul caso Minetti”. È ciò che Graciela sperava: sarà finalmente sentita in Italia. Infatti rifiuta la protezione della polizia, di cui diffida. E parla subito con Francesco Battistini, l’inviato del Corriere, che il 12 maggio pubblica l’intervista: “Là dentro ho visto di tutto. Ho paura e vivo nascosta. Ma sono pronta a testimoniare a sostegno dell’inchiesta milanese sulla grazia”, anche se ancora “nessun investigatore italiano mi ha contattato”. Decide di esporsi ancora, di non perdere la speranza. Infatti il giorno 13 appare di persona, con la sua voce e il volto schermato, nel programma televisivo Sin piedad. Ritratta? Nemmeno per sogno. Ha paura, questo sì, ma conferma molte cose dette al Fatto e al Corriere, mentre le altre non le smentisce: le riferirà “solo alla magistratura italiana quando mi convocherà”.

Ma il 14 maggio, sempre via Ansa, arriva la doccia fredda dal Pg: “Non serve sentire la testimone su Minetti. Non c’è riscontro alle sue parole”. Sin piedad. Per Graciela è la fine: non può più fidarsi neppure del suo ultimo appiglio, i magistrati milanesi. Il terrore tracima. Sui siti di gran parte della stampa italiana c’è spazio solo per le tesi di Minetti e Cipriani, che minacciano cause stratosferiche, mentre lei passa per una che s’è inventata tutto: bugiarda, visionaria, o peggio. Tutti interessati a sentire chi la smentisce (gli amici di Minetti e Cipriani), nessuno ad ascoltare Graciela. La partita è ìmpari: da una parte lei, che non ha i soldi per rinnovare il passaporto o pagarsi il volo per l’Italia; dall’altra un imprenditore miliardario con amici influenti, legami con Epstein e Weinstein, società e sedi in mezzo mondo, che in Uruguay conosce tutti e tutto e investe in alberghi e palazzi.
Il 15 maggio Graciela scompare da casa e stacca il cellulare. Ricompare il 29 nello studio di un notaio, accompagnata da un avvocato, per firmare una dichiarazione giurata in cui, con l’aria di ritrattare tutto, ritratta poco o nulla: conferma la “molestia” precisando di averla subita “sul lavoro” ed esclude che la Minetti “cercasse o reclutasse o assumesse o inducesse o invitasse prostitute” al “Gin Tonic” (ma questo non l’aveva detto neppure nelle interviste, dove invece raccontava che la Minetti le sceglieva all’arrivo, le vestiva e le truccava dopo che altri le avevano ingaggiate). Restano in piedi tutti i suoi racconti sui festini di sesso e droga nei due programmi tv e sui due quotidiani italiani e i suoi colloqui con i quattro giornalisti da febbraio a maggio, sempre lineari e coerenti, confermati da due ex colleghe che la lodavano per il “coraggio” e da tre autisti che portavano le prostitute al “Gin Tonic” e l’hanno raccontato al Fatto (ma senza nomi: “Non voglio finire bruciato o in un fosso…”). Nessun “travisamento” e nessuna smentita sul nocciolo della questione: le feste con prostitute in casa di chi ha avuto la grazia perché avrebbe “cambiato vita”. Nella foga di dar torto al Fatto (il Corriere è già dimenticato), tutti hanno commentato la “ritrattazione” prima di leggerla. Perché era ciò che tutti si aspettavano da Graciela. Così la faccia di Minetti e Cipriani, e dunque dei Pg, di Nordio e di Mattarella era salva. Quella di Graciela un po’ meno, anche se ora che pareva rimangiarsi tutto diventava attendibilissima. Però non l’ha fatto. Si è tenuta in equilibrio, per non doversi guardare le spalle per tutto il resto dei suoi giorni. Ma, anche nella dichiarazione giurata, ha avuto molto più coraggio delle nostre istituzioni. A noi resta il rammarico di averla illusa che in Italia si cercasse la verità. Se fosse stata un’italiana, a denunciare molestie e festini di sesso e droga, schiere di politici, giornalisti e femministe strillerebbero che “la donna ha sempre ragione” a prescindere. Invece Graciela, massaggiatrice disoccupata uruguayana, aveva torto a prescindere. E non ha potuto neppure guardare negli occhi un magistrato. Forse perché il magistrato avrebbe faticato parecchio a reggere il suo sguardo.

lunedì 8 giugno 2026

Riccardo Ricciardi

 

MINETTI, IL GIORNALISMO E LA QUESTIONE DI CLASSE

Leggo noti commentatori che quando le procure si pronunciano a favore di gente potente, diventano improvvisamente sostenitori delle toghe.

Leggo che quando si parla di gente potente, si scopre la pietas che si deve a un essere umano, si chiami Minetti o Alemanno.

Quando però urlano i poveracci, si può buttare la chiave.

Leggo scendiletto di professione, stipendiati anche grazie ai contributi pubblici che ricevono i loro giornali letti solo dai politici nelle sale stampa dei palazzi, che vogliono dare lezioni di deontologia professionale a chi fa il giornalista per davvero, a chi non guarda in faccia a nessuno e che fa inchieste senza guardare al portafoglio, all’appartenenza politica o alla provenienza di chicchessia.

Solidarietà e sostegno a Il Fatto Quotidiano per l’incessante lavoro che fa, al servizio di tutti noi.

Solidarietà a tutte le madri, i padri e gli esseri umani che vivono in condizioni devastanti, che rinunciano a curarsi e a curare i loro figli, ma la cui vita non entrerà mai nel cono di luce di chi potrà ricevere una grazia.

Prospettive

 


 
Consiglierei allo svizzero organizzatore di diventare Wedding planner! Chissà che stupendi matrimoni farebbe! Con tagliole nella torta, giaguari nel bagno e Stevie Wonder come autista degli sposi!

Coltivare senza esagerare

 


Forse è bello così, forse le letterine a Giulietta, molto somiglianti a quelle per Babbo Natale, sono un impulso a coltivare la fantasia, il sogno. Gardaland e Giulietta Capuleti sono salubri finzioni, unica eccezione è che una volta entrato nella casa veronese, pagato il biglietto, trovi un cartello messo lì quasi con noncuranza che t’informa che quello che stai visitando è finzione, che il balcone che stressa cellulari di giapponesi e non, è stato costruito nel 1935, che la statua abbracciata da centinaia di persone al giorno è di una ragazza mai esistita, che il letto matrimoniale che attizza  cuori è quello fatto costruire da Franco Zeffirelli per il film sui due. Ma va bene cosi, i sogni coltivati abbattono le paure, le fobie dei tempi. Quell’indicazione per strada “Tomba di Giulietta” invece, quasi quasi fa masticare amaro, vista l’esagerazione tendente a materializzare fiction solo  per business. Non è mai salutare raffreddare cuori, togliere speranze ed emozioni. Purché non si esageri.

Lo show al posto del pallone

 

Pubblicità, costi folli, troppe partite: come il calcio si fece intrattenimento. Lo show dei mondiali americani 


di Lorenzo Vendemiale 

Si potrebbe coniare un felice neologismo, in onore del Paese ospitante, per descrivere i Mondiali 2026, che si giocheranno negli Stati Uniti (con una manciata di partite pure in Canada e Messico) dall’11 giugno al 19 luglio: “Soccertainment”, parola macedonia che fonde i termini soccer, con cui gli americani si riferiscono al gioco del pallone, ed entertainment, “intrattenimento”. Perché questa – più che di Francia, Spagna e Argentina, le grandi favorite al titolo, Yamal e Mbappé, Cristiano Ronaldo e Messi, le stelle più attese – sarà l’edizione in cui il calcio si trasformerà, forse in maniera definitiva, da sport in spettacolo. Un po’ per compiacere i padroni di casa, che hanno sempre avuto una concezione particolare della competizione sportiva. E un po’, anzi soprattutto, per assecondare il gigantismo della Fifa di Gianni Infantino, grande capo del calcio mondiale, se ancora così possiamo chiamarlo.

Tutto ciò che caratterizzerà questa 23esima edizione rispetto al passato, è stato voluto, studiato e attuato per accentuarne la dimensione performativa e commerciale, anche a scapito dello spirito del gioco. Prendiamo l’elemento centrale di un torneo, il numero delle partecipanti. In America noi mancheremo, e guai a prendersela con le inique qualificazioni. Però ci saranno Haiti, Uzbekistan, Giordania, un quarto delle nazionali totali del pianeta, grazie alla nuova formula a 48 squadre, mai così tante nella storia. Gli effetti tecnici li vedremo sul campo: assisteremo a tante gare squilibrate (partite come Argentina-Curacao rischiano di essere una mattanza), rendendo quasi inutile la prima fase, con gironi poco competitivi in cui vengono pure ripescate le migliori terze (72 match per eliminare soltanto 16 squadre). C’è il rischio concreto di aver peggiorato la qualità del torneo. In compenso, sappiamo già quali sono stati gli effetti economici.

I Mondiali 2026 saranno l’evento sportivo più redditizio di sempre: si parla di circa 9 miliardi di dollari di fatturato, che diventano 13 nell’intero ciclo 2023-2026. Un enorme flusso di denaro che in parte serve all’organizzazione dello stesso evento, viene reinvestito sul movimento e distribuito tra le partecipanti (montepremi record da 870 milioni), comunque finisce per alimentare il carrozzone Fifa, che al contrario della Uefa (Europei più Champions), si regge interamente sui Mondiali. Soltanto i diritti tv frutteranno 4 miliardi: questo perché, aumentando le partecipanti, le partite sono passate da 64 a 104, quindi la Fifa ha molti più contenuti da vendere alle emittenti. E su molti più mercati. Stesso discorso per il botteghino, la voce più cresciuta in assoluto (+300% rispetto a Qatar 2022), per un totale di circa 3 miliardi di incasso: anche qui, merito del numero maggiore di gare e della forte domanda nel mercato nordamericano, che ha spinto alle stelle i biglietti. I fortunati che potranno permetterseli non andranno a vedere soltanto una partita.

Ai Mondiali 2026 ci sarà una novità storica: per la prima volta verranno introdotte due mini pause di 3 minuti, al 22° di ciascun tempo, oltre all’intervallo. Le hanno spacciate come hydration breaks per far fronte alle alte temperature: per assecondare i palinsesti tv europei si giocherà a mezzogiorno in piena estate. Il precedente dei Mondiali ’94 con la finale nel caldo torrido di Pasadena ce lo ricordiamo bene. Nessuno prima di Infantino aveva osato tanto. In quelle pause, i broadcaster saranno autorizzati a trasmettere spot, dopo 20 secondi dal fischio dell’arbitro e fino a 30 secondi prima della ripresa. Sono state così create 208 nuove finestre pubblicitarie da 2 minuti e 10 secondi ciascuna, che potranno essere vendute a peso d’oro dalle tv (che quindi hanno pagato di più i diritti alla Fifa). Proprio grazie a queste, ad esempio, la Rai conta di compensare la mancata qualificazione dell’Italia – altrimenti sarebbe stato un salasso – e raggiungere una raccolta record da 70 milioni.

Addirittura nel corso della finale del 19 luglio al MetLife Stadium, New Jersey, per la prima volta ci sarà un halftime show: un vero e proprio spettacolo a fine primo tempo, sul modello del Super Bowl del football americano, con ospiti Madonna e Shakira e la direzione artistica curata da Chris Martin dei Coldplay. Tutto ciò mal si concilia con l’intervallo da 15 minuti previsto nel pallone. Comunicazioni ufficiali non ce ne sono state, ma pare che la pausa potrebbe dilatarsi fin quasi a mezzora, creando problemi ai calciatori, spezzando il filo narrativo del match più importante del pianeta.

Va da sé che i Mondiali 2026, oltre che i più redditizi, saranno anche i più cari di sempre per chi vorrà vederli. La polemica sui biglietti, come detto, è esplosa da mesi, è stata persino interpellata la Commissione europea, che può farci nulla. Il sistema dei prezzi dinamici adottato negli Usa ha fatto sì che un ticket per la finale costi in media tra i 4 e i 7 mila dollari, mentre gli ingressi popolari a 60 dollari per la fase a gironi praticamente non si sono mai visti. Se ci aggiungiamo le tariffe degli hotel americani, e soprattutto di parcheggi e trasporti pubblici – che spesso nelle grandi manifestazioni sportive vengono concessi gratuitamente ai fan, mentre negli Usa hanno subito delle impennate da parte delle amministrazioni locali – si capisce che il Mondiale 2026 non sarà un evento a misura di tifoso.

Del resto, non è per loro che è pensato. Se il calcio si trasforma in show, parallelamente il tifoso diventa consumatore, meglio se facoltoso: è la trasformazione socioculturale verso cui da tempo si muove il pallone per far fronte alla saturazione dei mercati tradizionali, e che a Usa 2026 toccherà il suo apice. Quindi ora mettetevi comodi e aprite il portafoglio: iniziano i Mondiali.

domenica 7 giugno 2026

Incontri

 


Pur avendo contezza di essere un sosia del Mago Oronzo - anche stamani ne ho avuto conferma, manca solo lo stecchino - davanti a questi spettacoli della natura, a questo fluido d’oro - Dio benedica i Ferrero - a questa procedura d’inserimento nel magico contenitore, non posso che cedere, alla faccia delle insalate plastificate e degli insalubri consigli dietetici! Ho anche scaldato del pane bianco cospargendolo del nettare degli dei, trasvolando in un’altra dimensione per parlare con Abramo e Sant’Agostino del fantastico pomeriggio sportivo che ci aspetta! (Tutti e tre tifiamo Kimi e Flavio)

Natangelo