Taca la bala. Urge allenatore mai stato a est di Bergamo: i nostri candidati
È davvero incredibile che in un Paese che vanta potenzialmente sessanta milioni di commissari tecnici della nazionale, non si riesca a trovarne uno che mette d’accordo, non dico tutti, ma almeno quattro o cinque persone. Ora, è possibile che mentre viene pubblicata questa rubrichetta sia spuntato finalmente un nome (Mancini? Conte? Lino Banfi?), ma al momento, mentre scrivo, ogni candidatura è valida, purché abbia il benestare di Pina Picierno e Carlo Calenda, gente che ha la facoltà di promuovere o bocciare direttori d’orchestra, cantanti lirici, allenatori, sovrintendenti, direttori di museo, stallieri, pasticceri, manutentori di ascensori e domatori del circo. Ci permettiamo quindi, approfittando del caos totale, di proporre i nostri candidati, certi che verranno presi in considerazione dai vertici dello sport nazionale. Ecco la lista del Fatto Quotidiano, in collaborazione con l’associazione “Scapoli e ammogliati”, che di calcio si intende da tempi non sospetti.
Egidio Verigon. Tornitore di Conegliano Veneto, sessantadue anni, da cinquantanove discute di calcio al bar con una certa composta competenza che gli deriva da profondi studi tattici e dal massiccio consumo di prosecco. Verigon è un grande sostenitore del modulo nove-uno-uno, cioè nove giocatori davanti alla porta, uno a centrocampo che ordina da bere e un centravanti disperso lassù, nell’area avversaria, dove nessuno lo raggiungerà mai. Una buona soluzione con una pecca: una volta, nel 1976, ha letto un racconto di Gogol’, e questa sua vicinanza con la cultura russa lo rende sospetto. Piace alla Federazione, ma il veto di Pina Picierno potrebbe bruciarlo.
Marino Ferrini. Salumiere di Reggio Emilia, ha allenato per due anni la Nazionale Produttori di Parmigiano Reggiano, raggiungendo una finale regionale (persa malamente contro la selezione dei produttori di squacquerone, più fluidi nella manovra). Il suo motto è: “Nessun titolare, gioca chi è più in forma”, e infatti nelle ultime sei partite non è sceso in campo nessuno e le squadre avversarie hanno vinto a tavolino, una soluzione che ha evitato infortuni ai giocatori e un netto risparmio sui premi-partita. Purtroppo – il suo punto debole – abita in via Togliatti, il che ha portato al veto di Carlo Calenda: “Uno che abita in una via intitolata a uno che prendeva soldi da Mosca non può guidare la Nazionale”. Bruciato anche lui.
Gino Lorusso. Nonostante sia fieramente barese, staziona nel bar sotto casa mia, a Milano, ventiquattr’ore su ventiquattro, praticamente fa parte dell’arredo, e lo portano dentro insieme ai tavolini quando piove. Autodidatta, non è laureato solo perché non esiste la facoltà di “Lettura della Gazzetta”. Il suo modulo preferito è il cinque-uno-uno-uno-uno-uno, cioè una difesa massiccia e gli altri in fila indiana, perché non crede nello sviluppo sulle fasce. Che si sappia, non ha alcun legame con la Russia, che non saprebbe nemmeno indicare sul mappamondo. Sarebbe un perfetto candidato, mai sfiorato da scandali o polemiche, però il fatto che sua moglie si chiami Natasha, anche se è nata a Soverato, lo rende vagamente sospetto.
Nereo Rocco. Discreto centrocampista e immenso allenatore italiano, darebbe garanzie di bel gioco e qualità. Il fatto che sia morto nel 1979, quando Pina Picierno non era ancora nata, lo rende inattaccabile e lo allontana da qualunque polemica geopolitica. Il suo motto “Vinca il migliore? Speremo de no!”, lascerebbe sperare in un discreto piazzamento dell’Italia, almeno in un mondiale a 192 squadre.
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