Esproprio venezuelano: così gli Usa spogliano Caracas della sovranità
Il New York Times ha definito il segretario di Stato americano Marco Rubio “viceré del Venezuela”. Dal 3 gennaio, data nella quale il presidente Venezuelano Nicolas Maduro è stato prelevato dalle forze speciali statunitensi a Caracas, Rubio ha di fatto preso il controllo del paese. La vice di Maduro, Delcy Rodriguez si è trasformata nella Presidente ad interim nonché ventriloquo di Rubio, con il quale scambia messaggi quotidiani per prendere ordini. Il Venezuela del 2026 ricorda l’Iraq sotto il proconsole statunitense Paul Bremer dopo l’invasione del 2003, ma con alcune aggravanti. In primo luogo, pur con dosi da elefante di ipocrisia, l’invasione irachena patrocinata dai “neocon” era stata preceduta dal tentativo di assicurarsi la copertura delle Nazioni Unite (ricordiamo il segretario di Stato Powell agitare una fialetta di antrace al Consiglio di sicurezza). Inoltre, contro un’aggressione che ha provocato decine di migliaia di morti e alimentato il fondamentalismo islamico, si era sollevata l’opinione pubblica europea, nonché alcuni dei governi europei, con in testa Francia e Germania.
Il controllo americano sul Venezuela avviene invece nel silenzio delle diplomazie e riporta il paese, patria del “Liberatore” Simon Bolivar, a una subalternità peggiore di quella di inizio ’900, quando il dittatore Juan Vicente Gomez, pur allineato agli interessi del capitale petrolifero statunitense, era riuscito ad azzerare il debito estero e a rafforzare l’esercito e le infrastrutture di comunicazione.
La “Strategia per la sicurezza nazionale” di Washington del 2025 aveva già teorizzato i tratti distintivi del neoimperialismo nell’emisfero occidentale. Il “corollario Trump” alla dottrina Monroe ambiva ad un emisfero “libero da incursioni o proprietà di asset strategici da parte di forze straniere ostili”. Trump proponeva di “arruolare” governi amici e battersi per resistere a misure come tassazione, regolazione ed esproprio delle società Usa con l’obiettivo di estromettere potenze straniere, sostenere alleati, favorire il business a stelle e strisce. La conclamata volontà di annettere la Groenlandia, di controllare Panama, l’intervento diretto nelle elezioni in Argentina o in Cile, rievoca l’interventismo della Guerra fredda quando Washington favorì colpi di Stato militari come quello in Brasile nel 1964 e in Cile nel 1973. La differenza è che oggi Unione sovietica, movimenti comunisti internazionali e solidarietà europea non fanno più da contrappeso.
Il Venezuela, maggiore esportatore di petrolio al mondo tra il 1929 e il 1969, fondatore dell’Opec, epicentro di tentativi di integrazione regionale e poi dell’esperimento del socialismo bolivariano di Chavez, è oggi emblema del modello neoimperiale. Questo ha trovato terreno fertile anche per le disastrose politiche di Maduro che hanno prodotto 8 milioni di profughi, iperinflazione, indebitamento internazionale fuori controllo e collasso dei servizi essenziali.
In cosa consiste questo “modello Venezuela” esaltato da Trump? Washington ha iniziato a succhiare la linfa vitale della sovranità venezuelana. Meno di un mese dopo il rapimento di Maduro il governo ad interim ha approvato una nuova legge sugli idrocarburi che ha smantellato il regime fiscale precedente e ribaltato la nazionalizzazione del 1975, di fatto privatizzando il settore. Allo stesso tempo Washington ha creato un Fondo di deposito dei governi esteri (con sede legale prima in Qatar e poi negli Stati Uniti) dove versare i ricavi ottenuti dalla vendita di petrolio venezuelano. Questo fondo (che ricorda quello istituito per gestire i pagamenti per il greggio iracheno nel 2003) viene amministrato dal dipartimento di Stato che decide quanto versare a Caracas e per cosa. Inoltre Washington, tramite l’Ofac (l’Ufficio per il controllo degli asset esteri), decide quali operatori possano commerciare il greggio venezuelano e a chi venderlo. Il Financial Times ha calcolato che da gennaio è stato venduto greggio venezuelano per 13 miliardi di dollari, di cui solo 300 milioni sono stati versati a Caracas. Nessuno sa che fine abbia fatto il resto del malloppo, nel momento in cui il paese è stato colpito da un devastante terremoto, con oltre 5mila morti e migliaia di sfollati.
Acquisito il controllo del petrolio (il Venezuela ne detiene le maggiori riserve al mondo, mentre quelle Usa sono in declino) Rubio si è dedicato ai minerali. Il 9 aprile è stata modificata la legge mineraria del Venezuela per favorire gli investimenti esteri (americani) nell’oro, minerali critici, coltan e nell’uranio di cui l’arco minerario dell’Orinoco è ricco. Non bastasse, General Electric ha firmato contratti per entrare nel settore elettrico, finora monopolizzato da un’impresa statale.
Modifiche legislative, esproprio delle entrate, privatizzazioni, tutto viene imposto teoricamente per mettere Caracas al riparo dalle richieste dei creditori e per consentire investimenti in un Paese devastato. Di fatto però le misure spogliano il Venezuela della sua sovranità. A confermarlo c’è anche la questione del debito internazionale. Il Venezuela e la società petrolifera nazionale Pdvsa sono sommersi da un debito contratto con creditori russi, cinesi, società petrolifere e investitori privati, quantificato in un massimo di 240 miliardi di dollari (il 240% del Pil). Il paese non può ripagarlo senza condannare alla miseria le future generazioni. Gli Stati Uniti hanno imposto al Venezuela, ed è la prima volta che accade, la banca di consulenza incaricata di preparare la ristrutturazione del debito, l’americana Centerview, con la sostanziale estromissione del Fondo monetario internazionale, affidando di fatto a Washington la decisione sui creditori da salvaguardare o penalizzare. Ciliegina sulla torta: le truppe americane, con la scusa del terremoto, sono sbarcate sul territorio venezuelano e compiono in autonomia missioni armate contro il “narcotraffico”.
L’Unione europea, pur opponendosi alle pretese imperiali di Putin su territori che per secoli hanno fatto parte dell’Impero russo e poi dell’Unione sovietica, è invece totalmente muta rispetto al neoimperialismo americano in Venezuela. L’antimperialismo europeo si ferma in Donbass. Questo silenzio postula un Sud globale in cui non vi è posto per l’autodeterminazione dei popoli e una rinuncia a far valere gli interessi europei in un continente con il quale esistono profondi legami di carattere economico e culturale.
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