Chip e coscienza eterno dilemma
Vorrei introdurre brevemente alcuni aspetti della mia esperienza personale, per poi passare al tema centrale di questa conversazione.
Sono nato a Vicenza e ho trascorso i primi ventisei anni della mia vita in Italia; nel 1968 mi sono trasferito in Silicon Valley, in un periodo particolarmente significativo, poiché l’ecosistema tecnologico stava avviando lo sviluppo di innovazioni decisive. In quel contesto, la tecnologia mos (Metal Oxide Semiconductor), al momento del mio arrivo, era considerata una sorta di “cenerentola” e non offriva ancora prestazioni affidabili. Attraverso il primo progetto su cui lavorai, la Silicon Gate Technology (sgt), sviluppai una tecnologia che permise di realizzare un computer “in un solo chip”. A quell’epoca, l’integrazione di una cpU (l’unità centrale di un computer) e della memoria all’interno di un singolo chip era ancora considerata impraticabile. La sgt per la prima volta ha consentito di realizzare una cpU completa, cioè un microprocessore e, sempre per la prima volta, le memorie dinamiche ad accesso casuale (DRAM), usando la stessa tecnologia.
Questa tecnologia era circa cinque volte più veloce rispetto alla precedente, permetteva di integrare un numero di transistor doppio e aveva una corrente di dispersione (leakage) circa cinquecento volte più bassa. Tali caratteristiche resero possibile la realizzazione delle memorie RAM che in precedenza non potevano essere implementate proprio a causa dell’eccessivo leakage della tecnologia mos precedente. In questo modo si creò un impulso determinante verso la successiva digitalizzazione integrata e, a partire da questa invenzione, ho proseguito il mio percorso professionale sia come inventore sia come imprenditore.
La mia prima azienda, Zilog, sviluppò il microprocessore Z80 di terza generazione che ebbe un grande successo e che è ancora oggi in produzione, quasi cinquant’anni dopo la sua introduzione nel 1976: nel marzo 2026 compirà cinquant’anni. Successivamente mi sono dedicato alle reti neurali e ho fondato un’azienda dedicata a esse utilizzando transistor speciali a porta flottante che consentivano di implementare sinapsi elettroniche e di eseguire operazioni sinaptiche direttamente sulla memoria non-volatile di tali transistor, usando soltanto due transistor. In quel periodo si immaginava che l’impiego di circuiteria analogica, in alternativa a quella digitale, potesse offrire un’evoluzione significativa. Tale prospettiva non si è concretizzata, principalmente perché la tecnologia computazionale dell’epoca non era ancora in grado di sostenere l’apprendimento: sarebbero state necessarie potenze di calcolo molto più elevate rispetto a quelle disponibili. Di conseguenza, mi sono concentrato su altri sviluppi, tra cui l’invenzione del touchpad e del touchscreen, che hanno contribuito a trasformare il modo in cui interagiamo con computer e dispositivi mobili. Anche l’azienda ebbe risultati positivi; nel frattempo continuavo a studiare neuroscienze e biologia, con l’obiettivo di comprendere i processi di apprendimento del cervello umano e migliorare quanto era possibile ottenere, in quel periodo, con dispositivi analogici. In tale contesto riuscimmo a risolvere numerosi problemi applicativi.
Dopo circa cinque anni di lavoro, divenne evidente per me che le reti neurali – che allora venivano considerate una direzione poco seria dagli esperti della comunità dell’Intelligenza artificiale – rappresentavano invece un possibile sviluppo futuro. Era ancora troppo presto perché tali sistemi potessero raggiungere piena maturità: occorrevano computer molto più potenti di quelli esistenti. Un esempio di applicazione fu lo sviluppo del primo riconoscitore di caratteri cinesi, basato su circa tremila caratteri scritti a mano, che venne utilizzato in Cina e costituì un primo successo nel settore, intorno al 1993-1994. Dal punto di vista dei risultati ottenuti, risultava quindi plausibile che le reti neurali sarebbero arrivate a un livello di efficacia sempre maggiore.
In quello stesso periodo, però, non ero soddisfatto della mia vita. Avevo raggiunto obiettivi che, secondo la narrazione comune, avrebbero dovuto condurre alla felicità; ma nonostante ciò non mi sentivo felice. Parallelamente, mentre studiavo neuroscienze, mi interrogavo su un aspetto fondamentale: molti testi descrivevano i processi cerebrali come basati su segnali elettrici e biochimici, e spiegavano fenomeni come il riconoscimento del sapore di un cibo, per esempio, come derivazione diretta di tali segnali. Eppure, la mia esperienza soggettiva non corrispondeva a questa descrizione: io riconosco una ciliegia attraverso il suo sapore, non attraverso segnali elettrici osservabili nel cervello. Mi chiedevo dunque da dove provenisse il sapore della ciliegia: come fa a essere un segnale elettrico? È evidente che i segnali cerebrali siano correlati alla percezione del sapore, ma ciò che viene effettivamente esperito è il sapore, non l’osservazione di segnali su un ipotetico oscilloscopio interno al cervello.
Da qui nasceva la questione relativa al modo in cui si manifestano i “qualia”. Il termine “qualia” non era ancora entrato stabilmente nell’uso quando iniziai a riflettere su questi aspetti; ma mi appariva già chiaro che si trattasse del “problema difficile della coscienza”, come David Chalmers lo avrebbe definito circa sette anni dopo. Chalmers riuscì a rendere evidente, almeno a una parte significativa della comunità scientifica, che il problema della coscienza rimane irrisolto e che non è affatto chiaro in che modo sensazioni e sentimenti – ciò che egli chiamò “qualia” – possano emergere a partire da segnali elettrici e biochimici del cervello. A tutt’oggi, nessuno scienziato è riuscito a fornire una spiegazione completa di come questo fenomeno possa avvenire.
Quindi mi trovavo di fronte a un problema che potremmo definire di coscienza. Il fatto stesso di essere insoddisfatto non poteva essere ridotto a una sequenza di segnali elettrici nel cervello: quella scontentezza era un’esperienza, qualcosa di ulteriore. In parallelo, mi interrogavo sull’origine dei sapori, degli odori, dei sentimenti, dell’amore che provavo o della sofferenza che stavo attraversando. A partire da queste domande, maturò in me la decisione di comprendere tali fenomeni, sia per ragioni personali sia per un interesse conoscitivo in sé, non finalizzato in quel momento alla realizzazione di un prodotto.
In questo contesto ho vissuto un’esperienza di coscienza straordinaria, che ha modificato radicalmente la mia vita. La racconto perché ritengo importante trasmettere l’idea che ciascuno di noi possieda, attraverso la propria coscienza, la capacità di accedere a conoscenze che la scienza potrà successivamente verificare. Prima ancora di poterle verificare, è necessario farne un’esperienza vissuta.
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