Un esplosivo chiamato io
di Michele Serra
L'idea che il caos sia la regola dei nostri tempi ha molte pezze d'appoggio. Probabilmente, in molti, si è abituati a criteri di giudizio troppo rigidi, novecenteschi. Molti dei quali andati in frantumi. A me, per esempio, capita sempre più spesso di non riuscire a farmi un'opinione su persone e fatti, voglio dire un'opinione che poggi su paradigmi politici o culturali o psicologici ancora leggibili.
Il caso Adinolfi, per esempio, per uno come me è semplicemente indecifrabile. Non capisco cosa c'entrino Dio e Mammona con il gioco d'azzardo (a meno che si attribuisca a Dio ogni vincita e a Mammona ogni perdita). Non ho mai colto il senso dell'iter politico di una persona passata per il Pd, approdata all'integralismo cattolico e infine in odore di simpatia per Vannacci. Infine non so capacitarmi del fatto che qualcuno abbia ordito una congiura di false accuse ai danni di un personaggio che, a ben vedere, ha un peso politico minimo e non dà fastidio a nessuno: chi avrebbe mai interesse a zittirlo? E perché?
Posso solo dire che — a parte i cattivi, quelli veri — dispiace sempre vedere qualcuno nei pasticci, e si spera che se la cavi senza troppi danni. Infierire su chi è in difficoltà non riguarda l'annoso derby tra Dio e Mammona, è molto più banalmente una manifestazione di meschinità umana. Però mi darebbe sollievo capire perché una persona che dicono di talento debba mettere in piedi un casino del genere, e finirci sotto. Diventare famosi? Diventare ricchi? Ma ci sono anche maniere più normali per farlo. L'ambizione non è una colpa, l'io ingombrante è un problema di molti, ma i casi nei quali l'io esplode nelle mani di chi lo maneggia cominciano a essere veramente troppi.
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