Quando le parole diventano bombe
“Ma la guerra portando via le comodità delle consuetudini di ogni giorno, è maestra di violenza e rende conforme alle circostanze l’indole dei più. Nelle città, dunque, infuriava la guerra civile (…).
Cambiarono a piacimento il significato consueto delle parole in rapporto ai fatti. L’audacia sconsiderata fu ritenuta coraggiosa lealtà verso i compagni, il prudente indugio viltà sotto una bella apparenza, la moderazione schermo alla codardia, e l’intelligenza di fronte alla complessità del reale inerzia di fronte a ogni stimolo”.
(…) Oggi come ieri, quando Tucidide descriveva la caduta di ogni freno inibitore nella lotta fratricida tra gli abitanti di Corcira, la guerra, “maestra di violenza”, ha bisogno di cambiare il significato delle parole per rendere accettabile ciò che non lo è. Niente di cui stupirsi: sappiamo bene che la guerra si combatte anche con la propaganda. Attraverso un “uso specioso della parola” che può assumere forme diverse, dallo stravolgimento dei significati consolidati alla messa al bando di alcuni vocaboli nel contesto di particolari narrazioni.
Qualche tempo fa su Le Monde diplomatique, in un articolo dedicato a documentare le forti pressioni israeliane sui mezzi di informazione francesi, Alain Gresh osservava come la parola “bombardamento” non fosse mai stata usata in nessuna delle 74 pagine dedicate da Le Parisien a raccontare i fatti di Gaza (dall’8 ottobre al 20 dicembre 2023), e come lo stesso giornale sia riuscito a non mostrare mai, in quell’intervallo temporale, neanche un volto di un civile palestinese, a fronte della generosa copertura mediatica del dramma degli ostaggi israeliani e delle loro famiglie. In Italia, a marzo 2024, uno dei principali quotidiani di casa nostra, il Corriere della Sera, è riuscito a evocare nello stesso editoriale, in sequenza, lo “scempio inumano” di Hamas, la “carneficina” di Putin in Ucraina e le “operazioni a Gaza di Netanyahu” (quando i morti ammazzati dai soldati israeliani nella Striscia erano già più di 30 mila). “Da subito – ha osservato Raffaele Oriani – il linguaggio è stato terreno di conquista, e non solo in Italia”: in Gran Bretagna, una ricerca di Opendemocracy.net sul primo mese di copertura giornalistica di Bbc One rileva che la parola “assassinio” è stata usata 52 volte per le vittime israeliane, mai per le vittime palestinesi, mentre per la parola “massacro” lo sbilanciamento segna 35 a 1. (…) In generale, in questa “guerra” gli israeliani vengono uccisi, i palestinesi muoiono, e se al principe William scappa di dire che a Gaza “too many have been killed”, ci pensa l’Ansa a rimediare traducendo “troppi morti a Gaza”.
Ci sono poi le parole contese, o interdette, il cui uso è subordinato a una speciale autorizzazione. Due, in particolare, con riferimento a Gaza, sono state oggetto di straordinari stiracchiamenti semantici, degni di quelli che il mitico Procuste infliggeva alle proprie vittime: dilatata a dismisura, fino a coprire qualsiasi critica nei confronti delle politiche israeliane, “antisemitismo”; amputata fino a renderla utilizzabile solo ed esclusivamente per riferirsi allo sterminio degli ebrei nella Seconda guerra mondiale, “genocidio”.
(…) C’è una questione che non potremo evitare di affrontare nei prossimi mesi e anni: il ritorno in grande stile della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali. Un ritorno che per un verso sembra assumere la forma novecentesca del conflitto che si combatte sul campo, nelle trincee, con perdite ingenti di vite umane anche tra i soldati, alle quali capi di Stato e generali ci invitano ormai a prepararci, accettando il rischio di “perdere i nostri figli” in battaglia. Un ritorno che, per altro verso, avviene in un contesto profondamente mutato rispetto a quello delle due guerre mondiali: in un mondo pieno di testate nucleari e di armi rese letali dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale e dei sistemi di geolocalizzazione satellitare. Un mondo, inoltre, in piena involuzione dal punto di vista politico, in cui la classica distinzione tra democrazie e autocrazie sfuma per lasciare il posto a una quantità di regimi ibridi, in cui parlamenti e istituzioni di garanzia contano sempre meno e decisioni cruciali da cui dipende il destino di milioni di persone sono appese agli umori instabili di politici megalomani e affaristi senza scrupoli. (…) Sono sotto gli occhi di tutti le violazioni plateali dell’ordine internazionale “liberale”, che già da tempo si reggeva sulla finzione di regole formalmente uguali per tutti, ma sostanzialmente piegate alle convenienze degli Stati egemoni. Alla tenuta di questo ordine proprio l’impunità assoluta garantita agli autori e ai complici del genocidio a Gaza ha inferto un colpo decisivo, forse mortale. Il che spiega l’ampio spazio dedicato in queste pagine alla Palestina, vero e proprio laboratorio di un futuro distopico, in cui tutti i comportamenti vietati dal diritto internazionale sono stati normalizzati: dall’assassinio di coloro con cui si sta fingendo di negoziare al bombardamento degli ospedali, dalla demolizione sistematica di abitazioni e infrastrutture civili alla pratica del double tap per massimizzare il bilancio dei morti includendo i soccorritori, fino al ricorso ad armi proibite come le bombe da una tonnellata sganciate in aree densamente popolate o quelle al fosforo bianco usate nel sud del Libano, dove Netanyahu dichiara senza timore di reazioni che intende replicare il “modello Gaza”. Per altro verso, le manifestazioni oceaniche di solidarietà con la Palestina e di sostegno alla Global Sumud Flotilla, nell’autunno del 2025, rappresentano un segnale di speranza e l’inizio, forse, di una reazione della società civile globale contro tutte le guerre. E tutti i re, e le regine, che le decidono.
(…) Trovare alternative alla violenza non è facile. Richiede impegno, capacità di mediazione, disponibilità all’ascolto e al compromesso: quella che dovrebbe essere la sostanza della politica, anche sul piano delle relazioni internazionali. Le alternative alla guerra ci sono, ma vanno cercate e costruite per tempo, con un’attenzione particolare alla prevenzione e alla costruzione delle condizioni strutturali della pace. Perché sarebbe davvero troppo pretendere un mondo pacifico e armonioso in presenza di abissali diseguaglianze e di muri e barriere che impediscono a gran parte dell’umanità di accedere alle risorse indispensabili per una vita dignitosa. (…) Se nel labirinto della storia la via verso la convivenza pacifica non è facile da trovare, ad aiutare gli sforzi di immaginazione può essere la consapevolezza che esistono “vie bloccate”: strade che non portano da nessuna parte (o, peggio, conducono sull’orlo dell’abisso) e vanno dunque escluse a priori, espunte dal novero delle possibilità. Era quanto sosteneva Norberto Bobbio negli anni sessanta, riferendosi alle guerre combattute con l’arma atomica. Oggi l’interdizione andrebbe estesa alla guerra tout court, sempre suscettibile di evolvere in conflitto nucleare. Mettere al bando la guerra, pensarla come una via bloccata. Sempre. Come la tortura, la pena di morte, la schiavitù. Brutture di altri tempi, da bandire dalla storia. È la condizione perché si aprano altre porte, si escogitino altri modi per risolvere le controversie internazionali. Cerchiamoli.
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