Le brigate Dior e il riarmo (che si fa, però non si dice)
Avevamo già il leggerissimo sospetto che le élite interventiste europee, col loro codazzo di agiati mercenari da scrivania, giocassero con le parole per dare a intendere all’opinione pubblica che il riarmo dei Paesi dell’Unione fosse una cosa non solo buona e giusta, ma anche rassicurante e glamour: come dimenticare “l’Italia che riscopre il fascino del bunker” di cui dava conto Repubblica?
Martedì un editoriale di Stefano Folli, sempre su Rep, ci ha aperto gli occhi, identificando il motivo principale della “frattura” dentro al cosiddetto campo largo nell’uso (o non uso) del vocabolo “riarmo”, “una parola che contiene un che di minaccioso, volto a incutere timore nell’opinione pubblica”, che non ne avrebbe alcuna ragione. “Riarmo”, denuncia Folli, “allude a pericoli di guerra”, chissà come mai; “ed è proprio questo lo scopo di chi – i 5Stelle, la sinistra di Avs – usa il termine in polemica con… un alleato, ossia il Pd”. Ah, vedi; noi pensavamo che a creare fratture, casomai, fossero i cosiddetti “riformisti del Pd”, riarmisti convinti, dato che la linea della segretaria Schlein sarebbe contraria alle armi, come peraltro la maggioranza assoluta degli italiani.
Proprio per ovviare a questa bizzarria – cioè il fatto che una parola che significa produzione e rifornimento di armi venga usata per indicare esattamente questo fenomeno – l’Unione Europea, nella persona-robot di Ursula von der Leyen, si era messa di buzzo buono per trovare un’alternativa al brutale ancorché onesto “ReArm Eu”, prima versione del progetto di riarmo dal costo di 800 miliardi di euro, trovandola infine nell’eufemistico e più birichino “Readiness 2030”, un modo per dire a Putin che saremo pronti a muovergli guerra nel 2030 (lui ha risposto che sarebbe pronto già da subito, volendo, dal che si è dedotta la prova che volesse attaccarci).
La preoccupazione dei geni che ci governano era, allora, non tanto che i cittadini europei si spaventassero, quanto che capissero come stavano veramente le cose: se tu dici a 452 milioni di abitanti di mettersi il cuore in pace perché il loro Paese non si farà scrupolo di grattare 800 miliardi di euro dalla spesa sociale entro 4 anni per riempire gli arsenali rimasti vuoti dopo 4 anni di invii di armi all’Ucraina, può anche darsi che si organizzino per protestare, e ci manca solo questo: mica siamo vere democrazie. E pensare che il sempliciotto Mark Rutte, Segretario Generale della Nato (che chiama Trump “paparino”), lo aveva detto: “Spendere di più per la Difesa significa spendere meno per altre priorità, se non si vogliono mettere più tasse”. E quali sono queste priorità rinunciabili? Bazzecole: “I Paesi europei spendono fino a un quarto del reddito per pensioni, sistemi sanitari e di previdenza sociale, abbiamo bisogno solo di una piccola frazione di quei soldi per rendere la Difesa molto più forte”. Rutte deve essersi recato in qualche ospedale pubblico italiano per accorgersi che lo standard medio è praticamente quello di un hotel a cinque stelle di Dubai, senza contare la bella vita che fanno i pensionati dopo 50 anni di lavoro, e quindi ha telefonato a Ursula: “Ma questa è una miniera d’oro! Prendiamo i soldi da Sanità e pensioni”.
Giorni fa, alla vigilia del vertice Nato di Ankara, ha ricordato ai 27 Paesi Ue l’impegno di spendere il 5% del Pil nella Difesa, lanciando ai recalcitranti, in particolare alla Spagna che si è rifiutata di farsi taglieggiare da Trump, un avvertimento in stile Soprano’s: “Se uno o due di essi devono ancora essere convinti, abbiamo i mezzi per farlo” (ci farà bombardare dal battaglione Azov con le nostre armi?).
È la propaganda di guerra: creare false paure per indurre al sacrificio. La risoluzione con cui il Parlamento europeo ha sostenuto il piano ReArm indicava nella Russia “la più profonda minaccia militare” all’integrità territoriale dell’Ue “dalla fine della Guerra Fredda”; cioè, un Paese di 17 milioni di chilometri quadrati, 11 fusi orari e 145 milioni di abitanti non vede l’ora di prendersi i Sudeti e il Viterbese.
Intanto Macron, presumibilmente vestito in Dior, sfila sugli Champs-Elysées per la tradizionale parata militare del 14 luglio (giorno della Presa della Bastiglia: da far venire l’acquolina in bocca a chi avesse voglia di arrotare la ghigliottina), con Zelensky, 7mila soldati, 98 aerei, 31 elicotteri e 315 veicoli, più 500 militari dei 35 Paesi della Coalizione dei Volenterosi, tra cui gli italiani. Tempo fa, dopo aver proposto di mandare truppe Nato in Ucraina, parlò dalla base militare dell’Île Longue mentre alle sue spalle troneggiava l’imponente Le Téméraire, sottomarino nucleare lanciamissili della Marina francese. Tutto questo non allarma i cittadini: basta chiamarlo con un nome spiritoso e chic (Brigate Dior?). A spaventare sono Conte, Bonelli e Fratoianni, quei terroristi che chiamano “riarmo” il riarmo (noi nella lista metteremmo pure il Papa).
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