venerdì 24 luglio 2026

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L’Italia incanaglita da 2 partiti: una sfida fra assassini e segugi 


di Pino Corrias

A incanaglire la Nazione, due partiti complementari si riuniscono ogni sera dentro agli schermi che ci contengono, fino a formare il nuovo campo largo, che è grande e accogliente quanto il vecchio campo santo: il partito degli Assassini e quello dei Segugi.

Il primo offre paura e promette vendetta. Vuole pistole, carcere, deportazioni. Ogni caso di cronaca è buono per stendere altro filo spinato intorno al quarto e poi al quinto decreto sicurezza, rivendica il diritto di armarsi, difendersi, sparare. Per questo corre a omaggiare il suo nuovo eroe, il gioielliere Mario Roggero, due rapinatori in fuga uccisi con un colpo di pistola alle spalle, anni di processi, nessun ravvedimento, oggi la pretesa della grazia, domani l’incasso di un seggio parlamentare, l’interdizione dai pubblici uffici abrogata a furor di popolo con il Salvini Matteo che dice: “Per noi sarebbe un onore”.

Poi c’è il partito dei Segugi. Che non sparge sangue, lo esamina come fosse un piatto di portata fumante. Ne parla una sera dopo l’altra – giornalisti golosi, criminologi astuti, pensionati disperati, conduttori in carriera, giovani inviati a caccia di citofoni – tutti col tovagliolo stretto al collo, sgocciolando indizi e masticando ricostruzioni sempre più fantasiose, sempre più demenziali. Da Cogne a Erba. Da Avetrana a Garlasco. Il partito dei Segugi si muove in fila indiana da un cadavere all’altro, da una villetta all’altra, seguito dalla moltitudine delle rispettive comitive, incantate dalle bufale lisergiche, come davanti alle alghe sciogli-pancia della indimenticata Wanna Marchi, e alle lacrime della madonna di Trevignano. Si eccitano per ogni frammento di dna finito nel sugo delle indagini, si contendono con furia la traccia 33, come gli antichi inquisitori facevano con i frammenti delle mandibole, reliquie del santo. Se manca una prova, basta il sospetto. Se manca il sospetto, basta un’ipotesi. Se manca anche quella, non perdetevi la puntata di domani. La morte è pregiata merce politica per il partito degli Assassini che arruola persino i leoni a minacciare i codardi – il generale Vannacci docet – campa promettendo vendette contro l’invasione dei negri e degli islamici. Mentre è puro intrattenimento per quello dei Segugi: le salme sono sempre disponibili, non invecchiano, non chiedono diritti d’autore, garantiscono ascolti per anni. I due partiti non solo si scambiano il pubblico, le vittime e i carnefici, ma li integrano nel medesimo racconto. Palleggiano con le rispettive isterie. È certamente colpevole Sempio, la sfinge di Garlasco. Sono senz’altro innocenti i due poliziotti che in un cortile del Pilastro si ritrovano tra le mani il cadavere di Fakir che da immobilizzato gridava “Aiuto!”.

Il partito degli Assassini produce allarme sociale e insieme il risarcimento al rancore che brucia nella brace della paura. I Segugi la distribuiscono. Gli uni invocano deportazioni. Gli altri preparano il pubblico affinché le pretenda o almeno le digerisca. Per entrambi la polizia è innocente a prescindere e l’immigrato è a prescindere colpevole. È un’economia perfetta che punta all’egemonia culturale. Con immediata destinazione elettorale a corroborare la vecchia formula di “legge e ordine” anche quando degenera in “arbitrio e disordine” come l’altra sera a Bologna, o nelle città americane infestate dall’Ice, la nuova polizia trumpiana. Ragionamenti, analisi dei fatti, pietà, sono diventati un intralcio. Rallentano il racconto, indeboliscono la propaganda. Il dubbio non stana i colpevoli e non fa share. La televisione che un tempo vendeva sentimenti, anche all’ingrosso, oggi rincorre i social che trafficano nel sangue e nei suoi derivati. La politica di tutte le destre sovrintende l’incasso. Il partito degli Assassini e quello dei Segugi sono i due soci di quella stessa impresa. Noi siamo la clientela.

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