Quale altro giornale si potrebbe permettere un articolo di quest'importanza senza temere per i suoi introiti pubblicitari? Credo quasi tutti. Unica eccezione il Fatto Quotidiano.
Elusione, le regole Ocse col buco: Shell e i 6 mld di utili alle Bahamas
Quindici anni di tentativi di riforma della tassazione internazionale delle multinazionali, segnati da scandali come LuxLeaks e casi di accordi fiscali illegali come quello tra Apple e l’Irlanda, non hanno scalfito uno dei principi su cui poggia l’intero sistema. E quel principio, spiega un nuovo rapporto del centro di ricerca indipendente olandese Somo, continua a consentire lo spostamento di miliardi di utili verso giurisdizioni a bassa imposizione dando “una parvenza di legittimità” a pratiche di elusione.
I ricercatori dell’organizzazione non governativa affiancati da Jan van de Streek, docente di diritto tributario all’Università di Leiden, sono partiti dall’analisi di 200mila documenti interni e report riservati del colosso britannico Shell, diffusi sul dark web dopo un attacco hacker e autenticati dall’Organized crime and corruption reporting project. Hanno così ricostruito come il maggior gruppo energetico europeo abbia registrato, tra 2018 e 2023, 6,2 miliardi di dollari di profitti alle Bahamas. Paese che non vanta giacimenti di greggio, ma aveva l’indubbio pregio di applicare un’aliquota d’imposta sulle società pari a zero. La controllata locale si limitava ad acquistare barili da altre società di Shell, tra cui quelle attive in Nigeria e Brasile, e rivenderlo ad altre basate nel Regno Unito e a Singapore. Il tutto con una redditività oltre cento volte superiore alla media delle altre società del gruppo impegnate nella stessa attività: tipico “sintomo” di trasferimento di profitti per beneficiare della bassa imposizione.
Il punto è che per farlo Shell non ha dovuto violare alcuna norma: è bastato sfruttare le regole globali sul “transfer pricing”, quelle che stabiliscono come devono essere fissati i prezzi delle transazioni tra società appartenenti allo stesso gruppo multinazionale. Da quei prezzi dipende appunto dove finiscono i profitti e quindi dove vengono pagate le imposte. Le linee guida Ocse si fondano sul principio di libera concorrenza (arm’s length principle): le transazioni tra società dello stesso gruppo devono avvenire ai prezzi che per quegli stessi scambi sarebbero applicati da imprese indipendenti. Il progetto Beps, pur rafforzando i controlli, non ha modificato la regola.
Ma applicare quel principio significa attribuire a ogni società del gruppo funzioni, rischi e attività, individuare imprese comparabili e stabilire il profitto spettante. Valutazioni discrezionali che vengono elaborate dalle stesse multinazionali. È il peccato originale del sistema: una “finzione” da cui secondo l’Independent Commission for the Reform of International Corporate Taxation (Icrict), in cui siedono economisti come Thomas Piketty, Joseph Stiglitz e Gabriel Zucman, derivano attribuzioni di profitti soggettive che i giudici faticano a valutare e che spuntano le armi delle amministrazioni fiscali nel contrasto all’erosione della base imponibile.
Lo dimostrano, secondo il report di Somo, anche gli altri due casi che emergono dagli Shell files. Il primo riguarda Shell Brands International, la società svizzera che detiene marchi e altri beni immateriali del gruppo. Dal 2017 le royalty versate dalle altre controllate per utilizzarli vengono determinate con il metodo raccomandato dall’Ocse, basato sul confronto con imprese indipendenti considerate comparabili. Ma studi empirici mostrano che tra il valore minimo e quello massimo compatibili con il principio di libera concorrenza possono esserci differenze superiori al 200%. Il margine di discrezionalità resta enorme. Il terzo indizio sono i conti delle società con sede nei Paesi Bassi e nel Regno Unito che forniscono al resto del gruppo Shell servizi di ingegneria, informatica e consulenza, impiegando migliaia di dipendenti. Per almeno quindici anni, pur registrando miliardi di euro di ricavi, hanno dichiarato margini di profitto quasi inesistenti perché venivano remunerate al solo costo sostenuto, senza ricarico. Dal 2017, dopo un intervento dell’amministrazione fiscale, alla società inglese è stato attribuito un profitto figurativo su cui paga le tasse, ma si parla di margini estremamente ridotti. Shell fa sapere che è tutto in regola con le indicazioni Ocse: del resto dai file emerge che uno studio interno per Shell Global Solutions International BV aveva calcolato che sarebbero stati “conformi” margini di profitto compresi tra il 2,2% e il 21,2%.
Ulteriori prove, per Somo, che il caso Shell non è un’eccezione ma la dimostrazione dei limiti del sistema, non superati dalle novità degli ultimi anni. Anche il cosiddetto Pillar One, il pilastro della riforma fiscale internazionale negoziata in sede Ocse che puntava a riallocare una parte degli utili delle multinazionali più grandi ai paesi in cui vendono servizi e realizzano ricavi, avrebbe lasciato in piedi il sistema del transfer pricing per gran parte dei profitti. In ogni caso l’accordo non è mai stato ratificato ed è su un binario morto. Icrict spera ora nella Convenzione quadro sulla cooperazione fiscale internazionale in discussione all’Onu. L’anno scorso, in un documento di contributo ai negoziati, ha proposto la soluzione auspicata anche da Global Tax Justice e Tax Justice Network: una tassazione unitaria che consideri le multinazionali come imprese uniche i cui utili globali vanno ripartiti tra i diversi Paesi sulla base di criteri oggettivi come il volume delle vendite, il numero di dipendenti e la presenza di stabilimenti, impianti e altri beni asset. Eliminando la cortina fumogena che giustifica il loro spostamento in base a logiche di pura convenienza fiscale.
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