mercoledì 8 luglio 2026

Robecchi

 

Caricature. Se la satira è spiegarci la realtà, Trump ci spiega l’America 


di Alessandro Robecchi 

Da operatore del settore – diciamo persona informata dei fatti – eccomi in una fase delicata: quella in cui la satira rischia di uscire con le mani alzate, di arrendersi davanti alla realtà, che è più ridicola, più folle e più paradossale di lei. Lo Squilibrato in capo, Donald Trump ci mette, noi satirici, in una situazione un po’ scomoda: che possiamo fare, dire, pensare, inventare, più di quello che fa lui? Come fare la caricatura di uno che è già una caricatura, come rendere paradossale uno che è un paradosso che cammina?

Ancora non so, mentre scrivo questa rubrichetta, cosa succederà alla riunione Nato di Ankara: dal Guttalax nella minestra al dentifricio nelle scarpe – scherzi da caserma, ma non è la Nato la riunione di varie caserme? – può succedere di tutto: Donald è più abile di noi e soprattutto ogni sua scemenza viene rilanciata a livello planetario, non c’è partita. E siccome la satira poggia sempre su una sostanza reale – amplifica l’assurdo – va detto che quel suo meme su Giorgia Meloni che meriterebbe un ordine restrittivo è oggettivamente offensivo, ma che la fotografia è vera, e Giorgia lo guardava veramente con quegli occhi, con espressione adorante, con sudditanza grottesca. Quindi Donald ha preso una cosa vera (Giorgia che lo adora, letteralmente se lo mangia con gli occhi) e l’ha amplificata con una battuta feroce. Diciamo che, con un meccanismo tecnicamente satirico, ha rivelato una verità.

A rivelare altre verità ci hanno pensato altri “leader” del nulla cosmico, quelli che hanno minimizzato, che hanno abbozzato, che ci hanno detto in tutte le salse che Donald è un mattacchione, sì, ma che l’amore per gli Usa non si discute. Ci prendesse a schiaffi, ci svaligiasse la casa, ci umiliasse davanti al mondo, be’, su, pazienza che sarà mai. È la nuova religione del Tajanesimo (c’è anche la versione Crosettista, senza contare tutti i commentatori che si sbracciano per dire “Trump cattivo, America buona”), che consiste nel porre l’altra guancia, poi l’altra, poi l’altra, poi l’altra, e poi un’altra guancia ancora. Insomma, una colonia deve avere molte guance, una per ogni schiaffone che riceve, perdonando lo schiaffeggiatore.

È giunto il momento di ribaltare il concetto.

Non fare satira su Trump, che è un po’ come prendere in giro un comico – un cortocircuito –, piuttosto leggere Trump come autore satirico sopraffino e chiederci: cosa vuole dirci l’artista? Qual è la realtà che ci racconta nella sua satira?

Be’, la realtà sono gli Stati Uniti d’America, la più grande opera di camouflage mai inventata dall’uomo moderno, che il grande autore satirico Donald Trump ci spiega con la sua opera, i suoi discorsi, le sue azioni. Il dominio, la potenza, la pratica feroce dell’egemonia, il ricatto economico-militare . Insomma, tutte le cose che Trump rivela oggi con i suoi modi infantili, imperiali, volgari e violenti erano quelli anche prima, solo un po’ ammorbiditi e presentabili. Parlo di noi che stiamo qui, nella colonia felix, perché invece vivendo, che so, in Iraq, in Cile o in Argentina negli anni Settanta e Ottanta, in Vietnam-Laos-Cambogia negli anni Sessanta, in Venezuela e a Cuba oggi e in altre decine di posti, le modalità del dominio americano non erano certo soft, come testimonierebbero, se potessero, milioni e milioni di cadaveri. Trump ci mostra l’America, insomma, per quello che è e che non abbiamo sempre finto di non vedere. Fa la caricatura per mostrarci l’originale, proprio come dovrebbe fare un bravo autore di satira.

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